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#MeuAyrton – Ayrton Senna alla velocità del cuore è la mostra fotografica inaugurata a Todi durante il Todi Festival, visibile dal 24 agosto al 9 settembre 2019.

La mostra è stata allestita nel Nido dell’Aquila, anzi nel Torcolarium, l’ambiente dove le monache lucrezie presiedevano alla torchiatura delle olive e dell’uva. È un luogo magico legato alla leggenda dell’aquila tuderte.

 

La sconosciuta leggenda della fondazione di Todi

Lo stemma di Todi, quello che si trova anche sulle porte di tutti i castelli che sono stati sotto la sua giurisdizione, è rappresentato da un’aquila ad ali spiegate che regge un drappo tra le zampe. La presenza di un drappo è insolita e non ci sono tracce storiche che lo giustifichino. Nel XVII secolo hanno elaborato una leggenda, che purtroppo non ha avuto un cantore come Virgilio e si è limitata a essere immortalata in due affreschi che si trovano nella sala grande del Palazzo dei Priori a Todi.
La leggenda narra che un giorno di 2.700 anni fa, più o meno quando veniva fondata Roma, un gruppo di uomini Veii-Umbri capeggiati da Tudero si riunirono per fare un picnic. Dovevano prendere una decisione importante: volevano fondare una città, la loro città.
Questi uomini sapevano già allora che se pranzi sul prato ti devi difendere dalle formiche che amano appassionatamente partecipare ai pranzi campestri. Questo gruppetto di uomini di un mondo remoto, prima di iniziare a discutere e a mangiare, distesero sul prato una tovaglia. Gli storici non dicono se portava già i disegni tipici della tessitura umbra, ma questo esula dal racconto. Mangiarono, discussero e presero la decisione di costruire la città ai piedi della ripida collina che li sovrastava.
Si stavano concedendo un momento di relax quando sopra di loro apparve l’ombra di un’aquila. Il grande uccello cominciò a girare in tondo tenendo d’occhio la scena, poi scese in picchiata, afferrò la tovaglia e riprese il volo verso la collina, portandosela dietro.
Gli uomini rimasero stupefatti, «Un’aquila che ruba una tovaglia deve avere un significato», si dissero. Tudero e i suoi seguirono le evoluzioni dell’aquila e ritrovarono la tovaglia in un punto estremo della collina, dove nidificava. Era un segno evidente degli dei. La città andava costruita lassù. E lassù si trova ancora oggi. All’inizio la chiamarono Tuder, come il fondatore, ma nel tempo è diventata Todi e conserva il ricordo dell’aquila con il drappo nel suo stemma.

 

Mostra dedicata a Senna

Il nido dell’aquila e la mostra su Ayrton Senna

«E il nido?», vi chiederete.
Il luogo del nido c’è ancora.
Richiede di essere trovato perché nessuna aquila nidifica in un luogo accessibile. Se salite la collina a piedi, vi accorgerete subito di quanto sia ripida; poi, arrivati in cima, mettetevi davanti al Duomo, girate a sinistra poi ancora a sinistra e poi a destra, seguite la strada in discesa fino a una porta con tettoia. Siete arrivati al monastero delle Lucrezie: entrate e vi troverete nel Nido dell’Aquila.
L’uccello maestoso se n’è andato via, lasciando al suo posto un luogo che è stato di preghiera e adesso è di cultura. Varcata la porta, vi troverete nel chiostro delle Lucrezie e sarete attratti dal panorama che domina la valle del Tevere, e dal prato del picnic. È un chiostro anomalo perché la parte porticata è piccola, mentre al primo piano si apre un grande loggiato. Se riuscirete a trovare lo stemma dell’aquila, lì troverete anche il nido e la mostra con le foto del pilota brasiliano.
Ayrton Senna è stato fotografato per anni da Paola Ghirotti, che l’ha seguito attorno al mondo cogliendo le sfumature delle emozioni di un uomo che stava per diventare un mito. I numerosi primi piani del pilota mostrano un viso bello, serio, concentrato. Mai sorridente. Dicono che fosse allegro, ma in pista dominava la concentrazione.
Forse portava in sé la saudade brasiliana. Ayrton ha sentito profondamente la responsabilità della ricchezza e in un’intervista disse: «I ricchi non possono vivere su un’isola circondata di povertà. Noi respiriamo tutti la stessa aria. Bisogna dare a tutti la stessa possibilità».
La Fondazione che porta il suo nome in 30 anni ha fatto studiare a 25 milioni di bambini.
«Il mio nome è Ayrton e faccio il pilota
e corro veloce la mia strada
anche se non è più la stessa strada».

 

La primavera sta arrivando: già si sente nell’aria un accenno di nuovi profumi e si vedono i primi fiori, tutto torna alla vita uscendo dal proprio letargo. Compresi noi, che abbiamo passato l’inverno a spostarci da una casa ad un’altra, a un locale o un cinema, finalmente usciamo. E perché non andare a vedere uno spettacolo che ricomincia all’aperto?
Nel cuore della Valnerina ci aspetta la Cascata delle Marmore.

 

Cascata delle Marmore | foto di Giovanni Bicerna

Un'antica opera di ingegneria

Forse non tutti sanno che essa è frutto di un disegno ingegneristico risalente al 290 a.C., quando il console Manio Curio Dentato ordinò lo scavo di un canale che facesse defluire le acque del fiume Velino nella valle reatina, convogliandole fino alla rupe di Marmore, da dove le fece precipitare ed unire al corso del fiume Nera, con un salto di 165 metri. Questo lavoro fu fatto proprio per bonificare il Velino, che all’epoca formava una palude stagnante e perciò possibilmente pericolosa per la popolazione per via della malaria.

La Cascata oggi

La Cascata viene oggi utilizzata per la produzione di energia elettrica da parte della centrale di Galleto ed è per questo che il rilascio dell’acqua viene controllato; ci sono precisi giorni e momenti dell’anno in cui si può ammirare nella sua piena bellezza, che vanno soprattutto da marzo a ottobre, insieme a giorni di festività negli altri mesi. Interessante scoprire che il luogo ospita uno dei Centri di Educazione Ambientale che sono dislocati da qui alla valle del Nera e di Piediluco, territori che rientrano nella Rete Ecologica Europea Natura 2000 del Progetto Bioitaly, il cui obiettivo è lavorare per diffonde un turismo ecosostenibile, attraverso la conoscenza, la tutela e la promozione del territorio per favorirne al meglio lo sviluppo.

Una curiosità: il nome Marmore deriva dai sali di carbonato di calcio che si vanno a sedimentare sulle rocce della montagna che protegge le acque e il cui riflesso alla luce del sole li fa assomigliare a cristalli di marmo. Ad aggiungere magia, oltre al paesaggio incantevole, c’è il folletto della Cascata, Gnefro, che racconta la leggenda di Marmore ai bambini che intraprenderanno con lui la Fantapasseggiata.

I Percorsi

Ma da passeggiare, nel parco, ce n’è anche per i grandi, che possono scegliere tra sei percorsi diversi per nome, per ambiente e per intensità. L’Antico Passaggio è il primo percorso che è stato fatto, che collega le due vie di accesso alla Cascata, il Belvedere Inferiore con il Belvedere superiore e non è molto facile da percorrere, ma è da qui che si accede al Balcone degli Innamorati, quindi mettersi buone scarpe da trekking e gambe in spalla!

 

Cascata delle Marmore | Foto di Enrico Mezzasoma

 

L’anello della Ninfa è il percorso più semplice, permette di avvicinarsi il più possibile alla cascata grazie alle scalette e ai ponticelli di legno da cui è composto e in più si può ammirare una delle 300 grotte naturali che sono dislocate nell’area.

L’Incontro delle Acque è il sentiero che viaggia a ridosso dei canyon che il Nera ha scavato nella roccia fino all’incontro con il Velino, ed è il percorso usato per la Fantapasseggiata. In più, è la zona migliore per vedere gli appassionati di canoa e rafting che sfidano le acque.

La Maestosità è l’unica via che permette di ammirare per intero i tre salti di cui la Cascata è composta, per questo è definito come percorso turistico per eccellenza. C’è una visione completa dello spettacolo.

La Rupe e l’Uomo è tra tutti il percorso più lungo, che parte dal belvedere superiore e si sviluppa lungo ciglio della rupe di Marmore, mostrando vari panorami tra cui la Conca ternana, fino alle gole di Ferentillo. Con le guide, da qui si possono visitare alcune delle grotte naturali più suggestive.

Infine I Lecci Sapienti, pensato per esperti perché va dal basso in alto e viceversa attraverso parti molto ripide e sconnesse ed è l’unico percorso in cui non si vede la cascata, ma le condotte delle vecchie centrali idroelettriche.

Un consiglio su quando andarci? D’estate, nei periodi più caldi. Rimarrete sbalorditi dal microclima che l’unione tra fitta natura ed acqua ha creato. Crederete veramente alla magia…e anche a Gnefro!

 

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