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Todi è una piccola città ricca di storia, con una splendida piazza e ripide stradine medievali, con il nido dell’aquila e tanto altro, ma è pure ricca di bellezze nascoste.

Todi possiede infatti un gioiello purtroppo non più aperto al pubblico: la galleria dipinta e la sala del trono dell’Arcivescovado. Il palazzo vescovile fu costruito alla fine del 1500 per volere del vescovo Angelo Cesi, inviato lì da Papa Paolo V per prendere saldamente in mano le redini della diocesi che entrava definitivamente sotto il dominio dello Stato della Chiesa. Era da poco finito il Concilio di Trento e le operazioni della Controriforma erano iniziate ovunque affidando le redini del governo ai vescovi, che le tenevano saldamente in mano. Angelo Cesi proveniva da una nobile famiglia romana che già aveva dei possedimenti in Umbria, tra cui un castello nel borgo con il suo stesso nome: Cesi. Una famiglia particolare, dove tutti i maschi furono ordinati cardinali e solo Angelo rimase vescovo fino alla morte nel 1606. Per Todi Cesi fece molto: con lui anche l’acqua arrivò in cima alla collina e la fonte prese, guarda caso, il nome di Fonte Cesia.

 

Arcivescovado di Todi costruito da Angelo Cesi

Palazzo Cesi

Angelo Cesi si comportò come un vero signore rinascimentale, facendo costruire subito la sua dimora sul luogo di un palazzo vescovile considerato troppo modesto e poi dette l’impulso per costruire in città altri palazzi rinascimentali. L’epoca dei palazzi fortezza era finita, non era più necessario mostrare la forza; adesso i signori volevano abitare in palazzi eleganti dove potere e ricchezza si mostravano attraverso l’arte. Grandi artisti venivano chiamati a costruire e abbellire le nuove dimore. In quell’epoca Venezia, Firenze e Roma si arricchirono a dismisura di palazzi principeschi e Angelo Cesi non volle essere da meno. Il suo palazzo si trova accanto al Duomo ed è collegato alla chiesa da un passaggio segreto.

Affreschi all’interno del palazzo

La facciata si presenta semplice e austera, il portone d’ingresso, forse disegnato dal Vignola – l’architetto dello splendido palazzo Farnese a Caprarola e del palazzo di Todi detto del Vignola – è un portone elegante e di linee sobrie, tanto da non lasciar presagire come sarà l’interno. Chiaramente Angelo Cesi doveva essere entusiasta del suo ruolo e lo volle esaltare nella sala del trono. Prima fece dipingere dal Faenzone un fregio che gira attorno alla stanza, con i ritratti dei vescovi di Todi che si sono succeduti nel tempo. Poi, per mostrare la sua apertura verso la popolazione, ha voluto che fossero ritratte delle persone colte in vari atteggiamenti: chi chiacchiera, chi si sistema una scarpa, chi suona il liuto, chi indica l’uscita.
Per fugare ogni dubbio sul luogo dove si trovava il suo trono, fece dipingere sul muro un ricco baldacchino entro una cornice architettonica importante. Vent’anni dopo la morte del Cesi, subentrò un altro romano dal nome importante: il vescovo Lodovico Cenci. Lui volle abbellire ulteriormente il palazzo e chiamò Andrea Polinori, noto pittore barocco umbro, per affrescare il corridoio di passaggio accanto alla sala del trono. Solitamente i palazzi rinascimentali e barocchi venivano affrescati con storie mitologiche oppure con storie desunte dalla Bibbia o dai Vangeli, a maggior ragione se il palazzo in questione apparteneva a dei religiosi. Qui invece abbiamo un’eccezione: il corridoio che affaccia sulla città è il trionfo dei vescovi di Todi, reali o mitologici, e ai lati del corridoio sono rappresentate le virtù indispensabili a un vescovo per governare: giustizia, benignità, vigilanza, intelletto, origine di amore, orazione e meditazione. Nella galleria è stata dipinta, con lo stesso stile delle carte geografiche vaticane, tutta la diocesi di Todi: un capolavoro di cartografia che riporta tutti i castelli, i borghi, i monasteri e le chiesette presenti sul territorio, si possono inoltre vedere sia il Tevere sia i piccoli fiumi.

 

Carta topografica del territorio tudertino

 

È una Google map molto grande, con la differenza che la visione è orizzontale, cioè Ovest/Est e non Nord/Sud come siamo abituati. Una mappa affascinante che sorprende per la precisa descrizione geografica e per il numero sterminato di castelli, quasi uno per ogni collina. La galleria è riportata anche sulla guida di Todi pubblicata nel 2019 da La Repubblica ma purtroppo resta sempre chiusa al pubblico… e chissà fino a quando!

Era febbraio quell’anno e la neve scendeva e copriva l’Europa. Tutta l’Italia lentamente si trovò imbiancata dal Brennero a Palermo.

In Umbria scesero prima 10 centimetri poi 50 e la vita si fermò a guardare. Lu nevone, la chiamarono a Norcia. Dopo la neve la temperatura cominciò a scendere, poi nevicò ancora e poi gelò. A Terni la temperatura scese fino a -15° C e il termometro si schiantò. L’Italia batteva i denti. Quando l’inverno sembrava finito – era il 13 marzo – il cielo si coprì ancora di nubi grigie, la primavera fece un passo indietro e di nuovo cominciarono a scendere inesorabilmente i fiocchi bianchi, tanti, troppi.

L’Italia sommersa dalla neve

Dopo la neve tornò ancora il gelo, duro, terribile, crudele. Il proverbio dice sotto la neve pane, ma la neve del ‘56 non ebbe pietà per il pane. Il freddo intenso distrusse il grano nei campi, bruciò gli olivi e seccò le viti. Gli agricoltori si trovarono senza niente da mangiare, niente da vendere, niente da vivere. Le industrie erano scarse in Umbria, nel ‘56, non c’erano reti di salvataggio per chi lavorava la terra.

Un duro inverno

Fu un inverno di dolore che travolse intere famiglie e che cambiò la vita di molte persone. Troppi furono costretti a lasciare la loro casa, il loro mondo, gli affetti più cari e prendere la via dell’esilio. Ci fu chi si spostò solo fino a Terni o a Roma e chi fu costretto ad andare lontano, fino in Germania o in Francia o in Belgio. Chi rimase doveva continuare a vivere e fare i conti con la natura ma essa, con la sua forza devastatrice, non aveva tenuto conto della tenacia degli agricoltori.
Ci furono piantagioni che andarono interamente sostituite. Si buttarono via i frutti sugli alberi e anche gli alberi. Gli olivi che tenacemente resistono anche quando la temperatura scende sottozero, si arresero sotto la sferza del gelo troppo intenso e troppo lungo: si spaccò la corteccia, i rami cedettero sotto il peso della neve, le foglie mutarono colore da verde a marrone. Le colline avevano cambiato volto e gli olivi sembravano zombi. I danni erano gravi, anzi gravissimi, ma quello che si vedeva non era tutto. Gli alberi si alzano da terra belli e frondosi, ma sottoterra ci sono le radici che sono l’apparato vitale e le radici avevano resistito ed erano vive.

 

Norcia sommersa dalla neve nel 1956

La rinascita a primavera

Non tutto è perduto! fu il grido che si levò ovunque. Quando finalmente la primavera arrivò si portò via la neve. Allora andarono tutti nei campi con la sega e tagliarono gli alberi fino a metà tronco, li capitozzarono e rimase la ceppaia. Poi tornò di nuovo l’inverno e tornò la primavera e la ceppaia cominciò a gettare i primi rametti e lì i contadini intervennero.
Invece di far crescere un solo tronco ne lasciarono crescere tre, con spazio e aria tra i rami per difenderla meglio dai vari parassiti che l’attaccano e distruggono il raccolto. Avevano inventato il vaso policonico, cioè erano tre strutture piramidali che avevano la funzione di abbassare i rischi in caso di condizioni avverse. Le avversità atmosferiche sarebbero sempre tornate allora non restava che aumentare le probabilità di sopravvivenza: se i tronchi sono tre, forse uno si salva.
Dopo la gelata del ‘56 o meglio, dopo il Nevone del ‘56, il panorama delle colline umbre è leggermente cambiato: sono spariti quegli alberi biblici che avevano un solo tronco contorto, lavorato dai parassiti ma ricco di leggende e al loro posto si sono sviluppati alberi bassi, facilmente lavorabili, che, dopo un breve tronco, si aprono in tre e che vediamo ovunque attraversando la Regione.

Tra la Valdichiana – che fu denominata il granaio dell’antica Roma, dove si snodava il navigabile fiume Clanis (oggi sostituto in parte dal Canale Maestro della Chiana) che veniva usato da Etruschi e Romani per trasportare le derrate alimentari fino alla Città Eterna – e l’altrettanto prezioso e ricco lago Trasimeno, si racconta di una terribile creatura leggendaria: la Marroca.

In questi territori, tra Umbria e Toscana, si narra di un animale ripugnante, un meticcio tra una serpe e una lumaca, dotato di lunghi tentacoli, che vive abitualmente nell’acqua stagnante. La Marroca è un essere capace di emettere strani suoni e borbottii per attirare a sé le vittime e, quando una persona si avvicina troppo ai bordi dell’acqua, l’afferra con le sue potenti propaggini e la trascina nella sua sinistra tana per poi, con calma, succhiarle il sangue.

La Marroca

È un animale nato dalla fantasia popolare che è servito da spauracchio nei confronti dei bambini per tenerli lontani dagli specchi melmosi della palude chianina, specialmente di notte.
Si tenga presente che la Valdichiana, nel corso dei secoli, da una fertilissima pianura è passata a essere a una vasta palude, talvolta insalubre. Per cause diverse o per scopi militari, il fiume Clanis fu ostruito a valle dal Muro Grosso, nei pressi di Fabro, prima dagli antichi Romani e poi dagli orvietani, provocando un progressivo allagamento del fondovalle chianino fino a divenire una palude insalubre. Per tale motivo i popoli si spostarono sempre più in collina, fin quando la conclusione della bonifica della Valdichiana, avvenuta intorno al 1870 e durata circa un secolo, con le sue opere idrauliche riportò la vivibilità nella piana delle Chiane, precedentemente impaludata. L’amore e il senso di protezione per i propri figli, affinché non si avvicinassero ai pericolosi acquitrini e alle malsane acque paludose chianine specialmente di notte, indussero la creazione della storia leggendaria della Marroca.

La leggenda racconta…

In qualche casa si racconta di Albo, un bambino che fu catturato da una Marroca, la lumaca-serpente con i tentacoli, ma venne salvato dal proprio cane, che purtroppo rimase ucciso nello scontro con la mostruosa creatura. Si narra che Albo, per lo spavento, tornò dai propri genitori con i capelli completamente bianchi.
Una testa scolpita su pietra arenaria, visibile nell’Antiquarium del Municipio di Baschi (TR), viene chiamata La Marroca e nella Tuscia viterbese assume le sembianze di una strega, mentre le analoghe Biddrina e Occhiomalo sono diffuse rispettivamente in Sicilia e in Maremma.
La diffusione dei racconti contadini della Chiana potrebbe essersi attuata a seguito dei pellegrini passanti sul tratto chianino della Via Romea-Germanica, destinati prima a Roma e poi, tramite la via Appia, verso il meridione italiano e quindi in Terra Santa. Il racconto della Marroca, nella vita agreste della Valdichiana, si è sopito a seguito dello spopolamento delle campagne avvenuto nel secolo scorso, così come molte delle tante leggende contadine legate alla vita di campagna.
La Valdichiana Umbra e quella Toscana, non sono solo terre ricche di cultura, storia, arte ed enogastronomia ma anche di favole, novelle e racconti che avvolgono nell’incognito e nel mistero la bellezza carismatica delle Chiane e aumentano l’attrattività di questi meravigliosi luoghi.

La tradizione vuole che il 6 gennaio sulla tavola degli umbri spunti fiera… la torta di Pasqua.

Dolci, carbone (per i più cattivi) e caramelle, ma non solo. Il 6 gennaio in Umbria si mangia anche la torta di Pasqua. Non può mancare sulle tavole – in particolare quelle perugine – perché l’Epifania è la prima Pasqua dell’anno e quindi va celebrata con il prodotto tipico della regione legato a questa ricorrenza. La torta – pizza nell’Umbria del sud, crescia a Gubbio – con il formaggio, oggi si trova facilmente in ogni periodo dell’anno, a differenza di come accadeva anticamente, quando era relegata a piatto del periodo pasquale o al giorno della Befana. Farcita, accompagnata dai salumi o semplicemente sola, soffice e resa più gustosa dal formaggio, è dunque immancabile anche il 6 gennaio.

Qui trovate la ricetta tradizionale.

 

prodotti tipici umbria

La prima Pasqua… la prima torta

La presenza in tavola della torta di Pasqua è legata alla celebrazione della prima Pasqua dell’anno che, per la religione cristiana, coincide con l’arrivo dei Magi il 6 gennaio; è una festività molto importante in quanto si ricorda il manifestarsi del Dio bambino. Nella chiesa cattolica, ortodossa e anglicana è una delle massime solennità dell’anno liturgico, come la Pasqua, il Natale e la Pentecoste.

Ma più famosa è la Befana, la vecchietta che a cavallo di una scopa scende dal camino portando in dono dolci, caramelle, frutta secca o carbone e aglio ai più cattivi. L’etimologia della parola Befana – corruzione lessicale di Epifania – deriva dal tardo latino epiphania, dal verbo greco, epifàino (che significa mi rendo manifesto) o dal sostantivo femminile epifàneia (manifestazione, apparizione, venuta, presenza divina). La sua storia è molto antica e legata (forse) a riti propiziatori pagani risalenti al X-VI secolo a.C., per favorire i cicli stagionali dell’agricoltura. Un’altra ipotesi collegherebbe la Befana con un’antica festa romana, che si svolgeva in inverno, in onore di Giano e Strenia – da cui deriva anche il termine strenna – e durante la quale si scambiavano regali.
Di certo c’è che l’Epifania… tutte le feste porta via!

La Galleria vaticana delle Carte Geografiche è di grande interesse artistico e geografico e attualmente viene attraversata per andare a visitare la Cappella Sistina.

 

Fu istituita, sul finire del XVI secolo, da Papa Gregorio XIII, il pontefice noto soprattutto per la riforma del calendario e vi hanno lavorato diversi artisti come Girolamo Muziano, Cesare Nebbia, i due fratelli fiamminghi Matthijs e Paul Bril, Giovanni Antonio Vanosino da Varese e Antonio Danti, che la decorarono e affrescarono tra il 1580 e il 1585, seguendo le indicazioni del monaco e geografo perugino Ignazio Danti.
La galleria, lunga centoventi metri e larga sei, contiene quaranta carte geografiche, affrescate sulle pareti, raffiguranti le regioni italiane, i possedimenti papali del tempo e in aggiunta gli affreschi dei quattro principali porti italiani dell’epoca (Genova, Civitavecchia, Venezia e Ancona) e di due episodi fondamentali della storia della cristianità, l’assedio di Malta da parte dei Turchi (1565) e la battaglia di Lepanto (1571).

 

La Battaglia del Trasimeno

 

L’appennino è considerato l’elemento divisorio. Infatti Ignazio Danti, nella progettazione, ha immaginato di camminare su di esso e di raffigurare su una parete le regioni a ovest bagnate dal mar Tirreno e Ligure e, sull’altra, quelle a est corrispondenti al versante Adriatico. La galleria costituisce una grande testimonianza delle conoscenze geografiche dell’epoca e sul soffitto sono dipinti alcuni episodi religiosi in corrispondenza della mappa regionale dove sono avvenuti.
È interessante vedere le zone d’Italia poste lungo il percorso della via Romea Germanica e, in particolare, quelle a ridosso del lago Trasimeno che si sono mantenute pressoché inalterate rispetto a quelle descritte tre secoli prima negli Annales redatti dal Monaco Alberto di Stade.
In uno degli affreschi si può vedere la rappresentazione mappale del territorio della Val di Chiana e del comprensorio dell’antico lago Tarsminass, chiamato così dagli Etruschi e un particolare, aggiunto nel 1597 dal pittore Pietro Oldrado, sull’affresco dei territori di Perugia e Città di Castello di Ignazio Danti, che richiama la Battaglia del Trasimeno del 217 a.C. avvenuta tra gli antichi Romani e i Cartaginesi.

La solitudine a volte si ricerca e, a volte, le persone ci si ritrovano. Così è anche per l’amore. Essere soli non sempre coincide col rimanere soli e dalla solitudine si può rinascere anche con nuove idee, motivazioni, credenze, convinzioni, sentimenti e valori.

Da questi presupposti si dipana la vita di Margherita da Laviano, poi divenuta Santa Margherita da Cortona (1247-1297). Talvolta le persone vogliono rimanere sole per ricercare sé stesse o desiderano un intimo spazio riflessivo. Invece è differente e molto doloroso trovarsi esclusi dagli altri nei rapporti di vicinanza, affetto e conforto. L’essere esclusi potrebbe significare ritrovarsi dapprima in un grande deserto inospitale ma poi, da lì, ripartire. Questo è quello che avrà vissuto e provato Margherita?

Santa Margherita da Cortona

La storia di Margherita

Brevemente ripercorriamo alcuni punti della sua esistenza, per aiutarci a individuare una risposta. Margherita nasce in Umbria – a Laviano, frazione poco distante da Castiglione del Lago – da una famiglia umile e rimane, fin da piccina, orfana di madre. Da giovanissima e bellissima, si innamora e, more uxorio, va a convivere con Arsenio, un ricco signore toscano della vicina Montepulciano. I due amanti ebbero un figlio e spesso dimoravano in una proprietà di Arsenio presso Valiano.
Al tempo, erano in atto le faide tra guelfi e ghibellini e, per alcuni, l’amato Arsenio, durante una battuta di caccia, fu ucciso in un agguato ordito dalla fazione avversaria. Per altri l’assassinio fu tramato dai parenti preoccupati della possibilità di veder dirottata l’eredità del giovane signore verso Margherita e verso il figlio della colpa.
Margherita, non vedendo tornare a casa il suo adorato, preoccupata e sola, si racconta che seguì il suo cagnolino fino alla vicina località umbra di Giorgi, dove trovò il corpo esanime del suo beneamato. Oggi una quercia, detta del Pentimento, e una piccola chiesa sono a testimonianza dell’accaduto e in ricordo di Margherita. In conseguenza del fatto imprevisto e delittuoso, rimase sola con suo figlio; fu infatti scacciata, svergognatamente e in modo deciso, dalla famiglia di Arsenio e anche dalla propria: lei era una ragazza madre, inaccettabile per quei tempi.

 

Quercia del Pentimento

La vita in convento

Nelle difficoltà e nella solitudine del momento, si accostò e trovò conforto spirituale presso i frati francescani di Cortona divenendo, nel tempo, terziaria dell’Ordine, mentre il suo ragazzo era stato affidato ai frati minori aretini. Nella fede si dedicò agli altri, dando sostegno con opere di carità e istituì una Confraternita per l’assistenza ai poveri e ai malati. Nella vita pubblica era percepita come una donna concreta e di polso, riconosciuta come mediatrice di pace. Il suo corpo è oggi conservato a Cortona, nella Basilica dedicata e fu fatta Santa a circa 500 anni dalla sua morte.
L’amore è stato una fiamma, arsa sempre nel suo cuore, per Arsenio, per il figlio e in particolare per gli altri, a cui ha dedicato gran parte della sua esistenza. Anche quando gli altri la tradivano e la rinnegavano, lei non cessava di amarli. Solitudine e amore, sono state le pietre miliari che l’hanno accompagnata nella strada della vita. Non di meno, è di grande importanza la sua determinata e notevole capacità di reazione a fronte delle avversità successe.
A tal proposito ci viene da scrivere una frase del cantautore americano Jim Morrison, definito il poeta prestato alla musica: «Non è forte chi non cade, ma chi, cadendo, ha la forza di rialzarsi».

L’Umbria è una regione lontana dal mare: a sinistra ci vogliono 138 km per arrivare all’Adriatico e a destra 335 km per raggiungere il Tirreno. Eppure in questa regione, che ha conosciuto il mare solo qualche milione d’anni fa, la collana di corallo è stata un oggetto a cui non si poteva rinunciare.

Era il regalo della suocera alla nuora e, nel caso la suocera non avesse avuto disponibilità, ci pensava la mamma della sposa. La collana non poteva assolutamente mancare: ogni figlia che andava sposa doveva essere protetta da fatture e malefici.
La collana aveva perle rigorosamente digradanti ed era quella centrale a conferirle il vero valore. La perla centrale doveva essere grande, addirittura esagerata per meglio esibire la ricchezza della famiglia. Una tradizione tramandata fino agli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso, quando in ogni circostanza importante si doveva sfoggiare la collana di corallo. Ormai il suo valore scaramantico è stato dimenticato: la collana col suo colore sanguigno non protegge più dalle influenze maligne, è semplicemente bella da portare e più si è distanti dal mare più la si apprezza.
Chi oggi tratta ancora coralli in Umbria afferma che la collana rossa è tornata di moda e che se ne vendono tante. La lavorazione però non si fa qui e gli artigiani capaci di ricavare perle e altri manufatti dalle colonne coralline sono sempre più rari.

 

Un monile antico

In Umbria, anche quando i collegamenti erano difficili e rischiosi, come nel Medioevo, i coralli si trovavano sempre. Li avevano gli speziali, che li macinavano per farne medicine per i ricchi, li dipingevano i pittori, caricandoli di tutti i simboli religiosi e magici allora conosciuti ed erano portati dalle donne che potevano permetterseli.
I pittori del Quattrocento e del Cinquecento hanno amato molto il corallo, tanto che Piero della Francesca, Pinturicchio, Bronzino e diversi pittori umbri hanno spesso raffigurato Gesù Bambino con una collanina da cui ne pende un rametto. Il colore rosso ricorda il sangue, la forma articolata dei rami del corallo ricorda la circolazione sangue e il tutto preannuncia il futuro martirio. Il Bambino con collanina più famoso è certamente quello in braccio alla Madonna di Senigallia di Piero della Francesca.
Ormai il corallo viene da mari lontani perché il Mediterraneo lo ha quasi tutto esaurito. Sembra incredibile, ma solo 50 – 60 anni fa a Torre del Greco (Napoli) si lavorava solo il corallo di prima qualità mentre il resto veniva usato per costruire le case o come materiale di riempimento sotto l’asfalto. Oggi, girando per Torre del Greco, si possono ancora vedere muri fatti con pietre e corallo. Adesso che il mondo si è ristretto, il commercio del corallo si è allargato anche se il materiale da gioielleria è sempre più difficile da reperire.
Ci è stato spiegato che il corallo rosa e quello pelle d’angelo vengono dal Pacifico, quello rosso scuro (detto moro) proviene dal Giappone, mentre la qualità migliore è ancora quella del Mediterraneo e in particolare quella di Alghero dove però, per trovare una bella barriera, si deve scendere fino a 120 metri di profondità.

Nella Tabula Cortonensis, manufatto in bronzo del II secolo a.C., per la prima volta in assoluto appaiono il nome etrusco del lago Trasimeno – chiamato Tarsminass – e il riferimento ad alcuni possedimenti terrieri, in particolare a un vigneto.

La tabula è stata ritrovata spezzata in 8 parti, di cui solo una è dispersa. È ospitata presso il MAEC, il celebre Museo dell’Accademia Etrusca di Cortona ed è la terza scrittura etrusca conosciuta più lunga per i suoi contenuti. Si tratta di un «atto giuridico di 40 righe in lingua etrusca, che riporta l’arbitrato relativo ad una eredità contestata di un importante patrimonio fondiario dislocato tra il Lago Trasimeno e Cortona» (Massimo Pittau).

 

Tabula Cortonensis

 

L’influenza dell’etrusca città di Cortona arrivava, con il suo territorio, fino al tratto spondale lacustre che va da Tuoro a Borghetto. Nelle 7 parti della tabula a noi giunte, al di là della loro importanza linguistica, scientifica e storica, ci preme sottolineare l’importanza del Tarminass per gli Etruschi; un lago, unitamente alla Val di Chiana, ricco e generoso dal punto di vista alimentare (pesce, olio, vino e grani).
Infatti nella sacralità della civiltà etrusca il mangiare era considerato un fatto religioso e il vecchio lago Trasimeno era ritenuto un luogo sacro: era considerato la rappresentazione terrena della volta celeste.
Secondo l’etruscologo Giovanni Colonna l’immagine del lago Trasimeno è stata trasposta nel fegato di Piacenza o fegato etrusco; è un modello bronzeo di fegato di pecora con iscrizioni, suddiviso in settori riservati alle diverse divinità. Era usato dai sacerdoti etruschi, gli aruspici, per leggere le viscere degli animali sacrificati per ricavarne auspici.
Gli Etruschi consideravano il Trasimeno il luogo d’unione tra le dodecapoli di Cortona, Chiusi e Perugia dove fiorivano gli scambi commerciali, l’artigianato, la pesca e l’agricoltura. A proposito di coltivazioni, nella tabula cortonensis si fa riferimento a un vigneto: è il più antico atto notarile della storia del vino. È stato questo documento che, nel 2015, ha aperto la mostra Arte e Vino che si è svolta a Verona, un evento importantissimo collegato all’Expo. Ricordiamo che gli Etruschi consumavano grandi quantità di vino in varie occasioni; avevano l’usanza di miscelarlo, anche per coprirne i difetti, con acqua e con miele, insieme a spezie, fiori o formaggio.
Della magnificenza del Tarminass se ne accorse, come raccontato nel XVI secolo da Matteo dall’Isola nella sua Trasimenide, anche Trasimeno, il principe etrusco figlio del Re Tirreno, che si innamorò della ninfa lacustre Agilla. I due giovani vissero una bellissima e struggente storia d’amore sulle rive lacustri che finì tragicamente con la scomparsa, tra le acque del lago, del giovane principe.
Si racconta che, ancora oggi, la triste ninfa stia cercando il suo amato: quando un’onda fa muovere repentinamente una barca non è altro che Agilla che sta cercando tra le acque il suo Trasimeno e quando le foglie al vento si muovono provocando un suono simile a un lamento, pare che sia la dolce ninfa che piange il suo amato… ascoltare per credere.

Tra i mestieri tradizionali della Bevagna medievale, il più caratteristico è legato alla lavorazione della canapa, per la fabbricazione di tele e cordami.

Nel suo Saggio georgico sulla proprietà dell’acque del torrente Lattone e commercio delle tele in Bevagna del 1782, Alessandro Aleandri scrive: «Fra tutte per altro le arti, che quivi a perfezione son giunte, verun’ altra avvenne, che possa in elevazione contendere coll’arte di tessere e imbiancare d’ogni specie le Tele. Buona parte del territorio di Bevagna è attivissimo alla produzione e cresciuta della Canape, di cui si raccoglie quantità considerabile. Raccolta in Bevagna la Canape v’è tutto il modo di macerarla in alcuni Fossi a ciò destinati, chiamati perciò Maceratori, cinquecento passi in circa lungi dall’abitato. Compiuta la macerazione, ed incigliata dai Contadini la Canape, passa alle Botteghe dei Canapari, delle quali se ne contano nell’abitato in gran numero, vivendo perciò la maggior parte della Plebe coll’esercizio di quest’arte. Ridotta all’opportuno lavoro viene poi consegnata alle Filatrici, dalle Filatrici passa all’Orditrici, e Tessitrici, dalle quali si lavorano le Tele di diversa qualità, giusta il desiderio di chi ne fa l’ordinazione. In Bevagna si conta un numero infinito di Telari, sicché ascendono a migliaia le Tele che in ciascun mese si lavorano. La tela si divide in quattro pezze, e ciascuna pezza in ventisette braccia, o sia in nove Canne Romane. Lavorate le tele resterebbe di imbiancarle e dovrebbesi mandarle altrove, se non vi fosse anche qui la maniera d’eseguirlo non solo però evvi tal comodo; ma egli è tale che non evvi luogo in tutta l’Europa, ove le tele naturalmente riducansi a più perfetto biancheggio, quanto da noi e il cui perfetto biancheggio proviene soltanto dalle acque del nostro Lattone. Questo torrente denominato Lattone rimane lungi circa due miglia da Bevagna, sotto un Castello denominato la Torre del Colle. Sebbene dagli Abitanti della Torre non si usi alcuna particolarità né segreto per biancheggiare, con tutto ciò è infallibile che l’acque del detto Lattone bianchiscono più di tutte l’altre acque, benché non si usi né calce, né sapone, né si raddoppino tanti bucati, quanti se ne usano in altri luoghi di biancheggio. Giunte finalmente al grado del desiderato biancheggio, le genti della Torre del Colle le stendono in vari prati, presi in affitto per asciugarle. Indi a perfezione purgate le riportano a’ rispettivi mercadanti in Bevagna, incontrandosi di continuo per la strada che conduce colà Uomini e Donne, Giovanotti e fanciulle, di fresca, di adulta, di virile e ancor di vecchia etade portar sopra la testa chi tre, chi quattro e chi per fine sei di quelle Tele. Fra le tele dunque, che si mandano a curare al Lattone vi sono le Cortinelle, che si fabbricano in tutta la Germania; la loro tirata è di circa canne 20 Romane, e si paga per curarle baj.25 la pezza. Le tele di Cento fabbricate in Baviera di tirata canne 25, e pagansi per curarle baj.30 la pezza. Le tele Navine fabbricate similmente in Baviera simili nella tirata e nel prezzo alle tele di Cento. Le tele di Bevagna di tirata canne 9, si paga per biancheggio baj.10. Vengono finalmente anche le tele di Bologna e d’altre parti, il cui biancheggio si paga più o meno secondo la loro maggiore o minor tirata ed altezza».
Aleandri così conclude il saggio: «Finché sussisterà quest’arte, non mancherà popolazione, girerà il denaro e fiorirà in Bevagna la ricchezza e l’abbondanza; ma trascurandosi si vedrà il popolo in povertà e decadenza. Si dovrebbe quindi custodire la medesima con somma gelosia e usare ogni mezzo possibile per mantenerla e accrescerla, senza frapporvi il menomo ostacolo, anche in riflesso di qualunque pubblica gravezza, potendosi in caso di bisogno aumentare gli aggravi personali, non mai però il traffico o delle canape o delle Tele, unico mezzo che ci resta in oggi per sperare la sussistenza ed aumento del Popolo di Bevagna».

 

Telaio in lavorazione

Un’antica tradizione

Da un documento di proprietà dei Conti Spetia risulta che, ancora nel XIX secolo, gran parte della popolazione vive dell’esercizio di questa arte: 2404 sono le filatrici che, dalle frazioni e dai comuni limitrofi, vengono quotidianamente a Bevagna per prendere e riportare i filati; 36 sono le botteghe per la raffinazione della canapa: 376 le donne del capoluogo impegnate nella tessitura e 381 le persone impiegate nel biancheggio delle famose Tele di Bevagna e di quelle straniere. Sembra che anche Caterina De’ Medici, andando in sposa ad Enrico II, re di Francia, porti nel suo corredo finissime camicie di canapa, tessute e confezionate a Bevagna.
In realtà, verso il Mille, la coltivazione della canapa è diffusissima su tutto il territorio pianeggiante e ricco di acque e pertanto adatto, per la sua configurazione, a questo tipo di coltura da cui contadini e artigiani traggono il loro sostentamento, contribuendo alla notorietà del borgo con la produzione di tele pregiate e cordami resistentissimi. Lo stesso Statuto documenta l’importanza che a Bevagna aveva la coltivazione della canapa e la tessitura. Nel libro terzo si vieta l’importazione della canapa di Foligno a Bevagna e nel suo distretto; è fatto obbligo al Podestà di inviare il proprio notaio ogni martedì, giorno di mercato, a controllare il Forum Canipae perché non si contravvenisse alla norma. La pena per coloro che erano stati trovati colpevoli era stabilita in decem solidis pro manna qualibet, cioè per ciascuna matassa. Veniva stabilita l’ubicazione del mercato della canapa: da porta Giuntula fino a Porta S. Vincenzo, e in nessun altro luogo e anche in questo caso il notaio del Podestà doveva esercitare un severo controllo. Si stabiliva anche che nessuno potesse passare attraverso i campi coltivati a canapa, cioè le canapine, per andare a lavare i panni ed era compito del Notaio ai Danni Dati controllare e indagare su coloro che non avessero rispettato la norma. Infine lo Statuto considerava lecito per chiunque macerare la canapa, il canapone e il lino in qualsiasi maceratoio di Bevagna e del suo distretto con il consenso degli eventuali proprietari. Il capitolo 178 definisce il salario delle tessitrici dei panni canapati in base ai nodi con precisione estrema: il compenso va da tre soldi per sei nodi e a otto soldi per quindici nodi.  Textrices, seu texentes panni canapatii accipiant pro stesa panni facti in sex legaminibus tres solidos: et pro stesa panni facti a sex usque in decem legaminibus quinque solidos, et pro stesa panni facti in undecima, et in duodecim legaminus sex solidos, et pro stesa panni facti in quatordecim legaminibus septem solidos et sex denarios, et pro stesa panni facti in quindecim legaminibus octo solidos denariorum.

 

Mercato delle Gaite

La lavorazione durante le Gaite

Per rispetto di questa antica tradizione della Bevagna medievale, nell’ambito della manifestazione del Mercato delle Gaite, una delle quattro, la Gaita Santa Maria, si è impegnata fin dall’inizio a far rivivere nei gesti e nei suoni i diversi momenti della lavorazione della canapa, ripercorrendone con fedeltà i complessi passaggi, secondo le antiche tecniche. Nel 1993 la Gaita ha pensato di arricchire il suo angolo originario dando vita alla ars guarnellariorum o arte dei cascami pesanti che lega insieme, in una stessa corporazione, gli artigiani che tessono la canapa e la lana, nonché i cordari. In un accogliente e suggestivo angolo verde i visitatori hanno modo di seguire contemporaneamente le fasi della scavezzatura e quelle della scardezzatura dei due cascami pesanti. In un angolo, Osvaldo il pastore tosa con mani esperte una grossa pecora belante, da cui ricava la lana che alcuni giovani donne lavano ripetutamente alla fonte d’acqua corrente. Mentre Cinzia e Manuela sono impegnate in questo lavoro, Maria e Gina stendono al sole la lana lavata, disponendola su camorcanne. Quella già imbiancata viene invece scardazzata a mano da Marisa e Peppinella, che la allargano in fiocchi, con gesti veloci, dopo averla unta con olio di oliva. Al centro del giardino si susseguono le fasi della stigliatura: le mannelle di canapa che stanno a essiccare al sole, vengono prese e sottoposte ai colpi ripetuti e ritmati del bastone e della maciulla, con cui Cesare e Angelo spezzano gli steli in frammenti, facilmente separabili dalla filaccia. La fibra, che ne risulta, viene passata poi al pettine; Tarsavio e Silvio, con gesti lenti ma costanti, allungano e tirano ripetutamente le fibre di canapa e lana sopra i due grossi pettini, legati stabilmente ad un tavolaccio, così da eliminare la parte più grossolana della filaccia e del fiocco e disporre le fibre in un’unica direzione, preparandole per la filatura. Ogni tanto una ragazza, Simona, preleva i fiocchi di lana e canapa, appena pettinati, per riportarli alle filatrici. Dina, Letizia e Maria su pesanti banchetti incappucciano le rocche, fatte da loro con grosse canne, con u batuffolo di fibra di canapa e lana. Le tengono strette sotto l’ascella, oppure infilate nella cintura delle lunghe sottane, così da avere entrambe le mani libere per tirare e torcere il filo che si avvolge attorno al fuso. Giacomina e Giustina fanno ruotare i naspi con sorprendente rapidità e lasciano poi cadere nel cesto, ai loro piedi, le matasse appena allacciate. Caroletta gira lentamente il filarino e il rocchetto si riempie di filo, Ope ed Elia, girano le piccole ruote che avvolgono il filo della matassa intorno ai rocchetti. Su antichi telai, con gesti precisi e ritmo cadenzato, Angela ed Elide lanciano la spoletta sopra e sotto, a destra e a sinistra, tra i fili tesi dell’ordito. La trama cresce, si allunga e la tela splende bianca e resistente. Donne in abiti succinti e coloratissimi si danno un gran daffare intorno ad alcune vasche di pietra. Stanno tingendo. Michela, Anna, Laura, Ilena, Assunta, Francesca e Pia, tingono le matasse di lana e i teli di canapa, utilizzando le tradizionali le tradizionali sostanze vegetali: il nero ottenuto dalla daphne gnidium, il giallo dalle foglie di ontano o dallo scotano, il turchino dal guado, il marrone dalla galla, il rosso dalla rubia tinctoria. Un giovane scalzo pesta le tele tessute al telaio in un grosso catino di terracotta, pieno di un liquido composto di acqua, sapone, sabbia, calce e orina, che ha il potere di conferire al panno grezzo una particolare lucentezza e resistenza.
Lungo il muro che delimita per tutta la sua lunghezza il vicoletto, rivive con fedeltà l’antica arte dei cordai: Gigi gira con pazienza e solerzia la ruota dell’antica tornetta, rallentando o accelerando, secondo le richieste degli esperti cordai, Olivo e Attadio, che per lunghi anni hanno fabbricato corde per una infinità di usi, torcendo con gesti rapidi ed esperti la fibra di canapa. Il passato, come d’incanto, si è fatto presente.

 

Mestieri delle Gaite

La canapa, una fibra versatile

Ne La Divina Villa del perugino Corniolo della Corna, che scrive nella prima metà del Quattrocento, la canapa viene al primo posto nella fabbricazione di funi, corde, reti e sartiami. Piero de Crescenzi parla dell’impiego della canapa per fare panni, camicie, lenzuola. Sempre nel Quattrocento, due grandi trattati di gastronomia e dietetica, come il Libro de arte coquinaria di Maestro Martino da Como e il De honesta vuluptade et valetitudine di Bartolomeo Platina, parlano ampiamente della canapa. Dall’antichità fino all’inizio del XIX secolo il 90% delle vele delle navi era in canapa. Fino agli anni venti del Novecento circa l’80% dei prodotti tessili e delle stoffe per vestiti, tappeti, tende, coperte, asciugamani ecc., era in fibre di canapa, considerati più caldi del cotone e tre volte più resistenti a strappi e conservabili più a lungo. Quasi fino alla fine del XIX secolo, una percentuale stimata tra il 75% e il 90% della carta fabbricata nel mondo era prodotta con fibre di canapa: oltre alla Bibbia di Gutenberg risalente al 1455, anche le opere di M. Twain, V. Hugo, A. Dumas furono stampate su carta di canapa, come la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti. Essendo una fibra forte e lucida in grado di resistere al calore, alla muffa, agli insetti e non venendo danneggiata dalla luce, pitture a olio dipinte su tele di canapa si sono conservate in buone condizioni attraverso i secoli: i quadri di Rembrandt, di Van Gogh e di altri famosi artisti erano dipinte su tessuti di canapa. Per almeno 3000 anni gli estratti di canapa (cime, foglie, radici) hanno costituito i farmaci più diffusi per il trattamento della maggior parte di malattie. Si trovano citati per la prima volta per il trattamento di disordini femminili, gotta, reumatismo, malaria, stipsi e debolezza mentale in un testo di medicina cinese del III millennio a.C. Senza dimenticare l’utilizzo per la produzione di prodotti cosmetici; per la produzione di tavole molto robuste per l’edilizia e la falegnameria; per la produzione di mattoni in cemento impastato con legno di canapa.

 


Bibliografia

Opere scelte di Alessandro Aleandri, a cura di T. Sediari e C. Vinti, Fabrizio Fabbri Editore, 1999
Un viaggio attraverso i secoli: Il mercato delle Gaite, a cura della Gaita Santa Maria, Tipolitografia Recchioni,1994
La canapa in Italia dal Medioevo al Novecento, a cura di C. Poni e S. Fronzoni, Clueb, 2005

Da maggio a ottobre l’Italia è tutta una sagra. Si celebrano santi, cibi e avvenimenti storici.

Sono feste che spesso ricordano eventi remotissimi, conosciuti solo attraverso leggende e tradizioni orali, o rievocati in nome di un passato glorioso che poi così glorioso non è stato mai. Una sagra che mi ha incuriosito è quella che si festeggiava a Gualdo Tadino: La Notte Blu –  il Medioevo nella città della cuccagna.

Qui appaiono subito due parole chiave: cuccagna e blu, ma dietro tutto questo c’è il guado. Quante parole sono state in auge e hanno caratterizzato un’epoca ma quante parole abbiamo dimenticate e di quante parole non conosciamo più il significato. Una di queste è Cuccagna, l’altra Guado e aggiungiamo anche il Blu ma per altri motivi.

 

Il Paese della cuccagna

Che cos’è la cuccagna?

La cuccagna per secoli ha significato benessere; anzi dicendo il paese di cuccagna si indicava semplicemente il luogo dove ci si poteva sfinire di mangiare e bere. È un termine strettamente legato alla fame, quella che ha torturato i nostri antenati.  Tutte le favole e i racconti che, partendo dal medioevo arrivano all’800, narravano del mitico paese di cuccagna.

Boccaccio ne parla nel Decamerone e lo chiama Paese di Bengodi; ne parla anche Manzoni nei Promessi Sposi.

 

“Ma Renzo non ardiva creder così presto a’ suoi occhi; …era veramente pan tondo, bianchissimo, di quelli che Renzo non era solito mangiarne che nelle solennità. — È pane davvero! — disse ad alta voce; tanta era la sua maraviglia: — così lo seminano in questo paese? In quest’anno? e non si scomodano neppure per raccoglierlo, quando cade? che sia il paese di cuccagna questo?” (Alessandro Manzoni – Promessi Sposi- cap. X).

 

Se il paese di cuccagna è una favola, il pays de cocagne è esistito davvero e non era uno solo. Il principale era in Francia vicino a Tolosa, poi ce ne sono stati altri anche in Italia: in Lombardia, a Sansepolcro, a Città di Castello e anche a Gualdo Tadino. Sono luoghi che per qualche secolo hanno goduto di un notevole benessere dovuto alle coque da cui cocagne e in italiano cuccagna. Tutta questa cuccagna è legata alla coltivazione della pianta Isatis Tinctoria detta GUADO, una pianta che forniva il colore blu per tingere i tessuti, le lane e anche le ceramiche. La coltivazione della pianta e l’estrazione del colore erano operazioni complesse ma alla fine si ottenevano dei pani di pigmento azzurro che in francese si chiamavano coque.

I tanti colori

Il colore guado era bello, era un azzurro tendente al verde ma, come per tutti i coloranti naturali, l’intensità del colore variava a ogni raccolta, in funzione delle condizioni climatiche e dell’ora della raccolta, fattori ai quali si doveva aggiungere il problema legato ai colori naturali: l’instabilità e la fotosensibilità.

 

Colore guado

 

La terza parola chiave è blu, anzi azzurro, che deve il suo grande successo alla religiosità medievale. In epoca romana il blu non veniva usato perché era un colore barbaro. I barbari con cui si scontravano nella selvaggia Europa si tingevano il viso di blu. Per i Romani, invece, il colore regale era il rosso porpora. Infatti, nelle prime rappresentazioni musive cristiane, quelle del IV secolo, gli apostoli vestono la toga dei senatori romani orlata di porpora. Il cristianesimo ha cambiato il colore, perché ha alzato lo sguardo in alto dove ha visto la Fede; la prima delle virtù teologali, poi ha visto che il cielo è azzurro e trasparente e lo ha preso come simbolo di purezza e trasparenza dell’anima.

L’azzurro in seguito ha acquistato sempre più prestigio ed è diventato un colore regale. Tutti volevano qualcosa azzurro come il manto della Madonna. Se il mercato vuole cose azzurre va accontentato. Allora via con l’Isatis Tinctoria, coltivata da tutti e voluta da tutti. Passata però la mania dell’azzurro le coques sono decadute. Poi con l’arrivo dei coloranti sintetici ci si è liberati da molti problemi e anche dell’Isatis Tinctoria.

Oggi, grazie al revival di ricerca sui prodotti naturali e sulle piante che sono state usate per secoli e che poi sono state abbandonate, all’Università di Perugia si studia anche la pianta del guado. Mentre tra le poche tradizioni legate all’azzurro che ancora sono rimaste vive una è quella inglese che vuole che le spose, al momento delle nozze, indossino qualcosa di azzurro come simbolo di purezza e sincerità.

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