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Chi viaggerà avrà bisogno di sicurezza. Gli ospiti cercheranno strutture sicure e vorranno avere garanzie di sentirsi protetti.

Sarà fondamentale, per un’attività, comunicare ai propri ospiti cosa si fa e come si fa a tutelarne la salute, rispettando l’ambiente in cui dovrebbero trascorrere la loro vacanza da sogno. I canali di marketing costituiscono un’ottima opportunità per comunicare la strategia adottata per accogliere gli ospiti nelle migliori condizioni, seguendo le indicazioni e consigli pratici comunicati dall ISS (Istituto Nazionale della Sanità).

Foto di Muriel Plombin Pucci

Considerando il costo di acquisto di macchinari e dispositivi di protezione necessari all’uso corretto di prodotti pericolosi, affidarsi a un’impresa di pulizie e sanificazione professionale, oltre che per fare rete e aiutare la ripresa economica del proprio territorio, risulta essere vantaggioso per garantire un ambiente sano per l’operatore e per i propri ospiti, specie rispetto a soluzioni «Fai da te».

Foto di Muriel Plombin Pucci

Per svolgere il lavoro nelle massime condizioni di sicurezza, le aziende abilitate sono provviste di macchinari e DPI. Usano i prodotti giusti per rispettare materiali, ambiente e persone. Un altro aspetto fondamentale è che forniscono la scheda tecnica di ogni prodotto utilizzato, così da garantire nonché comunicare agli ospiti che la struttura ricettiva stia operando in linea con le normative. In questo particolare periodo si parla principalmente di pulizia mirata post Covid, ma non dovremmo trascurare altri virus o batteri. Un’impresa ha una visione a 360° di metodi più corretti per fare quella pulizia approfondita che l’ospite, giustamente, esige.

Foto di Muriel Plombin Pucci

A livello economico, il corretto codice ATECO dell’impresa rientra nelle agevolazioni per il recupero di un credito d’imposta. Inoltre, questo imprese di questo tipo offrono pacchetti economicamente vantaggiosi per accordi a medio/lungo termine, in base alla stagione. Ripensare questa strategia non è dunque uno sforzo vano. Le ditte specializzate possono anche offrire un pacchetto zero pensieri o un kit per i tuoi ospiti, nel caso non avessi già provveduto. Possono anche rilasciare, su richiesta della struttura ricettiva, una certificazione dell’intervento fatto, da esibire nei vari ambienti a garanzia del valore e dell’attenzione posta su tali aspetti.

Il gel al posto delle strette di mano con i docenti, le mascherine al volto, i guanti, il distanziamento, regole nuove al tempo del Covid ma sempre la stessa motivazione ed entusiasmo. Si torna in aula anche all’interno del Nuovo Complesso Penitenziario di Perugia dopo ben 116 giorni.

Riparte il progetto Argo: percorsi formativi per il reinserimento dei detenuti, finanziato dalla Regione Umbria tramite finanziamento del Fondo Sociale Europeo, e gestito dall’ATI composta da Frontiera Lavoro, Cesar e Cnos Fap, con 15 detenuti della sezione maschile inseriti nel corso per Addetto alla cucina, il primo a ripartire dopo la sosta lo scorso marzo per l’emergenza pandemica, previste 120 ore di didattica. A seguire gli altri percorsi formativi per Impiantista elettricista, Addetto ai servizi di pulizia e Addetto alle colture vegetali ed arboree, in tutto 57 i partecipanti.

Foto di Luca Michetti

«Per noi» dichiara Marco, uno degli allievi «la formazione professionale ed il lavoro sono strumenti di riscatto. Quello che solitamente è un periodo di abbrutimento e degrado, per noi diventa l’occasione per cominciare una nuova vita». E tornerà quest’anno, probabilmente all’inizio del mese di settembre, anche la cena di gala Golose Evasioni, questa volta all’aperto per rispettare le prescrizioni volte a contenere la diffusione del Coronavirus, un’occasione imperdibile per saggiare le competenze acquisite dagli allievi che allestiranno un evento davvero unico supportati nella preparazione delle diverse portate dai loro docenti chef, i Moschettieri del Gusto Catia Ciofo, Antonella Pagoni, Paolo Staiano e Ada Stifani.

«È una vera gioia riprendere le nostre lezioni in carcere» afferma la chef Catia Ciofo «È forse solo una goccia nell’oceano, ma comunque una boccata di ossigeno per i nostri allievi reclusi che nell’impegno quotidiano a lezione investono per ricostruirsi un futuro. Un’occasione per noi docenti che possiamo trasformare un luogo di chiusura ed esclusione quale è il carcere, in luogo di confronto, laddove le persone imparano ad ascoltare gli altri, a vederli, ad avere attenzione alle loro vite come forse non hanno mai avuto prima, per dare a tutti più occasioni di crescita e non solo di addestramento al lavoro. E immaginare per loro e con loro nuovi orizzonti».

Le diverse attività progettuali saranno condotte dal personale di Frontiera Lavoro secondo la metodologia che da venti anni contraddistingue il suo operato e che nel corso degli anni ha consentito l’inserimento al lavoro di ben 107 detenuti. La redazione di un progetto professionale è alla base di una metodologia che ha come presupposto fondamentale l’adesione attiva del beneficiario al percorso di educazione e orientamento al lavoro.

Foto di Luca Michetti

«Come dimostra l’esperienza che abbiamo maturato anche in altri contesti» sostiene Luca Verdolini, coordinatore del progetto «la rieducazione dei detenuti è efficiente sia per loro che per la società e la formazione professionale è la forma più adeguata per perseguirla. L’esperienza formativa, infatti, aumenta il grado di stima dei detenuti consentendo una riscoperta della loro dignità, permette il recupero dei legami familiari favorendo una rinnovata socialità e, infine, incide sulla recidiva, migliorando i comportamenti individuali e le abitudini sociali».

Proprio per questo il progetto Argo rappresenta un’occasione unica per i detenuti di sperimentare un contesto reale con cui misurarsi. Regole, responsabilizzazione, dignità. Si scoprono così, in carcere. «Resto meravigliato» dice Gaetano «davanti ai piatti che riesco a realizzare. La bellezza aiuta a vivere, ridà speranza. È vero per tutti, perché non dovrebbe esserlo anche per noi?».

Già gli Etruschi lo utilizzavano e, da quel momento in avanti, è sempre stato un primario protagonista agro-alimentare della fertilissima Val di Chiana. La valle è suddivisa in Chiana romana e toscana ed è distribuita tra le province di Perugia, Terni, Arezzo e Siena e anticamente veniva solcata dal fiume Clanis. Qui l’Aglione ha trovato la sua sede d’elezione grazie al terreno consono al suo sviluppo, alle genti che l’hanno saputo coltivare e valorizzare e soprattutto, esaltare in cucina.

L’Aglione della Chiana ha molte proprietà, uniche e speciali, che alla vista, all’olfatto e al gusto fanno sì che non passi inosservato e sia immediatamente apprezzato per la delicatezza al palato e la leggerezza del suo profumo. Infatti l’Aglione della Chiana ha caratteristiche di gusto e digeribilità di gran lunga differenti dall’aglio comune. Si tratta di un aglio gigante di colore bianco tendente all’avorio e la sua preziosa testa può arrivare a pesare fino a 800 grammi; è privo di alliina e dei suoi derivati e per questo non puzza, tanto da essere definito aglio del bacio. È anche più digeribile.
L’Aglione è presente anche sull’isola del Giglio, in quanto nel XVI secolo, un pirata arabo detto Barbarossa razziò e depredò l’isola, deportando come schiavi i gigliesi. I Medici ripopolaroro l’isola con genti chianine che portarono con sé i bulbilli d’aglione e lì li coltivarono.
Negli anni Sessanta del secolo scorso, con lo spopolamento delle campagne, si è persa però la coltivazione dell’aglione e soprattutto la sua utilizzazione in cucina.Ha poi ritrovato nuova vita grazie alla fervida volontà di alcuni avveduti, che a inizio anni 2000 si sono ben adoperati per la sopravvivenza e la ripresa della tradizione di questa eccellenza.

 

Foto di www.aglione.it

Sono pochissime le aziende toscane e umbre che oggi coltivano l’Aglione della Chiana e la sua produzione non copre la richiesta; inoltre va precisato che è un prodotto di nicchia che è stato recentemente recuperato e viene utilizzato soprattutto per autoconsumo e nei ristoranti.
Va altresì sottolineato che si chiama Aglione non per la grande quantità di aglio che viene utilizzata in cucina, ma per le sue particolari e importanti dimensioni.
Sulla tavola, a volte, c’è il rischio che venga spacciato come Aglione quello che è l’aglio comune, sia per la convenienza economica sia per la mancata conoscenza delle sue specifiche caratteristiche. Solitamente infatti il costo dell’aglione è 4 volte superiore a quello del comune aglio. Anche il suo scapo fiorale o tallo viene utilizzato a scopi culinari: dopo averlo scottato in acqua bollente si può usare per la preparazione di sughi o frittate. L’aglione può essere utilizzato per l’elaborazione di antipasti, primi, secondi e contorni e di seguito, il vostro inviato lacustre, vi riporta una delle ricette tramandate dalle sue ave, quella per la realizzazione del condimento all’aglione per un primo piatto.

Foto di www.aglione.it


PASTA ALL’AGLIONE

Ingredienti per 4 persone:

  • 6 cucchiai di olio extravergine d’oliva
  • 400 g di spaghettoni o pici (ricetta originale) o umbricelli o vermicelli n. 7
  • 1 kg circa di pomodori pelati a pezzettoni
  • 4/8 spicchi d’Aglione della Chiana (dipende dalla grandezza degli spicchi, comunque il rapporto di peso con il pomodoro deve essere di 1,2 a 10. In questo caso 120 g di Aglione).
  • 1/8 di litro o 125 g di Vinsanto
  • sale e pepe q.b.

Preparazione:

In una padella con i bordi alti, mettere un bicchiere d’acqua e l’olio. Tagliare a fettine sottilissime gli spicchi d’aglione, quindi versarlo nella padella, accendere il fuoco e tenerlo a fiamma bassissima. L’aglione dovrà sobbollire, molto ma molto lentamente, per circa 20/30 minuti. Quando si sarà formata una cremina, vi aggiungeremo il pomodoro e il sale q.b..
Alzare la fiamma per il tempo necessario a riportare il tutto a temperatura, quindi rimettere il fuoco a fiamma bassissima.
Dopo circa 20 minuti, aggiungere il Vinsanto e farlo evaporare. Sarà stata già messa sul fuoco la pentola con l’acqua per cuocere la pasta prescelta.
La pasta va tolta a 3/4 del tempo indicato per cuocerla e versata all’interno della padella contenente il condimento all’aglione ormai pronto.
Aggiungere due cucchiai d’acqua di cottura e per terminare la preparazione del piatto, per il tempo rimasto, mantecare la pasta insieme al condimento all’Aglione. Al gusto, servire la pasta al dente, aggiustando con una spolverata di pepe.


Per la prima volta due Regioni (Umbria e Toscana), grazie ai buoni rapporti tra i rispettivi servizi competenti in materia, presenteranno congiuntamente la domanda di iscrizione dell’Aglione della Chiana ai rispettivi Registri Regionali delle Risorse Genetiche Autoctone.
Il 3A Parco Tecnologico Agroalimentare dell’Umbria, con sede a Pantalla di Todi (PG), sta effettuando le dovute ricerche e prassi per far sì che l’Aglione venga iscritto al sopracitato registro che comprende tutte le varietà e razze realmente autoctone o la cui presenza nella regione è documentata da almeno 50 anni.
Vale la pena impiegare del tempo per la preparazione di un piatto con l’Aglione, un’eccellenza agroalimentare umbro-toscana che, per le sue caratteristiche, può essere utilizzata senza indugio, anche in una speciale cena romantica a prova di bacio. Osare per credere.

 

 

Una nuova puntata alla scoperta del mondo dell’Home Staging in Umbria. Questa volta ci concentriamo su come ottimizzare la qualità della struttura e rendere più agevole l’intervento degli operatori.

Foto di Muriel Plombin Pucci

 

Per catturare l’attenzione del futuro ospite e per offrire un servizio ottimizzato, che sia in termini di comfort, di funzionalità o di sostenibilità, interventi mirati potrebbero aiutare a tutelare la professionalità degli operatori, la loro salute e quella degli ospiti e a migliorare una struttura, migliorando l’uso del proprio tempo e quindi il proprio business. Si può cercare di ottenere il massimo risultato anche con un budget limitato e senza necessità di cambiamenti drastici.

Lasciare spazio all’ospite

Siamo sicuri che tutti i mobili e i complementi presenti siano necessari a raccontare al meglio l’anima di una struttura ricettiva? Senza nulla togliere alla sua identità, alleggerire gli ambienti attraverso una fase di decluttering – ossia di rimozione del superfluo – avrebbe tanti vantaggi. Per superfluo intendiamo tutto quello che impedisce una lettura immediata, fresca e coinvolgente degli spazi. Luce, funzionalità e materiali avranno allora la possibilità di esprimere tutto il loro potenziale emozionale. Quanto sarebbe ottimizzata la pulizia approfondita di ambienti con i soli complementi indispensabili a vivere l’esperienza di una vacanza?

 

Foto di Muriel Plombin Pucci

Scelta dei materiali e dei tessili

Anche una scelta mirata dell’arredamento e dei materiali faciliterà i tempi di pulizia e di manutenzione, quindi un maggior controllo dei costi imposti dall’emergenza. Considerati i tempi ristretti per il cambio ospite, una scelta consapevole garantirebbe una corretta applicazione delle modalità sanitarie che richiede il momento.
Materiali resistenti e di qualità elevata saranno capaci di sopportare le alte temperature e l’utilizzo dei prodotti chimici normati necessari per la sanificazione. Non solo chi pianifica di avviare un’attività ricettiva dovrebbe approcciare questo tema come fonte di efficienza, ma anche chi ha un’attività già avviata.
Senza stravolgere la struttura con interventi irreversibili o troppo onerosi, esistono soluzioni progettuali che nascono da un’attenta analisi dell’offerta esistente con l’obiettivo di cambiare solo laddove è necessario, sempre nell’ottica di attirare l’ospite ideale e offrire un servizio in linea con i nostri tempi.

 

Foto b Muriel Plombin Pucci

Si apre la quarta edizione di Stati d’Arte, mostra internazionale d’arte contemporanea che avverrà a Villa Fidelia di Spello dal 1 al 30 agosto 2020, organizzata dall’Associazione La Casa degli Artisti e curata dal critico d’arte Andrea Baffoni.

Si potranno ammirare le opere di 50 artisti di cui 16 stranieri residenti in Italia. Il primo agosto avverrà l’inaugurazione alla presenza delle istituzioni, curatori artisti e rappresentanti dei paesi esteri partecipanti. In collaborazione con il Comitato delle Pro-loco del perugino verrà consegnato ai rappresentanti esteri nelle figure delle ambasciate, consolati o istituti di cultura un riconoscimento per la solidarietà dimostrata all’Italia nel periodo Covid.

 

 

 

Durante tutto il mese ci saranno eventi d’arte e cultura come performance d’arte, reading di poesia, presentazione di libri, performance di musica e pittura e passerelle d’arte. Importante l’iniziativa legata al Progetto Musae con i laboratori artistici per le persone con disabilità. Anche la limonaia verrà allestita e resa fruibile: qui si potrà ammirare un’installazione artistica e una mostra fotografica dei borghi dell’Umbria visti dall’alto.

La mostra sarà aperta tutti i giorni dalle 15:30 alle 19:00 e in altri orari durante gli eventi programmati. Da segnalare, e importante per la diffusione e la divulgazione dell’evento, che la base grafica della locandina ufficiale della mostra e tutto il restante materiale è firmata dallo stilista e designer Alviero Martini con ALV Andare Lontano Viaggiando.

La mostra è patrocinata da Mibac, Regione Umbria, Provincia di Perugia, Comune di Spello, Camera di Commercio di Perugia e Accademia di Belle Arti di Perugia. La giornata di apertura è stata presentata da Marco Pareti.

Far conoscere alla cittadinanza, attraverso la cultura, la storia dell’antica chiesa di San Giovenale a Cecalocco.

Questo l’obiettivo dell’iniziativa RecuperiAMO San Giovenale, in programma sabato primo agosto alle 18 nell’area picnic di Cecalocco, accanto alla chiesa di San Giovenale di Cecalocco. L’evento è organizzato dall’associazione culturale Porto di Narni, approdo d’Europa, che così torna in campo a pochi giorni dal riuscito evento MozarTiAmo, organizzato per celebrare i 250 anni del passaggio del grande musicista austriaco a Terni e inserito all’interno del cartellone del Terni Falls Festival, che ogni anno celebra il passaggio nel territorio ternano dei protagonisti del Grand Tour.

 

 

L’obiettivo – La chiesa di San Giovenale versa ormai nel degrado e l’obiettivo è quello di sensibilizzare la cittadinanza e le istituzioni in ottica di un recupero artistico e strutturale. L’evento punta a questo obiettivo tramite la cultura: verrà non solo presentata la storia della chiesa e dell’area di Cecalocco, anche attraverso le testimonianze dei residenti, ma anche proposta una performance teatrale di Stefano de Majo e Marialuna Cipolla, con la presentazione anche di una acquaforte del maestro Massimo Zavoli. “Come da consuetudine – spiega Christian Armadori, presidente dell’associazione Porto di Narni, approdo d’Europa – lo spirito è proporre un’occasione conviviale all’insegna della storia locale, il teatro, la musica, la pittura, il rispetto per l’ambiente e la voglia di stare insieme. L’idea nasce dalla volontà di coinvolgere la cittadinanza sulla necessità di salvare la deliziosa chiesa di San Giovenale, un edificio di culto costruito tra il XII e il XIII secolo, in precario stato di conservazione, che presenta all’interno dei pregevoli affreschi”. Il sito ricade sotto la giurisdizione ecclesiastica della Diocesi di Spoleto.

Il programma – L’incontro è previsto alle 18 nell’area picnic di Cecalocco, accanto alla chiesa di San Giovenale. Il presidente Armadori fornirà ai presenti informazioni storiche sull’edificio di culto, supportato dalle testimonianze degli abitanti di Cecalocco, che più volte hanno sollecitato un necessario intervento di recupero. Seguirà quindi l’artista Massimo Zavoli con la presentazione di un’acquaforte sui Protomartiri, nativi proprio di questa zona dell’Umbria meridionale, di cui ricorrono 800 anni dal martirio. Spazio poi al teatro, con l’attore Stefano de Majo che metterà in scena il suo spettacolo Francesco: allodola di Dio, accompagnato dalla voce e dalla chitarra di Marialuna Cipolla, nei panni di Santa Chiara. Sarà dunque richiamata la figura del Poverello di Assisi per invocare il restauro della chiesa.

Per chi volesse mangiare in loco, sarà in funzione un punto ristoro con panini e bibite gestito dall’agriturismo La Mela Rossa, sponsor dell’iniziativa. L’evento è aperto a tutte le associazioni del territorio che vorranno dare il loro supporto. Per informazioni: assportodinarni@gmail.com oppure 379-1380908 (Christian) o 328-8443594 (Anna).

L’arte della torcitura ha attraversato secoli e continenti. Oggi è visibile durante il Mercato delle Gaite di Bevagna.

Perché torcere la seta?

In natura esistono migliaia di filamenti vegetali e animali più o meno lunghi e resistenti. In genere, i filamenti di origine naturale hanno una lunghezza inferiore al metro: da qui la necessità di costruire un filo continuo partendo da elementi più corti. La filatura, intesa come creazione del filo, nasce dall’unione per torcitura delle fibre. La tessitura, con tutte le fasi di preparatorie dei filati che essa richiede, era già una tecnologia consolidata quando in Oriente si scoprì che esistevano fili naturali di centinaia di metri. Erano i fili di seta dei bozzoli di alcuni insetti. Tra gli insetti vi sono centinaia di specie serigene, tuttavia una in particolare fu oggetto di interesse, per diverse ragioni: facile dipanabilità del filo, filo molto lungo e sottile, possibilità di allevamento domestico. La pratica allevatoria del Bombyx mori, del baco da seta, continua da oltre quattromila anni. Dall’Oriente, molto lentamente, essa arrivò in Europa assieme alla tecnica della trattura, cioè all’arte di togliere la bava dei bozzoli per farne un filo utilizzabile. Durante la trattura, la sericina viene sciolta immergendo i bozzoli in acqua calda; individuati poi i capofilo con una spazzola, se ne fa un mazzetto proveniente da più bozzoli (la rosa di trattura) e si inizia a tirare (da cui trattura), avendo cura di tener ben unito il mazzetto delle bave e di mantenere l’acqua calda. Il filo così ottenuto, reso compatto dal reindurimento della sericina, viene avvolto su di un aspo, dove va a formare le matasse di seta greggia.
Per millenni la seta greggia ottenuta dalla filatura è passata direttamente al telaio per essere tessuta. Se si analizzano i rari frammenti di tessuti antichi, ritrovati per lo più in tombe cinesi, oppure di provenienza sassanide e bizantina, si osserva come i fili di ordito e di trama siano in genere privi di torsione o ne abbiano una debolissima (pochi giri per metro).
Tuttavia, dal X secolo d.C. in poi, compaiono tessuti con fili decisamente torti, decine o centinaia di spire per metro. L’esigenza di produrre tessuti sempre più fini e con disegni sempre più complessi, uniti alla necessità della tintura in filo, fu quasi sicuramente la causa determinante dell’introduzione della torcitura della seta. Ove e come ciò avvenne per la prima volta non è noto. Da semplice esigenza operativa, la torcitura divenne col tempo un settore molto importante nel processo di lavorazione, con imponenti edifici, macchinari, maestranze, normative e capitali dedicati allo scopo.

Torcitoio circolare da seta

La torcitura antica e il torcitoio tondo a energia umana

La produzione di seta torta a mano era lenta e dispendiosa; il filo torto dava luogo a evidenti irregolarità della pezza finita, attribuibili alla disuniforme distribuzione della torsione lungo il filo. La ruota a filare semplice permise di risolvere in parte i limiti produttivi dei filati per tessitura. Di probabile provenienza orientale, essa compare in Europa dopo il 1000; la prima raffigurazione è visibile in una delle vetrate della cattedrale di Chartres e risale al 1150 circa. Nel corso del XIII secolo compare in quel di Lucca anche il torcitoio tondo, mosso dall’uomo. La loro origine finora è ignota, forse arrivavano dal Medio Oriente, all’epoca delle prime quattro crociate, dal 1098 al 1204.
Hanno forma cilindrica e torcono contemporaneamente la seta di circa 80 rocchetti completandoli in 6-10 ore con soli due addetti. Se si pensa che a mano una persona torce un rocchetto in 30-40 ore, si ha un salto quantitativo di produzione di circa 300 volte, con una qualità di filato migliore e a un costo inferiore. La fonte di energia erano le braccia dell’uomo. Una persona allenata poteva muovere fino a 150 rocchetti per 8-10 ore con qualche sosta. A causa di guerre civili in Lucca, già nel Trecento la conoscenza del torcitoio si diffonde a Firenze, Bologna, Venezia, nel sud della Francia. Nella seconda metà del Quattrocento il giovane Leonardo da Vinci, a Firenze dove era a bottega del Verrocchio, conosce il torcitoio circolare da seta ormai consolidato da più di due secoli di attività. Ne rimane affascinato, lo studia nei dettagli, vi scrive sopra persino degli indovinelli e lo migliora: inventa il distributore automatico del filo; inventa le rocchelle per avvolgere la seta lavorata e le bacchette per inserirle, in sostituzione dei più ingombranti aspi; inventa un nuovo tipo di movimentazione dei fusi, allo scopo utilizza una ruota suddivisa in settori (strofinacci) per migliorare l’aderenza. Tutte invenzioni che accrescono di molto la qualità dei filati di seta e la produttività della macchina.
A partire dal Trecento, inoltre, esigenze produttive avevano obbligato a ricorrere all’energia idraulica per muovere i torcitoi da seta, diventati ormai grandi macchinari alti 5-6 metri. I nuovi dispositivi leonardiani che li migliorano si diffondono presto. La città di Bologna, con centinaia di torcitoi impiantati, ne è il centro più imponente fino al XVII secolo. Ma la stessa macchina è ormai diffusa in Italia, Francia, Spagna, Olanda Belgio, Austria, Ungheria.

 

Il torcitoio circolare da seta a energia umana e la sua storia nel Mercato delle Gaite

Il torcitoio da seta è la prima macchina operativa complessa che l’uomo abbia mai ricostruito: è tale perché è densa e ripetitiva. Ha circa due metri di diametro ed è alta poco di più. I suoi elementi operativi sono ripetuti parecchie decine di volte, consentendo di torcere in modo regolare 80-150 fili contemporaneamente. Un uomo-motore collocato all’interno la muove, mentre un operatore all’esterno provvede alle varie esigenze della torcitura. Si tratta di una delle macchine più interessanti del Medioevo, certamente quella più produttiva. Un torcitoio da 100 fusi richiede due operai contro i cento di prima, e il tempo per torcere un rocchetto è cento volte minore di quello che si impiegherebbe per torcere a mano. Complessivamente, quindi, l’invenzione accorcia di 10.000 volte il tempo di torcitura per una produzione media artigianale. Raramente nella storia della tecnica ci si imbatte in simili risultati. Questa invenzione svolge in un giorno il lavoro prima compiuto da due-tre mila persone: si può sicuramente affermare che la civiltà industriale nasce con i torcitoi da seta.
La prima documentazione iconografica che si conosca si trova negli Statuti dell’Arte della Seta di Firenze del 1487, copia di un manoscritto del secolo precedente e conservato alla Biblioteca Laurenziana di Firenze. Nel disegno appare un ordine di fusi, disposti lungo una circonferenza (valico), raggruppati tre a tre, per un totale di 24 fusi e 8 aspi per valico. Una descrizione degli elementi costitutivi la si trova nell’Archivio di Stato di Lucca, Archivio notari, n.117, notaio Bartolomeo Buonmese, 1335.
Il documento lucchese indica che la macchina consta di due incastellature di legno concentriche di 3 metri di diametro per poco più di due metri di altezza e porta due serie di dodici aspi con dieci alberini per ogni aspo. La struttura interna ruota intorno a un asse verticale, un cilindro ruotante, azionato da una persona che lo spinge con il proprio corpo, a ritroso; contemporaneamente la struttura esterna sfrega sugli alberini e i meccanismi di trattura per farli ruotare. Su ogni alberino è fissata rigidamente la bobina, sopra la quale gira rapidamente su un coperchio a calotta (coronelle) un filo a S. Il filo di seta non ritorto passa dalla bobina sull’aspo sovrastante attraverso due fori. Quando l’alberino gira e con esso la bobina, il filo viene ritorto man mano che viene tirato dall’aspo. Durante questo processo, la seta si torce, acquistando caratteristiche fisiche diverse dal filo di partenza e più adatte a conferire al tessuto finito l’aspetto che gli è più peculiare.
Sulla base del Trattato e con le conoscenze storiche acquisite nel settore, la Gaita Santa Maria ha ricostruito il torcitoio circolare a energia umana facendone l’unico esemplare funzionante al mondo.
Esso consta di due ordini di 12 aspi ciascuno, cui corrispondono due ordini di tre bobine per ogni aspo, disposte lungo la circonferenza (valico) per un totale di 72 bobine. Sulla parte mobile del torcitoio trovano sistemazione, sia i dispositivi che fanno ruotare i fusi (strofinacci) sia gli elementi inclinati (principi) di un’ampia vite senza fine, tradizionalmente chiamati serpi. Gli aspi che raccolgono il filo torto in matasse sono mossi dai serpi, grazie a una ruota a raggi, la bozzoniera.
Durante la manifestazione, il torcitoio è certamente, fra gli strumenti d’epoca presenti, il più prestigioso per il suo valore storico e culturale e inoltre, nell’ambito di una riproduzione il più fedele possibile di mestieri medievali, è sicuramente la macchina riprodotta nel modo più corretto per quanto riguarda le fonti di energia, immune dalla contaminazione con le tecnologie moderne (corrente elettrica, metano): utilizza solo la forza delle braccia.
La progettazione e la sua realizzazione hanno richiesto tempo e fatica, ma il risultato ottenuto ripaga delle difficoltà incontrate. E allora come non ricordare chi, negli anni 1996 e 1997, ha desiderato e voluto ricostruire la macchina: Anacleto, Alfredo, Anna, Pia, Attilio, Gianluigi, Marco M (il costruttore), Gianpaolo (il disegnatore), Marco T.M, Francesca, Luigi, Natale; e chi negli anni successivi vi ha dedicato il suo tempo: Mario, Rita, Gianmarco. E come non ricordare i luoghi visitati: Firenze (L’antico setificio toscano), Gorizia (Il museo della Seta), Garlate (Civico Museo della Seta Abegg), Abbadia Lariana (Civico Museo Setificio Monti), Como (Museo Didattico della Seta), San Leucio e il suo setificio (Caserta).
Un ringraziamento particolare a Flavio Crippa, esperto di archeotecnologia industriale, che ci ha fornito disegni e informazioni indispensabili. E infine, come non ricordare che il torcitoio è stato esposto a Strasburgo, nell’ambito di una mostra su Leonardo da Vinci e le sue macchine.

 

Il torcitoio da seta negli Statuti Comunali Umbri

A Perugia la lavorazione della seta inizia nella prima metà del Quattrocento. Nel 1529 l’arte dei bambacari chiese e ottenne di unirsi con i setaioli. I bambacari e i setaioli costituirono il Collegio della seta e della bambagia (mantenendo tuttavia separati i propri statuti) nel 1529.  In seguito, la necessità di raggiungere un più razionale impiego delle risorse economiche convinse dell’opportunità di riunire le due arti. La nuova istituzione assunta la denominazione di Arte della Seta e della Bambagia, redasse gli statuti nel 1531. Nel 1543 vennero elaborati gli statuti definitivi dell’arte. Redatte in volgare, le le disposizioni sono comprese in sessantadue capitoli, di cui quarantotto riguardano l’arte della seta e quattordici quella della bambagia.

Capitolo 7.  Che niuno filatoiaio o torcetore possa filare ne torcere seta a frostiere né a chi non ha botigha.

Capitolo X.  Che quilli che pigliaranno sete a torcere sieno obligate a torcerle bene a iuditio de li uffitiali.

A Foligno, già negli anni 1471-1472, due mercanti imprenditori forestieri manifestano il desiderio di introdurre l’arte della seta. Ma solo nel 1540 vengono elaborate tre bozze degli statuti dell’arte, due delle quali abbastanza simili e composte da 15 capitoli e 17 capitoli.

Capitolo 8. Item che nessun filatutaro, ne tintore, possano torcere, ne filare, ne tignere in alcuno modo, alcuna generatione de seta ad nessuno foristero, ne ad alcuno altro che non sia matriculato et scritto ad larte sotto pena.

Nell’ASF è presente un documento datato 18.2.1528, in cui Girolamo di Marsilio di Giovanni Taccori e Giovanni Battista di Vincenzo dello stesso Giovanni Taccori vendono a Matteo Gentili e Feliciano di Girolamo Seggi di Foligno unum filatorium ligneum aptum ad filandum et torcendum siricum al prezzo di 26 fiorini. Un documento datato 14 luglio 1556 afferma che a Cicco qm. Giovanni Antonio,  filatoraio di Foligno, Prospero qm. Andrea Merganti affitta unum atterratum cum filatorio apto ad filandum et torcendum sericeum ad duas valcas sito nel rione Ammanniti, per tre anni e per sette fiorini l’anno.
Dal 1559 l’arte subisce una svolta decisiva: viene introdotto a Foligno il filatoio idraulico, uno dei primi dell’Italia centrale, ad opera del nobile Francesco Orfini; viene ubicato nel rione Spada, presso i mulini a grano e a olio della comunità.

Conclusioni

Si è parlato spesso di leggenda del filo d’oro, tanto è avventurosa e sconcertante la storia della seta, materia di lusso, simbolo di bellezza e di potere, che unisce e al tempo stesso divide, Asia ed Europa; fattore primario di commercio, ma anche di scambi culturali.

 La machina

È maraveja, è ordegno celeste. Mille e mille rigagnoli de filo, torce et incanna come cento mani, anzi dugento. Ne lo suo ventre scoperto una femmina spigne et Ella gira e con Ella gira lo mondo universo. Li mille e mille bachi non truovan lo tempo de filare, le femmine de levare la colla e mannellare, chè già tutto ritorto. Indulgenzia me véne dal Segnore perché non v’ha persone che possan prendere suo loco. La machina cum grande fatica s’adopra a vantaggio e satisfatione de tucti, però che cresce il filo, e già tutta Mevania: homini et femine et pulzelle et pargoli involti sono da esso per tignere et per tessere, et panni assai vi sono da tagliare. De jorno e de nocte battono li telari e laqua de l’ Attone pare nun essere bastanzia pe’ lavaggi e tenture de lo panno che co lo filo de lo torcitoio s’appresta.

Da un Anonimo umbro del XX secolo.

 


Bibliografia

F. Crippa, Il torcitoio circolare da seta, estratto da: Quaderni storici 73/a. XXV, n.1° aprile 1990
La Gaita Santa Maria riscopre l’arte della seta, La Tipografica Bevagna, 2007

«La Terra dall’alto è semplicemente stupenda. Ho avuto la fortuna di lanciarmi su zone con panorami mozzafiato. Auguro a tutti di vedere ciò che noi vediamo da lassù!»

«Uno dei più grandi sogni dell’uomo è sempre stato quello di volare: lanciarsi con il paracadute a più di 4.000 metri credo che sia uno dei modi più intensi per realizzare quel sogno». Il Caporal Maggiore Capo Marco Soro, di Passaggio di Bettona, realizza questo sogno ogni giorno. Da 15 anni veste la divisa della Brigata Paracadutisti Folgore dell’Esercito Italiano e fa parte del gruppo di Paracadutismo Indoor dell’Esercito. Allenamento, preparazione e tanta passione gli hanno fatto raggiungere con la sua squadra degli importanti traguardi nazionali e internazionali, come il podio mondiale ottenuto nel 2019, la medaglia d’oro al Belgian Open o l’argento ai Wind Games 2020 – tanto per citare i più recenti. In questa chiacchierata ci ha svelato tutti i segreti di questo sport e la bellezza del paracadutismo. «È stato amore a prima vista». Io mi sono fatta prendere la mano e l’ho tempestato di domande!

 

Caporal Maggiore Capo Marco Soro

Caporal Maggiore, la prima domanda è di rito: qual è il suo legame con lUmbria?

Circa quindici anni fa ho scelto la divisa dell’Esercito e la mia vita professionale è in Toscana, ma l’Umbria è la mia terra natia e di certo non la dimentico. Sono nato ad Assisi, abito a Passaggio di Bettona e la mia fidanzata è di Papiano. Direi proprio che il mio è un legame indissolubile.

Ci spieghi: cos’è il Paracadutismo Indoor?

Il paracadutismo indoor è un’attività sportiva molto recente, che nasce grazie all’invenzione dei simulatori di caduta libera, ovvero i tunnel del vento verticali. Permette a chiunque, anche a un non paracadutista, di realizzare quello che è sempre stato il sogno di ogni essere umano, ovvero il desiderio volare. Un forte flusso d’aria proveniente dal basso fa si che il corpo umano riesca a sollevarsi da terra, simulando così la caduta libera che si ha con il lancio da un aereo. La sensazione che si prova è identica. Con il passare degli anni è diventato uno sport a tutti gli effetti, con un proprio circuito ufficiale di competizioni nazionali e internazionali.

Quali sono i prerequisiti per praticare questa disciplina?

Il paracadutismo indoor prevede varie discipline. Per poter praticare la nostra –  che è di squadra ed esattamente si chiama VFS 4-way (Vertical Formation Skydiving a 4 elementi) – si deve prima raggiungere un avanzato livello di volo individuale. Sono fondamentali una buona preparazione fisica e un costante allenamento di volo presso un tunnel.

 

Esibizione di Paracadutismo Indoor

In pratica in cosa consiste?

L’obiettivo della nostra specialità consiste nel formare, durante la caduta libera, il più alto numero di figure possibili nel tempo massimo di 35 secondi. Per figura si intende una prestabilita e determinata posizione dell’intera squadra che deve essere eseguita in assetto verticale, head-up (testa in su) e/o head-down (testa in giù). Questo tipo di posizione, che espone poco della figura del corpo umano all’aria, comporta il raggiungimento di altissime velocità di caduta libera che sfiorano i 300 km/h. Ovviamente per provare semplicemente un simulatore di caduta libera non serve essere degli atleti, lo fanno normalmente anche i bambini, basta affidarsi a un preparato istruttore e il gioco è fatto!

Come si svolge una gara?

Una gara si svolge normalmente in tre giorni. I round di gara sono 10, della durata di 35 secondi ciascuno. Le figure da riproporre in ogni round vengono estratte a sorte dai giudici di gara. Per ogni figura eseguita correttamente si guadagna un punto. Alla fine del decimo round, la squadra che ha totalizzato il maggior numero di punti, vince.

Quante ore vi allenate?

Quotidianamente e per almeno due ore pratichiamo delle attività di allenamento a terra pensate appositamente per migliorare la resistenza e la forza fisica specifiche, in modo tale da incrementare le prestazioni individuali durante gli allenamenti di squadra. Per quanto riguarda l’addestramento al tunnel, siamo impegnati mediamente due settimane al mese.

Avete delle gare prossimamente?

A fine ottobre, presso il tunnel di Charleroi in Belgio, la Squadra dell’Esercito parteciperà al Campionato Europeo e Coppa del Mondo di Indoor Skydiving 2020, attualmente una delle competizioni indoor più importanti al mondo.

 

La squadra: Alessandro Binello, Andrea Cardinali, Marco Soro e Stefano Falagiani

Ci può descrivere in poche parole cosa si prova a lanciarsi col paracadute?

Il paracadutismo è uno sport che, praticato nel pieno rispetto delle regole di sicurezza, regala emozioni indescrivibili. Come già detto, uno dei più grandi sogni dell’uomo è sempre stato quello di volare: lanciarsi con il paracadute da un velivolo a più di 4.000 metri credo che sia uno dei modi più intensi per realizzare quel sogno.

C’è stato un momento, quando era ragazzino, in cui ha deciso d’intraprendere la carriera militare? O è accaduto per caso?

Non ho un ricordo ben preciso di quando ho maturato questa decisione, ma sono cresciuto rinforzando di giorno in giorno il desiderio di arruolarmi nell’Esercito e di entrare nella Brigata Paracadutisti Folgore.

Il primo lancio non si scorda mai: ci racconti il suo…

È proprio vero, è una sensazione assolutamente indimenticabile! Il mio primo lancio l’ho fatto a Reggio Emilia nel 2005 e avevo poco più di 18 anni. Come tutti i diciottenni non vedevo l’ora di mettermi alla prova. Ricordo benissimo di aver provato delle fortissime emozioni, completamente nuove, mai provate fino a quel momento. Uno strano mix adrenalinico fatto di paura ed entusiasmo. Con il paracadutismo fu amore a prima vista! Da lì in poi non ho mai più smesso di praticare questo sport e ho sempre e solo cercato di migliorarmi.

Qual è l’ultima cosa che pensa prima di un salto?

Ora che il paracadutismo, oltre che passione e divertimento, è per me attività agonistica, prima di ogni salto ripasso mentalmente gli esercizi da eseguire durante il lancio. Mi concentro su quanto discusso pochi minuti prima con i miei compagni di squadra in fase di briefing pre-lancio visto che i momenti precedenti all’uscita dal velivolo sono fondamentali per la perfetta riuscita degli esercizi. Non ci si può permettere di distrarsi o di pensare ad altro. Bisogna essere concentrati sul lavoro da eseguire e naturalmente sulle procedure di sicurezza da rispettare.

Com’è la Terra vista dall’alto?

Può sembrare una risposta scontata, ma è semplicemente stupenda. Ho avuto la fortuna di lanciarmi su zone con panorami mozzafiato. Auguro a tutti di vedere ciò che noi vediamo da lassù!

Fa dei gesti scaramantici… anche prima di una gara?

Più che di gesti caramantici parlerei di routine. Prima di ogni lancio e prima di ogni round di gara io e i miei tre compagni di squadra ci mettiamo in cerchio e ci diamo la giusta carica effettuando il nostro saluto di squadra. Ogni squadra ha il suo modo per augurarsi buona fortuna!

 

I paracadutisti della Folgore sono, nell’immaginario collettivo, i più audaci e fighi: ne siete consapevoli?

L’immaginario collettivo talvolta rappresenta la realtà in modo un po’ approssimativo. Sicuramente la Brigata Paracadutisti Folgore è uno dei reparti più famosi dell’Esercito Italiano ed è connotato da altissime capacità, ma la professionalità di tutti i miei colleghi delle altre specialità non è sicuramente da meno. I reparti paracadutisti hanno una storia di sacrificio e di dedizione che, come ha detto lei, si racconta da sola e non ha bisogno di commenti. Sono assolutamente contento della mia scelta e se tornassi indietro non cambierei nulla di quello che ho fatto! Soprattutto la mia scelta di entrare nella Sezione di Paracadutismo Sportivo dell’Esercito.

C’è un luogo o un panorama dell’Umbria in cui le piacerebbe lanciarsi?

Certamente, sono i luoghi a cui sono più affezionato. Il mio paese, Passaggio di Bettona. Poi sicuramente anche Assisi dove sono nato e Castelluccio di Norcia, perché secondo me paesaggisticamente è una delle zone più belle di tutta l’Umbria.

Come descriverebbe lUmbria in tre parole?

Bellezza, natura, tradizione.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione.

Quando penso all’Umbria è inevitabile pensare alla parola Casa.

Due mani sapienti guidate da un’esperienza commisurata ad anni di passione e di innovazione, condotte da uno spirito guida che ha visto l’anima dell’artista e dell’artigiana dapprima crescere singolarmente e poi fondersi in un’unica essenza per celebrare i propri saperi con delle opere che sono uniche e personalizzate nel loro genere.

Graziella Bennati

A Borghetto di Tuoro sul Trasimeno c’è chi fonde l’arte del pizzo d’Irlanda con l’arte orafa: Graziella Bennati. Le tipologie delle sue creazioni sono molteplici: dai preziosi oggetti d’arredamento alle regali scarpe, dai magnifici capi d’abbigliamento alla principesca lingerie, fino ad arrivare agli splendidi gioielli.
Graziella riesce a esaltare, con la bellezza del suo pregiato manufatto – creato con un particolare filo d’oro incastonato da pietre preziose o coralli, che sceglie lei personalmente – la persona, rendendola unica, raffinata e ammirata.

La storia

Bennati ha iniziato a lavorare partendo dal mondo dell’arte orafa, in cui ha maturato una riconosciuta esperienza e capacità artistica, anche se la sua mente illuminata l’ha sempre portata a ricercare l’innovazione. Ancor prima, fin da bambina, la nonna le insegnava a utilizzare l’uncinetto per realizzare dei piccoli lavori con la tecnica del Pizzo d’Irlanda d’Isola Maggiore del lago Trasimeno. Questa tecnica fu portata in quell’isola dalla Marchesa Elena Guglielmi all’inizio del Novecento e la tradizione di questo particolare ricamo è giunta fino ai giorni nostri grazie alle donne isolane, che ancora oggi ricamano con lenta maestria davanti all’uscio della propria casa.

 

Graziella Bennati Creazioni

Graziella Bennati Creazioni

 

Il Museo del Merletto di Isola Maggiore accoglie alcuni capolavori artistici creati nel tempo. Graziella aveva imparato questa sopraffina arte da bambina e nella sua maturità la utilizza per creare le sue opere. Un uncinetto e un filo d’oro speciale (da lei studiato e brevettato), sono gli strumenti base per le sue creazioni, talvolta impreziosite da pietre e coralli, che rendono ogni singolo elaborato unico e speciale.
Graziella Bennati ha portato la sua arte in tutto il mondo, partecipando a fiere e manifestazioni a molte latitudini del globo e ricevendo diversi premi e riconoscimenti; le sono stati dedicati numerosi articoli su giornali e riviste di prestigio sia del settore orafo sia di quello della moda. Graziella e le sue creazioni, una vera eccellenza del lago Trasimeno e umbra nonché orgoglio italiano; un esempio di sapiente maestria per il prezioso e per il bello.

 

Graziella Bennati Creazioni

 

Vale la pena andare a visitare il laboratorio di Graziella a Borghetto di Tuoro o l’esposizione allestita presso l’Info Point situato presso il molo d’imbarco per la Maggiore a Tuoro, dove ogni donna diventa una desiderabile Ninfa e ogni uomo il suo Principe.

Nel periodo post pandemico la musica riparte e torna ad esplodere nei concerti, immersi nelle suggestive location della verde Umbria, con la quarta edizione del Festival Internazionale Green Music, diretta ed ideata dal Maestro Maurizio Mastrini.

Il Festival torna ad emozionare, in sicurezza, il pubblico di tutte le età e culture, accompagnandolo in una nuova esperienza musicale attraverso i luoghi d’incanto del cuore verde d’Italia, al fine di valorizzare e promuovere il territorio di questa regione.
La manifestazione apre con l’anteprima in uno degli angoli più armonici, suggestivi e carichi d’emozione della regione, il Bosco di San Francesco, bene del Fondo Ambiente Italiano, ad Assisi. Qui sabato 25 luglio alle 20.30 è in programma il Concerto della buonanotte del duo composto dai noti concertisti di chitarra, Massimo Agostinelli e Andrea Zampini. I due musicisti spazieranno nel repertorio sudamericano che va da Astor Piazzolla a Anton Carlos Jobim.
L’evento è organizzato in collaborazione con il Fai, ente patrocinante il Festival Internazionale Green Music, che ha interamente recuperato l’area salvandola dal degrado e dall’incuria, ed è inserito nella rassegna Sere FAI d’Estate .
La tappa di Assisi rappresenta una delle più emblematiche peril Festival, nato dall’intuizione di coniugare arte e natura posizionando i concerti fuori dai luoghi di ordinanza, con l’obiettivo di valorizzare il patrimonio paesaggistico e storico regionale attraverso il potere evocativo della musica, offrendo allo stesso tempo un’opportunità di esibizione ad artisti e giovani talenti della scena nazionale e internazionale.

Le suggestioni sonore della chitarra si fonderanno con la bellezza di un luogo inaspettato, al quale si accede da un portone nel muro di cinta del piazzale davanti alla Basilica Superiore di Assisi.
Da qui si imbocca uno stretto sentiero che porta a un ampio fondovalle, ai piedi del centro cittadino. Si estendono davanti agli occhi ben 64 ettari di natura, tra terreni boschivi e campi coltivati, radure e oliveti, pareti di pietra rosa. Si possono ammirare, inoltre, importanti testimonianze della presenza di monache benedettine, tra ‘200 e ‘300: un monastero, la chiesa romanica di Santa Croce, un mulino attivo fino ai primi del ‘900, i resti di un ospedale che assisteva malati e pellegrini e, poco più avanti, un’antica torre trecentesca eretta a difesa di un opificio.
Salendo sulla sua cima si ha la possibilità di ammirare appieno l’opera di land art, il “Terzo Paradiso”, del maestro Michelangelo Pistoletto: 121 ulivi disposti a doppio filare formano tre ampi elementi circolari tra loro tangenti, di cui il maggiore, posizionato tra gli altri due, ha al centro un’asta alta 12 metri, che simboleggia l’unione tra cielo e terra.
Proprio nella radura che ospita l’opera di Pistoletto, risuoneranno le note del duo dei celebri chitarristi anconetani.
Raccomandazione degli organizzatori, quella di non dimenticarsi a casa plaid e cuscino per accomodarsi sul prato e godersi il concerto in pieno relax.
Il festival continuerà ad entusiasmare i partecipanti durante le calde serate estive per un totale di circa 15 concerti, ai quali parteciperanno artisti di grande spessore e di lunga esperienza come Uto Ughi, uno dei massimi esponenti della scuola violinistica italiana, Antonella Ruggiero, cantante italiana famosa per la sua estensione vocale e per essere stata uno dei membri fondatori della celebre band di fama internazionale i Matia Bazar, e Juan Lorenzo, chitarrista di flamenco italiano, considerato uno dei suoi massimi esponenti e, naturalmente, un’esibizione del direttore artistico Maurizio Mastrini che, nella magica cornice dei Giardini pubblici di Orvieto, presenterà in anteprima il suo ultimo lavoro pianistico, scritto nel periodo di quarantena, dal titolo Lockdown.

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