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Decima edizione diretta da Daniele Corvi. Tra gli ospiti Pupi e Antonio Avati, Marco Bocci, Laura Chiatti, Brando De Sica, Paolo Genovese, Claudia Gerini, Laura Morante, Jerzy Skolimowski. Madrina del Festival Elisabetta Pellini.

Soffia su 10 candeline il Love Film Festival di Perugia, primo festival cinematografico in Italia incentrato sul tema dell’amore con la direzione artistica di Daniele Corvi.

La manifestazione, che premia con il Grifone d’oro le pellicole italiane e internazionali uscite in sala nell’anno precedente per le categorie di Miglior film, Migliore regia, Miglior attrice, Miglior attore, Miglior sceneggiatura e Miglior cortometraggio, nel corso degli anni ha visto alternarsi nello storico Palazzo dei Priori, talenti del cinema quali Marco Bellocchio, Alessio Boni, Raoul Bova, Abel Ferrara, Elio Germano, Paolo Genovese, Madalina Ghenea, Giancarlo Giannini, Luca Manfredi, Giovanna Mezzogiorno, Don Most, Franco Nero, Roman Polanski, Walter Saxer, Carlo Verdone, Paul Verhoeven e molti altri. L’edizione 2024 è dedicata alla passione e si terrà a Perugia dal 27 al 30 giugno 2024Madrina del festival l’attrice Elisabetta Pellini.

In concorso, tra gli altri, i film Dante, di Pupi Avati, La caccia, di Marco Bocci, Mimì – Il principe delle tenebre di Brando De Sica, Eo, del regista polacco Jerzy Skolimowski, Encounter Love, del regista cinese Chen Fei, Maschile Plurale, di Alessandro Guida e il documentario Mostruosamente Villaggio di Valeria Parisi, dedicato a Paolo Villaggio. Tra i cortometraggi segnaliamo Grazie Lina di Yari Gugliucci, con Lina Wertmuller, e fuori concorso Tutto il tempo del mondo di Daniele Barbiero, con protagonista Enzo Miccio, dedicato una malattia rara e poco conosciuta, l’angioedema ereditario.

Tra gli eventi del festival: un incontro con il regista attore Marco Bocci e l’attrice Laura Chiatti, una masterclass con il regista Pupi Avati e il produttore Antonio Avati; la presentazione del libro Il rumore delle cose nuove del regista e sceneggiatore Paolo Genovese; un incontro con l’attrice Laura Morante; la presentazione di Se chiudo gli occhi. Vita, amori e passioni di una pragmatica sognatrice, autobiografia di Claudia Gerini; e in chiusura un concerto-racconto in onore di Ennio Morricone del compositore Alessandro De Rosa.

 

Laura Chiatti nel film “La Caccia”

 

Tra gli altri ospiti, l’attore e regista Brando De Sica, l’attrice Michela Giraud, il regista e sceneggiatore Jerzy Skolimowski (in video collegamento), il conduttore televisivo Enzo Miccio. Il manifesto del Love Film Festival è dedicato all’attore perugino Filippo Timi, fotografato con Lucia Mascino da Gianluigi Di Napoli.

Il Love Film Festival è sostenuto dalla Fondazione Perugia e ha il patrocinio di Rai Umbria, media partner TGR. Il Festival aderisce al progetto “No woman no panel” per la parità di genere.

 


Info: www.perugialovefilmfestival.com

Associazione Perugia Love Film   info@perugialovefilmfestival.com

«Sono onorato e molto soddisfatto per questo risultato. È una candidatura che corona il percorso di successo del documentario, un successo sia di critica che di pubblico».

Il documentario Perugino. Rinascimento immortale, diretto da Giovanni Piscaglia e narrato dall’attore Marco Bocci, è entrato nella cinquina della categoria Documentari sull’Arte dei Nastri d’Argento 2024. Il premio viene assegnato alle opere più meritevoli dal Sindacato Nazionale dei Giornalisti Cinematografici: delle cinque selezionate, tre andranno alla super finale da cui uscirà il vincitore che riceverà il premio.

 

Marco Bocci e Giovanni Piscaglia

 

Il docufilm di Piscaglia (qui trovate la nostra intervista) racconta la vita e le opere del Perugino, partendo dal suo legame con l’Umbria e dai paesaggi luminosi che spesso l’artista ha immortalato sullo sfondo dei suoi dipinti. Ma vuole soprattutto riscattare la figura di Pietro Vannucci, dandogli il giusto posto nella storia dell’arte e mettendone in luce le novità, i meriti e il carattere.

«Sono onorato e molto soddisfatto per questo risultato. È una candidatura che corona il percorso di successo del documentario, un successo sia di critica che di pubblico, e consolida il mio rapporto con la Galleria Nazionale dell’Umbria – tra i più positivi della mia carriera – e soprattutto con l’ex direttore Marco Pierini, che ha dato il via al progetto. Sono anche felice per l’Umbria, alla quale viene riconosciuto il valore di una realtà storico-artistica e paesaggistica di notevole importanza» ci spiega Giovanni Piscaglia.

 

Il dietro le quinte del ducufilm

 

Il regista non è nuovo ai Nastri d’Argento: «Nel 2019 sono arrivato in finale con Van Gogh. Tra il grano e il cielo (nei primi tre che è secondo step di scrematura dopo l’annuncio della cinquina) e ho ricevuto una targa, anche se non ho vinto. Poi, nel 2020, Ermitage (il docu d’arte sul museo di San Pietroburgo), del quale ho scritto la sceneggiatura, si è portato a casa il Nastro d’Argento come Miglior documentario d’arte. Certo, vincere il premio per la regia di un prodotto tutto mio che ho iniziato da solo, sarebbe bellissimo. È un percorso che ha coinvolto piano piano tante realtà, partendo da Arpa Umbria per proseguire con la produzione di Mario Paloschi per Ballandi, fino alla distribuzione con Nexo Digital. Senza dimenticare Marco Bocci, presente a tutte le presentazioni e con il quale ho stretto una bella amicizia. Mi raccomando… tifate, tifate tifate» conclude il regista. Ora non ci resta che incrociare le dita e aspettare il verdetto nelle prossime settimane.

«Mi piace pensare che Vannucci non sarebbe potuto essere il Perugino e non avrebbe potuto creare quel linguaggio artistico legato al paesaggio di cui è stato innovatore, se non fosse stato umbro».

A 500 anni dalla morte, il 3, 4, 5 aprile arriva nei cinema italiani Perugino. Rinascimento immortale, prodotto da Ballandi e diretto da Giovanni Piscaglia che, insieme a Marco Pisoni e Filippo Nicosia, ne ha realizzato anche il soggetto. Il documentario, attraverso la voce dell’attore Marco Bocci, racconta la vita e le opere del Divin Pittore, partendo dal legame con l’Umbria e dai paesaggi luminosi che spesso l’artista ha immortalato sullo sfondo dei suoi dipinti.

Il regista Giovanni Piscaglia. Foto by Alessandro Bachiorri

Ma è soprattutto un docufilm che vuole riscattare la figura di Pietro Vannucci, dandogli il giusto posto nella storia dell’arte e mettendone in luce le novità, i meriti e il carattere.
Il progetto, sostenuto dal Ministero della Cultura, Regione Umbria e Arpa Umbria, vanta gli interventi di esperti come il direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria Marco Pierini, il direttore delle Gallerie degli Uffizi di Firenze Eike Schmidt, la professoressa di Storia dell’architettura presso l’Università di Firenze Emanuela Ferretti, il geografo all’Università di Bologna Franco Farinelli, la storica dell’arte della Galleria Nazionale dell’Umbria Veruska Picchiarelli, lo storico Franco Cardini, il coreografo e ballerino Virgilio Sieni. Il regista Giovanni Piscaglia ci racconta il suo film, ma soprattutto ci regala un Perugino forse inedito e meno conosciuto che si merita di stare tra i grandi nomi dell’arte italiana.

Giovanni, il docufilm vuole essere in qualche modo un riscatto per l’artista, non solo allievo di Piero Della Francesca e maestro di Raffaello…

È il primo film che racconta la sua figura e ha quindi lo spirito di riabilitarne la memoria. Siamo abituati a sentir parlare di Perugino sempre legato a qualcun altro e soprattutto accostato a Raffaello: questo marchio è dovuto a Giorgio Vasari che nelle sue Vite lo ridimensiona a figura di secondo livello, descrivendolo con toni dispregiativi e riportando aneddoti e tratti del carattere negativi. Vasari lo inserisce tra i maestri dai quali distaccarsi e che realizzano un’arte sorpassata; riesce a elogiarlo solo quando si bagna nell’Arno e va a lavorare a Firenze. Prima, per lui, è solo un pittore provinciale. Il docufilm vuole smentire il biografo, portando allo spettatore prove e documenti, ascoltando le voci dei maggiori studiosi e storici dell’arte, analizzando le opere nel dettaglio e cercando una verità diversa da quella giunta fino ai giorni nostri con l’obiettivo di riscattarlo.

È un artista amato e richiesto nel suo tempo, che però sbiadisce nel corso dei secoli successivi… 

Esatto. Perugino è stato spesso criticato per la sua impostazione artigianale molto tecnica, che si basava sulla bottega. È stato uno straordinario capo bottega e proprio grazie al suo laboratorio ha realizzato dipinti che hanno fatto il giro d’Italia, dettando e creando un vero e proprio linguaggio pittorico. Questo lo ha reso una star, all’epoca. La sua sfortuna però è stata quella di vivere a lungo e diventare contemporaneo di Leonardo, Raffaello e Michelangelo: tre geni che a differenza sua lavoravano di loro mano e che inventarono figure di rottura. Vannucci divenne così un pittore obsoleto ancor prima del tempo.

 

Foto by Alessandro Bachiorri

Quali sono gli aspetti della sua figura che vengono messi più in risalto nel film?

Come detto, il primo obiettivo è quello di riconsegnargli la fama che aveva quando era in vita. C’è poi un aspetto fondamentale che è quello sul suo attaccamento al territorio umbro: nonostante molti lo considerino un pittore fiorentino – perché a Firenze ha raggiunto la sua maturità e ha avuto la consacrazione da Lorenzo il Magnifico che lo ha portato ad affrescare la Cappella Sistina – il legame col territorio d’origine è stato presente per tutta la sua vita. I paesaggi che dipinge non sono paesaggi umbri reali, però i colori, le valli, la vegetazione e i laghi ricordano quelli dell’Umbria. Mi piace pensare che Vannucci non sarebbe potuto essere il Perugino, e non avrebbe potuto creare quel linguaggio artistico legato al paesaggio di cui è stato innovatore, se non fosse stato umbro. Un’altra parte fondamentale del film è quella che lo celebra come un vero pittore. Un artista che amava ciò che faceva e che soprattutto amava l’arte; che è morto a Fontignano con il pennello ancora in mano mentre dipingeva l’ennesima Adorazione dei pastori. Anche se vecchio e in declino ha continuato a sviluppare le sue opere e a essere a suo modo innovatore. Questo è per confutare quello che Vasari – e molti dell’epoca – pensavano di lui, e cioè che fosse un pittore avaro e legato ai soldi, che dipingeva solo per arricchirsi e non per una necessità artistica.

Lei, che idea si è fatto?

Penso che sia stato un uomo del suo tempo e che sicuramente ha avuto un buon senso degli affari. Aveva creato un marchio di fabbrica e uno stile riconoscibile che si è diffuso in tutt’Italia. Era un uomo che sapeva concentrarsi molto e che non lasciava niente al caso, perché i suoi dipinti, ancora oggi, hanno grande freschezza: penso a quelli di Panicale e Città della Pieve. Era un ottimo pittore e possedeva una notevole maestria, oltre a essere uno straordinario disegnatore e uno straordinario interprete delle figure femminili. Insomma, un uomo di luce e ombra: da una parte sapeva fare affari e ottenere grandi commissioni, utilizzava la bottega per fare più opere possibili e spesso sempre uguali, ma questo non deve distogliere l’attenzione dal fatto che aveva un’ottima mano.

 

Durante le riprese del docufilm. Foto by Alessandro Bachiorri

Com’è partito il progetto del docufilm?

Il progetto è nato grazie all’amicizia e alla stima reciproca che mi lega alla Galleria Nazionale dell’Umbria e in particolare al direttore Marco Pierini. Sono stato davvero felice e onorato quando il direttore mi ha chiamato un giorno d’agosto di due anni fa, dicendomi: «Giovanni, che ne pensi di realizzare un soggetto per un documentario su Perugino?» Ecco, tutto è nato da lì. Devo dire che non saremmo arrivati a questa felice conclusione se non ci fosse stata una relazione di stima e fiducia con l’intero staff della Galleria, che ha messo a disposizione i locali per le riprese anche in orari insoliti.

Sono presenti anche scene di danza. Come mai questa scelta?

L’idea mi è venuta perché avevo visto Virgilio Sieni, uno tra i più grandi coreografi e ballerini, realizzare una serie di performance tratte dai quattro Cenacoli storici di Firenze. Ho trovato questo spazio bellissimo e assolutamente sconosciuto ai più e quindi ho pensato di coinvolgerlo. Sieni sostiene che, sebbene Perugino sembri un pittore statico, le sue figure sono degli incubatori di atteggiamenti che si possono sviluppare attraverso la danza. Danza che, in questo caso, fa muovere figure cristallizzate dalla pittura.

La voce narrante è l’attore umbro Marco Bocci…

Sì. Marco Bocci è riuscito a dare alla storia – che è un po’ la parabola di un artista che tocca il cielo e poi cade – un’interpretazione partecipata e intima, ma allo stesso tempo leggera. È stato disponibile e si è dimostrato da subito molto coinvolto nel progetto. Con lui siamo riusciti a girare – è la prima volta che mi capita con un attore – in tante location diverse: dalla Galleria Nazionale dell’Umbria al Collegio del Cambio, fino all’isola Polvese.

 

Marco Bocci e Giovanni Piscaglia. Foto by Alessandro Bachiorri

Perché l’isola Polvese?

Grazie all’Arpa – che è partnership nel progetto – abbiamo potuto girare nell’isola anche in inverno. Secondo me, nessun luogo meglio della Polvese poteva identificare e fotografare il momento finale di un artista maturo e in decadenza. Quei luoghi e Marco Bocci, solo nella natura, chiudono il cerchio alla perfezione sulla vita di Perugino.

 Per concludere: è soddisfatto del lavoro finale?

Sono molto soddisfatto. È stata una produzione avventurosa e gestita bene, nonostante le difficoltà, con un grande dialogo. Posso dire che non ho nessun rimorso. Anche le musiche, composte da Eraldo Bernocchi, arricchiscono l’opera, donandole una componente coinvolgente ed emotiva.