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Nella straordinaria scenografia naturale del vecchio molo alla Darsena di Passignano sul Trasimeno domenica 13 settembre Coralium, il Coro Lirico dell’Umbria, ha realizzato open air un evento mai proposto neppure dai grandi teatri: ha allestito e portato in scena al calar del sole di una giornata di grecale nientemeno che Il Tabarro, una delle tre opere del Trittico Pucciniano del 1918.

Tra il respiro impetuoso del vento che agitava la superficie delle acque e lo sfilare silenzioso dei battelli illuminati che rientravano in darsena, è andata in scena una delle opere più passionali del grande Maestro.

Grazie alla sensibilità del Comune di Passignano e al solido sostegno del Club Velico locale, il Trasimeno è stato sacro testimone e proscenio di una grande suggestione. La più completa delle arti, l’Opera Lirica, con la musica e il canto ha compiuto ancora una volta il prodigio di rendere vera per un pubblico attento e partecipe una vicenda d’amore di sangue e di poesia.

 

 

Michele, impersonato dal famoso baritono Andrea Sari, Giorgetta dalla preziosa voce del soprano Paola Stafficci, Luigi dalla voce drammatica e potente del tenore Claudio Rocchi, la Frugola con la forte caratterizzazione di Rosalba Petranizzi: sono stati protagonisti di una vicenda complessa e lacerante piena di sentimenti forti e situazioni psicologicamente intriganti. Un’ambientazione sociale ricca di spunti di modernità, che riguarda personaggi riconoscibili tra le file della gente comune, già in qualche modo definibile come sottoproletariato urbano, in un’atmosfera tra il noir e l’intrigo.

Grandi le emozioni assicurate dalla regia di Stefano Rinaldi Miliani, che giocava sulla liason dell’elemento acqua tra il Trasimeno e la Senna, dove si svolge la vicenda, qui riportata ai nostri anni ’50, dove le midinettes, le allegre sartine della Parigi inizio ‘900, diventano le merlettaie del lago, appassionate di intrecci e di canzoni d’amore.

Il Coro Lirico era diretto dal deciso gesto di Sergio Briziarelli e l’intensità musicale della partitura era affidata al raffinato tocco del pianista Ettore Chiurulla.  Il Coro Lirico dell’Umbria con questo nuovo appuntamento dà seguito e senso al Progetto Opera Trasimeno iniziato già dal 2016, che vorrebbe eleggere il Trasimeno a lago pucciniano: legittimamente, dal momento che il grande compositore amava assai frequentare le sue sponde in compagnia del suo ospite Riccardo Schnabl.

Un progetto ambizioso e avvincente che tutti gli artisti del coro contribuiscono a far crescere anche con le rispettive competenze, come quella di sarta teatrale del soprano Noemi Marroni creatrice del paradigmatico Tabarro, il grande mantello a ruota di Michele da cui l’opera prende il nome. Il successo decretato dalla presenza di un folto pubblico – sia pur disciplinato e distanziato – entusiasta della novità dell’evento ma soprattutto felice di assistere in un simile luogo a questa opera poco rappresentata, ha rafforzato i propositi del sindaco Sandro Pasquali, dell’assessore Christian Gatti e di tutta l’amministrazione comunale, di continuare insieme a Coralium con il Progetto Opera Trasimeno per dare appuntamento a cittadini e turisti nella bella stagione a un’altra opera nei meravigliosi scenari del nostro lago.

Un viaggio lungo 7.000 km, 2 anni e mezzo e 354 tappe: i ragazzi di Va’ Sentiero riprendono il loro percorso attraverso il sentiero più lungo del mondo, il Sentiero Italia. Prima tappa: Visso-Norcia.

Definito dalla CNN «Il più grande tra i grandi cammini», il Sentiero Italia è l’alta via che percorre le catene montuose dello Stivale, collegando tutte le regioni (comprese quelle insulari) e oltre 350 borghi montani. Un percorso, lungo otto volte il Cammino di Santiago, è stato realizzato circa una trentina di anni fa dall’Associazione omonima e dal Club Alpino Italiano, ma è stato, col passare del tempo, pressoché dimenticato. Fino al 2018, quando il CAI ne annuncia il progetto di restauro, attraverso non solo interventi di ripristino del tracciato e della segnaletica, ma anche tramite una serrata campagna di promozione.

 

Il percorso, courtesy of www.vasentiero.org

Il progetto Va’ Sentiero

È proprio nel tratto centrale di questo percorso che sfiora i 7.000 km che incontriamo i ragazzi di Va’ Sentiero, la spedizione che, nel maggio 2019, è partita da Muggia (TS) per attraversare prima tutto l’arco alpino e poi discendere verso le estremità dello stivale, in nome dell’amore per la montagna e del turismo lento, nonché della volontà di rispettare le peculiarità locali e di contribuire al sostegno del tessuto socio-economico di aree interne in via di spopolamento. Il progetto, nato dalle menti dei fondatori Yuri Basilicò, Giacomo Riccobono e Sara Furlanetto, è basato su due principali sfumature del termine condivisione, quella digitale – attraverso il racconto in tempo reale sui social (Facebook, Instagram) e di media partner di primo livello (Touring Club Italiano, Radio Francigena, Gazzetta dello Sport) – e quella fisica. Chi vuole, infatti, può aggregarsi per una o più tappe, così da creare spazi di condivisione per idee, progetti e storie di vita, nonché per camminare qualche ora in compagnia circondati dalla bellezza autentica dei paesaggi italiani.

 

I ragazzi di Va’ Sentiero sulla cima del monte Patino (Norcia)

Il collante dei luoghi spezzati

In apertura del secondo anno di progetto – sebbene slittato di qualche mese a causa del Covid-19 – si sono poste tappe a cavallo tra Marche, Umbria, Abruzzo e Lazio, in zone che recano ancora gli evidenti segni di un terremoto devastante e dove la presenza umana sembra sia stata quasi sopraffatta dalla natura. Norcia, Castelluccio di Norcia, Arquata del Tronto, Accumoli, Colle d’Accumoli e Campotosto sono luoghi in cui l’unica forma di turismo possibile è ormai quello lento, che permette di stare a contatto con la natura, di mangiare buon cibo e di fare esperienza di rapporti umani più genuini.

E allora il passaggio dei ragazzi di Va’ SentieroYuri Basilicò, guida del team sul sentiero e coordinatore del progetto; Sara Furlanetto, fotografa e responsabile della comunicazione; Giacomo Riccobono, ufficiale logistico; Andrea Buonpane,  videomaker; Francesco Sabatini, cambusiere e responsabile della ricerca culturale; Martina Stanga, social media manager, Giovanni Tieppo, driver del furgone – assume qui un valore ancora maggiore, tanto da coinvolgere anche sezioni locali del CAI e associazioni come Trekkify (Perugia), Arquata Potest e Monte Vector (Arquata del Tronto, AP), Il Cammino delle Terre Mutate (Roma) e Discover Sibillini (Macerata).

 

Parco Nazionale Monti Sibillini, foto di Sara Furlanetto

Una sfida su più fronti

Si tratta senza ombra di dubbio di un’enorme sfida. Non solo fisica – i ragazzi hanno già affrontato forti nevicate, uragani, pioggia, zecche, tendiniti, infiammazioni e vesciche – ma anche personale, data dalla difficoltà del percorso e dal fatto di trovarsi sotto i riflettori, tutti insieme, per almeno sette mesi all’anno. Di grande aiuto, in questo senso, sono l’accoglienza data dalle comunità locali e il sostegno della community di oltre 40.000 followers, nonché quello della campagna di crowdfunding e degli sponsor (Montura, Ferrino, Oxeego, Lenovo, Motorola, Fondazione Cariplo, F. Carispezia, Wonderful Outdoor Week, F. di Venezia, F. Agostino De Mari, F. CariLucca, F. dei Monti Uniti di Foggia ed EOM Italia).

Ma c’è anche un’altra sfida, forse la più grande: far conoscere un percorso unico al mondo, capace di unire l’Italia nonostante le sue differenze, godibile attraverso un punto di vista privilegiato, quello della montagna. «Il nostro sogno è che il progetto sia il seme per una svolta nell’approccio dei giovani alla montagna. Siamo consapevoli si tratti di un percorso impegnativo: la montagna stessa è una strada in salita. Ma Walter Bonatti, cui dedichiamo il progetto, disse che “chi più in alto sale, più lontano vede”. E noi proprio là puntiamo, in alto!» dichiara Sara Furlanetto, co-founder di Va’ Sentiero.

E noi, vedendo quanto coinvolgimento, quanta speranza e quanto senso comunitario ha scatenato tale impresa, non possiamo che essere d’accordo con lei.

Tra i mestieri tradizionali della Bevagna medievale, il più caratteristico è legato alla lavorazione della canapa, per la fabbricazione di tele e cordami.

Nel suo Saggio georgico sulla proprietà dell’acque del torrente Lattone e commercio delle tele in Bevagna del 1782, Alessandro Aleandri scrive: «Fra tutte per altro le arti, che quivi a perfezione son giunte, verun’ altra avvenne, che possa in elevazione contendere coll’arte di tessere e imbiancare d’ogni specie le Tele. Buona parte del territorio di Bevagna è attivissimo alla produzione e cresciuta della Canape, di cui si raccoglie quantità considerabile. Raccolta in Bevagna la Canape v’è tutto il modo di macerarla in alcuni Fossi a ciò destinati, chiamati perciò Maceratori, cinquecento passi in circa lungi dall’abitato. Compiuta la macerazione, ed incigliata dai Contadini la Canape, passa alle Botteghe dei Canapari, delle quali se ne contano nell’abitato in gran numero, vivendo perciò la maggior parte della Plebe coll’esercizio di quest’arte. Ridotta all’opportuno lavoro viene poi consegnata alle Filatrici, dalle Filatrici passa all’Orditrici, e Tessitrici, dalle quali si lavorano le Tele di diversa qualità, giusta il desiderio di chi ne fa l’ordinazione. In Bevagna si conta un numero infinito di Telari, sicché ascendono a migliaia le Tele che in ciascun mese si lavorano. La tela si divide in quattro pezze, e ciascuna pezza in ventisette braccia, o sia in nove Canne Romane. Lavorate le tele resterebbe di imbiancarle e dovrebbesi mandarle altrove, se non vi fosse anche qui la maniera d’eseguirlo non solo però evvi tal comodo; ma egli è tale che non evvi luogo in tutta l’Europa, ove le tele naturalmente riducansi a più perfetto biancheggio, quanto da noi e il cui perfetto biancheggio proviene soltanto dalle acque del nostro Lattone. Questo torrente denominato Lattone rimane lungi circa due miglia da Bevagna, sotto un Castello denominato la Torre del Colle. Sebbene dagli Abitanti della Torre non si usi alcuna particolarità né segreto per biancheggiare, con tutto ciò è infallibile che l’acque del detto Lattone bianchiscono più di tutte l’altre acque, benché non si usi né calce, né sapone, né si raddoppino tanti bucati, quanti se ne usano in altri luoghi di biancheggio. Giunte finalmente al grado del desiderato biancheggio, le genti della Torre del Colle le stendono in vari prati, presi in affitto per asciugarle. Indi a perfezione purgate le riportano a’ rispettivi mercadanti in Bevagna, incontrandosi di continuo per la strada che conduce colà Uomini e Donne, Giovanotti e fanciulle, di fresca, di adulta, di virile e ancor di vecchia etade portar sopra la testa chi tre, chi quattro e chi per fine sei di quelle Tele. Fra le tele dunque, che si mandano a curare al Lattone vi sono le Cortinelle, che si fabbricano in tutta la Germania; la loro tirata è di circa canne 20 Romane, e si paga per curarle baj.25 la pezza. Le tele di Cento fabbricate in Baviera di tirata canne 25, e pagansi per curarle baj.30 la pezza. Le tele Navine fabbricate similmente in Baviera simili nella tirata e nel prezzo alle tele di Cento. Le tele di Bevagna di tirata canne 9, si paga per biancheggio baj.10. Vengono finalmente anche le tele di Bologna e d’altre parti, il cui biancheggio si paga più o meno secondo la loro maggiore o minor tirata ed altezza».
Aleandri così conclude il saggio: «Finché sussisterà quest’arte, non mancherà popolazione, girerà il denaro e fiorirà in Bevagna la ricchezza e l’abbondanza; ma trascurandosi si vedrà il popolo in povertà e decadenza. Si dovrebbe quindi custodire la medesima con somma gelosia e usare ogni mezzo possibile per mantenerla e accrescerla, senza frapporvi il menomo ostacolo, anche in riflesso di qualunque pubblica gravezza, potendosi in caso di bisogno aumentare gli aggravi personali, non mai però il traffico o delle canape o delle Tele, unico mezzo che ci resta in oggi per sperare la sussistenza ed aumento del Popolo di Bevagna».

 

Telaio in lavorazione

Un’antica tradizione

Da un documento di proprietà dei Conti Spetia risulta che, ancora nel XIX secolo, gran parte della popolazione vive dell’esercizio di questa arte: 2404 sono le filatrici che, dalle frazioni e dai comuni limitrofi, vengono quotidianamente a Bevagna per prendere e riportare i filati; 36 sono le botteghe per la raffinazione della canapa: 376 le donne del capoluogo impegnate nella tessitura e 381 le persone impiegate nel biancheggio delle famose Tele di Bevagna e di quelle straniere. Sembra che anche Caterina De’ Medici, andando in sposa ad Enrico II, re di Francia, porti nel suo corredo finissime camicie di canapa, tessute e confezionate a Bevagna.
In realtà, verso il Mille, la coltivazione della canapa è diffusissima su tutto il territorio pianeggiante e ricco di acque e pertanto adatto, per la sua configurazione, a questo tipo di coltura da cui contadini e artigiani traggono il loro sostentamento, contribuendo alla notorietà del borgo con la produzione di tele pregiate e cordami resistentissimi. Lo stesso Statuto documenta l’importanza che a Bevagna aveva la coltivazione della canapa e la tessitura. Nel libro terzo si vieta l’importazione della canapa di Foligno a Bevagna e nel suo distretto; è fatto obbligo al Podestà di inviare il proprio notaio ogni martedì, giorno di mercato, a controllare il Forum Canipae perché non si contravvenisse alla norma. La pena per coloro che erano stati trovati colpevoli era stabilita in decem solidis pro manna qualibet, cioè per ciascuna matassa. Veniva stabilita l’ubicazione del mercato della canapa: da porta Giuntula fino a Porta S. Vincenzo, e in nessun altro luogo e anche in questo caso il notaio del Podestà doveva esercitare un severo controllo. Si stabiliva anche che nessuno potesse passare attraverso i campi coltivati a canapa, cioè le canapine, per andare a lavare i panni ed era compito del Notaio ai Danni Dati controllare e indagare su coloro che non avessero rispettato la norma. Infine lo Statuto considerava lecito per chiunque macerare la canapa, il canapone e il lino in qualsiasi maceratoio di Bevagna e del suo distretto con il consenso degli eventuali proprietari. Il capitolo 178 definisce il salario delle tessitrici dei panni canapati in base ai nodi con precisione estrema: il compenso va da tre soldi per sei nodi e a otto soldi per quindici nodi.  Textrices, seu texentes panni canapatii accipiant pro stesa panni facti in sex legaminibus tres solidos: et pro stesa panni facti a sex usque in decem legaminibus quinque solidos, et pro stesa panni facti in undecima, et in duodecim legaminus sex solidos, et pro stesa panni facti in quatordecim legaminibus septem solidos et sex denarios, et pro stesa panni facti in quindecim legaminibus octo solidos denariorum.

 

Mercato delle Gaite

La lavorazione durante le Gaite

Per rispetto di questa antica tradizione della Bevagna medievale, nell’ambito della manifestazione del Mercato delle Gaite, una delle quattro, la Gaita Santa Maria, si è impegnata fin dall’inizio a far rivivere nei gesti e nei suoni i diversi momenti della lavorazione della canapa, ripercorrendone con fedeltà i complessi passaggi, secondo le antiche tecniche. Nel 1993 la Gaita ha pensato di arricchire il suo angolo originario dando vita alla ars guarnellariorum o arte dei cascami pesanti che lega insieme, in una stessa corporazione, gli artigiani che tessono la canapa e la lana, nonché i cordari. In un accogliente e suggestivo angolo verde i visitatori hanno modo di seguire contemporaneamente le fasi della scavezzatura e quelle della scardezzatura dei due cascami pesanti. In un angolo, Osvaldo il pastore tosa con mani esperte una grossa pecora belante, da cui ricava la lana che alcuni giovani donne lavano ripetutamente alla fonte d’acqua corrente. Mentre Cinzia e Manuela sono impegnate in questo lavoro, Maria e Gina stendono al sole la lana lavata, disponendola su camorcanne. Quella già imbiancata viene invece scardazzata a mano da Marisa e Peppinella, che la allargano in fiocchi, con gesti veloci, dopo averla unta con olio di oliva. Al centro del giardino si susseguono le fasi della stigliatura: le mannelle di canapa che stanno a essiccare al sole, vengono prese e sottoposte ai colpi ripetuti e ritmati del bastone e della maciulla, con cui Cesare e Angelo spezzano gli steli in frammenti, facilmente separabili dalla filaccia. La fibra, che ne risulta, viene passata poi al pettine; Tarsavio e Silvio, con gesti lenti ma costanti, allungano e tirano ripetutamente le fibre di canapa e lana sopra i due grossi pettini, legati stabilmente ad un tavolaccio, così da eliminare la parte più grossolana della filaccia e del fiocco e disporre le fibre in un’unica direzione, preparandole per la filatura. Ogni tanto una ragazza, Simona, preleva i fiocchi di lana e canapa, appena pettinati, per riportarli alle filatrici. Dina, Letizia e Maria su pesanti banchetti incappucciano le rocche, fatte da loro con grosse canne, con u batuffolo di fibra di canapa e lana. Le tengono strette sotto l’ascella, oppure infilate nella cintura delle lunghe sottane, così da avere entrambe le mani libere per tirare e torcere il filo che si avvolge attorno al fuso. Giacomina e Giustina fanno ruotare i naspi con sorprendente rapidità e lasciano poi cadere nel cesto, ai loro piedi, le matasse appena allacciate. Caroletta gira lentamente il filarino e il rocchetto si riempie di filo, Ope ed Elia, girano le piccole ruote che avvolgono il filo della matassa intorno ai rocchetti. Su antichi telai, con gesti precisi e ritmo cadenzato, Angela ed Elide lanciano la spoletta sopra e sotto, a destra e a sinistra, tra i fili tesi dell’ordito. La trama cresce, si allunga e la tela splende bianca e resistente. Donne in abiti succinti e coloratissimi si danno un gran daffare intorno ad alcune vasche di pietra. Stanno tingendo. Michela, Anna, Laura, Ilena, Assunta, Francesca e Pia, tingono le matasse di lana e i teli di canapa, utilizzando le tradizionali le tradizionali sostanze vegetali: il nero ottenuto dalla daphne gnidium, il giallo dalle foglie di ontano o dallo scotano, il turchino dal guado, il marrone dalla galla, il rosso dalla rubia tinctoria. Un giovane scalzo pesta le tele tessute al telaio in un grosso catino di terracotta, pieno di un liquido composto di acqua, sapone, sabbia, calce e orina, che ha il potere di conferire al panno grezzo una particolare lucentezza e resistenza.
Lungo il muro che delimita per tutta la sua lunghezza il vicoletto, rivive con fedeltà l’antica arte dei cordai: Gigi gira con pazienza e solerzia la ruota dell’antica tornetta, rallentando o accelerando, secondo le richieste degli esperti cordai, Olivo e Attadio, che per lunghi anni hanno fabbricato corde per una infinità di usi, torcendo con gesti rapidi ed esperti la fibra di canapa. Il passato, come d’incanto, si è fatto presente.

 

Mestieri delle Gaite

La canapa, una fibra versatile

Ne La Divina Villa del perugino Corniolo della Corna, che scrive nella prima metà del Quattrocento, la canapa viene al primo posto nella fabbricazione di funi, corde, reti e sartiami. Piero de Crescenzi parla dell’impiego della canapa per fare panni, camicie, lenzuola. Sempre nel Quattrocento, due grandi trattati di gastronomia e dietetica, come il Libro de arte coquinaria di Maestro Martino da Como e il De honesta vuluptade et valetitudine di Bartolomeo Platina, parlano ampiamente della canapa. Dall’antichità fino all’inizio del XIX secolo il 90% delle vele delle navi era in canapa. Fino agli anni venti del Novecento circa l’80% dei prodotti tessili e delle stoffe per vestiti, tappeti, tende, coperte, asciugamani ecc., era in fibre di canapa, considerati più caldi del cotone e tre volte più resistenti a strappi e conservabili più a lungo. Quasi fino alla fine del XIX secolo, una percentuale stimata tra il 75% e il 90% della carta fabbricata nel mondo era prodotta con fibre di canapa: oltre alla Bibbia di Gutenberg risalente al 1455, anche le opere di M. Twain, V. Hugo, A. Dumas furono stampate su carta di canapa, come la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti. Essendo una fibra forte e lucida in grado di resistere al calore, alla muffa, agli insetti e non venendo danneggiata dalla luce, pitture a olio dipinte su tele di canapa si sono conservate in buone condizioni attraverso i secoli: i quadri di Rembrandt, di Van Gogh e di altri famosi artisti erano dipinte su tessuti di canapa. Per almeno 3000 anni gli estratti di canapa (cime, foglie, radici) hanno costituito i farmaci più diffusi per il trattamento della maggior parte di malattie. Si trovano citati per la prima volta per il trattamento di disordini femminili, gotta, reumatismo, malaria, stipsi e debolezza mentale in un testo di medicina cinese del III millennio a.C. Senza dimenticare l’utilizzo per la produzione di prodotti cosmetici; per la produzione di tavole molto robuste per l’edilizia e la falegnameria; per la produzione di mattoni in cemento impastato con legno di canapa.

 


Bibliografia

Opere scelte di Alessandro Aleandri, a cura di T. Sediari e C. Vinti, Fabrizio Fabbri Editore, 1999
Un viaggio attraverso i secoli: Il mercato delle Gaite, a cura della Gaita Santa Maria, Tipolitografia Recchioni,1994
La canapa in Italia dal Medioevo al Novecento, a cura di C. Poni e S. Fronzoni, Clueb, 2005

Un evento di rete che si colloca in maniera convinta e importante all’interno del panorama culturale non solo regionale, ma anche nazionale, vista la caratura degli ospiti presenti.

Il Festival delle Corrispondenze – giunto alla sua nona edizione – possiamo definirlo un festival in evoluzione e in costante crescita. Anno dopo anno ha aggiunto un tassello importante e si è costruito una veste unica, miscelando in maniera inedita dibattiti sull’attualità, analisi storico-sociologica e letteratura, attraverso lettere e corrispondenze. Oltre 20 appuntamenti in 4 giornidal 3 al 6 settembre a Monte del Lago nel Comune di Magione – tutti a ingresso gratuito: tra reading, seminari, tavole rotonde, presentazioni di libri, serate teatrali, lezioni, approfondimenti ed eventi dedicati ai bambini, racconta uno spaccato storico e culturale attraverso le suggestioni della comunicazione epistolare. «Un evento per tutti i palati e tutte le sensibilità», così ama definirlo Vanni Ruggeri, Assessore alla Cultura del Comune di Magione, che promuove il Festival con il sostegno del GAL Trasimeno-Orvietano.

 

Lo staff del Festival con Piergiorgio Odifreddi, l’ospite d’onore dello scorso anno

 

«Nonostante l’emergenza sanitaria, non sarà un’edizione ridotta: il format salotto letterario ben si adatta alla situazione che dobbiamo affrontare e verranno prese tutte le precauzioni del caso. Le location – Piazzetta Sant’Andrea e Villa Aganoor – ci consentono di svolgere tutto in sicurezza e al meglio; inoltre l’intero programma verrà trasmesso in streaming sulle piattaforme social del Festival. L’unico aspetto di cui abbiamo dovuto far a meno è stato quello conviviale, gestito negli anni passati dalla Proloco di Monte del Lago che ci ha comunque fornito un ottimo supporto nell’organizzazione» illustra l’Assessore.

Arte, crisi e anniversari

Sarà un’edizione che non rinuncia a confrontarsi con i temi di attualità, pur trovando sempre un fil rouge che lega lettere e arte. Verranno celebrati, con degli eventi ad hoc, anniversari di respiro nazionale e internazionale come i 500 anni dalla morte di Raffaello con la lezione di Paolo Francesco Di Teodoro, storico dell’arte e saggista, dal titolo Lettera a Leone X di Raffaello e Baldassarre Castiglione (6 settembre ore 11); i 40 anni della strage di Bologna con la conferenza La strage alla stazione di Bologna attraverso le lettere ricevute dal Sindaco, con la professoressa di Storia contemporanea Cinzia Venturoli (6 settembre ore 17.00), l’anniversario di Amedeo Modigliani e i 100 anni di Gianni Rodari con la presentazione del libro 100 anni di Rodari, di e con Vanessa Roghi (4 settembre ore 17.30).
Tra gli appuntamenti da segnare in agenda ci sono l’incontro con il violinista Uto Ughi, che ripercorrerà la propria carriera attraverso le corrispondenze (5 settembre ore 21.30); l’intervista del giornalista Fausto Biloslavo, al giornalista e scrittore Toni Capuozzo (in collegamento skype, 5 settembre ore 18.00) e la presentazione del libro Il vento attraversa le nostre anime. Marcel Proust e Reynaldo Hahn. Una storia d’amore e d’amicizia, di e con la giornalista e scrittrice Lorenza Foschini (4 settembre ore 19.00). La chiusura dell’edizione 2020 è affidata alla redazione di Lercio.it, con la serata Lercio live 2020, alle ore 21.30.

 

Monte del Lago

 

«Quest’anno il festival è dedicato a due diverse e complesse relazioni che segnano e narrano importanti fasi della nostra storia: quella tra lettere e arte e tra lettere e crisi. È inevitabile affrontare il periodo storico che stiamo vivendo e che rimarrà ben impresso nella memoria collettiva. Un’importante riflessione su questo verrà fatta – venerdì 4 ore 21.30 – con lo storico e saggista Franco Cardini e la sua lectio magistralis dal titolo: 1348/2020. L’annus horribilis tra crisi e rinascita (un appuntamento in collaborazione con il Festival del Medioevo di Gubbio). Inoltre, abbiamo voluto fortemente unire l’attualità della comunicazione contemporanea con le lettere, che sembrano un sistema comunicativo lontano, vecchio e polveroso, ma che in realtà tutti i giorni utilizziamo: post, chat, Tik Tok sono sempre modi epistolari per interagire. Cambia la piattaforma ma non la dinamica comunicativa. Il Festival, oramai da diverse edizione, tiene anche alta la guardia sul linguaggio impoverito e violento che viene utilizzato spesso nei social. Quest’anno lo farà con la tavola rotonda L’odio corre sulla rete: hate speach, violenza verbale e uso dei social con Mario Morcellini, Massimo Arcangeli e Stefano Andreoli, fondatore del blog satirico collettivo Spinoza.it» conclude Vanni Ruggeri.

 


Gli appuntamenti sono gratuiti ma con prenotazione telefonica (o tramite whatsapp) al numero 335 6871130.

Programma completo su: www.festivaldellecorrispondenze.it

Il Comune di Tuoro sul Trasimeno, la ProLoco di Isola Maggiore, il GAL Trasimeno-Orvietano e il Progetto Donna vede Donna insieme nella suggestiva isola lacustre dove arte, cultura, turismo e commercio si incontrano con uno sguardo positivo verso il futuro.

Il 29 e 30 agosto 2020, la centrale via Guglielmi di Isola Maggiore diventerà una galleria a cielo aperto, che ospiterà la mostra fotografica corredata da versi Donna vede Donna. L’evento è organizzato dalla Proloco di Isola, ARS Cultura, Trasimeno in Dialogo, con il supporto del GAL Trasimeno-Orvietano e del Comune di Tuoro sul Trasimeno.

S’incontreranno all’aria aperta, arte, turismo ed economia, nel rispetto delle distanze e in linea con le indicazioni istituzionali in tempo di Covid. L’inaugurazione della mostra Donna vede Donna, è prevista sabato 29 agosto alle ore 11.00, davanti all’ingresso del Museo del Merletto.

 

La mostra

La mostra di Isola è nata da un incontro di idee e di intenti tra Silvia Silvi, Lorena Passeri e Marco Pareti, coordinatore del progetto Donna vede Donna, trovando grandi consensi: la centrale via Guglielmi di Isola Maggiore ospiterà la mostra fotografica corredata da versi, Donna vede Donna.

Le finalità della mostra, giunta al suo sesto appuntamento, sono quelle di descrivere, con foto e versi, le varie sfaccettature femminili e di mettere in risalto la dolcezza, la bellezza e la centralità sociale delle donne, aborrendo ogni forma di violenza. Si potrà passeggiare nella bellissima via centrale di Isola Maggiore ammirando le opere fotografiche e leggendo i versi a corredo.

Tra l’altro alcune foto della mostra, vedono come protagoniste proprio alcune signore isolane dedite all’arte del merletto, il tipico Pizzo d’Irlanda, caratteristico della Maggiore.

Le fotografe sono nove, amatoriali e professioniste, tra italiane, russe e albanesi: Sara Belia, Roberta Costanzi, Elena Kovtunova, Antonella Marzano, Lorena Passeri, Rita Peccia, Antonella Piselli, Anastasia Trofimova, Renilda Zajmi. Le cinque autrici sono di origine italiana, russa e giapponese: Sara Belia, Naoko Ishii, Graziella Mallamaci, Mariapia Scarpocchi e Marina Sereda. Il coordinatore fotografico e direttore artistico è Stefano Fasi.

Isola Maggiore accoglierà arte e cultura, in sinergia con turismo e commercio, per favorire il rilancio economico e culturale, dopo il tempo sospeso del coronavirus. Vale la pena andare a visitare Isola Maggiore, dove si può respirare una storia unica e suggestiva di uno dei luoghi più caratteristici e magici in assoluto. Si ringrazia per il supporto e la gentile collaborazione, la ProLoco di Isola e i suoi abitanti, il GAL Trasimeno-Orvietano e il Comune di Tuoro.

Sono nato a Pistoia, vivo a Pistoia e lavoro a Pistoia. Ho letto Dante e la sua Divina Commedia e ho fatto una scelta, ho preso una decisione: mi trasferirò in Umbria. E vi spiego il perché!

Descrizione della mia Umbria

Per noi beceri toscani l’Umbria è pace, tranquillità e spiritualità. Per noi polemici toscani l’Umbria è per essere tolleranti con gli altri. Per noi sbruffoni toscani l’Umbria è per appropriarsi del sentimento della commiserazione. Come avete notato ho sottolineato più volte e Pistoia e toscani perché poi alla fine siamo i più campanilisti di tutti. L’Umbria è per me la regione per far star bene il cuore e la mente; è la terra di San Francesco, Santa Chiara, Santa Rita da Cascia. Per me l’Umbria è la terra del Perugino e dell’arte grottesca di Pinturicchio e della piana più bella del mondo, la Piana di Castelluccio. Ma a darmi il La, la spinta definitiva è stato Dante Alighieri.

Pistoia

Toponomastica di Pistoia

Abito in via dell’Anguillara nei pressi della Volta del Pesce. Vicino alla mia abitazione c’è via Abbi Pazienza, nome che deriva dall’assassinio, per errore, di un uomo da parte della famiglia avversaria che pare si scusasse con un semplice: «Abbi pazienza». Nei dintorni c’è via delle Pappe, dove si gettavano l’avanzi del cibo dell’Ospedale del Ceppo. Ancora vicina è via dei Fuggiti, che si trova dietro il tribunale e deve l’appellativo a chi riusciva a sfuggire alla giustizia. Anche da questa toponomastica si evince un passato storico fatto di divisioni e parcellizzazioni persino all’interno di una stessa famiglia. Le contrapposizioni, peraltro comuni a tutte le città medievali, sembrano non finire mai e le ombre del passato non di rado abbracciano eventi contemporanei soprattutto su storie legate alla Massoneria.

Dante, l’Inferno e Pistoia

«Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi d’incenerarti sì che più non duri, poi che ‘n mal fare il seme tuo avanzi?» (Perché Pistoia non deliberi di non esistere più riducendoti in cenere?). Questa è l’invettiva che Dante scrive contro la città di Pistoia – patria di cittadini malvagi – dopo aver incontrato nel suo Inferno Vanni Fucci.
Vanni Fucci, detto Bestia, è un lestofante con cui Pistoia ha avuto a che fare verso la fine del 1200. Viene indicato come uomo di temperamento violento e predisposto alla rissa. Si rese protagonista di futili atrocità e scellerati comportamenti. Dopo aver depredato la cappella di San Jacopo durante le feste di Carnevale del 1293, fu condannato dal Comune di Pistoia anche per omicidio, ma di lui si persero le tracce. La sua fama è legata soprattutto all’essere stato citato proprio da Dante Alighieri, che probabilmente ebbe modo di conoscerlo.
Il pistoiese Vanni Fucci è forse il personaggio più negativo di tutto l’Inferno dantesco. È collocato nella bolgia dei ladri e si presenta così: «Io piovvi di Toscana, poco tempo è, in questa gola fiera. Vita bestial mi piacque e non umana, sì come a mul ch’ì fui; Vanni Fucci bestia, e Pistoia mi fu degna tana». Poi continua:«In giù son messo tanto perch’io fui ladro a la sagrestia d’ì belli arredi».
Nel canto successivo Vanni Fucci rincara la dose e con le mani rivolte verso al cielo, facendo il gesto delle fiche, dice: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!» (Tié, Dio, queste sono per te!).
Il Focaccia a dispetto del suo soprannome (buono come il pane, buono come una focaccia) è stato un altro dei più facinorosi personaggi pistoiesi. Il suo vero nome era Vanni de’ Cancellieri e nacque a Pistoia nella seconda metà del XIII secolo, siamo quindi in pieno Medioevo.
Nelle Storie Pistoiesi viene ricordato come violento e fazioso, nobile di parte bianca in mezzo alle lotte sanguinose in cui si manifestò la divisione tra bianchi e neri. Un anonimo autore delle Storie Pistoiesi dà di lui questo ritratto: «Prode e gagliardo molto di sua persona, del quale forte temeano quelli della parte nera per la sua pervesità, perché  none attendea ad altro che a uccisioni e ferite».
Nell’inferno dantesco il Focaccia non è immerso nel Flegetonte e tormentato dai Centauri (primo girone del settimo cerchio), proprio di chi ha commesso omicidi ma nel nono cerchio dove ci stanno i traditori dei parenti. Avrebbe meritato la contemporanea presenza nei cerchi danteschi!

 

Pagina della Divina Commedia

L’Umbria nella Divina Commedia

Innanzitutto c’é da sottolineare una data storica: 11 aprile 1472 quando viene stampata a Foligno la prima copia della Divina Commedia. Dante doveva conoscerla molto bene l’Umbria sia per i viaggi che vi ha fatto che per gli amici che lo ospitavano e anche per queste due righe dedicate a Perugia.
Dante nell’XXI canto (siamo nel Paradiso) infatti scrive: «Intra Tupino e l’acqua che discende del colle eletto del beato Ubaldo, fertile costa d’alto mondo pende, onde Perugia sente freddo da Porta Sole: e di rietro le piange per grave giogo Nocera con Gualdo». Si dice che questa parte fu scritta nel territorio eugubino all’interno del castello di Colmollaro dove risiedeva il Conte Bosone Novello Raffaelli, amico di Dante.

Dunque il primo momento di Dante con l’Umbria è il clima di Perugia e quello di immortalare e tramandare per sempre il ricordo del vescovo di Gubbio, Ubaldo Baldassini vissuto fra il 1085 e il 1160. Ubaldo nella sua vita terrena rinunciò alle ricchezze di famiglia e scelse un’esistenza improntata all’austerità e alla povertà anche quando ricoprì le vesti di vescovo.

E poi c’è San Francesco che Dante include ovviamente tra i beati del Paradiso, mostrandolo seduto nella rosa celeste illustrata nei Canti XXXI e XXXII. E ancora Oderisi da Gubbio, famoso miniaturista del XIII secolo. Dante lo include nella prima cornice del Purgatorio, quella dei superbi.

L’esilio proposto da un eugubino

L’unica nota dolente nel rapporto fra Dante e l’Umbria è Cante Gabrielli di Gubbio. Guardiamo brevemente cosa successe. Cante Gabrielli, detto il Gran Cantaccio, nacque a Gubbio in una famiglia tradizionalmente fedele alla Chiesa e apertamente schierata con il partito guelfo. Fin da giovane ricoprì incarichi politici e diplomatici per poi divenire podestà di Pistoia (1290) e podestà di Firenze (1298). In questa sua veste Cante Gabrielli emanò due sentenze di condanna contro Dante Alighieri. La prima lo condannò a una multa pecuniaria, al divieto a vita di partecipare al Governo di Firenze e all’esilio per due anni dalla Toscana. La seconda sentenza, non avendo il poeta ottemperato a quanto stabilito, lo condannò al rogo, alla distruzione delle sue case e alla confisca dei suoi beni; praticamente tutto ciò equivaleva all’esilio perpetuo. Il tutto fu scatenato per la lotta al potere tra guelfi e ghibellini e dalla infamante accusa di concussione e baratteria. All’eugobino Cante Gabrielli bisogna però dare un’attenuante; il fatto di aver ricoperto il ruolo di podestà di Pistoia per alcuni anni non gli deve aver fatto molto bene!

Fra verità ed esagerazioni la scelta è comunque fatta

Ho volutamente intervallato considerazioni personali, fatti storici e citazioni dantesche; ho forse esagerato sugli aspetti negativi di una città che in verità ha anche tanti aspetti positivi, fra cui quello di essere stata la capitale italiana della cultura 2017; ho tracciato un percorso che sto per iniziare.
La scelta è comunque fatta: mi trasferirò in Umbria e con me verrà anche mia moglie e qui scatta l’aggravante, in quanto lei è pisana. Dante infatti diceva (Inferno, canto XXXIII): «Ahi Pisa vituperio de le genti», augurando che le due isole di Capraia e Gorgona si muovano e blocchino l’Arno sulla foce sino a farlo straripare, portando all’annegamento tutti i cittadini della crudele città, definita appunto «vergogna degli italiani».

La musica post-romantica di Rachmaninov, il simbolismo di Skrjabin e Medtner, il modernismo di Prokof’ev. Sono solo alcune delle proposte musicali del cinquantatreesimo Festival delle Nazioni: un omaggio alla Russia, che si svolgerà a Città di Castello e nell’Alta Valle del Tevere dal 22 al 29 agosto 2020.

Dmitry Shishkin

Forte di un management rinnovato ai suoi vertici – con Leonardo Salcerini neoeletto presidente e Pier Giorgio Lignani vicepresidente – l’associazione tifernate conferma la sua presenza e la sua vitalità e propone una programmazione di alto livello, seppur limitata a una settimana di eventi (otto spettacoli spalmati su altrettanti giorni più diversi eventi collaterali) e nel pieno rispetto delle norme anti-Covid.

A inaugurare la rassegna sarà Dmitry Shishkin, uno dei pianisti più apprezzati della sua generazione: l’artista ci farà immergere subito nelle sonorità e negli stili musicali che caratterizzeranno questa edizione del Festival (sabato 22 agosto ore 21.00, Città di Castello, Teatro degli Illuminati).

Un progetto speciale vedrà poi l’esecuzione del famoso Pierino e il lupo di Prokof’ev: la fiaba popolare per voce recitante e orchestra sarà raccontata dall’attore Silvio Orlando e accostata al Carnevale degli animali di Saint-Saëns; il tutto nell’esecuzione musicale della Filarmonica Gioachino Rossini di Pesaro diretta dalla giovane Alicia Galli (domenica 23 agosto ore 21.00, Città di Castello, Teatro degli Illuminati).

Un cuore irrequieto batte è l’eloquente titolo del recital lirico che vedrà protagoniste il soprano Maria Komarova e la pianista Svetlana Makedon: un concerto di liriche e arie d’opera russe che proporrà pagine di Rachmaninov, Cezar’ Kjui, Anton Arenskij, con estratti dalle opere Iolanta di Čajkovskij e Fanciulla di neve di Rimskij-Korsakov (lunedì 24 agosto ore 18.00 e ore 21.00, Città di Castello, Teatro degli Illuminati). C’è grande attesa anche per il ritorno a Città di Castello del Quartetto Werther, il gruppo vincitore del Concorso nazionale Alberto Burri 2019.

Makedon e Komarova

Come di consueto, il Festival non dimenticherà di omaggiare i giganti della musica di tutti i tempi – e di tutti Paesi – celebrando gli anniversari più significativi. Quest’anno sarà la volta di Ludwig van Beethoven, di cui nel 2020 ricorre il duecentocinquantesimo anniversario della nascita: al grande musicista di Bonn sarà dedicato un originale concerto dal titolo …e nel salottino di Beethoven apparve un oboe! (mercoledì 26 agosto ore 18.00, Citerna, Chiesa di San Francesco).

Forti del successo della scorsa edizione, continua la collaborazione con l’Associazione Culturale Laboratori Permanenti di Sansepolcro nella produzione di uno spettacolo di teatro musicale. Il lavoro di quest’anno si intitola Realtà, sogno e delirio nella letteratura russa: è un progetto artistico basato su testi di vari autori e autrici russi – da Majakovskij a Charms, dalla Višneveckaja a Tarkovskij, da Puškin a Teffi e alla Cvetaeva – elaborati da Caterina Casini con le musiche in prima esecuzione assoluta commissionate dal Festival delle Nazioni a Daniele Furlati, compositore particolarmente versato per la musica per il teatro e il cinema (venerdì 28 agosto ore 21.00, Sansepolcro, Cortile del Teatro della Misericordia).

 

Daniele Furlati

 

A chiudere la 53a edizione sarà il duo composto dalla giovane stella del violinismo russo Kirill Troussov e dalla pianista Alexandra Troussova. (sabato 29 agosto ore 21.00, Città di Castello, Teatro degli Illuminati).

Tra gli eventi collaterali del Festival vi segnaliamo il concerto di Vinicio Capossela. Il geniale cantautore porterà a Città di Castello il suo progetto Pandemonium. Narrazioni, piano voce e strumenti pandemoniali in trio con Vincenzo Vasi a theremin, vibrafono, percussioni e altre diavolerie e Andrea Lamacchia al contrabbasso (venerdì 18 settembre 2020 alle ore 21.00, nel Teatro degli Illuminati).

 


Per ulteriori informazioni, 075 8521142, ticket@festivalnazioni.com, www.festivalnazioni.com.

Da maggio a ottobre l’Italia è tutta una sagra. Si celebrano santi, cibi e avvenimenti storici.

Sono feste che spesso ricordano eventi remotissimi, conosciuti solo attraverso leggende e tradizioni orali, o rievocati in nome di un passato glorioso che poi così glorioso non è stato mai. Una sagra che mi ha incuriosito è quella che si festeggiava a Gualdo Tadino: La Notte Blu –  il Medioevo nella città della cuccagna.

Qui appaiono subito due parole chiave: cuccagna e blu, ma dietro tutto questo c’è il guado. Quante parole sono state in auge e hanno caratterizzato un’epoca ma quante parole abbiamo dimenticate e di quante parole non conosciamo più il significato. Una di queste è Cuccagna, l’altra Guado e aggiungiamo anche il Blu ma per altri motivi.

 

Il Paese della cuccagna

Che cos’è la cuccagna?

La cuccagna per secoli ha significato benessere; anzi dicendo il paese di cuccagna si indicava semplicemente il luogo dove ci si poteva sfinire di mangiare e bere. È un termine strettamente legato alla fame, quella che ha torturato i nostri antenati.  Tutte le favole e i racconti che, partendo dal medioevo arrivano all’800, narravano del mitico paese di cuccagna.

Boccaccio ne parla nel Decamerone e lo chiama Paese di Bengodi; ne parla anche Manzoni nei Promessi Sposi.

 

“Ma Renzo non ardiva creder così presto a’ suoi occhi; …era veramente pan tondo, bianchissimo, di quelli che Renzo non era solito mangiarne che nelle solennità. — È pane davvero! — disse ad alta voce; tanta era la sua maraviglia: — così lo seminano in questo paese? In quest’anno? e non si scomodano neppure per raccoglierlo, quando cade? che sia il paese di cuccagna questo?” (Alessandro Manzoni – Promessi Sposi- cap. X).

 

Se il paese di cuccagna è una favola, il pays de cocagne è esistito davvero e non era uno solo. Il principale era in Francia vicino a Tolosa, poi ce ne sono stati altri anche in Italia: in Lombardia, a Sansepolcro, a Città di Castello e anche a Gualdo Tadino. Sono luoghi che per qualche secolo hanno goduto di un notevole benessere dovuto alle coque da cui cocagne e in italiano cuccagna. Tutta questa cuccagna è legata alla coltivazione della pianta Isatis Tinctoria detta GUADO, una pianta che forniva il colore blu per tingere i tessuti, le lane e anche le ceramiche. La coltivazione della pianta e l’estrazione del colore erano operazioni complesse ma alla fine si ottenevano dei pani di pigmento azzurro che in francese si chiamavano coque.

I tanti colori

Il colore guado era bello, era un azzurro tendente al verde ma, come per tutti i coloranti naturali, l’intensità del colore variava a ogni raccolta, in funzione delle condizioni climatiche e dell’ora della raccolta, fattori ai quali si doveva aggiungere il problema legato ai colori naturali: l’instabilità e la fotosensibilità.

 

Colore guado

 

La terza parola chiave è blu, anzi azzurro, che deve il suo grande successo alla religiosità medievale. In epoca romana il blu non veniva usato perché era un colore barbaro. I barbari con cui si scontravano nella selvaggia Europa si tingevano il viso di blu. Per i Romani, invece, il colore regale era il rosso porpora. Infatti, nelle prime rappresentazioni musive cristiane, quelle del IV secolo, gli apostoli vestono la toga dei senatori romani orlata di porpora. Il cristianesimo ha cambiato il colore, perché ha alzato lo sguardo in alto dove ha visto la Fede; la prima delle virtù teologali, poi ha visto che il cielo è azzurro e trasparente e lo ha preso come simbolo di purezza e trasparenza dell’anima.

L’azzurro in seguito ha acquistato sempre più prestigio ed è diventato un colore regale. Tutti volevano qualcosa azzurro come il manto della Madonna. Se il mercato vuole cose azzurre va accontentato. Allora via con l’Isatis Tinctoria, coltivata da tutti e voluta da tutti. Passata però la mania dell’azzurro le coques sono decadute. Poi con l’arrivo dei coloranti sintetici ci si è liberati da molti problemi e anche dell’Isatis Tinctoria.

Oggi, grazie al revival di ricerca sui prodotti naturali e sulle piante che sono state usate per secoli e che poi sono state abbandonate, all’Università di Perugia si studia anche la pianta del guado. Mentre tra le poche tradizioni legate all’azzurro che ancora sono rimaste vive una è quella inglese che vuole che le spose, al momento delle nozze, indossino qualcosa di azzurro come simbolo di purezza e sincerità.

«La Terra dall’alto è semplicemente stupenda. Ho avuto la fortuna di lanciarmi su zone con panorami mozzafiato. Auguro a tutti di vedere ciò che noi vediamo da lassù!»

«Uno dei più grandi sogni dell’uomo è sempre stato quello di volare: lanciarsi con il paracadute a più di 4.000 metri credo che sia uno dei modi più intensi per realizzare quel sogno». Il Caporal Maggiore Capo Marco Soro, di Passaggio di Bettona, realizza questo sogno ogni giorno. Da 15 anni veste la divisa della Brigata Paracadutisti Folgore dell’Esercito Italiano e fa parte del gruppo di Paracadutismo Indoor dell’Esercito. Allenamento, preparazione e tanta passione gli hanno fatto raggiungere con la sua squadra degli importanti traguardi nazionali e internazionali, come il podio mondiale ottenuto nel 2019, la medaglia d’oro al Belgian Open o l’argento ai Wind Games 2020 – tanto per citare i più recenti. In questa chiacchierata ci ha svelato tutti i segreti di questo sport e la bellezza del paracadutismo. «È stato amore a prima vista». Io mi sono fatta prendere la mano e l’ho tempestato di domande!

 

Caporal Maggiore Capo Marco Soro

Caporal Maggiore, la prima domanda è di rito: qual è il suo legame con lUmbria?

Circa quindici anni fa ho scelto la divisa dell’Esercito e la mia vita professionale è in Toscana, ma l’Umbria è la mia terra natia e di certo non la dimentico. Sono nato ad Assisi, abito a Passaggio di Bettona e la mia fidanzata è di Papiano. Direi proprio che il mio è un legame indissolubile.

Ci spieghi: cos’è il Paracadutismo Indoor?

Il paracadutismo indoor è un’attività sportiva molto recente, che nasce grazie all’invenzione dei simulatori di caduta libera, ovvero i tunnel del vento verticali. Permette a chiunque, anche a un non paracadutista, di realizzare quello che è sempre stato il sogno di ogni essere umano, ovvero il desiderio volare. Un forte flusso d’aria proveniente dal basso fa si che il corpo umano riesca a sollevarsi da terra, simulando così la caduta libera che si ha con il lancio da un aereo. La sensazione che si prova è identica. Con il passare degli anni è diventato uno sport a tutti gli effetti, con un proprio circuito ufficiale di competizioni nazionali e internazionali.

Quali sono i prerequisiti per praticare questa disciplina?

Il paracadutismo indoor prevede varie discipline. Per poter praticare la nostra –  che è di squadra ed esattamente si chiama VFS 4-way (Vertical Formation Skydiving a 4 elementi) – si deve prima raggiungere un avanzato livello di volo individuale. Sono fondamentali una buona preparazione fisica e un costante allenamento di volo presso un tunnel.

 

Esibizione di Paracadutismo Indoor

In pratica in cosa consiste?

L’obiettivo della nostra specialità consiste nel formare, durante la caduta libera, il più alto numero di figure possibili nel tempo massimo di 35 secondi. Per figura si intende una prestabilita e determinata posizione dell’intera squadra che deve essere eseguita in assetto verticale, head-up (testa in su) e/o head-down (testa in giù). Questo tipo di posizione, che espone poco della figura del corpo umano all’aria, comporta il raggiungimento di altissime velocità di caduta libera che sfiorano i 300 km/h. Ovviamente per provare semplicemente un simulatore di caduta libera non serve essere degli atleti, lo fanno normalmente anche i bambini, basta affidarsi a un preparato istruttore e il gioco è fatto!

Come si svolge una gara?

Una gara si svolge normalmente in tre giorni. I round di gara sono 10, della durata di 35 secondi ciascuno. Le figure da riproporre in ogni round vengono estratte a sorte dai giudici di gara. Per ogni figura eseguita correttamente si guadagna un punto. Alla fine del decimo round, la squadra che ha totalizzato il maggior numero di punti, vince.

Quante ore vi allenate?

Quotidianamente e per almeno due ore pratichiamo delle attività di allenamento a terra pensate appositamente per migliorare la resistenza e la forza fisica specifiche, in modo tale da incrementare le prestazioni individuali durante gli allenamenti di squadra. Per quanto riguarda l’addestramento al tunnel, siamo impegnati mediamente due settimane al mese.

Avete delle gare prossimamente?

A fine ottobre, presso il tunnel di Charleroi in Belgio, la Squadra dell’Esercito parteciperà al Campionato Europeo e Coppa del Mondo di Indoor Skydiving 2020, attualmente una delle competizioni indoor più importanti al mondo.

 

La squadra: Alessandro Binello, Andrea Cardinali, Marco Soro e Stefano Falagiani

Ci può descrivere in poche parole cosa si prova a lanciarsi col paracadute?

Il paracadutismo è uno sport che, praticato nel pieno rispetto delle regole di sicurezza, regala emozioni indescrivibili. Come già detto, uno dei più grandi sogni dell’uomo è sempre stato quello di volare: lanciarsi con il paracadute da un velivolo a più di 4.000 metri credo che sia uno dei modi più intensi per realizzare quel sogno.

C’è stato un momento, quando era ragazzino, in cui ha deciso d’intraprendere la carriera militare? O è accaduto per caso?

Non ho un ricordo ben preciso di quando ho maturato questa decisione, ma sono cresciuto rinforzando di giorno in giorno il desiderio di arruolarmi nell’Esercito e di entrare nella Brigata Paracadutisti Folgore.

Il primo lancio non si scorda mai: ci racconti il suo…

È proprio vero, è una sensazione assolutamente indimenticabile! Il mio primo lancio l’ho fatto a Reggio Emilia nel 2005 e avevo poco più di 18 anni. Come tutti i diciottenni non vedevo l’ora di mettermi alla prova. Ricordo benissimo di aver provato delle fortissime emozioni, completamente nuove, mai provate fino a quel momento. Uno strano mix adrenalinico fatto di paura ed entusiasmo. Con il paracadutismo fu amore a prima vista! Da lì in poi non ho mai più smesso di praticare questo sport e ho sempre e solo cercato di migliorarmi.

Qual è l’ultima cosa che pensa prima di un salto?

Ora che il paracadutismo, oltre che passione e divertimento, è per me attività agonistica, prima di ogni salto ripasso mentalmente gli esercizi da eseguire durante il lancio. Mi concentro su quanto discusso pochi minuti prima con i miei compagni di squadra in fase di briefing pre-lancio visto che i momenti precedenti all’uscita dal velivolo sono fondamentali per la perfetta riuscita degli esercizi. Non ci si può permettere di distrarsi o di pensare ad altro. Bisogna essere concentrati sul lavoro da eseguire e naturalmente sulle procedure di sicurezza da rispettare.

Com’è la Terra vista dall’alto?

Può sembrare una risposta scontata, ma è semplicemente stupenda. Ho avuto la fortuna di lanciarmi su zone con panorami mozzafiato. Auguro a tutti di vedere ciò che noi vediamo da lassù!

Fa dei gesti scaramantici… anche prima di una gara?

Più che di gesti caramantici parlerei di routine. Prima di ogni lancio e prima di ogni round di gara io e i miei tre compagni di squadra ci mettiamo in cerchio e ci diamo la giusta carica effettuando il nostro saluto di squadra. Ogni squadra ha il suo modo per augurarsi buona fortuna!

 

I paracadutisti della Folgore sono, nell’immaginario collettivo, i più audaci e fighi: ne siete consapevoli?

L’immaginario collettivo talvolta rappresenta la realtà in modo un po’ approssimativo. Sicuramente la Brigata Paracadutisti Folgore è uno dei reparti più famosi dell’Esercito Italiano ed è connotato da altissime capacità, ma la professionalità di tutti i miei colleghi delle altre specialità non è sicuramente da meno. I reparti paracadutisti hanno una storia di sacrificio e di dedizione che, come ha detto lei, si racconta da sola e non ha bisogno di commenti. Sono assolutamente contento della mia scelta e se tornassi indietro non cambierei nulla di quello che ho fatto! Soprattutto la mia scelta di entrare nella Sezione di Paracadutismo Sportivo dell’Esercito.

C’è un luogo o un panorama dell’Umbria in cui le piacerebbe lanciarsi?

Certamente, sono i luoghi a cui sono più affezionato. Il mio paese, Passaggio di Bettona. Poi sicuramente anche Assisi dove sono nato e Castelluccio di Norcia, perché secondo me paesaggisticamente è una delle zone più belle di tutta l’Umbria.

Come descriverebbe lUmbria in tre parole?

Bellezza, natura, tradizione.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione.

Quando penso all’Umbria è inevitabile pensare alla parola Casa.

Il nostro viaggio nell’accoglienza e nell’ospitalità prosegue con la seconda puntata di Home staging – Umbria da valorizzare. Questa volta il protagonista è il turismo enogastronomico, vero fiore all’occhiello del territorio umbro.

Foto di Muriel Plombin

 

Partiamo da un dato molto importante: nel 2017 viene istituzionalizzato in Italia il binomio agroalimentare-turismo, ossia viene ufficializzato il turismo enogastronomico. Ciò significa che viene riconosciuto il forte legame tra prodotti agroalimentari, territorio e declinazioni dell’accoglienza nel Bel Paese. Il turismo ovviamente ha molto a che fare con il patrimonio archeologico, storico, ambientale, architettonico e con la cultura.

 

Foto di Muriel Plombin

 

Si sta verificando esattamente quello che si prospettava da qualche mese, ossia un turismo infra-regionale, e aumenterà la voglia di scoprire e riscoprire la bellezza e l’autenticità della nostra regione attraverso la qualità dei suoi prodotti: legumi, tartufi, vino, olio… Questi valori possono anche intercettare i viaggiatori motivati che vanno in cerca di esperienze sul territorio umbro, anche online. Perché non coinvolgere realtà locali, piccoli produttori o chef per creare sinergie e contestualizzare la propria struttura ricettiva e così valorizzare l’identità della nostra Umbria?

 

 

Foto di Muriel Plombin

Ripensare le zone dedicate al consumo pasti

L’ospite potrebbe preferire, almeno per un certo periodo, di limitare l’uscita al ristorante o al bar. La cucina diventa allora criterio di ricerca della casa vacanza ideale e non solo per gli appassionati…
Potrebbero anche essere incentivate o consigliate le consegne a domicilio o l’asporto da parte dei ristoranti di zona. Un’attenzione particolare potrà essere data alla valorizzazione di spazi comodi e ben attrezzati per cucinare e/o per consumare i pasti, che siano in esterno e/o all’interno della propria struttura, facendo in modo che siano dotati di tutti i criteri di comfort, per gustare una colazione, un pranzo, un semplice aperitivo oppure la cena appena consegnata.

 

Foto di Muriel Plombin

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