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La chiesa, da cui prese il nome una delle quattro gaite e che quindi lega le gaite del XII secolo a quelle di oggi, si trova in condizioni di completo degrado dovuto all’usura del tempo e all’abbandono da parte del proprietario e dell’amministrazione.

Eppure la sua storia è antichissima e travagliata. La Chiesa di Santa Maria Filiorum Comitis, edificata da Rainaldo I conte di Antignano, figlio di Monaldo e capitano di Federico I Barbarossa, oggi sconsacrata, è la più antica tra quelle conservate: se ne hanno notizie fin dal 1198.

 

Chiesa di Santa Maria Filiorum Comitis

 

Lo storico Fabio Alberti in Notizie antiche e moderne riguardanti Bevagna città dell’Umbria, 1786 scrive: «Trovo memoria di quella chiesa fin dall’anno 1198. Fu edificata da Ranaldo, padre del Conte Napoleone, e quindi fu sempre nominata Sancta Maria Filiorum Comitis. Tanto per la situazione, quanto per la struttura è una delle chiese inferiori di Bevagna, ne somministra cose speciali da riferirsi». Carlo Pietrangeli nella sua Guida di Bevagna, 1959 aggiunge: «La chiesetta di S. Maria Filiorum Comitis edificata da Rainaldo padre di Napoleone Rainaldi, nota fin dal 1198, attualmente è ridotta a bottega». Mentre, lo storico bevanate Giulio Spetia nel suo libro Studio su Bevagna, 1972 scrive: «Rainaldo volse il pensiero e il passo verso Bevagna, che ormai dotata di un regime comunale autonomo, fin dal 1187 eleggeva liberamente i propri consoli. Sull’esempio dei suoi predecessori volle dedicarsi ad opere di cristiana pietà. Fondò prima in Bevagna la chiesa di Santa Maria, che i posteri chiamarono, in omaggio al fondatore, santa Maria dei figli del conte, e venerarono per molti secoli, fino a quando il cattivo gusto dei nostri contemporanei non permise che il piccolo oratorio, dal quale aveva preso il nome una delle quattro GAITE della città, fosse tolto al culto per venir trasformato ora in una stalla ora in un’officina».

 

 

Le quattro gaite, quindi, prendono il nome dal nome delle chiese presenti nel proprio quartiere. Lo ribadisce Giulio Spetia, sempre nel suo libro: «Riguardo ai quartieri di Bevagna, essi erano quattro: li dividevano, in un verso, la via Flaminia e, in senso contrario, le due strade che allacciano la piazza principale con Porta Guelfa e Porta Molini. Essi conservarono lungamente l’antica denominazione di gaite, parola che l’uso aveva corrotto in guayte. Scendendo da Porta San Vincenzo a quella del Salvatore, si trovavano, prima della piazza, a sinistra la Gaita San Giorgio (dal nome dell’antica chiesa che fu, poi, sostituita da quella di San Domenico) e a destra a Gaita San Giovanni, dal nome della chiesa, cui doveva succedere San Francesco. Dal 1500, data la maggiore importanza assunta dall’attuale Collegiata, questo quartiere fu detto anche Gaita Sant’Angelo. Oltre la piazza, a sinistra della Flaminia, era la Gaita Santa Maria e a destra quella di San Pietro, dal nome dell’antica chiesa (oggi, forse, di S. Agostino)».

 

Affreschi interni

 

La chiesa di Santa Maria in contemporanea alle due chiese romaniche di Bevagna, quella di San Silvestro e quella di San Michele Arcangelo, ha acquistato un certo valore artistico e storico grazie all’affresco presente al suo interno quale preziosa testimonianza del suo passato religioso. Fu distrutta nel 1249 e in seguito riedificata grazie ad Astorello nipote di Orzellino dei Conti di Antignano, il quale aveva il padronato su di essa. Nel 1455, in seguito a una permuta, passò a Pietro Rainaldi. Sin dal XVI secolo la chiesa si trovava in condizioni di disagio documentate dalle visite a Bevagna di Silvio Orsini e Pietro De Lunello, rispettivamente nel 1563 e 1571. In tale periodo la chiesa non possedeva i parametri per ufficiare la santa messa e si trovava in una condizione di indecenza. Giulio Urbini, nella sua opera Bevagna illustrata del 1913, neanche la nomina, testimoniando così che la chiesa era ormai sconsacrata e dimenticata. L’affresco presente all’interno, incorniciato a mattoni sporgenti e raffigurante la Madonna del soccorso e della misericordia riconducibile alla prima metà del 1500, ma ritoccato in varie epoche – risulta notevolmente danneggiato. Un ingresso che si affaccia sull’orto e murato in un secondo tempo racchiude, dipinto sotto l’arco, un agnello con bandiera crocisignata. Oggi tutta la struttura è in uno stato di degrado avanzato, con il tetto interamente crollato e transennata da venti anni.

Che Veronica Giuliani fosse la santa di Città di Castello lo sapevo fin da adolescente, ma non ricordo per quali vie ero giunto a tale conoscenza.

La ritrovai, Veronica, in un dipinto nel monastero della Clarisse sul Lago d’Iseo, ormai adulto, e me ne innamorai: la pensai assiduamente, fino a dover scrivere un libro su di lei quasi per placare questa sete di contatto. Nonostante fosse più grande di me di ben 290 anni (nacque a Mercatello sul Metauro, nelle Marche, il 27 dicembre 1660, e io sono del 1950) qualcosa mi legò a lei. Qualcosa di spirituale? Sì, ma non solo; credo che tra noi – e capisco che l’espressione sia del tutto impropria – esisteva un elemento erotico.

La storia

Nel 1678, all’età di 18 anni, Veronica arriva a Città di Castello, dove conosce le Clarisse Cappuccine, monache francescane di stretta clausura fondate nel 1535 dalla nobildonna spagnola Maria Requenses Longo, vedova dell’italiano Giovanni Longo. Il nome della congregazione, in esteso, è Ordine di Santa Chiara delle Cappuccine. Nell’inverno del 2006 giunsi a Città di Castello. Un’occasione imprevista di lavoro (o forse un’energia arcana) mi aveva condotto nella cittadina umbra. Là gli anni più oscuri del tardo Medioevo riverberano dalle mura dei palazzi nobiliari e degli antichi conventi. L’anacronismo religioso è cultura dominante, una mescola di devozione e superstizione. La magia nera, fatta di bamboline trafitte da spilli e chiodi arrugginiti, si incontra facilmente nei rapporti con le persone, nei racconti di vita e nel dolore delle famiglie tifernati.

Veronica Giuliani

Il piccolo albergo dove solitamente alloggiavo era ubicato nel centro storico, a pochi passi da un crocicchio di quattro strade dove si affacciano ben tre conventi di monache di clausura. Una vecchia leggenda, ormai poco nota agli stessi abitanti del borgo, narra che in quell’incrocio – dove la via Dei Lanari si immette nella via Fucci intersecando Corso XI Settembre – si trovasse il punto di convergenza delle Linee del Male. Cosa esse fossero non è chiaro, ma si dice che lì venissero a condensarsi particolari energie negative e diaboliche provenienti dai quattro punti cardinali. Il Monastero delle Murate, la cui struttura perimetrale costituisce l’intera via dei Lanari, dovrebbe essere stato il primo baluardo sorto in opposizione alle nefaste influenze del Maligno; dalla parte opposta, in via Fucci, si trova il Monastero delle Clarisse di Santa Cecilia e, su Corso XI Settembre, quello delle Cappuccine, in cui Veronica Giuliani trascorse l’intera vita claustrale.

In un vicoletto, retrostante il complesso di Santa Cecilia, adiacente a un portone di legno marcio che introduceva a un piccolo orto, c’era, appesa al muro, una sorta di bacheca composta da vecchie assi, probabilmente di proprietà di un mago o di una fattucchiera. Erano esposti, in bella mostra, gli affatturamenti e le malie che questi sinistri personaggi compivano per i loro clienti: rospi trafitti da spilloni, ciocche di capelli annodati da nastrini rossi, bamboline di stoffa inchiodate a un cuore di cartone con un grosso ago. Sul far della sera spesso passavo per quella stradina per cenare in una trattoria poco distante e a volte scorgevo le sagome di individui che sostavano di fronte all’insolito altarino, quasi assorti in preghiera. Il clima, certamente tetro e inquietante, soprattutto d’inverno, col venire avanti delle prime ombre della notte, scoraggiava il passaggio dei viandanti comprensibilmente timorosi: qualcuno transitava rapidamente e senza guardare, altri sceglievano un tragitto più lungo al fine di evitare quel luogo. Io non avvertii mai sentimenti di paura, quanto piuttosto di pena, quasi che il dolore di cui era intrisa quella porzione di vicolo si facesse palpabile e divenisse la trama di storie di amori disperati, di speranze infrante e di fallimenti, di rancori mai sopiti e di non placati desideri di vendetta; povera gente, pensavo, mentre diveniva nitida la consapevolezza di come la condizione umana sia sempre drammatica. Da lì, in meno di trecento passi, si arriva al Monastero di Santa Veronica. La Santa mi aspettava chiusa nella teca di vetro, dentro alla piccola cappella sotto la grata ferrea che separa il coro delle monache dalla parte di chiesa riservata ai laici. Era bella anche da morta, col suo corpo esile mummificato avvolto dall’abito religioso delle Clarisse.

Veronica Giuliani è certamente una grande mistica cattolica, proclamata dottore della Chiesa e resa agli onori degli altari da Papa Gregorio XVI nel 1839. Trascorse una vita di intensissima penitenza; stese un diario di migliaia di pagine per 34 anni, in un italiano confuso e sgrammaticato, descrivendo il proprio percorso di unione con Dio e le relative, incredibili esperienze sovrannaturali. Molti passi del diario mettono in luce una relazione col Cristo intrisa di un amore profondo, travolgente, passionale, che in certi tratti sembra avere addirittura una valenza erotica e risvolti sadomasochisti. Nel venerdì santo del 1697 riceve le stigmate e viene indagata dal Sant’Uffizio, da cui subisce ripetute umiliazioni, anche messa alla prova da mortificanti punizioni corporali. Nel 1703 è pienamente assolta e le vengono restituiti i diritti capitolari. Diviene Badessa del monastero di Città di Castello il 5 aprile 1716 e qui morirà, già in odore di santità, il 19 luglio del 1727.

Il mio breve saggio, il cui sottotitolo è Introduzione ad un’analisi realistica della personalità di Veronica Giuliani, la Santa di Città di Castello (Cf. Veronica – Ed. EVA, 2008, prefaz. del Prof. Gianangelo Palo) è prevalentemente finalizzato a indagare se le eccezionali esperienze mistiche di Veronica Giuliani siano il frutto di una personalità schizoide e autolesionista o abbiano una loro dignità ontologica e sovrannaturale. Pongo la domanda, ma mi astengo dal dare una risposta definitiva.

Il volumetto di cui sono il principale autore (due capitoli sono stati scritti da Lucia Barbagallo e da Michela Collina, con prefazione dello psicanalista Gianangelo Palo) non fu ben accolto a Città di Castello. Il metodo d’indagine con cui provai a studiare la personalità della Santa fu quello cosiddetto psicostorico, ideato dallo psicologo e teologo canadese Jean Marc Charon, autore della pregevolissima opera Da Narciso a Gesù: la ricerca dell’identità in Francesco d’Assisi (Ed. Messaggero, Padova 1995), con la quale fonda il metodo. Era prevedibile comunque che un tentativo di intromissione delle discipline psicologiche e cliniche del mondo del sacro fosse mal visto dal bigottismo di certi storici clericali. Di fatto alla presentazione del libro c’era pochissima gente ed alcune persone addentro agli studi veronichiani non mi risparmiarono i loro strali. Inviai qualche copia del saggio alle religiose dei tre monasteri, ma non ricevetti né un ringraziamento, né un commento: col Maligno è meglio non dialogare. Ebbi tuttavia la soddisfazione di trovare citato il mio lavoro nell’enciclopedia multimediale Wikipedia, senza che avessi promosso alcuna azione a tal fine.

Le Clarisse Cappuccine

Il monastero della Clarisse Cappuccine di Città di Castello nacque su un fondo acquistato dalle monache nel 1630. La costruzione dell’intero complesso durò 13 anni. Al tempo in cui Veronica fece domanda come postulante (1677) era tradizione della maggior parte degli Ordini religiosi femminili richiedere alla famiglia della probanda una dote, di solito abbastanza cospicua, da portare in offerta alla comunità.

Questa consuetudine non era applicata nella congregazione delle Clarisse Cappuccine di Città di Castello, dove il voto di povertà veniva considerato, sia in senso individuale sia collettivo, in maniera radicale. La giornata di una monaca di clausura del XVII secolo non era molto diversa da quella che vive una religiosa di oggi: certo, i rigori della vita claustrale sono stati mitigati soprattutto dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II; in molti conventi sono comparsi il riscaldamento, l’acqua calda, gli elettrodomestici, fin anche gli strumenti informatici, ma le ore di preghiera, le pratiche devozionali e penitenziali, i silenzi, sono rimasti più o meno quelli, retaggio di una tradizione secolare. Ma ciò che non è cambiato e mai cambierà è la strana commistione di santità e debolezza umana, di umiltà e orgoglio, di audacia e viltà, di anelito alla trascendenza e invischiamento nella materialità più meschina, di tenacia psicologica e fragilità, che sempre ho trovato in queste comunità femminili (forse non da meno sono quelle maschili), dove il fervore spirituale si mescola sovente a sentimenti assai meno nobili. D’altra parte convivere per anni e anni nel contesto della vita cenobitica, fianco a fianco, con penuria di stimolazioni esterne, investimento libidico nullo (fosse anche per innocui oggetti di desiderio) costringe a fenomeni di amplificazione della realtà interiore, delle proiezioni, che non di rado aprono l’accesso alla dimensione psicopatologica. Invidie, rancori e dispettucci sono altrettanto frequenti degli slanci d’abnegazione, dei nascosti ed eroici sacrifici, delle notti di fervida preghiera.

 

Monastero delle Clarisse Cappuccine di Città di Castello.

 

La giornata delle monache di Santa Chiara inizia ben prima delle luci dell’alba con la recita del Mattutino. Seguono le Lodi, l’Ora Terza, poi Sesta e Nona, fino ai Vespri e alla Compieta: con quest’ultima inizia il grande silenzio. Due volte alla settimana, dopo il canto del Vespro le monache Cappuccine si dedicano alle pratiche di mortificazione corporale. Lo strumento penitenziale più in uso è la disciplina, una serie di corde annodate o catenelle metalliche con cui le religiose si percuotono le spalle nude. Spesso indossano anche il cilicio, cintura con punte aguzze che si infliggono nella pelle. Oggi le queste pratiche hanno ormai una valenza simbolica e non arrivano a produrre vere ferite o importate dolore fisico. Veronica Giuliani, invece, con esse si martoriava, si massacrava l’esile corpo, memore della sofferenza patita dal suo amato Sposo Gesù sul Calvario. Come racconta nel diario fu proprio Gesù di Nazareth a proporle di divenire sua sposa in una visione del 1693; lei accetto, aveva 33 anni, come il suo maestro e amante che, come narra la tradizione, alla stessa età salì il patibolo della Croce. Questo amore la divorerà letteralmente per il resto della vita, così ogni penitenza, ogni dolore, ogni sofferenza, ogni silenzio suggelleranno l’unione col suo Cristo-Dio: Deus meus et omnia, recitava di continuo San Francesco, e in questo Tutto si lasciò sprofondare Veronica.

Ancor oggi, affacciandoci nella piccola chiesa dove riposa il corpo della Santa, al numero 21 di Via XI Settembre, un’atmosfera solenne e cupa ci avvolge, mentre il silenzio e la vibrazione di quel luogo vengono a regalarci qualche prezioso momento di lontananza dal frastuono del mondo. Mi sorge la domanda: perché una suora di clausura si fa suora di clausura? Quel silenzio è la risposta.

Con la sua forma circolare, un diametro di circa 22 metri e una profondità di circa 13, il bacino si trova a circa due chilometri a nord di Bevagna (Perugia), immerso nella natura tipica della Valle Umbra

Immergersi nel lago Aiso – o, come viene anche chiamato, lago d’Abisso o dell’Inferno – è un’esperienza unica. Il sole penetra dalla superficie parzialmente coperta di alghe, disegna giochi di luce insoliti e particolarmente suggestivi, regalando colori che raramente si possono osservare in acqua dolce. L’acqua cristallina lascia intravedere la vegetazione esterna anche dal fondo del bacino. La trasparenza è dovuta al fatto che il lago è una risorgiva artesiana alimentata da sorgenti sub-lacuali, questo fa si che l’acqua sia mossa come da una corrente.
Con la sua forma circolare, un diametro di circa 22 metri e una profondità di circa 13, il bacino si trova a circa due chilometri a nord di Bevagna (Perugia), immerso nella natura tipica della Valle Umbra e nascosto tra gli alberi, quasi come fosse uno scrigno che conserva dei segreti. E infatti tanti segreti e misteri circondano questo piccolo lago umbro.

 

Il lago sacro

Sull’origine di questo piccolo specchio d’acqua si raccontano diverse storie e leggende che fanno risalire la sua creazione a un evento di sprofondamento, ma l’età del lago sembra antica, di epoca preromana. Vicino alle sue sponde, infatti, sono state ritrovate delle statuette votive del VI-V sec a.C., dei frammenti di terrecotte e statue marmoree e delle monete. In località Aisillo Fanelli, a poca distanza dall’Aiso – sulla piana di Bevagna – sono stati svolti scavi archeologici che hanno riportato alla luce un santuario di epoca romana.
Si trattava di un luogo di culto, in quanto è presente una cavità circolare delimitata da una struttura in cocciopesto a formare un bacino, centro dell’intero complesso sacro. La funzione della suddetta vasca non è conosciuta, sembra, tuttavia, che fosse di tipo votivo, vista la presenza nel bordo di numerose monete, che, con ogni probabilità, venivano gettate al suo interno. Sono apparse anche due stanze circondate da un porticato, di cui rimangono alcune basi di colonna in arenaria e il pavimento in cocciopesto. I due ambianti conservano anche loro tracce di culto come statue ed elementi d’arredo.

 

Lago Aiso

La leggenda

Al lago d’Aiso sono legate alcune leggende, tra cui una nota fin dal Seicento. Si racconta di un ricco e avaro contadino di nome Chiarò che volle trebbiare il grano il giorno di S. Anna, giorno nella tradizione contadina dedicato rigorosamente al riposo e alla festa della madre della Madonna. Per questa sua volontà, che contravveniva alla regola – narra la tradizione – l’aia dove stava trebbiando sprofondò con tutti gli uomini che stavano lavorando, formando subito dopo un laghetto, l’attuale lago di Aiso. La pia moglie di Chiarò scampò al pericolo con un bambino, ma un rivo d’acqua la seguì e sommerse il figlio nel luogo dove ora c’è una piccola sorgente detta l’Asillo.

 


Fonte:

I luoghi del silenzio

Bollettino di archeologia

La stregoneria medievale si manifestò in Umbria anche con Filippa di Città della Pieve, accusata di utilizzare pratiche magiche per oltraggiare la comunità.

Il Medioevo

Oltre alla visione positiva che ricorda lo spirito cavalleresco, principi, principesse e immaginari fiabeschi, quelli del Medioevo sono stati marchiati come secoli di barbarie e assolutismo dove la tortura e la caccia alle streghe erano all’ordine del giorno. La superstizione, il misticismo, lo ius primae noctis e la cintura di castità ci hanno fatto immaginare una società in continua decadenza. Si tratta solamente di luoghi comuni di marginale interesse, oppure vi sono nascoste delle verità incontrovertibili? A me piace pensare più a un Medioevo come terreno fertile per le successive idee di libertà comunale, ma per quei lettori incuriositi e sedotti da storie di magia e di stregoneria parlerò oggi della strega umbra Filippa, della quale in realtà sappiamo ben poco.

 

Il ritratto di una strega

Al di là delle leggende esiste una verità storica: le streghe erano persone maligne che praticavano magia nera e rituali simbolici. Generalmente si trattava di donne sole, vedove o forestiere e di tutte quelle che godevano di cattiva fama. Alcune di loro avevano conoscenze in erboristeria, ma tutte vivevano ai margini della società e in totale indigenza. Le streghe erano accusate di avere patti con il diavolo e di adorarlo, di avere poteri per danneggiare la comunità e di partecipare a raduni (denominati sabba) dove venivano compiute orge diaboliche e riti blasfemi. Nel Medioevo il potere attribuito alle streghe era usato per spiegare le disgrazie che si abbattevano sugli uomini.

Le streghe nella storia

È nel tardo Medioevo che la Chiesa Cattolica individua nelle streghe dei personaggi eretici, dediti al culto di Satana e per questo un fenomeno da estirpare. Nasce così la caccia alle streghe, una specie di persecuzione e sopraffazione contro le donne accusate di eresia, divenendo ciò anche una questione di diritto pubblico. Già con la bolla pontificia Quod Super Nunnullis, emanata da Papa Alessandro IV nel 1257, s’intravedono le prime tracce della caccia alle streghe. Sarà l‘Inquisizione poi a condannare e uccidere migliaia di persone con l‘accusa di stregoneria ed eresia, e fra queste anche molte fattucchiere. Fra le streghe più famose della storia ricordiamo: Ursula Kemp (giustiziato in Inghilterra nel 1582), Merga Bien (giustiziata all’inizio del 1600 in Germania dopo il processo di Fulda), la scozzese Agnes Sampson strangolata e poi bruciata per aver partecipato a un rito in cui si evocava Satana.

Il processo

Il processo si divideva in diverse fasi. Innanzitutto la denuncia poteva avvenire sia da parte di un accusatore che aveva delle prove, sia da parte di un accusatore senza prove, ma che godeva di buona fama e di fede. Dopo aver ricevuto le accuse il giudice avviava la procedura composta da un iniziale giuramento e delle domande al denunciante. Il resto del processo si sviluppava attraverso l‘interrogatorio, le testimonianze e la confessione. Sì, proprio la confessione perché l‘imputata quasi sempre confessava dopo essere stata sottoposta a torture. L‘obiettivo del processo era uno solo: confermare le accuse. Dopo la tortura e la confessione, si decideva come la strega doveva essere uccisa in base al fatto compiuto (stregoneria, eresia, satanismo). Le modalità di esecuzione erano tre: il rogo, l‘impiccagione e lo schiacciamento da pietre.

In Umbria

Sappiamo, da molti autori di trattati di magia, antichi e moderni, che l‘Umbria, è stata sempre una zona rinomata per le leggende demoniache e arti magiche, scaturite dalla fantasia popolare di tutta la regione. Non stupiscono i molti processi di stregoneria avvenuti in questa zona d‘Italia fin dal Medioevo, essendo questa un‘area geografica di santi e di mistici aventi anche lo scopo di preservare l‘ortodossia religiosa. I processi umbri per stregoneria hanno incuriosito molto e ci hanno dato la possibilità di conoscere alcune note streghe come Matteuccia da Todi, Santuccia da Nocera, Luminuccia di Bonisegna e Katerina di Modrus, ma oggi vi parlerò della strega Filippa.

Disegno della strega Filippa

Filippa di Città della Pieve

Di Filippa non conosciamo l‘anno di nascita, ma solo l‘anno di morte – il 1455 – e un evento del 1434. Tutto ha inizio proprio in quell‘anno, il 1434, quanto Filippa si recò da una certa Claruzia per farsi insegnare attività scellerate. Claruzia: “visa eius voluntate pexima, infrascripta scelera et diabolicas compoxitiones docuit” (vedendo che la sua volontà era cattiva, insegnò i delitti sottoscritti e le composizioni diaboliche). Inizia così, da questo incontro, una ventennale attività di stregoneria che la porterà a essere giudicata, nel 1455, dal Capitano del Popolo di Perugia. Il fatto più grave che le sarà contestato fu proprio la scelta e la volontà precisa di farsi strega, e l’aver cercato un legame con Claruzia (altra strega) e fra loro e il demonio. I riti che celebra Filippa sono estremi come quando si spoglia completamente (capudque suum atque capillos extra omnem ordinem posuit) (si mise in disordine la testa e i capelli), invocando il demonio e al demonio tutta si dona per acquisire potere. Filippa si confronta continuamente con il demonio e nella dinamica dell’appartenenza a lui è solita girare nuda di notte parlando e farneticando con il viso rivolto verso la luna. Filippa di Città della Pieve è strega fra le streghe e la sua scelta di vivere per il Male la trasformarono in una donna maledetta e indifendibile. Il suo peccato fu di una gravità eccezionale, non esisteva alternativa: doveva essere processata per stregoneria e il prima possibile! Anche alla strega di Città della Pieve fu estorta, con la tortura, la confessione, fra le altre cose, di “aver cercato deliberatamente il diavolo”. Nell’aprile del 1455 fu condannata a morte e la sua esecuzione ebbe luogo a Perugia, dove le fiamme del rogo posero fine a questa storia. Non sappiamo se Filippa fu lasciata a digiuno, come era la regola per queste sentenze, ma di sicuro la condanna fu eseguita su pubblica piazza in modo che lo spettacolo venisse visto dalla maggior parte delle persone e che la popolazione venisse così colpita dal terrore. Era un modo per distruggere contemporaneamente anima e corpo.

Lì c’era il lago Umbro, poi si ritirò, venne la palude e poi due fiumi con le canne.

I primi a insediarsi furono gli Etruschi seguiti dai Romani, poi dai barbari, i perugini e i papalini. Dopo tutto questo via vai è arrivata anche l’Italia. La storia di Cannara comincia in collina nella zona di Collemancio. Gli Etruschi si allargarono verso la valle Umbra, dove c’era il lago, e trovarono che la collina fosse un buon sito per costruire una città mentre cercavano di sfruttare tutto il terreno coltivabile. Ma, si sa, niente è per sempre. Il lago Umbro non si prosciugò del tutto e lasciò la palude, due fiumi e tante canne.

 

Sito archeologico Urvinum Hortense. Foto di Enrico Mezzasoma

 

Dopo gli Etruschi arrivano i Romani. A loro il sito piacque perché era buono per il commercio, Ampliarono la città, le dettero il nome di Urvinum Hortense e, efficienti come sempre, iniziarono la bonifica della palude. Le merci che transitavano lungo la via principale dovevano essere tante perché, a Urvinum fu dato il titolo di Municipium. Così divenne città e le città offrono molti divertimenti. I Romani non si sono mai tirati indietro quando c’era da divertirsi così costruirono prima il tempio, poi il teatro, l’anfiteatro, le terme, le botteghe e le domus. Una delle domus aveva addirittura le terme personali e aveva abbellito la villa con un mosaico di 65 mq con scene nilotiche. L’eleganza e la dimensione del mosaico fanno chiaramente capire che si trattava di una famiglia ricca e che il proprietario era stato in Africa. Urvinum doveva essere un luogo importante perché ne parla Plinio il Vecchio nel suo libro Naturalis Historiae. La scoperta del sito di Urvinum Hortense ha lasciato un dilemma non ancora risolto: i Romani erano abili ingegneri e sapevano trattare le acque, ma gli archeologi si chiedono come hanno fatto a convogliare così tanta acqua fino a 500 metri di altezza? Prima o poi lo scopriranno.

 

Maniero di Collemancio. Foto di Enrico Mezzasoma

La nascita di Cannara

I secoli passarono, nel V secolo venne costruita una basilica paleocristiana, i Romani non erano più potenti, i commerci si fermarono, Urvinum Hortense decadde: il bosco lo ricoprì e se ne persero le tracce fino al 1932 quando gli archeologi lo hanno riportato in luce. Purtroppo al momento non è visitabile. Intanto, a poche centinaia di metri aveva cominciato a svilupparsi il borgo di Collemancio. Dura la vita di Collemancio. I barbari, poi la guerra gotica, poi la rivalità tra Assisi e Perugia e infine il papato. Devastazioni e rovine non sono mancate. Ma in mezzo a tante vicende tragiche, tra il fiume Topino e un rio, nacque un nuovo insediamento che prese il nome dalle canne di palude: lo chiamarono Cannara.
In quei tempi cupi e pericolosi nacque come castrum, con mura perimetrali robuste una casa gentilizia e tante chiese. L’abbondanza di chiese in un luogo così piccolo è sorprendente. Ci sono più chiese che case. Forse è da attribuirsi al fatto che San Francesco era un habitué di Cannara e dormiva in un luogo oggi chiamato Il Tugurio. Pare che in quel Tugurio abbia fondato l’ordine dei frati terziari.
Piccolo borgo medievale era politicamente molto impegnato, disposto anche a cambiare posizione. Infatti, passò da guelfo a ghibellino. Cannara adesso è famosa per cose molto lontane tra loro: le cipolle Dop (in programma dal 5 al 10 settembre e dal 12 al 17 settembre), le lavande di primavera e il nuovo museo.

 

Mosaico di Urvinum

Il museo

Nel nostro Paese, dove possibile, si ricicla tutto, infatti il museo è allestito all’interno del monastero benedettino, ma non ha niente della cupezza di un monastero perché prende tanta luce ed è luminoso e ben organizzato. Nelle teche si possono vedere molti reperti provenienti da Urvinum: arnesi da lavoro, monete, lanterne, pesi, monili e reperti fittili. Ci sono anche molte steli funebri di varie epoche, prima e dopo Cristo. Il pezzo forte, comunque, è il mosaico di Urvinum grande come un appartamento di 65mq e lo si può vedere bene solo dal primo piano. Le tessere delineano ippopotami, aironi, serpenti e pigmei che sono anche ritratti in una scena tra il comico e il canzonatorio: i pigmei urinano verso gli ippopotami. In Italia ogni luogo, anche se piccolo, ha dietro di sé una storia affascinante millenaria e piena di sorprese e Cannara non è da meno.

Valentino Martinelli, storico dell’arte, pubblicò nel periodico “Storia dell’Arte” n. 19 del 1973 un saggio sulla presenza di Giotto ad Assisi.

L’unico documento che testimonia la presenza di Giotto ad Assisi si trova nell’Archivio Storico Comunale di Bevagna e fu scoperto nell’ottobre dello stesso anno da don Mario Sensi, il quale dava riservata notizia e indicazione del documento notarile a p. C. Cenci, noto studioso di documenti d’archivio francescani. Il Martinelli fornisce la collocazione del documento a: «Bevagna archivio storico comunale. Protocollo di Giovanni Alberti (1303-1317). Frammento E, c. 13v. Assisi ,1309, gennaio 4».

Il documento è un atto estratto dal «liber sive quaternus rogationum protocollorum scriptorum» di mano del notaio Giovanni Alberti di Assisi, che attesta come ad Assisi il 4 gennaio 1309 alla presenza dello stesso notaio rogante Giovanni Alberti, testimoni Lippo di Tomasuccio e Finuccio Gilioli, Iolo Giuntarelli dava quietanza e dichiarava piena soddisfazione a Palmerino di Guido, stipulante per sé e per Giotto di Bondone da Firenze, per la somma di cinquanta libbre di denari cortonesi, che gli erano dovuti a causa di un prestito, il cui strumento di mano del notaio Bene Passari veniva così annullato con tutte le relative promesse di rito e garanzie di legge da parte del creditore, con le quali si conclude l’atto notarile.

La carta d’archivio menziona, quindi, chiaramente e per esteso, il nome di Giotto di Bondone da Firenze e la identificazione con il grande pittore fiorentino è provata dalla diretta ed esplicita indicazione del nome, della esatta paternità e della sua città di provenienza.

Accettando tale deduzione ne consegue che Palmerino di Guido era probabilmente un pittore locale e, comunque già attivo in Assisi da molto tempo. Che tale nome si trovi nell’atto notarile del 1309 accanto a quello di Giotto di Bondone da Firenze rafforza la convinzione che si tratti proprio di due pittori: l’uno, forse umbro, e l’altro il famoso Giotto da Bondone, verosimilmente associati insieme in quegli anni in un’impresa pittorica in Assisi.

Il notaio Giovanni Alberti fino al 1316 stipulava ancora regolarmente nella sua abitazione nella piazza del Comune di Assisi. Dopo il 1316 egli non si trovava più in Assisi bensì a Limigiano, una frazione del Comune di Bevagna, dove si era rifugiato in seguito al bando da Assisi, probabilmente per aver aderito alle rivolte ghibelline. Stabilitosi a Limigiano, l’Alberti vi esercitava la funzione di notaio, probabilmente con buoni proventi dato che nel dicembre del 1339 acquistava per sé i suoi eredi un terreno nel distretto di Limigiano. Ai tempi dell’Alberti la frazione di Limigiano faceva parte della giurisdizione amministrativa di Assisi e con il passaggio del suo territorio da Assisi a Bevagna (nel 1827 Limigiano viene annesso a Bevagna, con cui rimarrà sino all’unità d’Italia, per poi diventarne una frazione) tutto il materiale documentario entrò a far parte dell’Archivio Storico Comunale di Bevagna.

 


Fonti

Valentino Martinelli: “Storia dell’arte n. 19. 1973”

Dante, Purgatorio, XI, vv. 94-96.

Giorgio Vasari, “Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architettori

È un vero e proprio tuffo nel Medioevo, in un mondo fatto di dame e cavalieri, pittori e guerrieri, che ci permette di riscoprire e vivere fatti, emozioni e colori di un tempo passato.

A Montone, dal 13 al 20 agosto, torna la Donazione della Santa Spina, una delle rievocazioni storiche più antiche e suggestive dell’Umbria. Una settimana di festeggiamenti per preservare la memoria e la tradizione del borgo e dei suoi personaggi più illustri attraverso spettacoli, eventi culturali e gare di tiro con l’arco; ricordando le gesta della Famiglia Fortebracci: dal padre Braccio, grande Capitano di Ventura fino al figlio, Carlo, che ha donato a Montone la Santa Spina, per recare onore e prestigio al suo paese e alla sua gente.

La regia è nelle mani del Consiglio della Pro loco montonese, con il contributo dell’Amministrazione comunale, ma la manifestazione coinvolge l’intera cittadinanza in un costante lavoro di ricerca che rappresenta un preziosissimo valore aggregativo e di trasmissione di cultura e tradizioni.

Foto di Paolo Ippoliti

La Festa

La Donazione della Santa Spina nasce all’inizio degli anni ’60 come celebrazione religiosa e ostensione della stessa. Negli anni successivi si è sviluppata inserendo anche la sfida tra i Rioni di Montone: Porta del Borgo, Porta del Monte e Porta del Verziere, che si affrontano per aggiudicarsi il Palio ed eleggere la propria Castellana.

I tre Rioni acquisiscono punti sfidandosi nelle scene di vita medievale: delle vere e proprie rappresentazioni storiche realizzate dai rionali negli angoli più belli del borgo, che narrano fatti notevoli della storia, o anche semplicemente momenti di vita quotidiana del 1400. Queste vengono chiamate dai montonesi “Stornellate”, in memoria di quando, nel passato, le prime scene venivano cantate su musica, sotto forma di stornelli, per l’appunto. Le scene di vita medievale vengono giudicate da una giuria di esperti, che valutano la storicità, la scenografia e l’interpretazione.

L’altra gara che porta punteggio per la vittoria del Palio è la sfida di tiro con l’arco: negli anni a Montone si è creata una vera e propria tradizione di tiratori, che si allenano tutto l’anno e competono per la Festa della Santa Spina, ma anche in tutta Italia durante le varie gare di arco storico. La somma dei punteggi realizzati nelle scene di vita e nel tiro con l’arco permettono di aggiudicarsi il Palio della Santa Spina ed eleggere la prima Dama del rione come Castellana, Margherita Malatesta, moglie di Carlo Fortebracci.

I punteggi rimangono segreti fino al sabato sera, quando nella piazza del paese, in un clima intriso di tensione e competizione, viene proclamato il Rione vincitore. Durante la settimana poi, anche i più piccoli si sfidano tra loro nei giochi popolari, tra risate e tanto divertimento. In più, ogni sera saranno aperte le taverne rionali per gustare i piatti della tradizione.

“Tutto è pronto per l’inizio, domenica 13, della rievocazione storica della Donazione della Santa Spina, che per tutta la settimana vedrà sfidarsi i tre rioni per la conquista del Palio e per eleggere la propria candidata Castellana – precisa Raffaele Bei, presidente della Pro loco montonese -. Il tiro con l’arco e le rappresentazioni medievali, che ogni rione ambienterà nella propria parte del centro storico, saranno decisive per la vittoria finale. Chiuderà la festa, domenica 20, il corteo storico della donazione, dove la Castellana appena eletta, sfilerà al fianco di Carlo Fortebracci, che farà ritorno a Montone recando in dono la Santa Spina, in un ultimo atto dove si mescola la fierezza nel rievocare un glorioso passato, all’emozione di vedere l’ostensione al pubblico della reliquia della Santa Spina”.

La mostra fotografica di Paolo Ippoliti

Tra gli appuntamenti da non perdere, all’interno della Festa anche la mostra fotografica di Paolo Ippoliti dal titolo La Santa Spina, la storia la bellezza, ospitata nel Chiostro di San Francesco. In esposizione 16 immagini, tutte dedicate alla festa e ai suoi momenti più significativi, in grande formato e scelte tra quelle scattate nell’edizione del 2022, l’anno che ha segnato la grande ripartenza della celebrazione della Donazione della Santa Spina dopo i limiti imposti dal Covid.

Foto di Paolo Ippoliti

Programma 2023

Domenica 13

– Museo di San Francesco ore 11: visita teatralizzata in costume storico per il Museo

e il borgo medievale;

– Chiostro di San Francesco ore 17.30: Braccio Fortebraccio è tornato a Montone, spettacolo per bambini;

– Centro storico ore 19.30: apertura taverne rionali.

 

Lunedì 14

– Rocca di Braccio ore 21.30: gara di tiro con l’arco tra i Rioni.

 

Martedì 15

– Museo di San Francesco ore 11: visita teatralizzata in costume storico per il Museo

ed il borgo medievale;

– Chiostro di San Francesco ore 17: Braccio Fortebraccio è tornato a Montone, spettacolo per bambini;

– Rocca di Braccio ore 18: sfida tra gli Arcieri Malatesta di Montone e gli Arcieri Storici del Girfalco di Fermo;

– Rocca di Braccio ore 21.30, Calandrino e i suoi amici alla corte dei Fortebracci. Novelle del Boccaccio rivisitate dalla compagnia teatrale Astra. Spettacolo ad ingresso libero.

 

Mercoledì 16

– Dalle ore 21: Duplice Pietade

Rappresentazione medievale del rione Porta del Monte.

 

Giovedì 17

– Dalle ore 21: Itinerarium Mentis

Rappresentazione medievale del Rione Porta del Verziere.

 

Venerdì 18

– Dalle ore 21: Il sogno di Giacoma

Rappresentazione medievale del Rione Porta del Borgo.

 

Sabato 19

– Chiesa di San Francesco ore 11: Propter bonam, mutuam et cordialem amicitiam. La Vergine col Bambino e santi di Luca Signorelli migrata alla National Gallery di Londra. Conferenza. Relatrice prof. Valentina Ricci Vitiani;

– Chiostro di San Francesco ore 17: Braccio Fortebraccio è tornato a Montone, spettacolo per bambini;

– Rocca di Braccio ore 18: Guanto di Sfida. Giochi popolari tra i giovani dei Rioni;

– Piazza Fortebraccio ore 21.30: proclamazione del Rione vincitore.

 

Domenica 20

– Museo di San Francesco ore 11: visita teatralizzata in costume storico per il Museo

ed il borgo medievale;

– Centro Storico ore 18: Corteo Storico della Donazione della Santa Spina;

– Chiostro di San Francesco ore 21.15: Omnia Vincit Amor, concerto della Corale Braccio Fortebraccio diretta dal Maestro Francesco Fulvi.

Da novembre 2022 il museo è passato sotto la Direzione Regionale musei dell’Umbria e il mese scorso ha riaperto al pubblico.

Un viaggio nel Pleistocene Inferiore (circa 1,5 milioni di anni fa) è quello che aspetta il visitatore del Museo Paleontologico Luigi Boldrini di Pietrafitta, riaperto al pubblico e passato sotto la gestione della Direzione Regionale musei dell’Umbria.
Un luogo, senza dubbio, tra i più significativi, non solo del territorio ma d’Europa, sia per l’abbondanza dei fossili rinvenuti, sia per il loro valore scientifico, riconosciuto a livello internazionale. La collezione – rinvenuta nel bacino di Tavernelle-Pietrafitta inizialmente dallo stesso Luigi Boldrini, assistente di miniera e dipendente Enel, e poi dei ricercatori dell’Università di Perugia – offre migliaia di resti fossili di piante (36 specie identificate mediante frutti e semi, 11 specie mediante pollini), molluschi d’acqua dolce (5 specie), insetti (almeno 6 ordini) e soprattutto vertebrati (ben 40 specie tra pesci dulciacquicoli, anfibi, rettili, uccelli e mammiferi). Sono proprio questi ultimi a rendere unica la fauna di Pietrafitta.

 

Mammut. Foto di Philms

Gli ospiti del museo

Il mammut è sicuramente la maggiore attrazione, ma spettacolari sono anche gli scheletri del rinoceronte Stephanorhinus etruscus e i resti di cavallo. Ricca e variegata la collezione di artiodattili, con almeno due specie di cervi (tra cui la forma gigante Praemegaceros obscurus) e con una delle testimonianze più antiche d’Europa per il gruppo dei bisonti, rappresentati dalla specie arcaica Eobison degiulii; degna di nota la presenza di un primate, la bertuccia Macaca sylvanus, e del castoro Castor fiber, entrambi presenti con i resti tra i più ricchi d’Europa.
Non mancano i carnivori, che compaiono con un ghepardo gigante (Acinonyx pardinensis), un orso di medio-piccola taglia (Ursus etruscus) e un mustelide semiacquatico (Pannonictis nesti). Gli uccelli – generalmente rari nei fossili – sono invece abbondanti con circa 200 ritrovamenti scheletrici identificati: la maggior parte è riferibile a specie acquatiche o semiacquatiche simili a quelle oggi presenti nell’area mediterranea.
«I vertebrati a sangue freddo sono stati oggetto recentemente di studi approfonditi. Tra i ritrovamenti di maggior interesse, ancora sotto la lente della squadra guidata dal professor Marco Cherin con il professor Roberto Rettori, entrambi del dipartimento di Fisica e Geologia dell’Università degli Studi di Perugia, c’è una rana gigante del genere Latonia, che si credeva estinta milioni di anni prima. Sono anche in programma approfondimenti e studi che porteranno diverse novità e nuovi allestimenti» spiega Tiziana Caponi, direttrice del Museo paleontologico.

 

Rinoceronte Stephanorhinus. Foto by Philms

Un nuovo corso

«Da novembre 2022 il museo è passato sotto la Direzione Regionale musei dell’Umbria e il mese scorso ha riaperto al pubblico. Siamo ancora in una fase di assestamento e di rodaggio con il nuovo personale e la nuova organizzazione. Sperimentiamo e impariamo a conoscere la struttura, ma soprattutto aspettiamo di vedere qual è la risposta dei visitatori. Per ora è possibile visitarci tre volte a settimana (martedì, giovedì e domenica), ma l’obiettivo è quello di ampliare: il museo finora non aveva un’apertura continuativa, anche questa è una novità da gestire» prosegue la direttrice.
Il nuovo percorso della struttura apre anche a importanti collaborazioni con le realtà del territorio, tra cui Enel, che ha realizzato un impianto fotovoltaico da 32 kW sulla copertura dell’edificio per favorire lo sviluppo delle energie rinnovabili, la sostenibilità e ridurre i consumi energetici del museo, con benefici economici e ambientali. Insomma, la Preistoria che guarda al futuro!
«La collaborazione con Enel si sviluppa anche con la possibilità di ammirare nella vicina centrale elettrica le macchine scavatrici – di loro proprietà – che hanno permesso il recupero di questi fossili» conclude la dottoressa Tiziana Caponi.
Un tuffo nel passato, in un luogo che era fondamentale recuperare non solo per l’Umbria, ma per tutto il patrimonio paleontologico europeo.

 

Foto by Philms

 


Per saperne di più

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