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Ho sempre amato i film d’avventura. Quei film dove il protagonista trova una mappa del tesoro e parte alla scoperta di città fantastiche nascoste tra foreste o montagne.

Sono stato sempre attratto dalla voglia di scoprire e mi buttavo a capofitto nella visione di film come All’inseguimento della pietra verde o I
predatori dell’arca perduta. Ci metto di mezzo anche i videogiochi, e come non innamorarsi di Lara Croft che risolveva misteri tra le antiche rovine in Tomb Raider?
È un po’ così che mi sono sentito quando mi sono ritrovato per la prima volta in questo gigantesco complesso industriale di inizio Novecento, stretto e abbandonato tra le montagne dell’Appennino umbro. Ero Michael Douglas che si muoveva tra le piante della giungla e allo stesso tempo ero Harrison Ford che evitava una trappola con il suo fedele cappello. Mi ero immerso completamente nella parte perché, complice il mio divagare con la mente e l’atmosfera che si respirava appena entrati, la sensazione era proprio quella.

 

Papigno

Foto di Giulio Rosi

 

Quello che si mostrò davanti a me e ai miei amici era un alternarsi di piante ed edifici di inizio secolo che, scendendo, ci portavano nel cuore di quello che era il fulcro di tutta la centrale. Con quei vecchi ganci con le date in risalto – 1907 – funi d’acciaio e ponti, vasche e pozzi, edera e pietre, il complesso si allargava e mostrava tutti gli stabilimenti costruiti successivamente. Grandi, imponenti, abbandonati a se stessi. Ogni volta che entro in un posto così ho sempre la stessa sensazione: mi sembra che il tempo si sia fermato improvvisamente e che tutto ciò che c’era intorno sia fuggito all’improvviso. È per il fatto che sedie, tavoli, fogli di carta con date, numeri, nomi, sono lasciati lì come se un giorno io mi alzassi dalla mia scrivania e me ne andassi per sempre.

 

Foto di Giulio Rosi

Ed era così anche lì, con la potenza visiva che la stanza delle turbine riuscì a trasmettermi con la sua struttura a V, i macchinari spolpati dai ladri di metalli, i suoi inquietanti graffiti che perfettamente si incastonavano, rendendo il tutto una sorta di tempio decaduto della modernità.

 

Foto dell’autore

Papigno

Foto dell’autore

 

Ma lo stupore più grande, quello capace di disorientarmi completamente e di scuotermi, fu quando entrammo nei capannoni centrali. Questi, dei padiglioni giganteschi sicuramente più recenti rispetto al resto della centrale, ospitano da decenni diversi set cinematografici, tra
cui spiccano su tutti quelli della Vita è bella e Pinocchio. Per un appassionato di cinema come me trovare un intero paese dei balocchi, con le sue giostre, le sue case appariscenti, i volti dipinti di donne e uomini in vestiti sontuosi, le chiese vuote di legno e le case popolari dipinte a mano, è stato un immenso stupore. Un meccanismo svelato di quello che è il cinema, di quel cinema costruito a mano a cui normalmente non pensiamo. Le scenografie immense, come la stazione dei treni che arrivava fino in cima al capannone, alta oltre dieci metri e piena di polvere.

 

Foto dell’autore

Foto dell’autore

 

Girando lì e scattando le mie foto in un religioso silenzio, ho pensato alla storia di quel posto. Sapevo dell’esistenza di un progetto voluto da più parti che voleva un prestigioso studio cinematografico qua in Umbria. Ci si è provato per più anni: prima Benigni, poi la stessa Cinecittà, che ha investito per costruire gli Umbria Studios, ma ora avevamo tutto ciò di fronte a noi, tra polvere e incuria.
La sede degli studios è composta da palazzi nuovissimi, costruiti sempre all’interno del complesso. Entrando lì non si respirava la stessa aria decadente di prima, non c’erano macerie sparse o vetri rotti, solo mobili vuoti e fogli sparsi ovunque. Non è stato difficile imbattersi in sceneggiature lasciate lì, vestiti di scena o schede di gente che voleva fare l’attore. I loro visi, le loro esperienze pregresse, le loro speranze racchiuse in fogli gettati a terra all’interno di quel posto dimenticato.
Prima di andarmene chiesi agli altri di ripassare un attimo all’interno del paese dei balocchi. Ho ripensato di nuovo al sogno di creare qualcosa d’importante e poi ho visto l’edera che filtrava dalle fessure sul cemento.
Me ne sono andato così. Tornandomene a casa ho ripensato poi – sempre rimanendo in campo cinematografico – ai film d’avventura che tanto mi piacciono. Ho riflettuto sul fatto che anche loro, i grandi esploratori, ogni volta alla fine del film se ne tornano a casa con nulla.
Trovano la città fantastica e poi, una volta lì, devono fuggire e abbandonarla senza avere la possibilità di farla conoscere al mondo.
Un senso d’incompiuta meraviglia: era questo che, facendo le dovute proporzioni (mi manca il cappello di Indiana Jones), provavo anche io nella mia auto mentre me ne tornavo a casa.

 

Foto dell’autore