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Foligno (PG) e Gibellina (TP) apparentemente non hanno niente da condividere, ma in realtà un cubo e una sfera unisce queste due località.

Foligno e Gibellina sono due comuni italiani che distano fra loro 1.246 km. La distanza è notevole, non solo da un punto di vista geografico, ma anche storico, culturale, di dialetto e di cucina. Eppure, Lu centru de lu munnu e la Valle del Belice sono molto più vicine di quello che si può pensare. Infatti un evento naturale e due opere architettoniche, pur con tempi e forme diverse, hanno unito e uniscono questi due luoghi. L’obiettivo di rinascita spesso passa anche attraverso l’arte e i valori simbolici che essa esprime.
Tutto ha inizio nel gennaio del 1968 quando un forte terremoto colpì la Valle del Belice distruggendo Gibellina, paesino dell’entroterra trapanese. Poi nel settembre del 1997 un sisma di intensità leggermente inferiore a quello siciliano fece piombare nel dramma le popolazioni a cavallo tra Umbria e Marche. Nonostante le perdite umane e le pesanti ripercussioni su un territorio disastrato, la voglia di rinascita e di riscatto sociale si fece strada anche con i contributi dell’architetti Massimiliano Fuksas e Ludovico Quaroni.

Gibellina e l’architetto Ludovico Quaroni

Per la ricostruzione edilizia si pensò a una Nuova Gibellina distante una quindicina di km dal vecchio borgo. Per la rinascita delle coscienze e per la memoria storica si fece strada, da parte dell’amministrazione del Comune, l’idea di una ricostruzione culturale, dove l’arte e l’architettura avrebbero garantito un futuro a questa zona.

Chiesa di Gibellina

Nel 1970 l’architetto romano Ludovico Quaroni ricevette l’incarico per la progettazione della Chiesa parrocchiale nel punto più alto del paese. Il progetto fu completato nel 1972 ma i lavori iniziarono clamorosamente tardi e non furono completati fin quando nel 2002 ripresero i passaggi ultimativi, terminati poi nel 2010. Nel mese di marzo di quell’anno la chiesa fu inaugurata e consegnata ai fedeli.
La chiesa presenta una peculiarità che ritroviamo nelle architetture metafisiche, nel Cenotafio di Newton di Boullèe, nei connotati utopici di altri progetti contemporanei e che in sostanza si materializza nella forma perfettamente sferica dell’abside.
La Chiesa Madre, questo il suo nome, ha una geometria inusuale per una costruzione ecclesiastica: ha una pianta a base quadrata di 50 metri per lato, un anfiteatro scoperto dominato da una sfera centrale.

Foligno e l’architetto Massimiliano Fuksas

La Chiesa di San Paolo Apostolo a Foligno è una chiesa parrocchiale progettata dall’architetto Massimiliano Fuksas e inaugurata nel 2009. Simbolo della rinascita dopo il terremoto del 1997 sorge su un’area che aveva ospitato un campo container per gli sfollati. L’edificio è costruito prevalentemente in cemento armato ed è come una scatola nella scatola, essendo frutto della composizione di due parallelipipedi, uno interno e uno esterno dove sono presenti finestre di forma irregolare.

Chiesa di San Paolo Apostolo a Foligno

Non è, come qualcuno sofferma, una monolitica gettata di cemento, ma molto di più per l’importante rapporto che si crea fra l’edificio e il cielo e che rimanda al trascendente. La lunghezza, la larghezza e l’altezza sono uguali e perciò di tratta esattamente di un cubo. Interessante è la leggerezza del cubo sospeso all’interno che si contrappone all’architettura massiva del volume esterno. Alla Chiesa si accede attraverso un vasto sagrato in salita dove si innalza una stele alta 13 metri in cemento e marmo di Carrara.
Accanto alla chiesa sorge un altro parallelepipedo, più basso e allungato dove trovano spazio la Sagrestia, il Ministero Pastorale e la Casa Canonica. Infine, un piccolo volume vetrato accoglie la cappella feriale. La facciata dell’ingresso, posta a sud, è attraversata in tutta la sua lunghezza da una bassa vetrata e numerose sono le fonti di luce che illuminano scenograficamente gli elementi di maggiore importanza.

Aspetti geometrici e rappresentativi

La Chiesa Madre di Gibellina rappresenta un luogo chiaramente simbolico, il centro gravitazionale degli spazi per la liturgia intorno a essa disposti. La sfera è una superficie liscia e candida che incarna la ricerca di purezza. È memoria della chiesa originaria riletta in chiave moderna e sintetizza il trascendente con la razionalità umana, è un’opera unica e un osservatorio privilegiato. Ludovico Quaroni ha sperimentato a Gibellina una sintesi fra arte, architettura e urbanistica tralasciando in parte gli aspetti liturgici.
Massimiliano Fuksas definisce così il senso del suo progetto per il Complesso Parrocchiale San Paolo a Foligno: «Vedere attraverso il cemento il cielo, dall’interno, dall’esterno, all’esterno». L’elemento luce in questo progetto è fondamentale per creare un ambiente favorevole alla spiritualità. La geometria minimalista dell’ingresso, al quale si arriva attraversando il sagrato, è in perfetta sintonia con tutta l’opera. Il cubo di Fuksas si rifà a un’estetica di essenzialità indicando ai fedeli la via della spiritualità. Il progetto, ispirato da un’idea di modernità, è di interesse, per il suo spirito d’innovazione, internazionale. La valenza simbolica è molto forte: opporsi alla distruzione ricostruendo un edificio forte e stabile.

La critica e la paura verso il nuovo

 La prima critica nei confronti della Chiesa Madre di Gibellina, a nome degli anziani del posto, è che è «troppo lontana, raggiungerla a piedi è impossibile», trovandosi nella parte più alta del paese. Inoltre, per i gibellinesi è moderna e con una forma bizzarra tanto che è stata soprannominata la chiesa palla.

Chiesa di Gibellina

Gli abitanti del posto erano abituati a cose ordinarie e capire questa nuova chiesa non è stato semplice. La Chiesa Madre di Quaroni per la gente è semplicemente un monumento da far vedere ai turisti e i fedeli vanno nella Chiesa Madre perché poi in fondo non hanno altre alternative, ma l’idea di appartenenza a una piccola comunità religiosa è ormai perduta.
Sintetizzando possiamo affermare che l’obiettivo di rinascita non ha funzionato del tutto e che la chiesa palla è troppo lontana e troppo moderna per essere accettata. Per quanto riguarda Foligno, sebbene la Conferenza Episcopale Italiana abbia scelto il progetto di Fuksas per il suo forte carattere d’innovazione, vi è stato chi ha mosso dure critiche al risultato finale. I detrattori sostengono che l’edificio risulta troppo d’impatto con il contesto circostante richiamando l’idea di un magazzino o semplicemente l’idea di un cubo gigantesco. Un volume troppo imponente che non si integra con il paesaggio umbro e la sacralità del luogo. È così che l’estetica contemporanea come tema di rinascita si è trasformata pure in tema di polemica. Come la chiesa palla non è entrata nel cuore dei gibellinesi, anche la chiesa cubo non fa impazzire i folignati. Probabilmente queste due opere architettoniche moderne hanno fatto emergere, in parte della popolazione, la neofobia intesa come il timore per tutto ciò con cui non abbiamo familiarità. Spesso non si ha paura del nuovo come tale, ma delle sue conseguenze. La paura della modernità e del cambiamento è uno stato d’animo che esiste da sempre, perfino Socrate era diffidente di quell’astruseria moderna che era la scrittura.

 

Chiesa di San Paolo Apostolo a Foligno

Uno sguardo oltre

Molti sono gli esempi a livello internazionale di centri parrocchiali progettati in chiave moderna nell’ambito dell’architettura sacra. La chiesa del centro parrocchiale di Iesu a San Sebastian in Spagna, progettata da L.R. Moneo Valles, si contraddistingue per lo spazio astratto e cubico e per lo slancio verticale. La chiesa del complesso parrocchiale di Ka Don in Vietnam, si caratterizza per la semplicità e il rigore. Si tratta di un’opera poetica capace di rispondere a uno spazio di preghiera dimensionalmente grande. La chiesa invece progettata dagli architetti Ansgar e Benedikt Shulz a Lipsia in Germania ha un significativo spazio liturgico capace di trasmettere una trascendente esperienza spaziale intensificata dall’alto lucernario.

Un cenno al simbolismo geometrico

Concludo facendo un breve cenno al simbolismo geometrico e se questo può essere utile ad aiutare gli scettici a scoprire la bellezza delle chiese di Foligno e Gibellina. La sfera è la forma primordiale perché è simile a se stessa in tutte le direzioni ed è la forma più universale essendo il simbolo della perfezione. L’assenza di angoli simboleggia l’armonia e rinvia a una immagine di totalità.
Il cubo è la forma più immobile di tutte, è il solido per eccellenza e simboleggia la stabilità la forza e l’integrità. Con le dovute modifiche, certamente Quaroni e Fuksas hanno applicato ai loro progetti il valore del simbolismo e mentre il primo asseriva che: «senza possibilità di sperimentare non è possibile fare niente», l’altro ha affermato: «Io inizio a disegnare, intuisco una cosa, che poi non è mai quella vera o quella che mi era richiesta».

I turisti stanno tornando. A Roma si vedono già file di persone al seguito di una bandierina. A Venezia ancora si riesce a circolare ma ben presto la città sarà totalmente occupata da nuove ondate di visitatori. Firenze si sta preparando.

Il Carapace di Arnaldo Pomodoro

 

Qui in Umbria i turisti iniziano ad arrivare e, se il virus non ci sorprenderà ancora, con l’estate si farà nuovamente il pieno. È un peccato che i percorsi delle visite siano, ancora oggi, focalizzati quasi esclusivamente sui tour classici: Giotto, San Francesco, Orvieto e il medioevo dei borghi. L’Umbria centrale, infatti, è ricca anche di moderne opere di architettura e di scultura, ma purtroppo non si incontrano turisti ad ammirarle. Lì hanno lavorato archistar e artisti famosi; tra loro troviamo niente meno che l’artista Arnaldo Pomodoro. Le sue sfere di bronzo, che rappresentano il mondo, sono famosissime e si vedono ovunque: da Roma a New York, passando per il cortile del Vaticano. Pomodoro ha disegnato e costruito il Carapace della cantina Lunelli, vicino a Bevagna. Si tratta di un’opera d’arte che prima si osserva da fuori e poi si gode da dentro; ha linee curve, morbide e crepe come un viso che ha vissuto. Poi si entra l’opera d’arte. Lasciando il tempo quasi eterno del Carapace ci si inoltra sotto la bellissima cupola di legno mossa e articolata; lì sotto c’è un’atmosfera raccolta dove spicca il colore rosso delle sedie, pronte ad accogliere i visitatori per far loro gustare comodamente il vino della cantina Lunelli. Un vero piacere per gli occhi, per il gusto e per lo spirito.

La chiesa di San Paolo Apostolo a Foligno

A Foligno Massimiliano Fuksas ha lavorato su un enorme spazio vuoto: la zona dove hanno vissuto i terremotati del ‘97 fino quando, dopo lunghi anni, hanno potuto avere una casa. Il comune di Foligno ha pensato allora di usare quello spazio rimasto vuoto per erigere una chiesa dedicata a San Paolo. La chiesa si presenta come un gigantesco parallelepipedo di cemento bianco, sospeso su un rettangolo vetrato. Le pareti laterali hanno delle grandi spaccature vitree che lasciano penetrare una luce soffusa. Davanti alla chiesa si estende una lunga platea di cemento, anch’essa bianca e, tutto in torno, ci sono grandi spazi dedicati alle passeggiate e al parcheggio.

Mario Botta è sceso dalla Svizzera per costruire una scuola a Città della Pieve. La costruzione riassume la storia umbra partendo dal mattone, passando per il Medioevo e approdando allo spazio aperto. La sua cifra stilistica è il mattone rosso che nel ‘600 era già stato introdotto da un altro architetto svizzero: Francesco Borromini. Il mattone si integra benissimo con l’ambiente ed è risultato più che mai indicato poiché l’Umbria è stata produttrice di mattoni fin dal periodo etrusco. La costruzione è modulata come le antiche mura medievali, ma con pareti che lasciano entrare la luce e la cultura. La scuola da una parte si affaccia sulla valle mentre dall’altra è preceduta una grande area aperta: spazio ideale per lo svago dei ragazzi e degli abitanti di Città della Pieve.
Accanto a queste vi sono molte altre opere moderne e contemporanee. L’Umbria ha anche creato tanti giardini di sculture che arricchiscono il paesaggio e portano l’arte in mezzo alla gente, anche a quella di passaggio. Di questo però parleremo ben presto.

 

Città della Pieve, foto Pino Musi. Sito www.botta.ch

La luce è scintilla vitale per ogni essere vivente, invisibile e immateriale, eppure origine di ogni cosa. Penetra silenziosa all’interno di vetrate e finestre, illuminando le navate e gli altari di chiese e cattedrali, rivelando così lo spazio costruito.

Fin dall’antichità i fasci di luce avevano un valore funzionale: il loro scopo era infatti quello di consentire un uso ottimale degli spazi. In seguito, soprattutto all’interno dei luoghi sacri, la luce cominciò ad assumere un altro significato, più simbolico: la presenza del divino.
Con la diffusione dell’arte bizantina, le pareti delle chiese si ricoprirono di mosaici con fondo oro; su di essi la luce si riflette provocando spettacolari riflessi dorati. Infine, giochi di luce si ottennero grazie a grandi e preziosi rosoni realizzati interamente con vetrate colorate. I fasci di luce colorano le navate, rendendo visibile, anche internamente, il ricamo di vetro, vera e propria opera d’arte realizzata dall’estro di maestri vetrai.
In una regione mistica come quella umbra, terra di Santi e Beati, la spiritualità si cela nei grandi rosoni che campeggiano sulle facciate delle chiese. Nella chiesa di Santa Giuliana a Perugia il rosone domina la facciata, anche se la sua struttura risulta molto semplice: due giri di ruota con colonnine e archetti trilobati che ruotano intorno a un perno centrale.

 

Chiesa di Santa Maria a Monteluce. Perugia

La luce che invece penetrava all’interno della chiesa di San Francesco al Prato mostrava, agli occhi dei fedeli e dei visitatori, le straordinarie opere d’arte lì conservate, come la Pala Baglioni e la Pala degli Oddi di Raffaello, la Resurrezione del Perugino e tante suppellettili sacri. Il grande rosone, realizzato con un morbido disegno a griglia, si distacca da quelli classici, rivelando un tema iconografico inusuale.
Anche nella chiesa di Santa Maria di Monteluce la navata centrale è illuminata da un magnifico rosone, posto nel registro superiore della facciata a capanna. Il rosone è interamente composto da una griglia traforata con un motivo circolare.

Chiesa di San Costanzo

Nella chiesa di San Costanzo, elevata nell’ottobre del 2008 da papa Benedetto XVI a basilica minore e dedicata al primo vescovo di Perugia, è visibile un rosone fiancheggiato da altorilievi allegorici che rappresentano i quattro Evangelisti. Oltre il rosone è inoltre presente un portale costituito da due stipiti in marmo ornati da tralci e animali fantastici, mentre nell’architrave è raffigurato Cristo benedicente tra i simboli degli evangelisti, unesempio di scultura romanica di fine del XII secolo.

Il principale edificio religioso a Perugia è indubbiamente la cattedrale di San Lorenzo. Presenta una complessa stratificazione di fasi costruttive. Venne iniziata il 20 agosto 1345 come narrato dalle cronache dei Baglioni: «Adì 20 de agosto nel dicto millesimo se comenzó a fondare la chiesa nuova S. Lorenzo». [1]

Diversamente dalle maggiori cattedrali, quella di Perugia ha la fiancata laterale rivolta verso la piazza principale della città. Tale lato è caratterizzato dalla Loggia di Braccio, commissionata da Braccio da Montone. La navata centrale è interamente illuminata dalla vetrata del rosone, simbolo per eccellenza dell’estro di maestri vetrai.

 

Cattedrale di San Lorenzo

 

In questo straordinario mondo luminoso celebre è l’attività dello Studio Moretti Caselli, che ebbe inizio nel 1858, con il lavoro svolto da Francesco Moretti; esecutore e maestro, ha legato il suo nome e quello di tutto lo studio al merito di aver ripreso, continuato e reso prestigiosa l’arte vetraia in Italia. Nel 1861 fu installato un vero e proprio laboratorio tecnico, prima nel complesso di San Domenico, poi trasferito nell’ex convento di San Francesco al Prato e infine nell’attuale via Fatebenefratelli.[2] Oggi lo studio-laboratorio è diventato un magnifico museo.

Vetrata. Natività

Nella cattedrale di Perugia il primo intervento fu curato proprio da Moretti, che realizzò la Natività o L’adorazione dei pastori da porre nel finestrone della cappella. La magnifica vetrata impressionò talmente tanto i perugini per la sua bellezza che fu lodata da due poeti: Giovanni Bini Cima e Alinda Bonacci Brunamonti.
Il successivo intervento fu di Ludovico Caselli, che tra il 1917-1920 realizzò il Martirio di San Lorenzo. Anche questa vetrata fu accolta e descritta con parole poetiche.[3] Le vetrate dello studio rappresentano una sorta di pittura di luce e i fasci diretti e puri, colorati e sfumati filtrano dalla sottile rete degli elementi metallici, diventando simbolo terreno della presenza divina.

 


[1] Cronaca della Città di Perugia  dal 1309 al 1491. Nota col nome di Diario del Graziani secondo un codice appartenente ai conti Baglioni supplita ne’ luoghi mancanti con escerti di altre inedite cronache perugine e pubblicate per cura di Ariodante Fabretti con annotazioni del medesimo di F. Bonaini e F. Polidori, p. 18.
[2] La carta, il fuoco e il vetro. Lo studio-laboratorio Moretti-Caselli di Perugia attraverso i documenti, disegni e le vetrate artistiche. Catalogo della mostra, a cura di G. Giubbini, R. Santola Mazza, Edimond Editore, 2001, p. 60.
[3] La carta, il fuoco e il vetro. Lo studio-laboratorio Moretti-Caselli di Perugia attraverso i documenti, disegni e le vetrate artistiche. Catalogo della mostra, a cura di G. Giubbini, R. Santola Mazza, Edimond Editore, 2001, pp. 68-69.

I negozi e la città in archivio

TITOLO: I negozi e la città in archivio. Foligno tra Ottocento e Novecento

AUTORE: Giovanna Galli

PAGINE: 85

EDITORE: Folignolibri

ANNO: 2019

COSTO: 15 EURO

L’autrice del volume si è laureata in Restauro Architettonico all’Università La Sapienza di Roma. Attualmente svolge la libera professione ed è iscritta nell’Elenco degli esperti in Beni Ambientali e Architettonici della Regione Umbria.
La passione per la storia architettonica e urbanistica della sua città l’ha portata ad alcune pubblicazioni sull’argomento come Piccola Guida Foligno dentro le mura, del 2014; Foligno città romana vol. I – Ricerche storico urbanistiche topografiche della antica città di Fulginia a cura di Giuliana Galli, di cui è co-autrice (Il Formichiere, 2015); Foligno città romana vol. II – Dal Castrum alla Via della Quintana, dal tempio alla Cattedrale (Il Formichiere, 2016) di cui è co-curatrice e co-autrice con Giuliana Galli e Paolo Camerieri, fino a giungere all’ultima pubblicazione, nella quale, dopo una meticolosa ricerca d’archivio, è riuscita a ricostruire il passaggio e la trasformazione della città di Foligno attraverso le attività commerciali che si sono succedute. Come spiega nella prefazione, la molla che la spinge «è la conoscenza della città e della sua storia, che deve essere usata per la sua conservazione attraverso una corretta progettazione che la tramandi al futuro».
Le trasformazioni principali nel tessuto urbano in Italia e, nello specifico, a Foligno, avvengono principalmente negli ultimi due secoli: a seguito dello sviluppo industriale, si cerca di dare un nuovo ordine ai quartieri risanando le pessime condizioni igienico sanitarie con nuove infrastrutture quali fogne e acquedotti. Inoltre, nascono nuovi sistemi di collegamento come quello ferroviario e stradale per le automobili: da qui la necessità di dotarsi di nuovi sistemi di pianificazione del territorio.
Il pregio di questa ricerca è evidenziare questa trasformazione attraverso un punto di vista insolito e generalmente trascurato dai trattati di urbanistica: le attività commerciali. Queste – come spiegato dall’autrice nell’introduzione – «Oltre alle funzioni puramente economiche, svolgono importanti funzioni sociali, costituendo un momento di contatto fra i cittadini e le comunità locali diffondendo le informazioni più recenti in materia di stili di vita, modelli culturali e attività collettive».
Il libro, partendo Dalla situazione generale della città nei primi decenni del secolo, attraverso Le modificazioni del tessuto urbano, Gli interventi privati, I negozi che contribuiscono a cambiare l’immagine della città per finire all’ultimo capitolo Da depositi a botteghe a moderni negozi è corredato da un importante apparato fotografico che comprende le immagini dei negozi e delle attività con commercianti o artigiani al lavoro, i progetti con le modifiche da apportare presentati agli organi competenti, i rilievi, i regolamenti. Il tutto fornisce un preciso spaccato delle trasformazioni avvenute.
«Forse perché in realtà il negozio è un luogo privato in cui ogni esercente esprime la propria personalità, dove mette in mostra i prodotti secondo una propria filosofia» conclude nell’introduzione l’architetto Galli «Ma questo luogo privato diventa pubblico nel momento in cui si affaccia nella città, nel momento in cui si apre su facciate antiche rimaste per secoli chiuse ermetiche. I negozi, i loro spazi, i loro affacci, diventano quindi un pretesto anche per parlare di città, per parlare di quelle modificazioni che la città ha subito».

«In forma dunque di candida rosa che si mostrava la milizia santa (…) nel gran fiore discendeva che s’addorna di tante foglie, e quindi risaliva là dove ‘l suo amor sempre aggiorna». (Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, Canto XXXI, vv. 1- 2 e 10-12)

I rosoni, veri ricami di pietra posti sulle facciate delle chiese, attraverso i loro decori filtrano la luce divina, trasformandosi in fasci colorati che illuminano le navate.
Il rosone è una ruota a raggi che simboleggia, secondo la tradizione cristiana, il dominio di Cristo sulla terra. È presente sull’asse della navata principale, talvolta anche di quelle secondarie o in corrispondenza di cappelle o bracci trasversali. La forma circolare e la gamma cromatica hanno permesso ai maestri vetrai di creare opere d’arte sacra raffigurando, sotto forma di icona, i passi più significativi del Vangelo. Il rosone rappresenta la ruota della Fortuna: Dante stesso la definisce come un’Intelligenza angelica che ha sede nell’Empireo e che opera fra gli uomini attraverso un progetto divino. Il rosone «esplicita chiaramente la ciclicità della fortuna umana e confina il tempo degli uomini nell’incommensurabilità del tempo di Dio».[1]

 

Basilica di San Benedetto, Norcia, prima del terremoto.

 

Il suo nome, in uso dal XVII secolo, è un accrescitivo del termine di derivazione latina rosa, che ne suggerisce la somiglianza con la struttura del fiore. La rosa, la cui freschezza e bellezza suggerisce un simbolo etereo, richiama inoltre il calice di Cristo.[2]
Nella Divina Commedia, nel XXXI canto del Paradiso, Dante evoca la rosa celeste che raccoglie in paradiso la cerchia dei beati ammessi a contemplare Dio. Il rosone è in stretta relazione con il cerchio, simbolo di perfezione e quindi di Dio, ma allo stesso tempo è anche il simbolo del labirinto, il quale è creato dai tanti motivi vegetali presenti al suo interno. Il labirinto richiama la ricerca interiore e il viaggio iniziatico. Esso così rappresenta un anello di congiunzione tra il mondo umano e quello divino.

Chiesa di San Francesco. Norcia

Un percorso attraverso la Valnerina

L’Umbria, terra di profondo misticismo e spiritualità, cela nel suo territorio le orme dei santi che hanno cambiato il volto del Cristianesimo. Fu infatti, sulle verdi colline e altopiani di Norcia che trovò la fede San Benedetto. Nel centro storico della città sorge la Basilica di San Benedetto, costruita presso la casa natale del santo e poi ampliata nel XIII secolo. La facciata, con un profilo a capanna, presenta nella parte inferiore un portale strombato ed è arricchita nella parte superiore da un rosone, decorato con foglie di acanto e accompagnato dai simboli dei quattro evangelisti. Purtroppo la basilica è stata profondamente danneggiata durante il terremoto del 2016, ma facilmente si può intuire il suo antico splendore.
Di notevole interesse artistico e architettonico è la chiesa di San Francesco a Norcia, edificata interamente in pietra bianca e portata a termine dai francescani conventuali. Pregevole è il grande rosone che domina la facciata: una cornice realizzata con rosette e archi a tutto sesto, come un vero ricamo, trafora la dura pietra, rivelando il suo profondo significato attraverso il vuoto della materia ma pieno invece della luce divina.
A pochi chilometri dalla patria di San Benedetto, a Preci, si erge l’Eremo di Sant’Eutizio.

La parte più antica dell’abbazia risale al IX secolo e nel 1190 fu completata per volere dell’abate Tendini I. L’abbazia ammalia lo spettatore poiché è interamente edificata su un terrazzamento tra la scogliera e la vallata sottostante. Il rosone, vero gioiello della scultura, prevale sulla struttura della chiesa. È un grande cerchio contornato dai simboli degli evangelisti, tipico dell’architettura romanica, ma in se reca anche frammenti scultorei altomedievali.[3]

Abbazia Sant’Eutizio. Preci

Non molto distante da Norcia un altro eccelso rosone, più minuto dei precedenti, sovrasta e domina la facciata della chiesa di Santa Maria Assunta a Vallo di Nera. La chiesa risale al 1176 e presenta una facciata con pietre conce tipicamente romaniche. A contraddistinguerla è un portale gotico a ogiva ornato da capitelli e fregi e nella parte superiore un rosone scandito da dodici colonnine perfettamente in linea, il quale sembra essere riassorbito nel paramento murario.

Città profondamente legata alla spiritualità, ma anche al simbolo del rosone e quindi alla rosa è sicuramente la città di Cascia, centro religioso legato alla figura di Santa Rita. Si erge in questo borgo la chiesa di San Francesco, presso la quale nel 1270 fu sepolto il Beato Pace francescano. Elemento di spicco della facciata, opera di maestri comacini, è il raffinato rosone, molto particolare poiché è dato dall’ingranaggio delle due ruote contrapposte che creano un effetto dinamico di rotazione. È composto da diciotto colonne con capitelli e diciotto archetti trilobati, i quali convergono verso il centro nel quale è presente la Madonna con il Bambino. Tutto intorno foglie d’acanto richiamo motivi classici. La delicatezza

Chiesa di San Francesco, Cascia

dell’intarsio rende questo rosone un vero capolavoro dell’arte scultoree regionale.

L’Appennino umbro è il custode silenzioso delle tracce di santi e pellegrini fondatori di eremi e cenobi ispirati alle regole della povertà, solitudine e semplicità. A Sant’Anatolia di Narco la leggenda narra che passarono san Mauro, suo figlio Felice e la loro nutrice. Visto la loro condotta di vita, la popolazione gli chiese aiuto per essere liberati da un drago che infestava quei luoghi. San Mauro, grazie all’aiuto divino, affrontò e uccise il drago. L’episodio della liberazione è raffigurato nel fregio della facciata. In essa è presente anche il rosone, tra i più interessanti esempi di scultura romanica umbra, a due ordini di colonne, iscritto in un quadrato con i simboli apocalittici. Il quadrato è delimitato da una fascia a mosaico a stelle. La simbologia della facciata è esemplare: il rosone rappresenta Cristo che porta luce nel mondo, identificata con la Chiesa, attraverso la voce dei quattro evangelisti che ne hanno permesso la conoscenza.[4]

Infine, un rosone molto particolare è sicuramente quello della chiesa di San Salvatore di Campi di Norcia, una delle testimonianze più importanti del territorio della Valnerina. I tragici eventi sismici del 2016 hanno portato al crollo di gran parte dell’edificio e alla distruzione del campanile risalente al XVI secolo. Le pareti rimaste sono state consolidate per rimettere in sicurezza le porzioni di affreschi che verranno reintegrate nelle parti recuperate. La chiesa, immersa nelle colline umbre, è un raro esempio a due navate, con due porte di accesso e due rosoni, oltretutto non allineati rispetto alla linea del tetto. Particolarmente interessante è la grande ghiera esterna del rosone, scolpita con tralci d’acanto disposti secondo un sinuoso movimento rotatorio a spirale.

 

Chiesa San Salvatore. Campi

Basiliche, abbazie e piccole chiese, immerse in vallate verdeggianti tipicamente umbre, luoghi magici e mistici allo stesso tempo, ma anche guide essenziali che aiutano il visitatore, spettatore o eremita a cogliere la parte più pura e profonda dell’Umbria. Questi e tanti altri luoghi restituiscono gioielli preziosi di un tempo passato.
Purtroppo molti di essi sono stati profondamente colpiti dal sisma di alcuni anni fa, ma molto spesso l’arte e la bellezza vincono il silenzio che scende sulle macerie, riportando questi luoghi alla loro antica bellezza.

 


[1] Claudio Lanzi, Sedes Sapientiae: l’universo simbolico delle cattedrali, Simmetria edizioni, Roma, 2009, pag. 162.
[2] M. Feuillet, Lessico dei simboli cristiani, Edizioni Arkeios, Roma, 2006, p. 97-98.
[3] L. Zazzerini, Umbria Eremitica. Ubi silentium sit Deus, Edizioni LuoghInteriori, Città di Castello, 2019, pp. 124-131.
[4] L. Zazzerini, Umbria Eremitica. Ubi silentium sit Deus, Edizioni LuoghInteriori, Città di Castello, 2019, p. 109.

A Irkutsk, capitale della Russia siberiana, ha avuto luogo il Forum Internazionale per la conservazione dell’architettura di legno, La città vecchia nel mondo nuovo. Ha partecipato all’evento, come apprezzato relatore, il professor Emidio De Albentiis, direttore dell’Accademia di Belle Arti di Perugia.

Dal nome quasi impronunciabile, per chi non ha confidenza con la lingua russa, Irkutsk è una città della Russia siberiana con circa seicentomila abitanti, a oltre 5.000 km da Mosca e a poca distanza dal suggestivo lago Bajkal. Fondata a metà del XVII secolo, negli anni ha avuto un notevole sviluppo urbanistico.
Nella capitale siberiana, dove le temperature invernali vanno ben oltre i venti gradi sottozero, le case venivano costruite in legno ed erano talmente graziose che Irkutsk venne definita la Parigi della Siberia.

 

Edifici lignei di Irkutsk

 

Oggi, molti di questi edifici lignei sono in pericolo di scomparsa. A tal proposito, il 25 e 26 ottobre 2019 è stato organizzato a Irkutsk un Forum Internazionale denominato La città vecchia nel nuovo mondo per la conservazione e il recupero in ambiente urbano dell’architettura di legno e per ottimizzare il supporto delle istituzioni, affinché si tuteli al meglio lo storico patrimonio ligneo che altrimenti rischierebbe di andare perduto.
L’evento è stato organizzato dalla fondazione di beneficenza L’eredità dei mecenati di Irkutsk, con il patrocinio della Fondazione del Presidente della Federazione Russa, della Camera Civica della Federazione Russa e della Camera Civica di Irkutsk.
Importante relatore della manifestazione il professor Emidio De Albentiis, direttore dell’Accademia di Belle Arti di Perugia. Il suo atteso e sperato intervento è stato possibile tramite i buoni uffici tra Marina Sereda di Ars Cultura – nonché guida turistica russa in Italia – e Marina Levada, della sopra menzionata fondazione siberiana.

 

Emidio De Albentiis e di Marina Levada

 

Il loro partenariato è nato in occasione della mostra fotografica Finestre di Irkutsk – Porte di Venezia ospitata, qualche tempo fa, nella cittadina umbra di Deruta e in questi giorni esposta a Irkutsk.
Come esperto internazionale, il professor Emidio De Albentiis ha partecipato con la relazione: Le figure chiave nella storia della ricostruzione europea. La conservazione delle strutture in legno nell’area del vulcano Vesuvio. La conservazione dell’architettura in legno, incluse le sculture del medioevo fino ai giorni nostri.
Al direttore Emidio De Albentiis, auspichiamo che questo progetto, come significativo scambio culturale internazionale, possa trovare sponda abituale presso l’Accademia di Belle Arti di Perugia.

 

Il Comune di Gualdo Cattaneo ha attorno a sé un complesso difensivo di castelli e fortezze medievali che costituisce uno straordinario museo a cielo aperto. Con il marchio Castelli di Gusto, il Comune ha dato l’avvio a una rete enogastronomica a difesa del territorio e della salute, mettendo in campo le nuove teorie venute da lontano.

L’idea è partita nelle terre dall’altra parte del mondo ed è attecchita qui, nella verde Umbria. Dall’Australia all’Umbria, dall’ecologia integrata alla filosofia, dall’Università all’ambiente, dalla teoria alla pratica. Qui si parla di permacultura, tecnica teorizzata in Tanzania e in Australia dai professori Mollison e Holmgren e da loro esportata in tutto il mondo.

Che cos'è la permacultura?

La permacultura ha attraversato l’Oceano Pacifico e l’Oceano Indiano, si è diffusa a est e a ovest, è approdata in Asia, in America e in Europa negli anni Ottanta. I due ecologisti/agronomi hanno pensato a un sistema di gestione del territorio per cercare di contrastare lo sfruttamento e la crisi del pianeta Terra. Hanno ideato un sistema integrato, attento alle risorse del sito, al suo ecosistema, al biotopo e al biotipo della zona per un ottimale utilizzo del territorio.
Permacultura è un neologismo che mette assieme la parola permanente con agricoltura, e unisce la coltura delle piante con la cultura di chi segue lo sviluppo dei vegetali. Sole, vento, acqua, insetti, vicinanza delle piante tra di loro: tutto contribuisce a favorire o a distruggere la crescita dei vegetali.
Questa tecnica è ormai ampiamente diffusa nel mondo e io l’ho vista messa in pratica nella città di Aarus (Danimarca). In un quartiere avveniristico, in mezzo ai palazzi, c’era una grande quantità di cassette di legno per la coltivazione di insalate e altri ortaggi. Era la permacultura, ma io non lo sapevo.

 

Permacoltura ad Aarus

La permacultura in Umbria

In Umbria, dei giovani imprenditori di Gualdo Cattaneo hanno dato l’avvio a questa nuova pratica. Andrea, il filosofo, e sua sorella Irene, laureata in Scienze della Comunicazione, stanno sviluppando la policoltura degli orti, sfruttando le grandi cassette di legno adatte proprio alla permacultura. In queste cassette la terra respira ed è sminuzzata in modo che ossigeno e sostanze nutritive passino facilmente dal terreno alla radice della pianta.
Le cassette sono studiate anche per non sprecare nemmeno una goccia d’acqua, consentendone il lento assorbimento da parte del terreno, e per mantenere il giusto livello di umidità a favore di un migliore sviluppo delle piante. Lo scopo è quello di ottenere dei prodotti genuini e saporiti, evitando l’uso di sostanze glifosate e dei pesticidi. Questa tecnica si basa sul fatto che ci sono piante che vivono bene in prossimità e si sostengono vicendevolmente, sfruttando le condizioni di sole e ombra e difendendosi dagli insetti dannosi.
C’è da dire che la permacultura non si applica solo ai vegetali, ma anche agli animali e all’ambiente in generale. Infatti, il marchio Castelli di Gusto riunisce varie tipologie di prodotti: uva, formaggio, pecore, ortaggi.
Questa iniziativa si è sviluppata all’ombra della Rocca Borgia nella valle del Paglia. Diciotto giovani hanno stanno tentando di vivere e operare bene a casa loro, lavorando la terra e con gli animali. C’è chi ha lasciato il posto fisso e chi ha dato un diverso sviluppo alla propria laurea e ai titoli accademici conseguiti, chi ha valorizzato l’azienda ereditata dai nonni mettendo in pratica il meglio che la scienza moderna offre oggi, chi è tornato a casa per non lasciare la rete di affetti che lo lega al territorio. Un’umanità variegata, ma unita dalla voglia di tracciare una buona strada. I giovani imprenditori hanno riunito le loro aziende in una ATI (Associazione Temporanea di Imprese) per accedere al Piano Sviluppo Rurale o PRS, con il valido aiuto dell’avv. Elisa Benvenuta, vicesindaco di Gualdo Cattaneo.

Un evento per combattere l’entropia e l’appiattimento del sistema: il 18 aprile torna ad Assisi il TEDx, l’evento delle idee che vale la pena diffondere.

Quello che era nato come una conferenza annuale stanziata a Monterey, in California, è ormai diventato un vero e proprio sinonimo di innovazione, diffuso a livello mondiale.
TED (Technology Entertainment Design) è un format che, prendendo le mosse da tecnologia, divertimento, scienza, design, discipline umanistiche e affari e sviluppo, riunisce i più grandi pensatori del mondo. Hanno infatti calcato il palco personaggi come Jane Goodall, Bono Vox, Bill Gates, Isabelle Allende, Bill Clinton, Al Gore, Jeff Bezos, il co-fondatore di Wikipedia Jimmy Wales e i co-fondatori di Google, Sergey Brin e Larry Page.

 

 

Dal 15 al 19 aprile TED torna a Vancouver con il tema Bigger than Us, sviluppato in cinque giorni e in dodici sessioni. Ogni intervento, in lingua inglese, avrà una durata massima di 18 minuti.
Nel contempo, a livello locale, sarà possibile assistere in diretta a una o più sessioni in lingua originale: un modo esclusivo per entrare nel vivo del dibattito e viverne l’atmosfera prima della diffusione dei TEDtalk sui canali ufficiali.
L’evento locale umbro, il TEDxAssisiLive2019, accoglierà sei speaker all’interno del Palazzo del Capitano del Perdono a Santa Maria degli Angeli (la sede del Digipass Assisi). A essere selezionata è stata la sessione Imagination, ispirati dalla quale gli speaker parleranno di arte, cinema, scrittura, illustrazione e architettura.
Alle 15.30 è prevista la registrazione degli ospiti, i quali avranno poi a disposizione due sale, una per seguire lo streaming del TED di Vancouver, l’altra per ascoltare gli speaker locali e scambiarsi idee. Noi di AboutUmbria saremo lì, con la nostra postazione, per parlavi del nostro nuovo nato, AboutUmbria Collection Yellow, e per ascoltare le vostre idee!
Al termine della sessione, i partecipanti potranno confrontarsi con gli organizzatori, per discutere di quanto visto e per ascoltare i piani futuri di TEDxAssisi, per iniziare a immaginare insieme la prossima edizione, che si terrà probabilmente nel 2020.

 


Riferimenti

www.tedxassisi.com

https://www.ted.com/tedx/events/34372

https://www.instagram.com/tedxassisi/

https://www.facebook.com/TEDxAssisi/

https://twitter.com/TEDxAssisi

Parlando di recente con una mia cara amica che ha deciso di trascorrere le sue vacanze in Umbria, mi sono trovata a dare consigli su itinerari locali a tema design! Pensando a quali tappe potessero essere più curiose e interessanti, non ho potuto far a meno di mescolare il design all’artigianato e all’architettura, sfaccettature di un unico grande ambito fatto di manualità, progettualità e creatività che caratterizza fortemente il territorio umbro.

Uno scorcio di piazza Nuova

 

Durante la nostra chiacchierata, la mia amica è rimasta piacevolmente sorpresa dalla quantità di piccole e grandi realtà che operano in questi ambiti, ma, a dir la verità, ciò che ha trovato più interessante – specie per sua deformazione professionale! – è stata la figura di Aldo Rossi, architetto e designer che ha lavorato a Perugia redigendo, negli anni Ottanta, il progetto per la riqualificazione del quartiere Fontivegge, disegnando un nuovo volto per la ex Piazza del Bacio, oggi Piazza Nuova.
Racconto anche a voi ciò che ho raccontato a lei pochi giorni fa e vi lascio qualche indicazione per una breve escursione attraverso questa opera di architettura, la più importante della Perugia del Novecento.

L’itinerario

Lasciando l’automobile a Pian di Massiano e usufruendo del trasporto in Minimetrò, si può facilmente raggiungere il quartiere di Fontivegge che, a pochi passi dalla stazione ferroviaria, ospita il complesso di edifici a uso direzionale e residenziale che abbracciano lo spazio della piazza.
Arrivando dalla stazione, si accede a questo spazio superando un’ampia scalinata; appena saliti, la sensazione che si prova è quella di essere estremamente piccoli, data l’imponenza delle costruzioni che circondano tale spazio urbano. L’occhio è subito rapito dall’edificio principale, un moderno tempio con orologio, caratterizzato da un massiccio colonnato con scalinata che, come una fortezza, domina l’area; ai lati, due altri edifici dal carattere fortemente razionale. Al centro della piazza troneggia una fontana dalle linee rette e dall’aspetto monolitico, oggi – ahimè – senza acqua. Completano la moderna acropoli altri edifici a uso residenziale e commerciale.
L’architetto accetta l’incarico nel 1983, progettando il tanto atteso centro direzionale. Nel decennio precedente era stato infatti annullato il concorso internazionale bandito dall’amministrazione comunale, poiché il progetto vincitore era sovradimensionato e oneroso per i tempi di crisi che correvano negli anni Settanta.

 

Ex piazza del Bacio e le ciminiere della vecchia Perugina

Le forme dell’architettura

Rossi, che è stato il primo italiano a vincere il Premio Pritzker per l’architettura, progetta una lunga piazza pedonale lastricata di mattoni che segue la pendenza naturale del terreno, caratteristica di molte piazze di centri storici umbri, con una fontana al centro. Cercando un dialogo e un’integrazione con il passato, Aldo Rossi – in questo come in molti altri progetti – fa uso di archetipi, forme geometriche elementari ricorrenti nella storia dell’architettura, facilmente riconoscibili e capaci di rendere il progetto sorprendentemente innovativo e tradizionale allo stesso tempo.
A tale proposito c’è chi ha voluto vedere in Piazza Nuova la riproposizione in chiave moderna di Piazza IV Novembre con la gradinata di San Lorenzo, Palazzo dei Priori e la Fontana Maggiore.
Le geometrie pure ed essenziali sono ricorrenti anche nei suoi progetti da designer; all’inizio degli anni Ottanta, Rossi si dedica a questo tipo di attività progettando per Alessi delle architetture in miniatura, realizzando poetici paesaggi domestici in piccola scala; il progetto Tea&Coffee Piazza è la concretizzazione di tale definizione.

Intrecci di storie, attività e progetti

Una storia ricca di contaminazioni, quindi. Vi lascio con un’ultima nota degna di attenzione: passeggiando verso il parco in quello che altro non è che un luogo di transito per molti dipendenti degli uffici della Regione Umbria, si nota una curiosa struttura conica a mattoncini risalente agli anni Venti, che ne spezza il rigore. È la testimonianza del suo originario utilizzo, destinato a una delle più importanti attività del perugino; questa torre a mattoncini è infatti un reperto di archeologia industriale: si tratta di una delle vecchie ciminiere della fabbrica di confetti e cioccolatini Perugina che occupò questo luogo dal 1915 (anno in cui, oltre alla produzione di confetti, entrano in funzione la linea di produzione del cacao in polvere e del burro di cacao) fino al 1965, anno del trasferimento al nuovo stabilimento industriale di San Sisto.
Il progetto originario, che comprendeva anche la costruzione di un teatro, non è mai stato completato e la Piazza Nuova di Rossi non ha mai ricoperto quel ruolo di moderna acropoli auspicato dai più all’epoca del progetto. Conserva però intatto il fascino di monumento.
«Ho sempre pensato all’architettura come monumento…solo quando essa si realizza come monumento costituisce un luogo». A. Rossi
Anche la Piazza Nuova di Rossi è destinata ad avere una nuova riqualificazione; proprio in questi giorni sono iniziati i lavori per l’attuazione di un progetto presentato dall’amministrazione comunale. Chissà se finalmente questo luogo riuscirà ad avere il tanto atteso ruolo sociale e urbano pensato da Rossi?