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L’Umbria conserva e custodisce la memoria della straordinaria vicenda artistica di Raffaello; in tutta la regione infatti, il maestro urbinate ha lasciato tracce, dirette o indirette, della sua arte.

Stendardo. Recto, La Crocifissione. Olio su Tela. Pinacoteca Comunale di Città di Castello

Fu un pittore e un architetto tra i più celebri del Rinascimento. Considerato uno dei più grandi artisti di ogni tempo, le sue opere segnarono un tracciato imprescindibile per tutti i pittori successivi, tanto che fu di vitale importanza per lo sviluppo del linguaggio artistico dei secoli a venire. Raffaello nacque a Urbino «l’anno 1483, in venerdì santo, alle tre di notte, da un tale Giovanni de’ Santi, pittore non meno eccellente, ma sì bene uomo di buono ingegno, e atto a indirizzare i figli per quella buona via, che a lui, per mala fortuna sua, non era stata mostrata nella sua bellissima gioventù».[1] Una seconda versione identifica il giorno di nascita dell’artista il 6 aprile.

A scuola dal Perugino

La città di Urbino fu determinante per la formazione del giovane: Raffaello infatti, fin da giovanissimo, aveva accesso alle sale di Palazzo Ducale, e poté ammirare le opere di Piero della Francesca, Francesco di Giorgio Martini e Melozzo da Forlì. Ma il vero e proprio apprendistato ebbe luogo nella bottega del Perugino, dove ebbe modo di riscoprire, attraverso le raffinate variazioni del maestro, la rigorosa articolazione spaziale e il monumentale ordine compositivo.
Raffaello intervenì negli affreschi del Collegio del Cambio a Perugia: la sua pittura è riconoscibile dove le masse di colore assumono quasi un valore plastico. È proprio in questo contesto che Raffaello vide per la prima volta le grottesche, dipinte sul soffitto del Collegio, che entrarono in seguito nel suo repertorio iconografico.[2]
Nel 1499 un sedicenne Raffaello si trasferì a Città di Castello, dove ricevette la sua prima commissione indipendente: lo Stendardo della Santissima Trinità, commissionato da una confraternita locale che voleva offrire un’opera devozionale in segno di ringraziamento per la fine di una pestilenza – oggi conservato nella Pinacoteca Comunale di Città di Castello. Si tratta di una delle primissime opere attribuite all’artista, nonché l’unico dipinto dell’urbinate rimasto nella città tifernate. Lo stendardo raffigura nel recto la Trinità con i santi Rocco e Sebastiano e nel verso la Creazione di Eva. Evidenti sono ancora i precetti dell’arte del Perugino, sia nel dolce paesaggio sia negli angeli simmetrici con nastri svolazzanti.

 

Sposalizio della Vergine. Olio su Tela, realizzata per la Chiesa di San Francesco a Città di Castello, ora conservata alla Pinacoteca di Brera

 

A Città di Castello l’artista lasciò almeno altre due opere: la Crocifissione Gavari e lo Sposalizio della Vergine per la chiesa di San Francesco. Nella prima è facile notare una piena assimilazione dei modi del Perugino, anche se sono evidenti i primi sviluppi verso uno stile proprio. Oggi è conservata alla National Gallery di Londra. La seconda  invece è una delle più celebri opere dell’artista, che chiude il periodo giovanile e segna l’inizio della fase della maturità artistica. L’opera s’ispira alla pala analoga realizzata dal Perugino per il Duomo di Perugia, ma il confronto tra i due dipinti rivela profonde e significative differenze. Entrando nella piccola ma deliziosa chiesa di San Francesco, accanto alla cappella Vitelli costruita nella metà del 1500 su disegno di Giorgio Vasari, è presente l’altare di San Giuseppe, che custodisce una copia dello Sposalizio della Vergine, poiché l’originale, rubata dalle truppe napoleoniche nel 1798, è conservata nella Pinacoteca di Brera.

Le opere realizzate a Perugia

Intanto la fama dell’artista iniziò ben presto a diffondersi in tutta l’Umbria; giunse così nel capoluogo umbro: Perugia. In città gli venne commissionata la Pala Colonna, per la chiesa delle monache di Sant’Antonio e nel 1502-1503 la Pala degli Oddi, commissionata dalla famosa famiglia perugina per la chiesa di San Francesco al Prato. Nel 1503 l’artista intraprese molti viaggi che lo introdussero nelle più importanti città italiane quali Firenze, Roma e Siena. Ma le commissioni dall’Umbria non tardarono ad arrivare: nel 1504 venne commissionata la Madonna con il Bambino e i santi Giovanni Battista e Nicola, definita Pala Ansidei.
Nello stesso anno firmò a Perugia l’affresco con la Trinità e Santi per la chiesa del monastero di San Severo, che anni dopo Perugino completò nella fascia inferiore. Opera di cruciale importanza fu la Pala Baglioni (1507) commissionata da Atalanta Baglioni per commemorale i fatti di sangue che portarono alla morte di Grifonetto, suo figlio. L’opera fu realizzata per la chiesa di San Francesco al Prato a Perugia. Nella pala l’urbinate rappresentò l’indescrivibile dolore di una madre per la perdita del figlio e il vitale slancio di turbamento, attraverso una composizione monumentale, equilibrata e studiata nei minimi dettagli.

Trinità e Santi. Affresco

Trinità e Santi. Affresco. Cappella di San Severo, Perugia

 

Raffaello divenne il pittore di riferimento per le più grandi e importanti famiglie perugine come i degli Oddi, gli Ansidei e i Baglioni, affermandosi come un grande artista di rilievo; nel contratto della sua opera, l’Incoronazione della Vergine, per la chiesa delle monache di Monteluce, venne citato come il miglior maestro presente in città.
Raffaello morì il 6 aprile del 1520 di febbre ,provocata, come precisa Vasari, «da eccessi amorosi». Questo anno ricorre il cinquecentesimo anniversario dalla morte. Raffaello fu al vertice della stagione artistica del Rinascimento, portando la sua pittura ai massimi livelli di bellezza e armonia. Giovanni Paolo Lomazzo scrisse: «Raffaello aveva nel volto quella dolcezza e quella bellezza dei tratti che tradizionalmente si attribuiscono a nostro Signore».
Visse la sua vita con grande impegno e continuità, donando alle generazioni future il suo incredibile talento e la sua preziosa arte, tanto da meritarsi già in vita l’appellativo di divino.

 


[1] Giorgio VasariLe vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettiVita di Raffaello da UrbinoFirenze 1568.
[2] Paolo Franzese, Raffaello, Mondadori Arte, Milano 2008, p. 13.

Pietro Vannucci detto Il Perugino, è considerato uno dei massimi esponenti dell’umanesimo e il più grande rappresentante della pittura umbra del XV secolo.

Il pittore si muove in un contesto storico che è quello del tardo umanesimo. «Nella città di Perugia nacque ad una povera persona da Castello della Pieve, detta Cristofano, un figliuolo che al battesimo fu chiamato Pietro (…) Studiò sotto la disciplina d’Andrea Verrocchio». (Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri. Parte seconda. Giorgio Vasari).

 

Autoritratto Perugino

Il Perugino nasce nel 1450 a Città della Pieve e le sue prime esperienze artistiche umbre si appoggiarono probabilmente a botteghe locali come quelle di Bartolomeo Caporali e Fiorenzo di Lorenzo.

Fin da giovanissimo si trasferisce a Firenze, dove inizia a frequentare una delle più importanti botteghe: quella di Andrea del Verrocchio. La città dei Medici fu fondamentale per la sua formazione; infatti i contemporanei lo considerarono di fatto, un maestro fiorentino d’adozione.

Nei suoi capolavori si cela un’intimità religiosa: le dolci colline tipicamente umbre, il paesaggio boschivo realizzato con più tonalità di verdi, il tenue modellato dei personaggi e gli svolazzanti nastri degli angeli sono i suoi stilemi decorativi che poi trasmise anche al suo allievo: Raffaello.

Le opere in Umbria e non solo

Una delle sue prime opere documentate è L’adorazione dei Magi e il Gonfalone con la Pietà, entrambe nelle sale espositive della Galleria Nazionale dell’Umbria.

Nel 1473 il Perugino ricevette la prima commissione significativa della sua carriera: i francescani di Perugia, gli chiesero di decorare la nicchia di San Bernardino. Otto tavolette che insieme componevano due ante che chiudevano una nicchia con un gonfalone con l’effigie del santo.

Più tardo (1477-1478) è l’affresco staccato, oggi nella Pinacoteca Comunale di Deruta, con il Padre Eterno con i santi Rocco e Romano, con una rara veduta di Deruta nel registro inferiore; probabilmente commissionata per invocare la protezione dei Santi Romano e Rocco, poiché un’epidemia di peste imperversava nel territorio di Perugia.

Nel 1478 continuò a lavorare in Umbria, dipingendo gli affreschi della cappella della Maddalena nella chiesa parrocchiale di Cerqueto, nei pressi di Perugia.

Raggiunta la fama venne chiamato nel 1479 a Roma, dove realizzò uno dei più grandi e prestigiosi lavori: la decorazione della Cappella Sistina, lavoro al quale partecipano anche Cosimo Rosselli, il Botticelli e il Ghirlandaio. È qui che realizza uno dei suoi tanti capolavori: La consegna delle Chiavi a San Pietro, il Battesimo di Cristo e il Viaggio di Mosè in Egitto.

Nei dieci anni successivi Perugino continuò a spostarsi tra Roma, Firenze e Perugia. Tra il 1495 e il 1496, plasmò un altro capolavoro: la Pala dei Decemviri, chiamata così perché realizzata su commissione dai Decemviri di Perugia per la cappella nel Palazzo dei Priori. Dipinse poi il Polittico di San Pietro, con la raffigurazione dell’Ascensione di Cristo, la Vergine, gli Apostoli, nella cimasa Dio in gloria, nella predella l’Adorazione dei Magi, il Battesimo di Cristo, la Resurrezione e due pannelli con i santi protettori di Perugia.

Nello stesso periodo lavorò alla decorazione della Sala dell’Udienza nel Collegio del Cambio a Perugia, ciclo terminato nel 1500. Il 1501-1504 è l’anno in cui realizzò lo Sposalizio della Vergine, dipinto per la Cappella del Santo Anello nel Duomo di Perugia, iconografia ripresa da Raffaello per la chiesa di San Francesco a Città di Castello.

 

Sposalizio della Vergine

 

Il Perugino continuò a ricevere commissioni; infatti realizzò la Madonna della Consolazione, il Gonfalone della Giustizia e la Pala Tezi, conservate nelle sale espositive della Galleria Nazionale dell’Umbria e la Resurrezione per San Francesco al Prato, commissionata per l’omonima chiesa perugina.

Eccelse opere del pittore sono conservate anche a Città della Pieve, non lontano dal confine con la vicina Toscana. Presso Santa Maria dei Bianchi e la Cattedrale dei SS Gervasio e Protasio, si trovano alcune delle sue opere più significative come l’Adorazione dei Magi.[1]

Seguendo i passi del Perugino, tappa obbligata è poi Panicale, pittoresco paese che fa parte dei Borghi più Belli d’Italia. Nella Chiesa di San Sebastiano si trova l’opera il Martirio di San Sebastiano, un’intera parete affrescata dall’artista. Un’altra tappa importante per scoprire tutta l’arte del Divin Pittore è Fontignano, dove nel 1511 il Perugino stabilì la sua bottega per sfuggire alla peste.

 

San Sebastiano. Cerqueto

 

Proprio di peste il pittore morì nel 1523-1524, mentre lavorava a un affresco raffigurante L’adorazione dei pastori commissionatogli per la piccola Chiesa dell’Annunziata, l’affresco lasciato incompiuto dal Perugino, ma finito dai suoi allievi, e infine una Madonna con bambino, l’ultima opera da lui completata nel 1522.
Perugino fu l’iniziatore di un nuovo modo di dipingere; l’artista va alla costante ricerca di paesaggi di più vasto respiro, ammirando l’esempio dei precedenti fiorentini come Filippo Lippi, Domenico Veneziano e Beato Angelico, ben noti in terra umbra. Il Perugino procede verso una lenta e graduale conquista del naturale. L’armonia insita nel paesaggio peruginesco fu creata da un approccio mistico con la natura e da un’arte che, piuttosto che fondarsi sull’intelletto e sull’addestramento dell’occhio, come avveniva a Firenze, scaturiva dal cuore e dalla forza dei sentimenti.[2]
Il Perugino segnò così il gusto di un’epoca.

 


[1] Emma Bianchi, “Petro penctore”: l’Adorazione dei magi e la confraternita di Santa Maria dei Bianchi di Città della Pieve, in Perugino e il paesaggio, Silvana Editoriale, 2004, pp. 119-128.

[2] Silvia Blasio, Il paesaggio nella pittura di Pietro Perugino, in Perugino e il paesaggio, Silvana Editoriale, 2004, pp. 15-41.

Berto di Giovanni, pittore umbro, pur non essendo di alto respiro poetico, presenta un certo interesse sia per le fonti spesso illustri alle quali si ispira, sia per il variare di stile nelle sue opere e aiuta a comprendere come l’arte del Perugino e di Raffaello abbiano notevolmente influito anche sulle minori personalità umbre.

Berto di Giovanni è menzionato per la prima volta in un atto notarile del 3 gennaio 1488: il suo nome figura infatti nella Matricola dei pittori per Porta Sole, anche se alcuni documenti lo nominano come Alberto o Ruberto. Viene citato per la prima volta come camerlengo dell’arte e nel 1502 riceve vari pagamenti insieme a Eusebio da San Giorgio e Nicolò da Cesena per l’affresco, ora scomparso, di una camera destinata al vescovo nella canonica del duomo.

 

Berto di Giovanni. San Giovanni Evangelista scrive l’Apocalisse. Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria

Nella bottega del Perugino

Berto di Giovanni lavorò a bottega dal Perugino insieme ad altre notevoli personalità: Eusebio da San Giorgio, Sinibaldo Ibi, Ludovico d’Angelo e Lattanzio di Giovanni.
La bottega era una piccola realtà nella quale si condividevano i contrasti sociali, il proprio tempo e la propria esperienza. Questa comunità portò allo sviluppo di una Koiné linguistica; uno stile in cui diventa veramente difficile cercare di isolare in precisi contorni le zone d’ombra individuali, soffocate dalla necessità di aderire a uno stile comune e vincente.[1]
Una tra le maggiori opere del pittore è la Madonna con il Bambino tra i Santi Giacomo Maggiore e Francesco; prima a San Francesco del Monte e ora nella Galleria Nazionale dell’Umbria. La Vergine seduta in un ampio paesaggio tiene in grembo il Bambino, che stringe tra le mani una coroncina di fiori; i Santi sono inginocchiati accanto a lei, mentre due angeli in volo le pongono sul capo una corona. Il Bambino deriva dal cartone rovesciato utilizzato per la Madonna della collezione Kress, ora nella National Gallery di Washington, con opportune modifiche al visino e al braccio destro per fargli impugnare, ben visibilmente, la corona di fiori.
Il paesaggio che si apre alle spalle dei protagonisti rende la tavola ancora più affascinante. Il linguaggio figurativo della composizione sembra articolarsi su più registri: da una parte la calma di una composizione tipicamente peruginesca ormai arcaizzante, dall’altra un’evoluzione dei personaggi più moderna, visibile nella resa del chiaroscuro che avvolge San Giacomo; ciò porta a una difficile lettura della tavola.[2]
Datata 1507 è la Sacra conversazione, ora a Londra a Buckingham Palace, nella cui predella sono raffigurate la Natività della Vergine Assunta e lo Sposalizio della Madonna. La pala mostra un prevalente influsso peruginesco con qualche ricordo della Pala Ansidei di Raffaello.
Il pittore partecipò anche a un’eccelsa opera, ora conservata nella Pinacoteca Vaticana: l’Incoronazione della Vergine, realizzata da Raffaello, poi completata da Giulio Romano e Francesco Penni. Berto di Giovanni prese parte alla realizzazione della predella, ora nella Galleria Nazionale dell’Umbria.[3]

 

Berto di Giovanni, Gonfalone del duomo, Perugia, cattedrale di San Lorenzo

 

Nelle quattro scene della predella i forti contrasti di colore mostrano la netta influenza di Giulio Romano. Infatti, nell’ultimo periodo, Berto di Giovanni fu attratto dal grande pittore dei Gonzaga e si abbandonò a una tecnica manieristica di tocco duro, con forti risalti chiaroscurali, ben lungi dalla precedente morbidezza di colorito delle piccole tavole.
Percorrendo le sale della Galleria Nazionale dell’Umbria si possono ammirare altri capolavori del pittore: S. Giovanni Evangelista in Patmos con lunetta con l’Eterno e la predella con le Storie del santo, che venne eseguita per le cistercensi di Santa Giuliana a Perugia. Nella tavola si può notare la goffa rappresentazione dell’evangelista ripresa dalla figura di Pitagora nella Scuola di Atene; nella predella invece, si rileva un forte incupimento dei colori ravvivato solo da qualche lumeggiatura. L’ultima opera certa conservata nel duomo di Perugia è un gonfalone fatto dipingere nel 1526 in occasione della peste, posto sopra un altare nella navata sinistra.[4]

 


[1] Laura Teza, Un dipinto in società: Perugino, Berto di Giovanni e la Bottega del 1496, pp. 47-61, in Pietro Vannucci e i Pittori Perugini del Primo Cinquecento. I lunedì della Galleria. Atti delle Conferenze 23 febbraio-10 maggio 2004, a cura di Paola Mercurelli Salari, Soprintendenza per i Beni Architettonici, il Paesaggio, il Patrimonio Storico Artistico ed etnoantropologico dell’Umbria, Perugia, Ponte San Giovanni.
[2] F. Santi, Galleria Nazionale dell’Umbria. Dipinti, sculture e oggetti dei secoli XV-XVI, Roma, 1985, p. 140, la considera di Giannicola, mentre F. Todini, La pittura umbra dal Duecento al Cinquecento, Milano, 1989, I, p. 278 e Mercurelli Salari, Pittore di ambito peruginesco 9, Madonna con Bambino, due angeli, i santi Giacomo Maggiore e Francesco, in Perugino e il paesaggio, catalogo della mostra (Città della Pieve, 28febbraio-18 luglio 2004), Milano 2004, p.60 vicina a Berto di Giovanni.
[3] Dictionary of Painters and Engravers Biographical and Critical, by Michael Bryan, p. 119, New Edition Revised and Enlarged, Edit by Robert Edmund Graves B.A., of the British Museum. Volume I A-K, London 1886.
[4] Enciclopedia Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, Volume IX, 1967.

L’estate a Firenze è torrida, laggiù in basso, sotto l’Appennino e lontano dal mare. Anche Perugia è lontana dal mare, ma almeno è in cima a una collina e c’è sempre una bavetta di vento che rinfresca.

Sicuramente in quel caldo luglio del 1503 Pietro Vannucci stava rimpiangendo la sua città. Lavoro e famiglia lo avevano portato a Firenze e lì era costretto a sopportare il caldo. Ci sono dei momenti in cui il caldo toglie anche la forza di pensare, nemmeno sapere che a settembre l’estate se ne va, riesce ad alleviare la sensazione di essere dentro un forno e di cuocere a fuoco lento.
Però lui doveva lavorare anche con il gran caldo e, mentre lavorava, succhiava i suoi confetti.  Il suo pusher di fiducia era Di Giovanni che gli procurava, a caro prezzo, quelle piccole delizie che rallegravano le lunghe ore da passare seduto davanti alle tele. Di Giovanni era lo speziale della farmacia Al Giglio, ed era abituato ad ascoltare le richieste degli artisti, e non stiamo parlando d’imbianchini o spaccapietre, ma dell’Olimpo dell’arte italiana del Rinascimento.

Il pittore in nero

Nelle sfere più alte dell’Olimpo c’era lui, il pittore dal viso tondo e grassottello, fronte alta, capelli lunghi sul collo, berretto in testa, guance e naso rubizzi, e un’elegante giacca di velluto nero. Il Perugino si è ritratto così, nella Sala del Cambio a Perugia, si è ritratto come un uomo non giovane e sempliciotto. Sembra affetto da couperose, quella malattia che dilata i capillari facendo venire le guance rosse, ma forse soffriva di fragilità capillare oppure era stato molto all’aria aperta. Questa seconda ipotesi è poco probabile, dato che allora i pittori lavoravano perlopiù dentro lo studio oppure in chiesa.
Pietro Vannucci da Città della Pieve, detto il Perugino, era stato uno dei più influenti pittori della sua epoca, e come tutti i migliori, aveva lavorato a Roma per il Papa e per le grandi committenze. Il Perugino e i suoi colleghi – i pittori del Rinascimento – non usavano molto il nero perché colore del lutto. Preferivano i colori delicati che si sposano meglio con la serenità annunciata da «quant’è bella giovinezza… chi vuol esser lieto sia». Pietro Vannucci usa il nero nel Compianto del Cristo morto e nelle Deposizioni perché il dolore richiedeva anche tratti di nero. Invece nei suoi ritratti indossa sempre una giacca nera, forse perché era alla moda tra gli artisti. Anche nel ritratto fatto dal suo allievo, indossa una giacca nera molto elegante e in testa ha un berretto nero abbinato alla giacca. Quell’allievo, che era Raffaello, ha dipinto con affetto il grande maestro mentre guarda lo spettatore con aria seria, con lo sguardo intenso di una persona intelligente. Raffaello e Perugino, allievo e maestro.

Il Perugino in un ritratto di Raffaello e Lorenzo di Credi, Galleria degli Uffizi

Confetti con un cuore

Nel luglio 1503 l’artista lavorava e mentre lavorava succhiava i confetti con l’anima di semi di coriandolo. I confetti si succhiano e in bocca il piacere dura a lungo. D’altronde il Perugino era un signore benestante che poteva permettersi i confetti e mantenere con larghezza la famiglia. I coriandoli confetti, che a lui piacevano, erano noti fin dai tempi dei romani perché ritenuti digestivi, tanto che li aveva fatti servire anche Lorenzo de’ Medici alla fine del suo pranzo di nozze.
Lo speziale Di Giovanni registra che in luglio i garzoni del pittore, una volta Donato un’altra volta Jacopo, sono andati a prendere tre once di confetti, in tutto circa due etti, ma hanno portato a casa anche altre specialità medicinali: zuccheri rosati e violati, cotognate e altre squisitezze erano le preparazioni medicinali del tempo.
Se Mary Poppins cantava: «basta un poco di zucchero e la pillola va giù», all’inizio del Cinquecento lo zucchero lavorato costituiva la pillola. Zucchero e mele cotogne erano la base da elaborare con spezie e sughi di piante, fino a formare dei solidi a forma di dattero, di manina, di tondino anche di morselletto.
Perugino si trattava come un ricco petroliere e non badava certo a spese per soddisfare il suo piacere e curare la sua grande famiglia, perché i prodotti che lui acquistava erano, come scritto nel Ricettario Farmaceutico Fiorentino del 1498: «solo per ricchi e potenti».

I malanni della famiglia Vannucci

Purtroppo non tutto era roseo. Nel 1503 la sua fama di Vannucci vacillava perché avanzavano le nuove tendenze che volevano più forza e più tormento nella pittura e nella scultura. La serenità dell’Umanesimo non era più di moda e non corrispondeva alla durezza dei tempi. Vedere di non essere apprezzato e addirittura criticato, com’era accaduto alla corte dei Gonzaga, aveva lasciato il segno, e lui dormiva male. Di Giovanni gli prepara delle pilloline di Diacodio e altre di Fumosterno, che contenevano papavero per schiare l’umor nero e conciliare il sonno. Così almeno si credeva.
I registri dello speziale sono preziosi, perché lui ha annotato tutti gli acquisti dei suoi clienti permettendoci di conoscere, negli anni, le malattie che circolavano nella famiglia Vannucci. Apprendiamo così che stomaco e intestino erano i suoi punti deboli e anche quelli della moglie. Mandavano spesso a prendere la polvere di Cassia e di Agarico agarico che sono piante lassative, e si permettono anche la Trifera persica.
Questo rimedio di antica origine persiana, da cui il nome Persica, era una preparazione molto complicata e conteneva tutte le piante che svolgono un’azione lassativa: prugne e agarico, ma anche rose rosse, olio di viole e viole secche. Allora non si guardava alla ricerca o alla modernità, allora si pensava che un rimedio antico fosse garanzia di efficacia. Infatti si usavano anche pezzetti di mummia, perché se la mummia aveva passato tanti millenni senza distruggersi voleva dire che era sicuramente efficace. Punti di vista.
Tante volte il maestro mandava a prendere «cose stomachiche» cioè dei rimedi buoni per il curare lo stomaco della moglie. Di Giovanni consegna tante volte ai garzoni queste «cose stomachiche» e prepara anche un «sacheto di erbe a lo stomacho della donna». Chiara Fancelli, figlia di un famoso architetto fiorentino, era la moglie e la madre dei cinque figli del Perugino. Lui aveva dipinto decine di volte la Madonna. L’aveva dipinta al momento dell’Annunciazione, l’aveva dipinta mentre adorava il Bambino e con il Bambino in braccio. Per dipingere la Madonna si era servito sempre di modelle giovani e belle e forse, la più bella, è stata proprio Chiara Fancelli, che sembra essere stata di fragile costituzione. Forse erano stati i parti a debilitare la salute della donna.
I prodotti che uscivano dalle spezierie antiche erano dei rimedi con indicazioni varie, e molti erano considerati una panacea, cioè erano dei rimedi che curavano tutto – dalla peste al mal di testa, alle pulci del cane. A casa Vannucci entrano due preparati che sono quasi delle panacee, ma che potrebbero aver a che fare con il parto. Infatti la pomata Infrigidante di Galeno era considerata anche un aiuto per le doglie, mentre l’acqua di capelvenere era ritenuta utile nel dopo parto. Sarà vero? Non lo sapremo mai.
Però lo speziale Di Giovanni ha fatto scendere dall’Olimpo il Perugino, lo ha portato vicino a noi che soffriamo di mal di stomaco, che prendiamo l’influenza, che facciamo fatica a dormire e che amiamo succhiare delle cose buone. Quando vi troverete tra le mani dei confetti al coriandolo ricordatevi che hanno attraversato i secoli e che sicuramente piacevano al Divin Pittore dalla giacca nera.


  1. A. Covi, New sources for the study of italian Renaissance art., 1969.
  2. Covi, Tacuinum de’ spezierie, Perugia, ali&no, 2017.