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Andrea Sbarretti lo aveva anticipato a giugno 2023, nella storica sala cinematografica Mario Monicelli di Narni al termine dell’anteprima del docufilm Su queste Montagne. Tra i prossimi impegni, aveva quello di un sequel del suo quinto film Il Lento Inverno. «Piuttosto una denuncia, Norcia sei anni dopo – aveva precisato il regista del dopo terremoto raccontato nel film, la Norcia ancora incompleta nella ricostruzione».

Titolato Il terremoto di Norcia il nuovo lungometraggio sarà proiettato il 12 aprile 2024, alle ore 21.00, sempre al Monicelli di Narni. Occasione per ripercorrere la storia di un regista indipendente umbro. Della sua scelta stilistica di raccontare quei paesaggi che il cinema attuale, ormai, relega sempre più in pochissime inquadrature e di preferire protagonisti che nel film interpretano se stessi.

 

Castelluccio di Norcia. Photo courtesy Andrea Sbarretti

 

Al tempo della mia prima intervista ad Andrea Sbarretti del 2017 stavano andando forti i 33 capitoli di Io Rifletto un docufilm la cui prima puntata era stata girata a Civitella del lago, Guardea e Montecchio, 3 paesi poco conosciuti dell’Orvietano. «L’idea era proprio quella di raccontare piccole realtà dell’Umbria, attraverso la vita dei protagonisti». Il filo conduttore di quel documentario itinerante Sbarretti lo spiegò come una «maniacale presentazione della topografia dei luoghi. Perché i luoghi sono sempre i veri protagonisti e influenzano i comportamenti della popolazione». Molti altri borghi sono stati ripresi dal regista in quella serie, con storie di profondo legame col territorio.  

Nel frattempo il regista ternano aveva girato altri 4 film: Il muro del passato, La sella del vento, Don Pierino e Lontano da tutti.  La scelta del genere documentaristico gli garantisce una libertà assoluta nel creare emozioni attraverso momenti particolari, un tramonto, una nevicata, il silenzio delle montagne. Apparente semplicità di racconto della Valnerina umbra, location sempre al centro delle sue riprese. E attori che non sono i soliti volti del cinema che fanno sembrare i film tutti simili ma interpreti locali. «Suppongo che gli spettatori» spiega «si siano stufati di vedere sempre le solite commedie italiane o gli stessi film stereotipati americani. Credo che abbiano voglia anche di vedere attori nuovi, sguardi nuovi, espressioni diverse su volti che non siano sempre le stesse maschere».

Per il film Su queste montagne – premiato al XIX Terni Film Festival per la miglior produzione – le inquadrature lente, minuziose, girate spesso nella dorata controluce di fine serata disegnano un tempo scandito dalle attività quotidiane di lavoro, fuori dagli artifici della città: la cura degli animali, il pascolo, la raccolta delle olive, le riparazioni e anche la preghiera, quando ai pochi abitanti di Castellonalto e Colleolivo si aggiunge l’eremita Pietro che abita, su, ai mille metri. Unici rumori i motori lenti dei trattori, sembra aspettare una soluzione. Ma nulla accade se non l’esercizio ripetuto che tempra, lo sguardo acuto sul sacrificio che mantiene ancora integro un mondo. Per questo sono maestri Dante e Pietro. I due protagonisti che interpretano se stessi. Uno consolidato dal vissuto, l’altro per vocazione.

Un fine esistenzialismo tra essere e tempo che Sbarretti evoca tramite la voce della natura, di quel mondo nido dell’uomo, dell’aquila che vi vola bassa  senza intervenire, come è suo stile di solitario osservatore e medium del messaggio. Assenza di copioni strutturati e di sceneggiatura, di una trama vera e propria, dialoghi liberi che assumono in modo quasi impensabile il senso di un oracolo; una timeline di produzione senza rigore di scadenza. Iniziato a girare nell’agosto del 2021, Sbarretti lascia parlare, a oggi, voci cristalline che seguono previsioni naturali e ci rendono la bellezza, la coerenza e perseveranza del soggetto e oggetto delle riprese di una cinematografia indipendente. 

 

Castelluccio di Norcia, la Piana. Photo courtesy Alessandro Moscetti

 

Allen Ginsberg diceva “considero l’immagine, non il completamento della parola, ma la parola stessa che realizza lo sguardo” . «Ecco, mi sono avvicinato alla regia perché attratto dalle immagini, dalle prospettive, dalla luce» aggiunge Sbarretti.

I primi di ottobre 2017 Andrea Sbarretti mi presenta un trailer girato a Castelluccio di Norcia, messo in ginocchio dal terremoto del 2016. Ci si arriva a fatica, le strade sono compromesse. Dal 15 ottobre sarà sul luogo, con la sua Sony HD e Sennheiser MKH 70, a raccontare le zone terremotate attraverso lo sguardo dei loro abitanti e della loro gran voglia di ricominciare. Di una famiglia di allevatori di lumache. Poi sarà inverno. Il Lento Inverno. Il 18 ottobre aveva già premontato le prime due scene con gli attori vestiti da ottobre a un picnic sui campi di Castelluccio, il plaid, il cibo, l’auto, la casa. La casa lasciata. Il tempo che se fosse stato possibile, lo avrebbero fermato al 29 ottobre 2016 prima del sisma che scarica ancora il paese di Castelluccio e Norcia stessa.

Ad anticipare il suo inverno, esce La botta grossa un road movie girato tra Umbria e Marche del dopo terremoto di Sandro Baldoni con il sostegno di Lombardia Film Commission, distribuito nelle sale da Luce Cinecittà e presentato con un’anteprima evento da Nanni Moretti al Nuovo Sacher di Roma a novembre 2017. Un successo per un film d’inchiesta, Baldoni da questo punto di vista realizza una magia, ma la distribuzione resta ugualmente limitata. La domanda sorge spontanea anche per il Cinema indipendente, praticamente impossibile farlo vedere a un pubblico consistente. Arte cinematografica, di spessore che resta nell’ombra; ci si sarebbe potuto aspettare intanto una maggiore attenzione a queste produzioni che sperano e sollecitano la ricostruzione dei propri territori?

 

Castelluccio di Norcia, la Piana. Photo courtesy Alessandro Moscetti

 

Chiedo ad Andrea di raccontarmi Il lento inverno. «È un film ambientato a Norcia, dopo il terremoto. Un film molto riflessivo, non triste e non indugia sulle disgrazie e sul dolore degli abitanti. Racconta la vita di una famiglia che alleva lumache, Maurizio e sua moglie. Il loro figlio Pier decide di abbandonare Norcia in cerca di un lavoro fisso. Il cognato di Maurizio, Benedetto, si innamora di una ragazza più giovane di lui, come a voler esorcizzare l’incognita del futuro. Sono cresciuto in Valnerina, lungo il Fiume Nera che ha scandito i tempi della mia adolescenza. Sono molto legato a questi luoghi. Durante le riprese del film Lontano da tutti, già meditavo di ambientare il futuro film nell’alta Valnerina, nelle zone comprese tra Borgo Cerreto, Cerreto di Spoleto, Preci e Norcia. In questi territori, le montagne travestono di luce ogni cosa e regalano sensazioni uniche. Io volevo riportare in un film queste sensazioni. Il terremoto ancora non c’era stato e dopo il sisma ho messo fortemente in dubbio il progetto, perché temevo di strumentalizzare la disgrazia. Poi un bel giorno, tornando a Castelluccio di Norcia, le emozioni sono state talmente forti che mi sono deciso a girare il film, modificando un po’ la sceneggiatura originaria, per adeguarla ai nuovi fatti. Un film vero e proprio, con i movimenti di macchina, con gli attori stavolta che recitano una parte e con tutte le invenzioni, la fantasia e le emozioni che può trasmettere l’arte della cinematografia».

Il 20 novembre Il lento inverno è a 17 minuti pronti e il 20 dicembre il film è montato per metà. Quasi pronto per partecipare ai festival ed essere proiettato in sala. Accade al Mario Monicelli di Narni, nel maggio del 2019 dopo una serata di presentazione al Politeama Cityplex di Terni, dove il film, con la presenza del regista e i protagonisti Paolo Dimarco Brunelli (Benedetto nel film) e Pierluigi Bernardini, «fa più spettatori che il film Stanlio e Ollio (distribuito in quell’anno)» – dice il regista Andrea Sbarretti. Pubblico che conferma il valore del film sul dramma girato a Norcia, e il cui incasso andrà agli abitanti di Norcia, in un dopo terremoto tutto da superare.

Uno dei trenta siti più belli d’Europa secondo il New York Times

Viene voglia di fuggire dai luoghi devastati dal Terremoto  in cui la vita si è arrestata nel bozzolo dell’inverno e la primavera e la rinascita stentano ad arrivare. Un lungo tempo di letargo come un’apnea: Il tempo? Se fosse stato possibile Giacomo lo avrebbe fermato il 29 ottobre 2016. Il lungo Inverno. 

 

Ora il nuovo film. Il terremoto di Norcia. E dopo una ricostruzione che stenta a concludersi, il tempo, forse, si è fermato davvero su quelle macerie. Norcia chi resta e lotta.

 

[…]

Il ventre della terra trema.

Quel luogo si sbriciola,
custodisce rovine,
e un germoglio d’amore.

Dio, quanto sei bella.

 

poesia A.M

Immaginiamo, qualche secolo fa, un pastore con le sue pecore e i suoi cani che porta i propri ovini a brucare in qualche pascolo lontano dalla propria casa: è il fenomeno della transumanza, le cui radici affondano nel III secolo a.C.

In Italia, la transumanza è stata sempre effettuata con regolarità, anche se in tempi recenti non è poi ancora così diffusa, per motivi legati a tecnologie e modalità di allevamento animale innovative: in alcuni casi viene fatta con camion e autotreni su cui vengono trasportati gli animali. La transumanza mediterranea – differente è quella alpina legata all’alpeggio in estate e alla custodia in stalle in inverno – è il trasferimento delle mandrie e delle greggi, in estate, verso i pascoli in quota e in inverno verso quelli a valle e in pianura, con spostamenti tra territori anche molto distanti tra di loro.

 

 

Lo spostamento degli animali, attraverso i tratturi – le vie della transumanza – è una ricorrenza antica utile ad avere condizioni climatiche favorevoli e sempre buoni pascoli; i pastori vi portavano le loro greggi, venendo accompagnati dai loro fedeli e operosi cani, che rappresentavano un imprescindibile aiuto per la gestione e la difesa delle pecore. Talvolta gli spostamenti stagionali riguardavano anche i cavalli, come per quelli bradi di Castelluccio di Norcia.
Questa usanza è stata praticata, fin dai tempi antichi, nelle regioni dell’appennino centro-meridionale, soprattutto nella parte meridionale di Umbria e Marche, nella maremma tosco-laziale, nell’alto Lazio, in Puglia, Lucania, Campania, Abruzzo e Molise. Tale tecnica pastorale ha innescato importanti e indissolubili conseguenze con scambi sociali, culturali e gastronomici.
Da questo punto di vista i pastori, nei loro percorsi di transumanza, transitavano perlopiù distanti dai luoghi antropizzati e dovevano cibarsi dove si trovavano e con quello che avevano a disposizione. Infatti si portavano dietro alimenti che rimanessero inalterati nonostante il clima e i lunghi tragitti, al fine di conservare le loro caratteristiche alimentari. Carni secche, formaggi, fiaschetta di vino e gallette venivano portati al seguito mentre scambiavano, con i contadini che incontravano, formaggi freschi e ricotta con uova, pane, farina, vino oppure con sale, pepe, tabacco e fiammiferi. Lo scambio di culture, di prodotti, di usi e costumi, fin da allora nasceva spontaneo tra popolazioni diverse.
Una fonte d’acqua era una sosta obbligata per far bere le greggi e qui i pastori s’incontravano tra di loro o con le genti locali che commerciavano o che esercitavano il baratto. In questi luoghi, costantemente frequentati, potevano nascere, sasso dopo sasso, o un ricovero o un luogo di culto e in seguito un agglomerato abitato.

I piatti della tradizione

Tra gli alimenti che un pastore transumante dell’appennino dell’areale prossimo al confine umbro-laziale-marchigiano-abruzzese e destinato con le sue greggi ai pascoli attorno a Roma poteva portare con sé, come scorta personale di derrate alimentari, erano farina o pasta essiccata, pecorino, guanciale, uova e dopo la scoperta dell’America, il pomodoro.
Da questi pochi elementi nascono dei piatti definiti storici e di culto che hanno origine dalla cucina tipica antica, conosciuti a tutte le latitudini del globo terrestre e che la città di Roma ha fatto si che siano divenuti tra i protagonisti della propria tipicità: Roma li ha fatti conoscere ai viaggiatori di tutto il mondo associandoli, come è corretto, a un binomio indissolubile costituito dalla bellezza della Città Eterna e dalla bontà degli antichi piatti.
Quindi la pasta cacio e pepe, la gricia, la carbonara e l’amatriciana sono piatti considerati tra i più autorevoli e apprezzati ambasciatori di romanità che ovunque non vengono tradotti nella lingua locale ma sono, a prescindere, riconosciuti e desiderati, riuscendo così ad abbattere qualsiasi tipo di barriera e mettere d’accordo tutti quelli che li hanno potuti apprezzare o solamente agognare di assaggiarli. Ma in tutto questo, i pastori transumanti dell’appennino e delle campagne dell’Italia centrale, sono stati i veri e inconsapevoli protagonisti per aver ispirato tali ricette nate da ingredienti, per loro necessari e che hanno donato un’unicità culinaria e tipicità che Roma ha avuto il pregio e la forza di diffondere ai palati di tutto il mondo.

 

Carbonara

 

Possiamo dire che la pasta alla gricia è la capostipite storica dei condimenti delle altre paste; schematicamente, mettendo in risalto gli ingredienti che compongono il piatto, potremmo così riassumere:

  • pasta, guanciale, pecorino e pepe = Pasta alla Gricia;
  • meno guanciale = Pasta Cacio e Pepe;
  • più uovo = Pasta alla Carbonara;
  • più pomodoro = Pasta all’Amatriciana.

Tutti e quattro i piatti sono composti da ingredienti molto semplici, ma la loro preparazione è talmente delicata e meticolosa nei vari passaggi culinari che richiede molta attenzione.
Ciascuno di questi quattro piatti ci aiuterà a fare un viaggio del gusto a ritroso nel tempo e con la mente potremmo immaginare di diventare un po’ pastori come quelli che preparavano e assaporavano la loro pasta in un’antica ricetta mentre, con le loro greggi, erano destinati ad arrivare a Roma e a portare le loro preziose testimonianze culinarie che sarebbero state destinate a divenire immortali come e insieme alla beltà della Città Eterna.
Non solo Roma ma visitare l’appennino umbro e laziale, n0ursino e amatriciano potrebbe essere un’occasione per scoprire nuove mete e territori e conoscere le comunità locali con le loro tradizioni secolari. Sicuramente, durante le nostre passeggiate sui sentieri tra un borgo e l’altro, incontreremo qualcuno che ci intratterrà piacevolmente con racconti e aneddoti sulla transumanza e magari essere accompagnati nella conversazione da un gustoso piatto di pasta preparato con una ricetta antica e un bicchiere di buon vino.
Rimanete sintonizzati su queste pagine, prossimamente vi racconteremo la preparazione originale delle quattro antiche ricette e allora si che ne scopriremo delle belle… vi avviso che saranno banditi aglio, olio, peperoncino, cipolla e ovviamente la panna, altrimenti non parleremo delle antiche e originali ricette ma delle loro, seppur apprezzate, fantasiose e irriverenti varianti. Evviva i pastori! Evviva la tradizione pastorale appenninica e italiana!