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Papa Francesco ha acquistato terre in Umbria? Così sembra. Sembra, ma in realtà si tratta di una fake news, anche se tutto lascia credere il contrario.

Terre che fino al 1860 sono state sotto la giurisdizione dello stato della Chiesa adesso sono Del Papa. Un chiarimento si impone. Del Papa è il nome del titolare di una società che si chiama Terre Del Papa, la quale ha acquistato all’asta circa 300 ettari di terra nella zona del castello di Sismano, ad Avigliano Umbro. Papa Francesco non è della partita.

 

Quercia ballerina

 

Non è più della partita nemmeno il principe Corsini, che ha venduto all’asta quelle terre che un suo antenato aveva acquistato all’Asta della Candela nel 1607. Trecento ettari sono tanti e visti dall’alto sembrano immensi. Il colpo d’occhio si ha arrivando da un tratto della via Amerina: si esce dal bosco dopo la salita, dopo aver superato un ponte romano, dopo aver incontrato una quercia molto insolita che crede di essere un rampicante. Potenza della natura: insetti, parassiti e clima hanno trasformato una possente quercia in una gaia ballerina. Comunque, finita la salita si raggiunge la chiesetta della Mestaiola e lì si apre un panorama vastissimo che spazia da Todi a Terni, dai monti Martani al Terminillo.

Una nuova coltura di olivi

Su quelle terre si costruisce il futuro per rilanciare l’olio italiano. Il futuro ha l’aspetto di olivi piccoli, ma innumerevoli. Del Papa ne ha fatti piantare 400.000, rigorosamente allineati, che scendono da tutti i lati delle colline. Si tratta di un nuovo cultivar che non cresce molto, rimane piccolo favorendo la raccolta delle olive con le macchine. Questo cultivar ha delle caratteristiche totalmente diverse dai tradizionali olivi umbri. Non solo è piccolino, ma cresce e va a frutto in due anni soltanto, però avrà vita breve: vent’anni. Il panorama umbro cambierà molto passando dalla visione degli olivi secolari a questi giovanetti di corta esistenza. Il panorama cambierà, ma già tante volte è cambiato. All’epoca di San Francesco gli olivi erano pochi, poi a metà Ottocento Papa Pio IX ne ha fatti piantare 362.000. Poi è stata la volta della vigna. Venticinque anni fa il Sagrantino era un solo un vino locale, adesso è diventato famoso e le vigne si sono moltiplicate. Poi c’è stata la coltivazione estesa del tabacco, che adesso è molto ridotta. Insomma, l’aspetto della natura selvatica e addomesticata varia con il clima e con l’economia delle zone.
Questi piccoli olivi rappresentano il nuovo che avanza anche dal punto di vista dell’irrigazione. Il nostro clima è sempre più secco e il sole implacabile fa evaporare l’acqua d’irrigazione. La società che gestisce queste piante ha introdotto una tecnica d’irrigazione copiando quello che la natura fa già spontaneamente a Pantelleria. Le vigne di Pantelleria non vengono mai irrigate perché il terreno che sopra è polvere, venti centimetri più giù è umido. La vigna cresce bene malgrado la siccità e i venti fortissimi che battono l’isola.

 

Olivi Del Papa

La leggenda di Eurosia

Il terreno tra Avigliano Umbro e il Castello di Sismano si prestano a introdurre la nuova tecnica di irrigazione. Questi olivi saranno bagnati mediante sub-irrigazione, cioè l’acqua arriverà alla pianta da sotto terra, così manterrà il terreno umido e in inverno non gelerà. L’estremante nuovo si congiunge con l’estremamente antico di Pantelleria.
La zona è inoltre ricca di leggende, in particolare quella della Mestaiola di Santa Eurosia. La cappellina che si incontra viaggiando lungo la via Amerina è dedicata alla santa spagnola o forse slava Eurosia.
La leggenda vuole che, mentre i Saraceni sui monti Pirenei avevano già cominciato a torturarla, sia scoppiato un violento temporale e un fulmine sia caduto vicino alla ragazza senza farle niente. I Saraceni si spaventarono, ma continuarono il lavoro e la decapitarono. Da allora Eurosia, divenuta santa, è considerata la protettrice della grandine e dei fulmini e basta dire il suo nome per sedare le tempeste. Quindi la presenza della cappellina è quanto mai idonea per assicurare la sopravvivenza del nuovo impianto.

Giovedì 2 luglio ore 18,00 (disponibile da venerdì 3 luglio alle 12:00 sulla pagina Facebook di AboutUmbria), secondo appuntamento con Otium et negotium a cura di Marco Pareti, una rubrica di approfondimento promossa da AboutUmbria e nata per affrontare un tema cruciale e di grande attualità: la mobilità dolce.

Fra gli ospiti il Sindaco di Perugia Andrea Romizi, a testimonianza di come l’argomento sia di grande importanza anche per il capoluogo umbro. In una città come Perugia con un rapporto auto/abitanti più alto di Italia – ben 72,7 auto ogni 100 abitanti (dati Osservatorio Euromobility 2018) – e in una regione, l’Umbria, dove già prima dell’emergenza Covid-19 e il conseguente crollo nell’uso della mobilità pubblica solo 7000 lavoratori al giorno, appena il 2,2% della popolazione, facevano uso dei mezzi pubblici per raggiungere il luogo di lavoro (dati Istat 2019), la neonata associazione sportiva e culturale Pedala il Futuro (come altre già attive sul territorio perugino tra cui Fiab Perugia Pedala), intende promuovere culturalmente l’uso della bicicletta e la mobilità alternativa e dolce (pedonale e ciclabile in primis) sia per gli spostamenti casa-lavoro-scuola, sia come occasione per esaltare salute, socialità e rigenerazione urbana orientata alla sostenibilità ambientale.

 

 

Per farlo, l’associazione Pedala il Futuro lancia una serie di dibattiti web e un evento pubblico che si svolgerà entro l’estate con il coinvolgimento di altre associazioni che operano nel territorio. In queste occasioni vogliamo invitare a discutere pubblicamente tutti i soggetti interessati per creare possibili sinergie e progetti in favore di una mobilità dolce a Perugia.

Durante il primo confronto web La mobilità dolce al tempo del coronavirus svoltosi l’8 maggio scorso durante la fase di lockdown, si è discusso con Lorena Pesaresi, ecologista, già assessore all’ambiente e alle politiche energetiche del comune di Perugia e membro dell’associazione Europa Comunica, e il dott. Gianluigi Rosi, medico e appassionato di salute e benessere, del progetto Bike sharing di Perugia che i due idearono assieme nel 2012 e che oggi purtroppo langue nell’abbandono.

Si è parlato con l’architetto Viviana Lorenzo, esperta di progettazione urbana e processi partecipativi e docente presso The Umbra Institute, di esempi nazionali e internazionali di tactical urbanism orientati alla mobilità dolce, e con il prof. Luca Ferrucci, economista e professore ordinario di Economia presso l’Università degli Studi di Perugia, dell’economia del turismo in bicicletta e delle sue potenzialità.

Giovedì 2 luglio alle ore 18,00 – ma disponibile da venerdì 3 luglio alle ore 12 nella pagina Facebook di AboutUmbria – il Sindaco di Perugia Andrea Romizi assieme a Francesco Consalvi, operatore del settore e del bike tourism, a Ruggero Campi, Presidente ACI di Perugia, dibatterà e approfondirà nuove idee per la Perugia di oggi e di domani.

Dopo un giugno caratterizzato da timide prove generali di ripartenza svoltesi nella paura, nell’incertezza ma anche nella consapevolezza che da qualche parte bisognava ricominciare, ci attende un’estate di sicuro estremamente complessa dal punto di vista economico ma al contempo cruciale nelle scelte (e non scelte) che sapremo fare. Le prove ormai sono finite e, seppure non sia difficile immaginare gravissime difficoltà determinate da questo evento pandemico di cui non si intravede ancora un decorso certo e prevedibile, occorre agire a livello sistemico per scongiurare una crisi che si configura già come epocale.

In questo periodo di stop determinato dal Covid – abbiamo riscoperto laddove ce ne fosse stato bisogno – il ruolo cruciale dei territori, dei piccoli centri e dell’istituzione Comune che ha dovuto fronteggiare in prima linea la crisi sanitaria e quella economica che la prima si è inevitabilmente portata dietro. Sindaci e Amministrazioni locali, chiamati a gestire una situazione mai riscontrata precedentemente in epoca moderna, sono stati protagonisti di scelte difficili portate avanti, nella stragrande maggioranza dei casi, con dedizione e caparbietà, come ci si aspetta da buoni padri di famiglia. I piccoli centri sono riusciti meglio delle grandi città ad arginare la diffusione del virus, aiutati sicuramente da una minore concentrazione demografica, ma segno che il buon vivere che li caratterizza è riuscito a emergere anche, e soprattutto, in situazioni come questa.

 

by Claudia Ioan

Montone, foto by Claudia Ioan

Uno standard per la sicurezza dei borghi

Partendo da questo assunto e consapevole dell’importante ruolo che i Borghi possono rivestire nel rilancio del turismo nazionale, l’Associazione dei Borghi più Belli d’Italia ha coniato lo slogan La Bellezza in sicurezza e sta lavorando anche per redigere un protocollo standard proprio per la sicurezza del borgo. Fiorello Primi, presidente dell’Associazione, sottolinea come il turismo di prossimità possa rappresentare la chiave e la spinta propulsiva per questa ripartenza di cui tanto si sta dibattendo. Per questo è necessario valorizzare le peculiarità del borgo – tranquillità, rapporto con l’ambiente, sostenibilità e, naturalmente, sicurezza – ma è altresì fondamentale investire per il rilancio di questi piccoli centri, vittime di isolamento digitale, di carenza infrastrutturale, di grave impoverimento demografico. Serve quindi un grande programma nazionale per la salvaguardia e il rilancio di un’entità, il borgo, che può rappresentare, dicevamo, la vera chiave di volta per il rilancio dell’economia del turismo. In questo contesto si colloca la recente lettera inviata al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte dall’Associazione dei Borghi Umbri più belli d’Italia insieme a Legambiente, Uncem, Symbola, Unione delle Pro Loco Italiane, Anci, Touring Club Italiano e Borghi Autentici, attraverso la quale si sollecita il Governo a intervenire su cinque punti principali:

1) accelerare il Piano per la banda ultra larga;

2) sollecitare un’immediata attuazione di tutti quei dispositivi normativi, dalla legge 158/2017 a favore dei Piccoli Comuni ((con particolare riguardo e urgenza per il Piano straordinario della Didattica);

3) ridurre l’imposizione fiscale sugli interventi in campo ambientale e di natura idrogeologica;

4) avvio delle Zone Economiche Ambientali (ZEA);

5) sostenere la ripartenza del turismo dei borghi, dell’agroturismo, del turismo lento e del cicloturismo.

 

foto by Uliana Piro

Panicale

I borghi umbri e la riabilitazione della cultura

E in un periodo come questo, in cui la pandemia «sta rimettendo in discussione l’abitare» come afferma Antonio Luna, presidente dei Borghi più belli d’Italia in Umbria, è proprio dal borgo, espressione di bellezza e di cultura che potremmo imparare a «riabitare la cultura, perché torni a essere narrazione di identità mutanti, strumento di riequilibrio tra residenzialità e turismo, specchio nel rapporto con l’ambiente e con sé stessi, bussola verso nuove necessarie sicurezze». I borghi umbri in questo periodo lo hanno dimostrato continuando a coltivare cultura: basti pensare al progetto Il libro animato di Lugnano in Teverina e di Montecchio, alla serie tv Sara e Marti su Rai Gulp e Disney Channel che mette in mostra la bellezza di Bevagna, al Festival del Cinema Città di Spello e dei Borghi umbri previsto per agosto, alla creazione dei nuovi tour virtuali di Citerna, al progetto Come in Umbria di Montefalco o a quello Strade della ceramica di Deruta, alla realizzazione di un nuovo video promozionale a Monte Castello di Vibio. E questo solo per citare alcune delle tante iniziative che hanno animato i mesi del lockdown, insieme alla campagna di newsletter Facebook, La Bellezza in sicurezza dei Borghi Umbri più belli d’Italia, portata avanti con la collaborazione di 15 comuni associati che ne hanno riprodotto lo slogan attraverso post inseriti in rapida sequenza: Spello, San Gemini, Lugnano In Teverina, Allerona, Paciano, Deruta, Bevagna, Bettona, Montecchio, Massa Martana, Monte Castello di Vibio, Monteleone di Spoleto, Montefalco, Montone, Panicale.

Iniziative portate avanti da realtà che non si sono mai fermate, pronte oggi a ri-accogliere nei tanto attesi eventi in presenza, qualora l’evolversi della pandemia lo consenta. Partiamo intanto il 27 giugno con La Notte Romantica nei Borghi più belli d’Italia che, nel rispetto delle precauzioni legate al Covid-19, darà il via alla stagione turistica, festeggiando il solstizio d’estate.

«Noi siamo solo un tramite tra quello che c’è scritto sullo spartito e il pubblico. Di noi dicono che abbiamo un “suono molto italiano”».

Cristiano Gualco (violino), Paolo Andreoli (violino), Simone Gramaglia (viola) e Giovanni Scaglione (cello) sono il Quartetto di Cremona. Fin dalla loro fondazione nel 2000 questo ensemble si è affermato come una delle realtà cameristiche più interessanti a livello nazionale e internazionale: per questo, nel corso degli anni, è stato invitato a esibirsi nei principali festival e rassegne musicali in Europa, Sudamerica, Stati Uniti ed Estremo Oriente, riscuotendo consensi di pubblico e critica. Nel 2019 gli è stato assegnato il Franco Buitoni Award 2019 da parte del Borletti Buitoni Trust – premio dedicato proprio all’imprenditore umbro – per la promozione e la diffusione della musica da camera in Italia e nel mondo. Il legame con l’Umbria però risale agli inizi della loro carriera quando la Fondazione Buitoni  consegnò loro il BBT Fellowship, una borsa di studio, poi nel corso degli anni il Quartetto è tornato spesso a esibirsi nella regione. Ciò sarebbe dovuto avvenire anche prima del lockdown. Cristiano Gualco, primo violino, ci racconta la loro storia, la musica e la carriera, che quest’anno taglia il traguardo dei 20 anni.

 

Qual è il vostro legame con l’Umbria?

In Umbria abbiamo suonato tantissime volte, era prevista anche una data il 9 maggio scorso: tra le regioni italiane è una di quelle in cui ci siamo maggiormente esibiti. È probabile che il concerto saltato a Perugia nei prossimi mesi verrà recuperato, anche se ancora non è stata fissata la data.

Vi è stato assegnato il Franco Buitoni Award 2019: cosa significa per voi?

È stato molto importante, anche per il legame che abbiamo con Ilaria Buitoni (n.d.r. presidente del Borletti Buitoni Trust). Quando abbiamo iniziato con il quartetto non era un ensemble molto diffuso e non c’erano molti aiuti per chi volesse intraprendere questa strada. Pensi che ci davano dei pazzi a voler far questo! Il primo aiuto istituzionale concreto, quando ancora eravamo studenti, ci è arrivato proprio dalla Fondazione Buitoni e ora quest’ultimo riconoscimento è un vero e proprio premio alla carriera dopo tanti anni di lavoro.

Perché pensavano che foste pazzi?

Perché 20 anni fa il quartetto era una forma di fare musica non ancora diffusa. Oggi finalmente è riconosciuta e ha preso piede anche in Italia.

Quest’anno festeggiate 20 anni di attività: qual è il bilancio del percorso fatto finora?

Venti anni sono tanti… direi troppi (ride). Devo dire che è un bilancio molto positivo: abbiamo suonato insieme quasi tutti i giorni per 20 anni. Solo il Covid ci ha impedito di farlo. Non ci siamo visti per due mesi e proprio in questi giorni abbiamo ripreso le prove. Questo break forzato che è stato favorevole, il tornare a suonare ci ha portato una grande gioia e ha spezzato quella routine che si crea dopo 20 anni. Va detto che, benché siamo molto diversi, andiamo molto d’accordo.

Quindi non avete mai litigato in questi anni?

Di discussioni accese me ne ricordo poche. Dopo tanti anni che suoni assieme discuti solo di musica e anche in quel caso è la musica stessa che parla per noi, si sviluppa e fa il suo corso da sola. Come detto, siamo persone molto diverse però andiamo tutti dalla stessa parte, la nostra musica confluisce in un punto comune.

Come vi descrivereste in poche parole?

Quattro scappati di casa (ride). Scherzi a parte: possiamo definirci come un tramite tra quello che c’è scritto sullo spartito e il pubblico. Spesso ci hanno detto che abbiamo un suono italiano: penso sia un bel complimento!

In questo periodo come avete sopperito al blocco dei concerti? Con eventi online?

No. Ci è stato proposto, ma abbiamo detto di no. Ci sembrava un po’ forzato, abbiamo scelto di mantenere il silenzio. Questo non toglie che chi lo ha fatto abbia fatto male. Noi abbiamo preferito tacere.

Cosa vi manca dei concerti dal vivo?

Il contatto col pubblico ovviamente ci è mancato, perché suonare non è solo un lavoro ma una soddisfazione personale che devi condividere, che devi poter esprimere davanti a qualcuno. Questo periodo di stop forzato però ci ha fatto capire molte cose sulla musica.

Tipo?

La musica, nei tempi addietro – penso ai tempi di Beethoven o Bach in cui c’erano tante emergenze sanitarie e si moriva per molto meno – era sempre presente. La musica non è un qualcosa che deve esserci solo nei periodi positivi, quando si sta bene e si può andare a teatro; ci deve accompagnare anche nei momenti difficili, è un aiuto che ci può servire per vedere il futuro in modo positivo. Questo almeno è il mio pensiero.

Cosa consigliereste a un giovane che vuole intraprendere oggi questa carriera?

Abbiamo tanti allievi all’Accademia Walter Stauffer di Cremona e capiamo perfettamente le loro esigenze. Non siamo poi così vecchi! Quello che consigliamo è di avere una grande consapevolezza di dove si vuole arrivare. Il quartetto è un modo di suonare per il quale si deve rinunciare a tanto e questa strada si deve intraprendere con l’idea che si potrebbe fallire. Il nostro consiglio è di far quello che si vuole in modo sereno, altrimenti si rischia di scoppiare; fondamentale è trovare il proprio ruolo nel mondo musicale. Un musicista, inoltre, per una formazione completa, deve aprirsi anche ad altri mondi artistici: servono stimoli dall’esterno e una visione d’insieme.

Se l’Italia fosse una melodia quale sarebbe?

Penso alle melodie di Puccini.

I prossimi progetti? Tornerete in Umbria?

I tour rimandati verranno recuperati, non si sa bene quando, ma sono sicuro che torneremo in giro per il mondo e anche in Umbria. Il 2021 sarà un anno molto intenso.

Come ultima domanda le chiedo: cosa servirebbe al mondo dello spettacolo e dell’arte per ripartire dopo il Covid?

Ci vuole una grande disponibilità da parte di chi organizza, di noi musicisti e del pubblico. Quando sarà tutto finito non dovremmo togliere le mascherine solo dal viso ma da dentro di noi, perché non deve restarci addosso la paura di uscire, d’incontrarsi e di andare a teatro o ai concerti. Ad esempio, noi musicisti potremmo dare la disponibilità di fare due concerti invece che uno per evitate luoghi affollati, ma credo che fondamentale sia la collaborazione tra tutte le parti coinvolte.

 


Per saperne di più

«Famoso questo luogo, può dirsi francamente in tutta Europa, attesa la speciale arte di lavorare il ferro e l’acciaio della più perfetta qualità introdottavi da tanti secoli. Per cui vengo assicurato che le migliori maestranze di Ferrara e della dominante Venezia, da questo paese sieno derivate. L’eccellenza dell’arte del lavorare questo metallo, oltre alla particolarità delle acque, oltre a quello dell’aria, secondo la più volgata opinione, proveniva dalle vene perenni del ferro che qua e là sparse ritrovansi nelle viscere della terra».

Lime

 

Nel lontano 1789, risalendo l’antica valle del fiume Vigi, durante una delle sue illuminate e illuminanti visite apostoliche, l’alto prelato Pietro Torretti raccontava con queste parole quanto i suoi occhi avevano potuto cogliere in quel di Sellano, un borgo resiliente in cui non ne hanno avuto ragione i terremoti: qui gli uomini sono come il ferro che per secoli hanno lavorato in raspe e lime. E, come le raspe e le lime, questa terra sa essere ruvida.
Secondo la tradizione, la proverbiale arte della lavorazione dei metalli, nel sellanese, risale al XVI secolo. Presumibilmente fu introdotta nell’area dalle comunità monastiche di Santa Croce di Sterpare e di Acqua Premula, nel tentativo di risollevare le sorti di un territorio profondamente impoverito dalle invasioni e dalle pestilenze che scrissero, secoli or sono, alcune delle pagine più drammatiche nella storia della Valnerina.

 

Lime e raspe

 

Il segreto svelato dai monaci – e che da secoli ne ha alimenta la leggenda – riguardava la fase di cementazione e tempera, nello svolgimento della quale il rasparo, dopo aver infornato i metalli con aggiunta di sale e polvere di corona, li immergeva nell’acqua fredda: il risultato finale era un utensile estremamente resistente, difficilmente soggetto a usura e deformazione. Un segreto custodito con fierezza sino al 1778, quando il mastro limaro Francesco Antonini accolse nella sua bottega un promettente allievo milanese, tale Cristoforo Masina. Macchiatosi di alto tradimento, il giovane artigiano fu accusato di aver rivelato l’impenetrabile segreto e, su verdetto del Camerlengo di Santa Romana Chiesa, fu allontanato dal borgo. Sembrerebbe che gli stessi monaci, intimoriti dall’avidità degli artigiani, avessero maledetto chiunque si fosse macchiato di cupidigia, ammonendone l’asservimento alla ricchezza.

Raspe

A Sellano, nel 1945, sulle vestigia di un passato glorioso, è stata fondata la Società Cooperativa Artigiana di Villamagina che, per decenni, ha tentato di salvaguardare la sapienza dei sellanesi, promuovendone la secolare maestria. In tempi non sospetti la Cooperativa contava undici soci e impegnava ben 19 dipendenti, ma le perverse logiche del mercato internazionale, che annichilisce ogni forma di identità territoriale riducendola a spicciola artigianalità, ne hanno compromesso la sopravvivenza. Nel percorrere la valle del Vigi, indugiando con lo sguardo sui borghi di Villamagina, Casale, Ottaggi e San Martino, vogliamo immaginare che quell’antica armonia di tintinnii si alzi ancora in cielo e che faccia da controcanto alle preghiere salmodianti di monaci dal volto ignoto, custodi del tempo e dei suoi segreti.

«Dal punto di vista sentimentale è stato molto difficile prendere questa decisione. Ammetto che è una ferita spaventosa, ma razionalmente è la scelta più giusta che si potesse fare».

Gubbio divide i suoi annali in a.C. e d.C. dove C sta per Ceri. La vita degli eugubini viene scandita e organizzata in base alla Festa dei Ceri: impegni pubblici e privati sono regolati da questo evento, che diventa così un vero spartiacque della quotidianità locale. Non è raro quindi, sentire in città la frase: «Lo facciamo prima o dopo i Ceri?».

Filippo Mario Stirati, sindaco di Gubbio

Filippo Mario Stirati, sindaco di Gubbio. Foto di URP Gubbio

Quest’anno però non ci sarà nessun un prima e nessun un dopo. La festa, infatti, a causa del Coronavirus, è stata annullata. Non ci sarà la corsa. Niente taverne. Niente festeggiamenti in giro per la città. Niente alza in Piazza Grande. Niente sfilate e processioni. Niente folla colorata per le vie di Gubbio. Nemmeno la Spagnola del 1920 o il terremoto del 1984 avevano fermato l’evento. Solo le due Guerre Mondiali avevano interrotto parzialmente questa tradizione millenaria –  ci sono testimonianze che ne attestano l’esistenza sin dal 1160, come solenne atto di devozione degli eugubini verso il vescovo Ubaldo Baldassini, morto in quell’anno.

Una decisione sofferta

Il Coronavirus però non ha dato scampo e il sindaco di Gubbio, Filippo Mario Stirati, ha preso – a malincuore – la decisione più giusta, ma anche la più sofferta: «Dal punto di vista sentimentale è stato molto difficile. Ammetto che è una ferita spaventosa, ma razionalmente è la decisione più giusta che si potesse prendere, anche perché, con le ordinanze in vigore, non è che avessimo altre alternative. Devo dire che non avrei mai immaginato, come Sindaco, di entrare purtroppo nella storia per essere stato il primo ad aver annullato la Festa dei Ceri. Sono eugubino fino al midollo, sono stato ceraiolo e sono all’interno di questo mondo fino in fondo. È una vicenda che mi tocca molto da vicino» confessa il Sindaco.

Il 15 e il 16 maggio non saranno comunque due date anonime: «I riti religiosi previsti per la festa del Patrono si svolgeranno con i distanziamenti sociali doverosi e c’è l’invito per i cittadini di abbellire la città e le case con gli stendardi e le luci. Loro stessi, seppur con molta amarezza e tristezza nel cuore, hanno capito la situazione e la scelta che ho fatto» prosegue Stirati.

 

L’alza dei Ceri. Foto di URP di Gubbio

 

Tra le indiscrezioni che circolano in città c’è persino quella di spostare la Corsa: tra le date papabili ci potrebbe essere l’11 settembre, giorno della traslazione del corpo di Sant’Ubaldo nell’omonima Basilica. «È solo un’idea, ancora ufficialmente non se n’è parlato. Gubbio è legata al 15 maggio, immaginare una soluzione alternativa per ora è impossibile; inoltre è una decisione che va presa con molta cautela. Vedremo come evolverà la situazione» spiega il primo cittadino di Gubbio.

Una corsa mai interrotta

Nel corso dei secoli, la Festa dei Ceri si è fermata solo in altre due occasioni. Sant’Ubaldo, Sant’Antonio e San Giorgio – non solo simboli di Gubbio, ma dell’intera Umbria – raramente non hanno scalato il monte Ingino; lo avevano fatto anche nel 1817 quando un’epidemia di tifo invase Gubbio e nel 1920 durante l’epidemia di Spagnola, che colpì gravemente la città.

La Corsa per le vie della città. Foto di URP di Gubbio

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, però, si sono dovuti arrendere e si sono fermati dal 1916 al 1918, eccenzion fatta nel 1917 quando vennero celebrati sul Col di Lana: a Gubbio la Festa era stata sospesa per Regio Decreto. I soldati eugubini impegnati al fronte decisero quindi di festeggiare i Ceri direttamente in zona di guerra, tra le Dolomiti, e il 15 maggio del 1917 una copia delle tre strutture lignee corse sul Col di Lana, appena qualche centinaia di metri dietro la prima linea del fronte, tra l’emozione e la commozione dei presenti. «Nel 2017 abbiamo anche celebrato i 100 anni di questo particolare evento. Durante la Seconda Guerra Mondiale, invece, corsero solo i ceri mezzani portati da donne e ragazzi. Anche nel 1984 la Festa si fece: il 29 aprile di quell’anno Gubbio fu l’epicentro di un terremoto che face tanti danni ma nessuna vittima e, anche per alzare il morale della gente, si decise di non interrompere l’evento» conclude il Sindaco. Insomma, il 15 maggio 2020 verrà sicuramente ricordato e purtroppo passerà alla storia, non solo a Gubbio ma in tutta l’Umbria. Forse, quest’anno più che mai, la forza dei tre Santi che salgono il monte spinti dal calore della gente avrebbe simboleggiato la voglia di rinascita e di risalita di questa Regione. Per ora possiamo solo immaginarli. Ma torneranno!

Il colle sul quale sorge Vallo di Nera, dominante sulla fertile valle irrigata dal Nera e protetto da monti boscosi, fu abitato sin da tempi remoti.

Chiesa di Santa Maria Assunta, foto di Enrico Mezzasoma

 

Agli inizi del III secolo avanti Cristo, dopo la conquista romana del territorio, l’ukar, l’antica arce umbra, divenne un uicus fortificato a guardia dell’importante via di comunicazione che segue il corso del fiume Nahar, l’attuale Nera: ne è la riprova il toponimo vallum, termine che letteralmente indica il fossato difensivo tipico delle antiche fortificazioni. Agli inizi del Duecento l’assetto urbanistico del borgo, chiuso nella cinta turrita, assunse la fisionomia che ancora oggi, in buon parte, conserva e che ha elevato Vallo di Nera al rango di borgo bandiera Arancione.
Tra le imponenti torri medioevali, nei silenzi arcani del colle Flenzano su cui sorge il castello, si cela uno dei santuari più suggestivi della Valnerina: la Chiesa di Santa Maria Assunta, di epoca imperiale. La facciata del tempio, sulla quale campeggia un rosone scandito da 12 colonnine, nasconde l’interno articolato in un’unica navata, originariamente coperto con volte a crociera. Sebbene il tempo e gli interventi succedutisi nel corso dei secoli ne abbiano, in parte, mutato la fisionomia, un recente restauro ha restituito agli affreschi il loro antico splendore. I committenti, i cui nomi accompagnano le pitture, sovrapponevano nuovi dipinti ai precedenti documentando l’intensità e la persistenza d’una devozione iniziata con le prime communitates cristiane insediatesi sul territorio. Preghiere plasmate in figure, invocazioni solidificate nelle terre delle tempere che chiedono a Dio, mediante i santi intercessori, la salute per il corpo – a fulgore et tempestate, a peste fame et bello, libera nos Domine – e implorano la salvezza per l’anima – e salutare tuum da nobis.

 

dipinto_chiesa Valnerina

Martirio di Santa Lucia

Un tour all’interno

L’interno della chiesa, partendo dalla parete sinistra della navata, ospita il Martirio di Santa Lucia, attribuito a Cola di Pietro da Camerino: la vergine è avvinta a due pariglie di buoi per essere trascinata in un postribolo, ma le bestie non riescono a smuoverla. Due aguzzini la tengono ferma per le spalle mentre il carnefice le affonda nella gola una daga. Dietro il magistrato Paschasius, una gamba sull’altra e in contrasto coi corrucciati personaggi che lo circondano, assiste divertito alla scena. A destra dall’altare – risalente agli inizi del Seicento – nel registro inferiore, da un affresco cinquecentesco che raffigura una Madonna del Latte tra San Gregorio Magno e un porporato, s’affacciano due Vergini col Bambino, una delle quali intenta ad allattare. A essa si rivolgevano le madri per implorare l’abbondanza del prezioso nutrimento.

 

Dormitio della Vergine

 

Indugiando ancora sulla destra dell’altare, campeggiano le figure di due martiri: Barbara, protettrice del fuoco celeste, e Caterina d’Alessandria. In prossimità del grande arco, nel registro inferiore, una piccola Madonna di scuola riminese sorregge il Figlio teneramente proteso a baciarle il volto. Sull’abside tuonano le figure austere dei Santi Antonio Abate e Cristoforo. Nell’abside, sulla parete di sinistra, in alto, la Dormitio della Vergine, attorniata dai 12 apostoli. Cinque angeli ne cantano le lodi, mentre altri quattro l’elevano al cielo circonfusa di luce. Particolare menzione merita la scena raffigurante la Fuga in Egitto: due angeli guidano Giuseppe che reca in spalla un bastone a cui sono appesi un otre e due pani, Maria cavalca un’asinella e un garzone sprona la bestia. Sullo sfondo, la pianta carica di frutti che, nella leggenda apocrifa volgarizzata da Jacopo da Voragine, abbassò i rami per rifocillare la Vergine.

 

Fuga in Egitto

 

Tornando alla navata, sulla parete di destra, sono affrescati undici santi, tra i quali San Giuliano in vesti militari e Sant’Antonio Abate: San Giuliano forte, liberaci da mala morte, da foco ardente e da acqua corrente, così recitano ancora nelle campagne i più vecchi. Sotto, la lunga processione dei Bianchi, movimento di penitenti sorto nel 1399 allo scopo di proclamare la pace universale e ottenere il perdono dei peccati: qui Mastro Cola di Pietro, nel 1401, li ritrae durante il loro passaggio alla volta di Roma, con i lunghi sai rossocrociati, intenti a scambiarsi il bacio della Pace, a cantare le lodi della Vergine o a implorare misericordia davanti al Crocifisso. Poco distante Sant’Antonio, protettore degli animali, con la campana il cui suono scacciava il demonio, il bordone e il lungo mantello segnato dal tau protettore; Gregorio Magno, coronato col triregnum, mostra un dipinto con i Santi Pietro e Paolo. Proseguendo, un’austera Madonna in trono, della metà del Quattrocento, porta sulle ginocchia il Bambino con un passerotto, allusivo al racconto apocrifo che narra come il piccolo Gesù si divertisse a plasmare con la creta uccellini e a vederli volar via dopo aver infuso in essi la vita.

 

Processione dei Bianchi

 

A fianco, le immagini di S. Chiara e S. Maria Egiziaca, coperta dai prolissi capelli: specchio di purezza, la prima; meretrice, poi eremita nel deserto, la seconda. Col capo nimbato da un’aureola, identica a quella di Chiara, l’ex prostituta testimonia la potenza catartica del pentimento e la vastità della misericordia divina. Nel registro più basso, la Trinità reca un libro su cui è scritto: Pater e Filius et Spiritus Sanctus et tres unum sunt. Due modi per enunciare il dogma trinitario dei quali il primo, dedicato a quelli che non sapevano leggere, nella sua rustica formulazione risulta non meno efficace.

 

Santa Chiara e Santa Maria Egiziaca

In un contesto assurdo, quasi metafisico, dove paura significa ignoranza, ossia non conoscenza del prossimo futuro, proviamo a elaborare qualche riflessione sul significato dietrologico di questo momento.

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Assisi, foto by Enrico Mezzasoma

 

Il tempo sembra essersi fermato, in bilico tra passato e futuro, in un’immagine di un orologio spezzato che riporta la gerarchia delle lancette totalmente capovolta. E se è vero che ogni evento straordinario è un’opportunità, almeno per il fatto che indica nella sua straordinarietà un cambiamento rispetto a tutto ciò che è ordinario, ossia scontato, previsto e prevedibile, la certezza che tutto o almeno una parte non sarà più come prima diventa quasi un motto, l’idea di una via di uscita, l’opportunità di utilizzare un evento come speranza di rivalsa ai tanti insuccessi che nel corso del passato abbiamo subito, nella speranza di un cambiamento. E in un contesto così assurdo la parola turismo in Umbria potrebbe assumere un significa diverso.

Sicuramente anche il turismo avrà regole ferree nella cosiddetta fase 2, attraverso sistemi di distanziamento sociale e dispositivi di protezione come guanti e mascherine, ma verosimilmente verrà privilegiata la ricerca di luoghi solitari e riflessivi dove poter dar sfogo alla nostra necessità di collocare il corpo e l’anima all’interno di una palestra di piccole ma serene meditazioni.

L’Umbria si scoprirebbe così a essere una vera oasi di quel benessere la cui necessità stiamo riscoprendo in questi giorni. Non quindi spiagge affollate o centri benessere specializzati nella cura esasperata del corpo – e quindi nella ricerca spasmodica dell’apparire – ma piccole e pure sorgenti d’acqua dove appagare la nostra sete di tranquillità e di ricchezza di spirito, nella ricerca slow di voler essere.

L’Umbria scoprirebbe che quelle sue peculiarità che fino a ieri appartenevano a un dio-turismo minore, potrebbero diventare come d’incanto il pane azzimo di un nuovo stile di vita. Se ci pensate siamo già pronti: pochi interventi nelle nostre strutture ricettive e un nuovo e vincente messaggio di comunicazione. Già, la comunicazione sarà fondamentale e non dovrà commettere gli errori del passato, dove disperatamente si è cercato di imitare gli altri.

 

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Piana di Castelluccio di Norcia, foto by Enrico Mezzasoma

 

E allora mi abbandono a un sogno dove vedo l’Umbria come modello di turismo sostenibile, dove la terra del Perugino e di Dottori, che ha ispirato Raffaello, diventa meta di gente che ha capito il grande insegnamento epocale che stiamo vivendo. Dove la massima aspirazione di riposo e di tranquillità sarà ammirare un tramonto sulle distese della Valnerina sorseggiando dell’ottimo vino di Montefalco con la persona amata, oppure ritrovarsi a lanciare una canna da pesca nelle acque del Trasimeno ed essere tra quei pochi fortunati che riescono a intravedere la propria anima rispecchiarsi nel lago. In un tempo così, dove la paura della crisi economica sta sorpassando quella sanitaria… sognare non ha prezzo.

Tre monumenti che raccontano la storia dell’Umbria, artisti che hanno lasciato il segno e una loro opera da ammirare.

Perugia

Perugia era in festa. Il tricolore sventolava ovunque. Viva l’Italia, viva Vittorio Emanuele II. In realtà i perugini facevano festa perché era stato spazzato via l’opprimente e asfissiante Stato Pontificio, che per 400 anni aveva dominato sulla città. L’avvenimento andava celebrato, allora i perugini pensarono che la cosa migliore sarebbe stata quella di dedicare una statua equestre al padre della Patria, cioè Vittorio Emanuele II – primo re d’Italia. Il delicato incarico fu affidato allo scultore Giulio Tadolini, nipote di quell’Adamo Tadolini che era stato l’allievo prediletto di Canova. Lo studio di Tadolini è diventato da qualche anno un simpatico caffè a Via del Babbuino a Roma dove il contratto di affitto tra Antonio Canova e Adamo Tadolini è in bella vista e i tavolini si mescolano alla gipsoteca. Sorprendentemente, entrando nel caffè, ci si trova sovrastati dalla statua del re a cavallo. È il gesso definitivo dell’opera di Perugia.
Lo scultore ha eseguito l’opera nei modi e nelle forme tipiche della fine dell’Ottocento che celebravano il mito di un re elegante e snello, mentre in realtà era piccoletto e grasso. Il monumento è stato messo al centro della piazza dal nome più ovvio: piazza Italia. Adesso giace in mezzo ai giardini ignorato da tutti. Un padre dimenticato.

 

Vittorio Emanuele II

Statua dedicata a Vittorio Emanuele II a Perugia

Terni

«L’acciaio e la ghisa sono il futuro» dicevano nel 1886. Un futuro di ponti e stazioni, con la Tour Eiffel come simbolo. Tutti parlavano di pace, tutti si armavano e i Krupp si arricchivano. L’Italia aveva molte guerre da combattere quindi si doveva armare. C’era urgenza di fare navi corazzate e armi da Marina. Il luogo ideale per installare l’industria di guerra e quindi le fonderie del ferro, doveva essere lontano dai confini e dalle coste.

Il Grande Maglio di Terni

La scelta è caduta su Terni, la città d’Italia più lontana dai confini. Le Alpi sono a 500 km, il mare è lontano sia a destra sia a sinistra. Quindi, nel 1886, era un luogo al riparo dalle invasioni, dai cannoneggiamenti dal mare e abbastanza vicino a Roma per difenderla. Gli aerei erano di là da venire.
E allora via con le fonderie, le più moderne ed efficienti del momento. Le fonderie di Terni sono il fiore all’occhiello dell’industria di settore. C’è bisogno di uomini, venite gente venite! A migliaia lasciano la campagna per andare a lavorare in fabbrica. Terni passa rapidamente da 10.000 a 25.000 abitanti. In acciaieria il lavoro però è durissimo. Si passa dalla temperatura altissima degli altiforni a quella gelida dei laminatoi. Si sprigionano vapori e fumi. Poi c’è il rumore possente del grande maglio. Il maglio è un enorme martello che appiattisce un lingotto di acciaio da 1000 tonnellate fino a spianarlo in lamina sottile. Quando il grande maglio scendeva, vibrava tutta la zona, il rumore risaliva anche le colline. Quel mostro da 500 tonnellate era venerato come un dio. Per lui avevano costruito un elegante padiglione a cupola, grande quanto il Pantheon, con una base speciale che poteva resistere ai colpi senza sprofondare. Si cercava l’eleganza anche nell’industria pesante. Poi è finito tutto. È rimasto solo un maglio, piccolino, che lavorava a fianco del grande collega e i ternani, per ricordare quel periodo entusiasmante, lo hanno conservato e collocato in città, dove lo vedono i cittadini e i viaggiatori di passaggio.
Chi arriva in treno, uscendo dalla stazione se lo trova davanti verde, giallo e grigio. Adesso non fa più impressione, il terreno non vibra, il maglio sta lì fermo in mezzo alla piazza e pochi sanno cosa ha rappresentato quella montagna di ferro.

 

Teodelapio di Spoleto

Spoleto

Dall’archeologia industriale passiamo all’ultramoderno che guarda al passato, ma sempre davanti alla stazione. La statua ha un nome particolare, si chiama Teodelapio. È un insieme di lastre d’acciaio e di ferro verniciato di nero e si ispira ai duchi longobardi che hanno dominato Spoleto per secoli e, in particolare, proprio al duca Teodelapio.
L’artefice è stato Calder, l’artista americano della leggerezza, l’artista dei mobile – le sculture in movimento – quelle che, con soffio leggero, girano su sé stesse. Questa volta non è la scultura a muoversi, ma il mondo che ha attorno. Si muovono i treni, si muovono le macchine, si muovono le persone, si agitano gli alberi, si muove il pensiero che segue a ritroso la storia. La scultura sembra un grande cavallo con freccia, ma rappresenta un cavallo longobardo con la corona irta di punte come quella che indossava Teodelapio. Calder ebbe l’incarico di creare una scultura per Spoleto nel 1962, quando il Festival era agli inizi e Giancarlo Menotti riuniva attorno a sé il meglio della cultura mondiale e lavorare per Spoleto era un privilegio. La scultura è stata realizzata con lastre d’acciaio per scafi che purtroppo non provenivano dalle acciaierie di Terni, ormai fuori gioco, bensì dall’Italsider di Savona. Tutto passa e tutto si trasforma.

 


Bibliografia

G. Papuli, Il grande maglio di Terni, 1980.

In anteprima nazionale, la proiezione del cortometraggio Andate in pace al Meliès di Perugia, con l’interpretazione di Floriana La Rocca e la regia di Carmine Lautieri.

Le riprese del film

 

Ha riscosso grande successo di pubblico il cortometraggio interpretato dalla versatile artista – in questo caso nelle vesti di eccellente attrice – Floriana La Rocca, in un film diretto dal giovane Carmine Lautieri, che ha messo in luce aspetti sociali e antropologici della provincia italiana. Una commedia arguta e mirata che nasce dal vissuto del giovane regista e fa riflettere sull’abbandono dei piccoli borghi e sugli accadimenti dibattuti nell’agorà paesana, spesso rappresentata dalla parrocchia e dai suoi frequentatori.
Dopo che Barbara Venanti, figlia del celebre maestro Franco Venanti, presente alla proiezione, ha salutato i molti intervenuti – tra cui i soci del Circolo Bonazzi, insieme al giornalista Sandro Allegrini, all’attrice Floriana e al bravo Carmine – si sono spente le luci in sala e accese quelle del grande schermo.
Un trio di donne, di cui Floriana ne interpreta magistralmente la capetta, il furto della statuetta di San Girolamo, il figlio carabiniere, la compagna che si dilegua, il mariuolo… sono alcuni dei passaggi visti nelle riprese e non ne racconto altri, per non anticipare la trama del film, che vale sicuramente la pena di vedere.

 

Carmine Lautieri e Floriana La Rocca

 

Al termine dell’applaudita proiezione, il ventitreenne regista campano Carmine Lautieri ci ha confidato: «L’idea di Andate in Pace è venuta a seguito del furto, realmente accaduto nel mio paese Tora e Piccilli, della reliquia di Sant’Antonio e da lì ho pensato che cosa sarebbe successo se avessimo preso delle signore timorate di Dio e le avessimo messe in un contesto criminale anche se un po’ stravagante… e da qui è nata la trama. Inoltre, lavorare con un’attrice come Floriana La Rocca, mi ha reso consapevole che c’è sempre da imparare da professionisti come lei, infatti, mi ha dato dei preziosi consigli e la ringrazio con affetto. Così come devo ringraziare il resto del cast composto da bravissimi attori come Pino Calabrese, Claudio Boschi, Gloria Napoletano, Silvana Gravina, Onesta Compagnone, Sergio D’Angelo, Lucio Zagaria e ringrazio questa bella terra umbra che mi ha accolto per l’anteprima assoluta. Devo aggiungere che io amo la commedia, ma in futuro vorrei girare un horror».
Floriana La Rocca invece ha confessato: «Sono grata al bravissimo Pino Calabrese, il mariuolo del film, perché è stato lui il contatto con Carmine e durante la prima telefonata con il giovane regista, mi sono resa conto della sua determinazione e della sua professionalità e sono sicura che Lautieri ricoprirà una parte molto importante nel cinema italiano. Nel film mi sono profondamente sentita nella parte, come una brava attrice deve fare, ma l’atmosfera affettuosa e le attenzioni dei paesani, la professionalità della giovane troupe, la bravura dei colleghi e di Carmine, mi hanno messo nelle migliori condizioni per interpretare il mio personaggio».

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