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La chiesa, da cui prese il nome una delle quattro gaite e che quindi lega le gaite del XII secolo a quelle di oggi, si trova in condizioni di completo degrado dovuto all’usura del tempo e all’abbandono da parte del proprietario e dell’amministrazione.

Eppure la sua storia è antichissima e travagliata. La Chiesa di Santa Maria Filiorum Comitis, edificata da Rainaldo I conte di Antignano, figlio di Monaldo e capitano di Federico I Barbarossa, oggi sconsacrata, è la più antica tra quelle conservate: se ne hanno notizie fin dal 1198.

 

Chiesa di Santa Maria Filiorum Comitis

 

Lo storico Fabio Alberti in Notizie antiche e moderne riguardanti Bevagna città dell’Umbria, 1786 scrive: «Trovo memoria di quella chiesa fin dall’anno 1198. Fu edificata da Ranaldo, padre del Conte Napoleone, e quindi fu sempre nominata Sancta Maria Filiorum Comitis. Tanto per la situazione, quanto per la struttura è una delle chiese inferiori di Bevagna, ne somministra cose speciali da riferirsi». Carlo Pietrangeli nella sua Guida di Bevagna, 1959 aggiunge: «La chiesetta di S. Maria Filiorum Comitis edificata da Rainaldo padre di Napoleone Rainaldi, nota fin dal 1198, attualmente è ridotta a bottega». Mentre, lo storico bevanate Giulio Spetia nel suo libro Studio su Bevagna, 1972 scrive: «Rainaldo volse il pensiero e il passo verso Bevagna, che ormai dotata di un regime comunale autonomo, fin dal 1187 eleggeva liberamente i propri consoli. Sull’esempio dei suoi predecessori volle dedicarsi ad opere di cristiana pietà. Fondò prima in Bevagna la chiesa di Santa Maria, che i posteri chiamarono, in omaggio al fondatore, santa Maria dei figli del conte, e venerarono per molti secoli, fino a quando il cattivo gusto dei nostri contemporanei non permise che il piccolo oratorio, dal quale aveva preso il nome una delle quattro GAITE della città, fosse tolto al culto per venir trasformato ora in una stalla ora in un’officina».

 

 

Le quattro gaite, quindi, prendono il nome dal nome delle chiese presenti nel proprio quartiere. Lo ribadisce Giulio Spetia, sempre nel suo libro: «Riguardo ai quartieri di Bevagna, essi erano quattro: li dividevano, in un verso, la via Flaminia e, in senso contrario, le due strade che allacciano la piazza principale con Porta Guelfa e Porta Molini. Essi conservarono lungamente l’antica denominazione di gaite, parola che l’uso aveva corrotto in guayte. Scendendo da Porta San Vincenzo a quella del Salvatore, si trovavano, prima della piazza, a sinistra la Gaita San Giorgio (dal nome dell’antica chiesa che fu, poi, sostituita da quella di San Domenico) e a destra a Gaita San Giovanni, dal nome della chiesa, cui doveva succedere San Francesco. Dal 1500, data la maggiore importanza assunta dall’attuale Collegiata, questo quartiere fu detto anche Gaita Sant’Angelo. Oltre la piazza, a sinistra della Flaminia, era la Gaita Santa Maria e a destra quella di San Pietro, dal nome dell’antica chiesa (oggi, forse, di S. Agostino)».

 

Affreschi interni

 

La chiesa di Santa Maria in contemporanea alle due chiese romaniche di Bevagna, quella di San Silvestro e quella di San Michele Arcangelo, ha acquistato un certo valore artistico e storico grazie all’affresco presente al suo interno quale preziosa testimonianza del suo passato religioso. Fu distrutta nel 1249 e in seguito riedificata grazie ad Astorello nipote di Orzellino dei Conti di Antignano, il quale aveva il padronato su di essa. Nel 1455, in seguito a una permuta, passò a Pietro Rainaldi. Sin dal XVI secolo la chiesa si trovava in condizioni di disagio documentate dalle visite a Bevagna di Silvio Orsini e Pietro De Lunello, rispettivamente nel 1563 e 1571. In tale periodo la chiesa non possedeva i parametri per ufficiare la santa messa e si trovava in una condizione di indecenza. Giulio Urbini, nella sua opera Bevagna illustrata del 1913, neanche la nomina, testimoniando così che la chiesa era ormai sconsacrata e dimenticata. L’affresco presente all’interno, incorniciato a mattoni sporgenti e raffigurante la Madonna del soccorso e della misericordia riconducibile alla prima metà del 1500, ma ritoccato in varie epoche – risulta notevolmente danneggiato. Un ingresso che si affaccia sull’orto e murato in un secondo tempo racchiude, dipinto sotto l’arco, un agnello con bandiera crocisignata. Oggi tutta la struttura è in uno stato di degrado avanzato, con il tetto interamente crollato e transennata da venti anni.

Con la sua forma circolare, un diametro di circa 22 metri e una profondità di circa 13, il bacino si trova a circa due chilometri a nord di Bevagna (Perugia), immerso nella natura tipica della Valle Umbra

Immergersi nel lago Aiso – o, come viene anche chiamato, lago d’Abisso o dell’Inferno – è un’esperienza unica. Il sole penetra dalla superficie parzialmente coperta di alghe, disegna giochi di luce insoliti e particolarmente suggestivi, regalando colori che raramente si possono osservare in acqua dolce. L’acqua cristallina lascia intravedere la vegetazione esterna anche dal fondo del bacino. La trasparenza è dovuta al fatto che il lago è una risorgiva artesiana alimentata da sorgenti sub-lacuali, questo fa si che l’acqua sia mossa come da una corrente.
Con la sua forma circolare, un diametro di circa 22 metri e una profondità di circa 13, il bacino si trova a circa due chilometri a nord di Bevagna (Perugia), immerso nella natura tipica della Valle Umbra e nascosto tra gli alberi, quasi come fosse uno scrigno che conserva dei segreti. E infatti tanti segreti e misteri circondano questo piccolo lago umbro.

 

Il lago sacro

Sull’origine di questo piccolo specchio d’acqua si raccontano diverse storie e leggende che fanno risalire la sua creazione a un evento di sprofondamento, ma l’età del lago sembra antica, di epoca preromana. Vicino alle sue sponde, infatti, sono state ritrovate delle statuette votive del VI-V sec a.C., dei frammenti di terrecotte e statue marmoree e delle monete. In località Aisillo Fanelli, a poca distanza dall’Aiso – sulla piana di Bevagna – sono stati svolti scavi archeologici che hanno riportato alla luce un santuario di epoca romana.
Si trattava di un luogo di culto, in quanto è presente una cavità circolare delimitata da una struttura in cocciopesto a formare un bacino, centro dell’intero complesso sacro. La funzione della suddetta vasca non è conosciuta, sembra, tuttavia, che fosse di tipo votivo, vista la presenza nel bordo di numerose monete, che, con ogni probabilità, venivano gettate al suo interno. Sono apparse anche due stanze circondate da un porticato, di cui rimangono alcune basi di colonna in arenaria e il pavimento in cocciopesto. I due ambianti conservano anche loro tracce di culto come statue ed elementi d’arredo.

 

Lago Aiso

La leggenda

Al lago d’Aiso sono legate alcune leggende, tra cui una nota fin dal Seicento. Si racconta di un ricco e avaro contadino di nome Chiarò che volle trebbiare il grano il giorno di S. Anna, giorno nella tradizione contadina dedicato rigorosamente al riposo e alla festa della madre della Madonna. Per questa sua volontà, che contravveniva alla regola – narra la tradizione – l’aia dove stava trebbiando sprofondò con tutti gli uomini che stavano lavorando, formando subito dopo un laghetto, l’attuale lago di Aiso. La pia moglie di Chiarò scampò al pericolo con un bambino, ma un rivo d’acqua la seguì e sommerse il figlio nel luogo dove ora c’è una piccola sorgente detta l’Asillo.

 


Fonte:

I luoghi del silenzio

Bollettino di archeologia

La “platea comunis” di Bevagna: le tre chiese, il palazzo, il pozzo, la fontana. I racconti.

Negli anni, nei secoli, la platea comunis ha cambiato tante volte il suo aspetto, conservando sempre il suo fascino. Di essa, nel corso di tutti questi anni hanno scritto storici (locali e non), medievisti e giornalisti (locali e non) celebrandone l’architettura e raccontandone la storia. Di essa, nel corso di tutti questi anni, abilissimi fotografi hanno raccontato e documentato con immagini bellissime le differenti facce. Il testo vuole essere una raccolta, seppur incompleta, di tutto ciò. Il Palazzo dei Consoli conserva quasi del tutto il suo aspetto duecentesco, notevole sia per i due ordini di belle bifore ancora quasi romaniche, che si stagliano nella massa dei solidi muri di travertino, sia per l’ampia scalinata, sia per il robusto loggiato del piano terreno, che è a due navate su grossi pilastri e volte a costoloni. La costruzione è probabilmente dovuta allo stesso Maestro Prode che si suppone autore del Palazzo Pubblico di Spello. L’interno, già ormai privo di ogni valore d’arte, nel 1886 fu ridotto a teatro, e così si conserva tuttora. Come a Spello, anche qui è ben visibile l’antico ingresso alla sala delle adunanze, al piano sopraelevato, e non è irragionevole supporre che la scala originale avesse un orientamento perpendicolare a quello attuale, e presentasse cioè il fianco alla piazza, anziché la fronte. L’arco a volta che potrebbe averla sostenuta, poteva così dare l’impressione di un prolungamento del portico. L’edificio è stato recentemente restaurato ed è stato, così, felicemente privato della torre campanaria, che ne alterava il carattere originario.

 

Palazzo dei Consoli

 

Maria Caterina Faina, I palazzi comunali umbri. Arnoldo Mondadori Editore, 1957

Ed eccoci in Piazza Umberto I, eccoci a quello che potrebbe chiamarsi il centro artistico di Bevagna, formato da alcuni monumenti degni della massima considerazione. Cominceremo per ordine dalla chiesa e dal convento dei SS. Domenico e Giacomo, dove sorgeva la chiesa di S. Giorgio, che nel 1291 fu ceduta dal Comune al b. Giacomo Bianconi pel suo convento domenicano, e circa un secolo dopo la sua morte gli s’intitolò, incorporandola all’attuale, rimodernata nel 1736. A pochi passi sorge il Palazzo dei Consoli, che all’esterno si mantiene ancora quasi in atto nella solida e uniforme massa dei suoi muri costrutti a piccoli conci di travertino e coi due piani regolarmente accusati da piccole bifore quasi ancora romaniche, e in basso una loggia ad archi acuti e volte a crociera con pesantissime nervature. L’interno, che aveva già perduto quasi ogni valore artistico, nel 1886 fu ridotto a teatro, intitolato dal Torti, che ha dato anche argomento al sipario in cui Domenico Bruschi di Perugia, cercando di superare come meglio poteva le difficoltà di un tema arido e sfatato dalla critica, ha rappresentato Properzio che addita a esso Torti, come sua patria, Bevagna figurata nei suoi antichi monumenti. Ma affrettiamoci a visitare il più insigne monumento d’arte che oggi possegga Bevagna; cioè la tanto notevole sebbene forse non abbastanza nota Basilica di S. Silvestro, fortunatamente sfuggita al pericolo che verso il 1870 la minacciava per un malinteso disegno di allargamento della piazza. Essa, quantunque lasciata da troppo tempo in cattivissime condizioni, è una delle poche chiese del sec. XII che si conservino nella originaria integrità, non avendo subito che qualche modificazione di nessun conto, e ci offre perciò, come nessun’altra, il tipo semplice e severo della basilica romanica umbra, derivante, specie nella disposizione interna, della basilica paleocristiana. E l’autore di questa opera? Si guardi nello stipite della porta, a destra, e si leggerà un’importante iscrizione dalla quale possiamo ricavare la data 1195, regnante Enrico Imperatore; i committenti, cioè il priore Diotisalvi e i suoi frati, e l’autore maestro Binello. Di rimpetto a questa chiesa sorge l’altra, pure interessantissima e quasi gemella, di S. Michele Arcangelo, dovuta, come si legge nello stipite di sinistra, allo stesso Binello, questa volta insieme con un Rodolfo, tutt’e due certamente della scuola classica di marmorari umbri, se no forse anche della stessa Bevagna, poiché non si conoscono altre fabbriche o sculture da essi firmate. Questa facciata di S. Michele è volta a oriente, e si mantiene, come in antico, di forma semplice e severa, da farla sembrare, come l’altra, piuttosto una fortezza che una chiesa; ma è guasta da un orrendo finestrone del sec. XVIII. L’alto campanile fu rifatto posteriormente.

 

Giulio Urbini, Spello Bevagna Montefalco 1913 (ristampa anastatica a cura dell’Associazione Orfini Numeister 1997)

Bevagna è riuscita a conservare di sé quella parte che è sufficiente a fare di essa una delle città minime fra le più suggestive e caratterizzate di tutta l’Umbria. La sua piazza centrale – piazza della Libertà – ha conservato quasi intatto il suo aspetto medioevale. La sua stramba asimmetria da movimento ai severi e massicci edifici monumentali che la costituiscono. Due magnifiche chiese romaniche del XII secolo, S. Michele, con il suo alto e massiccio campanile a cuspide, S. Silvestro, bassa e primitiva, d’una primitività che fa pensare a certi arcaici suggelli di lontana nobiltà, specchiano l’una sull’altra la pietrosità delle loro severe facciate. Fra l’una e l’altra, viene a porsi di sghembo il gotico Palazzo dei Consoli, con la sua scala esterna ampia e solenne, e il suo loggiato poggiante su grossi pilastri, che reggono i costoloni delle volte.

 

Averardo Montesperelli, Viaggio in Umbria, Natale Simonelli Editore, II Edizione 1978

Il centro rappresentativo della città è comunque in piazza Silvestri. Si tratta di una delle più belle piazze dell’Umbria minore, tanto che viene spontaneo chiedersi perché minore abbia ad essere, se non per la superficialità con la quale vengono diretti, e più ancor guidati, i flussi turistici. Sulla piazza si affacciano due chiese romaniche e il palazzo dei Consoli. Di lato, una fontana ottagonale ricostruita nell’Ottocento sull’esempio di quella perugina di Fonte Maggiore, rappresenta l’unico, e in fondo inutile, falso di tutta Bevagna. Il palazzo dei Consoli fu la storica sede del Comune, e tale sarebbe rimasto se un terremoto agli inizi del secolo scorso non avesse consigliato il trasferimento alla sede attuale. Così, con scelta obbligata ma in fondo felice, il palazzo prese a ospitare il teatro, composto da quattro serie di graziosissimi palchi ottocenteschi, e i soffitti affrescati dal solito Piervittori. La singolarità del palazzo, che nella sua struttura di base risale al 1270, consiste nell’essere obliquo rispetto ai fronti delle chiese. Di fianco all’edificio dei Consoli è la basilica romanica di San Silvestro, che risale, come da iscrizione sulla facciata, al 1195. La chiesa rischiò, nel 1870, in un clima di folle euforia anticlericale, di essere sacrificata all’ampliamento della piazza. Il suo aspetto attuale è dovuto ai restauri fatti nel 1953 dalla Soprintendenza dell’Umbria, e l’impatto complessivo è di altissima emotività. Di fronte, dall’altra parte della piazza, è invece la chiesa collegiata di San Michele Arcangelo. In origine, annesso all’edificio, era un convento, e nel secolo XVIII l’edificio tutto fu trasformato secondo il gusto barocco, tanto che sulla facciata fu aperta una finestra lobata, ribassando il rosone preesistente. All’interno e nella cripta, le colonne e le strutture vennero ricoperte di stucchi. Con gli opportuni restauri del 1953 le strutture barocche sono state rimosse e ancor oggi, soprattutto sulla facciata, è possibile cogliere l’entità dell’intervento.

 

Maurizio Naldini, Bevagna, in Umbria minore, Silvana Editoriale 1990

Bevagna fu tra le prime città dell’Umbria a far sorgere, entro le proprie mura, due magnifiche chiese di stile romanico. L’erezione di San Silvestro nel 1195 e, subito dopo, quella di Sant’Angelo – detta in seguito San Michele – non sono solo manifestazione di fervore religioso, ma espressione di benessere cittadino e indice sicuro di quella piena maturità intellettuale e morale che spinge la città, concorde almeno in ciò, in tutti i suoi ceti e in tutte le sue frazioni, verso manifestazioni non dubbie di arte e bellezza. Che le due insigni opere di Binello e di Rodolfo fossero poi integrate da espressioni complementari di arte decorativa, in tutto degne del fasto architettonico del monumento al quale aderivano, non è fatto sul quale possa sorgere il dubbio. Qualche traccia che rimane e qualche frammentaria indicazione, riapparsa dalle deformanti soprastrutture seicentesche, lasciano logicamente presumere che anche a Bevagna giungesse, a gradi, l’opera meravigliosa di quei pittori e di quei marmorar, che sembrarono prescegliere questa vecchia Umbria quale culla delle più squisite manifestazioni dell’arte.

Giulio Spetia, Studio su Bevagna, Roma 1972

Si risale alla piazza Filippo Silvestri; a s. è il Palazzo dei Consoli. Bevagna era amministrata da quattro consoli; il primo scelto dal ceto nobile, il secondo era scelto dal ceto civile o mercantile, il terzo dagli artigiani e il quarto dal contado. I consoli, che sono ricordati fino dal 1187, venivano estratti a sorte ogni due mesi. Il palazzo era la sede della magistratura; al 1° piano era l’abitazione del Governatore, l’altro era invece destinato ai consoli; nel palazzo erano ospitati anche l’archivio pubblico e le carceri. La facciata che prospetta la chiesa dei SS. Domenico e Giacomo è caratterizzata da un grande scalone che dà accesso al primo piano per mezzo di una porta con arco terminale a sesto acuto; sulla destra è un arco di travertino ora richiuso che era evidente un accesso più antico del palazzo, il che comportava un diverso orientamento della scala. L’architettura del palazzo è forse da attribuire allo stesso maestro Prode che nel 1270 costruì quello di Spello. L’interno ospita dal 1886 il Teatro Torti. Tra il palazzo dei Consoli e la chiesa di S. Silvestro è un voltone costruito nel 1560 ripristinato nel 1936, per consentire ai Consoli di trasferirsi nella chiesa ad ascoltare la Messa. L’atto di nascita della chiesa di S. Silvestro è nell’iscrizione che si legge a lato della porta: «Nell’anno del Signore 1195, regnando l’imperatore Arrigo VI; il priore Diotisalvi e i suoi frati e il maestro Binello vivano in Cristo. Così sia». La chiesa aveva annesso un convento; Binello ne è il costruttore; il suo nome riappare con quello di Rodolfo nella facciata di S. Michele. La chiesa di S. Michela Arcangelo è la chiesa principale della città. Fu costruita nel sec. XII o nei primi anni del successivo; era detta nel ‘300 S. Angelo e aveva annesso un monastero; nel 1620 divenne collegiata con un priore, un proposto, 12 canonici,4 prebendati e due cappellani. Nel 166 fu restaurata; nuovi restauri subì nel 1741 e nel 1834 dopo il terremoto del 1832. Fu ripristinata tra il 1951 e il 1957 dalla Soprintendenza ai Monumenti di Perugia eliminando le sovrastrutture del sec. XVIII.

 

Carlo Pietrangeli, Guida di Bevagna, Terza Edizione 1983

Ecco la piazza, centro della città medievale. Prima di dilatarsi nella suggestione della grande apertura urbana, il corso conduce il visitatore verso la bellezza del complesso architettonico della chiesa dei Santi Domenico e Giacomo. Essa sorge sul precedente oratorio di San Giorgio, concesso nel 1291 a titolo gratuito dal Comune, al beato Giacomo Bianconi (1220-1301). Intitolata dapprima a San Giorgio, ha ricevuto nel 1387 il nome attuale. Di là, si è sotto il duecentesco Palazzo dei Consoli, maestoso e in disarmonia affascinante con gli altri edifici della piazza bellissima. In questo palazzo quattro consoli amministravano la città, e nello stesso edificio avevano sede le carceri, l’archivio e il Consiglio di Credenza, composto da sessanta cittadini. Un voltone del 1560 unisce il Palazzo dei Consoli alla chiesa di S. Silvestro, gemma del romanico in Umbria. Lo scenario è quello imperiale del Ducato di Spoleto e i costruttori sono probabilmente gli stessi che edificarono altre chiese di analogo aspetto nel territorio spoletino. A destra, era come a San Giuliano di Spoleto, un campanile, in corrispondenza del quale si segnala, all’interno, un grosso pilastro invece della colonna, mentre la parte superiore della facciata, in travertino e pietra bianca e rosa del Subasio, è incompiuta.

 

Antonio Carlo Ponti, Bevagna, Fabrizio Fabbri Editore 2011

Si leva il sipario su una delle piazze più suggestive dell’Umbria. Sorda ai biasimi del nostro tempo, questa piazza è e rimane la copula genitrice della città medievale, il punto nevralgico di due contrapposte entità, laica da un lato e religiosa dall’altro. Più che essere vista, questa piazza deve essere sentita lungo il pulsare di emozioni che ricompongono l’essenza. Epica, onirica, metafisica più di tutte le metafisiche piazze dechirichiane e ciò nonostante vera, concreta, quasi tangibile. Il suo spazio soggiace a una nuova armonia, dove il presente non è che un eco sfuggente e il tempo si ferma, avvolto su sé stesso, tra i fastigi di un paesaggio la cui irripetibilità sta nell’ordine imprevisto e anarcoide delle architetture. In quest’ordine-disordine due icone si fronteggiano e si contendono il primato in austerità e bellezza: sono le chiese di Sant’Angelo, poi detta di San Michele, e San Silvestro. La scenografia della piazza, infine, è resa assoluta dalla Fontana, con la quale nel 1889 si preferì sostituire una cisterna ottagonale. Volgendo le spalle a corso Matteotti, il duomo si erge alla nostra destra, diritto e maestoso al pari di un mastio, costruito sopra l’oratorio della Madonna della Confessione da due sapienti edificatori: Rodolfo e Binello. Nel Trecento alla prima fabbrica si addossa un monastero, mentre nel 1465 il priore, poi cardinale, Bernardo Eroli rifece a sue spese il soffitto, definitivamente compromesso nella concezione originaria dagli interventi settecenteschi. Con il suo richiamo all’essenzialità, San Silvestro è una delle visioni più carismatiche ed evocative del romanico umbro e, nonostante la sua posizione di sghembo, senza più Oriente né Occidente, lo svolgimento del significato escatologico resta illeso, tutto contenuto nella purezza della forma architettonica. Il 1195 è l’anno della consacrazione, murato alla destra del portale insieme ai nomi del committente Diotisalvi e del maestro Binello, la cui dottrina e severità d’intenti si attua sulla superficie piana della facciata, sbocconcellata in alto a causa della sua incompiutezza. Questo capolavoro è ancor più degno d’ammirazione se pensiamo ai fiumi di parole, scritte per mano dell’incompetenza, che avrebbero dovuto deliberare la sepoltura della fabbrica. La vera minaccia arriva nel 1860 dal sindaco Agostino Mattoli, che in una missiva al soprintendente di Belle Arti di Perugia argomenta così le ragioni della demolizione: «rifabbricare la Chiesa sarebbe opera troppo costosa e inutile nella considerazione che sulla Pubblica Piazza a pochi metri di distanza ve ne sono altre due; con ciò si otterrebbe di allargare la Piazza, ch’è piccola». Ma la risoluzione tarda a venire e nonostante in un documento del 1871 si trova scritto che la chiesa è destinata «per uso deposito foraggi e combustibili», di lì a poco, possiamo esser certi del suo definitivo riscatto per ordine del ministero della Pubblica istruzione. Il Palazzo dei Consoli concede ben poco alle leziosaggini dell’invenzione, preferendo una costituzione robusta, di pianta press’a poco quadrata e disposta di sguincio, in modo tale da offrire un duplice prospetto: l’uno verso San Domenico, l’altro verso San Silvestro. L’edificio ha qualcosa di aggressivo e qualcosa di titanico, in particolare nella grande scala che, nonostante in origine avesse proporzioni e orientamento diversi, a vederla oggi suggerisce una tensione superomistica e, come una caduta verso l’alto, si inerpica fino ad un portale a sesto acuto. L’eloquio teologico, cominciato in San Michele e San Silvestro, continua a un secolo di distanza nella chiesa di San Domenico. L’impresa ebbe inizio nel 1291, quando Giacomo bianconi ottenne dal Comune questo naufrago lembo di città e, con un’energia che non gli fece mai difetto, trasformò il piccolo oratorio di San Giorgio in un’oasi del monachesimo domenicano.

 


Continua…