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«Sogno di far crescere il mio brand e diventare uno tra i designer più influenti nel sistema moda».

Marco Rossi è un giovane – classe 1995 – e promettente designer di Passignano sul Trasimeno, nato sotto il segno del leone: «Sono un leoncino a tutti gli effetti» specifica. Oggi vive tra Roma e l’Umbria e da poco ha partecipato alla Vancouver Fashion Week, dove ha portato in passerella la sua collezione ispirata al Trasimeno.
«Una tela perfetta di verdi colline e vallate, antiche fortezze e il pittoresco lago Trasimeno. Scene di pesca giocavano sullo schermo mentre i modelli indossavano cappelli da pescatore e camicie oversize. Arancione, bianco e tonalità scure si mescolano per formare un bagliore che ricorda i cieli estivi in Italia», così Fashion Studio Magazine di Vancouver ha descritto la sua sfilata. Per Marco non era però la prima volta: era già stato selezionato per diverse competizioni nazionali e internazionali quali Alta Roma e Un Talento per la Scarpa.

 

Marco Rossi durante la sfilata in Canada

Marco, qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono nato in Umbria a Passignano sul Trasimeno, anche se la mia famiglia non è originaria di questa regione. Amo l’Umbria profondamente perché è sinonimo di natura ed è una delle poche realtà italiane in cui il verde resiste al cemento. Il legame maggiore ce l’ho però con il lago Trasimeno, perché ci sono nato e perché l’acqua è un elemento in cui mi ritrovo molto.

A Vancouver ha portato una collezione del suo brand AnotherDavid ispirata proprio dall’armonia del lago Trasimeno: ci spieghi meglio.

Sì, mi sono fatto ispirare dal Trasimeno, così da far conoscere al mondo l’Umbria e in particolar modo il lago: ho raccontato, attraverso la mia collezione, i suoi tramonti, con i colori che variano dall’arancione al viola. I cappelli e gli abiti larghi ricordavano l’abbigliamento dei pescatori, così come la stoffa a righe verticali e le pashmine in cotone intrecciate come le reti da pesca. Anche nella scelta dei tessuti ho voluto richiamare l’Umbria: il denim è misto a canapa, la nostra regione è pioniera nella produzione di questo materiale. Ho riservato una attenzione particolare ai materiali, naturali e inediti, così da utilizzare la minor quantità possibile di elementi inquinanti. Devo dire che è stata una collezione progettata e realizzata in circa due mesi: Istituto Italiano Design mi ha scelto e sono partito per il Canada, il tutto molto velocemente.

È stata comunque un successo…

Non mi sento soddisfatto al centro per cento – si può sempre migliorare – però c’è stato un buon riscontro, soprattutto da parte della stampa: giornali specializzati di moda hanno parlato di me e scritto della mia collezione. Queste sono piccole soddisfazioni che mi hanno ripagato dei tanti sacrifici fatti.

Troveremo l’Umbria anche in altre collezioni?

Penso di sì, anche perché all’estero – come dicevo – è stata molto apprezzata.

Disegna sia per uomo che per donna?

Per ora realizzo solo abiti da uomo, ma il mio progetto è quello di disegnare una collezione anche da donna.

 

Collezione del brand AnotherDavid, Marco Rossi.

Quando ha deciso di diventare designer di moda?

La moda mi è sempre piaciuta fin da piccolo, da ragazzino leggevo Vogue sotto le coperte (ride). C’è un aneddoto che spiega la mia passione fin dalla tenera età: quando si è sposato mio fratello più grande tutti dovevamo vestirci allo stesso modo, ma io – nonostante fossi molto piccolo – puntai i piedi perché volevo indossare il gilet oro e il papillon rosso. Alla fine la spuntai e mia madre mi accontentò! Questo è stato il mio primo approccio concreto con la moda e la mia prima ribellione al sistema (ride). Poi ho iniziato a studiare, frequentando prima il liceo artistico e poi l’Istituto Italiano Design a Perugia.

Ora, a cosa sta lavorando?

Sto cercando di portare avanti il mio progetto e promuovere il mio marchio AnotherDavid, ma non è facile.

Ci dia qualche consiglio per la stagione appena iniziata: quest’inverno cosa non deve mancare nell’armadio di un uomo?

Il cappotto spinato over, rigorosamente con la cintura e il cappellino ispirato alla kippah.

Ha qualche grande stilista a cui si ispira?

Ce n’è più di uno: Maison Martin Margiela per come destruttura l’abito, un altro molto vicino alle mie corde è Valentino per come rielabora i contest delle sfilate, il terzo è Alexander McQueen, che per me ha fatto davvero la storia della moda. Infine, Vivienne Westwood per il personaggio che è. Tutti loro comunque li apprezzo come persone e per come hanno saputo comunicare il loro essere attraverso la moda.

Per il suo futuro cosa si augura?

Voglio far crescere il mio brand e diventare uno tra i designer influenti nel sistema moda. Per ora è un sogno, ma spero diventi realtà.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Equilibrata, spirituale, naturale.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Il lago Trasimeno.

Nel 1999 nasce ad Assisi Nati per Leggere, il programma italiano di promozione della lettura in età precoce. A 20 anni di distanza si celebra l’anniversario con una serie di eventi nazionali e locali.

In occasione del ventennale dalla fondazione di Nati per Leggere, siamo andati nella sezione di Tuoro sul Trasimeno, che si trova all’interno della Biblioteca Comunale. Qui abbiamo conosciuto alcune volontarie dell’evento, di cui nove hanno seguito recentemente un corso abilitativo e ogni martedì pomeriggio accolgono con un sorriso genitori e bambini, per dedicarsi tutti insieme alla lettura.

 

 

Una volontaria ci racconta: «Leggere a un bambino vuol dire stimolare la sua fantasia, sviluppare precocemente la sua capacità concettuale, la proprietà di linguaggio e favorire il suo apprendimento. Qui non solo i bambini hanno trovato un nido ma anche le mamme, che hanno uno spazio di confronto e dove fanno rete insieme ai propri figli».

Per i vent’anni di Nati per leggere si è voluto modificare l’area della biblioteca destinata ai più piccoli, creando due spazi distinti per fascia di età; ai bambini sotto ai due anni è stato dedicato un angolo nido. Nell’area ci sono dei tappeti previsti per le comuni sedute di grandi e piccini e una poltrona speciale, dedicata alle mamme in attesa o che allattano. L’invito alla raccolta differenziata e a non entrare con le scarpe per l’igiene, completano il messaggio ambientale. Le immagini dell’artista Leo Lionni, arricchiscono gli interni per la sensibilizzazione all’arte.

 

 

L’assessore alla Cultura, Thomas Fabilli, ci ha spiegato: «L’entusiasmo che condivido con le volontarie è grande e siamo certi che la lettura per i piccoli può portare ottimi frutti. Abbiamo deciso insieme alle volontarie di spedire a ogni bambino nato negli ultimi 3 anni, una lettera di invito per l’incontro del martedì pomeriggio, ottenendo un ottimo riscontro. Ringrazio con infinito affetto e stima tutte le protagoniste di NpL, in particolare la pediatra Elena Cappellani, le volontarie Claudia Banella, Orietta Mazzoni e Annalisa Maestrucci che hanno sempre dimostrato un amore materno e un grande impegno per questo progetto».

Pietro Vannucci detto Il Perugino, è considerato uno dei massimi esponenti dell’umanesimo e il più grande rappresentante della pittura umbra del XV secolo.

Il pittore si muove in un contesto storico che è quello del tardo umanesimo. «Nella città di Perugia nacque ad una povera persona da Castello della Pieve, detta Cristofano, un figliuolo che al battesimo fu chiamato Pietro (…) Studiò sotto la disciplina d’Andrea Verrocchio». (Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri. Parte seconda. Giorgio Vasari).

 

Autoritratto Perugino

Il Perugino nasce nel 1450 a Città della Pieve e le sue prime esperienze artistiche umbre si appoggiarono probabilmente a botteghe locali come quelle di Bartolomeo Caporali e Fiorenzo di Lorenzo.

Fin da giovanissimo si trasferisce a Firenze, dove inizia a frequentare una delle più importanti botteghe: quella di Andrea del Verrocchio. La città dei Medici fu fondamentale per la sua formazione; infatti i contemporanei lo considerarono di fatto, un maestro fiorentino d’adozione.

Nei suoi capolavori si cela un’intimità religiosa: le dolci colline tipicamente umbre, il paesaggio boschivo realizzato con più tonalità di verdi, il tenue modellato dei personaggi e gli svolazzanti nastri degli angeli sono i suoi stilemi decorativi che poi trasmise anche al suo allievo: Raffaello.

Le opere in Umbria e non solo

Una delle sue prime opere documentate è L’adorazione dei Magi e il Gonfalone con la Pietà, entrambe nelle sale espositive della Galleria Nazionale dell’Umbria.

Nel 1473 il Perugino ricevette la prima commissione significativa della sua carriera: i francescani di Perugia, gli chiesero di decorare la nicchia di San Bernardino. Otto tavolette che insieme componevano due ante che chiudevano una nicchia con un gonfalone con l’effigie del santo.

Più tardo (1477-1478) è l’affresco staccato, oggi nella Pinacoteca Comunale di Deruta, con il Padre Eterno con i santi Rocco e Romano, con una rara veduta di Deruta nel registro inferiore; probabilmente commissionata per invocare la protezione dei Santi Romano e Rocco, poiché un’epidemia di peste imperversava nel territorio di Perugia.

Nel 1478 continuò a lavorare in Umbria, dipingendo gli affreschi della cappella della Maddalena nella chiesa parrocchiale di Cerqueto, nei pressi di Perugia.

Raggiunta la fama venne chiamato nel 1479 a Roma, dove realizzò uno dei più grandi e prestigiosi lavori: la decorazione della Cappella Sistina, lavoro al quale partecipano anche Cosimo Rosselli, il Botticelli e il Ghirlandaio. È qui che realizza uno dei suoi tanti capolavori: La consegna delle Chiavi a San Pietro, il Battesimo di Cristo e il Viaggio di Mosè in Egitto.

Nei dieci anni successivi Perugino continuò a spostarsi tra Roma, Firenze e Perugia. Tra il 1495 e il 1496, plasmò un altro capolavoro: la Pala dei Decemviri, chiamata così perché realizzata su commissione dai Decemviri di Perugia per la cappella nel Palazzo dei Priori. Dipinse poi il Polittico di San Pietro, con la raffigurazione dell’Ascensione di Cristo, la Vergine, gli Apostoli, nella cimasa Dio in gloria, nella predella l’Adorazione dei Magi, il Battesimo di Cristo, la Resurrezione e due pannelli con i santi protettori di Perugia.

Nello stesso periodo lavorò alla decorazione della Sala dell’Udienza nel Collegio del Cambio a Perugia, ciclo terminato nel 1500. Il 1501-1504 è l’anno in cui realizzò lo Sposalizio della Vergine, dipinto per la Cappella del Santo Anello nel Duomo di Perugia, iconografia ripresa da Raffaello per la chiesa di San Francesco a Città di Castello.

 

Sposalizio della Vergine

 

Il Perugino continuò a ricevere commissioni; infatti realizzò la Madonna della Consolazione, il Gonfalone della Giustizia e la Pala Tezi, conservate nelle sale espositive della Galleria Nazionale dell’Umbria e la Resurrezione per San Francesco al Prato, commissionata per l’omonima chiesa perugina.

Eccelse opere del pittore sono conservate anche a Città della Pieve, non lontano dal confine con la vicina Toscana. Presso Santa Maria dei Bianchi e la Cattedrale dei SS Gervasio e Protasio, si trovano alcune delle sue opere più significative come l’Adorazione dei Magi.[1]

Seguendo i passi del Perugino, tappa obbligata è poi Panicale, pittoresco paese che fa parte dei Borghi più Belli d’Italia. Nella Chiesa di San Sebastiano si trova l’opera il Martirio di San Sebastiano, un’intera parete affrescata dall’artista. Un’altra tappa importante per scoprire tutta l’arte del Divin Pittore è Fontignano, dove nel 1511 il Perugino stabilì la sua bottega per sfuggire alla peste.

 

San Sebastiano. Cerqueto

 

Proprio di peste il pittore morì nel 1523-1524, mentre lavorava a un affresco raffigurante L’adorazione dei pastori commissionatogli per la piccola Chiesa dell’Annunziata, l’affresco lasciato incompiuto dal Perugino, ma finito dai suoi allievi, e infine una Madonna con bambino, l’ultima opera da lui completata nel 1522.
Perugino fu l’iniziatore di un nuovo modo di dipingere; l’artista va alla costante ricerca di paesaggi di più vasto respiro, ammirando l’esempio dei precedenti fiorentini come Filippo Lippi, Domenico Veneziano e Beato Angelico, ben noti in terra umbra. Il Perugino procede verso una lenta e graduale conquista del naturale. L’armonia insita nel paesaggio peruginesco fu creata da un approccio mistico con la natura e da un’arte che, piuttosto che fondarsi sull’intelletto e sull’addestramento dell’occhio, come avveniva a Firenze, scaturiva dal cuore e dalla forza dei sentimenti.[2]
Il Perugino segnò così il gusto di un’epoca.

 


[1] Emma Bianchi, “Petro penctore”: l’Adorazione dei magi e la confraternita di Santa Maria dei Bianchi di Città della Pieve, in Perugino e il paesaggio, Silvana Editoriale, 2004, pp. 119-128.

[2] Silvia Blasio, Il paesaggio nella pittura di Pietro Perugino, in Perugino e il paesaggio, Silvana Editoriale, 2004, pp. 15-41.

Fino al 26 gennaio 2020 la Pala dei Decemviri di Pietro Vannucci, detto il Perugino, torna nel suo luogo d’origine, la Cappella dei Priori a Perugia.

La collaborazione tra i Musei Vaticani e la Galleria Nazionale dell’Umbria, sottolineata dai buoni accordi tra i rispettivi direttori, Barbara Jatta e Marco Pierini, ha permesso il ricongiungimento tra la cornice, la cimasa e la tavola centrale dell’opera. Il capolavoro, nella sua integrità, sarà dapprima esposto nella Cappella dei Priori, sua dimora originaria e successivamente all’interno dei Musei Vaticani.

 

La Pala dei Decemviri di Pietro Vannucci, foto by Galleria Nazionale dell’Umbria

 

Ma procediamo con ordine. La Cappella dei Priori è stata costruita nel Quattrocento con materiali, decori e affreschi realizzati da mani sapienti e da geniali artisti, affinché fosse il luogo, all’interno del Palazzo dei Priori a Perugia, più magnificente e rappresentativo.
Lo splendore e l’autorevolezza artistica della Cappella dei Priori accrebbe maggiormente dopo che Pietro Vannucci, detto il Perugino, dapprima ridipinse la cimasa raffigurando il Cristo in pietà e poi la pala per l’altare, detta dei Decemviri dal nome dei committenti, dove si possono ammirare dipinti la Madonna col Bambino tra i Santi Ercolano, Costanzo, Lorenzo e Ludovico.
L’opera rimase all’interno del Palazzo dei Priori fino alla fine del XVIII secolo, quando le truppe napoleoniche francesi requisirono la pala lasciando, inspiegabilmente, al loro posto la cimasa col Cristo in croce e la cornice in legno intagliato e dorato.
Nel 1816, terminato il periodo napoleonico, Antonio Canova, inviato del Papa Pio VII, riuscì a recuperare la pala e riportarla da quello che è l’odierno Museo del Louvre in Italia.
Canova, sempre accompagnato dal prezioso capolavoro pittorico, al suo rientro prese la direzione di Roma anziché di Perugia. Nonostante le sentite proteste perugine, la tavola fu accolta nella Pinacoteca Vaticana, dove è rimasta gelosamente custodita per circa due secoli, fin quando è tornata, ma solo temporaneamente, nella sua originaria collocazione umbra, ricongiungendosi alla cornice e alla cimasa.
A seguito dell’esposizione perugina, l’opera nella sua interezza sarà esposta nel 2020 nei Musei Vaticani, in concomitanza dell’anniversario, dopo cinque secoli esatti, dall’anno della morte di un altro grande artista, Raffaello Sanzio da Urbino, allievo del Maestro Pietro di Cristoforo Vannucci.

In Valnerina, tra i simboli che esprimono il mistero mariano, vi sono la grotta e l’acqua, entrambe allegorie di maternità e rinascita. La grotta compare spesso nelle raffigurazioni della Natività in sostituzione della stalla in muratura o dell’umile capanna adibita a ricovero del bestiame, evocando, nell’immaginario tradizionale, l’utero in cui la vita prende forma e dal quale si manifesta.

Analogicamente l’antro roccioso nell’iconografia mariana della Valnerina diviene immagine di maternità spirituale e di rinascita mistica: fin dalla più remota antichità, le pareti rocciose delle grotte circoscrivono uno spazio sacro dedicato alla meditazione, al ritiro e al silenzio.

Il luogo in cui sorge il santuario della Madonna della Stella, circondato dalle grotte degli antichi eremiti, è impregnato di una sacralità tipicamente mariana, connotata dalla valle, dall’acqua che cade e scorre limpida, dalla selva ombrosa, dal silenzio dell’eterno e dagli antri eremitici. Contemplando dal basso la rupe in cui quelle grotte si ergono marmoree, si ha l’impressione di osservare dei nidi ormai vuoti, abbandonati da uccelli che hanno trasvolato l’oceano per non farmi più ritorno.

La storia dell’eremo risale all’VIII secolo quando, nella valle del torrente Tissino alla confluenza delle valli Noce e Marta, sorse il Monasterium S. Benedicti in Faucibus o in Vallibus, soggetto all’Abbazia longobarda di S. Pietro di Ferentillo. Questo luogo pur fuori dal mondo era lambito da antichi itinerari che, provenienti da Leonessa e Cascia, confluivano verso il gastaldato di Ponte e quindi verso Spoleto, capitale dell’omonimo ducato longobardo: la costruzione del monastero, lungo un nodo stradale così importante, fu dovuta sia alla politica di controllo del territorio esercitata dai duchi di Spoleto, sia all’opera di evangelizzazione e di espansione del monachesimo nella montagna. A quel tempo nel solo territorio di Cascia erano presenti ben undici celle monastiche e una quindicina di monasteri benedettini.

 

 

D’altronde fin dal V secolo nell’intera Valnerina alcuni monaci siriani avevano trasferito l’esperienza monastica orientale nelle grotte e negli anfratti che poi portarono alla fondazione delle abbazie di Sant’Eutizio (Preci), dei Santi Felice e Mauro (Sant’Anatolia di Narco) e di San Pietro in Valle (Ferentillo). Fondamentale impulso per lo sviluppo delle esperienze monastiche nella miriade di celle e monasteri della Valnerina fu nel 480 la nascita di San Benedetto a Norcia e la successiva diffusone della Regola. Il declino dei Benedettini verificatosi dal XIII secolo, con il seguente abbandono di beni e monasteri, favorì l’insediamento dell’ordine degli Agostiniani: nel 1308 il Capitolo Lateranense concesse i possedimenti ai frati Andrea da Cascia e Giovanni da Norcia, eremiti dell’ordine di Sant’Agostino di Cascia, con l’obbligo di versare un danaro all’anno in favore della chiesa di San Benedetto in occasione della festa del Santo. Risalita la stretta valle, i due eremiti diedero inizio all’opera di edificazione dell’eremo attuale che poi prese il nome di Santa Croce in Valle.

 

Eremo

In questo luogo appartato «in mezzo a due altissimi monti, dove non si vede altro che due palmi di cielo» alla nuova chiesa, in parte ricavata nella roccia, si aggiunsero con il tempo una decina di celle monastiche, ricavate anch’esse nella parete rocciosa con l’aggiunta di parti murarie. Sorgeva così una sorta di laura, dove l’esperienza cenobitica si fondeva con quella più antica degli eremiti orientali. La chiesa, alla quale era addossato un refettorio di cui restano solo pochi resti, fu affrescata nel 1416 da un maestro umbro. Entrando, a destra, troviamo due Pietà e San Michele Arcangelo che uccide il drago. Compresa in una cornice in finto mosaico c’è una Madonna in trono con Bambino tra i santi Pietro e Paolo; seguono Santa Caterina d’Alessandria (con una ruota in mano), Santa Lucia (con le fiaccole in mano) e San Benedetto (che regge il libro della Regola).

Madonna della Stella

I documenti, redatti a seguito di una visita apostolica nel 1571, ci dicono che a quel tempo la chiesa era abbandonata e diruta. Nei secoli successivi di questo luogo quasi si perse la memoria. Tale situazione permase fino alla prima metà dell’Ottocento quando, nel 1833, due pastori di Roccatamburo rinvennero un dipinto tra i rovi. Da quel momento la chiesa, restaurata dai fedeli, prese il nome di Madonna della Stella in onore della veste trapuntata di stelle che indossa la vergine ritratta nel ciclo interno di affreschi. Da allora alcuni eremiti volontari si sono occupati del luogo sacro: l’ultimo, ancora ricordato dagli anziani del posto, fu Luigi Crescenzi che visse nell’eremo tra il 1919 e il 1949, morendo a seguito di una caduta dalle rocce strapiombanti di questo luogo lontano dalla frenesia dei tempi moderni.

L’antro, naturale o artificiale, tipico degli insediamenti anacoretici, è suscettibile d’interpretazione simbolica. Dalle tebaidi dei deserti africani alle folte selve della verde Umbria, gli eremiti scelgono le grotte come dimore a essi più congeniali. L’antro roccioso è la tana di una belva, il demonio, con cui lo spirito prigioniero sperimenta i limiti della natura terrestre e tenta l’impresa terribile del loro superamento, tramutando la caverna eremitica nell’ancestrale anfiteatro in cui Dio e la belva domata s’incontrano. Tra i due estremi, tomba e utero di rinascita, l’angusto spazio della grotta è agone, campo di battaglia e martyrion, spazio sacro in cui avviene il supplizio dell’Io.

A Irkutsk, capitale della Russia siberiana, ha avuto luogo il Forum Internazionale per la conservazione dell’architettura di legno, La città vecchia nel mondo nuovo. Ha partecipato all’evento, come apprezzato relatore, il professor Emidio De Albentiis, direttore dell’Accademia di Belle Arti di Perugia.

Dal nome quasi impronunciabile, per chi non ha confidenza con la lingua russa, Irkutsk è una città della Russia siberiana con circa seicentomila abitanti, a oltre 5.000 km da Mosca e a poca distanza dal suggestivo lago Bajkal. Fondata a metà del XVII secolo, negli anni ha avuto un notevole sviluppo urbanistico.
Nella capitale siberiana, dove le temperature invernali vanno ben oltre i venti gradi sottozero, le case venivano costruite in legno ed erano talmente graziose che Irkutsk venne definita la Parigi della Siberia.

 

Edifici lignei di Irkutsk

 

Oggi, molti di questi edifici lignei sono in pericolo di scomparsa. A tal proposito, il 25 e 26 ottobre 2019 è stato organizzato a Irkutsk un Forum Internazionale denominato La città vecchia nel nuovo mondo per la conservazione e il recupero in ambiente urbano dell’architettura di legno e per ottimizzare il supporto delle istituzioni, affinché si tuteli al meglio lo storico patrimonio ligneo che altrimenti rischierebbe di andare perduto.
L’evento è stato organizzato dalla fondazione di beneficenza L’eredità dei mecenati di Irkutsk, con il patrocinio della Fondazione del Presidente della Federazione Russa, della Camera Civica della Federazione Russa e della Camera Civica di Irkutsk.
Importante relatore della manifestazione il professor Emidio De Albentiis, direttore dell’Accademia di Belle Arti di Perugia. Il suo atteso e sperato intervento è stato possibile tramite i buoni uffici tra Marina Sereda di Ars Cultura – nonché guida turistica russa in Italia – e Marina Levada, della sopra menzionata fondazione siberiana.

 

Emidio De Albentiis e di Marina Levada

 

Il loro partenariato è nato in occasione della mostra fotografica Finestre di Irkutsk – Porte di Venezia ospitata, qualche tempo fa, nella cittadina umbra di Deruta e in questi giorni esposta a Irkutsk.
Come esperto internazionale, il professor Emidio De Albentiis ha partecipato con la relazione: Le figure chiave nella storia della ricostruzione europea. La conservazione delle strutture in legno nell’area del vulcano Vesuvio. La conservazione dell’architettura in legno, incluse le sculture del medioevo fino ai giorni nostri.
Al direttore Emidio De Albentiis, auspichiamo che questo progetto, come significativo scambio culturale internazionale, possa trovare sponda abituale presso l’Accademia di Belle Arti di Perugia.

 

Al Teatro Cucinelli di Solomeo, esaurito in ogni ordine di posti, i Four Seasons hanno incantato il pubblico con soavi melodie swing. Il pubblico che ha risposto con una calorosa partecipazione alla presentazione del loro album d’esordio Parole su parole.

 

Nando Tucci ha presentato la serata dove Daniela Tenerini, la voce della band, David Versiglioni al piano, Silvano Pero alla batteria, Paolo Bartoni alla tromba e Roberto Cesaretti al basso, hanno fatto rivivere famosi brani musicali inossidabili che hanno riecheggiato facili nei ricordi degli spettatori, mentre sullo sfondo del palcoscenico scorrevano spezzoni di famosi film dei tempi passati.

 

 

Un concerto che ha messo d’accordo tutti i gusti e che ha alternato musiche ben rivisitate che nascono durante i trent’anni centrali del secolo scorso, con i componimenti che fanno parte dell’ultimo lavoro discografico della band. Durante l’esecuzione musicale, Daniela Tenerini sembrava accompagnare i rapiti ascoltatori in un viaggio tra sogno e seduzione, con melodie interpretate dalla sua carezzevole timbrica vocale.
Paolo Bartoni, bravissimo trombettista, accende i colori dell’arcobaleno quando emette dolci armonie con il suo strumento a fiato, l’inseparabile complice sonoro di vita.
David Versiglioni, Silvano Pero e Roberto Cesaretti sostengono con consueta bravura ed equilibrio l’armonia degli spartiti, come fossero contenuti in un magico cilindro pieno di note da dove per incanto fuoriescono; si rifanno al pentagramma di altri tempi che, con i brividi dell’epoca, richiama romantici ricordi e rievocazioni di musiche ascoltate a ogni latitudine del mondo.

 

Four Seasons

 

Gli amici presenti in sala, Sandro e Rita Allegrini, Stefano Chiacchella e Claudia Tartocchi, Gianni Crispo, Alessandra Di Cesare hanno apprezzato e plaudito, come tutto il pubblico presente, il video del primo singolo dei Four Seasons, Parole su parole, diretto dalla sapiente regia di Stefano de Matteis e ha visto partecipe alla clip il padre del regista e la dolce figlia della vocalist Daniela e di Roberto il bassista.
Il look della band è stato curato da Valentina Palù Rosati che, per l’occasione, ha creato un vestito definito un prezioso scrigno che ha avvolto la bellezza e la bravura della graziosa cantante. Bravi Four Seasons.

Sylvester Stallone in Over the Top – forse il film in cui si racconta meglio il mondo del braccio di ferro – dichiara: «Vedete… a me non interessa diventare campione di braccio di ferro: a me serve il premio».

Non è certo questo il pensiero di Chiara Acciaio, trentenne di Gubbio che dal 2014 al 2019 ha sempre vinto il Campionato Italiano di braccio di ferro categoria 50 kg.
La braccioferrista umbra ha iniziato a praticare questo sport nel 2013, ottenendo subito un secondo posto, per poi non lasciare più la testa della classifica e vincere il campionato anche negli anni successivi. Buoni risultati li ha avuti anche in campo internazionale: nel 2014 ha partecipato al primo Mondiale arrivando settima, poi nel 2016 ha raggiunto il quinto posto e nel 2017 un sesto.
Proprio ieri è tornata dalla Romania dove si è disputato l’ultimo Mondiale: «Non è andata benissimo, mi sono fatta prendere dall’emotività, soprattutto nella gara con il braccio destro dove avevo riposto molte aspettative. Quando l’ansia prevale è difficile da gestite. Andrà meglio la prossima volta».
Chiara, aspetto e fisico più da modella che da braccioferrista, non si arrende e ci fa scoprire la bellezza di questo sport, sconosciuto ai più e spesso banalizzato. Lei non è certo Olivia… lei è Braccio di Ferro!

 

Chiara Acciaio

La prima domanda è forse un po’ scontata, ma non posso non farla: un nome, un destino?

Sì, è vero! Acciaio di nome e di fatto. (ride)

La seconda domanda è più seria: come e quando ha iniziato a praticare questo sport? 

Fin da piccola mi è sempre piaciuto giocare a braccio di ferro e fare prove di forza con i bambini: quando dovevo competere con i maschi non mi sono mai tirata indietro. La maggior parte delle volte vincevo io: già allora avevo molta forza. Poi, per caso –  in palestra nel 2013 – ho conosciuto un ragazzo che praticava questo sport e da quel momento ho iniziato, scoprendo che è completamente diverso da quello che si fa nei bar o dall’idea che ne hanno tutti.

Come si svolge il vero braccio di ferro?

C’è un tavolino specifico dove avviene la gara. La forza è importante, ma è fondamentale imparare anche la tecnica: tanti braccioferristi che vincono non hanno così tanti muscoli come si potrebbe immaginare. Non è solo uno sport di forza, ma anche di tecnica.

Qual è la tecnica giusta e come avviene una gara?

Prima cosa si gareggia in piedi e il gomito appoggia su dei cuscinetti dai quali non ci si può staccare. C’è un arbitro che dà il via dicendo: «Ready, go!», a quel punto gli atleti partono; dopo il «go», non prima, altrimenti viene fischiato fallo. Per vincere occorre sia forza reattiva sia esplosiva. Poi se si sganciano le mani, vengono legate con una cinghia per evitare che si ripeta l’accaduto.

Quanto dura una gara?

Può durare dai due secondi in poi.

Quante volte si allena in una settimana?

Tre volte a settimana più gli allenamenti tecnici, che svolgo anche con il mio allenatore. Faccio parte del Team Marche-Umbria.

Per affrontare un Mondiale come ci si prepara?

C’è ovviamente una preparazione particolare. Mi segue mio marito Mirko Ramacci per la preparazione atletica: conosce i miei difetti e sa come farmi lavorare al meglio, il nostro è un lavoro di squadra. Poi mi alleno anche ad Ancona con Renato Corsalini per la parte tecnica.

 

A destra Chiara Acciaio durante una gara

Nell’immaginario collettivo il braccio di ferro è sempre stata un’attività maschile per stabilire chi è il più forte: voi donne come lo vivete?

Siamo un po’ svantaggiate a livello numerico soprattutto in Italia; questo ci porta spesso a doverci allenare con gli uomini. Molte ragazze ci provano, ma il braccio di ferro è uno sport molto selettivo e, per mancanza di risultati, spesso abbandonano.

Si reputa una donna fuori dagli schemi per lo sport che pratica?

Sicuramente! Ma in questo mondo molte donne sono come me. Nell’idea di tutti le donne che praticano questo sport sono mascoline e muscolose – ovviamente ci sono – ma la maggior parte sono donne e ragazze aggraziate, filiformi e madri. Poi dipende dalla categoria, sopra i 90 kg ovviamente sono ben piazzate e super muscolose.

Qual è il suo legame con l’Umbria?

L’Umbria è bellissima, come anche la mia città. Io ci sto bene, amo il verde… è proprio il mio posto. Anche se Gubbio è una realtà piccola e per certi versi un po’ chiusa, si respira ancora l’aria di unione che c’è nei piccoli paesi. Si mantiene forte il legame tra le persone.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Armonia, libertà e serenità.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Gubbio!