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La “platea comunis” di Bevagna: le tre chiese, il palazzo, il pozzo, la fontana. I racconti.

Negli anni, nei secoli, la platea comunis ha cambiato tante volte il suo aspetto, conservando sempre il suo fascino. Di essa, nel corso di tutti questi anni hanno scritto storici (locali e non), medievisti e giornalisti (locali e non) celebrandone l’architettura e raccontandone la storia. Di essa, nel corso di tutti questi anni, abilissimi fotografi hanno raccontato e documentato con immagini bellissime le differenti facce. Il testo vuole essere una raccolta, seppur incompleta, di tutto ciò. Il Palazzo dei Consoli conserva quasi del tutto il suo aspetto duecentesco, notevole sia per i due ordini di belle bifore ancora quasi romaniche, che si stagliano nella massa dei solidi muri di travertino, sia per l’ampia scalinata, sia per il robusto loggiato del piano terreno, che è a due navate su grossi pilastri e volte a costoloni. La costruzione è probabilmente dovuta allo stesso Maestro Prode che si suppone autore del Palazzo Pubblico di Spello. L’interno, già ormai privo di ogni valore d’arte, nel 1886 fu ridotto a teatro, e così si conserva tuttora. Come a Spello, anche qui è ben visibile l’antico ingresso alla sala delle adunanze, al piano sopraelevato, e non è irragionevole supporre che la scala originale avesse un orientamento perpendicolare a quello attuale, e presentasse cioè il fianco alla piazza, anziché la fronte. L’arco a volta che potrebbe averla sostenuta, poteva così dare l’impressione di un prolungamento del portico. L’edificio è stato recentemente restaurato ed è stato, così, felicemente privato della torre campanaria, che ne alterava il carattere originario.

 

A cura di Federica Gasparrini, Le Guide del Viaggiatore Raffinato, Bevagna, Edimond srl 2004

Quanto alla bella Fontana di Bevagna, al centro di una delle più suggestive piazze umbre, degno di nota è il fatto che il basamento a gradini, la vasca poligonale e la tazza di foggia medievale furono aggiunti alla fine dell’Ottocento, a imitazione di esemplari duecenteschi, per abbellire l’antica cisterna a pianta ottagonale, come si può verificare dal confronto con alcune vecchie foto. L’operazione, condotta a buon esito «per fede di Popolo e per virtù di Civica Magistratura» superando «con felice ardimento gli ostacoli della natura», non fu però salutata da tutti con lo stesso entusiasmo, come risulta dal diario di Alinda Bonacci Brunamonti che a tale proposito annotò: «Il pozzo medievale della Piazza antica di Bevagna vien demolito, perché sovre’ esso appunto sorgerà la nuova fontana di marmo per l’acqua potabile[…] Tolte le prime file di pietre e di mattoni che ne sostengono il parapetto, si vede il loro profondarsi nella creta: e su quella creta, che riceve oggi per la prima volta i raggi del sole, appare una vegetazione foltissima di capelveneri certo molte volte secolari».

 

Sonia Merli, Fonti e fontane dell’Umbria, Quattroemme 2000

Capelvenere nel pozzo di Bevagna. 15 novembre 1895. Il pozzo medievale della piazza antica di Bevagna, vien demolito, perché sovr’ esso appunto sorgerà la nuova fontana di marmo per l’acqua potabile, che deve essere condotta in questi giorni da Foligno. Tolte al pozzo le prime file di pietre e di mattoni, che ne sostengono il parapetto, si vede il foro profondarsi nella creta: e su quella creta, che riceve oggi per la prima volta i raggi del sole, appare una vegetazione di capelveneri, certo molte volte secolari. E questo pozzo, forse prima d’esser pozzo medievale, fu pozzo romano, e prima di ricevere in grembo le secchie da mani guelfe e ghibelline, riceveva in antichi secoli le anfore romane; mentre sulla via Flaminia soprastante, forse tra le fanciulle succinte nei pepli e gli uomini togati, correvano i soavi distici di Properzio.

 

 

Maria Alinda Bonacci Brunamonti, Diario floreale, Guerra Edizioni 1992

Bevagna, forse è un sogno. Perché in tutto il mondo, siamo pronti a scommetterci la vita, non esiste una piazza come piazza Silvestri in cui le leggi dell’armonia sono state così scardinate, così scombussolate, così mescolate e confuse che la piazza non è più una piazza ma la faccia visibile, l’aspetto concreto di una nuova e più sublime Armonia. La chiesa di San Michele Arcangelo, il duomo, ci sta di fronte, ha la facciata parallela a corso Matteotti che – antica via Flaminia – taglia con una linea diritta tutta la Bevagna Medievale e va a perdersi nella chiocciola di strade e di piazze della Bevagna romana intorno all’anfiteatro, alle terme, al tempio: ma di fronte a San Michele la facciata della chiesa di San Silvestro e il fianco del palazzo dei Consoli si aprono come una forbice e lo scalone di trentadue gradini, che trascina tutte le linee verso l’alto, sembra costruito per stabilire rapporti con l’infinito. È dunque vero? Non è Foligno, come fino ad ora ci avevano raccontato, è Bevagna, è certamente Bevagna il centro del mondo. Ci siamo stati. Ma la fortuna è stata ed è tutta dalla nostra parte, il paradiso terrestre, anche per poche ore, è stato abitato perfino da noi. Un piccolo paradiso dove non ci meraviglieremmo di incontrare San Francesco.

 

Luigi Testaferrata, Bell’Italia: Bevagna, forse è un sogno, numero 90, ottobre 1993. Giorgio Mondadori

Se in Umbria sono tanti i piccoli centri rimasti intatti, Bevagna è un caso a sé. Per dieci giorni dell’anno, infatti, chi varca le mura della città si trova a vivere come nel Medioevo. Succede alla fine di giugno, quando viene organizzato il Mercato delle Gaite. Piazza Silvestri, con il Palazzo dei Consoli e le due chiese di S. Silvestro e S. Michele, è una cartolina del Medioevo.

 

Panorama Travel, anno 6, n. 10 ottobre 2003

La seduzione discreta dell’asimmetria. Piazza Silvestri è priva di un ordine strettamente geometrico, preferendo piuttosto la dimensione offerta dal gioco prospettico. Nella piazza, una delle più belle d’Italia, il perenne agitarsi dei poteri che qui si fronteggiavano con i loro simboli, sembra acquistarsi nella suprema sintesi della sua bellezza. Il campo visivo è maestoso e sereno, quasi severo. Una scena fatta anche di un silenzio imponente e plateale. Il palazzo dei Consoli del 1270, offre un prospetto assai stiloso, con le bifore e l’elegante loggia. Una scalinata consente di accedere al teatro Torti, del 1886. La volta cinquecentesca unisce il palazzo dei Consoli alla chiesa romanica di San Silvestro, capolavoro dell’arte romanica umbra (1195). Visitando il borgo al di fuori dei flussi turistici stagionali è più facile respirare quell’aria di raccoglimento devoto anche nell’altra ascetica chiesa che sulla piazza trova casa: la collegiata di San Michele Arcangelo (XII- XIII secolo). Oltre al romanico, la piazza fa incetta di altri stili come il finto gotico ottocentesco della fontana (1896) e lo stile classico della colonna romana a capitello corinzio, che pare casualmente posata qui nel gioco della storia. Al termine di corso Matteotti si trova la chiesa dei Santi Domenico e Giacomo, trecentesca come il vicino ex convento domenicano, ma rimodernata all’interno nel 1737.

 

Borghi d’Europa, Umbria, De Agostini 2018

Bevagna, la più bella delle piazze minori d’Italia. Sembra dipinta dai pittori del Trecento, Bevagna, perfettamente chiusa nelle sue mura medievali. Percorrendo il decumano, si sbuca nel cuore di Bevagna medievale, in quella piazza Silvestri che Bernard Berenson – storico dell’arte americano, specializzato nel Rinascimento-definì la «più bella delle piazze minori d’Italia». Scenografia urbana medievale perfetta, in un miracolo asimmetrico si affacciano la collegiata di San Michele Arcangelo, San Silvestro, il palazzo dei Consoli, con la ripida scalinata, la fontana tardo – ottocentesca che ha preso il posto della cisterna ottagonale, e la colonna romana che si erge lateralmente. Il palazzo dei Consoli era la sede della magistratura cittadina: costruito nel 1270 in pietra arenaria e travertino, ha un’ampia loggia per il mercato coperto e bifore gotiche nella sobria facciata. Nel 1560, viene annessa una grande volta esterna di collegamento con la chiesa adiacente di San Silvestro, per consentire il passaggio diretto tra i due edifici. All’interno del palazzo, il teatro Francesco Torti (1886), viene costruito in seguito a un terremoto che aveva parzialmente danneggiato l’edificio. Uno dei teatri più belli dell’Umbria. Ma come avviene nelle piazze italiane, il potere civile convive con quello religioso: le due chiese romaniche di San Silvestro (1195) realizzata dal maestro Binello, e di San Michele Arcangelo (di Binello e Rodolfo, fine XII secolo) dominano la piazza, poste una di fronte all’altra, con facciate e interni in stile romanico, sobrio, essenziale e perfettamente conservato.

 

Piazza con fontana a Bevagna

Bevagna. Foto by Enrico Mezzasoma

 

Paesaggio Italia, volume I, Umbria preziosa, da Città della Pieve a Montefalco. Gedi 2022

Piazza Silvestri, il centro artistico di Bevagna

Tutte le strade di Bevagna portano alla piazza maggiore, realizzata nel Medioevo e oggi intitolata all’entomologo Filippo Silvestri. Luogo di straordinaria bellezza, pensata come salotto della città, asimmetrica e armonica allo stesso tempo, racchiude tutti i più importanti monumenti del borgo: il palazzo dei Consoli, la chiesa di San Silvestro e quella di San Michele Arcangelo. Innalzata negli ultimissimi anni del ducato di Spoleto, nel 1195 dal maestro Binello, come attestato da una lapide posta a destra del suo ingresso, la chiesa romanica di San Silvestro è l’edificio più antico tra quelli che si affacciano sulla piazza maggiore del borgo. Sebbene oggi la basilica sia considerata un gioiello dell’architettura romanica, in passato non ebbe grande popolarità e fortuna: subì gravi danni per i terremoti del 1931 e 1832, e addirittura ne fu ipotizzata la demolizione nel 1870. Collegata al palazzo dei Consoli da un grande arco costruito nel XVI secolo, la facciata – incompleta, come evidenziato dai resti di muratura e dall’assenza del campanile, la facciata presenta blocchi di travertino e pietra bianca e rosa. Realizzata tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, pochi anni dopo la chiesa gemella di San Silvestro, e posta sul lato opposto della piazza, la chiesa di San Michele Arcangelo fu eretta dai maestri Binello e Rodoldo, i cui nomi sono inscritti sulla facciata, sul lato sinistro del portale principale. Trionfo dell’architettura romanica, fu rinnovata nel ‘700 secondo lo stile barocco: gran parte delle modifiche apportate nel XVIII secolo, tuttavia, furono poi rimosse negli anni tra il 1951 e il 1957, quando venne deciso di riportare la chiesa al suo primigenio aspetto medievale, in linea con piazza Silvestri e gli altri suoi edifici.

 

Borghi d’Italia-Spello, il Trasimeno e le colline perugine, RCS Media Group 2022

Bevagna. Una sintesi superba.

Nello scenario raccolto e al tempo stesso vigoroso di Bevagna, la piazza si qualifica come una somma di effetti e di valori che compongono, nell’arco di ottant’anni circa, una sintesi superba. Le costruzioni si dispongono su un perimetro irregolare privilegiando i principali punti di vista, così da creare una quinta teatrale inconfondibile lungo la direttrice del corso principale, sull’asse dell’antica via Flaminia. Su uno dei varchi si colloca il convento dei Domenicani, mentre il Palazzo dei Consoli si confronta con due chiese di alto pregio. Proprio di fianco alla residenza si profila San Silvestro e, sul lato opposto, campeggia la collegiata di San Michele Arcangelo, con uno scenografico portale istoriato. Alcune preziose memorie epigrafiche ci tramandano il nome del maestro Binello, artefice si S. Silvetro (1195) e di seguito coimpresario della collegiata in collaborazione con il maestro Rodolfo. Il palazzo comunale (1270) è sfornito di simili attestazioni, ma può essere agevolmente attribuito al maestro Prode.

 

Medioevo Dossier. Furio Cappelli, Atlante dell’Italia comunale, Timeline Publishing 2020

E perché non rifare alcuni degli spettacoli, dei dialoghi in piazza, usando le porte delle chiese e degli edifici per far entrare ed uscire gli attori? La piazza è già un perfetto scenario teatrale.

 


Prima parte

Una poesia scritta per noi dal nostro lettore Giovanni Alunni, amante ed esperto di dialetto perugino, per celebrare San Costanzo, patrono di Perugia.

‘N tra che iere stev’a pranzo

ho pensat’a San Costanzo,

che per tutt’i Perugini,

dei Patron’ è tra i più fini.

 

Sarà ch’evo ‘l calendario,

’n tra le man’ l’abecedario

e un libretto scritto béne

da ‘n amico che ce tiéne.

 

E ce tiene cussì tanto

che già ‘l titol’è tamanto:

La Croce, Il Legno e Il Fuoco

…e scusate si è poco!

È  un racconto sui Patroni,

de Perugia, quilli boni,

del perché l’hon fatti Santi,

che i miracol’ eron tanti.

 

L’ha scritt’uno mpò lontano…

ma che dico.. un MARZIANO!

…che di nome f’Antonino,

ma j’amici ‘l chiamon’ NINO.

 

De ‘sto Sant’ andato ‘n gloria

lu’ arconta la su’ storia,

che fu al tempo d’i Romani,

tempi brutti p’i Cristiani.

 

Così fù che ‘sto por Santo,

l’hon ‘fiettato ‘n se sa quanto,

che tra quilla e ‘l gì ‘n tla croce,

‘n c’eva morte più atroce.

 

Passò ‘ncora tanto tempo,

prima che, a cor contento,

tutto ‘l popolo pietoso

ta sto Santo virtuoso,

senza ‘nciampi e senza fallo,

‘ncuminciò a venerallo.

 

Fù cusì che la su’ Chiesa,

messa su con bona spesa,

vidde poi, con emozione

la sua prima Prucissione.

 

Anch’adess’è tradizione

tra le freghe perugine,

che von lor’ davant’al Santo,

daj‘n occhiata, mica tanto,

che si caso fa l’occhietto…

entro l’anno c’è ‘l confetto!

 

De sti tempi ‘n perugino

anche chi nun c’ha ‘n guadrino,

magna la su bella fietta

del suo torcolo ncl’uvetta!

 

Lo facen per tradizione,

che ce porta via ‘l magone

si pensano a San Costanzo

dei Patroni il più ganzo!

 

È davero ‘n gran bel Santo,

che c’onora, ce fa vanto.

La su’ storia, si la scrivi,

va tranquillo che ‘n c’arivi:

se la vol’ arconta’ sèna

c’è da fe’ ‘na settimena!

 


Grazie al libro La croce, il Legno e il Fuoco dell’amico Nino Marziano dove si parla diffusamente della vita dei nostri Santi Patroni.

La “platea comunis” di Bevagna: le tre chiese, il palazzo, il pozzo, la fontana. I racconti.

Negli anni, nei secoli, la platea comunis ha cambiato tante volte il suo aspetto, conservando sempre il suo fascino. Di essa, nel corso di tutti questi anni hanno scritto storici (locali e non), medievisti e giornalisti (locali e non) celebrandone l’architettura e raccontandone la storia. Di essa, nel corso di tutti questi anni, abilissimi fotografi hanno raccontato e documentato con immagini bellissime le differenti facce. Il testo vuole essere una raccolta, seppur incompleta, di tutto ciò. Il Palazzo dei Consoli conserva quasi del tutto il suo aspetto duecentesco, notevole sia per i due ordini di belle bifore ancora quasi romaniche, che si stagliano nella massa dei solidi muri di travertino, sia per l’ampia scalinata, sia per il robusto loggiato del piano terreno, che è a due navate su grossi pilastri e volte a costoloni. La costruzione è probabilmente dovuta allo stesso Maestro Prode che si suppone autore del Palazzo Pubblico di Spello. L’interno, già ormai privo di ogni valore d’arte, nel 1886 fu ridotto a teatro, e così si conserva tuttora. Come a Spello, anche qui è ben visibile l’antico ingresso alla sala delle adunanze, al piano sopraelevato, e non è irragionevole supporre che la scala originale avesse un orientamento perpendicolare a quello attuale, e presentasse cioè il fianco alla piazza, anziché la fronte. L’arco a volta che potrebbe averla sostenuta, poteva così dare l’impressione di un prolungamento del portico. L’edificio è stato recentemente restaurato ed è stato, così, felicemente privato della torre campanaria, che ne alterava il carattere originario.

 

Palazzo dei Consoli

 

Maria Caterina Faina, I palazzi comunali umbri. Arnoldo Mondadori Editore, 1957

Ed eccoci in Piazza Umberto I, eccoci a quello che potrebbe chiamarsi il centro artistico di Bevagna, formato da alcuni monumenti degni della massima considerazione. Cominceremo per ordine dalla chiesa e dal convento dei SS. Domenico e Giacomo, dove sorgeva la chiesa di S. Giorgio, che nel 1291 fu ceduta dal Comune al b. Giacomo Bianconi pel suo convento domenicano, e circa un secolo dopo la sua morte gli s’intitolò, incorporandola all’attuale, rimodernata nel 1736. A pochi passi sorge il Palazzo dei Consoli, che all’esterno si mantiene ancora quasi in atto nella solida e uniforme massa dei suoi muri costrutti a piccoli conci di travertino e coi due piani regolarmente accusati da piccole bifore quasi ancora romaniche, e in basso una loggia ad archi acuti e volte a crociera con pesantissime nervature. L’interno, che aveva già perduto quasi ogni valore artistico, nel 1886 fu ridotto a teatro, intitolato dal Torti, che ha dato anche argomento al sipario in cui Domenico Bruschi di Perugia, cercando di superare come meglio poteva le difficoltà di un tema arido e sfatato dalla critica, ha rappresentato Properzio che addita a esso Torti, come sua patria, Bevagna figurata nei suoi antichi monumenti. Ma affrettiamoci a visitare il più insigne monumento d’arte che oggi possegga Bevagna; cioè la tanto notevole sebbene forse non abbastanza nota Basilica di S. Silvestro, fortunatamente sfuggita al pericolo che verso il 1870 la minacciava per un malinteso disegno di allargamento della piazza. Essa, quantunque lasciata da troppo tempo in cattivissime condizioni, è una delle poche chiese del sec. XII che si conservino nella originaria integrità, non avendo subito che qualche modificazione di nessun conto, e ci offre perciò, come nessun’altra, il tipo semplice e severo della basilica romanica umbra, derivante, specie nella disposizione interna, della basilica paleocristiana. E l’autore di questa opera? Si guardi nello stipite della porta, a destra, e si leggerà un’importante iscrizione dalla quale possiamo ricavare la data 1195, regnante Enrico Imperatore; i committenti, cioè il priore Diotisalvi e i suoi frati, e l’autore maestro Binello. Di rimpetto a questa chiesa sorge l’altra, pure interessantissima e quasi gemella, di S. Michele Arcangelo, dovuta, come si legge nello stipite di sinistra, allo stesso Binello, questa volta insieme con un Rodolfo, tutt’e due certamente della scuola classica di marmorari umbri, se no forse anche della stessa Bevagna, poiché non si conoscono altre fabbriche o sculture da essi firmate. Questa facciata di S. Michele è volta a oriente, e si mantiene, come in antico, di forma semplice e severa, da farla sembrare, come l’altra, piuttosto una fortezza che una chiesa; ma è guasta da un orrendo finestrone del sec. XVIII. L’alto campanile fu rifatto posteriormente.

 

Giulio Urbini, Spello Bevagna Montefalco 1913 (ristampa anastatica a cura dell’Associazione Orfini Numeister 1997)

Bevagna è riuscita a conservare di sé quella parte che è sufficiente a fare di essa una delle città minime fra le più suggestive e caratterizzate di tutta l’Umbria. La sua piazza centrale – piazza della Libertà – ha conservato quasi intatto il suo aspetto medioevale. La sua stramba asimmetria da movimento ai severi e massicci edifici monumentali che la costituiscono. Due magnifiche chiese romaniche del XII secolo, S. Michele, con il suo alto e massiccio campanile a cuspide, S. Silvestro, bassa e primitiva, d’una primitività che fa pensare a certi arcaici suggelli di lontana nobiltà, specchiano l’una sull’altra la pietrosità delle loro severe facciate. Fra l’una e l’altra, viene a porsi di sghembo il gotico Palazzo dei Consoli, con la sua scala esterna ampia e solenne, e il suo loggiato poggiante su grossi pilastri, che reggono i costoloni delle volte.

 

Averardo Montesperelli, Viaggio in Umbria, Natale Simonelli Editore, II Edizione 1978

Il centro rappresentativo della città è comunque in piazza Silvestri. Si tratta di una delle più belle piazze dell’Umbria minore, tanto che viene spontaneo chiedersi perché minore abbia ad essere, se non per la superficialità con la quale vengono diretti, e più ancor guidati, i flussi turistici. Sulla piazza si affacciano due chiese romaniche e il palazzo dei Consoli. Di lato, una fontana ottagonale ricostruita nell’Ottocento sull’esempio di quella perugina di Fonte Maggiore, rappresenta l’unico, e in fondo inutile, falso di tutta Bevagna. Il palazzo dei Consoli fu la storica sede del Comune, e tale sarebbe rimasto se un terremoto agli inizi del secolo scorso non avesse consigliato il trasferimento alla sede attuale. Così, con scelta obbligata ma in fondo felice, il palazzo prese a ospitare il teatro, composto da quattro serie di graziosissimi palchi ottocenteschi, e i soffitti affrescati dal solito Piervittori. La singolarità del palazzo, che nella sua struttura di base risale al 1270, consiste nell’essere obliquo rispetto ai fronti delle chiese. Di fianco all’edificio dei Consoli è la basilica romanica di San Silvestro, che risale, come da iscrizione sulla facciata, al 1195. La chiesa rischiò, nel 1870, in un clima di folle euforia anticlericale, di essere sacrificata all’ampliamento della piazza. Il suo aspetto attuale è dovuto ai restauri fatti nel 1953 dalla Soprintendenza dell’Umbria, e l’impatto complessivo è di altissima emotività. Di fronte, dall’altra parte della piazza, è invece la chiesa collegiata di San Michele Arcangelo. In origine, annesso all’edificio, era un convento, e nel secolo XVIII l’edificio tutto fu trasformato secondo il gusto barocco, tanto che sulla facciata fu aperta una finestra lobata, ribassando il rosone preesistente. All’interno e nella cripta, le colonne e le strutture vennero ricoperte di stucchi. Con gli opportuni restauri del 1953 le strutture barocche sono state rimosse e ancor oggi, soprattutto sulla facciata, è possibile cogliere l’entità dell’intervento.

 

Maurizio Naldini, Bevagna, in Umbria minore, Silvana Editoriale 1990

Bevagna fu tra le prime città dell’Umbria a far sorgere, entro le proprie mura, due magnifiche chiese di stile romanico. L’erezione di San Silvestro nel 1195 e, subito dopo, quella di Sant’Angelo – detta in seguito San Michele – non sono solo manifestazione di fervore religioso, ma espressione di benessere cittadino e indice sicuro di quella piena maturità intellettuale e morale che spinge la città, concorde almeno in ciò, in tutti i suoi ceti e in tutte le sue frazioni, verso manifestazioni non dubbie di arte e bellezza. Che le due insigni opere di Binello e di Rodolfo fossero poi integrate da espressioni complementari di arte decorativa, in tutto degne del fasto architettonico del monumento al quale aderivano, non è fatto sul quale possa sorgere il dubbio. Qualche traccia che rimane e qualche frammentaria indicazione, riapparsa dalle deformanti soprastrutture seicentesche, lasciano logicamente presumere che anche a Bevagna giungesse, a gradi, l’opera meravigliosa di quei pittori e di quei marmorar, che sembrarono prescegliere questa vecchia Umbria quale culla delle più squisite manifestazioni dell’arte.

Giulio Spetia, Studio su Bevagna, Roma 1972

Si risale alla piazza Filippo Silvestri; a s. è il Palazzo dei Consoli. Bevagna era amministrata da quattro consoli; il primo scelto dal ceto nobile, il secondo era scelto dal ceto civile o mercantile, il terzo dagli artigiani e il quarto dal contado. I consoli, che sono ricordati fino dal 1187, venivano estratti a sorte ogni due mesi. Il palazzo era la sede della magistratura; al 1° piano era l’abitazione del Governatore, l’altro era invece destinato ai consoli; nel palazzo erano ospitati anche l’archivio pubblico e le carceri. La facciata che prospetta la chiesa dei SS. Domenico e Giacomo è caratterizzata da un grande scalone che dà accesso al primo piano per mezzo di una porta con arco terminale a sesto acuto; sulla destra è un arco di travertino ora richiuso che era evidente un accesso più antico del palazzo, il che comportava un diverso orientamento della scala. L’architettura del palazzo è forse da attribuire allo stesso maestro Prode che nel 1270 costruì quello di Spello. L’interno ospita dal 1886 il Teatro Torti. Tra il palazzo dei Consoli e la chiesa di S. Silvestro è un voltone costruito nel 1560 ripristinato nel 1936, per consentire ai Consoli di trasferirsi nella chiesa ad ascoltare la Messa. L’atto di nascita della chiesa di S. Silvestro è nell’iscrizione che si legge a lato della porta: «Nell’anno del Signore 1195, regnando l’imperatore Arrigo VI; il priore Diotisalvi e i suoi frati e il maestro Binello vivano in Cristo. Così sia». La chiesa aveva annesso un convento; Binello ne è il costruttore; il suo nome riappare con quello di Rodolfo nella facciata di S. Michele. La chiesa di S. Michela Arcangelo è la chiesa principale della città. Fu costruita nel sec. XII o nei primi anni del successivo; era detta nel ‘300 S. Angelo e aveva annesso un monastero; nel 1620 divenne collegiata con un priore, un proposto, 12 canonici,4 prebendati e due cappellani. Nel 166 fu restaurata; nuovi restauri subì nel 1741 e nel 1834 dopo il terremoto del 1832. Fu ripristinata tra il 1951 e il 1957 dalla Soprintendenza ai Monumenti di Perugia eliminando le sovrastrutture del sec. XVIII.

 

Carlo Pietrangeli, Guida di Bevagna, Terza Edizione 1983

Ecco la piazza, centro della città medievale. Prima di dilatarsi nella suggestione della grande apertura urbana, il corso conduce il visitatore verso la bellezza del complesso architettonico della chiesa dei Santi Domenico e Giacomo. Essa sorge sul precedente oratorio di San Giorgio, concesso nel 1291 a titolo gratuito dal Comune, al beato Giacomo Bianconi (1220-1301). Intitolata dapprima a San Giorgio, ha ricevuto nel 1387 il nome attuale. Di là, si è sotto il duecentesco Palazzo dei Consoli, maestoso e in disarmonia affascinante con gli altri edifici della piazza bellissima. In questo palazzo quattro consoli amministravano la città, e nello stesso edificio avevano sede le carceri, l’archivio e il Consiglio di Credenza, composto da sessanta cittadini. Un voltone del 1560 unisce il Palazzo dei Consoli alla chiesa di S. Silvestro, gemma del romanico in Umbria. Lo scenario è quello imperiale del Ducato di Spoleto e i costruttori sono probabilmente gli stessi che edificarono altre chiese di analogo aspetto nel territorio spoletino. A destra, era come a San Giuliano di Spoleto, un campanile, in corrispondenza del quale si segnala, all’interno, un grosso pilastro invece della colonna, mentre la parte superiore della facciata, in travertino e pietra bianca e rosa del Subasio, è incompiuta.

 

Antonio Carlo Ponti, Bevagna, Fabrizio Fabbri Editore 2011

Si leva il sipario su una delle piazze più suggestive dell’Umbria. Sorda ai biasimi del nostro tempo, questa piazza è e rimane la copula genitrice della città medievale, il punto nevralgico di due contrapposte entità, laica da un lato e religiosa dall’altro. Più che essere vista, questa piazza deve essere sentita lungo il pulsare di emozioni che ricompongono l’essenza. Epica, onirica, metafisica più di tutte le metafisiche piazze dechirichiane e ciò nonostante vera, concreta, quasi tangibile. Il suo spazio soggiace a una nuova armonia, dove il presente non è che un eco sfuggente e il tempo si ferma, avvolto su sé stesso, tra i fastigi di un paesaggio la cui irripetibilità sta nell’ordine imprevisto e anarcoide delle architetture. In quest’ordine-disordine due icone si fronteggiano e si contendono il primato in austerità e bellezza: sono le chiese di Sant’Angelo, poi detta di San Michele, e San Silvestro. La scenografia della piazza, infine, è resa assoluta dalla Fontana, con la quale nel 1889 si preferì sostituire una cisterna ottagonale. Volgendo le spalle a corso Matteotti, il duomo si erge alla nostra destra, diritto e maestoso al pari di un mastio, costruito sopra l’oratorio della Madonna della Confessione da due sapienti edificatori: Rodolfo e Binello. Nel Trecento alla prima fabbrica si addossa un monastero, mentre nel 1465 il priore, poi cardinale, Bernardo Eroli rifece a sue spese il soffitto, definitivamente compromesso nella concezione originaria dagli interventi settecenteschi. Con il suo richiamo all’essenzialità, San Silvestro è una delle visioni più carismatiche ed evocative del romanico umbro e, nonostante la sua posizione di sghembo, senza più Oriente né Occidente, lo svolgimento del significato escatologico resta illeso, tutto contenuto nella purezza della forma architettonica. Il 1195 è l’anno della consacrazione, murato alla destra del portale insieme ai nomi del committente Diotisalvi e del maestro Binello, la cui dottrina e severità d’intenti si attua sulla superficie piana della facciata, sbocconcellata in alto a causa della sua incompiutezza. Questo capolavoro è ancor più degno d’ammirazione se pensiamo ai fiumi di parole, scritte per mano dell’incompetenza, che avrebbero dovuto deliberare la sepoltura della fabbrica. La vera minaccia arriva nel 1860 dal sindaco Agostino Mattoli, che in una missiva al soprintendente di Belle Arti di Perugia argomenta così le ragioni della demolizione: «rifabbricare la Chiesa sarebbe opera troppo costosa e inutile nella considerazione che sulla Pubblica Piazza a pochi metri di distanza ve ne sono altre due; con ciò si otterrebbe di allargare la Piazza, ch’è piccola». Ma la risoluzione tarda a venire e nonostante in un documento del 1871 si trova scritto che la chiesa è destinata «per uso deposito foraggi e combustibili», di lì a poco, possiamo esser certi del suo definitivo riscatto per ordine del ministero della Pubblica istruzione. Il Palazzo dei Consoli concede ben poco alle leziosaggini dell’invenzione, preferendo una costituzione robusta, di pianta press’a poco quadrata e disposta di sguincio, in modo tale da offrire un duplice prospetto: l’uno verso San Domenico, l’altro verso San Silvestro. L’edificio ha qualcosa di aggressivo e qualcosa di titanico, in particolare nella grande scala che, nonostante in origine avesse proporzioni e orientamento diversi, a vederla oggi suggerisce una tensione superomistica e, come una caduta verso l’alto, si inerpica fino ad un portale a sesto acuto. L’eloquio teologico, cominciato in San Michele e San Silvestro, continua a un secolo di distanza nella chiesa di San Domenico. L’impresa ebbe inizio nel 1291, quando Giacomo bianconi ottenne dal Comune questo naufrago lembo di città e, con un’energia che non gli fece mai difetto, trasformò il piccolo oratorio di San Giorgio in un’oasi del monachesimo domenicano.

 


Continua…

L’esistenza preziosa tra mito e scienza di uno degli alimenti più utili all’uomo.

Da simbolo di regalità nell’antico Egitto[1] a tipicità della terra di Canaan – il paese dove scorre latte e miele – da condimento immancabile sulle tavole degli Antichi Romani che lo importavano da Melita [2] a preda del ghiotto indicatore golanera[3]: il miele, elisir di lunga vita per Pitagora, attraversa la storia del genere umano. Nell’antichità è sempre stato considerato nutrimento spirituale perché ritenuto purissimo[4] e per questo nettare degli dei, divino, poiché divine sono le stesse api che lo producono, nate dalle lacrime di Ra[5], il cui nome greco deriva proprio da miele; come da miele deriva Melissa[6], pianta a cui le api sono molto affini, ma anche ninfa nutrice che secondo il mito salva Zeus dalla crudeltà del padre Crono crescendolo a latte e miele, e che diviene nientemeno che ape per mano dello stesso Zeus, a dimostrazione della sua gratitudine. Ma la divinità delle api non è soltanto un mito, essa trova fondamento nelle loro innate capacità.

 

prodotti tipici dell'umbria

 

Le api sanno vivere in comunità con un preciso schema di condivisione, che le porta a provare le stesse cose nel medesimo momento e a comunicare danzando[7]. Sono anche fautrici di vita: «responsabili di circa il 70% dell’impollinazione di tutte le specie vegetali viventi sul pianeta, garantiscono circa il 35% della produzione globale di cibo»[8], alla quale l’Italia contribuisce in modo importante; basti pensare alle oltre 50 tipologie di miele che le conferiscono il primato mondiale per la più grande varietà di miele monoflora, testimonianza della sua ricca biodiversità.
Il miele si distingue in base a polline e propoli[9], contiene zuccheri (fruttosio e glucosio) al 70-80%, acqua al 15-20% e poi acidi organici, amminoacidi liberi, proteine, minerali, vitamine, ed enzimi; questi ultimi però si degradano nel tempo e col calore, perciò la loro quantità è sinonimo di freschezza. Il fruttosio è dotato di proprietà emollienti utili alla bocca, alla gola, allo stomaco, all’intestino[10] e al fegato dove contribuisce allo smaltimento delle sostanze tossiche. Ma a fare la differenza sono le sostanze battericide e quelle antibiotiche che non solo creano un ambiente umido assente di proliferazione batterica adatto alla guarigione[11], ma determinano la lunghissima conservazione del prodotto che va garantita da alcune buone norme: temperatura inferiore ai 20°C, recipienti scuri e/o lontani dalla luce diretta e chiusura ermetica[12].
Il miele, che ha un effetto salutare maggiore rispetto ad altri zuccheri, è perciò considerato un superfood, fondamentale tanto per l’uomo quanto per le api che se ne nutrono; questo infatti le aiuta a vivere più a lungo, a tollerare il freddo, a curare ferite, infezioni, e a disintossicarsi dai pesticidi.

 

 

Secondo uno studio condotto dalla dott.ssa Renata Alleva, risulta che l’introduzione dei variegati polifenoli del miele nelle cellule umane inibisce la formazione di radicali liberi, e attiva un sistema di riparazione delle lesioni provocate dai pesticidi al DNA. Per tanto, alla stregua dell’Olio EVO, il miele è da considerarsi prodotto nutraceutico, con l’unica avvertenza che fanno i medici di non somministrarlo ai bambini sotto l’anno di vita. Non potendo essere pastorizzato[13], potrebbe contenere la pericolosa Clostridium Botulinum, tossina botulinica che le api raccolgono dai fiori, capace di germinare nell’intestino dei bambini poiché la flora batterica ancora immatura non è in grado di espellerla. Ma oggi, il miele, è anche protagonista del prestigioso Concorso Tre Gocce d’Oro – Grandi Miele d’Italia promosso dall’Osservatorio Nazionale Miele, nel quale anche l’Umbria, con le sue apicolture, non solo conquista il titolo di miglior miele millefiori (2015) ma continua a dare dimostrazione di grande valore ad ogni nuova edizione. Ennesimo motivo d’orgoglio a testimonianza dell’importantissima biodiversità che caratterizza il cuore verde d’Italia!

 


[1] Si ritiene che per “la presenza di una testa coronata (l’ape regina) […] il Basso Egitto abbia utilizzato l’ape come simbolo territoriale e che il faraone stesso lo abbia usato, insieme al giunco, quale emblema reale, simbolo di sovranità e di comando. Per tutta la storia di questa civiltà, il Basso Egitto è stato sempre rappresentato dall’ape.”
Le lacrime di Ra. L’apicoltura e l’importanza delle api nell’antico Egitto www.mediterraneoantico.it

[2] Terra del miele – oggi meglio nota come Malta.

[3] Indicatore golanera o greater honeyguide, che in Inglese significa letteralmente grande guida del miele, è un piccolo uccello del Mozambico ghiotto di cera (uno dei pochi uccelli in grado poterla digerire) di larve e pupe, che rispondendo al richiamo dell’uomo lo guida alla ricerca delle arnie selvatiche.
L’uccellino che guida alla scoperta del miele www.focus.it

[4] Miele deriva infatti dall’antico etimo elelu che vuol dire libero da impurità.

[5] Le lacrime di Ra. L’apicoltura e l’importanza delle api nell’antico Egitto www.mediterraneoantico.it

[6] La Melissa delle api: www.terranuova.it

[7] La danza elle api è l’unico esempio di linguaggio simbolico nel mondo animale, attraverso la quale un’ape bottinatrice comunica alle altre di aver trovato una nuova fonte di cibo; nella danza risiedono le informazioni di direzione (orientamento della danza rispetto al sole), di distanza (proporzionale alla velocità della danza) e tipo di raccolto (piccolo assaggio riportato).
Guida ai Mieli d’Italia, pdf di “Osservatorio Nazionale miele” <www.informamiele.it>

[8] Il ruolo delle Api per l’uomo e l’ambiente www.isprambiente.gov.it

[9] Il polline, ricco di proteine ed enzimi, è raccolto dai fiori, la propoli è una sostanza resinosa raccolta dalle gemme e dalla corteccia delle piante.

[10] L’azione osmotica provoca un afflusso di acqua nell’intestino che ne facilita l’evacuazione.

[11] Perfetto per il trattamento di ulcere gastriche, piede diabetico, ustioni e piaghe, e per contrastare la comparsa di brufoli e acne.

[12] Il miele ha capacità igroscopica: è in grado di assorbire le molecole dell’acqua dall’ambiente circostante e con esse anche tutti gli odori.

[13] La pastorizzazione è una tecnica impiegata nel settore alimentare che ha come fine ultimo quello di garantire una lunga conservazione degli alimenti eliminando i batteri presenti in essi con l’utilizzo di alte temperature.

Per la sua incantevole posizione geografica, sul vertice di un colle che si erge al centro delle valli del Clitunno, del Topino e del Tevere, Montefalco – il cui nome è un omaggio a Federico II – è per definizione la Ringhiera dell’Umbria.

Le sue mura, fatte di mattoni e di pietre d’origine lacustre, custodiscono bellezza, storia e silenzio. Ma Montefalco è soprattutto Sagrantino.

Torre del Verziere. Foto by Enrico Mezzasoma

La sua presenza si percepisce ovunque, non solo nelle enoteche: la parte più antica, il quartiere di Porta Camiano, presenta infatti un affascinante itinerario per scoprire i vitigni storici; tra le mura di pietra, lungo i vicoli stretti che scendono dalla Piazza del Comune, vigne domestiche raccontano, con la loro presenza, il legame tra Montefalco e questo prodotto della terra che ne è simbolo e ricchezza. All’interno dell’orto del Convento di Santa Chiara si trova l’esemplare di vite più antico; in Largo della Castellina, via dei Vasari, da Largo Campo Vaccino fino a Porta Camiano si possono ammirare i filari secolari presenti sulle facciate dei palazzi.

La storia di Montefalco inizia già in età romana quando è sede di numerose ville patrizie, tra cui quella di Marco Curione che dà origine, pare, al primo toponimo – Coccorone – poi soppiantato dalla passione per il falco di Federico II. Proprio quest’ultimo lo devasta nel 1249; in seguito il borgo viene occupato dalla Curia del Ducato di Spoleto. Nell’epoca delle signorie finisce sotto i Trinci di Foligno, ma dal 1446 al 1860 ritorna sotto l’autorità della Santa Sede, che ne riconosce un governo e le concede il titolo di città nel 1848.
La visita del borgo inizia dalla chiesa-museo di San Francesco che racchiude storia, cultura e tradizione. Costruita tra il 1335 e il 1338 dai frati minori, diviene dal 1895 sede del Museo civico, che si articola in tre spazi espositivi: l’ex chiesa, la pinacoteca e la cripta. Nell’ex chiesa sono visibili affreschi di Benozzo Gozzoli raffiguranti le Storie della vita di San Francesco, una Natività del Perugino e affreschi di Scuola umbra del 1400; anche la Pinacoteca accoglie opere della Scuola umbra dal 1300 al 1700, mentre nella cripta si trovano reperti archeologici e sculture di varie epoche. Da qui si arriva facilmente nella piazza, un tempo dei Cavalieri o Campo del Certame, dove si affacciano il Palazzo del Comune, l’ex Chiesa di San Filippo Neri, oggi teatro, lOratorio di Santa Maria e residenze signorili del XVI secolo. Il tour montefalchese può continuare con la visita alla Chiesa di Sant’Agostino e con la Chiesa di Sant’Illuminata (XVI sec.), impreziosita da affreschi di Francesco Melanzio.

 

Palazzo del Comune. Foto di Enrico Mezzasoma

 

Da non perdere la costruzione dedicata a Santa Chiara da Montefalco: nel Santuario si trovano le reliquie della santa e la Cappella di Santa Croce, decorata nel 1333 con opere di Scuola umbra di eccezionale valore.
Montefalco conserva quasi intatta la propria cinta muraria, documentata già dal 1216; particolarmente importanti sono le porte: Porta Camiano, Porta Sant’Agostino, Porta San Bartolomeo (oggi chiamata di Federico II), Porta della Rocca e Porta di San Leonardo.
Se volete assaporare il vero gusto del borgo, non perdetevi l’Agosto Montefalchese e Fuga del Bove – tre settimane di spettacoli, degustazioni e l’antica giostra con la corsa dei tori – la Settimana Enologica e la Festa della vendemmia (settembre). Oltre al Sagrantino e al Montefalco Rosso e Bianco, che fanno da accompagnamento a numerosi piatti, assaggiate l’olio, il tipico risotto alla montefalchese e la selvaggina della zona. Non dimenticate i tessuti di Montefalco, ispirati ai disegni della tradizione.

 


Per saperne di più

Sant’Andrea e San Spiridione, protettori dei pescatori del lago Trasimeno, si festeggiano rispettivamente il 30 novembre e il 14 dicembre, con grande riverenza religiosa e laica.

Il lago Trasimeno, fin dalla notte dei tempi, è abbinato con l’antica arte della pesca: un binomio inscindibile! Infatti, i pescatori che solcano le acque lacustri, con le loro caratteristiche barche, fissano il loro sapiente sguardo in lontananza per scrutare le verità meteorologiche del cielo e si guardano attorno per capire i venti, la loro forza e direzione, e ancor oggi utilizzano sistemi di pesca ancestrali.

Matteo dall’Isola già nel XVI secolo, li aveva narrati e così ben descritti nella sua Trasimenide che, nei tempi odierni, quando dalla riva del lago li vediamo lanciare in acqua il giacchio o posare i tofi o i martavelli, ci sembra di riviverne gli antichi gesti.
I pescatori del Trasimeno sono una testimonianza unica e portatrice del sapere, degli aneddoti, della custodia della beltà dei luoghi ma anche delle problematiche delle antiche acque del Tarsminass, che vanno ancora maggiormente protette nel segno della tradizione e della salvaguardia di questa antica e preziosa arte della pesca, che andrebbe maggiormente tutelata, conservata e sostenuta.

 

 

Una delle tradizioni del Trasimeno è appunto la cerimonia religiosa e conviviale che celebrano i pescatori lacustri: San Spiridione è quello festeggiato da quelli di San Feliciano, mentre Sant’Andrea è celebrato da tutti gli altri pescatori del lago e non solo. Sant’Andrea, protettore universale dei pescatori, è l’Apostolo che indicò a Gesù il bambino che aveva nella cesta i pani e i pesci che poi vennero utilizzati nel miracolo della moltiplicazione, mentre San Spiridione proviene dall’Oriente – era nativo dell’Isola di Cipro – e il suo nome significa dono: il Santo protettore prescelto dai pescatori di San Feliciano.
Le celebrazioni dei due Santi sono cerimonie che annoverano grande partecipazione degli addetti ai lavori, autorità religiose, politiche e civili. Le due ricorrenze rappresentano l’incontro e il vostro inviato lacustre ne ha avuto la piacevole testimonianza diretta: l’amore per il lago, per il proprio lavoro ma anche le preoccupazioni imprescindibili del mestiere e dell’ambiente lacuale sono oggetto di costruttivo confronto e speranzoso dibattito tra i tanti intervenuti per trovare le giuste soluzioni da applicare come determinazione alle specifiche esigenze del settore.
La Cooperativa Pescatori del Trasimeno di San Feliciano, con il Presidente Aurelio Cocchini e l’AD Valter Sembolini, e quella denominata Stella del Lago di Panicarola, presieduta da Ivo Bianconi, dapprima hanno celebrato con una Santa Messa il proprio Santo e poi c’è stato un dibattito tra i convenuti. In chiusura di ciascuna ricorrenza c’è stato un momento conviviale.

 

Foto di Cooperativa dei Pescatori del Trasimeno

 

Un sano campanilismo tra le due cooperative testimonia l’amore che questa brava gente di pescatori ha per il proprio lago e per il proprio mestiere, a cui va riconosciuto un gran tributo di stima, gratitudine e solidarietà. Da parte di chi ha il potere decisionale politico e civile, si sperano ulteriori sostegni per il mondo della pesca e per gli operatori economici locali, in aggiunta a quelli numerosi già fatti, per continuare a proteggere e sviluppare l’accoglienza lacustre, così che i visitatori potranno apprezzare l’eccellenza umbra del Trasimeno e chi, come la comunità dei pescatori, ne è l’elemento prezioso, irrinunciabile, certo e caratterizzante.

È piccolo e tondo ma non è Pachino, non è Ciliegino, non è Datterino: è Cesarino.

Il pomodoro del signor Cesare è un pomodoro rigorosamente umbro che si è sviluppato sul monte Peglia e poi è sceso a valle. I pomodori che si trovano nei supermercati sono tutti F1, ma non corrono in Ferrari. Sono ibridi standardizzati, cioè il DNA della pianta è stato manipolato e modificato e hanno delle caratteristiche che non sono gradite ai contadini: hanno semi che non si ripiantano e che vanno acquistati ogni anno e per di più richiedono molta d’acqua per crescere. Invece, il pomodoro di Cesare non è un ibrido ma è uno dei pochi semi al mondo a essere geneticamente originale, è molto versatile e resistente, ma soprattutto è molto umbro. Il pomodoro di Cesare racconta una storia famigliare antica più di cent’anni che nessun pomodoro F1 può vantare.

La storia

Verso il 1890 il papà di Cesare era un contadino sul monte Peglia. Vita dura, fatica tanta, soldi pochi. Si risparmiava su tutto e non si buttava via niente. Quando il nonno è morto, Ada e Cesare ricevettero in eredità i preziosi semi del nonno e ogni anno continuarono a piantarli nell’orto. Vuoi per il lavoro, vuoi per i figli e altre cose, Ada e Cesare lasciarono la montagna e si stabilirono nella campagna di Monte Castello di Vibio. I luoghi cambiavano ma non le abitudini, e i pomodori di montagna si sono adattati alla pianura.
Ogni primavera Cesare andava a prendere una scatola da scarpe dove erano gelosamente conservati i semi dei suoi pomodori, che provenivano dalla raccolta l’anno precedente, e li spargeva sul terreno. Cesare faceva quello che per millenni hanno fatto tutti i contadini, cioè seminava i suoi semi: non era necessario comperarne nuovi ogni anno. Ci pensava la natura a non svenare la famiglia rurale.
Se i lavori nel campo erano di competenza degli uomini, la raccolta e la lavorazione dei frutti era di esclusiva competenza delle donne. Ai pomodorini umbri questa divisione del lavoro è piaciuta e si sono trovati bene con le mani femminili. Erano tanti piccoli, rossi, tondi, leggermente agro-dolci e tutti disuguali. Ada li faceva seccare sul mattonato e i più belli li accantonava per prenderne i semi per l’anno dopo. I pomodorini erano utilizzati integri, si mangiavano in insalata o sul pane o in conserva per la pasta. Una parte si appendeva al soffitto perché resisteva fino oltre Natale.

 

Il pomodoro Cesarino

 

Servivano solo per l’uso famigliare. Ogni mattina gli uomini si alzavano alle prime luci dell’alba per andare a lavorare nei campi, verso le nove tornavano a casa per fare colazione o come dicevano con una bella parola umbra, a fare lo sdigiunello. Era una colazione a base di pane, spesso secco, sfregato con i pomodori freschi, olio, sale e un bicchier di vino. La presenza del pomodoro era d’obbligo nella maggior parte dei piatti che si cucinavano in casa. Poi l’estate finiva e i pomodori belli che Ada aveva messo da parte ritornavano fuori e diventavano protagonisti. Venivano schiacciati a mano per estrarre i semi che poi si stendevano su una carta ad asciugare al sole. Quando avevano perso l’umido i semi procedevano verso la scatola da scarpe.
Il cartone li lasciava respirare senza farli ammuffire. Le stagioni si sono succedute tutte uguali: pomodori e semi, ancora pomodori e ancora semi. Improvvisamente i semi sono finiti. Disperazione. Ma la famiglia non demorde e alla fine, in fondo a un magazzino, dentro un armadio, dentro una vecchia scatola da scarpe con scritto Seme Novo si trova una manciata di semi.
Eccolo finalmente, ancora buono e abbastanza vecchio per essere definito seme autoctono, titolo che compete ai semi che non sono mutati da più di 50 anni. Ricomincia il ciclo, ma l’imprevisto è in agguato. I semi vengono lavorati con tecniche moderne, ogni fase è fatta dalle macchine. Ma il Cesarino è una pianta strana, non sopporta le macchine, lui vuole solo il tocco delicato delle donne: se le macchine lo toccano non frutta più. Che fare? Questa volta è proprio finito tutto.

 

Il pomodoro Cesarino

 

Colpo di scena, in fondo alla scatola da scarpe ci sono ancora 5 semi, esattamente 5. La famiglia entusiasta tratta i 5 come una reliquia. Si pianteranno alla luna piena di marzo. Arriva la primavera, si semina con ogni precauzione. Scelgono un terreno aperto lontano da ogni altra coltivazione di pomodori e si depositano nel terreno i 5 preziosi semi. Questa volta si ripete il miracolo, cesarino ha dato i suoi frutti. Qui è iniziata la nuova vita trionfale del pomodorino con la partecipazione di tutta la comunità rurale di San Venanzo che ha contribuito con tenacia a mantenere il seme incontaminato. Dopo un’accurata analisi del suo DNA è risultato totalmente incontaminato e di diritto è stato iscritto nel Registro Regionale delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario.

È stato riconosciuto come pomodoro nobile e raro proprio per le sue caratteristiche che lo rendo capace di resistere a siccità prolungate, con una buccia un po’ grossa che lo tutela dai vari parassiti, e con semi che fruttano ogni anno. Una piccola eccellenza umbra riservata a pochi fortunati. A me piace chiamarlo Cesarino ma sulle etichette appare come Pomodoro di Cesare, il pomodoro che nonno Cesare ha curato e conservato tutta la vita. Un’altra eccellenza umbra di nicchia, squisita e degna di diventare un presidio Slow Food.

Attraversarono il Mediterraneo come oggi fanno i migranti: nel V secolo d.C. in Siria infuriavano le persecuzioni religiose a seguito dei concili orientali. Nel V secolo d.C. dalla Siria si fuggiva e si attraversava il Mediterraneo. Nel V secolo d.C. i monaci eremiti siriaci, che avevano messo la loro residenza in una grotta nel deserto per pregare in libertà, furono costretti a scappare per avere salva la vita.

Abbazia di Sant’Eutizio

Attraversarono il Mediterraneo come fanno oggi i migranti, anche quelli che provengono proprio dalla Siria, e circa 300 monaci siriani approdarono in Italia e andarono dal Papa. Il Papa vide che il loro stile di vita era conforme ai dettami della chiesa e li accettò. Con la benedizione papale lasciarono Roma alla ricerca di un luogo adatto alle loro esigenze di solitudine. Alcuni risalirono la via Flaminia fino alla Valnerina e lì si fermarono. Era il luogo ideale per installarsi perché c’era abbondanza d’acqua, c’erano erbe con cui placare la fame e c’erano tante grotte sui fianchi della montagna. Lì gli eremiti si sistemarono. Tre di essi continuarono ad avanzare fino alla Valcastoriana: erano Spes, Fortunato ed Eutizio. Su uno sbalzo del terreno videro il luogo dove fermarsi per sempre. Il clima della valle era molto più rigido di quello dei deserti siriani e l’inverno era pieno di neve. I nostri intrepidi eremiti si videro costretti a edificare un riparo più valido di una grotta e non si adattava a una vita solitaria estrema.

I monaci siriani misero le basi anche per la vita in comunità, cenobitica e, mettendo una pietra sull’altra, iniziarono la costruzione di quella che sarebbe diventata l’Abbazia di Sant’Eutizio, uno dei primi complessi monastici sorti in Italia. Il V secolo è un’epoca assai remota, ma anche senza telefoni o televisioni o social le notizie si diffondevano e la presenza di monaci venuti da lontano non passò inosservata. Norcia è vicina alla Valnerina e alla Valcastoriana e sicuramente si sarà parlato in città dell’arrivo di questa gente che veniva da lontano e che viveva nelle grotte come i poveri più poveri.

 

Museo della Scuola Chirurgica di Preci

 

Le voci arrivarono fino a un ragazzo di Norcia destinato a far parlare di sé per molto tempo, un tal Benedetto da Norcia. Sembra che il giovane Benedetto sia entrato in contatto con questi eremiti, probabilmente comunicavano in latino, e il loro stile vita ispirò il ragazzo per elaborare il suo pensiero e la sua futura regola. Da questi incontri prese forma la cellula primordiale del monachesimo occidentale benedettino. I monaci venuti da fuori ignoravano tutto di quel luogo così pieno di verde e di erbe, ma presto conobbero l’efficacia delle erbe selvatiche, impararono a riconoscere quali andavano raccolte e quali erano pericolose. Era una questione di vita o di morte perché non basta raccogliere e mettere in bocca, il rischio di mangiare piante letali è elevatissimo. Un giorno dopo l’altro, assaggia un’erbetta oggi e cuoci una radice domani è andata a finire che i monaci di sant’Eutizio sono diventati degli erboristi raffinati e non solo. I santi monaci che erano approdati in Italia avevano portato con sé il sapere dell’arte medica, che in Siria era più avanzata, e misero le basi di quella che sarebbe diventata la famosa Scuola chirurgica preciana. Ci sarebbe ancora molto da raccontare e a Sant’Eutizio mi sarebbe piaciuto visitare il museo dedicato all’erboristeria e all’arte della chirurgia preciana. Purtroppo nel 2016 in terremoto ha devastato l’Abbazia che è a tutt’oggi impraticabile. A breve inizieranno i lavori di restauro di questo luogo così antico e così legato al nostro passato remoto. Non ci resta che aspettare.

Incontrare i fantasmi del passato: è questo l’intento con cui i primi due personaggi in cui ci imbattiamo aprendo il romanzo di Renata Covi, L’anello in Canal Grande (Bertoni Editore, 2022), iniziano l’opera di ricostruzione della storia della loro famiglia.

Scartabellano così diari, documenti e lettere custoditi in soffitta: non si tratta soltanto di svelare i segreti e chiarire i misteri irrisolti, ma anche di fare i conti con una serie di sentimenti che accompagnano il passaggio tra generazioni e la fine di un’epoca. O meglio, di diverse epoche: quei refoli di nostalgia, venati da una punta di rammarico, accomunano i personaggi – che si muovono nel presente, nella splendida cornice delle Dolomiti, e nel passato, in una Venezia animata dalla Mostra internazionale d’arte cinematografica – nel momento in cui si appropinquano a una svolta, a un punto di non ritorno, sia esso dovuto all’irrimediabile declino della vecchiaia o all’imporsi di una situazione socio-economica che ne scopre via via la precarietà. L’annoso incontro-scontro tra generazioni, in questo romanzo dal carattere corale, è dunque riproposto, ma con sfumature diverse e più ampie: si individua un prima e un dopo, sia esso la Crisi del ’29, il Fascismo, la decadenza della nobiltà o un irrecuperabile mutamento in un paesaggio altrimenti familiare.

 

 

La vicenda, ambientata alla fine degli anni Trenta, permette inoltre la restituzione dell’immagine della società dell’epoca, con le sue aspirazioni e pregiudizi, così come lo skyline della Laguna veneziana durante l’evento che più la caratterizza, ovvero la Mostra internazionale d’arte cinematografica. L’anello in Canal Grande è, dunque, anche un romanzo di costume, dando conto anche dell’emersione di nuove professioni, mode e velleità. Al tempo stesso offre un punto di vista ravvicinato sulle vicende politiche ed economiche che cominciavano a preparare il terreno per i fatti che, da lì a poco, sarebbero passati alla Storia.

Pur portando con sé delle riflessioni sul passare del tempo – consapevolezza e accettazione, certo, ma anche l’emblematico messaggio che, pur lontani nel tempo e nello spazio, i figli di ogni generazione sono afflitti dallo stesso genere di preoccupazione e pensieri – il romanzo di Renata Covi non si abbandona certo alla celebrazione dei tempi che furono e alla decadenza: lo stile dell’autrice, delicato e conciso, ne rende gioiosa e piacevole la lettura. Provare per credere.

Si tratta del terzo volume che chiude la trilogia dedicata a Braccio Fortebracci. Nella docufilm anche un richiamo al Perugino di cui nel 2023 sono i 500 anni dalla morte. 

Si chiude la trilogia dedicata a Braccio FortebracciMartedì 22 novembre, alle ore 18,30, presso la sala dei Notari di palazzo dei Priori di Perugia sarà presentata la docufiction “Braccio 3.0”, volume 3. L’iniziativa, ad ingresso libero fino ad esaurimento posti, è organizzata da Perugia1416 Aps in collaborazione con l’Associazione Umbra Rievocazioni Storiche.

 

 

Il docufilm, girato nei giorni scorsi nel capoluogo umbro e nei dintorni, rientra nel progetto della settima edizione di Perugia1416: documentario e fiction che ripercorrono la vita del condottiero per meglio comprenderne gesta e profilo  attraversando la sua avventurosa esistenza nel particolare contesto storico tra Medioevo e Rinascimento. Dalla nascita alla prematura morte, soffermandosi sul suo saggio governo e sul rispetto per la sua amata città, Perugia. Nessuna vendetta, tutt’altro: dal rispetto della forma di governo, così come del corpo accademico, delle arti e corporazioni. Un personaggio che avrebbe segnato diversamente la storia di Perugia e forse della Penisola, se non fosse prematuramente morto nell’assedio dell’Aquila, durante una delle sue campagne espansionistiche verso il sogno di un regno italico. Ripercorrerne la storia significa anche, nella docufiction, restare affascinati dalla bellezza di Perugia. Ad uno spettatore forestiero svelerà angoli segreti, dall’Archivio di Stato, alla Rocca Paolina, all’Oratorio di San Francesco dei Nobili, alla Cappella degli Oddi a San Francesco al Prato, al Cantinone di Collestrada, ai dintorni del Cassero ed altri ancora. Al perugino, quei luoghi così animati daranno il senso del tempo e la curiosità di guardarli con gli occhi di allora, curiosi dei fatti narrati. Non mancherà anche un richiamo al celebre pittore il Perugino, di cui nel 2023 sono i 500 anni dalla morte.

 

 

A illustrare la parte documentaria è ancora il noto storico Tommaso di Carpegna Falconieri mentre la fiction è commentata da uno speaker nella lettura di documenti d’archivio e testi di storici del tempo. Protagonisti sono sempre attori non protagonisti tra  rionali e armati della Compagnia del Grifoncello insieme ad altri gruppi storici provenienti da Visso e da Rimini. La regia è dell’assisano Stefano Venarucci, mentre i testi sono di Emanuela Taschini, sceneggiatrice, regista ed attrice.

“Con questa docufiction intendiamo chiudere la trilogia, ideata nel 2020 durante il lockdown ma molto apprezzata dal Ministero della Cultura, come forma nuova di divulgazione, che l’ha approvata e finanziata, insieme a Regione Umbria, Comune di Perugia, Fondazione Perugia e a vari altri privati tra cui la BCC Spello e Velino”, dichiara Teresa Severini, presidente di Perugia1416 Aps. “C’è dietro tanto lavoro – prosegue – al di qua e al di là della macchina da presa, ma soprattutto la voglia di approfondire e al tempo stesso divulgare. La programmazione di questa settima edizione di Perugia1416 prosegue e ci ritroveremo presto per un altro evento. Ma intanto godiamoci questo che rappresenta, tra l’altro, un’ottima forma di promozione della nostra terra”.

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