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Amelia è stata una città così famosa da far scomodare Cicerone per difendere Roscio Amerino dall’accusa di parricidio. Un processo stile Perry Mason, che ribaltò completamente il quadro accusatorio scoprendo gli inganni che si nascondevano dietro la falsa accusa.

Non si sa se Cicerone arrivò ad Amelia a cavallo oppure in carrozza, ma è certo che seguì la via Amerina. Amelia, quando Cicerone la vide, aveva già un teatro e uno stadio, molti templi e una strabiliante e antichissima cinta muraria in opera poligonale. Le mura sono la presentazione imponente della città verticale; Amelia si svolge infatti tutta in verticale, dalle mura fino al Duomo situato al vertice, dove all’epoca di Cicerone si ergevano due templi.
Oggi, le mura e la porta Romana, ci accolgono arrivando da sud e, dopo aver visto i basoli della via Amerina dove passarono i calzari di Cicerone, girando l’angolo si arriva al Museo Archeologico Edilberto Rosa. Che sarà mai il museo di una piccola città? Qualche reperto allineato in bacheca e poi un po’ di polvere? Assolutamente no, in quanto dietro quell’angolo si cela un museo moderno, multimediale, di facile lettura, senza polvere e con reperti di enorme valore.

 

Amelia romana

Il museo archeologico

Erma del dio Termine

La potenza di una nazione – passatemi la parola moderna di nazione – si percepisce meglio in periferia che nella capitale. La potenza dello Stato della Chiesa si percepisce ad Avignone, davanti al grandioso palazzo dei papi. Il valore dell’impero inglese lo si toccava con mano nelle colonie, più che a Londra. La stessa cosa vale per Roma. Perché quella di Roma è stata una civiltà che ha lasciato tracce in ogni settore: politico, religioso, ingegneristico e legislativo. Così, dai reperti trovati ad Amelia e conservati al museo, non si fatica a capire il significato delle parole Civiltà romana. Roma regolava ogni attività e la marcava in maniera inequivocabile. Al museo è conservato un piccolo cippo che, insieme a tanti altri, serviva a marcare il territorio segnando il confine dei poderi. Il cippo con l’abbozzo dell’erma del dio Termine rappresenta proprio questo: segnalare dove finisce una proprietà e ne inizia un’altra.
Come tutti i luoghi importanti, anche Amelia era preceduta da una necropoli monumentale e lo dimostrano i magnifici corredi funebri in mostra nelle bacheche. Si tratta dei corredi che si esponevano al pubblico prima delle esequie affinché tutti li potessero ammirare. Gente ricca gli Amerini, gente che seppelliva il morto con gioielli d’oro e suppellettili in abbondanza.

Il Germanico

L’Amelia romana doveva avere una notevole importanza se la grande statua di Germanico venne trovata proprio lì, fuori dalle sue mura. Morto a soli 34 anni, forse avvelenato, Caio Giulio Cesare Germanico era nipote, fratello e padre di imperatori, condottiero e poeta e sarebbe dovuto diventare imperatore ma, come dicevano i latini: Muore giovane colui che al cielo è caro.

La statua del Germanico

Germanico venne celebrato, pianto e rimpianto. Per la sua morte furono eretti archi di trionfo in tutto l’Impero. Il suo mito è stato poi coltivato per secoli: Haendel ne fece un’opera nel 1709, Poussin lo ritrasse sul letto di morte nel 1627 e Rubens dipinse il profilo di Germanico e di sua moglie Agrippina nel 1614. Mito cancellato dagli eroi dell’Ottocento, ma la sua figura è riemersa ad Amelia, possente e di bronzo: una grande statua loricata, cioè con la corazza da parata, alta 2 metri e 9 centimetri. La statua lo ritrae in piedi con il braccio teso nel gesto di chi si appresta a parlare (adlocutio).
Il museo archeologico Edilberto Rosa ci propone Germanico come l’eroe che è stato, ma con le tecniche di oggi grazie alla Mizar di Paco Lanciano, una società multimediale che ha ridato vita a tanti monumenti e ad Amelia ha fatto parlare il generale. La parete attorno e dietro Germanico si anima e noi veniamo a scoprire tutto di lui: lo vediamo bambino, ritratto nel bassorilievo dell’Ara Pacis (Roma) mentre sfila nel corteo di suo nonno Augusto, lo seguiamo nelle sue campagne militari, conosciamo la sua amata moglie Agrippina e partecipiamo al suo trionfo post mortem. Un film davvero avvincente.
Ma è pure emozionante rivedere il ritrovamento della statua e il suo meticoloso restauro che ha rimesso assieme i pezzi di un delicato puzzle di un bronzo unico nel suo genere, trovato nel 1963 e arrivato ad Amelia solo nel 2001.


Per saperne di più su Amelia

Tra i ragazzi di via Panisperna, il celebre gruppo di scienziati e fisici nucleari che diede l’avvio alla scissione dell’atomo, c’era un umbro di grande cultura naturalistica e fisica che veniva chiamato, dai colleghi, il Venerabile Maestro.

C’era una volta un ragazzino nato nella campagna umbra, nell’accogliente frazione di Pozzuolo Umbro, nel comune di Castiglione del Lago (PG), che mostrava un grande interesse per la natura. In particolare adorava raffigurare e collezionare piccoli animali e piante, probabilmente appassionato e influenzato dalla collezione d’insetti del padre agronomo e dai disegni di farfalle, creati con perizia dalla propria madre. Lo zio Gino, invece, gli aveva trasmesso la passione per l’alpinismo. Qualche anno dopo, il promettente giovanotto andò a Pisa e frequentò con successo l’Università, dapprima la Facoltà d’Ingegneria e poi quella di Fisica: si chiamava Franco Rasetti.

Franco Rasetti nasce a Pozzuolo Umbro nel 1901. Foto by Associazione Franco Rasetti

Franco Rasetti, mente illuminata, fu tra i primi ad approfondire le proprietà dei neutroni. Fece formative esperienze di ricerca in Italia e all’estero, finché nel 1930 gli fu assegnata la cattedra di spettroscopia all’Università La Sapienza di Roma, con sede in via Panisperna.
Qui un gruppo di fisici italiani, chiamati appunto i ragazzi di via Panisperna, con a capo Enrico Fermi, studiò le proprietà dei neutroni e del nucleo atomico in fisica nucleare, dando vita a quelle che poi saranno le applicazioni e gli impieghi della reazione nucleare.
Nel 1939, il gruppo di ragazzi si disperse in quanto alcuni di loro furono colpiti, tramite i propri cari, dalle leggi razziali del tempo. Rasetti, per scelta personale, emigrò in Canada come professore di fisica nucleare all’Università di Laval, per poi indirizzare i propri interessi verso i giovanili e amati studi naturalistici.
Nel dopoguerra si trasferì negli USA, dove all’Università di Baltimora insegnò fisica, botanica, paleontologia, entomologia e geologia. Tornato in Italia realizzò il compendio di flora alpina più completo che si conosca, I Fiori delle Alpi (Accademia dei Lincei, 1980).
Successivamente si trasferì in Belgio, dove continuò a coltivare i propri interessi e dove morì nel 2001. Oggi riposa nel cimitero di Pozzuolo Umbro, vicino all’adorata moglie.

Associazione Franco Rasetti

Lo storico palazzo Moretti di Pozzuolo Umbro ospita un archivio storico e una mostra permanente dedicata all’illustre scienziato pozzuolese, di cui l’Associazione Franco Rasetti ha curato l’allestimento ed è sempre disponibile, su appuntamento, per organizzare una visita guidata culturale o didattica per le scuole.
Il presidente dell’Associazione, Claudio Monellini, ha dichiarato: «La nostra associazione culturale ha lo scopo di tutelare la memoria storica del professor Franco Rasetti, di promuovere la conoscenza, lo studio come scienziato e umanista». L’attivo presidente Monellini ci racconta con orgoglio le tante iniziative che la sua associazione ha realizzato, come la presentazione di libri, l’istituzione di convegni, l’inaugurazione presso i giardini pubblici di Pozzuolo Umbro del busto bronzeo dell’illustre concittadino, l’esposizione di modellismo, mostre, il presepe vivente, il Festival della Fisica con esperimenti di fisica e laboratori e tanto altro. «Lo storico Palazzo Moretti prevede un percorso museale, oltre a quello dedicato a Franco Rasetti, che offre mostre di carattere scientifico, naturalistico e della cultura e tradizione locale» continua Claudio Monellini.
Un altro umbro illustre, che ha fatto sentire orgoglioso e fiero chi dell’Umbria – e in particolare del lago Trasimeno – è innamorato.

 


Per approfondimenti e contatti, visitate il sito web dell’associazione: www.francorasetti.it

La parola selfie è entrata a pieno titolo nel nostro vocabolario. Quotidianamente sentiamo molte persone pronunciarla e ne abbiamo visto altrettante rivolgere verso di sé uno smartphone per scattare una foto.

Nel corso degli anni i selfie non hanno certo rallentato la loro crescita. Viviamo nell’era dell’immagine, in un mondo sempre connesso: in un mondo sempre più frenetico, gli autoscatti sono diventati uno strumento di comunicazione visiva istantanea. Nel corso della storia, specchi, autoritratti e fotografie si intrecciano, descrivendo come muta il rapporto dell’uomo con la sua immagine.
Anticamente lo specchio aveva un ruolo chiave nella società: raccontava il bisogno dell’uomo di specchiarsi, di vedere la propria immagine, fondamentale per sviluppare al meglio l’idea della propria identità.
I primissimi metodi sfruttati dall’uomo furono quelli di vedere riflessa la propria immagine o il proprio corpo in specchi d’acqua, corsi o laghetti: Narciso, personaggio della mitologia greca, è identificato come l’amore, spesso esagerato, che una persona prova per la propria immagine e per se stesso.

 

Presunto ritratto di Simone Martini. Cappella di San Martino. Basilica inferiore Assisi

Il primo autoritratto

La prima comparsa dell’autoritratto avvenne nel Medioevo, durante il quale si svilupparono nuove esigenze rappresentative. Si pensava infatti che l’immagine, riflessa in uno specchio d’acqua, fosse semplicemente l’immagine materiale; l’immagine artistica invece, compreso il ritratto, era l’immagine che dimorava nell’anima di ogni uomo. Non a caso nel Medioevo si diffuse la credenza che Cristo fosse stato pittore della propria immagine.
L’autoritratto acquistò dignità artistica a partire dal Rinascimento: in questo periodo nuove tecniche di pittura iniziano a diffondersi, aiutando i pittori a realizzare ottimi chiaroscuri e a rendere i colori più naturalistici. Certamente significativa fu la visione antropocentrica, che si stava ampiamente diffondendo: tanti artisti si interessarono alla rappresentazione di volti umani.
Giorgio Vasari, nelle Vite, attribuisce la pratica del ritratto a due grandi maestri: Cimabue e Giotto. Cimabue infatti si sarebbe raffigurato nella Crocifissione dipinta nella Basilica superiore di San Francesco ad Assisi.[1]
Si pensa invece che il ritratto di Giotto sia presente nella raffigurazione del Fanciullo di Suessa. Nella cappella di San Martino, la prima cappella a sinistra della basilica inferiore di San Francesco d’Assisi, invece è raffigurato il presunto autoritratto di Simone Martini nella Resurrezione di un fanciullo. La cappella, voluta e finanziata dal cardinale Gentile Partino da Montefiore, fu interamente affrescata dall’artista nel 1313-1318.

 

Il Perugino. Collegio del Cambio. Perugia

I selfie del Perugino e Pinturicchio

Nel Quattrocento, in Umbria, celebri sono gli autoritratti di Pietro Vannucci, detto il Perugino, e del suo allievo Bernardino di Betto Betti, noto come il Pinturicchio, entrambi inquadrati in una cornice che pone l’artista in una posizione di rilievo. Il primo si ritrae all’interno di una cornice nella Sala dell’Udienza del Collegio del Cambio a Perugia. L’ambiente è interamente affrescato con un programma iconografico in cui sono inserite figure mitologiche, Sibille, Profeti e personaggi illustri sia della storia greca che romana.[2]
Su un pilastro intermedio della parete sinistra, inserito in un quadro appeso tra nastri e collane di corallo con effetto trompe-l’oeil, è visibile il ritratto dell’artista e un’iscrizione che testimonia il compiacimento per la fama raggiunta.
L’iscrizione in italiano recita: «Pietro perugino, pittore insigne. Se era stata smarrita l’arte della pittura, egli la ritrovò. Se non era ancora stata inventata egli la portò fino a questo punto».
I dettagli fisici e psicologici dell’autoritratto sono molto curati: il volto è tondeggiante, gli occhi sono sicuri, fieri e guardano senza esitazione davanti a sé, le guance arrossate, le labbra sono sottili, i capelli fluenti e il mento ha una fossetta. La veste nera e il cappello rosso, su uno sfondo blu monocromo, conferiscono al pittore un tono di severa nobiltà.
Il ritratto del Pinturicchio si trova all’interno di un suo ciclo di affreschi, databili tra il 1500 e il 1501, presso la cappella Baglioni, nella collegiata di Santa Maria Maggiore a Spello.
In un ambiente contornato da un maestoso loggiato rinascimentale, è dipinta l’Annunciazione: Maria leggente è sorpresa dall’angelo che si avvicina benedicendola e recando in mano il giglio bianco, simbolo della sua purezza. In alto appare l’Eterno in una mandorla di angioletti che invia, tramite un raggio luminoso, la colomba dello Spirito Santo.[3]
In lontananza, oltre l’hortus conclusus, si apre un paesaggio ricco di dettagli. Posta sulla destra dell’Annunciazione, si apre una finestrella con una grata su cui è appoggiata un’anfora e una mensola di libri, al di sotto della quale è presente l’autoritratto del pittore e un’iscrizione dedicatoria.
Questi accorgimenti sono la prova tangibile che l’autore non ha più bisogno di celarsi tra i personaggi raffigurati, ma assume il vero ruolo di protagonista, distinguendosi in maniera netta all’interno dell’opera.

 

Luca Signorelli. Cappella di San Brizio. Duomo di Orvieto

Signorelli e Beato Angelico in mezzo all’opera

Tra le tante personalità della pittura rinascimentale spicca Luca Signorelli, artista che lavorò in Umbria, soprattutto a Città di Castello e Orvieto presso la Cattedrale di Santa Maria Assunta. Il suo selfie è presente nella scena più evocativa dell’intero ciclo, almeno in termini di originalità narrativa e di evocazione fantastica: la Predica e i fatti dell’Anticristo.
L’artista, presente all’estrema sinistra, vitale e di bella presenza – come lo descrisse Vasari che l’aveva conosciuto personalmente in tenera età – indossa un copricapo e un mantello nero.
Accanto a Signorelli è presente un altro personaggio con il classico abito domenicano: è Beato Angelico. L’artista aveva iniziato il ciclo pittorico nel 1447, poi completato dal Signorelli. Scalpellini scrisse che la sua presenza a margine della scena assomiglia a quella di un regista compiaciuto per la riuscita del suo spettacolo e si presenta alla platea per ricevere l’applauso. [4]

 


[1] Enio Sindona, Cimabue e il momento figurativo pregiottesco, Rizzoli Editore, Milano, 1975.
[2] Umbria, Touring Club Editore, Milano, 1999.
[3] Cristina Acidini, Pinturicchio, in Pittori del Rinascimento, Scala, Firenze 2004.
[4] Antonio Paolucci, Luca Signorelli, in Pittori del Rinascimento, Scala, Firenze 2004.

Scoprire il Trasimeno seguendo le vicende di Carlo e della sua cagnolina Bimba, protagonisti dell’ultimo libro di Marco Pareti “Accadde al tramonto” pubblicato da CoreBook improvvisamente catapultati in una vicenda dai toni avvincenti e serrati a causa dell’evolversi di eventi delittuosi legati al mondo dell’arte e a quello dei giovani.

L’occasione la presentazione che del volume che verrà fatta online venerdì 9 aprile, ore 18, in diretta sulla pagina Facebook Magione cultura e sul canale YuoTube Stampa Magione. Ne parleranno con l’autore Francesca Caproni, direttrice del GAL Trasimeno-Orvietano, Sonia Bagnetti, direttrice tecnica di CoreBook, Carla Medici, illustratrice e Alessandro Mastrini, operatore video. Interverrà l’assessore alla cultura del Comune di Magione, Vanni Ruggeri.

Il romanzo giallo, o per meglio dire il docu-crime, Accadde al tramonto di Marco Pareti, vuol essere un libro per tutti, agile, facile e scorrevole, senza tralasciare i colpi di scena che si alternano a pillole culturali e artistiche sui luoghi in cui la storia è ambientata. Nel corso dell’appassionante racconto, la valorizzazione della bellezza artistica, dei paesaggi e della cultura dei borghi del lago Trasimeno, è in netta contrapposizione con la disonesta brutalità di alcuni trafficanti d’arte senza scrupoli.

Il docu-crime, nel suo dipanarsi, cita alcuni capolavori d’arte pittorica locali, luoghi storici e paesaggistici, con apposite note a corredo e con possibilità di approfondimento grazie ai supporti multimediali richiamabili tramite QR Code. Le illustrazioni di Carla Medici impreziosiscono l’opera e l’utilizzo di un font ad Alta Leggibilità facilita nella lettura i dislessici (D.S.A.) e chiunque abbia difficoltà visive.

 


Per chi volesse leggerlo, lo può trovare presso le principali librerie e i book shop online (eBay, Feltrinelli, CoreBook, Amazon, ibs.it, libreriauniversitaria.it,…).

Link per seguire la diretta:

FACEBOOK

https://www.facebook.com/934470106583285/posts/4212489692114627/

YUOTUBE

https://www.youtube.com/watch?v=_ydl64ve2Xo

Il convegno dal titolo Il sorriso del divino: l’ora panica di Enrico Cagianelli nel segno del déco, promosso dal Centro Cagianelli per il ‘900 in collaborazione con Museo Regionale della Ceramica di Deruta, Wolfsoniana – Fondazione Palazzo Ducale di Genova, Fondazione Pisa – Palazzo Blu, Amici dei Musei e dei Monumenti Pisani, con il Patrocinio di Comune di Gualdo Tadino, Comune di Gubbio, Comune di Pisa, Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, sarà trasmesso il 10 aprile 2021 sulla bacheca facebook del Centro Cagianelli per il ‘900.

Tale convegno è dedicato all’importante ritrovamento del “Vaso di Pan” di Enrico Cagianelli, realizzato negli anni Trenta per la celebre Società ceramica di Alfredo Santarelli di Gualdo Tadino, vero e proprio unicum nell’ambito della ceramica umbra del ‘900, viste le dimensioni monumentali, la particolarità della modellazione a bassorilievo, la preziosità delle cromie in argento su fondo nero, e l’iconografia dedicata al mito di Pan e Siringa. Gli interventi previsti nell’ambito del convegno sono dedicati alle più significative tematiche della cultura figurativa umbra, ma più generalmente italiana, degli anni Venti e Trenta, con una particolare attenzione per le arti decorative e per la tematica del mito.

La prima sessione, introdotta dal Prof. Francesco Federico Mancini, Ordinario di Storia dell’Arte Moderna, Dipartimento di Lettere, Lingue, Letterature e Civiltà Antiche e Moderne, Direttore Museo Regionale della Ceramica di Deruta, vedrà gli interventi di Francesca Cagianelli (storica dell’arte, Presidente del Centro Cagianelli), Stefano Bruni (Dipartimento di Studi Umanistici, Università degli Studi di Ferrara), Ettore Sannipoli (esperto di ceramica umbra), Domenico Cialfi (storico dell’arte), Fedora Boco (storica dell’arte, Accademica d’Onore), Antonella Pesola (critica e storica dell’arte), Matteo Fochessati (Curatore Wolfsoniana – Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, Genova), Gianni Franzone (Curatore Wolfsoniana – Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, Genova), Dario Matteoni (storico dell’arte, Direttore Accademia di Belle Arti, Alma Artis, Pisa).

 


Ai partecipanti al convegno sarà sufficiente accettare il link dell’evento che sarà inviato dal coordinatore del convegno sulla piattaforma GOOGLE MEET.

Siamo grati fin da ora di eventuali segnalazioni relative a persone interessate alla partecipazione al convegno, e restiamo in attesa della trasmissione del relativo indirizzo mail cui poter trasmettere il link.

PER PRENOTAZIONE: francesca.cagianelli@gmail.com

https://www.facebook.com/francesca.cagianelli.1

 

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«Io non penso in italiano, penso in dialetto perché sono un popolano» (Gianni Brera).

Con il Castelèno ci spostiamo all’estremo nord dell’Umbria per scoprire – in questa terza puntata (dopo il perugino e l’eugubino) – un dialetto che potremmo definire un vero e proprio insieme di varietà proprie dalle zone limitrofe: da un lato l’influenza marchigiana, dall’altro quella della Toscana orientale. Ma lo stesso tifernate si differenzia, per intonazioni fonetiche e lessicali, in quello parlato drènto i muri – Città di Castello centro – e in quello della periferia e delle campagne.
«A sud verso Umbertide si dice ta me, ta te… come nella zona perugina, che diventa ma te, ma me a Castello. Il dialetto comunque si è molto italianizzato – o andacquèto – in quanto le nuove generazioni ne stanno perdendo l’uso: parole e modi di dire tipici della cultura dialettale vengono utilizzati in prevalenza solo dalle persone più anziane. Ma il difficile del dialetto non è tanto parlarlo, quanto scriverlo e soprattutto leggerlo» spiega Fabio Mariotti, componente del gruppo folkloristico Paguro Bernardo e appassionato di dialetto.
Il gruppo – formato da Massimo, Marcello, Fabio, Stefano, Matteo e Diego – è molto famoso nella zona dell’Alto Tevere e vanta venti anni di attività, con all’attivo cinque CD, un libro e un DVD. Giocano con i testi delle canzoni famose traducendoli e reinterpretandoli in dialetto castelèno così da raccontare storie della tradizione popolare e non solo.

 

Il gruppo Paguro Bernardo

L’Accademia de la Sèmbola

«Diversi anni fa, proprio per insegnare a scrivere e a leggere correttamente il castellano, era stata creata l’Accademia de la Sèmbola (crusca, cereali) in cui si tenevano lezioni ed esercitazioni mirate. Ci eravamo ispirati all’Accademia del Donca e agli insegnamenti del dialetto perugino» prosegue Mariotti.

La caratteristica principale del tifernate sono le vocali (A, E, O) che vengono aperte o chiuse in modo quasi opposto rispetto all’italiano: bachètto (aperta), melé (chiusa).
Ci sono poi parole che vanno ricordate, perché fanno parte della vita di un castellano, ma il tempo sta facendo piano piano scomparire: galòpola (caviglia), razi (animali da cortile), ‘n vèlle (da nessuna parte: Quèllo è uno che n’ và nvèle, si dice di un uomo presuntuoso o di scarsa intelligenza), ghiottiróla (imbuto), sinò (sennò, altrimenti) e bompóco (grossa quantità).
A Città di Castello se vi dovessero dire che siete un tontoloméo, non offendetevi! È una parola che si usa in tono familiare, non offensiva, come lo stesso tònto. Può assumere diversi significati a seconda delle situazioni, quindi si hanno le varianti: tontolóne, tontolino, tontolacio, tontolerìa, tontolàgine.
Tra le chicche dialettali ci sono: mènadritta (mano destra) e mènmancina (mano sinistra). Con lo stesso termine si danno anche le indicazioni stradali (Per gi a Umbértide girète a mèndritta dòppo che l’albero) e si indicano le parti del corpo: ochio a mènmancina (occhio sinistro), piede a mèndritta (piede destro). Una menzione va fatta per i giorni de la sitimèna: Lonedé, Martedé, Mercòldé, Gióvedé, Venardé, Sabito e Dómènnica; e i mési de l’àno: Genèio, Febrèio, Marzo, Aprile, Màgio, Giògno, Lòjjo, Agòsto, Setémbre, Otóbre, Novémbre e Dicémbre.

Filosofia popolare

Si sa, il dialetto spesso parla con i proverbi e i modi di dire, e il castellano non è da meno. Ne conserva tantissimi che ancora oggi vengono utilizzati nel parlato comune: una filosofia popolare spontanea e veritiera, che racconta un tempo passato ma sempre e comunque attuale e reale. «Il modo di dire che più spesso si dice nell’Alta Valle del Tevere è: La Montesca c’ha l capèlo, castelan porta l’ombrelo (Se sopra La Montesca ci sono le nuvole, sicuramene pioverà). Ma non posso non ricordare anche: A ‘na cérta età ‘gni acqua tràpia (a una certa età i dolori vengono fuori tutti); E armannéte ‘n pochino che s’è tòtto sbudelèto (ricomponiti che sei tutto in disordine – relativo al modo di vestirsi); Te caciarìbbono la ròba da magnè p’ i òchi (quando sei ospite in casa di qualcuno e ti vogliono offrire qualcosa da mangiare a ogni costo. Lo si dice di solito per indicare le brave persone); C’è la tèsta cóme ‘na bachjùccóla (si riferisce a una persona poco intelligente); ‘L chène, la mojji e lu schiòpo ‘n se prèstono ma nisuno (il cane, la moglie e il fucile non si prestano mai) e Per gnenta ‘nnu sdringóla manco la coda ‘l chène (nessuno fa niente per niente)» conclude Mariotti.

 

Terme di Fontecchio

Tutti a… el bagno

I castellani le terme di Fontècchio le chiamano affettuosamente el bagno: raramente usano il vero nome. Questo dimostra l’attaccamento che hanno con le vecchie terme, dove nel corso dei secoli hanno curato i loro mali e dato refrigerio durane il caldo estivo. Al bagno ci s’amparea anche a notè (“Al bagno” ci si imparata anche a nuotare) visto che c’era l’unica piscina (a parte le dighe) e quelli con piò guadrini se poteon permètte de paghè amparèono anche a giochè a tennis… (quelli con i soldi si potevano permettere di pagare per imparare a giocare a tennis). Inoltre, liberamente si poteva attingere la famosa acqua sòlfa che faceva e, fa ancora, guarì e rinfreschi lu stombico.

 


Paguro Bernardo

Per saperne di più c’è il Vocabolario del dialetto castellano di Francesco Grilli.

INGREDIENTI:
  • coratella di agnello
  • 2 spicchi d’aglio
  • 1 foglia d’alloro
  • 1 cipolla
  • 6 cucchiai d’olio extravergine d’oliva
  • sale
  • pepe

 

PREPARAZIONE: 

Fate soffriggere nell’olio un trito di cipolla e aglio assieme alla foglia d’alloro, e mettete nel tegame il cuore e il polmone dell’agnello, tagliati a pezzetti. Fate rosolare, salate, pepate e portate avanti la cottura versando ogni tanto del vino bianco, quindi aggiungete anche il fegato. Terminate la cottura e servite la coratella calda.

 

A Norcia univano alla coratella dei fagioli bianchi di Spagna lessi, oppure – uso più recente probabilmente proveniente dal Lazio – dei carciofi. Nelle zone del lago Trasimeno e di Todi a volte si aggiungevano delle patate a tocchetti. Questa preparazione diffusa in tutta l’Umbria, si potevano fare anche con aggiunta di pomodoro. 

 


Per gentile concessione di Calzetti-Mariucci editori