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Si è tenuta a Tuoro sul Trasimeno la Festa dell’Orto e la II edizione dello Street Food Vegan in Umbria, i cui programmi e stand presenti hanno rappresentato un’accattivante proposta all’insegna del salutare, del naturale e dell’ecosostenibile. Un’ottima cucina preparata a bordo di caravan e una taverna con il Vegan Master Chef Emanuele Di Biase ai fornelli sono state le proposte culinarie vegane che hanno deliziato i palati degli abitudinari e sorpreso favorevolmente i neofiti del settore.

 

L’orto, nel nostro immaginario collettivo, viene quasi sempre coltivato da un nonno sotto l’insegna della genuinità, garantita da prodotti vegetali che non sono soggetti a trattamenti di veleni o elementi chimici. Da qui il punto di partenza per un’agricoltura totalmente o parzialmente biologica, che risponde oggi a dettami precisi per la sua classificazione. Alla Festa dell’Orto di Tuoro partecipano degli operatori, come Patrizia e Alessio, che del biologico e della stagionalità hanno fatto una ragione di vita, coincidente con la loro attività agricola, la Terra di Jones.
Vegano è il termine che identifica una persona che ha deciso di eliminare dalla propria dieta quotidiana tutti gli alimenti di origine animale: carne, pesce, latte e suoi derivati, miele, sono aboliti, così come l’uso della lana, della seta e della pelle per l’abbigliamento. Inoltre, la persona vegana cerca di pesare il meno possibile sull’ambiente. Essere vegano è una scelta etica, uno stile di vita che, nel mondo di oggi, non è assolutamente facile seguire questo itinerario, in quanto è necessario fare uno slalom quotidiano tra alimenti, medicine e oggetti composti, totalmente o almeno in parte, da elementi provenienti dal mondo animale.

 

 

La strada vegana è stata scelta da una serie di persone, presenti a vario titolo in questa caratteristica e innovativa manifestazione. Abbiamo incontrato Francesca Ricci, la co-organizzatrice della festa insieme a suo marito Emanuele Di Biase e alla Pro Loco toreggiana, che ci ha detto: «Dopo il successo dello scorso anno, abbiamo riproposto la Festa dell’Orto, aggiungendo uno street food vegan. Sono una giornalista che fa parte di un comitato scientifico e posso dire, con la mia esperienza, che mangiando vegetale e integrale potremmo evitare tante malattie legate ai cibi che mangiamo». Continua Francesca: «Qui le persone scoprono che il vegano mangia pizza, pasta, pane e molto altro e conoscono il lato etico di questa filosofia di vita. Vorremmo che Tuoro diventasse un punto di riferimento vegano sia per l’Umbria sia per l’Italia intera. Il messaggio è anche di mettere i nostri figli a contatto con la natura e la terra; vorremmo essere degli educatori di pace, senza forzare nessuno. Vorrei ringraziare il presidente della Pro Loco Fabrizio Magara e tutto il suo staff, mio marito Emanuele, l’amministrazione comunale con in testa il sindaco Maria Elena Minciaroni, Luca Panichi lo scalatore in carrozzina, gli abitanti toreggiani e tutti gli operatori vegan intervenuti».
Nella piazza principale del paese notiamo una roulotte che porta una scritta laterale in bella vista, Girovegando. All’interno del truck ci sono Silvia, Raffaela e Monica tre ragazze di Roma che preparano gustose ricette vegane con panini, tempura, salse, burger di legumi, maionese, pizzette con crema di nocciola e cocco. Anche le bevande sono vegane. Tutto delizioso!

 

Silvia, Raffaela e Monica

 

Nei pressi c’è il sindaco, Maria Elena Minciaroni, che ci dice: «Tutta l’amministrazione comunale crede in questa bellissima manifestazione dedicata al prezioso orto con i suoi prodotti biologici e al mondo vegano. La natura, la vita sana e genuina sono alcune delle  peculiarità del nostro territorio che ci vengono riconosciute dai tanti visitatori. Debbo ringraziare Francesca Ricci, Emanuele Di Biase, Fabrizio Magara e le persone della Pro Loco per l’idea innovativa, la disponibilità, la collaborazione e l’organizzazione dell’evento».
Lì vicino, c’è un’altra roulotte con la scritta Ginger, che viene da Viareggio e propone senza alcun dubbio cibo vegano. All’interno una mamma, Fabiana Giovannotti, con i figli Giulia e Daniele, che preparano cucina vegana mediterranea a base di pasta fresca, primi piatti, panini e tanto altro, con ingredienti a km zero.

 

Fabiana Giovannotti con i suoi due figli, Giulia e Daniele

 

Incontriamo in una strada del paese, Francesco Magara, presidente della locale Pro Loco, co-organizzatrice dell’evento, che ci dice: «L’idea di questa manifestazione nasce per valorizzare i prodotti che abbiamo nell’orto sotto casa e portali sulle tavole della gente. Ne è venuta fuori, l’anno scorso, una prima edizione molto riuscita e quest’anno abbiamo replicato inserendo musica, spettacolo, natura, sport, Tai Chi, laboratori, pittura, un corteo di auto storiche e abbiamo un gran riscontro di presenze. La manifestazione ha una notevole ricaduta economica sul territorio, infatti le strutture ricettive e di ristorazione hanno notevoli e maggiori presenze rispetto al consueto andamento stagionale. Anche se io non sono vegano, apprezzo moltissimo la cucina di Emanuele e le proposte culinarie di Francesca, sono molto gustose».
Nel parco del Sodo vediamo che un gruppo di bambini è impegnato a disegnare e colorare con grande attenzione e concentrazione; intorno a loro, genitori e nonni parimenti coinvolti. La Casa degli Artisti di Perugia, con i sempre bravi Francesco Minelli e Carla Medici, hanno organizzato per la Festa il laboratorio per bambini e un’estemporanea di pittura.

 

Hyla Group

 

Francesca Montioni di Hyla Group, con sede a Tuoro, ci dice: «Hyla nasce con l’idea di mettere insieme più realtà che forniscono differenti servizi. Siamo naturalisti che si occupano di ricerca, didattica, divulgazione e consulenza e abbiamo anche un’azienda agricola dove cerchiamo di raccontare la possibilità di un’agricoltura sostenibile che possa dialogare con i pipistrelli, con gli uccelli, con gli anfibi o le api. La nostra azienda agricola sta creando una piccola linea di prodotti, oltre a un orto con frutta e ortaggi di stagione. Facciamo anche attività con le scuole e quest’anno i temi che abbiamo toccato sono la biodiversità e le sue dinamiche. Proponiamo anche laboratori specifici, uniti all’attività esperienziale con gli asini, con le canoe o le visite in apiario».
Notiamo lì accanto uno stand multicolore, con il bancone trabocca di frutta. Uno dei titolari di Fresssco di Perugia ci spiega la filosofia della sua offerta, mettere nel bicchiere i sapori della natura e creare gustosissimi succhi. Ananas con curcuma, una delizia!

 

 

Emanuele Di Biase, Vegan Master Chef e pluricampione internazionale, nonché titolare dell’azienda Sayve, è toscano di nascita ma toreggiano per amore della moglie Francesca. Ci racconta: «Il mio percorso è un po’ particolare, oltre che uno chef sono anche un tecnologo alimentar. Sono diventato cuoco da giovanissimo, ma vegano solo una ventina di anni fa per scelta etica: a questo si è unito il divertimento per la sperimentazione e così è nato il nostro formaggio vegano. Insieme al mio socio, abbiamo un caseificio vegano in Slovenia dove prepariamo formaggi vegetali con ceci, basici o aromatizzati con pepe, tartufo, peperoncino e altri. Qualcuno lo ha definito il nuovo formaggio».

Emanuele Di Biase, Vegan Master Chef

Continua lo chef Emanuele: «Qui a Tuoro sto benissimo, c’è un’aria salubre e gente fantastica. Con questa iniziativa abbiamo voluto dare, io e mia moglie Francesca, un contributo a questa comunità per la promozione di questo territorio. I miei progetti sono legati a far conoscere e diffondere una cucina più sana, naturale ed etica al fine di ritornare a mangiare come facevano i nostri nonni, come nella cucina vegetale di stagione che riproponiamo nel nostro home restaurant. Inoltre siamo in animo, sempre con Francesca, di aprire entro un anno la Veganok Accademy, una scuola vegana per far apprendere il lavoro della ristorazione in chiave totalmente vegetale. Debbo ringraziare, oltre alla Pro Loco e al Comune, anche i miei amici Marco Cucurnia e Matilde Celi, provenienti dal rinomato quartiere della Garbatella di Roma, dove ciascuno ha una propria attività di bar e pasticceria, e l’altro amico e consulente vegan Mario De Riccardis di Senigallia; loro mi hanno dato una grande mano durante tutta la Festa». Subito dopo la nostra conversazione, abbiamo potuto apprezzare una buonissima carbonara vegana, preparata direttamente dalle sapienti mani dello chef Emanuele Di Biase.

Incontriamo Sauro Martella, il fondatore della certificazione Veganok e Renata Balducci, presidente dell’associazione Vegani Italiani Onlus AssoVegan e madrina della Festa. Renata ci racconta che la sua vita da qualche anno ha cambiato direzione e da allora, ha abbracciato uno stile di vita etico ed è diventata vegana. Trasmette il suo messaggio con grande forza e passione a tutti quelli che transitano dalle sue parti, attratti dal suo accattivante sorriso. Renata è la dimostrazione che la volontà e la determinazione sono fondamentali per raggiungere gli obiettivi in cui si crede. Il pacato ma non di meno determinato Sauro ci informa, integrando i racconti di Renata, sulla difesa dell’ambiente, sul rispetto della vita e sulla cultura non violenta e vegana che cerca di diffondere.

 

Sauro Martella, Renata Balducci e Francesca Ricci

 

Presso uno stand troviamo Emanuela De Stefanis, che insieme a Paola Sticchi e ad Antonella Panciarola sono le protagoniste dell’Associazione Le Olivastre. Emanuela ci ha raccontato la loro mission: il recupero, la salvaguardia e la valorizzazione dei terreni incolti e abbandonati mediante le modalità dell’agricoltura sociale. Le Olivastre, dal 2014, hanno recuperato due ettari di oliveto secolare sulle colline del Trasimeno e un orto familiare, ora convertito a campo di zafferano. Dal 2017 curano l’organizzazione de L’Oro di Agilla, concorso itinerante per il miglior olio extravergine del Trasimeno. Emanuela, mentre ci parla della Dolce Agogia, la pianta di olivo tipica del bacino lacustre, ha gli occhi che brillano e, quando ne descrive il delicato profumo e aroma, tiene affettuosamente un rametto di Dolce Agogia tra le mani, come se fosse un bambino. L’amore di Emanuela per quest’attività traspare nei suoi racconti passionali e competenti che dona gentilmente a tutti i visitatori che si avvicinano alla sua postazione. Lì in bella mostra c’è l’olio extravergine d’oliva del Trasimeno, che ovviamente mette d’accordo tutti i palati, vegani e non.

 

Emanuela De Stefanis

Dal 13 al 15 settembre la cittadina medievale di Panicale ospiterà nei suoi spazi urbani i molti visitatori previsti, provenienti sia dall’Umbria sia da fuori regione, senza contare i numerosi arrivi anche dall’estero. La VII edizione di Fili in Trama, su iniziativa del GAL Trasimeno-Orvietano, sarà per tre giorni l’evento convogliatore di scuole specializzate del settore e di artigiani che metteranno in mostra le meravigliose e antiche arti del ricamo e del merletto al pari delle loro creazioni. La manifestazione sarà accompagnata dal caloroso abbraccio panicalense mentre il lago Trasimeno sarà il suo romantico cavaliere.

Panicale, uno dei Borghi più Belli d’Italia, è adagiato sulle pendici del Monte Petrarvella e guarda dall’alto il panorama spezzato dalle dolci sinuosità della Val di Chiana Romana e dal chiarore del Trasimeno. Sull’etimologia del suo nome ci sono varie ipotesi, ma ci piace pensare che Pan Kalòn sia la più accreditata. Pan Kalòn in greco vuol dire dove tutto è bello e Panicale, che con la sua struttura urbana medievale a cerchi concentrici, era legata a Perugia sia come rifornitrice di derrate alimentari sia come uno dei suoi baluardi di prima difesa, ha conosciuto dapprima l’estro pittorico di Masolino a cui è stato attribuito un bellissimo affresco raffigurante L’Annunciazione della Vergine, e poi del genio Pietro Vannucci detto il Perugino che, con il Martirio di San Sebastiano esalta la perfezione della bellezza artistica. Panicale sarà la cornice decorativa di Fili in Trama 2019, la Mostra Mercato Internazionale del Merletto e del Ricamo che prevede un ricco programma di appuntamenti di settore e culturali.

 

 

L’attiva e dinamica Francesca Caproni, direttore del G.A.L. Trasimeno-Orvietano, ci ha dichiarato: «Saranno 75 gli espositori provenienti da tutte le regioni d’Italia, comprese le più ambite scuole di ricamo, e ben sette le delegazioni straniere. Quest’anno infatti Panicale potrà garantire la presenza, in qualità di espositori, di scuole provenienti da Grecia, Germania, Portogallo, Inghilterra e Russia, mentre saranno presenti in delegazione ufficiale anche Lettonia e Polonia con i relativi Gruppi di Azione Locali, nell’ambito della Via Europea del Merletto e del Ricamo, un progetto di cooperazione transnazionale che sta prendendo forma e per il quale il nostro GAL sarà capofila a livello europeo».

Il filo di Chiara

L’ospite d’onore sarà Chiara Vigo, l’ultimo maestro di bisso marino che vive nell’isola di Sant’Antioco, a sud della Sardegna. Chiara Vigo custodisce l’arte della propria famiglia tramandata da 28 generazioni di donne ed è in grado, con un lavoro certosino, di ottenere un filo che al sole sembra dorato e con il quale si può ricamare o produrre preziosi tessuti. La particolarità e unicità è che Chiara riesce, come da tradizione, a ricavare il suo prezioso e minuscolo cordoncino da un filamento che un mollusco gigante in via di estinzione, la Pinna Nobilis, produce in piccole quantità. Dalla lunga lavorazione del filamento barboso si ottiene il bisso, in una quantità infinitesimale rispetto al lungo tempo di lavorazione. Da trenta grammi di bisso si ottengono 12 metri di seta di mare. Chiara Vigo riesce a riprodurre il bisso tinto oro, porpora o viola, così come viene citato nella Bibbia, e afferma con convinzione: «Il bisso non si vende e non si compra. Le opere in seta del mare possono essere solo donate o ricevute. Un maestro di bisso vive di offerte». Una vera rarità. Mi riferisco a Chiara Vigo, ovviamente.

Luca Scarpa, consigliere GAL, ha detto: «La mostra vedrà presenti negli stand esclusivamente artigiani o scuole del settore. Un aspetto questo che ha consentito, oltre al resto, di far registrare il tutto esaurito in termini di prenotazioni delle strutture turistiche nei comuni di Panicale e Piegaro e ottimi riscontri negli altri limitrofi del Trasimeno. Ci riempie d’orgoglio sapere che dieci appassionati arriveranno appositamente dalla Corea del Sud e questo testimonia come sia stata imboccata la strada giusta, anche tramite Fili in Trama, per valorizzare il nostro territorio dal punto di vista turistico e culturale e per contribuire, anche se in piccola parte, a realizzare qualche nuovo posto di lavoro nel settore specifico».

I valori dell’evento sono evidentemente legati alla tradizione, che viene rappresentata in questo periodo di internet, di cambiamenti sociali e occupazionali, come promozione turistica e territoriale dell’area lacustre. La riscoperta di certe arti, abbinate al settore dell’accoglienza turistica, alberghiera e della ristorazione, potrebbe rappresentare un volano che favorisca una ricaduta economica sul territorio e nuove opportunità per i giovani. Per riuscire, è importante porre l’attenzione a quello che fanno anche gli altri fuori dei confini locali, dove il GAL è un fervente sostenitore dell’innovazione.

Marco Mannarelli dell’Associazione La Trama di Anita, ci confida: «Ci saranno proposte che vengono da lontano. È il caso di un defilé di moda a cura della Scuola creativa russa di Vera Tarasenkova e un defilé di costumi tradizionali nazionali del popolo russo; la scuola, al suono di musica tradizionale, presenterà la nuova collezione Altay della scuola Etnoclub Paraskeva. Altre sfilate vedranno protagonista il macramè: Il Macramè veste l’abito, con 60 abiti impreziositi con particolari in macramè, animerà Piazza Umberto e darà a cura de Il Macramè di ARIANNA di Castelgomberto VI».

Eventi per tutti i gusti

Poi, spazio a concerti, convegni e rappresentazioni direttamente dal Pan Opera Festival organizzato dall’Associazione TèathronMusikè: verrà infatti messa in scena l’opera Livietta e Tracollo ovvero La Contadina Astuta, con intermezzi comici de L’Adriano in Siria di Giovan Battista Pergolesi. Ancora, ci saranno mostre di costumi d’epoca e modellini di costumi di manifestazioni storiche, spettacoli di lettura e vetrine di negozi allestite a tema, passeggiate tra i colli che sovrastano il Trasimeno e le fotografie di Stefano Fasi per il pubblico, realizzate con la tecnica ottocentesca del collodio umido. Infine, presso il Museo del Tulle di Panicale, ci sarà la premiazione del VI concorso Castello di Panicale – Premio Anita Belleschi Grifoni. Veramente un palinsesto ricco e interessante. Il consigliere provinciale Erika Borghesi, il vice sindaco di Panicale Anna Buso, l’Assessore al Turismo di Panicale Giselda Bruni e quello alla Cultura di Magione Vanni Ruggeri, durante la conferenza stampa hanno avuto parole di apprezzamento per l’evento, ormai senza confini e sottolineato la sua importanza per l’intero comprensorio del Trasimeno e umbro.

 

 

Fili in Trama è una manifestazione voluta dal GALTrasimeno-Orvietano con il supporto delle istituzioni comunali, provinciali e regionali e di una fittissima rete di associazioni del territorio, che saranno protagoniste con continuità nell’ambito del più vasto progetto I Fili, le Trame e Le Reti del Trasimeno-Orvietano, che prevede eventi specifici e dedicati, nei comuni di Panicale, Passignano sul Trasimeno, Tuoro sul Trasimeno con Isola Maggiore, Magione con San Feliciano e Orvieto.
Durante l’evento, oltre per i ricami e i merletti, la sottolineatura più importante sarà quella per le antiche tradizioni e per quelle rinnovate, per le bellezze naturistiche, paesaggistiche e culturali e per le eccellenze in genere, che si possono ammirare nel meraviglioso e generoso comprensorio del Trasimeno-Orvietano.

 


Il programma completo dell’evento si può trovare su: www.filiintrama.it

L’altopiano di Chiavano, situato fra l’Umbria e il Lazio, ha segnato fino al 1860 il confine tra lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie. Un tipico castello medioevale, che dà il nome all’area, sorge sulla testata della valle, in cima a un colle arrotondato a 1128 metri di quota.

Ai suoi piedi, verso sud, si apre il piatto fondovalle delimitato da ripidi versanti distanziati fino a un chilometro e mezzo. Lungo le fasce di raccordo tra la pianura e i rilievi, sorgono Villa San Silvestro e Buda da un lato, Coronella e Trognano dall’altro. Il fascino del Piano di Chiavano non è però quello di un paesaggio residuale del passato, e la prima sensazione che il visitatore avverte è quella di un luogo bello perché funzionale, per la natura e per l’uomo che non lo ha mai abbandonato. Il paesaggio agrario del luogo è uno dei più imponenti e significativi dell’Appennino Centrale, un angolo di Italia in cui ancora coesistono l’antico impianto della centuriazione romana e il nuovo assetto dato al territorio da un’agricoltura incentrata sull’allevamento che rendono questo luogo vivo, dinamico e proiettato verso il futuro. Tanto per movimentare e articolare ancora di più il paesaggio, l’ambiente, la natura e la storia del Piano di Chiavano, ecco che a Villa San Silvestro, proprio accanto al borgo, dove inizia a distendersi la lunga pianura, i resti di un tempio romano del III secolo avanti Cristo parlano, imponenti, dell’antichissima importanza del luogo. Gli interstizi tra le grandi pietre del basamento e i resti delle colonne sono abitati, nemmeno a dirlo, dalle lucertole muraiole, mentre il Codirosso spazzacamino si posa sul campanile della chiesa sorta sopra le vestigia del tempio.

 

Il sito di Villa San Silvestro di Cascia rappresenta l’unico esempio finora noto di un forum repubblicano

Un tesoro nascosto

Tra il 1920 e il 1930 gli scavi condotti al di sotto della Chiesa di Villa San Silvestro fecero riemergere il podio e alcuni elementi architettonici del monumentale tempio romano di cui abbiamo parlato nelle righe precedenti. Nonostante la sua importanza storica per la comprensione del territorio, questo luogo fu per lungo tempo dimenticato, finché negli anni Ottanta le ricerche condotte sul posto dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici per l’Umbria portarono alla luce alcune colonne in laterizio di un portico alle spalle del tempio. Gli scavi sono poi ricominciati nel 2003, sotto la direzione scientifica del professor Filippo Coarelli dell’Università di Perugia. Il progetto è ripartito dallo studio del tempio stesso, che trova confronti solo in altri due casi (Sora e Isernia), molto meno conservati. La campagna di ricerche ha visto integrarsi saggi di scavo mirati a comprendere i particolari delle tecniche edilizie e le caratteristiche costruttive del III secolo avanti Cristo.

 

Un’iscrizione del II secolo a.C. attesta la presenza del culto del dio Terminus, divinità prettamente romana che difende i confini, nell’area di Villa San Silvestro

 

I risultati sono stati sorprendenti. Da un lato lo scavo e i rilievi mettevano in evidenza che il tempio aveva avuto due fasi edilizie: la prima, con la costruzione agli inizi del III secolo a.C., la seconda legata al restauro ispirato ai modelli architettonici che caratterizzarono la Roma del I secolo. Partendo da questi elementi, la campagna dell’agosto 2007 ha portato alla luce un settore del foro che circondava il tempio. Le strutture emerse, ancora in fase di studio, rivelano che il foro, come il tempio, ebbe diverse fasi edilizie: appare dunque naturale collegare la costruzione del foro con l’imporsi della dominazione di Roma che, per assicurarsi il controllo sul territorio, impianta un forum in un’area in cui una popolazione prevalentemente agricola viveva sparsa sul territorio. La scelta del sito non è casuale: si tratta, infatti, di un’area che coincide con la più vasta pianura della zona. Il foro sorge nel punto in cui scaturivano le uniche sorgenti del territorio e, soprattutto, dove il diverticolo della via Salaria incontrava i percorsi di transumanza e quello di valico che, attraverso Monteleone di Spoleto, permetteva di giungere fino alla Flaminia.

 

A est del foro è emersa una vastissima area delimitata da una tripla serie di portici, scanditi da colonne in laterizio e semipilastri

Prosegue il viaggio alla scoperta dei castelli e delle fortezze nei borghi umbri. Frontignano, Petroro, Barattano e Cisterna custodiscono secoli di storia e conservano le gesta di antichi condottieri.

castelli umbri

Il castello di Cisterna

Grandi Castelli

Frontignano è imponente, si vede anche dalla terrazza di Todi. La torre quadrata del XIII secolo si fa notare da lontano. Era così importante da richiedere l’intervento di Cesare Borgia e poi quello di Giulio II per assicurarne il possesso alla Chiesa. Anche Todi ha messo del suo e ha lasciato la sua aquila sopra la porta. Il castello è fronte strada, ma il bello viene girando dietro dove inizia la sua unica strada, chiusa tra due mura altissime, dove il sole penetra male, tanto che le scalette sono coperte di muschio.
Torri ricorda un po’ Frontignano, ma ha più torri, da cui è derivato il nome. Sul davanti, dove si lascia la macchina, si elevano queste mura altissime e tutte forate per alloggiare i colombi. Poi, seguendo il sentiero ben lastricato, si gira attorno fino alla porta con l’aquila. L’interno è in disarmo, ma ci si sente proprio dentro un castello. A Torri, nella chiesetta è stato allestito un bel museo di farfalle insetti e minerali.

Un luogo romantico: il castello di Petroro

La strada che sale verso Petroro segue a ritroso il tracciato della via che percorrevano i pellegrini che scendevano da Nord per andare a pregare sulle tombe di Pietro e Paolo e di Gesù, e strada facendo si fermavano a pregare nelle piccole cappelle dedicate ai martiri locali. Gente di tutte le età che sapeva che difficilmente sarebbe tornata a casa, ma che partiva con entusiasmo per andare a pregare sulla tomba di colui che avrebbero incontrato in cielo. Viaggi di una fatica inimmaginabile, che richiedevano luoghi di sosta e anche di cura.
Uno di questi era Petroro, un piccolo borgo fortificato con un grande cortile interno e lo stemma di Todi sulla porta d’ingresso. Era nascosto tra gli alberi, dove tutto era silenzio e pace e i viandanti trovavano da mangiare da dormire e, se serviva, anche assistenza medica.
Nel 1499 l’attività si fermò. Arrivò Cesare Borgia per scatenare le sue truppe contro i seguaci della famiglia Atti, signori di Todi, che si erano rifugiati proprio a Petroro. Fu una strage senza prigionieri.
Il tempo ha completato la devastazione, ma il castello è tornato a nuova vita. Dopo i danni causati dal terremoto del 1997, è stato restaurato con maestria. Oggi è abitato dai monaci ortodossi martiniani che hanno ridato nuova vita al borgo e dove si accolgono i moderni pellegrini come anticamente si accoglievano e curavano i romei che attraversavano la zona. In estate nel cortile del castello si svolgono spettacoli teatrali messi in scena da Todi Festival.

 

Il castello di Barattano

L'aquila fuori posto

Barattano era un luogo militare come testimoniano le grandi torri di difesa ancora in piedi. La guarnigione che abitava il castello doveva essere numerosa perché sono rimaste tante case alte e fortificate. In quelle strade non entra molto il sole e non ci sono panorami sulla valle. Tutto è richiuso su se stesso. Il castello è passato attraverso varie signorie ma più a lungo è rimasto sotto la giurisdizione di Todi, che l’ha segnato con l’aquila, che però non si trova sopra la porta. Basta cercare fuori dalle mura per vedere che la solita aquila di travertino non ha mai abbandonato il castello.
Cisterna. Campi, olivi, colline, viti e finalmente Cisterna. Un cassero con merli guelfi che domina la valle, una stradina ed è tutto. Cisterna vecchia fu rasa al suolo da Federico Barbarossa mentre Braccio da Montone e i suoi uomini risparmiarono la Cisterna di oggi. Todi la prese sotto tutela del suo arcivescovado e naturalmente c’è l’aquila ma anche a Cisterna non è al suo posto. Cercare e trovare. Durante la seconda guerra mondiale Cisterna ha nascosto dei rifugiati e la signora Adriana vi mostrerà il luogo dove erano nascoste queste persone e il passaggio segreto che conduceva fuori dal castello.
Questi sono solo alcuni dei castelli dell’altopiano di San Terenziano e che appartengono al comune di Gualdo Cattaneo. Ce ne sono ancora tanti altri, ma accanto a questi rimangono castelli importanti, che sono borghi abitati, come Marcellano o lo stesso Gualdo Cattaneo, che meritano una visita in occasione delle feste che organizzano in estate e anche in inverno.

 

Inseguendo l’Aquila – I parte


Ruggero Iorio, Le origini della diocesi di Orvieto e Todi, alla luce delle testimonianze archeologiche (1995) 
Emore Paoli, Marcellano indagine su un castello medievale umbro (1986) 
Vincenzo Fiocchi Nicolai, Umbria cristiana, dalla diffusione del culto al culto dei santi (2001) 
Atti del convegno internazionale e studi sull’alto Medioevo
Paolo Boni, San Terenziano e il suo altopiano 
www.isentieridelsilenzio 
Maurizio Magnani, Il signore di Collazzone (2010) 
Italia – Umbria: Istituto geografico de Agostini (1982) 
Alexander Lee, Il Rinascimento cattivo 

Preci appartiene al Club de
I Borghi Più Belli d’Italia

 


Imboccando il sentiero 505 da Triponzo verso Visso, si risale il tortuoso corso di un torrente. Lo chiamano lu raiu de la scafa, laddove raiu, derivato da gravarium, indica una deiezione di pietrisco. A tratti sarà necessario guadare il fiume, cercando di non scivolare sulle rocce bagnate, e cercando di distinguere gli ostacoli dai giochi d’ombra della cupola di fronde sopra la propria testa. Poi le pareti di roccia, dritte e lisce come se fossero state tagliate con una lama, ci attireranno in una forra angusta, richiamandoci con l’ipnotico suono dell’acqua scrosciante.

valnerina

La cascata de Lu Cugnuntu, foto di Maurizio Biancarelli

Lu Cugnuntu

Siamo in Valnerina, a pochi chilometri dal borgo di Preci, dove il fosso di San Lazzaro e il Fosso Acquastrino si gettano in quella che è una vera e propria ferita negli strati calcarei di Scaglia Rossa che caratterizzano la zona. Non a caso, la forra è chiamata Lu Cugnuntu, la congiunzione – dal latino coniunctio, anche se non si esclude una derivazione volgare di coniuntius, una sorta di condotto idraulico. Giunti ai piedi della congiuntura, si viene investiti da una nube di aerosol, sprigionata dall’acqua che precipita per ben ventiquattro metri.

 

 

A monte, le calcareniti – rocce piuttosto resistenti all’erosione –  hanno infatti creato un dislivello tale da dare origine a uno spettacolo maestoso, quasi soverchiante per quell’angusta fenditura. Sebbene le guide consiglino di intraprendere questa escursione in primavera, quando la prospettiva di bagnarsi non crea più particolari problemi, è in inverno che la forra sprigiona tutta la sua magica atmosfera. Non è solo per la gittata maggiore propria della stagione, ma anche per le basse temperature che, congelando l’aerosol, creano arazzi di ghiaccio a decorazione delle ripide pareti.

Acque miracolose

In tempi antichi si credeva che queste acque avessero poteri terapeutici, come quelle vicine di Triponzo e di Madonna della Peschiera. La convinzione era tale che, nel 1218, venne persino creato un lebbrosario, favorito anche dalla posizione isolata. In una pergamena del 1342, si legge come Razzardo di Roccapazza – Roccapazza era un castello che fu completamente distrutto dal terremoto del 1328 – avesse donato un terreno, in parte coltivato e in parte adibito a pascolo, al borgo di San Lazzaro in Valloncello. Per alcuni Razzardo fu influenzato da San Francesco, o almeno dall’ideologia francescana che cominciava a prendere piede; in ogni caso la struttura che venne costruita, annessa all’omonima chiesa, fu affidata dapprima ai monaci dell’Abbazia di Sant’Eutizio, poi ai frati minori e ai francescani.
Dalla stessa pergamena si evince che i malati potevano vivere nel lebbrosario con le proprie famiglie, ma non potevano in nessun caso allontanarsi, figurarsi lasciarlo. Veniva servito del cibo ritenuto prodigioso, come la carne di vipera di montagna. Allo stesso modo, sappiamo che i superiori godevano del privilegio di ordinare il ricovero ai malati delle diocesi di Spoleto, Camerino e Ascoli, anche se i parenti non approvavano.
Il lebbrosario – di cui sono ancora visibili le navate centrali della chiesa annessa – fu soppresso nel 1490 da Papa Innocenzo VIII, perché fortunatamente i casi di lebbra stavano scomparendo.

 

Preci

La mappa

 

Cascata de Lu Cugnuntu:
Latitudine 42°51’04”N Longitudine: 12°59’19”E
Quota massima: 620 m
Tempo di percorrenza: 2h
Lunghezza: 1,75 km
Dislivello: +220 m / -220 m
Punti d’acqua: 3
Valore scenico: alto
Sito panoramico: basso
Modalità di accesso

    • a piedi: facile
    • in bici: difficile
    • A cavallo: media
    • In auto: non consentito

Stagioni consigliate: tutte
Consigli per l’escursionista: munirsi di scarpe impermeabili e di caschetto

 


Fonti:

R. Borsellini, Riflessi d’Acqua – Laghi, fiumi e cascate dell’Umbria, Città di Castello, Edimond, 2008.

M.Biancarelli, L’Umbria delle Acque, Ponte San Giovanni, Quattroemme, 2003.

www.lavalnerina.com

www.iluoghidelsilenzio.it

Int.Geo.Mod srl (a cura di), Parco geologico della Valnerina, Spoleto, Nuova Eliografica s.n.c..

Citerna appartiene al Club de
I Borghi Più Belli d’Italia

 


Per alcuni ha origine a Siena, durante la furiosa epidemia di peste del 1348, quando un medico aveva preso l’abitudine somministrarlo ai malati; per altri, invece, sembra sia nato da un’esclamazione volata nella mensa del Concilio di Firenze del 1439 e da un malinteso. Quale che sia la storia, è indubbio che il vinsanto debba il suo attributo a qualche proprietà particolare, magari miracolosa. O forse alla sacralità del procedimento che serve per ottenerlo.

vin santo

Le uve per il vin santo

Un lavoro da farsi con la luna calante

«Vuoi assaggiare questo nettare? Ma questo non è un vinsanto, è un nettare! Oh amabile sorbetto, nettare prezioso e delicato». (Goldoni)

Bevanda da dessert dal colore ambrato, il vin santo è il prodotto più fine delle uve Trebbiano e Malvasia, come pure del Grechetto, del Cannaiolo, della Vernaccia e di San Colombano. In Toscana è ottenuto anche da uve San Giovese, tanto da essersi guadagnato l’epiteto di Occhio di Pernice. Quali che siano gli uvaggi scelti, la creazione del vin santo presuppone una scelta: i grappoli migliori, a uno stato di maturazione non troppo avanzato – in modo che le bucce possano resistere all’appassimento – vengono raccolti e appesi per tre, o addirittura quattro mesi, in modo che appassiscano. Era credenza diffusa che i grappoli, singoli o coppidi, cioè doppi, non sarebbero marciti se fossero stati appesi in fase di luna calante (o dura).
Diffuso nell’Alta Valle del Tevere e nella vicinissima Toscana, il vin santo acquista però a Citerna quella nota affumicata che lo ha reso Presidio Slow Food. Le vaste pianure sottostanti il borgo, come pure l’abbondanza d’acqua, avevano infatti permesso alla zona di essere eletta a luogo ideale per la coltivazione del tabacco, destinato ai Monopoli di Stato. Così, per ottimizzare gli spazi, grappoli e foglie venivano appesi alle travi del soffitto in modo che potessero seccarsi col calore delle stufe e dei camini. Fonti di calore che, inevitabilmente, finivano per sprigionare anche del fumo, donando alle uve il tipico retrogusto di affumicatura.

 

Una fermentazione difficile

Il vin santo ormai passito viene poi pigiato e fatto fermentare – con o senza vinacce – in caratelli di legno con una capienza che oscilla dai 15 ai 50 chilogrammi. Le dimensioni di questi contenitori la dicono lunga sulla qualità della bevanda che si finirà per ottenere. Innanzitutto danno la misura della produzione del vin santo, estremamente contenuta: mediamente un quintale d’uva, una volta terminata la fase di essiccazione, arriva a pesare 30-35 chilogrammi, e deve essere ancora pigiato.
In seconda istanza, contenitori di tali dimensioni permettono di sacrificare solo una piccola parte della preziosa annata, nel caso qualcosa dovesse andare storto in fase di fermentazione. Questo passaggio è infatti estremamente delicato: dato il forte appassimento, il mosto del vin santo ha una concentrazione zuccherina molto elevata che, a sua volta, comporta un alto tenore alcolico. L’agente lievitante contenuto nella pruina – la sostanza cerosa che ricopre gli acini proteggendoli dai raggi ultravioletti e dalla disidratazione – difficilmente riesce a sopravvivere a tenori alcolici superiori al 13%, e qui stiamo parlando di valori che possono raggiungere anche il 19%.
I produttori, per arginare questo problema, si servono della feccia delle annate precedenti, ovvero di una specie di deposito che, conservato di anno in anno e ripartito nei vari caratelli, è capace di stimolare la fermentazione. A questo proposito, la feccia viene chiamata madre e, dal momento che rimane anche nel legno dei caratelli stessi, questi vengono riutilizzati senza essere prima lavati.

Il vino ambrato

Una volta riempiti per ¾, i contenitori vengono sigillati e stoccati –in passato venivano posti in soffitta, in modo che fossero esposti alle escursioni termiche, ritenute benefiche – e lì rimangono per almeno tre anni. L’incertezza sulla buona riuscita del vino aleggia fino all’apertura dei caratelli, quando si saprà se la feccia madre sia riuscita o meno a far fermentare il mosto, salvandolo dal marcescenza. È curioso che, a Citerna, proprio il vin santo venisse usato per ammorbidire le foglie del tabacco che, sottratte al Monopolio di Stato, venivano nascoste in casse di latta e sepolte nei campi. Tuttora, in Toscana, i fumatori di sigaro sono soliti inzupparli nel vin santo per gustarli meglio.

 


Sitografia:

www.fondazioneslowfood.com/it/presidi-slow-food/vinosanto-affumicato-dellalta-valle-del-tevere/

www.ilportaledelleosterie.it

www.wsimag.com

Spello appartiene al Club de
I Borghi Più Belli d’Italia

 


Grazie alla sua posizione mozzafiato su di una dolce collina che contrasta per altezza con il vicino Monte Subasio, il comune di Spello si è guadagnato anche per il 2017 la selezione tra i Borghi più Belli d’Italia.

Celebre per le sue maestose infiorate in occasione del Corpus Domini, che di anno in anno diventano sempre più conosciute anche fuori dall’Umbria e durante le quali le strade si colorano di tappeti rappresentanti scene di natura religiosa create con i petali, il piccolo borgo fu fondato dagli Umbri per poi passare sotto la dominazione romana intorno al 41 a.C. e nell’epoca augustea ricevette l’appellativo di “Splendida colonia Iulia”. Fu proprio con la presenza dei Romani che Spello venne dotata delle strutture urbanistiche tipiche dell’impero, quali mura, terme, un teatro e persino un impianto idrico che, nonostante le varie vicissitudini – dall’invasione dei Barbari ai passaggi di dominio tra vari Ducati e il Papato, sono giunte fino ai giorni nostri.

 

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Veduta di Spello, foto di Marica Sorbini

 

Ed è la riscoperta di una di esse che ha reso il borgo un’attrattiva anche per gli sportivi: se siete degli escursionisti con la passione per la natura c’è un meraviglioso percorso che fa per voi! Infatti, nel 2009, un tratto dell’acquedotto romano è stato recuperato grazie ad un progetto voluto dell’architetto Stefano Antinucci, realizzando un tracciato per gli amanti del trekking e della mountain bike. L’antico manufatto, in pietra calcarea locale, bianca e rosata, subì diverse ristrutturazioni nel corso degli anni ed è stato funzionante fino all’Ottocento, quando a causa dell’eccessive perdite fu sostituito da una nuova struttura e quindi temporaneamente cadde nel dimenticatoio.
Ma oggi l’acquedotto costituisce un importante reperto, conservando molti tratti originali, che si possono ammirare durante il percorso, intersecandosi con antichi ponti e persino un abbeveratoio, un tempo utilizzato per dissetare gli animali, dove attualmente si trova una fontanella dalla quale è possibile attingere acqua fresca.

 

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Acquedotto romano, foto di Marica Sorbini

 

Il sentiero ha il suo punto di partenza a Spello, dal cui centro storico si deve arrivare alla Fonte della Bulgarella (quota 313 m) e da lì si va attraverso una via ben tracciata che giunge sotto il piccolo e caratteristico borgo di Collepino (quota 456 m), ma ovviamente è percorribile anche in senso contrario e anzi, è considerato come il naturale proseguimento del preesistente Sentiero 52 che collega direttamente il Monte Subasio a Collepino. Si sviluppa per circa 5 km ed è prevalentemente pianeggiante, aspetto che lo rende adatto a escursionisti di tutte le età, compresi bambini e anziani. Lungo di esso sono presenti delle panchine che consentono alle persone di riposarsi, ma soprattutto di godere e ammirare il paesaggio circostante: scorci sulla valle del Chiona, sulle colline appenniniche e su Spello, sono indubbiamente buone ragioni per cui intraprendere questa passeggiata.

 

Collepino

Sentiero di Collepino, foto di Marica Sorbini

Arrone appartiene al Club de
I Borghi Più Belli d’Italia

 


Se siete alla ricerca di un itinerario per il weekend, o anche per le vacanze, è il momento di scoprire i Borghi più belli d’Italia. Il sito ufficiale divide per regioni i paesi selezionati e tra questi, in particolare, c’è Arrone, che sorge ad 8 km da Terni, immerso nel cuore della Valnerina.

Sentiero dell’Olio

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Chiesa di S. Giovanni

La concezione del borgo richiama la tipica cittadina medievale e passeggiando per le vie del paese si fa fatica a non meravigliarsi del verde dei colli che proteggono le mura di pietra, ma le origini di Arrone sono molto più antiche e si scoprono attraverso i percorsi naturalistici che da lì partono. Uno di questi è il Sentiero dell’Olio, che dal centro si addentra tra querce e pini per salire fino al piccolo borgo di Tripozzo, a circa 600 metri. Il percorso si sviluppa in 3,4 km su una strada non molto trafficata, ma che nella bella stagione si ripopola di appassionati, tanto che viene scelta anche come itinerario per la nordic walk, pur essendo adatta a tutta la famiglia.
Mentre si sale, si può notare come la macchia mediterranea lasci rapidamente il posto a distese di olivi secolari e reperti di derivazione romana: questa zona era infatti utilizzata ampiamente per la coltivazione e lavorazione delle olive, di cui ne fanno testimonianza i resti di un mulino e la strada che ora accompagna gli escursionisti era un tempo il collegamento per trasportare il prodotto oleario fino a valle.

La fonte di San Lorenzo


Un’ulteriore conferma della valenza antropologica del territorio è data dalla presenza di una fonte, conosciuta come fonte di San Lorenzo, che si incontra a meno di 500 metri lungo il cammino, ma anche da reperti archeologici quali un edificio e materiali di ceramica, trovati dopo alcuni lavori agricoli, datati orientativamente tra il I sec. a.C e il I sec. d.C. nella stessa Tripozzo per via di strutture e tecniche costruttive tipiche dell’epoca rivenute grazie agli scavi realizzati nel 2000 dalla Soprintendenza dei Beni Archeologici dell’Umbria.
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Si pensa che l’edificio fosse una villa schiavistica e nello studio di questa costruzione si è potuta costatare la presenza di un torchio a trave che serviva per spremere le olive. Dagli scavi, si viene a sapere che l’edificio è stato anche ristrutturato, e questo fa valutare il fatto che sia la costruzione del frantoio e che le modifiche successive non potevano che essere commissionate da una personalità di spicco della prima età imperiale, una sorta di imprenditore che poteva disporre di un ampio numero di manodopera per la sua attività olivicola.
La produzione è tuttora portata avanti in maniera biologica, come mostrano alcuni cartelli posti in mezzo agli olivi; e chissà che non si tratti di discendenti di questa figura imprenditoriale!

Le Marmore



Qui a Tripozzo, la passeggiata trova il culmine della visuale e vale la pena affacciarsi ad ammirare la vallata, da cui si apre un panorama variegato, fatto di boschi, oliveti, alcune frazioni di Arrone come – Montefranco – e, se si affina la vista, si può vedere alla propria sinistra la nube delle acque che scendono impetuose dalla Cascata delle Marmore, nascosta da un altro colle. Con gli occhi pieni di meraviglia, si può far ritorno ad Arrone.


Fonti
Parco Regionale Fluviale Del Nera, Itinerari escursionistici a tema. Sulle orme del nostro passato: alla visita di interessanti siti archeologici.
http://www.turismovalnerina.it/itinerario
https://www.nordicwalkingterni.it/eventi.html?start=165
tipicamenteumbria.it

 

Per saperne di più su Arrone

Norcia appartiene al Club de
I Borghi Più Belli d’Italia

 


Il dio greco Dioniso, chiamato anche Bacco (“il rumoroso”), è una figura fondamentale della religiosità e della mitologia antiche; egli rappresenta la forza produttiva della natura, la potenza germinativa che regola i cicli dell’agricoltura ed è considerato l’inventore del vino, la bevanda meravigliosa, fonte di gioia e soave lenitivo per le sofferenze degli uomini ai quali insegnò l’arte della sua produzione.

Il mito di Dioniso

Cippo A, Dioniso

La leggenda relativa alla nascita del dio lo indica quale frutto dell’amore tra Zeus, re degli dei, e Semele, fanciulla mortale figlia di Cadmo, sovrano di Tebe. Era, sposa legittima di Zeus, venuta a conoscenza del tradimento si ingelosì e, volendo punire la rivale, prese le sembianze della sua nutrice, suscitando nella fanciulla il desiderio di contemplare l’amante nel pieno del suo splendore divino. Zeus le apparve dunque nella forma della sua suprema maestà, il fulmine, tanto che Semele, già in attesa di Dioniso, ne rimase folgorata e morì incenerita dando alla luce il bambino prematuro; Zeus allora prese il nascituro e se lo cucì all’interno di una coscia per portarne a compimento lo sviluppo e, una volta  nato, lo consegnò ad Ermes perché lo proteggesse dalle ire della sua sposa. Costui condusse il neonato ad Orcomeno e lo affidò alle cure di Ino, sorella di Semele, e di suo marito Atamante, suggerendo loro di travestirlo da bambina affinché Era non lo riconoscesse; lo stratagemma non servì però ad ingannare la regina degli dei che, furiosa, portò i due alla follia inducendoli ad uccidere i loro stessi figli. Ermes riuscì a trarre in salvo Dioniso e, condottolo sul monte Nisa, lo affidò ad un gruppo di Ninfe che ebbero il compito di allevarlo all’interno di una grotta. Una volta divenuto adulto, fu ancora oggetto della furia di Era e, impazzito, cominciò a vagare per i luoghi più remoti del mondo, giungendo fino in India. Di ritorno in Grecia, egli giunse a Tebe, in Beozia, dove è ambientato uno degli episodi più noti della sua saga, reso immortale dalla celeberrima tragedia di Euripide Le Baccanti. Dioniso, desideroso di istituire il proprio culto, arrivò in città sotto mentite spoglie, ritenuto da tutti un semplice banditore della nuova religione; immediatamente le donne furono sopraffatte dalla follia dionisiaca ed abbandonate le loro case corsero sul monte Citerone dove cominciarono a compiere azioni portentose: esse allattavano cerbiatti e lupacchiotti, facevano sgorgare acqua dalle rocce, vino e latte dalla terra, miele dai tirsi, sbranavano animali, si cibavano di carne cruda. Il re locale Penteo, sconvolto dal sovvertimento dell’ordine costituito, fece imprigionare il dio, il quale si liberò con un prodigio e persuase lo stesso sovrano a recarsi sul monte in abiti femminili per spiare gli strani rituali compiuti dalle sue concittadine; ma egli fu scoperto e le donne, in preda al furore dionisiaco, lo scambiarono per un leone e lo fecero a pezzi. Agave, madre dello stesso Penteo, brandendo il macabro trofeo, tornò a Tebe dove rinsavì poco a poco e, resasi conto dell’orrendo delitto, fu colta da disperazione.

Il culto e l’estasi

Cippo B, Menade danzante

Il culto tributato a Dioniso è di tipo estatico; chi vi prende parte è in preda al furore bacchico detto anche mania. La musica, la danza, il vino sono elementi fondamentali del rituale e provocano nei partecipanti uno stato di eccitazione e di follia, in cui gli elementi caratteristici del kosmos greco sono sovvertiti. L’alienazione dalla realtà immette nel mondo dell’illusione dove l’ordine precostituito è sconvolto, le differenze sociali sono annientate; in questa sfera illusoria le donne abbandonano i loro ruoli tradizionali, l’umile diviene potente, l’infelice diviene felice. Dioniso appare così come un liberatore, colui che, seppur in maniera effimera, affranca gli uomini dalle sofferenze donando loro la pienezza della gioia, aiutandoli ad oltrepassare i propri limiti umani e conducendoli verso una condizione che nella vita reale è loro preclusa. Lo stesso corteggio del dio, o thiasos dionisiaco, è composto da creature con caratteristiche solo parzialmente umane; si tratta dei satiri e delle menadi o baccanti, rispettivamente uomini dall’indole e dai tratti ferini, manifestazioni della natura selvaggia, e donne in preda all’ebbrezza dell’alcool che si scatenano in danze sfrenate.

I cippi dionisiaci

Nel maggio del 1986, i lavori di ristrutturazione di una casa privata di via Reguardati, a Norcia, condussero al rinvenimento di una coppia di reperti di alto valore archeologico e artistico: due cippi gemelli scolpiti con scene relative alla saga di Dioniso, attualmente conservati presso Criptoportico Romano di Porta Ascolana della medesima cittadina. Entrambi i pezzi hanno forma cilindrica, leggermente rastremata verso l’alto e sono realizzati in pietra grigiastra locale; il cippo denominato A è alto 65 cm con diametro di 38.5 cm alla base e di 35.5 cm nella parte superiore; al centro della rappresentazione compare Dioniso giovane, visto di profilo, con la mano destra poggiata al tirso, mentre con la sinistra, distesa lungo il fianco, regge il kantharos.

cippi dionisiaci nursini

Riproduzione grafica del Cippo A

Il dio è nudo, vestito unicamente di un drappo che gli avvolge il torace, forse una pelle ferina, e dei calzari. Ai lati compaiono due figure femminili panneggiate, identificabili con delle menadi colte nell’atto di danzare come mostrano le teste rivolte all’indietro, i piedi sollevati dal suolo e i drappeggi degli abiti, volti a sottolineare i movimenti vorticosi del ballo. La figura posta alla destra di Dioniso sorregge un timpano, mentre quella alla sua sinistra, separata dal dio da una palmetta stilizzata, tiene una spada in una mano e una testa umana mozzata nell’altra. Quest’ultima figura è di fondamentale importanza per l’interpretazione della scena, permettendo di identificare con esattezza la vicenda rappresentata, riferibile all’episodio tebano sopra menzionato.

cippi dionisiaci da norcia

Riproduzione grafica del Cippo B

Il cippo B è alto 63 cm con diametro di 41 cm alla base e di 37 cm nella parte superiore; la scena è del tutto simmetrica alla precedente, analogamente composta di tre figure umane e una palmetta. Al centro è un satiro nudo, con un drappo sulle spalle, che suona il doppio flauto fiancheggiato da due menadi danzanti simili a quelle del cippo A; la donna posta sulla destra regge un tirso sopra le spalle, mentre quella a sinistra percuote un timpano con la mano. I reperti possono essere datati alla prima età imperiale (inizi del I sec. d.C.).
Assai difficile dire quale fosse l’esatta funzione dei cippi, anche se appare verosimile attribuire ad essi un valore sacrale, forse legato a specifiche pratiche cultuali legate al culto dionisiaco molto diffuso in ambito italico non solo a Roma, ma anche nelle province.

 

R. Cordella-N. Criniti, Iscrizioni latine di Norcia e dintorni, in Quaderni di Spoletium 1, Spoleto 1982.
R. Cordella-N. Criniti, Nuove iscrizioni latine di Norcia, Cascia e Valnerina, in Quaderni di Spoletium 5, 1988.
D. Manconi, Norcia. Alcune attività sulla città romana, in Spoletium 33, 1988, 63-75

Castiglione del Lago appartiene al Club de
I Borghi Più Belli d’Italia

 


Oltre novanta opere del grande artista: tre celebri serie di incisioni e acqueforti e un corpo unico di ceramiche, a Palazzo della Corgna di Castiglione del Lago fino al 5 novembre 2017, nella mostra dal titolo: Pablo Picasso. La materia e il segno. Ceramica, grafica.

mostra picasso a castiglione del lago

Uno dei ritratti di Honoré de Balzac esposti presso la mostra a Castiglione del Lago

Organizzata da Sistema Museo in collaborazione con Lagodarte e promossa dal Comune di Castiglione del Lago nell’anno in cui in diversi luoghi della penisola si ricordano, con eventi e mostre, i cento anni dal viaggio in Italia di Picasso, quella di Castiglione del Lago è una bella occasione per conoscere meglio uno dei più grandi artisti del XX secolo e visitare il borgo fortificato, uno dei centri turistici più importanti del Trasimeno.
La mostra è allestita in tre sale del piano nobile di Palazzo della Corgna, il biglietto è unico e permette l’accesso al circuito museale che comprende il Palazzo, le sue sale affrescate che dominano il Trasimeno, e la Rocca del Leone, entrambi simboli di Castiglione del Lago, uno dei borghi più belli d’Italia.
Dopo la scenografica Sala dell’Investitura, che celebra con gli affreschi di Pomarancio (sec. XVI) le gesta del Marchese Ascanio della Corgna, si raggiunge la prima sala espositiva, la Sala di Fetonte, dove sono esposte nove litografie di Picasso del 1957: una serie di otto ritratti di Honoré de Balzac, padre del Realismo letterario che verranno pubblicate in quegli anni come Balzac en bas de casse et Picassos sans majuscule più il frontespizio di un’edizione di Le Père Goriot di Balzac.

mostra picasso castiglione del lago

Testa di toro da La Carmen, Picasso

Picasso avrà un’intensa produzione incisoria che gli permetterà di sperimentare nella sua lunga carriera di artista diverse tecniche e materie, e di trasformare chimicamente e meccanicamente il segno grafico.
La seconda sala espositiva, allestita nella Sala dell’Eneide, propone dodici tavole in acquaforte e acquatinta del 1968, più un frontespizio, che Picasso realizza per illustrare la commedia teatrale Le Cucu Magnifique di Crommelynck, amico di vecchia data. Prendendo ispirazione dalle proprie conoscenze mitologiche, tra cui l’immancabile Minotauro, Picasso riesce a raccontare le conseguenze tragiche del sentimento della gelosia, ma con spirito farsesco. Il tracciato espositivo ci porta nella Sala degli Dei

mostra picasso a castiglione del lago

Testa di donna, Pablo Picasso

dove sono presenti trentotto tavole incise a bulino più due frontespizi del 1949, in cui Picasso evoca La Carmen, con una serie di visi di uomo e di donna stilizzati, costumi andalusi, teste di toro e corride, realizzate per illustrare la novella di Prosper Mériméé del 1845 trasposta in musica da Bizet nel 1875. Sarà l’ultima opera incisoria a bulino di Picasso a Parigi. Dal 1947 si trasferirà in Costa Azzurra dove prevarrà il suo interesse per la scultura, grazie alla presenza di molte manifatture ceramiche e forni. La ceramica gli permetterà di sperimentare la materia terra, modellandola e dipingendola trovando nuove soluzioni: la mostra presenta ventinove manufatti fittili del periodo 1948-1969, creazioni tradizionali e nuovi assemblaggi, reinvenzioni come i vasi strutturali, che perdono la loro funzione e diventano sculture, le brocche-gufo e i piatti con ritratto smaltati.


Orari di apertura: tutti i giorni ore 9.30-19. La biglietteria chiude mezz’ora prima. È possibile prenotare l’apertura straordinaria per visite riservate.
Biglietti: Il biglietto comprende la visita a Palazzo della Corgna e alla Rocca del Leone. Intero 8 euro; ridotto 5 euro (gruppi di oltre 15 unità, ragazzi fino a 25 anni); ridotto famiglia 18 euro (3 persone), 22 euro (4 persone); biglietto unico residenti Comune di Castiglione del Lago 4 euro; ridotto famiglia residente 10 euro (3 persone), 12 euro (4 persone); omaggio bambini fino a 6 anni.
Informazioni: Palazzo della Corgna 075 951099 – cooplagodarte94@gmail.com
Prenotazioni: Sistema Museo call center 0744 422848 (dal lunedì al venerdì 9-17, sabato 9-13, escluso i festivi) – callcenter@sistemamuseo.it


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