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L’Umbria, oltre a essere una meta turistica, si rivela come un luogo cosmico e intriso di elementi fantastici.

Drago Rendering. Foto by Onirico

L’Umbria è un avventuroso godimento di esperienze. Tra miti e leggende che si dipanano nelle città e nelle cittadelle medioevali –  arroccate ai bordi delle conche e altri centri noti delle due province – la regione è una continua scoperta in tal senso. Di connessione tra i luoghi, non solo turistica ma cosmica e anche un po’ fantasy. Estratto di Drago non è un’antica pozione di stregoneria ma in Umbria, tra Grifoni e Draghi degli stemmi di Perugia, Narni e Terni, pare di assistere a un medioevo fantastico, e al filosofare.

Quello mitologico, emblema di Terni, assume una nuova forma in acciaio con l’innovativo Thyrus di Marco Diamanti. La notizia fa correre letteralmente in città per saperne di più. Richiama non solo l’iconografia medievale del drago sconfitto, ma si collega a una vasta tradizione di creature leggendarie che suscitano un crescente interesse culturale. Lucrezia Ercoli, editorialista e direttrice artistica di Popsophia, in Amati mostri spiega il legame tra fantasy e meraviglia, sottolineando come questa connessione abbia radici antiche, da Platone ad Aristotele. «Oggi, come in origine» racconta «gli uomini hanno iniziato a filosofare dal meravigliarsi. E da Omero, che nel mettere Ulisse al cospetto di Polifemo narra un’esperienza duplice di spavento e attrazione, di fronte alla quale accade di guardare con occhi diversi momenti cruciali della vita». Una reazione di inclusione ad ammettere e accettare l’altro, come altro.

 

Calamita Cosmica. Foto by Daniela Zannetti

L’Umbria così appare un luogo di meraviglie da svelare

Una regione che prima della storia di Roma e della Grande Umbria deve la sua natura alla fusione tra civiltà etrusca e cultura di Terni, trova riscontro nell’arte contemporanea che fornisce una interessante chiave di lettura. Nella Umbria mistica può risuonare nel silenzio D’Io, installazione sonora a corredo della colossale Calamita cosmica custodita a Foligno (ex Chiesa della SS. Trinità), realizzata dall’enigmatico artista anconetano Gino De Dominicis. «Un capolavoro che agisce come attrattore di energie dal cosmo, suscitando descrizioni di alta intensità» come scrive Italo Tomassoni. Può echeggiare T’Odi, parafrasando la mostra antologica del tuderte artista Bruno Ceccobelli del 2018, nella storica città di frontiera del Tevere. Le Opere in Nero di Pietro Vannucci il perugino, dialogano con l’arte contemporanea di Alberto Burri nativo di Città di Castello, ed esaltano la luce umana, sovraumana e della materia. Mentre più a sud la luce si fa Lancia, con l’opera in acciaio di Arnaldo Pomodoro a Terni, e le opere di Giulio Turcato, Le libertà, creano suggestioni di metallo e colore sulle sponde del lago di Piediluco. Fantasy, dunque, perché legata al senso del meraviglioso, a ciò che va oltre l’ordinario, ciò che è fuori dal comune. Infine legata alla storia e all’immaginazione creativa.

 

Opere di Giulio Turcato

Il drago per Terni pare dire dove un’altra vita sogna

Il Drago di Terni non è solo un’opera d’arte ma rappresenta un impegno per la creatività locale. Un primo patto di collaborazione tra il Comune e l’Associazione culturale Thyrus ha reso possibile l’avvio al progetto della monumentale opera di oltre 4 metri di altezza. Sarà un dono al museo diffuso d’arte contemporanea della città, grazie al contributo di numerosi attori pubblici e privati. Racconta il professor Marco Diamanti di «tenere in particolar modo a far crescere artisti e giovani artisti». Col suo spirito di educatore d’arte con i giovani studenti, e anche allenatore sportivo, la missione d’arte si riveste del sapore di squadra, del carattere associativo, e di cultura del territorio.

Per Jacopo Cardinali, designer e progettista 3D della scultura è «utile riconoscersi in un’identità determinata, attiva e propositiva». Co-founder di Materie Unite, è un esempio di nuova imprenditoria impegnata nel riciclo tecnologico di Carta e cartone e leconomia circolare. Caso non trascurabile con l’Italia al primo posto in Europa nel riciclo, e leader nella circolarità a venticinque anni ormai, dall’entrata in vigore del Decreto Ronchi. Per un principio di sostenibilità dell’arte, quello fornito per l’opera da Ast Arvedi è di acciaio riciclato, e le oltre 10 tonnellate di acciaio 441 Lis rappresentano, per le statistiche europee, la metà dell’acciaio riciclato equivalente a due Thyrus al secondo. I coils d’acciaio saranno lavorati con tecnica sliced, tagliati al laser, con una ottimizzazione controllata del disegno dal marchio Onirico di Luca Finistauri. Altro comparto creativo ternano che ha già collaborato con noti artisti come Beverly Pepper e Bruno Ceccobelli.

Drago Rendering. Foto by Onirico

Amato Drago, dallo scitale al Thyrus. Un nuovo capitolo sulla contemporaneità

«Nello stemma comunale di Terni, il Tiro non è più quell’anfibio rettile tozzo con coda lunga a doppio giro, lo scitale dei Bestiari medievali, come raffigurato in pietra nella scultura collocata a Palazzo Spada». Il suo aspetto è cambiato nel corso dei secoli. Il Thyrus o Tiro ha assunto le sembianze di un drago alato. Lo spiega la storica d’arte Eleonora Belli, già ricercatrice al Bardini di Firenze. «Agli ultimi capitoli del mondo medievale del drago all’Italiana si sovrappongono il drago decorato di ali, dai draghi di Paolo Uccello a quelli del Codice Atlantico di Leonardo, cui si innestano le tradizioni del tardo Rinascimento del Nord Europa. Il drago è un sauro che sviluppa gli arti superiori, come e fino al romantico e fantasy drago dell’Ottocento, sempre più umanoide. La poetica dell’arte figurativa e iperrealista nella scultura di Diamanti, rende tutta la tensione della muscolatura della fera nell’atto di caricare la gettata del fuoco del drago. Dal Tiro in pietra all’odierno Thyrus, l’iconografia è evoluta e attuale».

 

Thyrus scultura. Foto by Daniela Zannetti

Drakon, Derkomai, Drakos, Kyklops

Segno e marchio del mostro mitico che rivela l’attuale vitalità degli antichi simboli, del Drago è interessante notare un contenuto sapienziale. La radice della parola Drakon, grande serpente, è associata a derkomai, osservare, e a Drakos, affilato e pungente: teoricamente il vedere come capacità di percepire qualcosa in modo speciale. Kyklops, occhio circolare, per richiamare le suggestioni omeriche legate a Polifemo. Metaforicamente attrattore di energie, ripensando l’opera immobile di De Dominicis, la gigantesca creatura ossea a Foligno. In qualche modo guardiano di energie o luoghi sacri.

Una riscoperta dell’immaginario, della fantasia, del fantasy. Di fatto, il vero habitat dei draghi nelle leggende e nelle mitologie di gran parte del mondo antico è l’acqua, non solo del mondo orientale. Per Terni città delle acque costantemente attraversata dallo spirito indomito del Nera, quello che Diamanti in principio «immaginava di creare e installare nella rotonda Filipponi come il Toro di Wall Street, è un simbolo in cui tutti si riconoscono e incarna uno spirito di collaborazione». «Il Drago per Terni – commenta ancora l’artista – è un importante racconto visivo sull’identità nel quale rispecchiarsi». Apre un nuovo capitolo sulla contemporaneità. Di una città con i segni di una storia nata molti secoli prima dell’acciaio e con un forte desiderio di rinascita. «Colma l’assenza, all’interno della città, di sculture che raffigurino il simbolo di Terni, in modo innovativo, originale e contemporaneo».

Beverly Pepper, Michelangelo Pistoletto, Arnaldo Pomodoro, Bruno Liberatore e Michele Cascella sono cinque artisti contemporanei che, con numerose sculture, hanno arricchito i giardini umbri.

Loro sono solo la punta dell’iceberg di una lista infinita di artisti che hanno amato l’Umbria e hanno voluto lasciare qui le loro imponenti tracce. Adesso che non ci sono più uomini come gli eroi a cavallo o come i senatori romani da immortalare (l’unica eroina a cavallo è Anita Garibaldi a Roma, ma è relegata in un angolo) le sculture hanno preso un indirizzo diverso e, sulla ribalta artistica, hanno avuto finalmente visibilità anche artiste scultrici come l’americana Beverly Pepper.

 

Beverly Pepper

 

Da almeno quattro decenni gli spazi aperti del mondo sono stati arredati con sculture verticali di dimensioni ciclopiche. Qualunque sia il materiale usato dagli artisti, pietra, metallo o legno, generalmente predominano verticalità e grandezza. Anche qui in Umbria, dove niente ha la vertigine della verticalità, si trovano numerose installazioni di questo tipo. La più originale e, destinata a durare nel tempo, è sicuramente quella di Michelangelo Pistoletto ad Assisi. Si entra nel bosco di San Francesco, si scende la collina fino a fondo valle dove si è accolti da un giardino pieno di olivi. In Umbria non ci si emoziona certo per gli olivi, alberi consueti, ma se si sale sulla postazione messa lì, ci si trova a galleggiare al di sopra delle chiome. Da questo punto di vista è tutto diverso. Gli olivi hanno una disposizione precisa e inattesa: quella del simbolo dell’infinito così ricco di significati. Ecco che anche gli alberi diventano arte!
Un parco piccolo e molto diverso si trova a Castelbuono: qui il Comune ha aperto il parco delle sculture. Queste però non sono ciclopiche e sono firmate da artisti locali. Sono armoniosamente sparse su un terreno in salita, in mezzo ai vitigni della cantina Lunelli. Ogni anno, inoltre, il parco viene arricchito con una nuova opera.

 

Bruno Liberatore

 

Altre installazioni sono a Brufa, vicino a Torgiano, dove la valle si apre e piccole colline la marcano. Sulla sommità di una collinetta molto panoramica, Bruno Liberatore ha innalzato una nuova Stonehenge. Si tratta di colonne piramidali realizzate in Corten, un materiale molto usato dagli artisti che sembra ferro arrugginito mentre è acciaio protetto dalle intemperie. Qui ci troviamo dunque di fronte a sei piramidi di diversa struttura, ma di altezza simile, che dalla sommità della collina dominano la valle di Torgiano e che, grazie al Corten, al tramonto sembrano prendere vita. Queste sculture sono fatte per essere toccate, per passarvi attraverso e guardare il panorama da diverse angolazioni. Poi c’è Todi, una città ormai dedita all’arte o meglio aperta a tutte le arti. La prima opera si incontra uscendo dalla funicolare che sale dal parcheggio. Ad accoglierci sono le frecce di Arnaldo Pomodoro: frecce in alluminio che puntano verso il cielo. Il complesso più spettacolare tuttavia è sulla collina di Todi, non per niente dedicata a Beverly Pepper.

 

Arnaldo Pomodoro

 

La Pepper è un’artista americana che approdò a Todi negli anni ’50 e, stregata dal luogo, lo scelse per viverci. Non tornò quindi più ad abitare in America e Todi divenne la sua residenza permanente. Anni dopo, a sua volta, fu Todi ad adottare l’artista. Così la Pepper si sentì in dovere di ringraziare il Comune con un regalo molto speciale: donò alla città numerose sue opere; queste ora si trovano disseminate ovunque sulla collina. Sono sparse sulla salita che dalla chiesa della Consolazione sale fino al parco in cima al colle e sulla sommità sono state rizzate le sue colonne che affiancano le antiche mura.
Non posso concludere senza ricordare Tuoro sul Trasimeno dove c’è l’installazione più antica, che risale agli anni ’80. Vari artisti, guidati da Cascella, hanno voluto commemorare la famosa battaglia tra Romani e Cartaginesi, che ebbe luogo proprio lì nel 217 a.C.  Una delle poche sconfitte di un esercito imbattibile. E questo è solo l’inizio.

I turisti stanno tornando. A Roma si vedono già file di persone al seguito di una bandierina. A Venezia ancora si riesce a circolare ma ben presto la città sarà totalmente occupata da nuove ondate di visitatori. Firenze si sta preparando.

Il Carapace di Arnaldo Pomodoro

 

Qui in Umbria i turisti iniziano ad arrivare e, se il virus non ci sorprenderà ancora, con l’estate si farà nuovamente il pieno. È un peccato che i percorsi delle visite siano, ancora oggi, focalizzati quasi esclusivamente sui tour classici: Giotto, San Francesco, Orvieto e il medioevo dei borghi. L’Umbria centrale, infatti, è ricca anche di moderne opere di architettura e di scultura, ma purtroppo non si incontrano turisti ad ammirarle. Lì hanno lavorato archistar e artisti famosi; tra loro troviamo niente meno che l’artista Arnaldo Pomodoro. Le sue sfere di bronzo, che rappresentano il mondo, sono famosissime e si vedono ovunque: da Roma a New York, passando per il cortile del Vaticano. Pomodoro ha disegnato e costruito il Carapace della cantina Lunelli, vicino a Bevagna. Si tratta di un’opera d’arte che prima si osserva da fuori e poi si gode da dentro; ha linee curve, morbide e crepe come un viso che ha vissuto. Poi si entra l’opera d’arte. Lasciando il tempo quasi eterno del Carapace ci si inoltra sotto la bellissima cupola di legno mossa e articolata; lì sotto c’è un’atmosfera raccolta dove spicca il colore rosso delle sedie, pronte ad accogliere i visitatori per far loro gustare comodamente il vino della cantina Lunelli. Un vero piacere per gli occhi, per il gusto e per lo spirito.

La chiesa di San Paolo Apostolo a Foligno

A Foligno Massimiliano Fuksas ha lavorato su un enorme spazio vuoto: la zona dove hanno vissuto i terremotati del ‘97 fino quando, dopo lunghi anni, hanno potuto avere una casa. Il comune di Foligno ha pensato allora di usare quello spazio rimasto vuoto per erigere una chiesa dedicata a San Paolo. La chiesa si presenta come un gigantesco parallelepipedo di cemento bianco, sospeso su un rettangolo vetrato. Le pareti laterali hanno delle grandi spaccature vitree che lasciano penetrare una luce soffusa. Davanti alla chiesa si estende una lunga platea di cemento, anch’essa bianca e, tutto in torno, ci sono grandi spazi dedicati alle passeggiate e al parcheggio.

Mario Botta è sceso dalla Svizzera per costruire una scuola a Città della Pieve. La costruzione riassume la storia umbra partendo dal mattone, passando per il Medioevo e approdando allo spazio aperto. La sua cifra stilistica è il mattone rosso che nel ‘600 era già stato introdotto da un altro architetto svizzero: Francesco Borromini. Il mattone si integra benissimo con l’ambiente ed è risultato più che mai indicato poiché l’Umbria è stata produttrice di mattoni fin dal periodo etrusco. La costruzione è modulata come le antiche mura medievali, ma con pareti che lasciano entrare la luce e la cultura. La scuola da una parte si affaccia sulla valle mentre dall’altra è preceduta una grande area aperta: spazio ideale per lo svago dei ragazzi e degli abitanti di Città della Pieve.
Accanto a queste vi sono molte altre opere moderne e contemporanee. L’Umbria ha anche creato tanti giardini di sculture che arricchiscono il paesaggio e portano l’arte in mezzo alla gente, anche a quella di passaggio. Di questo però parleremo ben presto.

 

Città della Pieve, foto Pino Musi. Sito www.botta.ch