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Non stiamo facendo riferimento al celebre romanzo di Umberto Eco Il nome della rosa, dove s’intrecciano omicidi, Chiesa, veleni, frati e libri, ma a un piacevole accaduto di qualche tempo fa.

Il vostro inviato lacustre ha avuto il piacere di incontrare Francesco Girolmoni, diligente addetto alla Biblioteca Comunale Vittoria Aganoor Pompilj di Magione, nonché persona di una straordinaria sensibilità caratteriale e intellettuale.

 

Atlante geografico

Atlante geografico (1819) redatto dall’Abate Bartolomeo Borghi

Orgoglioso nel farmi vedere la sua biblioteca, tra l’altro ottimamente organizzata, mi ha mostrato delle fantastiche chicche librarie di grande pregio e valore storico-culturale: dapprima l’Atlante geografico (1819) redatto dall’Abate Bartolomeo Borghi nato nel territorio magionese, esattamente a Monte del Lago; l’opera ha le caratteristiche di essere stata, al tempo, sia il primo atlante italiano sia la raccolta cartografica mondiale più aggiornata dopo il Congresso di Vienna. A seguire l’Album Monumentale del viaggio del Papa Pio IX nella provincia di Perugia con illustrazioni dell’Abate Raffaello Marchesi, cittadino di Magione. Il libro contiene tavole e immagini dei principali monumenti e luoghi d’arte della metà dell’Ottocento del territorio umbro. È datato 1857 e ci troviamo nel periodo immediatamente precedente all’Unità d’Italia. Documenti straordinari, è stata una bella emozione vederli da così vicino!

 

Francesco Girolmoni

Francesco Girolmoni, bibliotecario della Biblioteca di Magione

 

Durante l’incontro, Francesco Girolmoni ci ha confessato: «Sono solo molto curioso e mi piace conoscere e approfondire tutto ciò che suscita questa mia curiosità. È molto semplice, al resto ci pensano i volumi conservati nel nostro archivio, i fondi speciali e le raccolte epistolari. Quello che più mi rende felice è il grande interesse che molti laureandi mostrano visionando questa preziosa documentazione».
Quando andrete a visitare la Biblioteca di Magione, troverete un bibliotecario che vi trasmetterà, con sagace delicatezza, tutta la passione e la dedizione per il suo lavoro.

Beccati Questo e Beccati Quest’altro!

Sembra di ascoltare una canzonatura tra ragazzi che si prendono in giro durante le fasi di un loro gioco, in realtà sono i nomi un po’ bizzarri di due torri medievali di avvistamento che si trovano in Val di Chiana, nei pressi del confine umbro-toscano, tra il lago Trasimeno e quello di Chiusi.
La Torre di Beccati Questo, ottagonale, è stata costruita nel 1279 nel territorio del Comune di Chiusi (SI) in adiacenza al confine con il territorio umbro, a testimonianza di una forte presenza dei senesi in Val di Chiana.
Qualche anno dopo, i perugini costruirono la Torre di Beccati Quest’Altro o Quello a pianta quadrata, nel territorio del Comune di Castiglione del Lago (PG), contrapposta a quella dei rivali toscani.

 

torre_toscana

La Torre di Beccati Questo

 

I singolari nomi alle due roccaforti sono stati assegnati in memoria dei due drappelli militari delle opposte fazioni che le presiedevano e che, ogni giorno, si canzonavano dalle due torri dirimpettaie.
I due fortilizi non hanno mai partecipato direttamente a scontri militari, ma sono stati utilizzati soprattutto come stazioni di gabella per lo scambio di merci e il passaggio di persone.
Questo fatto mi riporta alla mente la scena del film Non ci resta che piangere, con i magnifici Roberto Benigni e Massimo Troisi che interpretano la celeberrima scena: «Chi siete? … Cosa portate? Si ma quanti siete?… Un fiorino!». Memorabile!

 

torre_umbria

Torre di Beccati Quest’Altro o Quello

Torri sommerse

Papa Sisto V nel XVI secolo fece deviare i torrenti Rio Maggiore e Tresa dal Trasimeno alla Val di Chiana, per cercare di attenuare le piene spondali del Lago e riversare le loro portate verso la Chiana, rendendola maggiormente paludosa e costituendo così un ulteriore baluardo difensivo contro le mire espansionistiche toscane.
Quindi il terreno dove fu eretta quella senese, fu soggetto nel tempo a impaludamento: ai giorni nostri, la torre emerge per meno di due terzi della sua altezza, perché una buona parte è rimasta sepolta dalle colmate per la bonifica chianina, iniziata verso la fine del 1700.
Le due Torri non sono visitabili internamente, ma nel loro complesso ambientale sono molto suggestive: aiutano a immaginare cosa succedeva lì qualche secolo fa e forse potremmo ancora sentire, con un po’ di fantasia, qualcuno che ci dirà «Chi siete? … Cosa portate? Si ma quanti siete?… Un fiorino!»

In un contesto assurdo, quasi metafisico, dove paura significa ignoranza, ossia non conoscenza del prossimo futuro, proviamo a elaborare qualche riflessione sul significato dietrologico di questo momento.

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Assisi, foto by Enrico Mezzasoma

 

Il tempo sembra essersi fermato, in bilico tra passato e futuro, in un’immagine di un orologio spezzato che riporta la gerarchia delle lancette totalmente capovolta. E se è vero che ogni evento straordinario è un’opportunità, almeno per il fatto che indica nella sua straordinarietà un cambiamento rispetto a tutto ciò che è ordinario, ossia scontato, previsto e prevedibile, la certezza che tutto o almeno una parte non sarà più come prima diventa quasi un motto, l’idea di una via di uscita, l’opportunità di utilizzare un evento come speranza di rivalsa ai tanti insuccessi che nel corso del passato abbiamo subito, nella speranza di un cambiamento. E in un contesto così assurdo la parola turismo in Umbria potrebbe assumere un significa diverso.

Sicuramente anche il turismo avrà regole ferree nella cosiddetta fase 2, attraverso sistemi di distanziamento sociale e dispositivi di protezione come guanti e mascherine, ma verosimilmente verrà privilegiata la ricerca di luoghi solitari e riflessivi dove poter dar sfogo alla nostra necessità di collocare il corpo e l’anima all’interno di una palestra di piccole ma serene meditazioni.

L’Umbria si scoprirebbe così a essere una vera oasi di quel benessere la cui necessità stiamo riscoprendo in questi giorni. Non quindi spiagge affollate o centri benessere specializzati nella cura esasperata del corpo – e quindi nella ricerca spasmodica dell’apparire – ma piccole e pure sorgenti d’acqua dove appagare la nostra sete di tranquillità e di ricchezza di spirito, nella ricerca slow di voler essere.

L’Umbria scoprirebbe che quelle sue peculiarità che fino a ieri appartenevano a un dio-turismo minore, potrebbero diventare come d’incanto il pane azzimo di un nuovo stile di vita. Se ci pensate siamo già pronti: pochi interventi nelle nostre strutture ricettive e un nuovo e vincente messaggio di comunicazione. Già, la comunicazione sarà fondamentale e non dovrà commettere gli errori del passato, dove disperatamente si è cercato di imitare gli altri.

 

fioritura_castelluccio

Piana di Castelluccio di Norcia, foto by Enrico Mezzasoma

 

E allora mi abbandono a un sogno dove vedo l’Umbria come modello di turismo sostenibile, dove la terra del Perugino e di Dottori, che ha ispirato Raffaello, diventa meta di gente che ha capito il grande insegnamento epocale che stiamo vivendo. Dove la massima aspirazione di riposo e di tranquillità sarà ammirare un tramonto sulle distese della Valnerina sorseggiando dell’ottimo vino di Montefalco con la persona amata, oppure ritrovarsi a lanciare una canna da pesca nelle acque del Trasimeno ed essere tra quei pochi fortunati che riescono a intravedere la propria anima rispecchiarsi nel lago. In un tempo così, dove la paura della crisi economica sta sorpassando quella sanitaria… sognare non ha prezzo.

Il Trasimeno combatte costantemente, anche attraverso i suoi più antichi rappresentanti – i pescatori – per la preservazione e la tutela.

Si tratta di una continua attenzione alle problematiche del lago che i pescatori fanno propria, in quanto le relative conseguenze e implicazioni ricadono direttamente sui suoi simbiotici esponenti. Infatti il livello delle acque, la pulizia dei fondali e delle sponde, l’aumento delle temperature e la scarsità di piogge sono alcune delle problematiche ben conosciute dagli esperti pescatori lacustri che portano avanti, con grandi sacrifici, un’antichissima tradizione che, a occhi forestieri, rappresenta una suggestiva tipicità di questi bellissimi luoghi. Purtroppo l’inaspettata emergenza sanitaria per il Coronavirus ha rappresentato una problematica in più da affrontare.
Ma i pescatori, come è caratteristico della loro identità, non si sono persi d’animo e hanno dimostrato di saper fronteggiare ancora una volta le difficoltà che la vita presenta loro. L’A.D. della Cooperativa pescatori del Trasimeno, Valter Sembolini, nonché membro dell’esecutivo nazionale della Commissione Pesca con delega alle acque interne, dopo un proficuo lavoro svolto in sinergia con gli altri membri dell’esecutivo di cui lui è stato promotore, ci ha fatto sapere che la Commissione Europea ha riconosciuto, per la prima volta, le acque interne italiane e le lagune. Un grandissimo risultato.

 

Pescatori del Trasimeno, foto di Cooperativa dei Pescatori del Trasimeno

Come si è arrivati al risultato

La premessa è che il mercato della pesca ha profondamente risentito (come tanti altri!), della pandemia legata al COVID-19 per la chiusura del settore ristorativo e di molti canali abituali di vendita e di consumo. La Cooperativa Pescatori del Trasimeno ha immediatamente creato delle specifiche iniziative, ha incrementato alcune abituali laboriosità come lo stoccaggio e la trasformazione del pescato – buonissimo il paté di tinca affumicato – in attesa della riapertura dei ristoranti. In particolare, ha attivato il servizio di consegna a domicilio.
«A febbraio, le due cooperative dei pescatori del lago hanno catturato i lucci riproduttori e li hanno portati al centro ittiogenico di Sant’Arcangelo, gestito dalla Regione. Qui sono state fecondate le uova e dopo circa 40 giorni sono nati gli avanotti, che sono stati immessi nel nostro lago, in misura di circa centomila. Si tratta di una specie molto pregiata.» spiega Valter Sembolini.

 

Foto by Cooperativa dei Pescatori del Trasimeno

 

Valter Sembolini

Ma, ritornando al tema di qualche riga sopra, Sembolini aggiunge: «Il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali ha recepito le direttive della Commissione Europea. Il Fondo Europeo per gli affari marittimi e la pesca, in particolare, dovrà sostenere misure specifiche legate all’emergenza COVID-19 nel settore pesca e acquacoltura. Tali misure includeranno il sostegno per l’attività di pesca, compresa quella per le acque interne, e i fondi Coronavirus saranno gestiti dalla Regione. Quest’ultima inoltre,  grazie all’impegno concreto dell’assessore Roberto Morroni, ci sta aiutando a portare avanti il tema per la nostra attività, riferita alla sostenibilità e biodiversità. Così come devo ringraziare l’onorevole Filippo Gallinella, Presidente della Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati, che sempre insieme alla Regione, ci sta aiutando per l’attingimento ai fondi FEAMP di altre regioni che non siano stati utilizzati».

Il documento che ha dato l’avvio alle modifiche dei Regolamenti FEAMP, dove in via prioritaria viene indicato, tra l’altro, che i pescatori delle acque interne e gli acquacoltori saranno i beneficiari delle misure di sostegno finanziario compensativo a seguito dell’arresto temporaneo dell’attività, sono derivate da un documento che ha racchiuso gli impegni svolti da Valter Sembolini, in qualità di coordinatore nazionale delle acque interne nell’ambito del Comitato Nazionale di Federagripesca, di Federcoopesca e di Alleanza delle Cooperative Italiane.

Tresa, Rio Maggiore, Moiano e Maranzano sono i quattro affluenti dell’Anguillara, l’immissario artificiale del lago Trasimeno costruito nel 1958 nel territorio prospiciente la parte sud del Lago, progettato sia per immettere acqua nel Trasimeno in crisi idrica sia per regolare le portate verso l’esondante lago di Chiusi.

Il canale dell’Anguillara fa parte di un sistema idrografico che collega il Trasimeno a quattro torrenti (Tresa, Rio Maggiore, Moiano e Maranzano) che, seppur scorrendo in gran parte in Umbria, appartengono a loro volta al bacino idrografico del toscano e confinante lago di Chiusi.

 

 

L’intero apparato idraulico presenta un sistema complesso, formato da chiuse con paratoie metalliche, un laghetto di raccolta acque, ponti, caselli idraulici, sifoni e canali derivatori, regolando così l’afflusso dei quattro adduttori verso l’Anguillara e, in relazione alla situazione idrologica, le loro acque possono essere deviate verso il Trasimeno (tramite l’Anguillara) o verso il lago di Chiusi (tramite l’immissario Tresa che è alimentato a sua volta dai suoi tre affluenti sopracitati). L’intercettazione delle acque dei quattro torrenti a favore dell’Anguillara avviene prima che il Rio Maggiore, il Moiano e il Maranzano affluiscano nel Tresa, immissario del lago di Chiusi.
I torrenti Pescia e Paganico sono rimasti gli unici immissari naturali del Trasimeno, dopo che Papa Sisto V, nella seconda metà del XVI secolo, fece deviare il Tresa e il Rio Maggiore verso il lago di Chiusi, cercando così di ridurre i continui allagamenti spondali del Trasimeno causati dall’eccessiva escursione del livello dell’acqua durante i periodi piovosi.

 

affluenti_Trasimeno

Lo zero idrico del Trasimeno

Intorno al 1960 il Tresa e il Rio Maggiore vennero ricollegati al bacino lacuale umbro tramite l’Anguillara, questa volta per scarsità d’acqua e rischio di impaludamento del Trasimeno. Nel medesimo periodo e per lo stesso motivo entrarono a far parte dell’attuale sistema idrografico, tramite opere idrauliche d’intercettazione e derivazione, anche il Moiano e il Maranzano. Attualmente, a fronte dell’incessanti esigenze idriche del Trasimeno, l’adduzione dell’Anguillara, seppur importante, risulta spesso insufficiente ad appagare il bisogno d’acqua del lago più antico d’Italia.
Infatti, lo zero idrometrico del Trasimeno, tranne per un recente e brevissimo periodo, è sempre risultato un obiettivo quasi utopistico, portando con sé una serie di problematiche a cui ancora oggi si sta cercando una soluzione, specie per un bacino che presenta un ecosistema delicatissimo e un precario equilibrio ecologico.
Il Trasimeno è da sempre una culla di civiltà, dove cultura, tradizioni, arte, storia e natura, si esaltano e si mostrano in tutta la loro bellezza ai visitatori del vecchio e attrattivo lago etrusco Tarsminass che, anche fosse solo per questo, andrebbe maggiormente protetto e preservato… ma questa è un’altra storia. Al contempo, sulla costa orientale del Trasimeno, nei pressi del panoramico borgo di San Savino di Magione, c’è il canale emissario, regolatore delle acque lacustri in uscita… e questa anche è un’altra storia.

È quello che diceva l’androide Roy Batty, interpretato dall’attore Rutger Hauer, nel celebre soliloquio della scena finale del film Blade Runner di Ridley Scott.

La frase entrò fin da subito nella storia del cinema. La stessa cosa avrebbe potuto dire la secolare quercia, detta del Pentimento, che il 31 ottobre 2018 è crollata. A tenerla in piedi era rimasto solo un lembo di tronco attaccato a due radici: la maggior parte della base non era più radicata in quanto gravemente ammalata da tempo.
Un forte vento l’ha spinta a terra e ha decretato la sua fine. La quercia era uno degli Alberi Monumentali del Trasimeno e uno dei 54 dell’Umbria; si trovava in località Giorgi, nel Comune di Castiglione del Lago, tra la Cappella devozionale dedicata a Santa Margherita e la strada asfaltata che ricalca il percorso dell’antica via medievale Romea Germanica, a suo tempo solcata dai moltissimi pellegrini e viandanti provenienti dal Nord-Est Europa e diretti verso la Santa Sede.

 

La Chiesetta e la Quercia del Pentimento

La Chiesetta e la Quercia del Pentimento

La storia di Santa Margherita

L’antico albero era legato alla storia della Santa: lì infatti, nel 1274, grazie al suo cane, Margherita aveva trovato assassinato il suo amato Arsenio, con cui conviveva more uxorio e aveva avuto un figlio. Era stato ucciso nell’ambito delle faide guelfo-ghibelline.
In quel momento ci fu la svolta della sua vita: perduto il suo grande amore e rifiutata dalla propria e dalla famiglia di lui, diede inizio a un percorso di fede, che iniziò a Cortona presso i Frati Francescani, fatto di assistenza ai malati e opere di carità. Un percorso che la vide impegnata fino alla sua morte. Margherita, nata a Laviano in provincia di Perugia, è stata proclamata Santa nel 1728.
Il binomio Margherita e Quercia del Pentimento, per l’immaginario popolare, è sempre stato intangibile e indissolubile e sarebbe bello se continuasse in qualche modo a esistere.
Infatti, recentemente, una giovane quercia è stata piantata nello stesso posto di quella andata perduta e una parte del tronco della vecchia pianta è stato posizionato nel piazzale antistante la Chiesetta, a ricordo dell’evento.
Parlando con le persone del luogo è stato riferito che ci sono delle idee o perlomeno delle sane intenzioni di produrre dei manufatti artigiani o delle opere artistiche, con il legno residuo della devota ma ormai perduta quercia.

Altri giganti

L’albero caduto, era un gigante di una bellezza straordinaria: era alto circa 18 metri, con una circonferenza alla base di circa 4 metri e una chioma di circa 20 metri. Gli altri monumentali lacustri censiti sono una roverella in località Montecolognola, un pino domestico in località Zocco (purtroppo recentemente caduto anch’esso a causa di un forte vento) e una roverella vicino a Zucconami-Sanfatucchio. Nel territorio del Trasimeno ci sono molti altri alberi secolari che a oggi non sono stati ancora ufficialmente censiti, come il pluricentenario agrifoglio di Paciano o il millenario olivo di Villastrada.
Loro sì che hanno visto cose, cose che noi umani…

Il Decamerone di Boccaccio è stato letto da Tullio Solenghi al Teatro dell’Accademia di Tuoro. L’artista è stato calorosamente accolto e acclamato da un pubblico rapito dalla sua interpretazione. In una breve intervista, Solenghi si racconta e racconta il suo legame con l’Umbria.

Tullio Solenghi, foto by Fabio Magara

 

Le luci sul palco sono ancora spente quando ci avviamo verso il camerino di Tullio Solenghi, accompagnato da Fabrizio Magara, il presidente della ProLoco, entusiasta di aver contribuito a far arrivare a Tuoro lo spettacolo dell’artista, inserito nel programma del Teatro Stabile dell’Umbria e per la competenza di Gianfranco Zampetti. Il Comune e il suo assessore alla Cultura, Thomas Fabilli, hanno fatto la loro parte nell’accogliere l’attore nella cittadina lacustre e, insieme alla sua gente, nell’averlo discretamente coccolato, durante la sua permanenza.
Solenghi è vegano e lo chef Emanuele De Biase, nell’home restaurant vegano che gestisce insieme alla moglie Francesca Ricci a Tuoro, ha risposto alle esigenze dell’artista con grande soddisfazione. Da lì a poco, Solenghi avrebbe letto e interpretato sei note novelle del Decamerone di Boccaccio: Chichibio e La Gru, Peronella, Federigo Degli Alberighi, Masetto Di Lamporecchio, Madonna Filippa, Alibech, con la regia di Sergio Maifredi.
Tullio ci è venuto incontro con uno sfolgorante sorriso e degli occhi luminosi che ti lasciano immaginare il profondo del suo animo e nella tranquillità del suo camerino è iniziata la nostra conversazione.

Tullio Solenghi, ci racconti del suo spettacolo e com’è nato.

È da quattro anni che porto in giro la lettura di sei novelle del Decamerone del Boccaccio che mi piace fare, perché spesso i grandi capolavori, come il Manzoni che ho già fatto, hanno un ricordo scolastico nefasto in quanto eravamo costretti a studiarli e non capivamo la loro bellezza. Quando mi hanno proposto di fare questa lettura, dopo un iniziale scoramento, me ne sono innamorato e quindi riproporre questi capolavori in forma libera e riscoprirne insieme al pubblico la grande valenza, è una grande soddisfazione che sera per sera mi porto a casa, al di là dell’afflato della gente che viene allo spettacolo.

Le sei storie che lei interpreta, per i loro contenuti, si rispecchiano nei tempi attuali?

Il punto di contatto è la vita. Boccaccio, infatti, è definito popolare: racconta la furbizia e l’arguzia popolare e diciamo che la vita è sempre quella, cambiano le figure, ma le tematiche – tipo il marito tradito o quello che vuole incastrare qualcun altro – fanno parte anche dell’oggi e sono sempre molto attuali.

Lei è attore, regista, scrittore, imitatore e molto altro e viene considerato, per le sue caratteristiche artistiche e umoristiche, uno dei più importanti personaggi della storia dello spettacolo italiano. Qual è il suo segreto, come fa a essere così polivalente?

Non riscontro una particolare difficoltà perché ogni settore per me corrisponde a un’avventura a sé. La lettura dei capolavori come l’Iliade o l’Odissea o il teatro che faccio insieme a Massimo Lopez sono compartimenti stagni che non mi creano nessuna difficoltà nel passare dall’uno all’altro. Le grandi compagnie comiche dei primi del Novecento avevano spesso un repertorio di sei o sette titoli e quando arrivavano in una città, ogni sera era uno spettacolo diverso. Per me è la stessa cosa.

Ci dica dell’incontro con la straordinaria e compianta attrice umbra Anna Marchesini, così come un suo ricordo.

L’ho conosciuta a Torino e dopo il primo impatto mi sono detto: «Ma dove l’hanno tenuta tutto questo tempo?». Anche se giovane, era di un talento straordinario. Dopo tutta la nostra avventura artistica, la porto dentro di me e ne fa parte. Dopo 12 anni trascorsi intensamente al Trio (Lopez, Marchesini e Solenghi) e dopo il modo in cui noi tre abbiamo vissuto questo tempo, le esperienze inevitabilmente hanno scavato e portato qualcosa di ognuno di noi negli altri due.

 

Tullio Solenghi, foto by Fabio Magara

Il suo rapporto con l’Umbria e il Trasimeno?

Io sono molto legato all’Umbria e non solo per Anna, ma perché sono affascinato, a livello storico, da tutto il periodo che riguarda la formazione dei primi comuni, il Medioevo, San Francesco. È quel tipo di epoca che sempre mi affascina e ogni paese dell’Umbria, del Trasimeno e in particolare Tuoro, ha un pezzetto di storia che mi riporta a quell’epoca che per me è meravigliosa.

Quali sono i suoi programmi e prossimi appuntamenti?

I miei programmi sono quelli di proseguire uno spettacolo dal titolo Tullio Solenghi e Massimo Lopez Show e poi sto preparando un progetto con altri due attori che si intitolerà Volevo essere Woody Allen, in omaggio al famoso attore d’oltreoceano.

 

Solenghi, il sindaco Maria Elena Minciaroni, l’assessore alla Cultura Thomas Fabilli e il presidente della ProLoco Fabrizio Magara

 

Le luci sul palco si stanno per accendere, Tullio Solenghi si dirige verso il suo pubblico a cui leggerà le sei novelle e al termine, coinvolto dal grande affetto dei toreggiani, ha donato un’applauditissima interpretazione della Quercia del Tasso di Achille Campanile e l’esilarante racconto della Bomba al Sistina, esperienza vissuta al tempo del Trio. Al termine della serata, ogni spettatore è tornato a casa con un sorriso in più, pensando alla straordinaria interpretazione regalata da Messer Tullio Solenghi da Genova.

La luce esalta la particolare cromia del corbezzolo, le cui foglie, fiori e frutti l’hanno reso uno dei simboli della nostra Madre Patria.

Tra l’autunno e l’inverno, quando si fa una passeggiata sui panoramici sentieri collinari del Trasimeno, l’attenzione può essere attratta dai vividi e intensi colori espressi dalla pianta del corbezzolo.
Il corbezzolo o lellarone o arbutus unedo è una ericacea sempreverde e possiede una caratteristica che la rende unica: i fiori e i frutti vi si trovano contemporaneamente, creando un contrasto cromatico di grande impatto. Quando gli antichi Greci, che lo chiamavano Kòmaros, arrivarono nei pressi di Ancona, battezzarono il suo promontorio ricco di corbezzoli Monte Conero.

 

Il corbezzolo

 

Il corbezzolo è considerato uno dei simboli della nostra Madre Patria: i suoi frutti, infatti, sono di un bel rosso acceso, mentre i fiori sono di un bianco candido che, uniti al verde intenso delle foglie, rimandano al Tricolore italiano.
A fare l’accostamento fra il corbezzolo e la nostra bandiera è stato anche Giovanni Pascoli, che ha reso la pianta un simbolo dell’unità nazionale: nella sua ode Al Corbezzolo fa riferimento alla mitologia romana secondo cui Pallante, un giovane coraggioso, fu ucciso per difendere di Enea, che secondo l’Eneide di Virgilio è stato il fondatore di Roma. Il feretro di Pallante fu costruito con rami di corbezzolo e da qui nasce l’accostamento tra la pianta e il nostro Tricolore: il bianco, il rosso e il verde avvolsero il corpo del primo eroe italico.
Le bacche del corbezzolo hanno una buona azione diuretica, astringente e dissetante e sono la materia prima per confetture, bevande e canditi. Il miele e l’aceto sono molto apprezzati. Chi avesse la fortuna di trovare delle bacche o corbezzole (delicate ma facilmente deperibili), dovrebbe assaggiarle utilizzando delle vecchie ricette o magari, con un po’ di fantasia, crearne delle nuove.

A Punta Navaccia, nei pressi del pontile di Tuoro sul Trasimeno, si trova Campo del Sole, un museo all’aperto composto da 27 sculture in pietra serena, posizionate in modo da formare una grande spirale; la progettazione è stata di Pietro Cascella con la collaborazione di Mauro Berettini e Cordella Von den Steinen e il coordinamento scientifico di Enrico Crispolti.

Le sculture sono state realizzate da artisti nazionali e stranieri dal 1985 al 1989, utilizzando la pietra arenaria di Tuoro e lavorando presso la cava e il laboratorio di Mauro e Giulio Borgia, i quali hanno poi fornito il loro contributo al componimento artistico.

 

 

«Il trentennale di Campo del Sole rappresenta un momento importante per l’identità storica del nostro Comune, che ha l’obiettivo di potenziare l’attrazione dei luoghi con un rilancio culturale e turistico attraverso lo sviluppo di una rete e di connessioni che facilitino il contatto con le bellezze ambientali, naturali e culturali del nostro territorio» dice il sindaco Maria Elena Minciaroni.
«Questa giornata, organizzata dall’Amministrazione comunale, con il nostro supporto è stata dedicata anche al 70° anniversario del dipinto di Gerardo Dottori, che si trova nell’abside della Chiesa di Santa Maria Maddalena, dove si è tenuta una lezione sul celebre pittore e su La conversione della Maddalena da parte del prof. Massimo Duranti, con i contributi di Andrea Baffoni e Antonella Pesola» afferma il presidente della ProLoco Fabrizio Magara.

 

 

«La giornata del 7 dicembre è continuata al Teatro dell’Accademia con il convegno Dal Campo di battaglia di Annibale al Trasimeno all’architettura di sculture di Campo del Sole, luogo di Pace e di incontro tra i popoli, dove i relatori, Giovanni Brizzi, Massimo Bignardi, Alessandra Migliorati, Ermanno Gambini, Mauro Berettini, Antonino Serio, Mauro e Lorenzo Borgia hanno intrattenuto con ricchi e interessanti contributi, un attento pubblico in un teatro gremito» dichiara l’assessore alla Cultura Thomas Fabilli.
Le autorità intervenute, oltre al sindaco Minciaroni e all’assessore Fabilli, sono state il senatore Luca Briziarelli, il vicepresidente della Provincia Sandro Pasquali, il presidente del Consiglio regionale Marco Squarta, l’assessore regionale alla Cultura Paola Agabiti Urbani, la direttrice del GAL Francesca Caproni, Manuela Crescentini Crispolti dell’Archivio Crispolti, Maria Luisa Guerrini presidente provinciale dell’Ordine degli Architetti e Fabrizio Magara.

«Sogno di far crescere il mio brand e diventare uno tra i designer più influenti nel sistema moda».

Marco Rossi è un giovane – classe 1995 – e promettente designer di Passignano sul Trasimeno, nato sotto il segno del leone: «Sono un leoncino a tutti gli effetti» specifica. Oggi vive tra Roma e l’Umbria e da poco ha partecipato alla Vancouver Fashion Week, dove ha portato in passerella la sua collezione ispirata al Trasimeno.
«Una tela perfetta di verdi colline e vallate, antiche fortezze e il pittoresco lago Trasimeno. Scene di pesca giocavano sullo schermo mentre i modelli indossavano cappelli da pescatore e camicie oversize. Arancione, bianco e tonalità scure si mescolano per formare un bagliore che ricorda i cieli estivi in Italia», così Fashion Studio Magazine di Vancouver ha descritto la sua sfilata. Per Marco non era però la prima volta: era già stato selezionato per diverse competizioni nazionali e internazionali quali Alta Roma e Un Talento per la Scarpa.

 

Marco Rossi durante la sfilata in Canada

Marco, qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono nato in Umbria a Passignano sul Trasimeno, anche se la mia famiglia non è originaria di questa regione. Amo l’Umbria profondamente perché è sinonimo di natura ed è una delle poche realtà italiane in cui il verde resiste al cemento. Il legame maggiore ce l’ho però con il lago Trasimeno, perché ci sono nato e perché l’acqua è un elemento in cui mi ritrovo molto.

A Vancouver ha portato una collezione del suo brand AnotherDavid ispirata proprio dall’armonia del lago Trasimeno: ci spieghi meglio.

Sì, mi sono fatto ispirare dal Trasimeno, così da far conoscere al mondo l’Umbria e in particolar modo il lago: ho raccontato, attraverso la mia collezione, i suoi tramonti, con i colori che variano dall’arancione al viola. I cappelli e gli abiti larghi ricordavano l’abbigliamento dei pescatori, così come la stoffa a righe verticali e le pashmine in cotone intrecciate come le reti da pesca. Anche nella scelta dei tessuti ho voluto richiamare l’Umbria: il denim è misto a canapa, la nostra regione è pioniera nella produzione di questo materiale. Ho riservato una attenzione particolare ai materiali, naturali e inediti, così da utilizzare la minor quantità possibile di elementi inquinanti. Devo dire che è stata una collezione progettata e realizzata in circa due mesi: Istituto Italiano Design mi ha scelto e sono partito per il Canada, il tutto molto velocemente.

È stata comunque un successo…

Non mi sento soddisfatto al centro per cento – si può sempre migliorare – però c’è stato un buon riscontro, soprattutto da parte della stampa: giornali specializzati di moda hanno parlato di me e scritto della mia collezione. Queste sono piccole soddisfazioni che mi hanno ripagato dei tanti sacrifici fatti.

Troveremo l’Umbria anche in altre collezioni?

Penso di sì, anche perché all’estero – come dicevo – è stata molto apprezzata.

Disegna sia per uomo che per donna?

Per ora realizzo solo abiti da uomo, ma il mio progetto è quello di disegnare una collezione anche da donna.

 

Collezione del brand AnotherDavid, Marco Rossi.

Quando ha deciso di diventare designer di moda?

La moda mi è sempre piaciuta fin da piccolo, da ragazzino leggevo Vogue sotto le coperte (ride). C’è un aneddoto che spiega la mia passione fin dalla tenera età: quando si è sposato mio fratello più grande tutti dovevamo vestirci allo stesso modo, ma io – nonostante fossi molto piccolo – puntai i piedi perché volevo indossare il gilet oro e il papillon rosso. Alla fine la spuntai e mia madre mi accontentò! Questo è stato il mio primo approccio concreto con la moda e la mia prima ribellione al sistema (ride). Poi ho iniziato a studiare, frequentando prima il liceo artistico e poi l’Istituto Italiano Design a Perugia.

Ora, a cosa sta lavorando?

Sto cercando di portare avanti il mio progetto e promuovere il mio marchio AnotherDavid, ma non è facile.

Ci dia qualche consiglio per la stagione appena iniziata: quest’inverno cosa non deve mancare nell’armadio di un uomo?

Il cappotto spinato over, rigorosamente con la cintura e il cappellino ispirato alla kippah.

Ha qualche grande stilista a cui si ispira?

Ce n’è più di uno: Maison Martin Margiela per come destruttura l’abito, un altro molto vicino alle mie corde è Valentino per come rielabora i contest delle sfilate, il terzo è Alexander McQueen, che per me ha fatto davvero la storia della moda. Infine, Vivienne Westwood per il personaggio che è. Tutti loro comunque li apprezzo come persone e per come hanno saputo comunicare il loro essere attraverso la moda.

Per il suo futuro cosa si augura?

Voglio far crescere il mio brand e diventare uno tra i designer influenti nel sistema moda. Per ora è un sogno, ma spero diventi realtà.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Equilibrata, spirituale, naturale.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Il lago Trasimeno.

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