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Le persone sono abitudinarie: infatti, la metà delle nostre azioni quotidiane vengono fatte senza pensarci perché ricorrenti e i comportamenti sequenziali e ripetuti non ci fanno vedere la vita da un altro punto di vista.

Avere lo stesso reiterato atteggiamento vuol dire evitare il problema e la fatica di come risolverlo, mentre le cattive abitudini possono essere modificate. Basta avere forza di volontà e motivazione. Sembra facile a dirsi!
Era verissimo fino a qualche tempo fa, fin quando non è arrivato lui e siamo stati costretti al confinamento casalingo. Sì, proprio lui! Il COVID-19 ci ha costretto, in modo subdolo e forzato e non per scelta, a cambiare molti dei nostri comportamenti e delle nostre abitudini, così come le consuetudini personali e collettive.
Mutare un’abitudine non è semplice – come cambiare lavoro o città – figuriamoci quanto è stato difficile accettare il momento in cui il Coronavirus ci ha costretto a limitazioni e privazioni anche delle cose più semplici e che fino a poco tempo prima erano impensabili: non prendere più il caffè al bar o non uscire per mangiare la solita pizza, non fare la consueta e piacevole passeggiata lungo il Corso o non vedersi la sera con gli amici. Il Covid ci ha fatto male, molto male, in termini di incolumità personale o addirittura a scapito della nostra attività, della salute o della vita.
Un periodo sospeso che ha fatto riflettere sui valori e sulle considerazioni della nostra identità. Un tempo forzatamente dedicato ai propri affetti, che ci ha fatto rivedere la classifica personale dei principi e delle priorità.

 

 

Ci ha fatto rivalutare le cose che davamo per scontate e acquisite per diritto.
Ci ha fatto conoscere nuove paure e incertezze.
Ci ha fatto tremare per il lavoro e ancora lo fa.
Ci ha messo ansia per il nostro futuro.
Ci ha tolto il sonno e la tranquillità.
Ci ha fatto temere per i nostri figli e non ha smesso di farlo.
Ci ha fatto pensare.
Ci ha fatto riflettere su noi stessi.
Ci ha fatto ricredere su alcune persone.
Ci ha convinto su altre.
Ci ha fatto allontanare da talune.
Ci siamo chiesti il perché, senza avere risposte che forse solo nel nostro intimo dimorano.
Ci siamo abituati a fare la fila.
Ci siamo calmati e frenati.
Ci siamo presi dei ritmi più lenti e imparato ad attendere.
Ci siamo maggiormente sensibilizzati alla solidarietà.
Ci siamo prima persi e dopo abbiamo provato a ritrovarci.
Ci siamo arrabbiati poi tranquillizzati e infine rassegnati.
Ci siamo nuovamente arrabbiati e talvolta spossati.
Ora che ci siamo abituati a nuovi comportamenti, quando potremmo sentirci di nuovo liberi di agire e muoverci, non dimentichiamoci di certi momenti trascorsi. Riflettiamo e non dimentichiamo. Perdiamo l’abitudine di perdere le buone abitudini.
Il COVID-19 ce l’ha forzatamente e terribilmente insegnato. Cancelliamo i cattivi comportamenti che siamo riusciti ad abbandonare in questo periodo sospeso. Pensiamo con gratitudine e ammirazione a chi ha combattuto per gli altri, a scapito della propria incolumità. Non dimentichiamolo. Rimembriamo il COVID-19 per quello che ci ha fatto passare come stati d’animo, con tutte le sue drammatiche implicazioni e conseguenze sanitarie, sociali ed economiche.
Innalziamo un vessillo morale e ideologico, di quanto ognuno di noi rappresenta e vale, sia nello spazio terreno sia nel tempo, rispetto al cosmo e all’eternità.
…e forse diventeremo migliori… nel ricordo del tempo che fu e nella speranza di quello che sarà, dove il sorriso per il futuro nasce dalle lacrime del passato.

In anteprima nazionale a Perugia. Una bella storia ai tempi del Coronavirus per le fasce vulnerabili.

Lei si chiama Clarissa Bartolini, ragazza perugina non udente, che nella sua quotidianità si muove in un mondo che spesso non è inclusivo per i sordi e ha riscontrato un incremento di difficoltà nel periodo dell’emergenza sanitaria legata al COVID-19.
Quando Clarissa va a fare la spesa, va in farmacia o in un ufficio, i suoi interlocutori sono dotati di mascherine che coprono la zona labiale così da impedire ai non udenti di leggere il movimento delle labbra. Questo significa che i sordi non riescono a capire cosa gli viene detto e alzare la voce non serve, come invece si usa con taluni anziani che ci sentono poco.

 

Clarissa Bartolini davanti alla Questura di Perugia

 

Infatti, un sordo, con l’ausilio dell’apparecchio acustico, percepisce i rumori ma non riesce a comprendere le parole. Quindi la possibilità di leggere le labbra gli permette di essere informato sul mondo che lo circonda.
Clarissa, riscontrando questa difficoltà comune a tutti i non udenti, ne ha parlato con la dottoressa Lucia Magionami e, per cercare di risolvere il problema, è stata individuata l’associazione tarantina GIORGIOFOREVER che ha donato una fornitura di mascherine protettive nonché trasparenti nella zona labiale e quindi idonee per dialogare con persone sorde. Il funzionario della Polizia di Stato, Massimo Pici, ne ha riferito al Questore di Perugia, il dottor Antonio Sbordone, che con grande sensibilità ha fatto si che le pattuglie in servizio fossero dotate dell’apposita mascherina.
Clarissa Bartolini, accompagnata dall’interprete LIS Claudia Guarino, ha consegnato le speciali mascherine direttamente agli agenti della Polizia di Stato di Perugia durante un momento celebrativo e in anteprima nazionale, di cui il vostro inviato lacustre è stato diretto testimone. Per la prima volta in Italia e in particolare a Perugia, ci sono degli agenti che hanno la possibilità di comunicare in modo efficace con i sordi grazie alle speciali mascherine.

 

Claudia Guarino e Clarissa Bartolini

 

Clarissa Bartolini ha dichiarato: «La sordità è invisibile ai più, perché non si vede e la comunicazione costituisce un ostacolo reale. Questa donazione è estremamente importante per la sensibilizzazione delle persone e per far capire meglio i problemi di una persona sorda. Ringrazio il Questore di Perugia, il personale della P.S., Massimo Pici e Lucia Magionami per aver dimostrato la giusta e fattiva sensibilità. Invito altresì i nostri governanti, nei momenti di comunicazione mediatica, di farsi accompagnare da un interprete LIS, competente della lingua dei segni. Altrimenti noi sordi rimaniamo esclusi dalle informazioni istituzionali, specialmente in questo periodo di emergenza sanitaria e viviamo nell’incertezza».
L’uso degli speciali presidi di protezione da parte del personale in servizio di pattuglia della Questura di Perugia fa parte delle attività operative del Progetto ENEA-La Polizia per il cittadino, dedicato alle fasce vulnerabili in sinergia con enti e associazioni. Una prima iniziativa è stata dedicata agli anziani e la successiva è stata dedicata ai sordi, con l’utilizzazione delle mascherine da non udenti donate dall’associazione tarantina. Antonio Sbordone, Questore di Perugia, ha dichiarato: «Ritengo questo passo un tassello molto importante del progetto ENEA, l’impulso del fare messo in atto sotto forma di un vero e proprio network collaborativo che parte dalla percezione dei bisogni del cittadino».

 

 

Massimo Pici ha richiesto al Sindaco Andrea Romizi di fornire anche la Polizia Locale di mascherine trasparenti e di sensibilizzare l’AFAS, per le Farmacie Comunali, per reperire e rendere disponibili per tutti le speciali mascherine. Perugia si è dimostrata ancora una volta precorritrice di un’iniziativa rivolta all’inclusività e, nella certezza che sia d’esempio per altre realtà italiane, non dimentichiamo le fasce vulnerabili. Primi in Italia, gli agenti della Questura e dei Commissariati della Provincia di Perugia, potranno comunicare in maniera ancora più efficace con le persone sorde.
Auspichiamo un effetto domino ed emulativo da parte di tutti, dagli operatori del servizio pubblico, quali Ospedali, Farmacie e istituzioni in genere e continuando con i pubblici esercizi e attività private. Ormai viviamo in un nuovo mondo fatto da mascherine… speriamo che per magia, ma soprattutto per volontà e sensibilità, diventino trasparenti.

Intelligenza artificiale e radiologia sono gli ingredienti. Ricerca scientifica e spin-off della ricerca sono gli attori. Aiutare la società al tempo del Coronavirus, l’obiettivo.

C’è anche un pezzetto di eccellenza umbra nel metodo innovativo che diagnostica la polmonite da Covid-19. Annalisa Polidori, fisica perugina, è co-fondatrice di DeepTrace Technologies, società spin-off della Scuola Universitaria Superiore IUSS di Pavia che ha messo a punto un metodo per riconoscere la presenza della polmonite interstiziale causata dal Coronavirus sulla base di una normale radiografia digitale. Con lei, nel team, Matteo Interlenghi, il CEO Christian Salvatore, premio Forbes Under-30 nel 2017 per la categoria Science&HealthCare e la Professoressa Isabella Castiglioni, tra le 100 esperte europee in area STEM (www.100esperte.it).

Dottoressa Annalisa Polidori

Ciò è stato possibile attraverso la collaborazione con un gruppo di ricercatori dell’Università di Milano Bicocca, dell’Università Statale di Milano, del CNR, dell’IRCCS Policlinico San Donato e dell’Ospedale San Gerardo di Monza. «L’evolvere della pandemia ha accelerato le sinergie, i medici di due ospedali lombardi ci hanno chiesto di provare ad applicare le nostre tecnologie d’intelligenza artificiale sulle tante immagini che stavano raccogliendo dei pazienti con Coronavirus, per rendere più efficienti e accurate le loro valutazioni; così abbiamo provato a fare dei test. Quando abbiamo visto che c’erano risultati promettenti, ci siamo adoperati per creare qualcosa di utile in tempi brevi. C’è stato uno sforzo enorme da parte dei medici che hanno collaborato in questo progetto: prima di ogni algoritmo e tecnicismo, è stata determinante la caratura umana e professionale del personale ospedaliero» spiega Annalisa Polidori.

 

Vantaggi e precisione

Il software d’intelligenza artificiale – addestrato utilizzando 500 radiografie di pazienti della Lombardia – permette di migliorare la diagnosi del Coronavirus a partire da una semplice radiografia al torace. «Migliorare la diagnosi, in questo caso, significa fornire una diagnosi che sia in grado di differenziare tra pazienti con polmonite interstiziale causata da Covid-19 e pazienti con sintomi clinici da Coronavirus ma non affetti da polmonite interstiziale. Questo inquadramento risulta molto utile in una fase di emergenza come quella che abbiamo vissuto o quando è fondamentale valutare preventivamente se un paziente deve essere inquadrato come Covid o meno. Il sistema di intelligenza artificiale ha imparato a distinguere in maniera automatica pazienti affetti da polmonite Covid e pazienti senza polmonite, con una sensibilità e specificità elevata» prosegue Annalisa.

 

RX con presenza di Covid utilizzate per l’addestramento dell’algoritmo

 

I vantaggi di questo metodo – che verrà testato maggiormente in diverse strutture ospedaliere lombarde – sono la rapidità di risposta, il basso costo e la possibilità di essere effettuato al letto del paziente, anche al domicilio. Va però detto che ciò non sostituisce i test diagnostici biologici, perché permette d’individuare solo pazienti affetti da polmonite interstiziale, non tutti i pazienti affetti da Covid-19. «Vorrei sottolineare anche due altri aspetti. Innanzitutto, per individuare meglio la polmonite da Coronavirus stiamo mettendo a punto un metodo per la diagnosi di altri tipi di polmonite; l’altro aspetto interessante è che questo strumento potrebbe essere utilizzato anche in Paesi dove manca una certa expertise medica e dove gli ospedali sono meno presenti, soprattutto per la popolazione in aree rurali», puntualizza la dottoressa Polidori.

Non solo Covid-19

Ma non è tutto. Non solo Coronavirus per DeepTrace Technologies, che ha sviluppato molti altri progetti, tra i quali TRACE4AD per la diagnosi precoce della malattia di Alzheimer: «Si tratta di una piattaforma in continua evoluzione, gli use-case provengono dalle collaborazioni ospedaliere che vengono attivate su richiesta degli ospedali e per le quali c’è una casistica numericamente interessante per poter addestrare un algoritmo» conclude la co-fondatrice.

 


Per saperne di più: DeepTrace Technologies