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Qualificare l’Umbria e Terni attraverso una visione d’insieme, contemporanea, di tanti dettagli interconnessi.

Around The Nera è un conio del 2023 pensato per serie di articoli, interviste e ricerche sul Nera o la Nera, come porta dell’Umbria Sud, da Orte al salto del Velino, via gole del Nera e attorno a Terni. Un reportage sul Lungo Nera, teatro di interventi di rigenerazione urbana nell’area ex Opificio Siri trasformato nel centro museale e contemporaneo Caos, che danno a questa parte di città il necessario ruolo di driver di sviluppo culturale. Sull’opera incompiuta Genesis di Beverly Pepper (around the incomplete work) che in quell’area doveva sorgere, e un focus sul Drago, emblema della città. Tra questi, Estratto di Drago, dallo scitale al Thyrus in 3D, in cui si concentrano le fasi salienti. Cultura e contemporaneità sono i denominatori, per qualificare Terni e l’Umbria attraverso una visione d’insieme, di tanti dettagli interconnessi.

 

Genesis. di Beverly Pepper. Foto di Mauro Cinti

Case opera d’arte, collezionismo locale e arte pubblica

Nel contesto più ampio, Around The Nera ha esplorato le identità sommerse di Terni il cui tessuto artistico si rivela attraverso le narrazioni del collezionismo locale, parallele all’arte pubblica. Iniziative culturali come Atelier liberi (Profili Babocci), CavourArt, e TowerA hanno fatto emergere questo aspetto con l’apertura di spazi temporanei dell’arte nelle dimore private e nei luoghi di culto simbolici e suggestivi, in un transito di artisti incessante. Il Duomo, ornato con le splendide porte di Bruno Ceccobelli, espone Kathartirio di Valentina Angeli, sotto le volte romaniche a crociera di San Francesco, Lauretta Barcaroli deposita Ogni possibile mondo. Narrazioni a tratti inattese che scorrono dalle Tre Piazze di Ridolfi del centro al Lungonera, e alla Terni medioevale. Tra gli innumerevoli palazzi dell’architettura urbanistica moderna della ricostruzione post bellica si scoprono Case opera d’arte per dirla alla Edmond de Goncourt, come Alberici Paparoni e il suo unico giardino rinascimentale. Case autobiografiche, in cui, per il tramite di oggetti e opere d’arte, si raccontano gli artisti attraverso le Collezioni di famiglia.
Durante un periodo di fervida immaginazione, Oberdan Di Anselmo, artista e collezionista, si proponeva l’ambizioso obiettivo di trasformare Terni in un centro all’avanguardia dell’arte. La Galleria Poliantea, inaugurata da Di Anselmo, ospita mostre di rilievo come quella di Carla Accardi nel 1968. L’artista Mario Schifano contribuisce con una vasta produzione, mentre le raccolte Tonelli e la presidenza di Giulio Carlo Argan nell’Associazione degli artisti di Terni, fondata da Aurelio De Felice, hanno testimoniato l’impegno e la vitalità artistica della città.

 

Mosaico di Corrado Cagli

Museo diffuso: le sculture occupano spazi nelle piazze, ornano i cardini stradali delle rotatorie in un Museo a cielo aperto

Storia di Terni tra le sculture diffuse a cielo aperto, con lasciti importanti, opere di artisti, scultori e architetti di fama nazionale e internazionale che hanno indirizzato l’immaginario collettivo, e celebrato l’identità della città. Ad iniziare da Hyperion a rappresentare la conca ternana di Agapito Miniucchi, scultore accostato dal critico d’arte Sandro Parmiggiani a David Smith, a Ettore Colla e altri grandi protagonisti della scultura internazionale, come Mark Di Suvero e Bernar Venet. Il prezioso mosaico di Corrado Cagli della Fontana dello Zodiaco il cui bozzetto preparatorio del diametro di tre metri e mezzo viene esposto a New York al CIMA, Center for Italian Modern Art. L’iconico ago d’acciaio della Fontana dello zodiaco simbolo dinamico della città, con il TRIPODE in acciaio della passerella di Terni, contribuisce a creare un’atmosfera artistica unica e suggestiva. Completata dal maglio per l’acciaio più grande del mondo, la monumentale Pressa della Davy Brothers Ltd e società Terni, la Lancia di Luce di Arnaldo Pomodoro, Le libertà di Giulio Turcato, e altre sinergie scultoree compenetrate nel tessuto urbano. Per citarne alcune: Forme in evoluzione dello spazio n. 1 di Umbro Battaglini, Sinergica dedicata al campione di motociclismo Libero Liberati, i Riccioli di Eliseo Mattiacci, il totem di Umberto Mastroianni, Farfalle primitive intuizioni. L’Albero, ed E-terni.  Effigi della città dell’acciaio, in cui la Acciai Speciali assume un ruolo determinante nella città anche in termini artistici. Ancora scultori dell’acciaio legati a Terni come Andrea Forges Davanzati che porta l’acciaio ternano nella sistemazione di Piazza Gerusalemme, e nella Cupola di via Rossetti a Milano sotto forma di un ramèage di nastro di acciaio inossidabile ispirata al globo del Palazzo della Secessione a Vienna.

 

Mosaico di Corrado Cagli. Foto di Daniela Zanetti

Storie invisibili: le opere hanno celebrato l’identità della città fondata sul rapporto acqua e acciaio ma anche la sua vocazione all’energia, materiale e immateriale

Tutto sembrava indicare che Terni, col suo museo diffuso, potesse divenire uno dei siti di Umbria Contemporanea, un parco regionale dell’arte ideato dalla Fondazione Pepper in cui inserire Genesis della scultrice americana Beverly Pepper molto legata all’Umbria e a Terni. Nonostante gli sforzi ventennali, variazioni di progetto e misteri mai svelati dalla Fondazione Pepper, l’opera si perde dal fondo culturale, resta solo la vasca vuota della fontana che avrebbe incarnato un sentimento ristorativo ideale. Il valore simbolico del fiume Nera e la Cascata da installare a coronamento di quell’area riqualificata del Museo della città, poco distante dai giardini che ospitano il Tiro in pietra di Terni. In quel tratto del Nera se ne può solo immaginare la presenza – nessun’altra opera dell’artista è a Terni –  con alcuni bozzetti dell’epoca di progettazione.  Tra questi, un originale disegno di Genesis che fa vivere ancora quell’idea, rimesso all’architetto dell’Urbanistica di Terni Mauro Cinti per la custodia intellettuale dell’opera.

 

Cascata delle Marmore

Slices di Drago. Una leggenda che diventa realtà, un mito che diventa simbolo

C’è la storia di Terni del Comune libero, nelle grandi dispute del medioevo di scomunicanti e scomunicati, di aquile rosse e aquile nere, dei castellari di difesa, dei Magnati, e dei Banderari. Negli emblemi il drago ghibellino combatte contro i leoni, è artigliato dall’aquila rossa dei Guelfi. Alle trame storiche si mescolano i racconti delle leggende. Nell’immaginario medievale, l’aria malsana delle paludi circostanti, dal Velino al Nera, che mieteva vittime per la malaria, viene identificata con un mostro d’acqua, un drago. La cui soluzione era uccidere la fera. Con opportune opere di bonifica, il drago sconfitto, come narra la leggenda da un giovane della casata Cittadini (poi Cittadini Cesi), divenne il simbolo della forza della città. Il Drago e il fiume che dettero le insegne a Terni. Razionalmente, la storia dell’ascesa di questa potente famiglia che spronò i ternani per il dominio sulla conca, contro i reatini che si erano insignoriti del Castello sulla Cascata delle Marmore. Restii all’assestamento del selvatico scenario idrogeologico della piana, che il Cavo Curiano dei romani aveva avviato con il taglio della costa rocciosa sovrastante l’antico nucleo di Terni, per liberarla dai ristagni.

Drago Rendering. Foto by Onirico

Se pare strana la presenza di un Drago in città pensiamo a Lubiana con il drago nello stemma comunale, e il noto Ponte dei draghi. Se ci si domanda quanto le sculture dislocate in città siano state effettivamente poste a rappresentarne l’identità, nel concetto di arte diffusa, e nel tentativo di dialogo con l’ultra mondo dell’arte si inserisce appieno la nuova opera monumentale Thyrus. Il Drago è un simbolo fortemente comunitario. L’intuizione dello scultore e Docente in Discipline Plastiche Marco Diamanti di realizzarne una scultura, è l’interpretazione contemporanea dei meccanismi tra l’uomo, i miti e i luoghi. Un oggetto culturale che è totem emblematico e genius loci di Terni. «Un’opera non calata dall’alto. Realizzata con tecniche moderne – spiega l’artista. L’ingegneria 3D applicata a una forma, l’anima tecnologica nascosta nella materia. Soprattutto una leggenda che diventa realtà. Fosse anche realizzata con lo stilema di un fantasy – conclude –  avvicina i giovani alla propria storia, e all’arte. Una ricerca che va al di là dell’opera e investe in altro modo il territorio. Di fatto Thyrus sembra essere una di quelle sculture fatte per intersecarsi con altre cose».

Rammenta stilisticamente L’uomo e la donna in acciaio di Batumi, simbolo della conciliazione delle diversità. In anticipo sulla scultura, la dima di acciaio per delineare gli spazi sul basamento nella rotonda Filipponi che ospiterà il Drago per Terni incisa col motto Ars longa vita brevis, mentre sono in corso le prime attività di produzione al laser per trasformare i fogli di acciaio nelle slices di drago.

Con un‘estate così torrida la siccità è in agguato. Da tutte le parti si sono levate voci che invitavano a non sprecare l’acqua, che è il bene fondamentale per la vita.

Il totem di Fabrizio Plessi

L’artista Fabrizio Plessi ha capito il problema, ma non ha voluto rinunciare all’acqua, anzi a tanta acqua, a una cascata d’acqua. Fabrizio Plessi vive sull’acqua perché la sua città è Venezia. A Venezia incontri l’acqua ogni momento, ma a Venezia l’acqua è orizzontale e stranamente non ci sono fontane, mentre Plessi ama le fontane. Certo questa è una parola che ai romani evoca le fontane monumentali del barocco: fontana di Trevi, quella dei Quattro Fiumi o quella piccina delle tartarughe. I romani sono abituati a veder scorrere l’acqua a vederla scendere dall’alto, con mille schizzi e con l’arcobaleno che l’attraversa. L’acqua di Plessi è diversa perché l’artista ha creato l’acqua elettronica verticale.

Il sindaco di Todi, Antonino Ruggiano, da molti anni accarezza il sogno di far diventare Todi la capitale dell’arte contemporanea e ogni anno viene invitato un artista famoso in occasione del Festival delle Arti (organizzato dalla Fondazione Beverly Pepper) che si svolge in contemporanea al Todi Festival proprio perché chi viene ad assistere al Festival, può godere anche di altre forme d’arte.

Fabrizio Plessi è presente in tre luoghi diversi: sulla piazza del Popolo con il totem Todi Today, nelle cisterne romane con Secret water e nella Sala delle Pietre con la mostra Progetti del Mondo.

Il totem elettronico è installato nella piazza del Popolo, dove cinquant’anni fa Beverly Pepper aveva installato le sue Todi Columns, quelle che adesso si trovano sulla collina che sovrasta la città. Plessi ha voluto installare la sua opera elettronica nello stesso posto. L’artista ha ripreso l’idea che Pepper e Pomodoro avevano iniziato, perché vedevano nelle loro opera la continuità verticale dei campanili.

 

 

Il totem ha due lati neri e due elettronici dove scorre l’acqua. L’acqua sale adagio, come una marea, sale per 12 metri, poi, come la marea comincia a ritirarsi fino a sparire e prosciugarsi; quindi il ciclo ricomincia ininterrottamente sulla piazza e nei sotterranei. Plessi ha riportato l’acqua anche nelle cisterne romane che attraversano il sottosuolo della piazza, con tre installazioni corrispondenti a quella di sopra. Quest’acqua, come quella reale, non sta mai ferma e ha un suo rumore che di notte si sente meglio, mentre il totem si illumina. Plessi è stato un antesignano dell’elettronica usata come arte e come collegamento tra i materiali. Noi vediamo tutti i giorni questi collegamenti senza percepirli come arte. Abbiamo il televisore attaccato al muro, il computer posato sulla scrivania e il telefonino in mano. Materiali diversi che hanno un unico collegamento: l’elettronica che solo nelle mani di Plessi diventa forma d’arte.

Secret Water rappresenta l’acqua che sogni, che vedi scorrere ma questa è acqua che non bagna, che non schizza, che non puoi toccare, non ci sono arcobaleni che l’attraversano, è solo acqua da vedere per immaginare un mondo ideale. L’installazione resterà sulla Piazza del Popolo di Todi fino al 25 settembre.

Dall’11 agosto all’8 settembre, nella Sala di Via Indipendenza della Rocca Paolina a Perugia, sono state messe in mostra le opere di 29 artisti, in un evento ben organizzato da parte dell’Associazione Culturale La casa degli Artisti di Francesco Minelli e Carla Medici; il curatore della collettiva è stato Andrea Baffoni. La mostra non si è limitata all’esposizione temporanea ma certuni dei suoi artisti sono stati ospiti di alcune scuole perugine a scopo didattico e portatori di un sano messaggio ecologico.

Nella nostra bella lingua italica, il maggior numero di parole hanno un singolare e un plurale e per trasformarle correttamente è sufficiente sapere la classe a cui appartengono.

La parola forma appartiene alla prima classe, infatti la regola dice che i nomi singolari che terminano in -a formano il plurale in -i se sono maschili, in -e se sono femminili.

Il titolo della mostra declinata al singolare, La Forma dell’Acqua, fa sovvenire due titoli di altrettanti film molto gettonati, dove il primo di Guillermo del Toro (come accennato anche da Andrea Baffoni) si è aggiudicato ben quattro Oscar, nel quale una donna affetta da mutismo crea uno stretto e intimo rapporto con una strana creatura acquatica catturata in Amazzonia e il secondo della seguitissima serie del Commissario Montalbano, nato dalla penna del compianto Camilleri, dove il celebre poliziotto vive un’altra delle sue avventure investigative per un assassinio che ha dei risvolti paragonabili all’acqua tenuta in un contenitore…

Inaugurazione della mostra

Declinata al plurale, Le Forme dell’Acqua è il nome della collettiva contemporanea che ha avuto luogo all’interno della Sala di Via Indipendenza della Rocca Paolina a Perugia, che non narra di strane creature o appartiene a una serie televisiva ma è una mostra che richiama una questione mondiale attualissima e delicata nella sua trattazione nonché dichiarata in molte sue coniugazioni, appunto quella dell’acqua.

La mostra tocca i tasti giusti di un tema che riecheggia e, trasversalmente e in modo apolitico, piega e tange l’elemento liquido vitale, esplicitato nel titolo Le Forme dell’Acqua, sia dalle opere in esse contenuto sia dagli artisti che lo hanno elaborato cromaticamente.

La rassegna artistica è stata allestita all’interno della storica fortezza perugina, in cui è stato possibile ammirare le opere realizzate con diverse tecniche, con svariati toni e colori dove ovviamente il blu nelle sue molteplici combinazioni e variazioni è prevalente, senza mai rischiare di cadere nel banale, anzi si può notare la forza dell’offrire, attraverso l’arte, messaggi ecologici e sociali precisi e attuali.

Tra le opere abbiamo potuto ammirare a volte colori accesi, a volte pastello o velati, comunque colori della fantasia o direttamente trasferiti dalla natura che lasciano immaginare forme e luoghi visti con la lente d’ingrandimento attraverso l’emozione e il sentimento di ogni singolo Autore.

Il curatore ha voluto mettere in evidenza alcuni concetti rappresentativi e nella risposta di Andrea Baffoni c’è la conferma:

«Le forme dell’acqua è una mostra che unisce il valore sociale a quello artistico nel segno della sensibilizzazione verso le problematiche dell’emergenza idrica. Gli artisti raccontano l’acqua da differenti punti di vista e con vari linguaggi tra astrazione e figurazione».

Francesco Minelli, Presidente dell’Associazione culturale La Casa degli Artisti, coorganizzatore della mostra insieme a sua moglie Carla Medici, al termine del vernissage ci ha sottolineato:

«La Casa degli Artisti, insieme a Umbra Acque, Riccini Group e a qualche pittore, andrà poi nelle scuole a sensibilizzare gli studenti sul problema idrico nel mondo. Se non facciamo qualcosa fin da subito si preannuncia un prossimo scenario apocalittico globale ed é per questo che la nostra attenzione è rivolta verso i giovani, infatti le opere degli artisti che espongono qui, vanno proprio in questa direzione, grazie alla loro sensibilità e al messaggio in esse contenuto».

Gli artisti che hanno esposto sono: Giuliana Arcangelelli, Lucia Arcelli, Rosario Ascione, Martina Benedetti, Maria Cristina Bigerna, Norma Bini, Alessia Biscarini, Maria Eugenia Caceres, Maria Cappello, Biagio Cerbone, Teresa Chiaraluce, Fabrizio Fabbroni, Giuliana Farinaro, Arnaldo Garcez, Marco Giacchetti, Silvana Iafolla, Irina Luchina, Carla Medici, Michela Meloni, Lojana Pintora, Monia Romanelli, Renzo Sbolci, Mario Sciarra, Claudio Solfiti, Miretta Sparano, Carla Tejo, Deniz Tuncer, Riccardo Veschini. L’installazione è a cura di Kim Hee Jin.

Durante l’inaugurazione si sono potuti apprezzare i versi decantati dalla poetessa Catia Rogari, che con la sua delicata penna ha avuto la capacità e la bravura di esternare i propri sentimenti circa l’argomento acqua, riferendosi al lago e al mare e altresì evocando le tragedie marine degli emigranti, peraltro un dramma sottolineato anche da alcuni dipinti presenti nella collettiva.

La mostra è stata realizzata in collaborazione con Regione Umbria, Provincia e Comune di Perugia e quest’ultimo, tramite l’Assessore Luca Merli, ha portato il suo saluto alla manifestazione.

Il vernissage ha trovato il favore e il soddisfatto consenso dei molti presenti.

Il noto Direttore d’Orchestra Claudio Abbado, qualche anno fa enunciò una frase che poi divenne famosa: «La cultura è un bene comune primario come l’acqua, …» e questa asserzione, per rimanere in tema sintassi, compendia in sé il soggetto, l’oggetto e il predicato insiti nell’accattivante mostra Le Forme dell’Acqua.

La nascita del lavoro di Karpüseeler ha avuto luogo dal «magico incontro tra la ricerca e la manualità».

È con queste semplici parole che l’artista descrive le sue creazioni, ponendo su un piano l’idea progettuale che cresce e prende corpo, su un altro invece l’attitudine fabbricativa: la sintesi dei due elementi fa sì che si realizzi un interscambio vivo tra l’artista e l’opera. La mostra di Karpüseeler –  Vivavoce: antologia minima di opere scelte 1978-2018 – visibile fino al 14 ottobre – a cura di Aldo Iori, è allestita presso gli spazi del Museo Archeologico all’interno del complesso CAOS –Centro Arti Opificio Siri di Terni.

 

Pazzipuzzles di Karpuseeler

Chi è Karpüseeler?

Karpüseeler è un artista a tutto tondo; terminati gli studi superiori si diploma con il massimo dei voti al corso di pittura all’Accademia di Belle Arti di Perugia, sotto la guida e insegnamento dei professori Corà e Nuvolo; decide così di dedicare la sua vita all’attività artistica. Dagli anni Ottanta la sua ricerca si rivolge alla grande tradizione astratta contemporanea elaborando un personale linguaggio. Vincitore di premi internazionali di scultura, le sue opere sono presenti in numerose collezioni. Negli spazi espositivi del Museo Archeologico, in relazione agli innumerevoli reperti conservati, sono visibili importanti opere esposte in occasione del quarantennale della sua attività artistica; in questo magico ambiente, l’arte contemporanea crea un ideale ponte con il passato, segnalando l’attualità dei luoghi culturali in cui ritrovare le proprie radici, per ribadire l’eterna contemporaneità di tutta l’arte.

 

Coro, 1998

Il percorso espositivo

L’artista, interessato da sempre alle logiche cibernetiche – la sua tesi di laurea aveva come oggetto Arte e Cibernetica – mette in evidenza il confine disciplinare della scultura: nelle opere esposte, poiché la forma tende all’assoluto, la creazione instaura con l’osservatore un inedito rapporto spazio-temporale.
La mostra si apre con un’inedita opera: Vivavoce, la quale fornisce il titolo all’intera esposizione e che, da subito, pone l’osservatore appena entrato nel museo in uno spazio pluridimensionale dell’opera: come se la stessa creazione gli chiedesse ascolto o come se gli proponesse un luogo ideale per la riflessione.
Lungo il percorso espositivo l’osservatore può inoltre ammirare altre opere: Verso infinito (1995), Silenzio bianco (2006), Coro (2007) e Piccola Voce (2016), le quali posseggono invece una forte e assoluta presenza che, come in Brancusi o Spalletti, travalica l’aspetto formale e l’opera ritrova una propria dimensione intellettuale.

 

Per maggiori informazioni

Restaurata dall’Ater nel 2015 grazie al Fondo Europeo di Sviluppo Regionale concesso dalla Regione Umbria e ai fondi del Comune di Perugia, e riaperta al pubblico a cura dell’Associazione Priori, la Torre degli Sciri è l’unica delle tante torri medioevali di Perugia rimasta intatta.

Un progetto site specific


La valorizzazione del patrimonio storico artistico della via e quindi del centro storico, quale sintesi tra le profonde radici nella tradizione e le nuove contaminazioni culturali, costituisce un elemento centrale dell’attività di promozione culturale dell’Associazione Priori. Seguendo questo concetto, da qualche anno si organizzano lungo la via dei Priori – e ora nella Torre – eventi artistici, spettacoli teatrali, incontri culturali e percorsi didattici. Periodicamente si svolgono i Racconti della Torre, narrazioni guidate con aperitivo finale sulla storia dell’edificio e dell’antichissimo rione di Porta Santa Susanna, concerti e rappresentazioni teatrali.
La Torre degli Sciri, per l’unicità delle sue caratteristiche architettoniche, può offrire infinite potenzialità: esaltando lo spazio all’interno, può creare piacevoli suggestioni e inaspettati connubi tra passato e presente.
Per questo motivo si è deciso di aprire un dialogo tra città storica e arte contemporanea, promuovendo l’accesso della Torre come luogo di cultura e creatività, valorizzandone la storia attraverso nuovi linguaggi espressivi.
Si tratta di progetti d’arte contemporanea site specific con l’obiettivo di incentivare la rilettura del patrimonio turrito attraverso lo sguardo non convenzionale dell’artista. Le opere cambieranno l’abituale percezione di luoghi familiari, attirando l’attenzione dei cittadini e dei turisti.
Il primo artista scelto è il perugino Danilo Fiorucci con la scultura Inverso, composta da strati di polistirolo bianco che sarà sospesa all’interno della Torre. Il visitatore vivrà così un’esperienza immersiva, innescando un senso di stupore e di riflessione nei confronti dell’opera e di questa meravigliosa costruzione medievale.

La storia della Torre


La Torre degli Sciri è l’unica superstite delle circa settanta torri medievali che valsero a Perugia il soprannome di “turrita”. Edificata nella seconda metà del XIII secolo, la torre, alta 46 metri, è probabilmente una delle dodici o quattordici torri fatte edificare dal Comune a scopo difensivo. In seguito passò a destinazione privata, essendo proprietà della nobile famiglia degli Sciri da cui prende il nome. Lo stemma di questa famiglia campeggia sopra l’ingresso principale della nostra costruzione. La famiglia si estinse nel XV secolo e la torre dovette passare in proprietà ai Degli Oddi, che avevano possedimenti poco distanti. Nel 1680 Caterina della Penna, vedova Degli Oddi, donò la struttura e i suoi annessi alla terziaria francescana Suor Lucia Tartaglini da Cortona, che vi istituì un Educandato per fanciulle povere. In seguito passò alle Suore Oblate di San Filippo Neri, che la tennero fino al 2011 circa. Oggi proprietà dell’Amministrazione Comunale, è stata restaurata e successivamente riaperta al pubblico a cura dell’Associazione Priori. Oltre a visite guidate, vi si svolgono eventi a carattere artistico, musicale e teatrale.

Inverso - Lo spazio assente


Inverso, già sospesa nelle sale del Museo della ceramica di Deruta nel 2016, viene ora installata all’interno della Torre, abitando lo Spazio Assente, come lo definisce l’artista: «partendo da un’analisi degli spazi “tra” le cose, in un esame paradossale della natura e del “ destino” dello spazio occupato dall’opera d’arte».
Dai suoi dipinti, evanescenti ed eterei, dalle pennellate fluide e veloci, Fiorucci arriva a concretizzare la sua pittura in un gesto scultoreo altrettanto rapido grazie al polistirene. Strati sagomati, poi tagliati e sovrapposti formano sculture astratte, vortici composti eliminando «la materia che nasconde la forma». Come nella tradizione michelangiolesca, rivela la figura attraverso un lavoro manuale che è, al tempo stesso, un processo dell’intelletto e dello spirito.
Il vuoto, non come semplice negazione del pieno, ma come entità di per esistente, spazio tra le cose che le individua e le distingue. Nuova materia che, in maniera aristotelica, colma l’assenza. In modo inverso il ricordo di una persona cara riempie la sua mancanza: «Io rappresento l’ingombro dell’oggetto nella vanità dell’ideologia», così scrisse Luciano Fabro alla presentazione dello Spirato nel 1968, dove rappresentata è solo l’impronta della testa dell’artista sul cuscino in marmo. Ma è Duchamp che ha il merito di aver introdotto questo senso di sospensione nel vuoto nell’arte, dove collocando in maniera diversa un oggetto di uso comune lo estrania, creando «varianti del funzionamento della fantasia» come le definirà Bruno Munari: nuovi punti di vista meravigliosi e sorprendenti.
Inverso è quindi la voce interiore che non fa uso di parole, un corpo senza nome, l’assenza dell’arte che diventa presenza, il segno della poesia che ci insegna la via per la comprensione del nulla.
Immerso in un silenzio enigmatico e sospeso, la scultura di Fiorucci all’interno della Torre, è come il panno bianco steso su un inspiegabile cavalletto del Pino sul mare di Carlo Carrà, come la bianca Sfera sospesa di Alberto Giacometti, con un colore che evoca l’assenza di colore, il sentimento del vuoto, l’archetipo dell’assoluto e della luce.


Inverso – Lo spazio assente
Installazione di Danilo Fiorucci
Torre degli Sciri, Perugia
6 luglio – 31 agosto 2017
A cura di Claudia Bottini

Orari Luglio
Da lunedì a mercoledì: 10:30 – 12:30 | 18:00 – 21.00
Da giovedì a sabato: 10:30 – 12:30 | 17:00 – 21:00
Domenica: 18:00 – 21:00

Orari Agosto
Venerdì: 10:00 – 12:30 | 19:00 – 21:00
Domenica: 19:00 – 21:00
12 Agosto: dalle 21:00 (Evento: osservazione del cielo stellato a cura di Starlight. Ingresso  per gruppi di 22 persone ogni 30 minuti. Contributo € 5, gratuito per i bambini fino a 12 anni).