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La bellezza di Perugia non deriva da maestosi monumenti e imponenti piazze, ma dall’intima esperienza che si prova camminando per i vicoli del centro storico.

Chiesa di Sant’Ercolano

Immergendosi per le vie della città è possibile ritrovarsi in angoli magnifici con panorami sensazionali che vengono puntualmente immortalati dai turisti, spinti a venire ad ammirare Perugia proprio per questa peculiarità. Come un’irripetibile caccia al tesoro di straordinari e unici scorci, ispirazione per quadri di artisti di tutti i secoli.
Negli affreschi della Cappella dei Priori, una cappella interna alla Galleria Nazionale dell’Umbria, è raffigurato il ciclo pittorico della vita di San Ludovico da Tolosa e di Sant’Ercolano, ad opera dell’artista perugino Benedetto Bonfigli. Gli episodi della vita di Sant’Ercolano, uno dei tre santi patroni di Perugia, ci regalano una rappresentazione della Perugia quattrocentesca, con le innumerevoli torri non ancora distrutte. Anche se, a oggi, il panorama appare differente, vi sono comunque degli elementi riconoscibili.

 

La presa di Perugia da parte di Totila, Benedetto Bonfigli (1461-1480). Affresco Cappella dei Priori, Galleria Nazionale dell’Umbria, Perugia

 

L’episodio La presa di Perugia da parte di Totila raffigura la conquista da parte dei Goti della città di Perugia e il martirio di Sant’Ercolano, le cui esequie sono rappresentate in basso a destra, di fronte alla ben individuabile facciata della omonima chiesa.

Prima traslazione del corpo di Sant’Ercolano dalla prima sepoltura alla Basilica di San Pietro, Benedetto Bonfigli, Galleria Nazionale dell’Umbria.

L’episodio successivo, Prima traslazione del corpo di Sant’Ercolano dalla prima sepoltura alla Basilica di San Pietro, raffigura lo spostamento delle esequie del santo dalla chiesa di Sant’Ercolano alla basilica di San Pietro, con tanto di processione cittadina. In questo affresco è ben visibile, in primo piano sulla destra, la Chiesa di San Pietro, con la facciata bianca e rossa e l’imponente campanile, ma anche, al centro in secondo piano, il retro della Chiesa di San Domenico, con la sua famosa vetrata e il campanile, la cui parte superiore venne demolita in seguito alla costruzione della Rocca Paolina.
Un altro esempio di rappresentazione rinascimentale di Perugia, ci viene proposta dal Perugino nella tavola Gonfalone della Giustizia. In questo quadro, conservato alla Galleria Nazionale dell’Umbria, è presente sullo sfondo una veduta del rione di Porta Eburnea, uno dei cinque rioni perugini, che si presenta come una cinquecentesca cartolina della città.

Gonfalone della Giustizia, Perugino (1501). Galleria Nazionale dell’Umbria.

Uno dei simboli di Perugia è la Rocca Paolina. Realizzata per volere di Papa Paolo III Farnese, da cui prende il nome, venne realizzata tra il 1540 e il 1543, come emblema del dominio papale sulla città. In seguito all’annessione di Perugia nel Regno d’Italia, venne progressivamente demolita, fino ad arrivare alla minima parte oggi visibile. Due piccoli dipinti del pittore perugino Giuseppe Rossi, conservati alla Galleria Nazionale dell’Umbria, ci mostrano la maestosità e imponenza della Rocca che, prima della sua demolizione, inglobava tutta la parte meridionale della città. Interessante è notare come sia rimasto ben poco della struttura originale: il Palazzo Papale, in alto a destra, è oggi sostituito da Piazza Italia, dal Palazzo della Prefettura e dai Giardini Carducci, mentre la cosiddetta Tenaglia, in basso a sinistra, sorgeva nel punto in cui oggi è presente Piazza Partigiani.
La rappresentazione pittorica delle bellezze di Perugia non è una prerogativa esclusiva di artisti perugini, ma si riscontra anche in artisti stranieri o di altre zone italiane che, dopo un soggiorno prolungato, si sono innamorati della città e l’hanno ritratta in suggestivi dipinti.

Arco Etrusco, Luigi Marzo. (Stampa su carta – 1998).

Il pittore Luigi Marzo, nato nel Salento ma perugino di adozione, affascinato dalla città che lo ha accolto durante il suo percorso universitario, decide di legarsi indissolubilmente a Perugia, città nella quale vive tutt’oggi. Nel piccolo quadro intitolato Arco Etrusco, dal sapore espressionista, il pittore rappresenta uno dei luoghi simbolo della città, la porta nord della cinta muraria etrusca. La scelta di Marzo è di ritrarre l’Arco focalizzandosi non su una fedele e oggettiva rappresentazione, ma comunicando con la pittura le sue sensazioni ed emozioni riguardo il luogo raffigurato. Il risultato è un’opera intima e personale.

 

Dipinto Rocca Paolina, Giuseppe Rossi. Olio su tavola. Galleria Nazionale dell’Umbria.

Il piccolo quadro dell’artista tedesco Christian Seebauer mostra una veduta della città dalla zona del Pincetto. Paragonando il dipinto ad una fotografia, il confronto è sorprendente. La puntualità e l’accortezza con cui il pittore ha ritratto i particolari è veramente notevole e testimonia l’amore di Seebauer per Perugia, coltivato durante gli studi all’Università per Stranieri.

 

Perugia, Christian Seebauer (Olio su tela, 2009).

L’ultimo quadro proposto appartiene all’artista pesarese Valerio Lombardelli, in arte Wallas. La stampa, intitolata Perugia, Quando Scende La Notte, Si Accendono Le Luci E Inizia Lo Spettacolo Dell’amore, raffigura il luogo più emblematico della città, Piazza IV Novembre, con la Fontana Maggiore e la scalinata del Palazzo dei Priori. L’opera, facente parte di una serie di quadri dedicati alla città, presenta le caratteristiche tipiche dello stile del pittore, con colori accesi e innaturali e una veduta luminosa nonostante la notte stellata. Una rappresentazione duale, intima ed esplosiva, che si propone come un invito a visitare Perugia.

Perugia, Quando Scende La Notte, Si Accendono Le Luci E Inizia Lo Spettacolo Dell’amore. Wallas (stampa glicée ritoccata a mano).

La raffigurazione di monumenti e vedute di Perugia non si esaurisce con questo minimo racconto, vi sono innumerevoli quadri e disegni di artisti più o meno famosi, che ogni anno si cimentano nella rappresentazione della città. Un puro e semplice gesto d’amore, un ringraziamento nei confronti di una città che li ha ospitati e fatti sentire a casa. Infatti, che sia scrittura, musica o pittura, l’arte è una necessaria espressione di sentimenti, e non c’è niente che ispiri di più di un intimo e tranquillo panorama.

Guardiamo e ammiriamo, attraverso alcuni dipinti famosi, i diversi tipi di matrimonio o eventi storici legati a esso partendo dalla “Proposta” di Frank Stone.

La proposta di matrimonio di Frank Stone

Frank Stone (1800-1859) è stato un pittore inglese autodidatta. Uno dei suoi maggiori successi fu The Proposal (La proposta di matrimonio), un olio su tela di 88 x 113 cm. Guardando attentamente il dipinto, possiamo notare molti particolari rappresentanti la vita e i valori dell’epoca. La scena è tipica di un interno vittoriano e può essere interpretata in due modi. Da una parte rappresenta una semplice relazione romantica dove l’uomo ha appena consegnato una rosa alla donna, due bambine che stanno leggendo e una cameriera che porta del tè con una fetta di torta (verosimilmente il pudding).

La proposta di matrimonio di Frank Stone

Dall’altra l’interpretazione è più suggestiva; la donna al centro è una madre rimasta vedova con le sue due figlie mentre l’uomo è un corteggiatore che si offre di sposarla. Piuttosto che una cameriera l’altra donna è la madre della vedova che spera nella loro unione.
Come si può ben notare l’uomo, elegante e raffinato, si protende verso l’amata per poi poterla accogliere nel suo amore. Il cane (simbolo di fedeltà) posto accanto a lui rafforza ancor di più la serietà della sua proposta. La ragazza impersona la modestia e la serenità, si sente sicura nel suo spazio mentre sta cucendo. La sua posizione, il suo sguardo e la vicinanza con l’uomo non lasciano spazio ad altri spunti interpretativi: accetterà la proposta di matrimonio.

 

Le nozze rosse dei Baglioni

Le nozze rosse dei Baglioni

Con Nozze rosse dei Baglioni si indica una congiura familiare ordita tra il 14 e il 15 luglio 1500 per eliminare dal potere i Signori di Perugia Astorre, Guido e Rodolfo Baglioni. La congiura è ricordata come la più crudele e violenta di tutto il Rinascimento. Il 28 giugno del 1500 si celebrò il matrimonio tra Astorre (figlio del patriarca Guido Baglioni) e Lavinia Orsini Colonna. L’evento si festeggiò con grande sfarzo per dodici giorni nella piazza principale di Perugia; vestiti sontuosi, gioielli ostentati, arredi, banchetti e canti coinvolsero tutta la città.
Il cugino dello sposo, Carlo Oddo Baglioni detto il Barciglia, mosso da una insaziabile sete di potere organizzò una congiura per prendere il potere in città eliminando i familiari. Il Barciglia, avido per gloria e invidioso dei suoi parenti potenti, ottenne la complicità del ventiquattrenne Grifonetto Baglioni, di Filippo Baglioni e di Girolamo della Penna. A loro si aggiunsero altri personaggi poco raccomandabili e privi di incarichi ma spavaldi e ambiziosi e decisi.
La notte torrida tra il 14 e il 15 luglio le residenze Baglioni furono attaccate e i Signori di Perugia assassinati. Compiuta la strage i congiurati si presentarono alla città come i liberatori della tirannia, ma il popolo, inorridito, non li sostenne.
Gian Paolo Baglioni, sopravvissuto alla strage, con le proprie milizie costrinse i cospiratori alla fuga, ma non tutti ci riuscirono. Grifonetto Baglioni fu catturato e ucciso. La mamma di Grifonetto, Atalanta Baglioni, e la moglie Zenobia, lacerate dal dolore si gettarono sul suo corpo.
Atalanta, mamma di Grifonetto, commissionò successivamente a Raffaello Sanzio un’opera da mettere nella chiesa di famiglia per ricordare il figlio. È così che nacque la Deposizione di Raffaello (1507) detta anche Pala Baglioni. Osservando il dipinto di Raffaello possiamo notare distintamente le espressioni di Atalanta (la Madonna) e di Zenobia moglie di Grifonetto (Maria Maddalena) che sembrano riprodurre quell’istante in cui morì il loro congiunto. Il giovane che sostiene le gambe del Cristo è Grifonetto caratterizzato da un’espressione assente come se fosse estraneo al contesto. Il suo sguardo è perso nel vuoto. Al centro il Cristo morto sembra rappresentare il potere conteso da Roma e dai Baglioni.

 

Il matrimonio mistico di Pistoia di Kristian Zahrtmann

Il matrimonio mistico di Pistoia di Kristian Zahrtmann

Kristian Zahrtmann (1843-1917) è stato il pittore danese che ha realizzato, tra il 1893 e il 1894, l’opera denominata Il matrimonio mistico di Pistoia. Il pittore danese giunse in Italia negli anni Ottanta dell’Ottocento e visitò più volte Pistoia, dove rimase fortemente suggestionato dalla bellezza della chiesa di San Pier Maggiore (oggi sconsacrata) tanto da sceglierla come ambientazione di un dipinto di genere storico. A Pistoia venne a conoscenza di una antica cerimonia che per secoli si svolgeva sul sagrato della Chiesa ogni volta che il neo nominato vescovo entrava per la prima volta in città. Si trattava di un matrimonio mistico dove il vescovo di fronte a tutta la città prendeva in sposa la badessa, del monastero benedettino di San Pier Maggiore, che simboleggiava la Chiesa pistoiese con la quale il vescovo si andava a legare in maniera indissolubile.
Nel quadro si fondono colori in maniera entusiasmante, e giochi di luce come quelli sulla facciata della Chiesa sono molto realistici. Da notare la presenza di persone completamente disinteressate all’evento, come spesso accade nelle grandi e lunghe cerimonie.
La scena che viene rappresentata è davvero grandiosa e caratterizzata da una folla composta e composita. Nella parte centrale troviamo sulla destra in ginocchio i monaci e sulla sinistra le monache. Membri dell’aristocrazia cittadina sparsi ovunque. In primo piano a destra un gruppo di belle ragazze e a sinistra ragazzi con abiti alla moda. Quello con i capelli lunghi rossi sembra molto interessato alla ragazza vestita di chiaro sulla destra. Al centro, in mezzo alla folla, sta il vescovo seduto sotto un baldacchino e ai suoi piedi, genuflessa, una giovane badessa. All’inizio della scalinata tappezzata di rosso e di spalle il celebrante la cerimonia. Quello che colpisce sono i vestiti eleganti, i tessuti lavorati e colorati, la luce e il gioco di prospettiva. È veramente un bel dipinto. Forse le proporzioni sono alterate, come l’immensa facciata della Chiesa, ma probabilmente era proprio quello che voleva Zahrtmann, e cioè farla assomigliare a una cattedrale.

 

Il matrimonio contadino di Pieter Bruegel

Il matrimonio contadino di Pieter Bruegel

Il Matrimonio Contadino, meglio conosciuto come Banchetto Nuziale è un olio su tavola di 114 x 164 cm. È opera del pittore olandese Pieter Bruegel il Vecchio e risale 1568. Pieter Bruegel ha come tema fondamentale nei suoi dipinti la realtà contadina ritratta in episodi quotidiani. L’uomo di Bruegel è goffo e vizioso e quindi non ha niente d’ideale, anzi deformazioni fisiche e morali vengono riprodotte con occhio lucido e sovente sotto forma di caricatura.
Dentro un granaio si sta svolgendo il pranzo di una coppia di contadini appena sposati. La sposa è quella davanti al telo verde con aria un po’ assente, lo sposo come tradizione deve servire ai tavoli e lo troviamo sulla sinistra che versa della birra in una brocca per poi portarla ai tavoli. Come si può notare c’è molta gente in uno spazio abbastanza ristretto, ma la capacità pittorica del Bruegel ci mostra dettagli significativi per ogni personaggio. In primo piano una bambina con un ampio cappello rosso sta leccando qualcosa dal suo piatto e due camerieri portano un grande vassoio di legno con sopra le pietanze, con il vicino commensale seduto che prende e le smista. Un suonatore di zampogna sembra chiedersi se ci sarà cibo anche per lui. Da notare che tutti indossano il cappello o la pezzola in caso di donna.

 

Il matrimonio combinato di William Hogarth

William Hogarth (Londra 1697- Londra 1764) è stato un pittore satirico del periodo Rococò e Barocco. La serie di sei quadri denominata Marriage A la Mode raffigura ironicamente la società inglese del 1700 mettendo alla berlina i risultati disastrosi di un matrimonio d’interesse. Il ciclo Marriage A la Mode ruota intorno a un matrimonio combinato tra il figlio di un fallito Conte e la figlia di un mercante di città, che non esita ad agire per i suoi interessi di ascesa sociale. Nel primo quadro della serie, The Marriage Settlement (olio su tela di 69 x 89 cm), si notano molti elementi significativi. Attraverso la finestra si vede la costruzione della nuova dimora del Conte, interrotta probabilmente per mancanza di denaro; sulla destra il nobile affetto da gotta mostra al suo ospite l’albero genealogico di cui va fiero; il mercante esamina minuziosamente il contratto matrimoniale alla ricerca di qualche cavillo; fra il nobile e il mercante un usuraio negozia il prestito per la ripresa dei lavori; sulla sinistra i due giovani sembrano indifferenti a quello che succede. Il figlio del Conte si guarda allo specchio disinteressandosi alle faccende che lo riguardano, mentre la figlia del mercante viene consolata dall’avvocato che ha preparato il contratto di questo matrimonio combinato.

 

Ius primae noctis

Ius primae noctis

Un iniziale inconveniente del matrimonio poteva essere lo Ius primae noctis. Questa locuzione latina che indica il diritto della prima notte è probabilmente un luogo comune che riguarda il Medioevo, anche se forse qualcosa di vero c’è. In quel periodo storico – ma anche molto dopo – i signori feudali esercitavano oppure no il diritto di trascorrere con le mogli dei loro sudditi la prima notte di matrimonio?
Che fosse una pratica comune e in qualche modo accettata o sopportata non ci credo proprio, anche se probabilmente qualche abuso a danno delle spose c’è stato. Comunque, non esistono fonti che dimostrino l’esistenza di un simile diritto, anche se il filosofo scozzese Hector Boece riporta un decreto del re secondo cui «il signore delle terre può disporre della verginità di tutte le ragazze che vi abitano». Comunque siano andate le cose dello ius primae noctis ne è piena la letteratura e anche la pittura con gli esempi di Jules Arsene Garnier e Vasilij Polenov dove viene rappresentata una giovane sposa portata dalla famiglia in casa del signore per passarvi la notte di nozze. Da notare in entrambi i dipinti lo sguardo rassegnato delle povere ragazze e la superbia dei signori che signori non lo erano affatto.

Il divorzio

Non di rado il matrimonio finisce con il divorzio. La pratica di tollerare l’infedeltà non ha più ragione di esistere. In Italia la legge sul divorzio ha pochi decenni e nel resto d’Europa da sempre nobili e regnanti hanno trovato il modo per liberarsi di un coniuge scomodo.
Il caso forse più eclatante della storia in tema di divorzio riguarda il re inglese Enrico VIII (1491-1547) che spinto dal suo bisogno dinastico di un figlio maschio si sposò sei volte. Enrico venne incoronato all’età di 18 anni e iniziò a sposarsi subito e nel giro di trentasette anni lo rifece per altre cinque volte. La prima moglie fu Caterina d’Aragona dalla quale ebbe una figlia conosciuta poi come Maria la Sanguinaria o Bloody Mary. Il matrimonio durò fino a quando arrivò a corte una nuova damigella d’onore, Anna Bolena. Enrico VIII perse la testa per questa ragazza tanto da chiedere al Papa Clemente VII di annullare il suo matrimonio con Caterina. Il Papa rifiutò e così Enrico si nominò capo della Chiesa anglicana, fece annullare il matrimonio dall’arcivescovo di Canterbury e sposò Anna.
Quando nacque la figlia Elisabetta, il re, che voleva ostinatamente un figlio maschio, si era già stancato di lei. Accusata di adulterio, Anna fu decapitata. Jane Seymour fu la terza moglie che riuscì finalmente a dargli quel figlio maschio tanto desiderato. La quarta moglie, Anna di Cleves, fu sposata per motivi politici, mentre la quinta Catherine Howard era la nipote del più importante esponente papista in Inghilterra. L’ultima moglie fu Caterina Parr, ultima perché questa volta fu lui a morire.

 

Le mogli di Enrico VIII

 

Concludo con una frase poetica di William Shakespeare: «Amore non è amore se muta quando scopre un mutamento o tende a svanire quando l’altro s’allontana. Oh no! Amore è un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai; è la stella che guida di ogni barca, il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza. Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote dovran cadere sotto la sua curva lama; Amore non muta in poche ore o settimane, ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio; se questo è un errore e mi sarà provato, io non ho mai scritto e nessuno ha mai amato».

«Nella città di Perugia nacque ad una povera persona da Castello della Pieve, detta Cristofano, un figliuolo che al battesimo fu chiamato Pietro (…) Studiò sotto la disciplina d’Andrea Verrocchio. Dipinse molte figure et Madonne. Si mostrerà agl’artefici che chi lavora e studia continuamente, e non a ghiribizzi o a capricci, lascia opere e si acquista nome, facultà et amici».
Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri. Parte seconda. Giorgio Vasari.

Bettona di giorno. Foto di Alessandro Bertani

 

In poche e semplici parole, il pittore, architetto e storico dell’arte Giorgio Vasari elogia Pietro Vannucci per la sua arte e le sue opere. Il Perugino dipinse, tra il 1512 e il 1513, una tempera su tavola raffigurante la Madonna della Misericordia. La Vergine, in piedi, allarga il proprio mantello per accogliervi San Lorenzo, San Girolamo e due committenti. Si tratta di un retaggio dell’epoca medievale, detto della protezione del mantello, che le nobildonne altolocate potevano concedere ai perseguitati e ai bisognosi d’aiuto; con il passare degli anni questa iconografia ebbe ampia diffusione e sotto il mantello della Vergine finì per trovare riparo tutta l’umanità.
L’opera proveniva dalla Chiesa di Santa Caterina, dove era stata trasferita dalla Chiesa di Sant’Antonio, e ora è conservata nella Pinacoteca Comunale di Bettona, uno dei borghi più caratteristi della regione, considerata un balcone sull’Umbria: la città, infatti, sorge su un colle da cui la visuale spazia da Perugia e Assisi fino a Spello, passando per i verdi campi coltivati.

 

Madonna della Misericordia. Foto di Alessandro Bertani

L'arte di salvare l'arte

L’opera è la protagonista, insieme ad altri eccelsi capolavori, della mostra L’Arte di Salvare l’Arte. Frammenti di storia d’Italia nelle sale del Palazzo del Quirinale, aperta al pubblico fino al 14 luglio 2019. L’esposizione è nata per celebrare il 50° anniversario della nascita del comando dei caschi blu della cultura ovvero il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. In mezzo secolo i carabinieri hanno salvato migliaia di opere che altrimenti sarebbero state sottratte al patrimonio dello Stato: oltre ottocentomila beni recuperati, più di un milione di reperti archeologici sequestrati provenienti da scavi clandestini, circa un milione di opere false e oltre sedicimila reperti rubati in Italia e restituiti, riconsegnando così al bene pubblico un patrimonio artistico inestimabile. La Madonna della Misericordia, insieme a Sant’Antonio da Padova – anche esso del Perugino – vennero trafugate dalla Pinacoteca Comunale di Bettona nella notte tra 26 e 27 ottobre 1987 e ritrovate nel 1990 in Giamaica, nella villa di un ricco possidente.

Riscoprire il perduto

La mostra permette al pubblico di rivivere storie di recuperi, alcuni avventurosi, altri frutto di un lungo e minuzioso lavoro investigativo. Tutte le opere sono state riportate in Italia, ricontestualizzate nel territorio o nel tessuto urbano che le ha generate, restituendo loro dignità culturale, ma – soprattutto – restituendo loro il contesto di appartenenza.
Un’opera d’arte appartiene all’umanità intera, ma essa acquisisce valore di civiltà solo dalla profonda relazione con i luoghi che l’hanno prodotta, con la cultura che l’ha generata e con il paesaggio che l’ha suggerita.
Il visitatore potrà inoltre venire a conoscenza delle emergenze sismiche degli ultimi tempi, che hanno messo a nudo la fragilità del territorio e dei beni culturali. È possibile infatti assistere anche ad alcuni filmati storici, girati nelle zone terremotate che hanno colpito la nostra Umbria, dove i protagonisti sono ancora una volta i caschi blu culturali, che annaspano tra le macerie per recuperare opere artistiche con una cura e un amore incommensurabile.
Ammirando l’opera del Perugino, la dolcezza della Madonna della Misericordia, il tenero modellato dei Santi e le verdi campagne umbre dipinte alle loro spalle, non si può che provare empatia e riconoscenza verso chi restituisce a una comunità ferita la memoria e il suo senso di appartenenza, restituendo altresì alla collettività i suoi preziosi valori.