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L’albero di Natale più grande del mondo disegnato sull’acqua – inaugurato lo scorso anno a Castiglione del Lago sul Trasimeno – ha dato alla luce tanti piccoli alberelli.

Lo scorso anno con l’accensione dell’albero di Natale adagiato sul Trasimeno è stata organizzata la campagna Adotta una luce e pianta un albero: un progetto, che ha riscosso un grande successo, è stato innovativo e sperimentale e si è inserito in maniera armonica nell’habitat lacustre. Le 2558 luci adottate hanno reso possibile la nascita di nuove piante – aceri, frassini, querce e pioppi – presso l’ex aeroporto Eleuteri. 

 

L’inaugurazione del progetto

 

L’idea è nata grazie l’associazione Eventi Castiglione del Lago, che ha voluto restituire un dono al territorio: «In ogni attività umana, e quindi anche nell’organizzazione di un evento per il territorio, bisogna sempre pensare all’ambiente che ci ospita. Ed è per questo che abbiamo lanciato il progetto di adozione a distanza: per ogni lampadina dell’albero più grande del mondo che verrà adottata, ci impegneremo a piantare un albero. Piccoli gesti che messi insieme possono cambiare il volto di un territorio» affermarono i responsabili di Eventi. A un anno di distanza la promessa è stata mantenuta e presentata con una cerimonia alla quale hanno partecipato il sindaco di Castiglione del Lago Matteo Burico, la direttrice del GAL Trasimeno Orvietano Francesca Caproni e i rappresentanti degli sponsor, delle tante associazioni castiglionesi che hanno collaborato alla buona riuscita del progetto e naturalmente i volontari di Eventi, guidati dal presidente Marco Cecchetti.

«Abbiamo consegnato alla collettività 2558 nuove piante che rappresentano tanto per tutti noi, un’opera che è molto significativa per il nostro ambiente e per tutti i cittadini. Il sostegno è arrivato da tantissime persone, ma soprattutto dai castiglionesi che hanno deciso di credere con forza nella sfida di costruzione dell’albero più grande del mondo disegnato sull’acqua» ha ricordato Cecchetti.

La rinascita dell’aeroporto

Difficoltosa è stata la scelta del luogo di piantumazione: la zona che era sembrata più idonea era l’ex aeroporto Eleuteri, sottovalutando però le problematiche collegate al fatto che l’area fa parte della zona ZPS (Zona di Protezione Speciale) Lago Trasimeno che comprende la ZSC (Zona Speciale di Conservazione). Dopo quasi un anno d’iter burocratici, l’associazione Eventi ha portato a termine il progetto operativo di piantumazione – uno dei più ambiziosi d’Italia e il più grande mai realizzato in Umbria – lungo il percorso ciclabile del Trasimeno.

Il vicepresidente dell’Associazione Eventi di Castiglione del Lago, l’architetto Mirko Ceccarelli, che ha curato in prima persona l’aspetto progettuale e tecnico-amministrativo della messa a dimora delle piantine, ha dichiarato: «È stato un lavoro impegnativo e non senza difficoltà. Alla fine, grazie a tutta la squadra dell’associazione, siamo riusciti a realizzare questo sogno, che ha sfaccettature ecologiche, sociali e pedagogiche. Al momento abbiamo completato il lotto 1 e in parte il 2. A breve sarà portato a termine l’ultimo lotto, il 3. Roverelle, frassini, aceri, salici e pioppi, saranno le specie degli alberi che correranno lungo il percorso della pista ciclabile del Trasimeno, che passa all’interno dell’ex aeroporto Eleuteri di Castiglione. Una grande soddisfazione a servizio di tutta la comunità».

L’obiettivo è quello di migliorare le aree verdi presenti e realizzarne di nuove per la fruizione dei cittadini e dei turisti e al contempo migliorare e integrare gli habitat forestali presenti – già tutelati a livello europeo.

 

L’area individuata

 

«Il GAL ha creduto da subito in questo progetto perché questi eventi, la cultura e l’ambiente sono alla base della nostra economia e credo che siano essenziali per ripartire dopo la pandemia che, ci auguriamo tutti, passi prima possibile. Chi viene al Trasimeno non viene per un turismo di massa ma viene perché apprezza ed ama il territorio e il suo ambiente che abbiamo saputo valorizzare: il GAL si occupa di questo e sostiene Eventi e i suoi progetti in collaborazione con il Comune di Castiglione del Lago» ha spiegato la direttrice Francesca Caproni. Anche il sindaco Burico è entusiasta dell’iniziativa che vede come un primo passo verso la rinascita: «Non mi stancherò mai di ringraziare l’associazione Eventi senza la quale questo non sarebbe stato possibile: queste piantine sono il simbolo della rinascita in attesa di ripartire con i prossimi eventi che segneranno la ripartenza del territorio, con forza e con fiducia nel futuro».

 

Un cartoon racconta la vera storia dell’albero di Natale sull’acqua più grande del mondo di Castiglione del Lago.

Ascanio il pesciolino geniale

 

Protagonista di un progetto didattico, che coinvolge anche le scuole primarie del territorio, è il pesciolino Ascanio; con lui a nuotare e divertirsi nelle acque del lago tanti personaggi ispirati alla fauna che popola il Trasimeno. L’idea curiosa e originale ha preso vita grazie l’associazione Eventi Castiglione del Lago che con un team di creativi umbri ha sviluppato un racconto dal titolo Ascanio il pesciolino geniale, che ha come scenario le acque del Trasimeno. Il cartone animato è diventato realtà anche grazie al finanziamento del GAL Trasimeno Orvietano.

Louis e Tina

I protagonisti lacustri

Ascanio a tanti amici che nuotano con lui, ci sono Louis e Tina: lui è un simpatico gambero di lago di rosso vestito, mentre lei è una piccola tinca dalla verde livrea; poi Vanda e Hanz che amano passare il tempo a chiacchierare sulle sponde del lago: Vanda è un castoro d’acqua dolce mentre Hanz il germano ha l’accento tedesco. Cassandra invece è una sinuosa anguilla mentre Martin è un ottimo pescatore e un provetto tuffatore. La Regina del lago è sicuramente lei: nuota imperiosa nei fondali insieme alla sua amica Sissi, una pescegatta dagli occhi graffianti con dei simpatici baffetti. E se il lago Trasimeno ha una sua Regina, di certo Lucio il luccio non può che essere il suo re: ad accompagnarlo in questa folle avventura la dinamica, iperattiva e frenetica Scheggia l’agoncella. Ci sono Giulio il gabbiano, Fabio l’airone e Filippo lo svasso e, a dirigere la realizzazione dell’albero, sarà il saggio gufo Cecè.

Il progetto

Il progetto, oltre a fare un regalo a tutti i bambini del Trasimeno in occasione del Natale, ha lo scopo di far conoscere il territorio e il proprio paese in maniera innovativa; per aiutarli a memorizzare la storia e a interagire con i suoi personaggi sono state prodotte anche delle schede che contengono giochi e disegni, l’idea – piaciuta subito alla dirigente Stefania De Fazio e agli insegnanti delle scuole – ha avuto il patrocinio della Direzione Didattica Franco Rasetti di Castiglione del Lago. «A gennaio, inoltre, abbiamo in programma di iniziare la commercializzazione del libricino contenente la storia del corto animato e successivamente di alcuni gadget» spiega l’associazione Eventi. Parte del ricavato delle vendite sarà destinato alla raccolta fondi per le scuole, ad attività collegate allo sviluppo del progetto Ascanio il pesciolino geniale e a quelle legate alla natura, alla sostenibilità e alla biodiversità del lago Trasimeno.

Ma non è tutto. Sarà un 2021 ricco per Eventi, che lavorerà a ulteriori progetti didattici legati al pesciolino con il coinvolgimento del GAL Trasimeno Orvietano per il finanziamento dell’iniziativa e delle altre associazioni locali da tempo impegnate in progetti didattici e naturalistici: un libro o una collana di libri con protagonisti i personaggi del cartone sono tra le proposte.

Lucio e Scheggia

Ideata dai consiglieri di Eventi, la storia di ha visto la collaborazione di Marco Pareti, Sara Nuccioni, Stefano Garzi e Luana Sacco alla sceneggiatura e ai dialoghi, mentre i disegni originali sono di Filippo Peparelli mentre l’animazione e le musiche originali sono dell’agenzia Le Fucine Art&media di Perugia con il mixaggio di Mirko Revoyera. Le voci dei personaggi sono di Mirko Revoyera, Viola Chiucchiurlotto, Sara Nuccioni, Federica Giovannoni, Gabriele Lucentini, Gabriella Scarpanti, Stefano Bartolucci, Emma Alessandra Lucentini e Virgilio Vincenzoni che hanno tutti collaborato gratuitamente. Un ringraziamento particolare va allo studio di registrazione Rokkaforte Records di Castiglione del Lago e all’associazione Trasimeno Teatro.

Il corto d’animazione è visibile nella pagina Facebook Luci sul Trasimeno e sul sito www.lucisultrasimeno.it.

 

Lo sapevi che in Umbria ci sono prove di come si sono estinti i dinosauri?

Conosciamo tutti l’armonica bellezza della cittadina medievale di Gubbio, accoccolata sulle pendici del Monte Ingino e proiettata sulla valle del Tevere, dove natura e storia si mescolano in un equilibrio perfetto. Non è un caso che proprio Gubbio rappresenti una delle mete più attrattive dell’Umbria. I motivi per visitare Gubbio e la sua montagna sono molteplici, molti alla luce del sole, altri celati dal tempo, in alcuni casi molto tempo, addirittura milioni di anni
Uscendo dal centro storico di Gubbio si risale la Gola del Bottaccione, una profonda valle fluviale scavata dal torrente Camignano tra il monte Ingino e il monte Foce (o Calvo), attraverso la strada che collega Gubbio con Scheggia.
La gola è ricca di importanti testimonianze storico-artistiche e il suo nome deriva dal termine bottaccio, il bacino di raccolta delle acque che serviva ad alimentare i numerosi mulini presenti nella valle, dove ancora oggi è possibile osservare l’antico acquedotto risalente al Medioevo eugubino.
Ma la Gola del Bottaccione è anche un luogo di particolare interesse scientifico, in quanto, negli anni Settanta del secolo scorso, il geologo Walter Alvarez e il padre Luis Alvarez, premio Nobel per la fisica, fecero un’importante scoperta connessa con l’estinzione dei dinosauri.

 

Geosito della Gola del Bottaccione, foto di Cristiano Spilinga

Vi chiederete: e cosa c’entra la Gola del Bottaccione con i dinosauri?

Walter Alvarez era a Gubbio per studiare le rocce appenniniche che, lungo la gola, presentano una successione di ben 400 metri in cui è possibile ricostruire 50 milioni di anni di storia geologica.
Studiando le rocce, il geologo scoprì che tra gli strati ve ne era uno di circa 1 cm di spessore particolarmente ricco in argilla e completamente privo di fossili; non immaginatevi grandi fossili, stiamo parlando dei gusci di piccoli organismi marini denominati Foraminiferi che, in quello strato, erano stranamente assenti.
La cosa ancora più strana è che i Foraminiferi presenti nello strato più antico, sotto quello argilloso, erano completamente diversi da quelli presenti nello strato superiore. Ma allora, che significato aveva quello straterello di argilla noto come limite K/T?
La denominazione limite K/T, oggi per maggiore correttezza definito limite K/Pg (Cretaceo-Paleogene), deriva dal fatto che quel sottile strato argilloso separa la roccia del Cretaceo (K) da quella del Terziario (T) o meglio del Paleogene, appunto.
Nello stesso periodo in cui fu scoperto a Gubbio, tale limite geologico fu rilevato anche nel sudest della Spagna dal geologo olandese Jan Smit. Ulteriori studi su quelle rocce consentirono ai ricercatori di rilevare all’interno dello strato anomalo una concentrazione particolarmente alta di iridio, un metallo molto raro sulla Terra ma presente in altri corpi celesti.
Nel 1979, dopo varie ipotesi, gli Alvarez azzardarono che l’anomala presenza di iridio potesse essere messa in relazione con l’impatto che un enorme meteorite avrebbe avuto con la terra circa 66 milioni di anni fa. Tale impatto avrebbe alterato completamente la composizione atmosferica portando a una repentina variazione climatica culminata con l’estinzione di molte forme di vita, tra cui i dinosauri.
Luis Alvarez morì nel 1988 ma gli studi proseguirono e, nei primi anni Novanta, l’analisi del limite K/Pg nei sedimenti di un fiume texano che sfocia nel Golfo del Messico, evidenziò le tracce di un gigantesco tsunami databile a 66 milioni di anni fa.
Si continuò a indagare fino a che non fu identificata un’enorme struttura subcircolare tra 180 e 300 km di diametro nella penisola dello Yucatan. Andando ad analizzare le rocce in quell’area, si scoprì che molte risultavano fuse da un evento datato circa 66 milioni di anni fa e contenevano al loro interno grandi quantità di iridio.
A quel punto tutte le evidenze andavano nella stessa direzione: 66 milioni di anni fa un gigantesco meteorite impattò con il nostro pianeta sconvolgendo completamente il clima, determinando così quella che viene definita la quinta estinzione di massa.
Quel centimetro di argilla si era depositato nei 10000 anni successivi all’impatto in un mondo completamente nuovo, in cui i grandi rettili avrebbero lasciato spazio ai piccoli mammiferi. Questa non è l’unica teoria sull’estinzione dei dinosauri, ma certamente una delle più affascinanti… e pensare che tutto è nato dallo studio di quel sottile strato di argilla della Gola del Bottaccione.

 


BIBLIOGRAFIA

Walter Alvarez, Le Montagne di San Francesco. Perché nel cuore dell’Italia si nascondono i segreti della Terra Fazi Editore, 2010.

Ingredienti:

  • 1 cavolfiore medio
  • 4 cucchiai di farina
  • 2 uova
  • olio per friggere
  • sale

 

 

Preparazione:

Lessate al dente le cimette di cavolfiore, scolatele, asciugatele e passatele prima nella farina e poi nell’uovo sbattuto e leggermente salato. Friggetele in abbondante olio, scolatele, passatele su carta da cucina e servitele calde.

 

 

I cavolfiori fritti, usati in tutta l’Umbria, a Orvieto e Terni entravano sempre nel menu della Vigilia di Natale. Si possono anche passare in una pastella di farina, uovo e acqua.

 


Per gentile concessione di Calzetti&Mariucci.

«La passione per la dispositio è il filo rosso che lega i miei interessi. L’organizzazione degli spazi, degli oggetti e soprattutto delle informazioni in sistemi complessi esercita su di me un fascino irresistibile – dal gioco dei Lego all’urbanistica, dal testo letterario al web».

Luca Rosati fa un lavoro che in pochi conoscono, ma che in molti usano. Luca è un architetto dell’informazione: semplifica l’interazione tra le persone e l’informazione, sia in spazi digitali (web, app o banche dati) sia in quelli fisici (musei, negozi). In pratica, se un sito, dopo una tua ricerca, ti consiglia anche altro è perché dietro c’è il suo lavoro.
Dopo la laurea in Lettere all’Università di Perugia e un master in tecnologia e comunicazione multimediale al Politecnico di Torino, inizia il suo percorso lavorativo, che lo ha portato a essere uno dei fondatori di Architecta – l’associazione italiana degli architetti dell’informazione – a scrivere quattro libri, l’ultimo è Sense-making: Organizzare il mare dell’informazione e creare valore con le persone e a insegnare dal 2015 allo IULM di Milano – oltre a essere richiesto da aziende pubbliche e private per facilitare il loro lavoro. In questa chiacchierata abbiamo parlato di tante cose, ma soprattutto abbiamo cercato di farci spiegare come funziona la sua professione, oggi più importante che mai.

 

Luca Rosati

Qual è il suo rapporto con l’Umbria?

È la mia terra, una terra che amo. Sono nato a Perugia e ho scelto di rimanere ad abitare in città nonostante il mio lavoro mi porta spesso in giro per l’Italia. È un luogo che mi piace, che ha contribuito anche alla mia formazione e ha alimentato le mie passioni.

In che modo?

Le città piccole a misura d’uomo, il contatto con la natura che ho avuto fin da piccolo e il suo modo di essere appartata – peculiarità che però a volte la penalizza perché non viene adeguatamente valorizzata e non si esaltano le sue potenzialità – mi hanno reso quello che sono.

Lei è un architetto dell’informazione: cosa significa in concreto?

L’etichetta che si usa è architettura dell’informazione e design dell’esperienza. Come un architetto progetta edifici fatti di mattoni, io progetto edifici fatti di informazioni. L’obiettivo è quello di organizzare le informazioni per renderle a misura di persona e per essere facilmente individuate. Progetto ambienti – fisici o digitali – affinché siano confortevoli e consultabili agevolmente, in modo che la gente non si perda. Oggi esistono spazi digitali molto complessi che spesso si fondono con il reale: ad esempio, i musei hanno entrambi gli ambienti. Ecco, con il mio lavoro cerco di rendere tutto questo accessibile.

Quanto è importante il suo lavoro, vista la mole d’informazioni che riceviamo ogni giorno?

Oggi diventa strategico. La grande informazione che abbiamo è una ricchezza ma può causare anche un effetto boomerang. Siamo sopraffatti, e fondamentale è filtrarla per usufruire solo di quella che ci occorre in quel momento o scartare quella dannosa. 10-20 anni fa era un lavoro più di nicchia, oggi è diventato molto importante.

Chi è che richiede i suoi servizi?

Aziende digitali, musei, enti pubblici, grande distribuzione. Negli spazi fisici faccio sì che le persone non si perdano, personalizzando i percorsi su misura. Intervengo sul web, sulle app… dove c’è una grossa mole di informazioni, così chi ne usufruisce riesce facilmente a trovare quello che sta cercando.

Netflix e Spotify – per fare due esempi – utilizzano, quando ti consigliano film e musica in base alle scelte fatte in precedenza, una raffinata architettura informativa. Ci spieghi meglio…

Noi vediamo l’esito finale – il film consigliato – ma perché questo avvenga in modo mirato c’è un’organizzazione, fatta in base a delle specifiche caratteristiche. C’è dietro un lavoro… il mio.

Ci racconti: come sia arriva, dai mattoncini Lego, al suo lavoro?

Dai mattoncini Lego al linguaggio il passo è stato breve. Fin da piccolo ero molto affascinato da quello che era organizzazione: guardavo i negozi di giocattoli per capire com’erano sistemati e restavo affascinato dalle cassettiere delle farmacie. Per me era un mondo perfetto, perché tutto era ordinato. È arrivata poi la laurea in Lettere, con la tesi in linguistica generale e del linguaggio: il salto successivo verso l’architettura dell’informazione è stato quasi scontato. I mattoncini Lego li puoi montare e smontare: così faccio nel mondo del web per avere la casa perfetta.

Quindi i suoi cassetti della biancheria sono ordinati?  

Non arrivo a questi estremi (ride).

Mentre parlava mi è venuto in mente il film di Christopher Nolan, Inception, in cui c’è l’architetto dei sogni, che crea scenari nei quali i personaggi si muoveranno durante l’esperienza onirica. Un po’ le due cose si avvicinano…

Sì, è un accostamento azzeccatissimo. Anche il film in sé è perfetto per raccontare il mio lavoro. perché è strutturato a più livelli come i sogni della pellicola che si incastrano. I princìpi con cui lavoro sono trasversali e si collegano tra loro: li puoi ritrovare nel web, ma anche in un film, in un libro, in una serie tv o nella musica.

Insegna all’università IULM: cosa consiglia ai suoi studenti?

Consiglio la capacità di saltare tra mondi apparentemente distanti: dal digitale alla musica o alla letteratura. C’è bisogno, in questo momento, di figure ibride – come lo sono io – per unire appunto diversi mondi. Spesso mi capita di fare da collante tra figure specializzate in un settore, che però non riescono a comunicare tra loro. Oggi questo è fondamentale!

Seguendo il suo lavoro, come riorganizzerebbe l’Umbria se ne avesse la possibilità?

L’Umbria ha una base di partenza eccellente, però i percorsi per far scoprire le sue potenzialità non vengono sufficientemente spinti, ci sono tesori che spesso restano nascosti. Cercherei di rilanciare le strade – non parlo solo di quelle fisiche – per far scoprire questo mondo. Ci sono esperienze come il Sagrantino che lo ha fatto, l’esclusività è diventata un’eccellenza; questo andrebbe realizzato su più parti del territorio anche creando dei consorzi. Manca una visione completa e unita per incentivare anche altri percorsi. In concreto: chi visita Assisi o Spoleto dovrebbe non fermarsi lì e scoprire altri luoghi, e questo è possibile non solo valorizzando il singolo ma la completezza. Un po’ come fanno i siti di e-commerce: se compri questo ti può interessare anche quest’altro.

Come definirebbe l’Umbria in tre parole?

Appartata, aerea, inclusiva.

La prima cosa che le viene in mente pensando alla regione?

La stratificazione dei borghi costruiti sulle colline.

CUORI ACCESI è un progetto di Simona Frillici sollecitato dal periodo costretto dalle restrizioni Covid. È un work in progress che prevede tappe mensili iniziate a novembre 2020 e che tureranno fino a giugno 2021. Uno o due weekend al mese, si accede all’arte, solo su prenotazione e un solo visitatore per volta ogni mezz’ora. C. A. è un percorso esplorativo tra arte e umanità, alla fine del quale sarà realizzato un video. Il prossimo appuntamento è previsto per il 19-20 dicembre 2020.

QUI le informazioni.

Difficilmente su AboutUmbria parliamo di calcio, ma oggi è un giorno particolare, non si parla solo di calcio giocato ma di Storia del Calcio.

Ci sono calciatori che diventano eroi, che resistono al tempo e che non moriranno mai. Almeno nella testa dei bambini (poi uomini o donne) che li hanno visti giocare. Io a Perugia ho visto giocare Paolo Rossi da dentro la pancia di mia mamma, abbonata allo stadio non perdeva una partita! Non ho ricordi nemmeno del Mondiale’82 – la generazione anni 80 ha questa lacuna – ma i racconti, le foto e i video lo hanno reso talmente nitido che è come se lo avessi vissuto in diretta. Così è stato anche per Paolo Rossi, che ha rappresentato un pezzo di storia sia italiana sia perugina.

Paolo Rossi con la maglia del Perugia

L’attaccante toscano – che si è spento oggi a 64 anni per un male incurabile – ha vestito entrambe le maglie ed è stato il calciatore più importante a indossare quella biancorossa. Proprio il suo trasferimento a Perugia segnò una sorta di spartiacque nel panorama calcistico nazionale: infatti, per finanziare l’oneroso arrivo dell’attaccante, Franco D’Attoma ideò la prima sponsorizzazione di maglia. Fu un debutto assoluto poiché mai prima d’allora, in Italia, una divisa da gioco era stata firmata da un marchio commerciale (la pasta Ponte); Rossi e il Perugia furono i primi a rompere questo tabù. Era il campionato 1979-80. In questa sua unica stagione umbra realizzò 13 gol in 28 gare di campionato e 1 rete in 4 partite di Coppa UEFA; il giocatore fu a lungo il capocannoniere della Serie A (chiudendo poi terzo).

Ma per tutti Paolo Rossi è Pablito, l’eroe dell’Italia Campione del Mondo del 1982, quella che battè il Brasile di Zico, l’Argentina di Maradona, la Polonia di Boniek e in finale la Germania di Rummenigge. L’Italia di Bearzot e dell’urlo in corsa di Marco Tardelli – per molti più famoso di quello di Munch. Fu lui il protagonista di quel mondiale, che dopo la squalifica per calcio scommesse e un brutto inizio, decollò – tre gol al Brasile, due alla Polonia, uno alla Germania – e portò l’Italia a conquistare il terzo titolo di campione del mondo. Quell’anno vinse anche il Pallone d’Oro.

Dopo l’esperienza perugina andò alla Juve dove vinse due scudetti, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Uefa e una Coppa dei Campioni per poi giocare nel Milan e nel Verona, dove chiuse la sua carriera.

Il suo legame con Perugia è sempre vivo, infatti la sua seconda moglie, la giornalista Federica Cappelletti da cui ha avuto due figlie, è perugina.

La Galleria vaticana delle Carte Geografiche è di grande interesse artistico e geografico e attualmente viene attraversata per andare a visitare la Cappella Sistina.

 

Fu istituita, sul finire del XVI secolo, da Papa Gregorio XIII, il pontefice noto soprattutto per la riforma del calendario e vi hanno lavorato diversi artisti come Girolamo Muziano, Cesare Nebbia, i due fratelli fiamminghi Matthijs e Paul Bril, Giovanni Antonio Vanosino da Varese e Antonio Danti, che la decorarono e affrescarono tra il 1580 e il 1585, seguendo le indicazioni del monaco e geografo perugino Ignazio Danti.
La galleria, lunga centoventi metri e larga sei, contiene quaranta carte geografiche, affrescate sulle pareti, raffiguranti le regioni italiane, i possedimenti papali del tempo e in aggiunta gli affreschi dei quattro principali porti italiani dell’epoca (Genova, Civitavecchia, Venezia e Ancona) e di due episodi fondamentali della storia della cristianità, l’assedio di Malta da parte dei Turchi (1565) e la battaglia di Lepanto (1571).

 

La Battaglia del Trasimeno

 

L’appennino è considerato l’elemento divisorio. Infatti Ignazio Danti, nella progettazione, ha immaginato di camminare su di esso e di raffigurare su una parete le regioni a ovest bagnate dal mar Tirreno e Ligure e, sull’altra, quelle a est corrispondenti al versante Adriatico. La galleria costituisce una grande testimonianza delle conoscenze geografiche dell’epoca e sul soffitto sono dipinti alcuni episodi religiosi in corrispondenza della mappa regionale dove sono avvenuti.
È interessante vedere le zone d’Italia poste lungo il percorso della via Romea Germanica e, in particolare, quelle a ridosso del lago Trasimeno che si sono mantenute pressoché inalterate rispetto a quelle descritte tre secoli prima negli Annales redatti dal Monaco Alberto di Stade.
In uno degli affreschi si può vedere la rappresentazione mappale del territorio della Val di Chiana e del comprensorio dell’antico lago Tarsminass, chiamato così dagli Etruschi e un particolare, aggiunto nel 1597 dal pittore Pietro Oldrado, sull’affresco dei territori di Perugia e Città di Castello di Ignazio Danti, che richiama la Battaglia del Trasimeno del 217 a.C. avvenuta tra gli antichi Romani e i Cartaginesi.

Natale è già qui. E come ogni anno, si rinnova il dilemma: albero o presepe? Un bel problema, praticamente irrisolvibile!

Presepisti o alberisti si nasce, è l’imprinting che ci segna indelebilmente sin dal nostro primo Natale. Difficilmente si abiura o si passa da una credenza all’altra, magari si sommano le due, ma non si rinuncia all’una per l’altra. Ci sono persone che non hanno dubbi e pensano a costruire il presepe a partire dal 26 dicembre, cioè il giorno dopo Natale.

 

Presepe di Massa Martana in cartapesta

 

Sono i presepisti, persone che lavorano per la gioia di arrivare a Natale con un presepe nuovo, fatto interamente con le loro mani. Ovunque ci sono scuole di presepistica, ma unica è la Scuola Umbra del Presepe di Cartapesta creata a Massa Martana per mantenere viva una tradizione importata direttamente da Lecce e attecchita nella terra dove il presepe è stato inventato.
Peccato che a causa del Coronavirus a Massa Martana quest’anno non si potrà svolgere la solita mostra dei presepi d’Italia e del mondo: una bella occasione per scoprire come anche il Presepe sia legato alle tradizioni di ciascun luogo; raramente infatti le scenografie evocano i luoghi della Palestina dove l’evento si è effettivamente svolto. Roma ha i monumenti, l’Umbria ha le colline, l’Alto Adige ambienta la scena nei masi o nei fienili, i posti di mare hanno sempre il porto.

Il presepe di cartapesta

Il papier mâché, ovvero la carta masticata o cartapesta sembra essere nata tra il Cinquecento e il Seicento in Italia, nel leccese, ma si è diffusa anche in Inghilterra, in Francia e in Russia. Era un materiale poverissimo per fare gli oggetti più disparati perché era modellabile e non marciva. Ebbe grande successo con le statue religiose ricche di drappeggi che imitavano broccati o tessuti preziosi. È la fantasia di chi non può permettersi di acquistare tessuti ricchi nemmeno per vestire le statue.
Un materiale povero che si sviluppò in ambienti poveri, ma anche i ricchi se ne appropriarono. In Russia divenne status symbol avere delle scatole di cartapesta laccate e decorate da grandi artisti. Con la cartapesta sono state fatte maschere, bambole, scatole, giocattoli e i carri allegorici di Viareggio.

 

Il presepe di cartapesta realizzato dai presepisti di Massa Martana

I presepisti di Massa Martana

Ma torniamo al presepe di cartapesta che richiede multiformi capacità artistiche. I presepisti di Massa Martana sono solo cinque e svolgono il lavoro in gruppo. Nessuno dei magnifici cinque ha un ruolo definito, tutti fanno tutto con estrema cura, perché preparare il presepe di cartapesta è una vera scuola d’arte che richiede pazienza, dedizione e molta attenzione per non danneggiare terracotta o panneggi.
Il lavoro si svolge più o meno così: Pietro sceglie il soggetto, ispirandosi alla tradizione più alta che c’è: a Caravaggio oppure al Perugino; Doriana studia le proporzioni; Fabiola studia la scenografia; Elvira modella le parti in terracotta; Giulia piega la struttura portante di fil di ferro; Pietro incolla teste mani e piedi alla struttura di ferro; Fabiola dispone le carte incrociando le trame; Elvira prepara l’impasto di colla; Giulia stende la colla sulle carte; Doriana le modella come vesti; Elvira dipinge le vesti ormai asciutte; Giulia focheggia il tutto per evitare che tracce di umidità ammuffiscano le vesti. Tutto è pronto per essere assemblato. La scenografia è pronta, i personaggi vengono fissati sulle basi, le luci funzionano e la magia del Natale è di nuovo lì.

P.S. Io sono alberista.

La solitudine a volte si ricerca e, a volte, le persone ci si ritrovano. Così è anche per l’amore. Essere soli non sempre coincide col rimanere soli e dalla solitudine si può rinascere anche con nuove idee, motivazioni, credenze, convinzioni, sentimenti e valori.

Da questi presupposti si dipana la vita di Margherita da Laviano, poi divenuta Santa Margherita da Cortona (1247-1297). Talvolta le persone vogliono rimanere sole per ricercare sé stesse o desiderano un intimo spazio riflessivo. Invece è differente e molto doloroso trovarsi esclusi dagli altri nei rapporti di vicinanza, affetto e conforto. L’essere esclusi potrebbe significare ritrovarsi dapprima in un grande deserto inospitale ma poi, da lì, ripartire. Questo è quello che avrà vissuto e provato Margherita?

Santa Margherita da Cortona

La storia di Margherita

Brevemente ripercorriamo alcuni punti della sua esistenza, per aiutarci a individuare una risposta. Margherita nasce in Umbria – a Laviano, frazione poco distante da Castiglione del Lago – da una famiglia umile e rimane, fin da piccina, orfana di madre. Da giovanissima e bellissima, si innamora e, more uxorio, va a convivere con Arsenio, un ricco signore toscano della vicina Montepulciano. I due amanti ebbero un figlio e spesso dimoravano in una proprietà di Arsenio presso Valiano.
Al tempo, erano in atto le faide tra guelfi e ghibellini e, per alcuni, l’amato Arsenio, durante una battuta di caccia, fu ucciso in un agguato ordito dalla fazione avversaria. Per altri l’assassinio fu tramato dai parenti preoccupati della possibilità di veder dirottata l’eredità del giovane signore verso Margherita e verso il figlio della colpa.
Margherita, non vedendo tornare a casa il suo adorato, preoccupata e sola, si racconta che seguì il suo cagnolino fino alla vicina località umbra di Giorgi, dove trovò il corpo esanime del suo beneamato. Oggi una quercia, detta del Pentimento, e una piccola chiesa sono a testimonianza dell’accaduto e in ricordo di Margherita. In conseguenza del fatto imprevisto e delittuoso, rimase sola con suo figlio; fu infatti scacciata, svergognatamente e in modo deciso, dalla famiglia di Arsenio e anche dalla propria: lei era una ragazza madre, inaccettabile per quei tempi.

 

Quercia del Pentimento

La vita in convento

Nelle difficoltà e nella solitudine del momento, si accostò e trovò conforto spirituale presso i frati francescani di Cortona divenendo, nel tempo, terziaria dell’Ordine, mentre il suo ragazzo era stato affidato ai frati minori aretini. Nella fede si dedicò agli altri, dando sostegno con opere di carità e istituì una Confraternita per l’assistenza ai poveri e ai malati. Nella vita pubblica era percepita come una donna concreta e di polso, riconosciuta come mediatrice di pace. Il suo corpo è oggi conservato a Cortona, nella Basilica dedicata e fu fatta Santa a circa 500 anni dalla sua morte.
L’amore è stato una fiamma, arsa sempre nel suo cuore, per Arsenio, per il figlio e in particolare per gli altri, a cui ha dedicato gran parte della sua esistenza. Anche quando gli altri la tradivano e la rinnegavano, lei non cessava di amarli. Solitudine e amore, sono state le pietre miliari che l’hanno accompagnata nella strada della vita. Non di meno, è di grande importanza la sua determinata e notevole capacità di reazione a fronte delle avversità successe.
A tal proposito ci viene da scrivere una frase del cantautore americano Jim Morrison, definito il poeta prestato alla musica: «Non è forte chi non cade, ma chi, cadendo, ha la forza di rialzarsi».

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