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«Due persone che si ponessero a scrivere uno stesso dialetto senza saper l’uno dell’altro, né seguire un metodo già ricevuto, si può scommettere che non iscriverebbero una parola sola nello stesso modo»
Giacomo Leopardi.

L’orvietano è una macedonia di dialetti che attinge in parte dall’umbro, in parte dal toscano e in parte dal laziale, e si discosta molto dal dialetto ternano e dalla parlata perugina, o dai molti dialetti dell’alto Lazio. Con la nuova tappa di Dialettiamoci andiamo a Orvieto (e zone limitrofe) per scoprire tutti i segreti del suo vernacolo che è colorito e decisamente simpatico, un miscuglio linguistico per certi versi bizzarro.

Gianluca Foresi

La sua peculiarità principale è il plurale maschile che viene declinato al femminile: i fagioli co le cotiche diventano le faciole co’ le cotiche, le sorde (soldi), le sasse (i sassi), le carabiniere co le baffe (i carabinieri coi baffi) e se: Volete l’acqua ma le case? Scoperchiate le tette (Volete l’acqua nelle case? Scoperchiate i tetti).
A condurci passo dopo passo nel viaggio orvietano c’è Gianluca Foresi, attore di rievocazioni storiche e nativo della città, che ama la lingua in tutti i suoi aspetti.
«Prima d’iniziare la nostra chiacchierata annamo a mettese a ceccia sulle schiace del Duono (andiamo a sederci sulle scale del Duomo). Gli orvietani fanno questo, oltre che a usare diocaro come inflessione, come fosse un cioè. Non c’è nulla di blasfemo. E poi se ti chiedono come stae? (come stai) si può rispondere: C’ho na fame che sgavuglio (ho una fame che non ci vedo), fame si dice anche lupa (nun ho magnato gnente da iersera… e mò c’ho na lupa!) poi dopo mangiato ce pija la scarfagna (sonno, abbiocco) che si dice anche cicagna o cecagna.
Ecco, a Orvieto parliamo così. Se poi vuoi chiamare qualcuno, devi urlare Oh vè! oppure quell’o/quella do; laggiù diventa me la ju, vieni qui, vieni me qui e andato è ito. La testa da noi è la copoccia, il ragazzo o la ragazza sono il bardasso o la bardassa (usato anche per indicare il fidanzato/a), le chicchere sono le stoviglie mentre il pìolo è il chiacchierare ridendo e scherzando: deriva, in forma onomatopeica, dal suono del verso dei pulcini. Usiamo molto anche la parola gagliardo – decisamente romanesca – e quando iniziamo un racconto diciamo: sessimo io e… (eravamo io e…), invece, dicesse Foresi… quando riportiamo le parole di qualcuno» spiega Gianluca Foresi.

 

Per le vie di Orvieto

Se te pija a pittinicchio… è la fine!

Nel vernacolo gli insulti sono un vero fiore all’occhiello e l’orvietano non è certo da meno, quindi si spazia da lolo (sciocco) a marruano (grezzo, poco raffinato) o ciummello (imbranato). Per rinforzare possiamo dire che manco l’billo te magna la capoccia (per dire che non sei molto intelligente) o sei proprio un metule (sei inutile. Il metule è il palo che sta in mezzo al pagliaio, sta lì fermo e sembra che non serva a niente).
A Orvieto si può incontrare anche qualcuno che te pijà a pittinicchio: m’ha reso a pittinicchio, nun me mollava più! (si dice quando una persona chiacchiera tanto e non ti lascia più andare) o che dà il pillotto (il tormento). Può capitare che in un luogo non ce se ribruglica (non ci si gira, si dice quando un luogo è troppo stretto), si può camminare a gnaolone (camminare come i gatti a quattro zampe) o me darebbe ma li cani! (per indicare una persona messa male) Ma l’importante è levà ‘ste struffajje de mezzo (vari oggetti in mezzo)… sinnò ‘nciampico!
«Usiamo molto anche l’imprecazione perdindirindio o il modo di dire S’è sfondato come ‘l pozzo de San Patrizio per indicare qualcuno che mangia molto. Invece quando si è fortunati si dice: sei passato par Arduino. Arduino si trovava anticamente nella zona di Porta Romana e si occupava della monta dei cavalli, è un modo elegante per dire che hai un grande fondoschiena. Molto usato è anche: sarà che ‘l cane magna ‘l falasco, ma che scioje la balla (se il cane vuol mangiare il grano prima deve scogliere la balla) per indicare un obiettivo che non si riesce a raggiungere. Quando invece una ragazza è irraggiungibile per un ragazzo si dice n’è motore pe quela trebbia» conclude l’attore orvietano.
Comunque caro lettore ricorda sempre che Quannè nero ‘l buco de l’Apone nu la tiene manco Cristo col bastone (Quando da Orvieto, guardando verso l’Apone (Viceno, una frazione) vedi nuvole nere, pioverà di sicuro).

 


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Castellano
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