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Titolo: Zeffirino Faina. L’attività politico-amministrativa nel Consiglio Provinciale dell’Umbria (1861-1892)

 

Autore: Rita Rossetti

 

Editore: Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia

 

Anno di pubblicazione: 2017

 

Caratteristiche: 227 pagine, foto cm 21 x 15, brossura illustrata con bandelle, illustrazioni a colori

  

 

 

 

 

La tesi di laurea di Rita Rossetti, giunta alla seconda laurea accademica, si è trasformata in un interessante ed elegante volume di storia patria dal titolo Zeffirino Faina. L’attività politico amministrativa nel Consiglio Provinciale dell’Umbria (1861-1892), pubblicato dalla Fondazione Cassa di Risparmio per i tipi della Fabrizio Fabbri Editore.
Nel testo redatto da Rossetti emerge la passione e la capacità di saper ricercare nei polverosi archivi le testimonianze lasciate nella storia da personaggi del calibro di Zeffirino Faina che, da possidente locale, è assunto al ruolo di politico, prima agli albori della provincia di Perugia fino ai seggi parlamentari del Regno.
L’interessante volume, con una presentazione a cura di Giampiero Bianconi e una prefazione di Valerio De Cesaris, si divide in due parti. La prima ripercorre la vita privata e imprenditoriale di Zeffirino Faina, la seconda ne analizza l’attività politica. Vi è inoltre un ricco apparato fotografico
Zeffirino nasce nel 1826, figlio di Angelo e di Angelica Paolozzi – che appartiene a una nobile famiglia di Chiusi – ed è l’ultimo di tre fratelli. Dopo aver conseguito la laurea in Filosofia e Matematica nel 1846, continua la tradizione di famiglia investendo, innovando e sviluppando le diverse attività imprenditoriali. Numerosi gli interessi economici: i Faina sono costruttori, allevatori, commercianti di bestiame e grano, con un ingente patrimonio immobiliare e terriero. In questo contesto Zeffirino rappresenta la classe dirigente illuminata, tramite le cantine di Collelungo, dove si serve di macchinari di avanguardia, e tramite i premi internazionali che ottiene con la prima filanda di Perugia.
Alla vita imprenditoriale si intreccia quella politica, che lo vede impegnato fin dalla Prima Guerra d’Indipendenza. Questa attività proseguirà fino alla morte, nel 1892, nonostante i dissensi interni alla famiglia – il padre lo rimproverava infatti per essersi esposto in lotte politiche che potevano produrre danni alla famiglia.
La prima seduta del Consiglio della Provincia di Perugia lo vede presente come consigliere, diverrà poi presidente fino al 1892, nel 1873 viene eletto deputato e nel 1886 senatore, incarico che manterrà fino alla fine dei suoi giorni.
E con un’analisi puntuale Rossetti ne ripercorre proprio l’attività politica, ricca di numerose innovazioni e di un interesse per criticità sociali quali la piaga della natalità infantile. Faina trasformò i brefotrofi in strutture adatte all’accoglienza, si occupò del sostegno all’istruzione delle donne e, da abile imprenditore, dell’interesse per le strade e la mobilità, come del prosciugamento del Trasimeno.

Sindaco di Perugia per 16 anni, realizzò alcune tra le piazze e i palazzi più famosi della città.

Figlio dei conti Vincenzo e Giacinta Oddi Baglioni, ricevette la sua prima educazione nel Collegio della Sapienza e completò gli studi laureandosi in Giurisprudenza nell’Ateneo cittadino dove seguì anche il corso di Archeologia. Il suo amore per le arti e la sua perizia nella pittura gli valsero la nomina dapprima ad Accademico di merito e successivamente a Presidente dell’Accademia di Belle Arti, alto incarico che il Consiglio direttivo gli confermò a vita.
Tenuto in gran considerazione dal partito liberale, il 21 luglio 1848 fu eletto relatore del Consiglio di revisione che doveva giudicare i perugini accusati di tradimento per aver disertato dopo i combattimenti di Cornuda, Treviso e Vicenza ed egli con «maturo e sottile accorgimento» assolse nella sua relazione i concittadini considerando che le «legioni colà riunite, o per clamore delle fazioni, o per altre cause politiche che solo il tempo e la storia disvelerà, si vollero disciolte, anzi disperse ed allontanate dai luoghi di azione»[1].

 

Palazzo della Provincia in costruzione

L'amore per Perugia

Il suo amore per Perugia che venne definito vera e propria «idolatria»[2] lo portò ad impegnarsi in prima persona come amministratore: consigliere comunale e provinciale fino a quando le condizioni di salute glielo permisero, fu Presidente del Consiglio provinciale a più riprese, fece parte di numerose commissioni comunali, provinciali e governative. Fu nei Consigli direttivi del Sodalizio di San Martino, dell’Asilo d’Infanzia e di altre numerose istituzioni cittadine. Fu sindaco di Perugia per 16 anni: la sua figura è stata accostata a quella di una altro primo cittadino coevo, Peruzzi, sindaco di Firenze, perché entrambi condivisero il desiderio di fare della propria città una splendida sede di arte e di studi: l’impegno di Reginaldo Ansidei viene infatti ricordato soprattutto per aver dato notevole impulso agli istituti di educazione, per aver arricchito di tesori la Pinacoteca cittadina ed aver incrementato i rapporti tra Perugia e le altre città italiane ed estere[3]. Alla sua attività come sindaco – iniziata nel 1862 – si deve la creazione sulle fondamenta della distrutta Rocca Paolina di Palazzo Arienti, sede della Prefettura e della Provincia, la sistemazione a giardini della zona retrostante il Palazzo, realizzò la strada pensile che permise l’edificazione di Palazzo Calderini e della Banca d’Italia, fece anche costruire Piazza d’Armi per le esercitazioni militari e la Stazione di Fontivegge[4].

Fede religiosa e fede monarchica

I giornali del tempo ne misero in luce la grande capacità di oratore dall’eloquio «insinuante ed efficace»[5]: «la sua parola correva […] fluida ed animata sulle sue labbra, correva splendida di concetti e di forma; e nell’animo di chi l’ascoltava, se non valeva talvolta ad ingenerare persuasione, lasciava sempre, incalcolabili, la impressione ed il ricordo delle sue idee, della nobiltà dei suoi propositi»[6].
La sua fede religiosa e il suo credo politico democratico furono vissuti da Reginaldo Ansidei a viso aperto e «per rimanere fedele alle proprie convinzioni» non volle ritirare la sua candidatura alle elezioni del 1876 in cambio di un sicuro posto da senatore[7]. Di chiara fede monarchica (ricoprì a lungo la funzione di Presidente dell’Associazione monarchico-costituzionale), fu insignito della Commenda dell’Ordine Mauriziano e della Croce di Cavaliere della Corona d’Italia. Alla sua morte, avvenuta dopo tre anni di malattia, persino i suoi avversari politici dovettero riconoscere in lui un uomo «di un ingegno non comune, di un sentire delicato, di ottimo cuore, di una volontà per natura portata a far del bene» che aveva amato «a fede la sua città»[8].

 


[1] G. degli Azzi, s.v., in Dizionario del Risorgimento nazionale, v. 2, Milano, Vallardi, 1930, p. 81.

[2] Reginaldo Ansidei, «La Provincia», 11/2/1892.

[3] «L’Unione liberale», 8/2/1892.

[4] Per il conte Reginaldo Ansidei, «L’Unione liberale», 9-10/2/1892.

[5] «Il Paese. Rivista settimanale dell’Umbria», 10/2/1892.

[6] Per il conte Reginaldo Ansidei, «L’Unione liberale», 9-10/2/1892.

[7] «L’Unione liberale», 8/2/1892.

[8] «Il Paese. Rivista settimanale dell’Umbria», 10/2/1892.