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Ingredienti:

  • 400 g di farina
  • 200 g di zucchero
  • 100 g di uvetta
  • 1 scorza di limone non trattato
  • 50 g di lievito di birra
  • ½ litro di mosto fresco bianco
  • 1 bicchiere di olio extravergine d’oliva
  • 1 pizzico di sale

 

Preparazione

Far intiepidire due o tre cucchiai di mosto, porvi mezzo cubetto di lievito e lasciar riposare, coperto, fino a quando sulla superficie non compariranno delle crepe (saranno necessarie circa 2 ore). Sciogliere in poca acqua tiepida il lievito rimasto. Mescolare farina, zucchero, uvetta, scorza grattugiata di limone, mosto e lievito. Impastare fino a ottenere una pasta di pane piuttosto morbida. Se l’impasto fosse troppo fluido, unire un po’ di farina; se fosse troppo duro, aggiungere del mosto.
Lavorare bene e ricavare delle pagnottelle del diametro di 5-6 centimetri. Disporle su una placca da forno unta, piuttosto distanti l’una dall’altra, coprirle con un telo pulito e poi con uno leggermente impermeabile. Far lievitare 2-3 ore. Infornare a 180° e cuocere per 20-30 minuti.

 

 

I maritozzi al mosto sono tipici dell’Umbria del sud, in particolare del ternano. Si preparano anche maritozzi di forma ovale, senza mosto nell’impasto (e, in questa versione, a Norcia erano tipici della trebbiatura) oppure sempre con il mosto, ma cotto. Il mosto cotto, dolcificante tipico di tutta l’Italia contadina, si otteneva facendo cuocere per molte ore il mosto fresco in recipienti di rame bassi e larghi. Si arrivava al giusto punto di cottura quando il liquido si fosse ridotto di 2/3 rispetto a quello iniziale. L’uso del mosto cotto, squisito ma di lunga preparazione, è andato estinguendosi mano a mano che tutti potevano permettersi di acquistare lo zucchero. I maritozzi sono una preparazione che si trova anche nel Lazio.  

 


Per gentile concessione di Calzetti&Mariucci.

Foto di Strada dei Vini Cantico

Un Festival che ha sempre rivendicato dinamismo, novità e freschezza e che conferma e rafforza il suo indirizzo verso opere ineditedebutti nazionali ed esclusive regionali con la contaminazione tra generi quali teatro, musica, letteratura e arte contemporanea.

Ultimi giorni del Todi Festival – si concluderà il 5 settembre – che propone spettacoli e incontri concepiti appositamente per determinati contenitori culturali cittadini. Sempre nell’intento di costruire un’offerta quanto più ampia e variegata, Todi Festival anche quest’anno non prevede repliche di spettacoli, presentando ogni giorno un programma diverso.

Un dialogo costante tra passato e futuro, quindi, perfettamente rappresentati nel Manifesto di quest’anno: è infatti lo scultore Arnaldo Pomodoro a firmare l’immagine che accompagna lo svolgimento della XXXV edizione. Il proficuo incontro tra Todi Festival e l’opera del Maestro è frutto della collaborazione con la Fondazione Progetti Beverly Pepper di Todi e la Fondazione Arnaldo Pomodoro di Milano.

 

Il programma degli ultimi giorni

In prima nazionale, Mercoledì 1 Settembre sarà la volta di Emigranti di Sławomir Mrożek, in scena alle ore 21.00 al Teatro Comunale di Todi, con la regia di Claudio Jankowski e il testo di uno dei maggiori drammaturghi della Polonia e dell’Europa Orientale affidato all’interpretazione di Riccardo Barbera e Roberto D’Alessandro. Sławomir Mrożek scrive il suo capolavoro nel 1974 e in parte racconta la sua personale vicenda di emigrato nella dura Parigi. Questa biografia drammaturgica riporta in scena due personaggi senza nome, AA, XX, con evidenti richiami all’accattivante Teatro dell’Assurdo.

Giovedì 2 Settembre ancora un debutto nazionale, in programma alle ore 21 sul palco del Teatro Comunale, con E.T._ L’incredibile storia di Elio Trenta firmata Luigi Diberti e Gianmario Pagano, con la regia

di Francesco Frangipane. Sul palco Luigi Diberti, accompagnato dalle musiche dal vivo di Raffaele Toninelli. Un’occasione doverosa per conoscere questo sconosciuto ragazzino umbro, vissuto un secolo fa e scomparso troppo presto; giovanissimo sognatore, curioso e intraprendente emblema della genialità italiana. Nato a Città della Pieve nel 1913 e morto all’età di 21 anni, Elio Trenta ebbe comunque il tempo di inventare e registrare il primo brevetto del “rapportatore di velocità per macchine in genere” ovvero del popolarissimo cambio automatico.

Venerdì 3 Settembre, spazio alla valorizzazione dello splendido Chiostro di San Fortunato dove alle ore 21.00 andrà in scena, in esclusiva regionaleGola e altri pezzi brevi di Mattia Torre, letti da Valerio Aprea. I tre monologhi dell’affermato autore, GolaColpa di un altro e Yes I can oltre a uno stralcio di In mezzo al mare, verranno proposti da Aprea in un assolo spietato ed esilarante al tempo stesso, che fotografa un paese votato inesorabilmente al raggiro, alla menzogna, al disperato inseguimento di un lusso sfrenato e delirante. Il tutto sulle musiche di Giuliano Taviani e Carmelo Travia composte per Figli, l’ultimo film scritto da Torre.

Si torna al Teatro Comunale Sabato 4 Settembre con lo spettacolo, in esclusiva regionaleStorie della buonanotte per bambine ribelli. Tratto dall’omonimo best-seller di Elena Favilli e Francesca Cavallo, vede in scena Margherita Vicario accompagnata dalle musiche dal vivo dell’Orchestra Multietnica di Arezzo, diretta dal Maestro Enrico Fink. C’era una volta… una principessa? Macché! C’era una volta una bambina che voleva andare su Marte. Ce n’era un’altra che diventò la più forte tennista al mondo e un’altra ancora che scoprì la metamorfosi delle farfalle. L’attrice e cantautrice Margherita Vicario dà voce a scienziate, pittrici, astronaute, sollevatrici di pesi, musiciste, giudici, chef… Esempi di coraggio, determinazione e generosità per tutti i giovani sognatori.

Grande chiusura, Domenica 5 Settembre alle ore 21, nella splendida cornice di Piazza del Popolo, con Loredana Bertè e il suo Figlia di… Summer Tour 2021, in esclusiva regionale. Dopo l’apprezzatissima esibizione sul palco dell’Ariston a Sanremo e il lancio del singolo “Che sogno incredibile” che la vede protagonista con Emma Marrone, l’artista è felicissima di tornare sul palco con un selezionatissimo tour che attraverserà tutta la penisola e impaziente di rimettere in moto l’intera macchina della musica dal vivo per assaporare, insieme alla sua band e a tutti i tecnici, l’abbraccio del pubblico.

 


Il programma completo

Eccoci al nostro primo appuntamento culinario con una delle quattro paste tipiche della cucina romana: la pasta alla Gricia.

Come abbiamo raccontato in precedenza su queste pagine, i pastori dell’Appennino Centrale, durante la transumanza con le loro greggi verso la campagna circondante Roma, si portavano dietro, tra le altre cose, il formaggio, il pepe e il guanciale, gli ingredienti tipici per la preparazione della pasta alla Gricia. Usavano la pasta essiccata oppure la tiravano fresca, con farina e acqua, poggiandosi sui loro grembiuli da lavoro fatti in cuoio e realizzavano una specie di maltagliati. L’ipotesi del nome è quella derivante da Gricio, il termine con cui venivano chiamati i numerosi panettieri che, dal Cantone dei Grigioni, giungevano fino a Roma e indossavano il Griscium, lo spolverino da lavoro. Altra ipotesi è quella che il piatto sia nato a Grisciano, un piccolo paesino reatino del Comune di Accumoli, al confine con Umbria, Marche e Abruzzo.

 

Pasta alla Gricia

Ma vediamo la ricetta tradizionale per preparare una buona Gricia:

Ingredienti per 4 persone:

  • 400 grammi di pasta (a scelta tra spaghetti, umbricelli, mezze maniche, rigatoni);
  • 280 grammi di guanciale di maiale;
  • 100 grammi di pecorino romano;
  • Pepe;
  • Sale per la pasta

 

Preparazione:

  • In una pentola con acqua salata, fate cuocere la pasta;
  • Nel frattempo tagliare il guanciale a listarelle sottili;
  • In una padella, far rosolare il guanciale tagliato che rilascerà il suo grasso in forma liquida;
  • Togliere il guanciale rosolato e metterlo da parte;
  • Versare la pasta al dente e umida nella padella, dove è rimasto il grasso liquido del guanciale;
  • Aggiungere pochissima acqua di cottura e amalgamare;
  • A giusta cottura della pasta, spegnere la fiamma della padella, versare il pecorino grattugiato e continuare a mantecare;
  • Aggiungere il guanciale rosolato messo da parte;
  • Spolverare con pepe nero macinato e mescolare appena per armonizzare il tutto;
  • Impiattare, aggiustando con altro pecorino grattugiato e pepe nero macinato.

 

La pasta alla Gricia è un piatto molto gustoso e saporito, dove la grassezza del guanciale e la sapidità del pecorino devono armonizzarsi al profumo e al palato, con un buon vino. Se hai voglia di un vino bianco puoi abbinare la tua pasta alla Gricia con un Trebbiano Umbro servito fresco, dove la sua acidità sarà tua complice. Se hai voglia di vino rosso, un Montefalco Rosso, sarà di sostegno alla valorizzazione dei sapori decisi del piatto. A volte un peccato di gola, come quello per la Gricia e un bicchiere di buon vino, può farti sentire beato… provare per credere!

 


La prima puntata

Dopo il successo della prima edizione torna il Bootcamp & Horeca Work Forum, organizzato da Planet One con la collaborazione del media partner Bargionale, che si preannuncia altrettanto stimolante, visto anche il valore e l’attualità del tema proposto: The Next Green Generation.

L’evento è dedicato alla condivisione di esperienze e a laboratori in cui i professionisti della ristorazione si confronteranno tra loro e con alcuni dei maggiori esperti del business per selezionare le best practice e creare insieme il manifesto dell’ospitalità sostenibile.

Il BootCamp & Horeca Work Forum si svolgerà il 6-7 e il 13-14 settembre e sarà caratterizzato da due appuntamenti principali: il primo – 6 e 7 settembre – dedicato a locali serali, mixology bar e caffetteria; il secondo – 13 e 14 settembre – dedicato a food, ristoranti, hotel e caffetteria.
Sono previsti quattro laboratori di confronto con imprenditori selezionati di tutta Italia, seguiti da tutor esperti in materia e che abbiano attivato formule green presso i loro locali sui temi:

 

  • Menu Green Addicted. Utilizzo di prodotti di consumo, forniture di filiera certificate, recupero e riutilizzo degli scarti food & beverage, no waste.
  • Tecno Friends. Utilizzo materiali edili/arredi/bar & restaurant equipment a basso impatto ambientale, recupero energetico, materiali di utilizzo riciclabili.
  • Comunicazione Go Green. Il nuovo trend della comunicazione, messaggi online e offline green economy oriented, creazione di siti a zero emissioni, brand reputation, utilizzo materiali ecocompatibili.
  • Manager Will Be Green. Nuovi approcci mentali per l’organizzazione, leadership e gestione delle Risorse Umane green oriented.

 

I lavori svolti nei laboratori verranno presentati in una grande tavola rotonda a cui interverranno operatori dei vari Paesi esteri, alla presenza di autorità ed enti pubblici.
Ogni martedì si potrà seguire in diretta il lavoro di tutor, professionisti, esperti di aziende food & beverage, istituzioni e associazioni di categoria per scoprire quali idee scaturiranno dal Work Forum.
A fare da cornice a questo virtuoso evento, quattro location d’eccezione: Borgo Antichi Orti di Assisi, la Sala della Conciliazione del Comune di Assisi, la Tenuta Baroni Campanino e la Tenuta San Masseo.

Torna a Ponte San Giovanni (Perugia), dall’1 al 6 settembre: Velimna- gli Etruschi del fiume.

Velimna è una manifestazione nata per divulgare la cultura etrusca attraverso eventi culturali e rievocazioni. Si svolge a Ponte San Giovanni, località dove si trova uno dei più importanti siti archeologici etruschi: l’Ipogeo dei Volumni.

Tra gli eventi imperdibili di questa edizione c’è l’arrivo di tre legioni provenienti da Roma, ma anche il corteo storico  (4 settembre, ore 21) per le vie del quartiere e gli accampamenti che ricreeranno la vita, gli usi e costumi dell’epoca con tanto di laboratori didattici (il 4 settembre dalle 15 alle 24 e il 5 settembre dalle 10 alle 20).

 

«Molta parte dell’anima nostra è dialetto…». (Benedetto Croce)

Con la nuova puntata di dialettiamoci siamo arrivati a Terni. Guarda che a Terni famo l’acciaio, mica li cioccolatini: vengono subito messe le cose in chiaro, dopotutto il ternano è un dialetto verace, schietto e tosto come l’acciaio.

Eleonora

A Terni mandarsi colpi e accidenti – in modo benevolo, anche come saluto – è una legge non scritta. Vengono inseriti in modo del tutto naturale, come un intercalare, nelle conversazioni quotidiane, da tutte le generazioni. Nessuno è immune.
Che pozzi fa l’urdima! (potessi fare l’ultima cosa o l’ultimo respiro). Ecco, prima di fare l’ultima, ho fatto una chiacchierata molto divertente con Eleonora e Carlo, appassionati di veracità ternana, che per gioco hanno realizzato adesivi e magliette con scritte dialettali: «Nzenzati (insensati) è il nostro nome e per gioco abbiamo stampato questi gadget che hanno avuto un discreto successo in città. I ternani infatti tengono molto al dialetto e a tutto il territorio che si trova dentro la conca della provincia: vorrebbero annettere Spoleto – che per parlata sentono molto vicino – e cedere Orvieto a Perugia (scherza!). Il ternano puro viene parlato in città e nella campagna circostante, ma basta spostarsi di pochi chilometri e cambia. Ad esempio, gli schiaffi da noi si chiamano sbarbazzoni, mentre in alcuni paesi limitrofi diventano le frappe. Per noi le frappe sono i dolci di Carnevale».

 

chiese di terni

Basilica di San Valentino

Tra un colpo e insulto

La vera peculiarità di questo dialetto è insultarsi o mandarsi gli accidenti: ne esiste una gamma così vasta che sarebbe difficile ricordarseli e scriverli tutti. Con Eleonora abbiamo provato a fare una carrellata dei più usati e più divertenti (ci scusiamo in anticipo perché qualcuno ci sarà sicuramente sfuggito!). «I colpi e gli insulti sono un’antica tradizione a Terni, vengono detti anche in modo benevolo. Le U molto presenti; la D al posto delle T, le R, la Z che sostituisce la S: tutto questo rende la pronuncia molto rude e aumenta l’aggressività dell’insulto, risultando tutto più verace» spiega Eleonora.
Ed ecco quindi gli immancabili nel vocabolario del ternano D.O.C.: Che te pozzano guardà e piagne, Che pozzi fa l’urdima (Che potessi fare l’ultima cosa o l’ultimo respiro), Agguastate quantu si bruttu (Guarda quanto sei brutto), Che te pozza pijà ‘n gorbu a tracolla cuscì non te lu perdi, È arrivatu penzace (È arrivato quello che capisce tutto), Quanno pozzo m’appallozzo, spessu pozzo (Quando posso mi rilasso, spesso posso), Cazzuvoli?, Ma che dormi da piedi? (Si dice quando una persona non è molto sveglia), Te svago li denti (Ti butto giù i denti con un cazzotto), Che pozzi fa la fiamma e te smorzano co la naffetta, (Che tu possa prendere fuoco e che ti vengano a spegnere con la nafta), Pozzi arnasce millepiedi co tutte l’ogne ‘ncarnite, (Che tu possa rinascere millepiedi con tutte le unghie incarnite), Che te pozza pija ncorbu e ‘na sassata… cuscì se non te pija lu corbu, te pija la sassata (Che ti possa prendere un colpo e una sassata, così se non ti arriva il colpo, ti arriva la sassata. Insomma, qualcosa ti succede sicuro) e N’gorbu chetteggeli.

Portamo a spasso li dolori

La parlata di Terni si contraddistingue anche per i modi di dire e per le parole che riassumono alla perfezione situazioni e caratteristiche. Non possiamo non ricordare: Non facessi lu muffo (Non fa lo gnorri), Guarda quillu che bajengo (Bajengo vuol dire cafone ed è riferito in genere ai reatini), Venemo facenno (lo faccio un po’ alla volta), S’è jitu Preci? (sei andato a Preci, in riferimento al terremoto del 1300. Si dice quando va tutto male), Si fattu co lu ronciu (Sei fatto con la falce, non sei cortese, educato), Magnace lu pane (Facci la scarpetta si usa quando si incontra una coppia di amici in atteggiamenti amorosi).

Palazzo Spada

«Non posso non citare anche Stago stago poi te dago (Aspetto aspetto e alla fine ti do addosso, ti meno, ti sbatto al muro) – che è tra i miei preferiti – e Ce sendi cerqua? (Ci senti – Hai capito come?). Oppure parole che sono nel nostro vocabolario quotidiano: come birrocchiu (tamarro, coatto), fiarati (gasati), bardascio (ragazzo), lu svejamammocci (una cosa che ti sveglia di soprassalto o un evento inaspettato), Che frasca! (quando una persona ha bevuto troppo), a ventogne (a venti unghie, a carponi quando si è troppo ubriachi) poro cillittu (poverino) e l’immancabile, scappamo? (usciamo?). Infine, un motto importantissimo per la provincia di Terni, un vero state of mind Portamo a spasso li dolori (un po’ così…), tornato di moda anche grazie a noi.
Il dialetto ternano e tutte le sue numerose sfaccettature sono un bagaglio culturale importante per la nostra città e per la provincia di Terni: mantenere vive le tradizioni ci rende parte di una storia che hanno scritto i nostri nonni, di una storia che forgia il nostro futuro come si forgia l’acciaio» conclude Eleonora.

 


Le puntate precedenti

Perugino
Eugubino
Castellano
Folignate
Spoletino

La bellezza di Perugia non deriva da maestosi monumenti e imponenti piazze, ma dall’intima esperienza che si prova camminando per i vicoli del centro storico.

Chiesa di Sant’Ercolano

Immergendosi per le vie della città è possibile ritrovarsi in angoli magnifici con panorami sensazionali che vengono puntualmente immortalati dai turisti, spinti a venire ad ammirare Perugia proprio per questa peculiarità. Come un’irripetibile caccia al tesoro di straordinari e unici scorci, ispirazione per quadri di artisti di tutti i secoli.
Negli affreschi della Cappella dei Priori, una cappella interna alla Galleria Nazionale dell’Umbria, è raffigurato il ciclo pittorico della vita di San Ludovico da Tolosa e di Sant’Ercolano, ad opera dell’artista perugino Benedetto Bonfigli. Gli episodi della vita di Sant’Ercolano, uno dei tre santi patroni di Perugia, ci regalano una rappresentazione della Perugia quattrocentesca, con le innumerevoli torri non ancora distrutte. Anche se, a oggi, il panorama appare differente, vi sono comunque degli elementi riconoscibili.

 

La presa di Perugia da parte di Totila, Benedetto Bonfigli (1461-1480). Affresco Cappella dei Priori, Galleria Nazionale dell’Umbria, Perugia

 

L’episodio La presa di Perugia da parte di Totila raffigura la conquista da parte dei Goti della città di Perugia e il martirio di Sant’Ercolano, le cui esequie sono rappresentate in basso a destra, di fronte alla ben individuabile facciata della omonima chiesa.

Prima traslazione del corpo di Sant’Ercolano dalla prima sepoltura alla Basilica di San Pietro, Benedetto Bonfigli, Galleria Nazionale dell’Umbria.

L’episodio successivo, Prima traslazione del corpo di Sant’Ercolano dalla prima sepoltura alla Basilica di San Pietro, raffigura lo spostamento delle esequie del santo dalla chiesa di Sant’Ercolano alla basilica di San Pietro, con tanto di processione cittadina. In questo affresco è ben visibile, in primo piano sulla destra, la Chiesa di San Pietro, con la facciata bianca e rossa e l’imponente campanile, ma anche, al centro in secondo piano, il retro della Chiesa di San Domenico, con la sua famosa vetrata e il campanile, la cui parte superiore venne demolita in seguito alla costruzione della Rocca Paolina.
Un altro esempio di rappresentazione rinascimentale di Perugia, ci viene proposta dal Perugino nella tavola Gonfalone della Giustizia. In questo quadro, conservato alla Galleria Nazionale dell’Umbria, è presente sullo sfondo una veduta del rione di Porta Eburnea, uno dei cinque rioni perugini, che si presenta come una cinquecentesca cartolina della città.

Gonfalone della Giustizia, Perugino (1501). Galleria Nazionale dell’Umbria.

Uno dei simboli di Perugia è la Rocca Paolina. Realizzata per volere di Papa Paolo III Farnese, da cui prende il nome, venne realizzata tra il 1540 e il 1543, come emblema del dominio papale sulla città. In seguito all’annessione di Perugia nel Regno d’Italia, venne progressivamente demolita, fino ad arrivare alla minima parte oggi visibile. Due piccoli dipinti del pittore perugino Giuseppe Rossi, conservati alla Galleria Nazionale dell’Umbria, ci mostrano la maestosità e imponenza della Rocca che, prima della sua demolizione, inglobava tutta la parte meridionale della città. Interessante è notare come sia rimasto ben poco della struttura originale: il Palazzo Papale, in alto a destra, è oggi sostituito da Piazza Italia, dal Palazzo della Prefettura e dai Giardini Carducci, mentre la cosiddetta Tenaglia, in basso a sinistra, sorgeva nel punto in cui oggi è presente Piazza Partigiani.
La rappresentazione pittorica delle bellezze di Perugia non è una prerogativa esclusiva di artisti perugini, ma si riscontra anche in artisti stranieri o di altre zone italiane che, dopo un soggiorno prolungato, si sono innamorati della città e l’hanno ritratta in suggestivi dipinti.

Arco Etrusco, Luigi Marzo. (Stampa su carta – 1998).

Il pittore Luigi Marzo, nato nel Salento ma perugino di adozione, affascinato dalla città che lo ha accolto durante il suo percorso universitario, decide di legarsi indissolubilmente a Perugia, città nella quale vive tutt’oggi. Nel piccolo quadro intitolato Arco Etrusco, dal sapore espressionista, il pittore rappresenta uno dei luoghi simbolo della città, la porta nord della cinta muraria etrusca. La scelta di Marzo è di ritrarre l’Arco focalizzandosi non su una fedele e oggettiva rappresentazione, ma comunicando con la pittura le sue sensazioni ed emozioni riguardo il luogo raffigurato. Il risultato è un’opera intima e personale.

 

Dipinto Rocca Paolina, Giuseppe Rossi. Olio su tavola. Galleria Nazionale dell’Umbria.

Il piccolo quadro dell’artista tedesco Christian Seebauer mostra una veduta della città dalla zona del Pincetto. Paragonando il dipinto ad una fotografia, il confronto è sorprendente. La puntualità e l’accortezza con cui il pittore ha ritratto i particolari è veramente notevole e testimonia l’amore di Seebauer per Perugia, coltivato durante gli studi all’Università per Stranieri.

 

Perugia, Christian Seebauer (Olio su tela, 2009).

L’ultimo quadro proposto appartiene all’artista pesarese Valerio Lombardelli, in arte Wallas. La stampa, intitolata Perugia, Quando Scende La Notte, Si Accendono Le Luci E Inizia Lo Spettacolo Dell’amore, raffigura il luogo più emblematico della città, Piazza IV Novembre, con la Fontana Maggiore e la scalinata del Palazzo dei Priori. L’opera, facente parte di una serie di quadri dedicati alla città, presenta le caratteristiche tipiche dello stile del pittore, con colori accesi e innaturali e una veduta luminosa nonostante la notte stellata. Una rappresentazione duale, intima ed esplosiva, che si propone come un invito a visitare Perugia.

Perugia, Quando Scende La Notte, Si Accendono Le Luci E Inizia Lo Spettacolo Dell’amore. Wallas (stampa glicée ritoccata a mano).

La raffigurazione di monumenti e vedute di Perugia non si esaurisce con questo minimo racconto, vi sono innumerevoli quadri e disegni di artisti più o meno famosi, che ogni anno si cimentano nella rappresentazione della città. Un puro e semplice gesto d’amore, un ringraziamento nei confronti di una città che li ha ospitati e fatti sentire a casa. Infatti, che sia scrittura, musica o pittura, l’arte è una necessaria espressione di sentimenti, e non c’è niente che ispiri di più di un intimo e tranquillo panorama.

Dal cuore dell’Italia, il centro, si alza un arcobaleno con tutti i colori della cultura, un manto che bagna Spoleto e Perugia e Narni; Todi è bianca e Amelia arancione. Orvieto, Città di Castello e Gubbio sono città variopinte. Ma tutta l’Umbria è rossa. È rossa di papaveri in giugno, quando i concimi chimici non uccidono il fiore più bello. È rossa d’amore quando canta. Avvampa di rosso quando si vergogna – e ne ha ragione. I colori dell’Umbria esprimono l’arcobaleno spirituale di una regione tra le più belle al mondo.

Rossi i campi di papaveri attorno al tempietto delle fonti del Clitunno, uno dei luoghi più mistici – cantato anche da Virgilio nelle sue Bucoliche. Rossi i tre ceri che adornano lo stemma della regione, i ceri di Gubbio, e a Gubbio troviamo le Tavole Eugubine, chiave per leggere i linguaggi etruschi e umbri.

E persino il Laurana e, fino a poco tempo fa, Gae Aulenti.

E c’è il Trasimeno con il rosso del sangue che colorò il lago quando Annibale si scontrò con le legioni romane: si dice che il nome del centro di Cecanibbi venga da cieco-Annibale, perché lì il generale punico perse la vista. Che ci siano degli scheletri di elefanti dentro a quel lago, così bello, così esteso? Vicino a quel lago ha casa Antonio Pappano, un grande direttore d’orchestra, una bacchetta magica.

Non rovinatela, l’Umbria, non roviniamola, teniamola cara, è preziosa. Anche perché quell’arcobaleno ha una radice eccentrica: la radice è rossa. Le città dell’Umbria si scolorano nell’alba per riaccendersi nel tramonto e infiammarsi di rosso.

Rosso, il colore che più parla alle culture del mondo, la felicità per i Cinesi, il sangue per i Romani, la rivoluzione per i Russi, la porpora per i Fenici, il lusso per il manto dei re. Rosso è amore.

 

PICCOLE GRANDI INDUSTRIE
Politicamente l’Umbria era rossa come tutte quelle regioni che, per troppo tempo, erano state governate dalla Chiesa, impoverite, depauperate dal clero: il centro, il cuore dell’Italia diventò genuinamente rosso, ribelle. Il mondo contadino era stato schiacciato troppo a lungo da un clero ignorante ed esoso e dai feudi impigriti dalla stasi.

La grande industria italiana – impaurita dalla radice rossa del Centro Italia – non aveva messo radici nelle Marche, nell’Umbria o nella Toscana. Fu la sua fortuna: nasceva così la piccola industria, espressione economica di un mondo inventivo che non aveva ricchezze in petrolio o metalli, ma poteva contare su una innata cultura e sul suo senso dell’estetica (vedi Brunello Cucinelli, Luisa Spagnoli, Buitoni e la Perugina).

Mi diceva un regista della BBC: «Ecco perché voi italiani fate dei bei film. Camminate vicino a palazzi, di sfuggita gettate un occhio su un affresco, una ceramica, una fotografia, tessete delle stoffe che poi vi mettete addosso, e ci tenete a come vi vestite, come vi portate. Per esempio, come fai a sapere che quel balcone è del XVII secolo?
Io non ne avrei la minima idea, ma tu ci sei nata e, passando sotto queste finestre, presso queste porte, sai cosa sono e a chi appartengono. Senza quasi accorgertene, ti viene quel senso del bello del quale ogni nato italiano è ricco». Esagerava, direi, ma mi piace riportarlo.

 

UNA CITTÀ A PARTE
Poche settimane fa, a Narni, entrando a San Giovenale assieme a una delle archeologhe-storiche più importanti di Francia (e d’Europa), fui sorpresa al vedere un pianoforte sull’altare. E qualche minuto più tardi, una giovane dai capelli castani si sedeva alla tastiera: «Sto provando per questa sera» mi disse «suono Chopin» e si mise a suonare per noi dentro quel colonnato dai capitelli protocristiani. Un concerto tutto per noi, una meraviglia.

Narni è una città a parte.

Molti anni fa, quando non c’erano i telefonini e le autostrade, mio padre portava noi bambine a esplorare le regioni italiane – la Toscana, l’alto Lazio, l’Umbria. L’anno dell’Umbria (io avrò avuto dodici anni) ci si fermò a Narni: ho ancora delle fotografie in bianco e nero e sbiadite delle fontane a monolito delle due piazze; più avanti nel tempo, dentro uno dei palazzi, mi ricordo, vendevano una delle migliori paste fatte in casa, e sopra al palazzo c’erano le sculture longobarde.

Ultimamente nel piccolo teatrino di Narni davano parte de Il Trittico (Suor Angelica e Gianni Schicchi), gratis. Un mondo a parte.

Purtroppo invece, a Todi, dove il cinema diretto da un gruppo di gente colta e intelligente dava degli ottimi spettacoli, è stato chiuso: i locali appartenevano alla Curia. Pericolo rosso. L’ultimo spettacolo dato in quel luogo, un magnifico Otello in diretta dal Covent Garden di Londra, era emozionante.
Ma quello era l’ultimo spettacolo: la Curia, ostica nei confronti della cultura, tanto per cambiare, si è ripresa i locali.

 

PERICOLO ROSSO
Dal rosso nasceva la moda, il cibo sano, la cucina semplice ormai prediletta da un mondo che ha capito quanto la schiettezza ma anche la bellezza degli ingredienti siano alla base della salute.

Arrosti alla brace, vino rosso che conquistava le tavole, pomodori cresciuti al sole, non in serra.

Ma rosso è anche il pericolo. Che pericolo? Dopo la miseria di anni in Umbria arrivarono un po’ di soldi che si tramutarono in una colata di cemento. Oggi alcuni paesini e città non sono riconoscibili come centri urbani perché hanno perso il centro, la piazza, l’agorà, il polmone sociale.

Con il successo in Umbria arrivò il provincialismo, l’America che portava una cultura diversa, bene per loro, pessima per noi: il gigantismo industriale; il ricominciare tutto da zero. Chi non l’apprezzava era fuori moda e intanto non si sviluppava una voce propria, una voce umbra.

Ma la cultura che nasce dal nulla, quella americana, è la negazione della cultura, la quale invece significa continuità dell’esperienza umana. È la loro una cultura che sfocia in Donald Trump e nel Kentucky Chicken, non va bene in Umbria. E neanche in Italia.

 

ROSSO VIOLENZA
Pericolo quindi, rosso, senso vietato. Ma l’Umbria passa col rosso e deve pagare le multe al senso dell’estetica, alla continuità della sua espressione.

In Umbria è arrivata una squadra di gente di cultura, gente di teatro, di letteratura, di arti visive, musicali: cerca quella pace e quel misticismo che nasce dal Bello. Dovrebbe essere uno dei colori di quell’arcobaleno che illumina questi territori, ma ormai è spaventata dalle notti chiassosissime, musica yeye, rap, al massimo dei decibel, un cemento che nonostante la legge lo vieti, invade e cresce.

Il rumore specie dopo mezzanotte, avanza e distrugge lande che una volta vantavano un centro abitato. Percorrono le strade bianche una volta abitate dagli istrici, le motorette scoppiettanti si sentono a chilometri di distanza. Vanno di moda. È violenza, è rosso-pericolo. Anche il rumore è aggressivo e violento.

Io, straniera in Umbria, sono o sono stata un pericolo a tal punto che, subito dopo il mio arrivo, una Molotov è entrata nella mia automobile; io ero al ristorante con mio figlio e un amico che si chiama Umbro, e al ritorno al parcheggio l’automobile era semi-distrutta. I carabinieri, al telefono, stupiti, chiesero: «Una Molotov? È sicura?».
Arrivarono subito, e sì, constatarono che era una Molotov fatta in casa, ma era sempre una bomba. Pericolo rosso. Se ne occupò «Il Corriere della Sera», per il quale ero corrispondente, cercando lo scandalo; se ne occupò Mogol, vicino di casa, ma non ci fece nessuna canzone. Venne a trovarmi persino il capitano dei Carabinieri di Amelia, ottima persona. Tutti sapevano chi era stato, ma non si poteva dire. Pericolo rosso.

 

PECCATORI DA PUNIRE
Il concetto cultura viene a volte travisato, cultura è la continuazione di un mondo che ha accumulato esperienza e sapienza e nozioni.

Quando si parla di cultura contadina intendiamo quella sapienza di secoli che sta alla base di una conoscenza: quando potare, in che fase della luna, come spremere l’oliva, il rapporto con gli animali.

Anche qui c’è un pericolo rosso in Umbria, troppi cacciatori uccidono quelle poche bestie che sono rimaste nei boschi, lo squilibrio arricchisce alcune specie, adesso c’è anche chi alleva cinghiali misti a suini che vanno in giro per i campi.

Dalle saette degli angeli del Signorelli a Orvieto, scattano fili rossi che vanno a colpire i peccatori; dall’altro lato della famosa cappella orvietana l’Anticristo sta parlando ai semplici, ma anche ai diavoli. Pare che sia il ritratto – o che voglia rappresentare – il Valentino, Cesare Borgia, che stava spazzando l’Umbria e avvelenando i feudatari locali per portare la regione alla Chiesa – e cioè a se stesso. Tutto questo in fretta, prima che il padre, papa Borgia, tirasse le cuoia. Si dice anche che quando finalmente Alessandro VI – papa Borgia – se ne andò in un mulinello di scandali e ruberie, il popolino si riversò in Vaticano strappando gli anelli dalle dita del cadavere e spogliando quel corpo odiato dalle ricche stoffe. La cittadinanza di Todi, fiera della sua nuova magnifica basilica, la chiamò «della Consolazione». Santa Maria della Consolazione. In effetti, consolazione di essersi liberati da papa Borgia.

La duchessa di Spoleto, la bella figlia del papa, boccoli biondi e occhi mesti, era andata sposa – terzo matrimonio – al duca d’Este. Alla morte del papa, Alfonso non cacciò Lucrezia, che gli aveva dato vari figli e che era stata una sposa poco fedele (a dire il vero anche lui aveva un’amante, ritratta poi da Tiziano, ma Lucrezia più d’uno). Lei rimase in quella corte del Nord, sempre bella, pare, sempre triste. Insomma intrecci e passioni rosso-sangue.

 

ROSSO ANTICO
Ma chi erano gli Umbri? Il popolo più antico d’Italia, ci dice Plinio – e anche Erodoto – e gran parte delle loro città vennero conquistate dagli Etruschi quando già i Greci li chiamavano Ombroi, che vuol dire temporale.

Che siano temporaleschi questi umbri? Che gli umbri portino i temporali? I Latini li chiamavano Umbri ed essendo la regione chiusa da montagne (anche se in origine gli Umbri abitavano un territorio ben più ampio di quello odierno) gli umbri di oggi sono probabilmente più vicini agli originali che non i laziali nel Lazio o i lombardi in Lombardia.

La parola ombroso, viene da umbro? Ombra viene da Umbria? In inglese to take umbrage vuol dire offendersi: si offendono facilmente gli umbri? Più degli altri? Hanno forte il senso dell’unità regionale? Io direi di sì: c’è meno senso campanilistico, anche se c’è più che altrove l’appartenenza all’unità umbra; è qualche cosa di sentito, come per gli isolani (per esempio, i sardi).

Rosso il giubbotto di Leonardo da Vinci che venne anche lui in Umbria al seguito di Cesare Borgia e sempre per quelle maledette macchine da guerra che disegnava con estro e cinismo.

In Umbria ci passavano tutti, specie i toscani, chiamati a Roma dai papi per abbellire il centro della chiesa. Il giovane Raffaello dalle Marche, il maturo Michelangelo dalla Toscana e tanti altri lasciarono una traccia importantissima: i pittori non sono gente qualunque, hanno una carica di rosso che elargiscono con il loro pennello. Non i furbastri. Quelli veri. Ma come si fa a capire chi sono i veri e quali i furbastri? Evitando la moda e affiancandoli alla cultura. Voglio portare un esempio che non c’entra con l’Umbria, ma potrebbe.

L’ho trovato a Roma, all’Ara Pacis, una rutellata. Faceva parte dell’esposizione: un signore, seduto dietro una vetrata – un americano, specifica una scritta – sta seduto al suo computer e sta scrivendo il suo cinquantesimo libro su Augusto imperatore (non faccio la spiritosa, tutto vero). Ed eccolo lì, lui che scrive al computer, e pur se non c’è modo di controllare se veramente l’artista – perché di un artista si tratta – stia veramente scrivendo il cinquantesimo o quarantanovesimo libro su Augusto imperatore, si dice che questa scena è un’opera d’arte.
Dove siano gli altri quarantanove libri su Augusto – che Dio ce ne scampi – in quale biblioteca potremmo consultarli, che siano questi in americano, italiano o latino non ci è dato di sapere. C’è di più. L’ispirazione dell’artista è a volte interrotta, c’è un grande cartello-lavagna riempito da geroglifici (che sia un riferimento all’odiata, da Augusto, Cleopatra?) e questi geroglifici sono opera dell’artista che, oltre ai cinquanta libri, sa anche scrivere nella lingua sacra. Il pericolo è rosso. Tale ormai è la paura di non accettare, di dire di no, che si accetta di tutto persino queste sciocchezze probabilmente pagate dal comune di Roma o da qualche associazione sospetta. Rosso, rosso, rosso. Sensi vietati, sangue raggrumato, papaveri.

Dopo il grande successo del 2020, per il quarto anno consecutivo sta per tornare a risuonare nel cuore del Lago Trasimeno “Accademia Isola Classica & Festival”, l’evento internazionale che in soli otto giorni – dal 28 agosto al 4 settembre – trasforma l’Isola Maggiore in un crocevia di musicisti ed eccellenze del mondo della classica e salva l’Isola Maggiore dallo spopolamento e dall’abbandono a cui rischia di andare incontro con i suoi soli 13 abitanti.

L’edizione 2021 con il concerto evento della star internazionale Steven Isserlis. Accademia Isola Classica & Festival ha organizzato sei concerti ad ingresso gratuito e su prenotazione, da vivere immersi nella natura dell’Isola Maggiore raggiungibile comodamente grazie alle corse straordinarie dei traghetti da e per Tuoro, partenza ore 20, ritorno ore 22.15. Sabato 28 agosto il concerto inaugurale con il Trio per pianoforte e archi Dumky op. 90 di Dvořák e nel Quartetto per pianoforte e archi op. 25 di Brahms. Giovedì 2 settembre alle 20 il concerto evento di Steven Isserlis, uno dei maggiori virtuosi del violoncello al mondo, che incanterà il pubblico di Accademia Isola Classica con la Sonata op. 40 di Shostakovich, From Jewish Life di Bloch, la sonata n. 1 op. 32 di Saint-Saëns e Carmen Fantasy di Hollman. Venerdì 3 e sabato 4 settembre alle ore 11 i recital per violino, viola e violoncello dei giovani artisti di Accademia Isola Classica e alle ore 20 I quartetti dell’Accademia in concerto che vedranno i giovani talenti dividere il palcoscenico della Chiesa San Salvatore con i propri maestri.

Da domenica 29 agosto l’inizio delle masterclass individuali e seminari di quartetto di Accademia Isola Classica. Lezioni a porte aperte dalle 10 alle 19 per violino viola e violoncello, fino al grande Open Day di mercoledì 1 settembre dedicato agli studenti dei conservatori e delle scuole di musica di tutta Italia. Invitati a vivere e condividere tutta la magia di Isola Maggiore che si trasforma in Isola della musica grazie a questo progetto unico in Italia di scambio interculturale tra i più rinomati della scena artistica internazionale.

Il cuore del festival

I docenti e gli studenti di Accademia Isola Classica. Dal 28 agosto al 4 settembre a guidare i giovani talenti nello studio del violino, viola e violoncello ci saranno quattro maestri di fama internazionale. Docenti, concertisti e solisti: per la classe di violino i Professori Mi-kyung Lee e Vlad Stanculeasa, per la classe di viola il Professor Ettore Causa e per la classe di violoncello il Professor Antonio Lysy. Al pianoforte l’accompagnamento ei maestri Lorena Tecu e James Maddox. Tredici i giovani musicisti, di un’età compresa tra i 15 e i 26 anni, provenienti da Stati Uniti, Germania, Corea, Svizzera, Regno Unito, Jamaica, Portogallo, Estonia e Italia. Gli studenti, vincitori di concorsi internazionali e già in agenzie con carriera solistica, provengono dai conservatori più prestigiosi d’Europa e Stati Uniti: Escuela Superior de Musica Reina Sofia, Hochschule für Musik und Theater München, Hochschule für Musik Würzburg, Hochschule für, Musik Hanns Eisler Berlin, Conservatorium Van Amsterdam, Royal Academy of Music London, HKB Bern University of Arts, Juilliard School of Music e Yale University.

 

Isolaperta

Con Accademia Isola Classica & Festival 2021. Cresce il legame con il territorio e si rinnova la volontà di contrastare il progressivo abbandono che sta colpendo uno dei luoghi più belli del centro Italia, l’Isola Maggiore del Lago Trasimeno, in Umbria. Questa isola ha il profilo di un piccolo gioiello che sorge dalle acque del Trasimeno tra storia, pietra e natura. Ventiquattro ettari verdi per un perimetro di due chilometri, l’isola è popolata d’inverno soltanto da quindici abitanti e oggi rischia di essere abbandonata per sempre. In questa edizione, grazie anche al sostegno di Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e in collaborazione con BusItalia e la pro loco di Isola Maggiore prende il via il progetto ISOLAPERTA: quattro giornate di apertura straordinaria di tutte le attività e luoghi di interesse storico-culturale di Isola Maggiore per valorizzare la riscoperta del territorio del Lago Trasimeno e delle sue tradizioni popolari e folcloristiche attraverso un sinergico dialogo tra realtà diverse ma tra loro concatenate: arte, cultura, tradizione. Concerti e masterclass internazionali di altissimo livello tutti ad ingresso libero e gratuito, per attrarre sul territorio un turismo italiano e straniero numeroso ma qualificato e responsabile, anche allo scopo di far rivivere e riscoprire a visitatori e turisti le tradizioni dell’Isola, come la produzione del pizzo dIrlanda, ancora vivo grazie alle poche artigiane rimaste sull’isola e storicamente raccontato presso il Museo del Merletto, la tradizione della pesca e dei pescatori di Isola Maggiore, ripercorribile presso il centro di documentazione del Museo della Casa del Capitano e limportante patrimonio storico e artistico delle splendide chiese dell’Isola. Il 28 agosto e il 2-3-4 settembre è l’Isola Maggiore è ISOLAPERTA da mattina fino a sera per scoprire l’artigianato del lago e i sapori del Trasimeno grazie alle corse straordinarie del traghetto fino alle 22.15.

La manifestazione

Accademia Isola Classica & Festival è realizzata da Associazione Musicale Seraphino (AMS) e nasce per volontà della direttrice e musicista Natalie Dentini, con la direzione artistica del maestro violinista Vlad Stanculeasa. L’Accademia nasce per sostenere le future generazioni di musicisti nel contesto internazionale, offrendo corsi di perfezionamento musicale d’eccellenza totalmente gratuiti, per promuovere la cultura e offrire al pubblico concerti di artisti del panorama mondiale della classica. Tutto questo in una cornice storico-naturalistica inesplorata dai più: l’Isola Maggiore del Lago Trasimeno. Un’oasi naturale ricca di biodiversità tutta da scoprire e vivere, dove la natura e i suoi ritmi si fonde con la musica, dando vita ad un’atmosfera unica al mondo. (http://www.accademiaisolaclassica.com/ita.html)

Nel Parco del Monte Subasio, a metà strada tra Armenzano e Collepino, esiste un borgo incantevole, sconosciuto a molti: San Giovanni di Collepino, “il paradiso di pietra rosa”.

Si tratta di un castello le cui mura, che cingevano il centro abitato, oggi non esistono più. Pare che qui San Francesco abbia compiuto uno dei suoi miracoli donando la vista a Beatrice, la sorella del custode del castello, la quale, in seguito, si fece suora presso il Monastero di Vallegloria.

 

San Giovanni di Collepino. Foto di Marta Alunni

 

San Giovanni è un luogo di pace e silenzio, il rifugio perfetto per staccare la spina dal traffico e dal caos delle grandi città. Non ha nulla di turistico: non ci sono negozi, generi alimentari, bar, ristoranti, nessun servizio. Ma si respira l’aria buona e si fanno quattro chiacchiere con le poche anime che ci vivono. In realtà gli abitanti di San Giovanni trascorrono qui solo una parte dell’anno, trattandosi per lo più di seconde case. Una signora che gestisce un b&b mi ha raccontato che molte persone anche dall’estero scelgono di passare qualche giorno nel borgo, proprio per rigenerarsi, consapevoli del fatto che è impossibile trovare una rete wi-fi a cui connettersi. Anzi, chi viene qui, cerca proprio questo: un po’ di tempo per disintossicarsi da tutto. Mi ha poi raccontato che sotto Natale, per festeggiare San Giovanni il 27 dicembre, il castello è avvolto da un’atmosfera ancor più affascinante, perché ogni sua viuzza è illuminata da candele e luci di ogni sorta. Tuttavia, la festa vera e propria si svolge a fine giugno, in occasione di San Giovanni Battista.
L’aspetto del borgo, come lo vediamo oggi, è dovuto ai lavori di restauro avvenuti dopo il terremoto del 1997. Le case in pietra, la piccola chiesa, i gatti che si riposano all’ombra delle siepi, i fiori sui davanzali, il cinguettio degli uccelli fanno di San Giovanni un gioiello di cui prendersi cura, che mi auguro rimanga così, autentico e solitario.

Come raggiungere San Giovanni di Collepino…

Da Assisi, si esce da Porta Perlici, percorrendo la SS. 444 e poi si svolta a destra in direzione Costa di Trex. A piedi è possibile percorrere invece uno dei numerosi sentieri del Monte Subasio, il numero 353 chiamato anche sentiero dei fossi che, dagli Stazzi, passa per Costa di Trex, Armenzano e infine giunge a San Giovanni.

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