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Diventato ormai un appuntamento florovivaistico irrinunciabile, il 21 e 22 maggio torna Perugia Flower Show.

La mostra mercato di piante rare ed inconsuete, giunta alla sua XIV edizione primaverile, quest’anno si sposta nella nuova e splendida cornice del Barton Park, permettendo ai visitatori più esperti e ai nuovi appassionati di scoprire, ancora una volta, in anteprima nazionale le novità del settore e di incontrare i migliori collezionisti e produttori di rarità botaniche. Tutti i dettagli della due giorni sono stati svelati alla presenza dell’ideatrice del circuito Flower Show, Lucia Boccolini, della professoressa del Dipartimento di Scienze Agrarie dell’Università di Perugia, Lara Reale, e di alcuni rappresentanti del Comune e della Provincia di Perugia.

 

 

“Un’edizione ricca di collaborazioni, contenuti culturali e pillole di giardinaggio che lascerà senza dubbio i visitatori soddisfatti – ha detto Boccolini -. Quest’anno saremo al Barton Park, un giardino importante della città scelto perché le sue caratteristiche ci consentono di lavorare in maniera diversa. Ci saranno 66 espositori, tra i migliori vivaisti e artigiani provenienti da tutta Italia. E’ stato un anno difficile, ma siamo soddisfatti perché i produttori ci hanno seguito anche in questa nuovissima edizione. Ci saranno tantissimi corsi e workshop gratuiti tenuti dagli stessi espositori: dal giardinaggio base a quello specialistico, dal disegno naturalistico alla stampa botanica”.

Tra le novità di quest’anno è stata sottolineata la presenza del Centro Ippico San Biagio di Perugia, che porterà i cavalli mettendoli a disposizione dei bambini per una breve passeggiata, e poi la collaborazione con l’ONAF di Perugia (Organizzazione Nazionale Assaggiatori di Formaggio) presente nel programma con due degustazione, una il sabato e una la domenica. Ci sarà anche un corso sul bon ton in giardino per adulti e corsi per bambini come Flower Chef, organizzati dall’Associazione C’è una casa sulla Luna.

In collaborazione con lo storico sponsor Gruppo Hera, domenica 22 maggio alle ore 15.30, si terrà un incontro con Gianumberto Accinelli, entomologo e professore dell’Università di Bologna, su come l’ambiente cambia, in modo positivo, quanto si piantano le piante. Si parlerà, soprattutto, dei ciliegi da fiore.  Gli assessori del Comune di Perugia si sono detti orgogliosi di avere nel territorio questo evento: “Questo cambio di location è positivo, abbiamo un territorio vasto ed è importante sfruttarlo tutto e conoscerlo fino in fondo. La grandezza dell’evento è notevole e si vede l’attenzione verso il mondo della natura e quello degli animali”.

 

 

“Come Provincia – ha sottolineato la consigliera delegata dalla Presidente – siamo contenti di patrocinare questo evento, vedo un programma ricchissimo da cui si nota uno studio, una ricerca, un’attenzione nella creazione di tutto questo. Non è solo una mostra di piante rare e inconsuete, ma tanto di più. Venendo al Flower Show ho sempre notato un’atmosfera bella e gioiosa, oltre a una grande attenzione per le famiglie. Sono queste le iniziative che fanno bene alla nostra città”.

Tanti i corsi gratuiti organizzati in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Agrarie, come spiegato dalla professoressa Reale: “Si è creata una grande sinergia con l’organizzazione dell’evento per cui abbiamo deciso di presenziare durante la manifestazione partecipando attivamente con alcuni corsi dedicati a tutti i visitatori come “Sos Piante” dove esperti del settore visiteranno le foglie malate che i visitatori porteranno per una diagnosi completa”.

L’Abbazia di Sassovivo, una delle più antiche testimonianze della presenza benedettina in Umbria, con il suo chiostro duecentesco realizzato con 128 colonnine di marmo bianco, in parte lisce e in parte a spirale[1], accolgono la personale di Giuliano Giuman, Silentium, inaugurata il 7 maggio.

Giuliano Giuman

Una grande mostra, che si sviluppa nei bellissimi ambienti e negli spazi dell’Abbazia: un viaggio intorno al concetto del sacro, un percorso di amplificazione della percezione esterna e interna. Il maestro umbro Giuliano Giuman torna a esporre e lo fa con un percorso di 23 opere tra pittura, fotografia e installazioni site specific; la personale è stata presentata presso l’Accademia di Belle Arti: alla conferenza stampa sono intervenuti, oltre all’artista Roberta Taddei, presidente Associazione Amici dell’Abbazia di Sassovivo, Antonella Pesola, critica d’arte e presentatrice della mostra ed Emidio De Albentiis, direttore Accademia Belle Arti di Perugia. La mostra, promossa in collaborazione con i Piccoli Fratelli di Jesus Caritas discepoli di Charles de Foucauld, che abitano e custodiscono l’Abbazia, e con l’Associazione Amici dell’Abbazia di Sassovivo, sarà visitabile, a ingresso libero, fino al 7 ottobre 2022.

Giuman[2] mette in evidenza il tema del silenzio per favorire l’osservazione e la percezione. Una dimensione, quella di Silentium, che in questo particolare momento storico post-pandemico, di crisi e guerra anche in Europa, non rappresenta un vuoto o un’assenza ma, al contrario, è il modo in cui si organizza la presenza: essere nel presente, adesso. Proprio ora che il rapporto con il mondo è stato totalmente messo in discussione, catapultandoci in un presente che non ci saremmo mai aspettati, l’arte diventa una chiave di lettura indispensabile per indagare il nostro spirito. L’artista infatti, per tutto il tempo del primo lockdown, ha avuto la fortuna di trascorrere, ogni giorno ore in solitudine, proprio all’interno di un chiostro cinquecentesco adiacente alla sua casa-studio, ad approfondire, meditare e cercare risposte e ispirazioni.

 

ULTIMA CENA 2015, pittura su vetro a gran fuoco

 

Antonella Pesola ha spiegato come «Il progetto, nato specificatamente per questo luogo, segue un importante percorso artistico che potremmo dire fondato sulla regola benedettina del silenzio, qui reso vivo, tangibile, vibrante dall’opera dell’artista. Giuman rievoca quell’arte che va verso un pensiero spirituale e lo fa usando il vetro come materia predominante», inoltre prosegue sostenendo che «Giuliano Giuman, interpreta nella contemporaneità anche il sentimento religioso attraverso una estremizzazione delle valenze simboliche della luce e del colore. Fondendo questi due elementi, studiando le linee direttrici simultanee di sensibilità atmosferiche, cromatiche e sensoriali, l’artista ha costruito un percorso peculiare che lo ha portato a indagare i fenomeni della realtà attraverso una lettura puntuale, dove la geometria costruisce e simultaneamente si annulla nel colore, creando ambienti psichici e reali. Giuman si muove tra scultura e pittura, dove tradizione e innovazione convivono».
La mostra Silentium raccoglie sia la documentazione di progetti e realizzazioni di opere di arte sacra del suo percorso artistico, sia opere ispirate proprio dal luogo sacro in cui è ospitata: apoteosi del silenzio, dove ognuno di noi può trovare il proprio concetto di bellezza e sacralità.

 


[1] L. Zazzerini, Umbria eremitica. Ubi silentium sit Deus, Edizioni Luoghi Interiori, Città di Castello, 2019, p. 80.

[2] Per approfondimento si veda From Burri to Giuman. Gli artisti incendiari, in AboutUmbria Collection Red, pp. 32-40.

 Anche per l’anno 2022 il Gal Trasimeno-Orvietano ha proposto un ricco programma di eventi come ormai di consueto che sostengono il marketing, e la promozione di un territorio che ha da vendere, tradizione, cultura, natura e un patrimonio storico artistico che il passato ci ha regalato e che è la base del futuro sviluppo.

Si sono appena conclusi i primi due eventi delle iniziative di primavera, in contemporanea DE.CO a Monteleone di Orvieto e la Festa del Tulipano a Castiglione del Lago che hanno registrato una più che ottima partecipazione di pubblico, con grande attrazione anche sotto l’aspetto turistico, in attesa della festa dei pugnaloni ad Allerona che riprende dopo due anni di stop a causa del covid e della 1000 miglia di Passignano il 16 giugno prossimo.

 

Festa del Tulipano 2022. Foto Giorgia Nofrini

 

«Abbiamo, anche quest’anno, reso omaggio a un ricco calendario di eventi con l’impegno che va nella direzione di selezionare e di qualificare l’intervento sostenendo iniziative di livello e possibilmente diffuse in tutto il territorio, facendo lo sforzo di programmare anche in condivisione con il territorio, ma soprattutto con quella autonomia di iniziativa, che ha portato anche alla proposta del 2022 ad una rigida selezione dei contenuti e degli eventi. Siamo convinti che dobbiamo con impegno continuare in questa direzione, il Gal non può essere, sia per scelta politica che per le rigide regole tecniche che dobbiamo giustamente adottare ai fini della trasparenza, un portafoglio aperto ad ogni richiesta che ci venga sollecitata dall’esterno, ma siamo noi, in completa autonomia, che abbiamo il dovere di ascoltare, ma anche quello di fare una rigida selezione delle proposte. Anche quest’anno, a distanza di poco più di un anno dalla formazione di questo direttivo, abbiamo cercato di coordinare al meglio ciò che oggi è il programma degli eventi 2022 che possiamo considerare la prima proposta di questo nuovo Consiglio di amministrazione. Abbiamo lavorato mesi e mesi, con accanto il conforto tecnico del nostro direttore, e oggi con soddisfazione dico che, anche per l’anno 2022, si sta proponendo un salto di qualità negli eventi, considerando che il programma contiene iniziative che da tanti anni il Gal finanzia e che probabilmente se venisse meno questo sostegno non si potrebbero più realizzare. Preso atto quindi che esiste una storicizzazione degli eventi proposti, ogni anno si cerca di migliorare la proposta» spiega Gionni Moscetti, Presiedente del Gal Trasimeno-Orvietano.

 

 

Il programma di quest’anno infatti vede due iniziative ampliarsi a tutto il territorio del Gal e in particolare Castiglione Cinema che oltre la 5 edizione a Castiglione del Lago nel giugno, vedrà una prima edizione nell’autunno inoltrato ad Orvieto e Orvieto con Gusto e con l’Arte che vedrà una prima edizione verso la fine di giugno con la proposta Trasimeno Terra del gusto dell’arte e del Lavoro. Tra le novità c’è poi un evento di grande spessore culturale, presentato a settembre scorso, che sono le iniziative relative ai 500 anni dalla morte di Perugino e Signorelli sul quale c’è il progetto territoriale ma anche quello interregionale con altri due Gal dell’Italia centrale. L’altra novità riguarda il coinvolgimento dei giovani nell’attenzione al fenomeno dei cambiamenti climatici in abbinamento con il futuro dell’innovazione tecnologica (Game Over Future C(o)ulture 2022) proposto a Città della Pieve con il coinvolgimento dell’amministrazione locale. «L’anno 2021 è stato l’anno dove sono nate alcune nuove iniziative, anche in relazione al fatto che la pandemia ha richiesto, a volte, un cambiamento anche negli eventi, ed è nato così Giallo Trasimeno, Cartoline dal Trasimeno e altri eventi che hanno, da subito riscontrato un successo, a volte inaspettato, quindi abbiamo deciso di riproporli. Ormai storicamente in forma crescente sono diventati eventi importanti e diffusi in tutto il territorio la kermesse del merletto e del ricamo, per le quali il 2022 speriamo riprendano anche le altre iniziative oltre Fili in Trama che ha resistito anche al covid, così come il Green Music Fest che ha coinvolto quasi tutti i nostri comuni con concerti di grande livello e che quest’anno abbiamo saputo con piacere sarà sostenuto anche da un altro Gal umbro, ma anche l’isola del libro, le iniziative legate al cinema e tanto altro. Ringrazio tutti coloro che hanno contribuito a realizzare questo ambizioso programma e mi auguro che il 2022 sia l’anno della ripartenza per ritornare a quella normalità di cui l’economia ma anche le persone hanno tanto bisogno, sicuri che il nostro impegno sarà utile anche a questo» conclude il presidente Moscetti.

«Mi piaceva l’idea di creare una community dedicata ai cani, un luogo dove condividere non solo foto, ma anche informazioni e consigli».

Instagram, Tinder e LinkedIn riuniti in un unico social, dedicato esclusivamente ai cani. È Dog Smile una app gratuita – scaricabile sia da App Store sia da Google Play – creata dal giovane perugino Marco Nataloni (22 anni), che da amante degli animali ha pensato di radunare una community dove non solo pubblicare foto, ma anche scambiarsi consigli, mettere in contatto esperti di settore e padroni, e favorire la ricerca dell’anima gemella per eventuali accoppiamenti.

 

Marco e Brigitta

Come è nata l’idea di Dog Smile?

Dog Smile nasce con l’idea di creare una app gratuita per lo smartphone, dedicata interamente agli animali e in particolare ai cani. Riunire una comunità e dare la possibilità a chi ha un cane di mettersi in contatto con altri padroni, per chi lavora nel settore pet di mettere in mostra i propri servizi e prodotti e al contempo, agevolare gli accoppiamenti e incentivare le adozioni. L’idea mi è venuta i mente perché sono cresciuto sempre in compagnia dei cani: a casa ho sempre avuto amici che scodinzolavano e quando ero bambino sono stati i miei compagni di giochi preferiti, anche meglio degli amici di scuola. Quando torni dal lavoro e trovi loro che si aspettano, felici di vederti e senza chiedere nulla in cambio, è un momento bellissimo. Comunque, tutto è nato durante il primo lockdown, perché tante persone si sono ritrovate sole in casa con i loro quadrupedi; e proprio il cane era uno dei pochi motivi per poter uscire di casa, per molti era diventato davvero l’unico compagno di vita presente. In quel periodo ho dedicato più tempo ai social network e mi sono accorto che su Instagram erano nati tanti profili canini e quindi ho immaginato un luogo tutto dedicato a loro con un target ben specifico.

Home

 

Non c’erano già app di questo tipo nel mondo social?

La differenza rispetto a quello che oggi è già presente nel mercato, è che io ho pensato a un qualcosa che potesse unificare tutti i vari aspetti che completano il mondo dei cani. È una piattaforma in cui si mettono in contatto proprietari di cani, professionisti di settore, veterinari e associazioni. Non è un’app che si limita solo alla condivisione delle foto. Si possono creare match per l’accoppiamento, insomma, un mondo del cane in cui tutto è fatto su misura per lui. A partire dal nome stesso dell’utente e dalle informazioni personali che devono essere esclusivamente quelle del cane.

 

Un Instagram, Tinder e LinkedIn tutto in uno.

Esattamente (ride).

 

Perché Dog Smile?

Ho scelto questo nome perché nei social si pubblicano sempre i momenti positivi che si hanno con i nostri amici pelosi; inoltre mio fratello tempo fa mi ha fatto una foto con il mio jack russell: scattata dal basso sembrava che il cane sorridesse. Da qui il nome dell’app.

 

L’interfaccia poi è molto semplice da usare…

Sì, è molto intuitivo, perché è stato ricreato seguendo un po’ le linee guida di Instagram. Chiunque riesce facilmente a capirne il funzionamento. Una volta effettuata la registrazione e aver inserito i dati del cane, si deve autorizzare la geolocalizzazione. Dopodiché appare una sorta di homepage dove si guardano le foto caricate dagli utenti, si può mettere mi piace e chattare. Ci sono poi delle icone molto elementari: per trovare l’anima gemella si clicca sul cuore, mentre la sezione alimentazione è indicata con un osso. Così pure la chat è facilmente individuabile. Oltre, all’utente privato – come dicevo prima – si possono creare profili di aziende, di professionisti e anche di canili e rifugi così da agevolare le eventuali adozioni.

 

Sezione anima gemella

Come si potrà sviluppare in futuro l’app?

Il passo successivo è, nel momento in cui l’app crea un buon giro di pubblico e aumenta il volume di informazioni, quello di fare accordi con le aziende che lavorano nel settore pet food per inserire i loro prodotti all’interno della sezione alimentazione. Poi sicuramente l’obiettivo è l’internazionalizzazione: l’app è stata creata affinché prenda la lingua del dispositivo in cui viene scaricata, quindi lo step successivo è quello di arrivare negli Stati Uniti in cui è maggiore il numero di famiglie con un cane, rispetto a quelle che hanno un figlio. Oppure, un altro obiettivo è quello di entrare nel fondo di qualche azienda del settore che ha gli strumenti per portare avanti questo tipo di progetto, o perché no, come è successo già in altri casi, cedere direttamente tutti i diritti dell’app a qualcuno che ha gli strumenti e la struttura per investire nel settore. Io ho avuto un’idea, l’ho sviluppata e la voglio far crescere, però il mio lavoro principale rimane quello di portare avanti l’azienda di famiglia che esiste dal 1840. Mi piace comunque l’idea di aver creato uno strumento nuovo.

«L’obiettivo è fornire informazioni chiare alla popolazione che ha bisogno di cure o di avere una medicina a disposizione anche sotto casa, ma anche far conoscere tutte le potenzialità sanitarie dell’Umbria».

Un magazine che parla di sanità e salute direttamente ai cittadini, con un linguaggio chiaro ed esaustivo, dove alle interviste a medici ed esperti si alternano rubriche e consigli utili. Una sanità alla portata di tutti. Questo, e molto altro, è Medicina & Cure – edito da Sviluppo Srl – che da circa 6 mesi si sta facendo strada nel mondo giornalistico umbro (stampa e web), grazie all’editore e ideatore Paolo Ceccarelli. L’obiettivo è arrivare in 3-5 anni a una copertura nazionale.

Paolo Ceccarelli, editore di Medicina & Cure

«Il magazine periodico nasce da un’idea e da un buco di mercato da colmare. Esiste qualcosa del genere nel Triveneto, ma solo come strumento cartaceo. Il mio progetto editoriale è pensato per coprire un settore come quello della sanità, che ha un ruolo decisamente importante nel bilancio di una regione, ma che non ha strumenti di comunicazione rivolti esclusivamente alla popolazione. L’obiettivo è fornire un’informazione diretta alle famiglie che hanno bisogno di cure o di avere una medicina a disposizione anche sotto casa, ma anche far conoscere tutte le potenzialità sanitarie dell’Umbria per evitare che i pazienti si rechino in ospedali fuori regione: parlando con i primari dei vari reparti, la loro esigenza è proprio quella di divulgare questo tipo d’informazioni. A ciò si aggiunge il settore privato che sta emergendo e prendendo piede, anche a lui serve un canale di comunicazione adeguato» spiega Ceccarelli.

Medicina & Cure può arrivare lontano: da poco ha stretto un accordo con una televisione locale, che va ad aggiungersi ai già presenti canali comunicativi social, web e carta stampata, per un informazione a 360 gradi: «Questa pluralità di media serve a raggiungere più persone possibili: i giovani vengono informati con i social e il web, mentre le persone più adulte e anziane attraverso la carta stampata e la TV. Quest’ultima fascia della popolazione è molto importante, sono loro che devono essere maggiormente informati sulla sanità locale. L’Umbria è una regione in cui questo prodotto può diventare capillare perché è piccola e circoscritta e dove non si arriva con il cartaceo si arriva con la parte web. L’intento è espandersi entro un anno nelle città limitrofe come Arezzo, Siena, Rieti, Ancona o Macerata; sono convinto che questo è un magazine che può funzionare nella provincia o in regioni piccole: la Toscana, ad esempio, è troppo grande, nessuno da Livorno o da Pisa va a farsi togliere un dente ad Arezzo. Il nostro business plan ha l’obiettivo di arrivare a una copertura nazionale entro 3-5 anni: è una prova, una bella scommessa, e ce la stiamo mettendo tutta per far sì che si verifichino le condizioni migliori» conclude l’editore.

 

 


Per scoprire Medicina & Cure

Domenica 15 maggio torna la Giorgissima, la gara podistica (con anche una passeggiata non competitiva) sulle rive del lago Trasimeno, in memoria di Giorgia Panciarola, la ragazza di soli 19 anni, tragicamente scomparsa un anno fa in un incidente stradale alle otto del mattino mentre si recava a scuola.

Anche quest’anno il ricavato delle iscrizioni, delle donazioni (individuali e degli sponsor) raccolte dal Comitato Amici di Giorgia sarà totalmente devoluto all’istituto Serafico di Assisi.

L’appuntamento, sia per la gara podistica (11 km) che per la camminata (4,5 km) è alle ore 8.30 nell’area camper di San Feliciano (Magione), con partenza alle ore 9.30. La manifestazione è patrocinata dal Comune di Magione e dalla Federazione italiana di atletica leggera.

«Ci teniamo a ringraziare di cuore tutte le persone che rendono possibile questa seconda edizione della Giorgissima – afferma a nome del Comitato Amici di Giorgia Fabio Panciarola, il papà della ragazza – perché intorno a questa corsa abbiamo visto crescere tanto amore e tanta passione. Giorgia era una ragazza buona, sempre pronta ad aiutare le persone che hanno bisogno. Lo spirito della Giorgissima è il suo spirito e tenerlo vivo per noi è motivo di grande gioia».

Leggendo il supplemento del Sud Deutsche Zeitung ho trovato un lungo articolo che parla di una comunità bavarese che si stabilì in Umbria tanto tempo fa. La cosa mi ha incuriosito molto.

Accadde nei mitici anni Sessanta. Quelli della fantasia al potere, quelli di facciamo l’amore non la guerra, quelli della rivoluzione giovanile, quelli dei figli dei fiori, quelli di John Lennon che immaginava un mondo senza frontiere. In quegli anni molti giovani pensavano di cambiare il mondo scegliendo di vivere in un modo alternativo. Fu così che nacque l’idea di fondare delle comunità, idea che spinse migliaia di giovani a sparpagliarsi per il mondo come una pioggia di farfalle. Erano piccoli gruppi, volevano vivere in piena libertà, lontano dalle città, immersi nella natura, desiderosi di condividere tutto e lavorare insieme in luoghi dove nessuno era proprietario di niente e nessuno comandava.
Per loro non c’erano barriere, quella pioggia di farfalle volò ovunque: dagli Stati Uniti alle Hawaii, dall’Europa all’India. Quelli che avevano scelto la campagna pensavano di fare lavori agricoli di giorno e discorsi filosofico-sociologici la sera. Però poi gli anni passano, le utopie si ridimensionano, le mode cambiano e cambiano anche le esigenze. La maggior parte di quelle comunità si sciolse nell’arco di pochi anni, ma alcune sono ancora attive a distanza di 50 anni e una è proprio qui in Umbria.

 

La comunità negli anni Ottanta

La comunità

Si tratta di una piccola enclave immersa nei boschi di Montegabbione (Terni). Era il 1975 quando 18 giovani tedeschi trovarono in Umbria il luogo ideale per fondare la loro comunità. Prese così vita la Comunità Intenzionale di Utopiaggia.
Per una cifra equivalente a 250.000 euro acquistarono cento ettari di terreno con tre case fatiscenti. Tra i suoi fondatori, uno di quei giovani che lasciarono l’Università per restaurare le case, per gestire gli animali e il terreno, c’è il dr. Karl- Ludwig Schibel che ancora oggi vive lì. Dopo sette anni, quando le case erano finalmente tornate abitabili e la terra aveva cominciato a dare i frutti, scesero dalla Germania 20 adulti e 10 bambini. Il lavoro nella tenuta continuò e rapidamente riuscirono a diventare quasi autonomi. Negli anni Ottanta raggiunsero il ragguardevole numero di 40 persone, tutte entusiaste di vivere a Utopiaggia. I legami con la Germania non furono mai interrotti e chi aveva incarichi universitari li mantenne, senza mai abbandonare Utopiaggia.
Il tempo però è meno sognatore: c’è chi, alla fine, scopre di avere altri interessi, i bambini crescono e le generazioni più giovani desiderano un’altra vita. C’è infatti chi è andato a studiare e lavorare in Germania, chi è restato in Italia e chi è andato più lontano. Oggi a Utopiaggia vivono solo i suoi fondatori, sette persone, più la giovane è Gina, di soli 21 anni che, per il momento, non intende lasciare la tenuta e preferisce studiare in smartworking.

 

 

Il piccolo gruppo originario lavora quindi ancora a Utopiaggia. Tra loro, la signora Ebeling ha aperto una scuola per ragazzi tedeschi difficili, un fisioterapista ha scelto di fare il taglialegna e la signora Sabine si occupa delle pecore e del formaggio.
In tutti questi anni hanno sempre fatto tutto da soli, ma adesso, l’età ha imposto loro di trovare un aiuto, anche italiano, come il pastore che dà una mano a Sabine a governare le pecore. Ora la tenuta è una tenuta agricola a tutti gli effetti, con olivi, frutteto, un nuovo caseificio, animali e un orto per ognuna delle tre case. E c’è pure un laboratorio di ceramica. Avrei voluto visitare la comunità di Utopiaggia e scambiare due chiacchierare con queste persone che hanno tenacemente perseguito un sogno, ma l’intervista mi è stata negata perché loro non amano ricevere. Comunque, se qualcuno fosse incuriosito e si trova in zona, è noto che ogni venerdì la comunità si riunisce nella ex cappella e ogni tanto organizza degli eventi dove vengono accolti anche i vicini italiani.

 


Per saperne di più

Una serie di appuntamenti imperdibili per il Tour estivo di Giovanni Truppi che partirà il prossimo 12 giugno da Cremona e approderà anche in Umbria il 26 agosto a Villa Fabri a Trevi nell’ambito della sesta edizione di Suoni Controvento, festival estivo di arti performative promosso da Aucma, che si realizza grazie al sostegno della Regione Umbria e della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia.

Il tour è organizzato da Ponderosa Music & Art. «Sono felicissimo di ospitare per il secondo anno consecutivo una manifestazione di grande interesse e prestigio culturale come Suoni Controvento – commenta il sindaco di Trevi Bernardino Sperandioche quest’anno porterà, nella splendida cornice di Villa Fabri, le note di Giovanni Truppi, reduce dal grande successo di Sanremo».

Ad accompagnarlo sul palco una formazione rinnovata composta da Alessandro Asso Stefana (Vinicio Capossela, PJ Harvey, Guano Padano, Mike Patton) alla chitarra, Fabio Rondanini (Calibro 35) alla batteria e Luca Cavina (Calibro 35) al basso. In scaletta troveranno spazio tanti brani della decennale carriera del cantautore napoletano, a partire dalle canzoni contenute nell’antologia Tutto L’Universo (Virgin Records/Universal Music Italy), un compendio della sua essenza artistica che contiene anche il singolo presentato al 72esimo Festival di Sanremo Tuo padre, mia madre, Lucia e che il 13 maggio uscirà in una speciale edizione in doppio vinile contenente anche Nella mia ora di libertà, cover del brano di De André interpretata insieme a Vinicio Capossela con la speciale partecipazione di Mauro Pagani, e una pubblicazione curata da Andrea Colamedici di Tlon.

 

Giovanni Truppi, foto by Mattia Zoppellaro

 

Ma non solo, il pubblico avrà la possibilità di ascoltare dal vivo anche molti pezzi inediti, che riveleranno in anteprima le nuove strade artistiche, come sempre mai scontate, che Giovanni sta percorrendo. Un’occasione preziosa per poter ascoltare la musica passata, presente e futura di Truppi, e apprezzarne la magia nel modo migliore: dal vivo.

La sua abilità come musicista, che sia al pianoforte o alla chitarra, e il suo magnetismo come performer si affiancano e completano infatti da sempre la sua rara capacità di scrittura e composizione.  Il suo è un carisma raro, pronto a portare lontano l’ascoltatore, accompagnandolo in un viaggio musicale vario e in costante evoluzione, capace di attingere da linguaggi diversi come il jazz, il rock, il punk e la canzone d’autore e unendoli a un’inventiva metrica e a parole capaci di tratteggiare universi straordinariamente umani e sfaccettati, di scavare a fondo tra i sentimenti, anche quelli più dolorosi, per poi risollevarsi abilmente tra ironia e idealismo. Evento realizzato in collaborazione con il Comune di Trevi.

 


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Si è parlato spesso di «leggenda del filo d’oro», tanto è avventurosa e sconcertante la storia della seta, materia di lusso, simbolo di bellezza e di potere, che unisce e, al tempo stesso divide Asia ed Europa, fattore primario di commercio, ma anche di scambi culturali.

La sericoltura: dalle origini al tardo Medioevo

«…Verso quel tempo alcuni monaci vennero dall’India, i quali avendo saputo che Giustiniano imperatore aveva a cuore di fare che i Romani non avessero più a comprare seta dai Persiani, presentatisi all’imperatore gli promisero che circa la seta farebbero in modo che i Romani non avrebbero più a procurarsi questa merce dai loro nemici Persiani né da altra nazione, poiché avendo essi passato lungo tempo nel paese chiamato Serinda aldilà di assai genti indiane, ivi aveano ben appreso con quale mezzo sarebbe possibile che la seta si producesse sul suolo romano. All’imperatore che insistentemente li interrogava e chiedeva loro se davvero così fosse, risposero i monaci che la seta è prodotta da certi bachi ai quali la natura è maestra e li obbliga costantemente a tal lavoro: che saria bensì impossibile trasportar costà viventi quei bachi, ma facile e spedito trasportare la loro semenza; da ciascun seme nascere uova innumerevoli; le quali uova molto tempo dopo la loro nascita gli uomini ricoprono di stabbio e così riscaldate per tempo bastevole producono animali. Coloro recatisi nuovamente in Serinda portaron poi le uova a Bisanzio e fattele, nel modo che abbiam detto, tramutare in bachi, questi nutrirono con foglie di gelso, e quindi per opera loro cominciò nell’impero romano la produzione della seta…». Procopio di Cesarea. La guerra gotica, lib IV.

Sulla base di questo testo di Procopio di Cesarea è sorta la certezza che l’allevamento del baco da seta domestico (Bombyx mori, quello che si ciba esclusivamente della foglia del gelso) sia stato introdotto a Bisanzio all’epoca di Giustiniano, intorno al 552 e che esso probabilmente vi sia giunto dalla Cina.

La ricerca archeologica ha documentato come l’allevamento domestico del Bombyx mori e l’utilizzo dei suoi bozzoli con la trattura, per poi farne filati e tessuti, fosse praticato in Cina almeno millecinquecento anni prima della nostra era. Nonostante la gelosa custodia da parte dei cinesi dei segreti dell’allevamento del baco e della seta ottenuta per trattura, le pratiche si diffusero gradualmente verso Occidente, specie lungo quella via terrestre che il geografo tedesco F. von Richthofen chiamerà nell’Ottocento con il nome pretenzioso di Via della Seta. Fonti iconografiche e archeologiche paiono infatti confermare il racconto della principessa cinese che andò sposa al re di Khotan (grande oasi nella regione desertica del Takla Makan) intorno al 450 d. C., con sacchettini di uova di baco nascosti trai capelli. Diviene così molto più plausibile l’introduzione nel bacino del Mediterraneo, dopo il VI secolo, di altre razze di Bombyx mori, poiché probabilmente esse erano già presenti in Paesi relativamente più vicini come la Persia e l’India.

Tutti gli storici dell’industria serica italiana del tardo Medioevo attribuiscono l’avvio di quest’arte alla città di Lucca, che si afferma come la maggior produttrice europea di tessuti di seta pregiata. Molteplici le cause di questa fioritura: l’abilità creativa dei suoi artigiani, le loro capacità imprenditoriali, la presenza, nella città, di abili filatori e tessitori ebrei, fuggiti dalla Sicilia al momento della conquista angioina e, da ultimo, la sua ubicazione, che la rende meta costante di pellegrini che dall’Europa raggiungono Roma. Quando però nel 1314 la città è conquistata dalla fazione ghibellina, si assiste ad un vero e proprio esodo dei setaioli ebrei, che diffondono le loro conoscenze e le loro tecniche di produzione (mulini per la filatura e la torcitura) in altre città italiane, come Bologna, Venezia e Firenze, dove fin dal XIII secolo era già nota l’arte della seta.

 

Il ciclo produttivo della seta secondo le antiche tecniche medievali

Nell’ambito della manifestazione del Mercato delle Gaite, la Gaita Santa Maria si è sempre distinta nella rappresentazione delle fasi di lavorazioni dei filati poveri pover o cascami pesanti, ricreando strumenti e utilizzando tecniche riproduttive d’epoca, nel rispetto della tradizione umbra, dal Medioevo all’età contemporanea. Sin dall’inizio, la Gaita si è dedicata alla riproduzione delle fasi di lavorazione dell’arte della seta, dall’allevamento del baco alla trattura del suo prezioso filo, nella consapevolezza dell’importanza che tale arte assunse nell’Italia del Medioevo, che, dal XII secolo divenne la principale regione dell’industria serica in Europa.

Il ciclo di produzione della seta si compone essenzialmente di cinque fasi: gelsobachicoltura, trattura, torcitura, tintura e tessitura. La seta è il filamento del bozzolo di molte specie di farfalle, la più importante delle quali è la Bombyx mori, il cui bruco o baco da seta si alleva sulle foglie di gelso bianco, Morus alba. La meravigliosa storia della seta, dal baco al suo prezioso filo, dura circa un mese. Una costante cura deve essere riservata alle uova che, per schiudersi, hanno bisogno di una temperatura di circa 22-24 gradi. In tempi remoti erano le donne a farle schiudere con il calore del loro seno. I piccoli bachi, appena nati, sono alimentati con foglie di gelso finemente triturate. L’accrescimento è rapido, dopo qualche giorno essi cadono in letargo, che dura ventiquattro ore circa, mutando la pelle, gli intestini e la trachea. Allorché si risvegliano (inizio della seconda età), vengono trasportati su graticci ben areati e alimentati con foglie di gelso. Il baco si ciba infatti unicamente di foglia fresca di gelso, che consuma in grandissima quantità aumentando, nell’arco di un mese, di decine di volte la sua lunghezza. In questo periodo il baco subisce cinque mute e solo quando cessa di nutrirsi, perché è giunto al termine del suo ciclo vitale, viene posto in un bosco di ramaglie, dove trova il punto più adatto per costruire in tre giorni la sua ultima dimora, il bozzolo, nel quale si racchiude. Trascorsi cinque – sei giorni, da quando gli ultimi bachi sono saliti al bosco, si esegue la sbozzolatura e cioè la raccolta dei bozzoli. I bozzoli raccolti sono posti a essiccare al sole per ottenere la morte della crisalide ed evitare, quindi, che la crisalide diventi farfalla, la quale, fuoriuscendo dal bozzolo, lo buca e ne spezza il filo. Dopo essere stati selezionati e privati della spelaia, i bozzoli destinati alla trattura vengono quindi immersi in acqua molto calda, affinché la sostanza gommosa (sericina), che tiene saldati tra loro i filamenti, si ammorbidisca. Le donne con una apposita scopetta liberano allora il capofilo e dipanano il bozzolo, essendo costituito da un filamento unico che, nelle razze selezionate può raggiungere anche i duemila metri di lunghezza. In questa operazione le filatrici possono unire insieme da un minimo di dieci filamenti (bave) a un massimo di trentacinque, provenienti da altrettanti bozzoli, al fine di ottenere un filo resistente, che va ad avvolgersi su di un aspo rotante. Dal numero delle bave unite al momento della trattura deriva lo spessore del filo espresso in denari o titoli. Il filo che si avvolge sull’aspo, anche se formato da filamenti di più bozzoli, appare come un filo unico, perché la sericina che ricopre la bavella di seta diventa gelatinosa in acqua calda e incolla, una volta asciugati e raffreddati, i vari filamenti, dando origine a quel filo unico che si vede dopo la trattura. La diversità dei filati è già decisa in sede di trattura: la galletta migliore diventa filo, successivamente torto per ottenere l’ordito dei tessuti, mentre quella di qualità inferiore diventa filo per trama. Le matasse di seta greggia tolte dall’aspo vengono quindi sottoposte all’incannatura: il filo passa dalla matassa al rocchetto per essere trasferito al torcitoio, al fine di ottenere una maggiore resistenza accanto ad altre caratteristiche qualitative. Il torcitoio è infatti lo strumento che ha lo scopo di attorcigliare su sé stessi centinaia di fili; esso pur avendo un concetto funzionale molto semplice, risulta assai complesso per la sua struttura fortemente ripetitiva. Le matasse di filo di seta ritorto sono così pronte per essere lavate e tinte. Esse vengono dunque collocate in sacchetti a trama larga e fatte bollire in acqua saponata per eliminare la gomma naturale, vengono poi sciacquate in acqua pura e messe ad asciugare. quelle di colore perlaceo vengono successivamente sbiancate con vapori di zolfo e quindi sottoposte ai cosiddetti «bagni di colore». Si giunge così all’operazione conclusiva della tessitura, che consiste nell’intrecciare i fili che costituiscono l’ordito con un’altra serie di fili orizzontali, chiamata trama. Qualsiasi dispositivo in grado di tenere teso l’ordito durante la tessitura, si chiama telaio. La sua invenzione nelle forme più semplici, risale almeno a quattromila anni fa, anche se in Europa, come strumento perfetto a struttura orizzontale, appare solo nel XIII secolo. Nel telaio, l’ordito è avvolto su di un rullo, il subbio di ordito, ciascun filo che lo costituisce viene fatto passare nelle maglie dei licci in modo ordinato, con una sequenza preparata in precedenza, a seconda del disegno da ottenere. Alzando i licci, alcuni fili si alzano mentre altri si abbassano e nello spazio che ne risulta viene fatta passare la navetta con la spoletta di trama all’interno. Il filo che essa lascia, durante il tragitto, viene compattato dal pettine. Pazientemente, filo dopo filo, il tessuto cresce. Con la tessitura si esaurisce il ciclo di produzione della seta.

Organizzazione produttiva della manodopera serica nel Medioevo

Circa il sistema organizzativo delle città italiane del XIII- XIV secolo, esperte nella manifattura di filati di seta, si può già evidenziare la presenza di quello che, in epoca moderna, è definito un distretto industriale e cioè un sistema economico-sociale caratterizzato dalla presenza di imprese medie, piccole, o piccolissime, impegnate in diversi stadi e in modi diversi nella produzione di un prodotto omogeneo, grazie ad una cooperazione verticale e orizzontale. Quest’ultima si sviluppa con l’organizzazione dell’opificio decentrato e si concretizza con la nascita di tutta una serie di attività che sono d’ausilio alla produzione stessa: attività mercantili, bancarie, di trasporto, di produzione degli strumenti di lavoro, di scelte relative alla tipologia del prodotto, in base alle quali si definiscono anche rapporti professionali con i rappresentanti di altri arti come quella dell’oreficeria per la manifattura di tessuti preziosi, auroserici. L’organizzazione produttiva, secondo il modello dell’opificio decentrato, che nel XIV secolo, da Lucca si diffonde nell’Italia centro-settentrionale, vede dunque il ruolo determinante del mercante-imprenditore o setaiolo, che collega e coordina l’attività dei numerosi artigiani che spesso svolgono le varie fasi di lavorazione nelle proprie botteghe o abitazioni, con i propri strumenti di lavoro, oppure, come njel caso del filatore prestano opera nella bottega del seaterius. Grazie al setaiolo le varie tappe del processo produttivo della lavorazione della seta acquistano omogeneità e indipendenza organizzativa; spetta infatti al mercante-imprenditore l’acquisto della materia prima, bozzolo o seta greggia, che poi egli distribuisce ai singoli produttori, secondo il susseguirsi del processo di lavorazione: filatura, incannatura, torcitura, tintura, orditura e tessitura. La maggior parte delle corporazioni o arti della seta, presenti nelle varie città della penisola, raggruppano sia i mercanti, sia i singoli gruppi specialistici e talora gli stessi fabbricanti di strumenti, insieme ai tecnici della lavorazione di filati d’oro. Il modello organizzativo rimane omogeneo, fin dal ‘300, a Lucca come a Bologna, Firenze e Perugia, come pure rimane costante il conflitto fra i setaioli (mercanti-imprenditori) e gli altri gruppi di mestiere. Un’organizzazione manifatturiera dunque solida e ben strutturata, in cui il fattore economico assume un’importanza preponderante e regole inderogabili fissano lo svolgimento della produzione in tutte le sue fasi.

 

DALMATICA DEL PARATO DI BENEDETTO XI. PERUGIA, CHIESA DI SAN DOMENICO. Tessuto principale: manifattura dell’Iran ilkhanide o dell’Asia centrale, seconda metà del XIII secolo.

CALZARE IN DIASPRO DEL PARATO DI BENEDETTO XI. PERUGIA, CHIESA DI SAN DOMENICO. Manifattura lucchese, fine del XIII inizio del XIV secolo.

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