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Vanni Da Mevania, un personaggio immaginario del 1477

di Domenico Arcangeli

In ogni vicolo e in ogni piazza di Bevagna si respira aria di Medioevo. Su questo sfondo ho immaginato le vicende di un giovane che voleva diventare un famoso pittore.

Vanni era un ragazzotto vivace, abitava in un’umile casa assieme alla madre, al padre e a sei fratelli. Aveva i capelli a tega e vestito con abiti passati e ripassati dai fratelli maggiori, andava sempre di corsa. Le scarpe erano un lusso e così in estate scorrazzava per i vicoli di Mevania a piedi scalzi. Caterina, sua mamma, era una donna gentile e molto religiosa, Ruggiero, il padre era anch’egli un brav’uomo ma quando beveva diventava spesso violento e aggressivo.

 

Vanni Da Mevania disegnato da Francesca Marchetti

 

Le botte che prendeva, Vanni se le ricordava tutte. La decisione presa dai genitori di mandarlo a imparare un mestiere gli era sembrata quasi una grazia di Dio. Finalmente se ne sarebbe andato da quella casa affollata e soprattutto non avrebbe più subito le percosse del padre.
Solamente sua madre lo chiamava con il suo vero nome, Giovanni. «Giovanni ricordati di ossequiare Maestro Pietro, non lo contraddire, sii umile e impara bene il mestiere». E ancora «Giovanni non menare gli altri tuoi compagni apprendisti, sii onesto e condividi la felicità che la vita ti ha donato». Vanni era stufo di questi consigli così come presto divenne stufo di sgobbare nella bottega di Maestro Pietro. Era un tipo ribelle ma non sedizioso, non rispettava mai gli orari ed era distratto da altre faccende. Non legava con i suoi compagni di lavoro, li vedeva troppo remissivi. Le sue aspettative di vita nel borgo di Mevania del 1477 erano ben diverse da quelle che gli si prospettavano. Mevania si sviluppava lungo il fiume Clitunno ed era caratterizzata da innumerevoli vicoli lastricati in pietra. La piazza principale era luogo di scambi commerciali. Vanni aveva la passione per la pittura, voleva trasferirsi a Pisa per perfezionare la sua arte acquisita con semplici tecniche da autodidatta. Aveva sentito parlare del Maestro Gianni Matto, è lì che voleva andare, sui lungarni pisani. Si immaginava un futuro da famoso pittore stimato e rispettato. Per realizzare questo suo sogno avrebbe avuto bisogno di tanti denari, ma lui certo non li aveva e di sicuro non li avrebbe accumulati lavorando in quella bottega del taccagno Maestro Pietro. Questi sì che i soldi sapeva farli e tenerli solo per sé. Li custodiva ben nascosti ma quello scaltro di Vanni aveva scoperto il nascondiglio e ogni volta che vi passava vicino gli ritornava alla mente la voce di sua mamma: «Giovanni comportati bene, sii onesto» e le sue tentazioni sfumavano immediatamente. Una sera come tante altre volte, finito di lavorare se ne andò alla locanda per dimenticare la brutta giornata tuffandosi nel solito bicchiere di acqua e vino. «Gaspare cosa c’è di nuovo? Niente come al solito?». «Ragazzo mio a dire il vero oggi abbiamo un ospite particolare. Non ti voltare, lo vedrai dopo. È seduto in fondo vicino al caminetto. È un mercante di stoffe, non so bene da dove provenga ma so per certo, me lo ha detto lui, che è diretto a Pisa. Pernotterà qui in locanda per qualche giorno». «Ah Pisa» esclama Vanni voltandosi verso il forestiero. «Molto interessante».

Il forestiero si chiama Ugolotto Anghieri ed è di bell’aspetto, alto e longilineo. I suoi occhi marroni riflettono sincerità e onestà, caratteri non sempre comuni ai mercanti di quel periodo. È seduto a una tavola assieme ad altri commensali che non conosce e alla stessa tavola va a sedersi Vanni. Erano divisi da un tale che la faceva da padrone in quella tavolata e non si guardarono neppure, ma Vanni decise che lo avrebbe incontrato di nuovo la sera successiva. L’idea di un mercante che era di transito per Pisa gli aveva stuzzicato il progetto di farsi accompagnare in quella città dove, magari, lo avrebbe introdotto nelle migliori botteghe d’arte dando inizio alla sua passione. Fu così che il giorno seguente Vanni e Ugolotto si ritrovarono seduti fianco a fianco e iniziarono a scambiare quattro chiacchiere mentre mangiavano una zuppa di verdure. «Messere il mio nome è Vanni e sono un povero garzone di bottega. I miei genitori hanno desiderio che impari il mestiere di calzolaio ma a me non piace».
«Chiamami pure Ugolotto, sono un semplice mercante di stoffe!». «Allora Vi chiamerò Ugolotto e per questo Vi ringrazio. A me piacciono le tele, i colori e i pennelli. Sento di avere la stoffa per diventare un pittore ma questo mio desiderio mi è ostacolato». «Vanni, cosa posso fare io per te? Non mi chiedere soldi perché quelli che ho sono appena sufficienti per me e per mantenere la mia famiglia. Al di là delle apparenze faccio una vita di sacrificio. Ci siamo appena incontrati e di solito sono molto cauto con le nuove conoscenze. Il mestiere di mercante mi ha fatto conoscere anche molti villani e non sempre ne sono uscito indenne». «Ugolotto, capisco le Vostre perplessità ma io non sono qui per chiederVi del denaro». «Allora cosa vuoi da me?».
«Vorrei sapere, se fosse possibile venire a Pisa con Voi».
«A fare cosa?».
«Di sicuro Voi conoscerete molte persone in quella città e per me potrebbe essere l’opportunità di entrare a far parte di una bottega d’arte». «In effetti conosco tanta gente, questo è vero e ho intrattenuto rapporti di lavoro anche con tanti artisti. Alcuni di loro hanno acquistato in passato i prodotti che vendo e uno in particolare, Maestro Strappino di Vallecupa, è un mio conoscente, e oltre a essere un rinomato scultore credo che faccia affari anche con i suoi dipinti». «Beh, questo potrebbe rappresentare per me un’occasione da non perdere. Come posso fare? Quanti denari mi occorrono per andare a Pisa con Voi e per rimanere là fin tanto che non ho trovato sistemazione degna per iniziare una nuova vita?». «Caro ragazzo di denari ce ne vogliono molti e mi dispiace dirtelo ma questo tuo progetto è destinato a morire ancor prima di nascere. Il consiglio che ti do è quello di continuare a imparare il mestiere di calzolaio, qualcosa dovrai pur fare per vivere».
La mattina seguente Vanni non andò al lavoro ma trascorse la mattinata in compagnia di Ugolotto a ripetergli la solita storia. Rientrò in bottega nelle prime ore del pomeriggio e il Maestro Pietro, appena lo vide, gli andò incontro aggredendolo verbalmente: «Disgraziato, dove diavolo sei stato tutto questo tempo? Lo sai che non ti devi assentare dal lavoro, tanto meno senza chiedermi il permesso?». «Ma io, Signore…». «Ma tu niente, devi stare in silenzio e lavorare. Io sono qua per insegnarti un mestiere. Ficcatelo bene in testa! Ciò comporta anche un percorso educativo che ho l’obbligo di perseguire come da accordi con i tuoi genitori. Ricordati che ti ho preso in questa bottega perché ho stima e rispetto per tua madre Caterina, quella povera donna». «Maestro, avevo un impegno, mi sono peritato a chiedervi il permesso perché ero certo che non me lo avreste accordato». «Cosa? Ora ti accordo io».
Dicendo così con la stecca che aveva in mano iniziò a menarlo talmente forte da fargli sanguinare le mani con le quali Vanni si stava proteggendo il viso.

«Basta Maestro, mi fate male, basta!». «Vai immediatamente a lavarti le ferite e mettiti subito a lavorare. Guarda i tuoi compagni come sono diligenti, cerca di imparare qualcosa anche da loro». «Va bene Maestro» disse Vanni con il volto chino e le lacrime che gli scendevano lungo il viso. Non erano lacrime di dolore ma di rabbia e rassegnazione. La sua anima ribelle e il suo progetto di andare a Pisa si rinvigorirono e si fecero sempre più forti. Lavorò il resto della giornata con il magone alla gola. Quella stessa sera ritornò alla locanda con l’auspicio di rivedere Ugolotto. Si trattenne a lungo ma del mercante nessuna traccia. «Gaspare, ma quel tipo, Ugolotto, non c’è stasera?». «È da questa mattina che non lo vedo, la sua stanza è vuota e in ordine e delle sue stoffe neanche l’ombra. Di certo se ne è andato senza neppure pagarmi il conto».
Il volto di Vanni si rabbuiò e dopo aver bevuto, questa volta un bicchiere di vino schietto, salutò Gaspare e si diresse verso il suo alloggio per dormire. Con i fumi dell’alcol e la temperatura torrida di quella sera Vanni non sembrava particolarmente lucido. Rientrò in bottega come al solito dal retro e passando davanti al nascondiglio, dove Maestro Pietro teneva i soldi, stavolta non esitò. Facendo piano piano, sollevò il mattone e prese la scatola contenente denari e preziosi. La svuotò e nel mentre che stava sistemando il malloppo nelle sue tasche ecco arrivare Maestro Pietro. Con un grosso candelabro in mano face luce su Vanni e cominciò a inveirgli contro: «Maledetto! Ladro! Non ti è bastata la lezione di stamani? Ora ti faccio vedere io!». Dicendo così fece per picchiarlo ma Vanni gli bloccò la mano e con uno scatto fulmineo lo colpì con il candelabro. Non si rese conto di ciò che aveva fatto, imbambolato e disorientato rimase immobile per qualche minuto con lo sguardo perso nel vuoto.
Il maestro Pietro era steso sul pavimento, Vanni, disorientato, salì velocemente le scale, prese il suo fagotto e ridiscese in bottega. Il maestro Pietro aveva ormai quel respiro affannoso che annuncia l’arrivo dell’ultima ora, Vanni in preda al panico uscì sul vicolo e fuori dai propri sensi ebbe la visione della cattedrale di Santa Maria Assunta. Il suo destino era là: Pisa.

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Domenico Arcangeli