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Accanto ai Colli martani sorge Bettona, unico insediamento etrusco sulla riva sinistra del Tevere, conosciuta anche come Vetumna o Paese degli antichi.

 

Caduta sotto il controllo romano, viene organizzata in municipium entrando a far parte della colonia Clustumina (14 d.C.); con l’avvento del Cristianesimo viene presto evangelizzata da San Crispolto, che vi giunge dall’Asia grazie la via Amerina – una delle più importanti vie di comunicazione verso il Nord. Dopo la distruzione dei barbari guidati da Totila, diviene dominio bizantino e in seguito passa in mano al Ducato longobardo di Spoleto. Nel 1018 i Benedettini vi fondano l’abbazia di San Crispolto; più tardi, passa in mano alla Chiesa ed è costretta a sottomettersi ad Assisi (1223). Dopo il tentativo di divenire autonoma da Perugia, viene dalla stessa assediata, conquistata e bruciata, a eccezione delle chiese; grazie al cardinale Albornoz verrà ricostruita all’interno di una cinta muraria ristretta, ma meglio fortificata. In seguito Bettona si ribella al Papa che vuole concederla ai Baglioni di Perugia, ma viene sottomessa da Malatesta Baglioni, rimanendo così sotto lo Stato Pontificio fino all’Unità d’Italia.
Questo piccolo borgo, adagiato a 365 metri d’altezza, è noto soprattutto per il suggestivo panorama, che va da Perugia a Spello, visibile dalla terrazza fuori dalla Porta d’accesso di Santa Caterina, collocata lungo la cinta muraria medievale e in parte poggiata su quella etrusca, ancora visibile negli enormi blocchi di roccia arenaria. Risalendo le strette vie, si giunge presto in Piazza Cavour, circondata da edifici e monumenti che hanno molto da raccontare, come la Chiesa di San Crispolto, costruita dai monaci benedettini (XIII secolo) per conservare la salma del primo vescovo e martire dell’Umbria, oltre che santo patrono del borgo. La facciata dell’edificio, a croce latina, è di Antonio Stefanucci, allievo del Vanvitelli; qui l’unico pezzo romanico è il campanile cuspidato. Imperdibili sono anche l’Oratorio di Sant’Andrea, col bel soffitto ligneo a cassettoni del XVI secolo e la Passione di Cristo (1394) di scuola giottesca, ma anche la collegiata di Santa Maria Maggiore, risalente ai primi anni del Cristianesimo, ingrandita, riconsacrata nel 1225 e restaurata in stile neoclassico nel 1816: all’interno vi sono l’abside affrescato dal futurista Gerardo Dottori, l’altare maggiore con ciborio a forma di tempietto e le finestre con vetrate istoriate a fuoco.

 

Pinacoteca

 

Accanto agli edifici sacri spicca il Palazzetto del Podestà (1371), sede della Pinacoteca comunale e del Museo della Città, che occupa anche alcuni ambienti dell’ottocentesco Palazzo Biancalana; nella Pinacoteca sono custodite importanti opere d’arte come il Sant’Antonio di Padova e la Madonna della Misericordia con i Santi Stefano, Girolamo e committenti del Perugino, o la tavola con l’Adorazione dei pastori dell’artista assisiate Dono Doni. Più avanti s’incontra Palazzo Baglioni, luogo in cui morì il condottiero Malatesta Baglioni la Vigilia di Natale del 1513. Fuori dalle mura cittadine, invece, degne di nota sono la Villa del Boccaglione (XVII sec) – dimora rurale dai soffitti affrescati disegnata dal Piermarini – e la chiesetta d’impronta romanica di San Quirico. Tra gli eventi più importanti, la Festa del Patrono (11-12 maggio), Bettona sotto le Stelle, e la Sagra dell’Oca, dove è possibile gustare prodotti come torta al testo e oca arrosto, oltre all’eccellente olio d’oliva; tipici del borgo sono anche gli zuccherini, dolci natalizi con lievito madre, pinoli, uvetta e anice.

 


Per saperne di più

Paese situato su di un’altura tra Amelia e Orvieto, Alviano è un piccolo comune in provincia di Terni.

Alviano

 

Borgo medievale con una strategica posizione, deve il suo nome alla famiglia degli Alviano, di cui divenne feudo durante il X secolo, e sotto il cui dominio divenne un importante centro economico e militare. Il paese raggiunse il massimo splendore con il condottiero Bartolomeo di Alviano, che decise di rimodernare l’antica rocca di origini romane, trasformandola in una vera e propria fortezza militare, oggi chiamata Castello di Alviano o Doria Pamphili (venne acquistato nel 1654 dalla principessa Olimpia Pamphili). Il castello, dalla forma trapezoidale, si sviluppa su tre piani ed è circondato da una cinta muraria con quattro torri d’angolo. All’interno è presente un cortile rinascimentale con un doppio loggiato su cui si affacciano degli ambienti signorili, come la Cappella di San Francesco, decorata con meravigliosi affreschi seicenteschi, tra i quali spicca il miracolo di San Francesco e le rondini, che la tradizione vuole sia avvenuto proprio ad Alviano nel 1212.
A oggi, il Castello di Alviano, oltre a essere una delle attrazioni maggiori per i turisti, è anche il punto di ritrovo della città. Nel piano signorile è situato il Municipio, al piano terra vi è il Centro di Documentazione audiovisiva sull’Oasi di Alviano, mentre nei sotterranei è ubicato il Museo della Civiltà Contadina. Inoltre, il chiostro è il luogo designato per festival ed eventi cittadini, come l’iniziativa comunale Castello Narrante. Tra le chiese più importanti vi è senz’altro la chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta, ornata da una tavola rinascimentale raffigurante la Santa circondata da angeli in gloria e realizzata dal pittore Nicolò Alunno, e da un affresco ad opera dell’artista Il Pordenone, commissionato dalla vedova di Bartolomeo di Alviano, che è ritratta assieme alla Madonna e alcuni Santi.

 

cosa vedere a guardea umbria

Oasi WWF di Alviano

 

Da non perdere l’Oasi WWF di Alviano, un’oasi di circa 900 ettari nelle vicinanze del paese e a ridosso dell’omonimo lago. La riserva, situata all’interno del Parco Fluviale del Tevere, con le oltre 250 specie censite di uccelli, è perfetta per gli amanti della fotografia e del birdwatching.
Curiosità: nei dintorni di Alviano, nella località di Colle Villa, è possibile visitare delle abitazioni dei vecchi abitanti del paese. Queste dimore, chiamate Casette di Creta, realizzate con acqua, paglia e l’argilla ricavata dai calanchi tipici del territorio, risalgono all’Ottocento e sono una preziosa testimonianza della storia rurale della zona.

 


Per saperne di più su Alviano

Visitare Deruta vuol dire immergersi nella ceramica e scoprire una tradizione secolare che ancora oggi, grazie agli artigiani del luogo, resiste nel tempo e mantiene intatta la tecnica tramandata di generazione in generazione.

I resti delle antiche fornaci per la cottura – in epoca rinascimentale quelle attive erano 52 – raccontano di una grande organizzazione produttiva e di un forte stimolo verso l’innovazione. Qui il detto casa e bottega è reale e tangibile nella vita dei derutesi che intraprendono questo lavoro: girando per la cittadina s’incontrano infatti botteghe, laboratori e negozi, tutti dedicati a quest’arte. L’unione tra le mani esperte dei tornitori, la fantasia dei pittori e la magia del fuoco hanno permesso di realizzare, nel corso dei secoli, opere inconfondibili del made in Italy, esaltate dal lustro dorato, geniale invenzione dei vasai di Deruta, che evidenzia le figurazioni e fa riecheggiare gli ornati d’oro.

 

Piazza con fontana di Deruta

Deruta, foto by Enrico Mezzasoma

Il nome del borgo deriva da Diruta, cioè rovinata, in riferimento alla fuga dei perugini dalla loro città, incendiata da Ottaviano nel 40 a.C.: gli abitanti si stabilirono sul colle dell’odierna Deruta, che prese il nome di Perugia vecchia. Dominata a lungo dal capoluogo umbro, nel 1299 compare la prima testimonianza scritta sulle ceramiche. Nei secoli successivi resta sotto lo Stato Pontificio e si schiera al suo fianco durante la Guerra del sale (1540) contro Perugia: ciò garantisce al borgo un periodo di pace, nel corso del quale la produzione di maioliche raggiunge il massimo sviluppo. Il resto dei secoli passa tra dominazione papale e brevi parentesi napoleoniche.
La Storia è ancora visibile nel centro storico circondato da mura medievali, al quale si accede tramite tre porte. Entrando da Porta Sant’Angelo sono visibili le strutture di alcune fornaci del Cinquecento. La fontana a pianta poligonale del 1848 caratterizza Piazza dei Consoli che, con la sua forma allungata, accoglie i principali edifici pubblici e religiosi: tra questi, il palazzo municipale, al cui interno si trova anche la Pinacoteca comunale – che ospita un affresco di Pietro Vannucci e le due opere di Niccolò di Liberatore detto L’Alunno. Già Palazzo dei Consoli, si tratta di una sobria architettura trecentesca ammodernata nel XVIII secolo; l’atrio conserva reperti archeologici romani e medievali. Attraversando la piazza, si arriva in Largo S. Francesco, dove si affaccia il complesso francescano fondato nel 1008 dai Benedettini e la chiesa di San Francesco, in stile gotico, restaurata e consacrata nel 1388. Proseguendo il percorso, s’incontra piazza Benincasa, dove è possibile visitare la chiesa di Sant’Antonio Abate, da poco tornata al suo splendore.

 

chiesa di San Francesco, foto di Enrico Mezzasoma

 

Da non perdere, appena fuori dal borgo, il santuario della Madonna dei Bagni, eretto dopo il miracoloso ritrovamento, nel 1657, di un’immagine della Madonna su un frammento di ceramica, tuttora custodito nell’altare maggiore. Più di 700 targhe votive in maiolica rivestono le pareti della chiesa.
Una menzione a parte va fatta al Museo Regionale della Ceramica, il più antico museo italiano di questo tipo che conserva oltre 6000 opere e più di 1500 volumi sull’argomento. Un viaggio nell’evoluzione della maiolica, dalla produzione arcaica al Novecento. Collegata al museo attraverso un tunnel sotterraneo, vi è l’area archeologica delle fornaci di San Salvatore: gli scavi hanno messo in luce una sequenza di strutture databili tra la fine del Duecento e gli inizi del Settecento.

 

Piatto da pompa con David con la testa di Golia. Deruta 1560

 

Ovviamente non si può lasciare Deruta senza un ricordo in ceramica o una bottiglia d’olio extravergine, apprezzato persino da Gabriele D’Annunzio. I cibi della tradizione umbra, a tavola, la fanno da padroni: tipici della zona sono i birbanti e il cannibale, una particolare preparazione a base di carne. Sagre e feste movimentano il borgo nel corso dell’anno, come la Festa del Grano, Magia di un’Arte (giugno-luglio) e Antiquariato in piazza (1 maggio).

Cortona, cittadina aretina, si erge su una collina da cui si può godere di un suggestivo belvedere sulla Chiana Umbra e Toscana e sull’antico lago Trasimeno. Ha, come tanti altri meravigliosi borghi italiani, origini leggendarie che traggono spunto dalla storia.

Cortona è stata una delle dodici lucumonie etrusche, molto florida e potente e con territori molto ampi, come si può evincere dalla Tabula Cortonensis: essi giungevano fino alla costa nord-occidentale del lago Trasimeno. La Tabula, conservata presso il Museo dell’Accademia Etrusca di Cortona, è stata realizzata in bronzo nel II secolo a.C., dove, tra le altre cose, si cita di un vigneto che si trovava nei pressi del Trasimeno. Oltre alla testimonianza che viene riportata nel testo e alla sua lunghezza, che ha aiutato gli studiosi nella miglior comprensione di questa lingua, contiene un paio di rimandi che vogliamo mettere in evidenza: è il più antico documento ritrovato dove si fa riferimento al mondo del vino (un vigneto appunto) e a Tarsminass, il nome etrusco del lago umbro più antico d’Italia, il Trasimeno.

 

Cortona

La leggenda di Dardano

Cortona, l’aretina città che si erge vicino al confine tra Umbria e Toscana, sembra debbe le sue origini a Dardano, figlio di Giove ed Elettra. Virgilio, nella sua Eneide, fa riferimento a Dardano e a Cortona. Seguendo il racconto leggendario, Dardano stava combattendo in un luogo collinare dominante la Val di Chiana e durante il combattimento una lancia tirata da un avversario gli portò via l’elmo. Questo non fu più ritrovato, ma gli aveva salvato la vita. Un indovino raccontò che la Madre Terra se l’era preso a sé, poiché voleva che in quel punto fosse costruita una città inespugnabile e forte, come l’elmo dell’eroe. Allora Dardano costruì le robuste mura, proprio dove aveva perduto il suo elmo, e alla città fu dato il nome di Curtun, poi Corito, dal greco corys, elmo appunto. Da qui Cortona. Quindi il cortonese Dardano si sarebbe recato in Asia, presso lo stretto dei Dardanelli, che da lui prende il nome e, non lontano da lì la sua stirpe avrebbe fondato la mitica Troia. Virgilio, come è noto, racconta nella sua Eneide, che dopo la vittoria greca, il troiano Enea fuggì per mare e dopo un lungo peregrinare approdò nel Lazio dove diede inizio, tramite i suoi successori Romolo e Remo, alla fondazione e alla fantastica storia dell’antica Roma. Per questa incantevole leggenda e grazie al suo epico eroe Dardano, si dice che Cortona è mamma di Troia e nonna di Roma.

Nel Parco del Monte Subasio, a metà strada tra Armenzano e Collepino, esiste un borgo incantevole, sconosciuto a molti: San Giovanni di Collepino, “il paradiso di pietra rosa”.

Si tratta di un castello le cui mura, che cingevano il centro abitato, oggi non esistono più. Pare che qui San Francesco abbia compiuto uno dei suoi miracoli donando la vista a Beatrice, la sorella del custode del castello, la quale, in seguito, si fece suora presso il Monastero di Vallegloria.

 

San Giovanni di Collepino. Foto di Marta Alunni

 

San Giovanni è un luogo di pace e silenzio, il rifugio perfetto per staccare la spina dal traffico e dal caos delle grandi città. Non ha nulla di turistico: non ci sono negozi, generi alimentari, bar, ristoranti, nessun servizio. Ma si respira l’aria buona e si fanno quattro chiacchiere con le poche anime che ci vivono. In realtà gli abitanti di San Giovanni trascorrono qui solo una parte dell’anno, trattandosi per lo più di seconde case. Una signora che gestisce un b&b mi ha raccontato che molte persone anche dall’estero scelgono di passare qualche giorno nel borgo, proprio per rigenerarsi, consapevoli del fatto che è impossibile trovare una rete wi-fi a cui connettersi. Anzi, chi viene qui, cerca proprio questo: un po’ di tempo per disintossicarsi da tutto. Mi ha poi raccontato che sotto Natale, per festeggiare San Giovanni il 27 dicembre, il castello è avvolto da un’atmosfera ancor più affascinante, perché ogni sua viuzza è illuminata da candele e luci di ogni sorta. Tuttavia, la festa vera e propria si svolge a fine giugno, in occasione di San Giovanni Battista.
L’aspetto del borgo, come lo vediamo oggi, è dovuto ai lavori di restauro avvenuti dopo il terremoto del 1997. Le case in pietra, la piccola chiesa, i gatti che si riposano all’ombra delle siepi, i fiori sui davanzali, il cinguettio degli uccelli fanno di San Giovanni un gioiello di cui prendersi cura, che mi auguro rimanga così, autentico e solitario.

Come raggiungere San Giovanni di Collepino…

Da Assisi, si esce da Porta Perlici, percorrendo la SS. 444 e poi si svolta a destra in direzione Costa di Trex. A piedi è possibile percorrere invece uno dei numerosi sentieri del Monte Subasio, il numero 353 chiamato anche sentiero dei fossi che, dagli Stazzi, passa per Costa di Trex, Armenzano e infine giunge a San Giovanni.

L’emergenza sanitaria ha determinato molti cambiamenti nel nostro modo di vivere. Potrebbe essere stata la scintilla che ha scatenato una forte presa di coscienza sulle nostre responsabilità nei confronti dell’ambiente in cui viviamo, che dobbiamo rispettare e proteggere. Oggi diventa fondamentale cambiare il nostro modo di viaggiare, prediligendo le piccole realtà alle destinazioni più gettonate ed evitando il turismo di massa.

Maggio 2021 verrà ricordato come il mese della lenta ripartenza, dopo un lungo ed estenuante periodo in cui le nostre certezze sono saltate e dove tutti ci siamo sentiti vicini nell’affrontare un problema più grande di noi. La pandemia ci ha costretti a dover rinunciare a tutte quelle abitudini che prima davamo per scontate e che oggi sembrano mancarci come l’aria. Un cappuccino al bar, una cena tra amici, una gita fuori porta…
Ora ci viene data la possibilità di voltare pagina e provare a recuperare il tempo perduto. Con l’estate alle porte, quale modo migliore di riaffacciarci alla vita se non con una vacanza? Per fare in modo che ciò non si trasformi in un tana libera tutti come l’anno scorso, dobbiamo cercare di rivedere un po’ il nostro modo di viaggiare. Già prima dell’emergenza sanitaria si parlava della necessità di un turismo lento, sicuro e sostenibile, oggi dobbiamo prenderlo come imperativo per cercare di non vanificare tutti gli sforzi fatti finora.
In che modo possiamo fare turismo sostenibile? Partendo per esempio in bassa stagione, scegliendo una destinazione meno conosciuta, evitando di viaggiare durante le feste comandate e rispettando l’ambiente e la cultura del paese che ci ospita. In primis ne gioveremmo noi stessi, perché una settimana ad agosto a Gallipoli con mezzo metro di spiaggia su cui sdraiarsi, dopo aver speso cinquanta euro per un ombrellone, è più una penitenza che un piacere; e secondo poi ne gioverebbe l’ambiente.

 

Assisi-santa chiara

Santa Chiara, Assisi, foto di Enrico Mezzasoma

 

È così che l’Umbria si rivelerà come la destinazione perfetta, che ci permetterà di riscoprire borghi autentici più e meno noti e di essere a stretto contatto con la natura. Il viaggio che intraprenderemo attraverso le pagine di AboutUmbria non può che partire da Assisi, la città in cui sono nata e dove vivo e lavoro tuttora. Assisi è una di quelle città che in alcuni periodi dell’anno viene letteralmente presa d’assalto dai turisti di tutto il mondo come, ad esempio, nei mesi di aprile, luglio e agosto. Ci sono invece mesi in cui la città offre il meglio di sé, vediamo insieme quali sono:

Maggio

A maggio Assisi si risveglia dal torpore invernale, le verdi colline intorno offrono scenari di rara bellezza. Nei primi giorni del mese si svolge inoltre il Calendimaggio, una rievocazione storica molto sentita dagli assisani e che vede la città divisa nella Nobilissima Parte de Sopra e nella Magnifica Parte de Sotto. Le due parti si sfidano in cortei, giochi, canti e scene di vita medievale, dando vita a uno spettacolo coinvolgente ed emozionante. Un’esperienza da non perdere è quella di mangiare nelle caratteristiche taverne.

 

Calendimaggio 2019, foto via Facebook

Giugno

Giugno è il mese in cui gli abitanti di Assisi si preparano per partecipare al concorso Balconi Fioriti, che ogni anno premia la persona che è stata più capace nel valorizzare la facciata della propria abitazione con i decori floreali più belli. I vicoli si tingono delle tonalità più accese, grazie ai fiori e alle piante di ogni tipo che tappezzano le terrazze e le finestre delle case. Generalmente vengono organizzate molte iniziative e serate di musica dal vivo, tra cui l’annuale appuntamento con il concerto Con il cuore, nel nome di Francesco, che si svolge nella piazza della Basilica Inferiore di San Francesco e viene trasmesso in diretta Rai.

 

Rocca Maggiore

Settembre

Questo è uno dei mesi che preferisco, perché la città è più rilassata, il caldo infernale estivo lascia spazio a giornate più fresche ma ancora abbastanza lunghe per godere a pieno dell’atmosfera di pace di Assisi.

Ottobre

Ottobre è un mese importante per la città. Il 3 e il 4 del mese si celebra la Festa di San Francesco, il momento in assoluto più sentito dai credenti che sono nati qui e che tengono moltissimo alla tradizione di partecipare alle celebrazioni in onore del patrono d’Italia. Altro evento immancabile è sicuramente la fiera di San Francesco, che si svolge il 5 di ottobre. Oltre a curiosare tra le numerose bancarelle sparse per le vie del centro, è irrinunciabile una sosta presso i botteghini delle signore assisane che vendono le cartelle per partecipare all’annuale tombola, che si svolge in serata.

 

Basilica Superiore di San Francesco d’Assisi, foto di Enrico Mezzasoma

Novembre

Novembre è il mese di UNTO, il tradizionale appuntamento dedicato all’olio extravergine di oliva. Oltre agli stand in cui assaggiare la famosa bruschetta umbra con l’olio nuovo, si può prendere parte ai molteplici eventi organizzati per l’occasione, che coinvolgono grandi e piccini: visite guidate ai frantoi, musica dal vivo, trekking in collina e scuole di cucina.

Dicembre

A dicembre qualsiasi città è suggestiva, merito delle luci e degli addobbi natalizi. Ad Assisi, il concorso Presepi indetto dal Comune, ci spinge ad andare alla ricerca del presepe più bello, tra quelli esposti lungo le vie del centro storico e di alcune frazioni. Sempre rimanendo in tema natività, celebri sono i presepi viventi che si svolgono nei castelli della zona, come quelli di San Gregorio, Petrignano e Armenzano.
Questi sono, a parer mio, i mesi migliori per visitare la città serafica.

Nel prossimo articolo delineeremo un itinerario per visitare Assisi in tre giorni.

La convivenza con l’emergenza sanitaria porta a fare considerazioni importanti sui propri spazi abitativi e su nuove esigenze.

Il settore micro-ricettivo è stato individuato come meta privilegiata dei prossimi viaggiatori. L’Umbria possiede un tale giacimento di strutture che ci fa ben sperare per guardare al futuro con ottimismo.

 

pergolato circondato da boschi

Foto di Muriel Plombin

 

Ognuno può diventare ambasciatore dell’identità della propria Terra e protagonista della sua ri-partenza. Pensiamo una strategia, traendo, da questo periodo talmente inedito, un’opportunità per farsi trovare pronti e per essere scelti al momento giusto.

 

Foto di Muriel Plombin

 

Il viaggiatore non si accontenterà più. Potrebbe non bastare adeguare le strutture ricettive ai nuovi standard in merito a sanificazione e pulizie, poiché da questo punto di vista si potrebbe fare esattamente quello che tutti saranno obbligati a fare per legge. Come differenziarsi, rispondere alle nuove esigenze e allo stesso tempo potenziare le ricchezze, la bellezza e l’accoglienza della nostra Umbria?

 

Camera da letto con fiori

Foto di Muriel Plombin

 

Il contesto nel quale si inseriscono le nostre strutture ricettive è criterio di scelta. Chi meglio di noi umbri, puòraccontare l’esperienza di questo legame tra paesaggio, patrimonio e il nostro modo di vivere?
Prendiamci il tempo, magari in un periodo di non-prenotazione, per scattare il racconto emozionale di vivere questi spazi di transizione.

 

Foto di Muriel Plombin

 

È arrivato il momento di comunicare al meglio la cura che dedichiamo alla valorizzazione degli spazi esclusivi all’aperto, che siano destinati a zone pranzo, spazi giochi o angoli relax. Inoltre, con l’esplosione dello smart working, assistiamo alla nascita di un turismo misto, non più esclusivamente legato al piacere. Adattare la propria struttura, attrezzare un angolo o uno spazio dedicato allo smart working diventa una necessità per offrire un soggiorno confortevole a chi deve lavorare con serenità anche in vacanza.

 

Giardino con sdraio

Foto di Muriel Plombin

 

Chi cerca casa – che sia per una notte, una vacanza o, perché no, per tutta la vita – potrebbe essere sensibile a questi aspetti fondamentali nati dall’emergenza. Con questa nuova rubrica, Home Staging – Umbria da Valorizzare, cercheremo proprio di capire come rendere appetibile questo enorme patrimonio che ci circonda.

Dopo un giugno caratterizzato da timide prove generali di ripartenza svoltesi nella paura, nell’incertezza ma anche nella consapevolezza che da qualche parte bisognava ricominciare, ci attende un’estate di sicuro estremamente complessa dal punto di vista economico ma al contempo cruciale nelle scelte (e non scelte) che sapremo fare. Le prove ormai sono finite e, seppure non sia difficile immaginare gravissime difficoltà determinate da questo evento pandemico di cui non si intravede ancora un decorso certo e prevedibile, occorre agire a livello sistemico per scongiurare una crisi che si configura già come epocale.

In questo periodo di stop determinato dal Covid – abbiamo riscoperto laddove ce ne fosse stato bisogno – il ruolo cruciale dei territori, dei piccoli centri e dell’istituzione Comune che ha dovuto fronteggiare in prima linea la crisi sanitaria e quella economica che la prima si è inevitabilmente portata dietro. Sindaci e Amministrazioni locali, chiamati a gestire una situazione mai riscontrata precedentemente in epoca moderna, sono stati protagonisti di scelte difficili portate avanti, nella stragrande maggioranza dei casi, con dedizione e caparbietà, come ci si aspetta da buoni padri di famiglia. I piccoli centri sono riusciti meglio delle grandi città ad arginare la diffusione del virus, aiutati sicuramente da una minore concentrazione demografica, ma segno che il buon vivere che li caratterizza è riuscito a emergere anche, e soprattutto, in situazioni come questa.

 

by Claudia Ioan

Montone, foto by Claudia Ioan

Uno standard per la sicurezza dei borghi

Partendo da questo assunto e consapevole dell’importante ruolo che i Borghi possono rivestire nel rilancio del turismo nazionale, l’Associazione dei Borghi più Belli d’Italia ha coniato lo slogan La Bellezza in sicurezza e sta lavorando anche per redigere un protocollo standard proprio per la sicurezza del borgo. Fiorello Primi, presidente dell’Associazione, sottolinea come il turismo di prossimità possa rappresentare la chiave e la spinta propulsiva per questa ripartenza di cui tanto si sta dibattendo. Per questo è necessario valorizzare le peculiarità del borgo – tranquillità, rapporto con l’ambiente, sostenibilità e, naturalmente, sicurezza – ma è altresì fondamentale investire per il rilancio di questi piccoli centri, vittime di isolamento digitale, di carenza infrastrutturale, di grave impoverimento demografico. Serve quindi un grande programma nazionale per la salvaguardia e il rilancio di un’entità, il borgo, che può rappresentare, dicevamo, la vera chiave di volta per il rilancio dell’economia del turismo. In questo contesto si colloca la recente lettera inviata al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte dall’Associazione dei Borghi Umbri più belli d’Italia insieme a Legambiente, Uncem, Symbola, Unione delle Pro Loco Italiane, Anci, Touring Club Italiano e Borghi Autentici, attraverso la quale si sollecita il Governo a intervenire su cinque punti principali:

1) accelerare il Piano per la banda ultra larga;

2) sollecitare un’immediata attuazione di tutti quei dispositivi normativi, dalla legge 158/2017 a favore dei Piccoli Comuni ((con particolare riguardo e urgenza per il Piano straordinario della Didattica);

3) ridurre l’imposizione fiscale sugli interventi in campo ambientale e di natura idrogeologica;

4) avvio delle Zone Economiche Ambientali (ZEA);

5) sostenere la ripartenza del turismo dei borghi, dell’agroturismo, del turismo lento e del cicloturismo.

 

foto by Uliana Piro

Panicale

I borghi umbri e la riabilitazione della cultura

E in un periodo come questo, in cui la pandemia «sta rimettendo in discussione l’abitare» come afferma Antonio Luna, presidente dei Borghi più belli d’Italia in Umbria, è proprio dal borgo, espressione di bellezza e di cultura che potremmo imparare a «riabitare la cultura, perché torni a essere narrazione di identità mutanti, strumento di riequilibrio tra residenzialità e turismo, specchio nel rapporto con l’ambiente e con sé stessi, bussola verso nuove necessarie sicurezze». I borghi umbri in questo periodo lo hanno dimostrato continuando a coltivare cultura: basti pensare al progetto Il libro animato di Lugnano in Teverina e di Montecchio, alla serie tv Sara e Marti su Rai Gulp e Disney Channel che mette in mostra la bellezza di Bevagna, al Festival del Cinema Città di Spello e dei Borghi umbri previsto per agosto, alla creazione dei nuovi tour virtuali di Citerna, al progetto Come in Umbria di Montefalco o a quello Strade della ceramica di Deruta, alla realizzazione di un nuovo video promozionale a Monte Castello di Vibio. E questo solo per citare alcune delle tante iniziative che hanno animato i mesi del lockdown, insieme alla campagna di newsletter Facebook, La Bellezza in sicurezza dei Borghi Umbri più belli d’Italia, portata avanti con la collaborazione di 15 comuni associati che ne hanno riprodotto lo slogan attraverso post inseriti in rapida sequenza: Spello, San Gemini, Lugnano In Teverina, Allerona, Paciano, Deruta, Bevagna, Bettona, Montecchio, Massa Martana, Monte Castello di Vibio, Monteleone di Spoleto, Montefalco, Montone, Panicale.

Iniziative portate avanti da realtà che non si sono mai fermate, pronte oggi a ri-accogliere nei tanto attesi eventi in presenza, qualora l’evolversi della pandemia lo consenta. Partiamo intanto il 27 giugno con La Notte Romantica nei Borghi più belli d’Italia che, nel rispetto delle precauzioni legate al Covid-19, darà il via alla stagione turistica, festeggiando il solstizio d’estate.

Prima del Coronavirus venne la peste. Veniva da est, era arrivata seguendo la via della Seta e giunse in tempo per essere raccontata da Boccaccio nel 1348. Poi si ripresentò nel 1630 per dare a Manzoni l’occasione di scrivere molte belle pagine.

Tra le due pesti letterarie ce ne fu un’altra nel 1527 che non ebbe cantori, ma che fece strage egualmente. Questa arrivò da nord, da quella zona che sarebbe diventata la Germania. Attraversò le Alpi con i lanzichenecchi, mercenari al seguito dell’imperatore Carlo V, che li aveva arruolati ma non sempre li pagava. Erano luterani, erano violenti e carichi d’odio verso i cattolici papisti e soprattutto verso Roma, dove c’era il Papa e, con il Papa, la corruzione della Chiesa. Poi – per inciso – era piena di ricchezze e di opere d’arte di valore. Entrati in città si abbandonarono a violenze e stupri, devastarono case e palazzi, rubarono tutto quello che riuscirono a rubare. Fu una strage.
Alla fiine se ne andarono. Erano entrati il 6 maggio 1527 quando Roma contava circa 100.000 abitanti. Se ne andarono a febbraio 1528 lasciando 30.00 morti. Non era finita lì.

 

strade romane

La via Amerina

L’epidemia passa per l’Umbria

Se ne andarono, ma a Roma lasciarono la peste, che si portò via altre 20.000 persone. Se ne andarono per tornare in Germania seguendo il percorso della via Amerina, che li avrebbe portati fino in Umbria. Loro risalivano e la peste li seguiva. Le persone morivano a migliaia e anche i lanzichenecchi si ammalavano e morivano, ma non abbastanza. Quelli rimasti hanno continuato a infierire e devastare. Le soldataglie germaniche sul loro percorso incontrarono Nepi ed entrarono da Porta Nica marciando sul basolato romano della via Amerina. Ai Nepesini fu riservato lo stesso trattamento che già aveva sperimentato Roma, peste inclusa.
Poi continuarono a risalire, attraversarono il Tevere; alcuni deviarono verso Narni e ne fecero scempio. Altri andarono verso Viterbo, ma poi tutti ripresero il percorso della via Amerina. La strada collegava Amelia, Todi e Perugia e sul suo percorso si affacciavano borghi e castelli di proprietà di due famiglie rivali: gli Atti guelfi, filoimperiali, e i Chiaravalle, ghibellini e sostenitori del papato. Collicello fu il primo. Le mura rimasero in piedi e ancora sfoggiano otto torri. Poi continuarono per Avigliano, che godeva di una posizione strategica a metà strada tra Todi e Amelia. Dopo toccò a Montecastrilli, che era sotto la diretta protezione del Papa. Ultima fu Casalina, di proprietà del monastero di San Pietro a Perugia.

 

Lanzichenecchi, mercenari al seguito dell’imperatore Carlo V

 

I lanzichenecchi infierirono sulla popolazione e portarono via tutto quello che li poteva sfamare e tutto quello che era di valore. Se ne andarono e fu la fame per i sopravvissuti. Poi cominciò la peste, che non si diffuse in maniera drammatica come a Roma. Il merito era dovuto all’involontario distanziamento sociale. Quei piccoli borghi erano lontani l’uno dall’altro, arroccati su colline e dossi che si guardavano a vista, per sicurezza e soprattutto per le rivalità politiche tra le due grandi famiglie. Gli abitanti erano pochi e, dopo il passaggio dei soldati, ne rimasero ancora meno. La peste ne portò via pochi: si può dire che fu più benevola dei lanzichenecchi.
Per i piccoli borghi non era ancora finita. Dopo i lanzichenecchi, dopo la fame e dopo la peste, li attendeva un’altra una terribile prova: la carestia. Se le pietre potessero parlare, quei borghi avrebbero storie terribili da raccontare. Adesso sono ancora lì con i loro castelli e le loro mura, immersi nel silenzio della vecchia via Amerina. Immersi nel verde dell’Umbria.

Nella rubrica “Messaggi in rete”, creata in occasione dell’emergenza Coronavirus, sono stati intervistati i sindaci di alcuni piccoli borghi umbri e non solo, che si sono dimostrati dei giganti per altruismo e dedizione.

Piazza con fontana di Deruta

Deruta, foto by Enrico Mezzasoma

 

Quanta passione e quanto attaccamento alla terra che rappresentano, quanto vigore, energia e affetto verso le persone di cui sono i portavoce; quanti sguardi trasognanti e pieni d’orgoglio, quando parlano di campanili e castelli. Quanto amore, quasi da brividi, per quello che fanno per quei tipici borghi. Quante intenzioni e voglia di fare, talvolta esagerata e talvolta più pacata. Quanti sacrifici e delusioni da dividere solo con pochi altri e talora con nessuno, quante grida di aiuto, di sovente inascoltate. Quanto ingegno e volontà nel realizzare cose che sembravano impossibili. Quanta dedizione e spirito di servizio ripagate con un semplice sorriso o da una stretta di mano amica.

Vallo di Nera

 

La voce dei borghi

Durante le interviste realizzate nel periodo dell’emergenza COVID-19, oltre l’emozione e la titubanza in alcuni Sindaci –  e oltre alla preoccupazione e l’incertezza del poi in tutti – si notava che la responsabilità di fare bene imperversava in ogni parola, in ogni frase preparata o meno. Gli stati d’animo trasparivano per dimostrare di essere il riferimento per quella comunità. Semplicemente un turbinio di emozioni con l’umile voglia di dimostrare di essere utili e di valere.
È stata una bellissima esperienza capire come i Sindaci sentono loro il proprio borgo, come lo vivono e come lo proteggono e come interpretano l’ideale di rendere esemplare il luogo affidato, tentando di superare le proprie resistenze e quelle paesane, non senza rimbrotti o critiche.
Talvolta fanno di ogni gesto virtù, a volte esagerato o egocentrico, ma sempre verso il bene comune, che viene appagato da mille pensieri per una vita pubblica racchiusa in un periodo a scadenza.
C’è chi è più giovane e chi è più esperto, ricordando che l’anagrafe non dispensa meriti per età, ma valgono solo quelli della propria gente, con riconoscimenti e gratificazioni; i Sindaci sono felici di rappresentare le bellezze dei borghi, quelle artistiche, storiche, culturali ed enogastronomiche, con quel caratteristico vanto che li rende simili a genitori quando parlano della propria prole con amorevolezza e merito, accompagnati spesso da un brivido emozionale.
Nella fascia tricolore, che con fierezza indossano nelle occasioni ufficiali e negli eventi, sono custoditi sogni, speranze e desideri di chi vi ha riposto la fiducia.
Ogni intervista di una Sindaca o di un Sindaco ha contribuito inconsapevolmente alla stesura di queste righe, mentre ciascuno raccontava del proprio operato con grande passione ed emozione.
Nel ruolo che a volte viene dimenticato e a volte sottovalutato, i primi cittadini dei borghi, vanno considerati come dei piccoli eroi defilati che operano silenziosi lontano dal clamore e dal protagonismo.

 

Preci_panorama

Preci, foto by Enrico Mezzasoma

Nella molteplicità ed eterogeneità delle caratteristiche e dei compiti di ogni Sindaco di un piccolo comune, s’intravede la loro parte meno conosciuta e per certi versi più intima, mettendo in risalto la loro essenza umana abbinata alla capacità di guida di una comunità.
Fare il Sindaco di un piccolo borgo di provincia è un incarico molto delicato e può far generare sensazioni e sentimenti per chi lo fa, irripetibili e impareggiabili.
Complimenti cari Sindaci dei piccoli borghi, per quello che state facendo per la res publica in questo momento di emergenza sanitaria e non solo e senza indugio, grazie.
A tal proposito, prendendo in prestito una frase dal film Imitation Game, si potrebbe dire: A volte sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose, quelle che fanno cose che nessuno può immaginare.

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