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«Il dialetto non si salva solo con le poesie, le commedie e i festival. Si tramanda anche infilandolo nel discorso, come un cetriolino in un panino. È un po’ snob, lo ammetto. Ma mica possiamo parlare tutti inglese». Beppe Severgnini

Con la quarta puntata di #Di(a)lettiamoci – il tour che vi porta alla scoperta dei dialetti umbri – ci spostiamo a Foligno: città in cui il patriottismo locale regna sovrano, dove non amano particolarmente Perugia – vorrebbero avere una provincia tutta loro – e dove l’attaccamento al territorio e il dialetto sono molto sentiti. Dopotutto sono sempre lu centru de lu munnu!
Giovanni Ruiu folignate D.O.C. che fa parte della redazione della rivista Stuzzicadenti  – che racconta il territorio e le storie di Foligno – senza pensarci troppo, ha scritto l’articolo e me lo ha inviato bell’e pronto: «Pur di non farci mettere mano a una perugina, hai fatto tutto tu!» ho esclamato. «Dovrei dire che non è così, però un pochetto sì, via!». Quindi vi lascio condurre da Giovanni alla scoperta del dialetto folignate, delle sue parole e dell’essenza di Foligno.

Facemo a capisse…

Giovanni Ruiu

Semo jente de Fulignu, semo fatti cuscì: queste le parole cantate da Massimo Bagnato di cui ogni folignate un po’ si risente, sia quelli che non je sta vene (non gli sta bene) – la j la mettemo dappertutto – sia a quelli che je sta vene (gli sta bene). Perché semo fatti realmente cuscì, un po’ incazzosi e un po’ rompi scatole, ma tanto socievoli. Il patriottismo folignate ci contraddistingue, basta chiedere anche a un solo vecchietto che trovi in piazza da dove viene e lui ti risponderà da Fulignu, al massimo forse dalla zona de appartenenza. Eh già perché, noi ce litigamo le zone, Prato Smeraldo e Sportella Marini se possono vedé poco, Cave e Maceratola non so stati mai troppo amici, li Vurruni – un paesino che si chiama Borroni – e limitrofi non ne parliamo.
Comunque, in qualsiasi zona tu ti trovi, sentirai le parole finire sempre e solo con una lettera: la U, infatti, approposito de esse incazzusu, basta pocu pe pià focu.

Né capoluogo né marchigiani

E quello che non sopportiamo più di tutto è quando i nostri meriti li associano agli altri: perché non ci nascondiamo dietro a un dito, a noi il capoluogo non ci piace, non ce la facemo a sentì parlà co ‘n gatto nta la vocca – la B e la V per noi sono uguali – i folignati pensano che i perugini parlano con un gatto in bocca, il famoso donca.
E quando ci dicono di essere simili ai marchiciani (marchigiani) io vorrei far notare questo: la storia insegna che il popolo degli Umbri insediò i territori dall’attuale Lazio, arrivando a Foligno e dirigendosi verso il mare, quindi diciamo la verità, non semo noi quelli fori luogo, ecco. E se questa può sembrare una magra consolazione, pacenza (pazienza) a noi ce basta, e come se dice da noi, chi spizzica non digiuna (meglio poco che niente, l’importante è accontentarsi).

 

La cattedrale di San Feliciano. Foto di Enrico Mezzasoma

Velli e impossibili

E non posso non dedicare due parole ai paesetti de montagna, perché so il nostro collegamento al mare, il nostro motore agricolo, l’origine delle parole più strane, e poi perché me sentirei rinfaccià la frase chi fiji chi fijiastri? (Alcuni sì e alcuni no?). Quindi o tutti o nessuno. Foligno è questo e molto di più: ma d’altronde non basterebbe un articolo per spiegare quanto semo velli (siamo belli) ma anche quanto semo intoccabili, praticamente come una bella donna che però è accompagnata; ma d’altronde, come direbbe un mio caro amico de Cifo: «Li rigori se tirano da lu portiere, mica a porta vota» (non è sempre facile fare delle cose…). Per concludere: forza Foligno sempre!

 


Le puntate precedenti

Perugino

Eugubino

Castellano