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La vera rivoluzione industriale italiana fu quella degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso: gli anni del boom, gli anni del “tutti in macchina”.

La regola che imperava era benessere: la pizza iniziava l’invasione del mondo e panna e rucola stavano entravano in tutte le cucine. L’Italia era un cantiere in movimento. I danni della guerra venivano riparati, tutto andava veloce, tutto si rinnovava. Eravamo poveri ma geniali. Le vecchie vie consolari, quelle che da Roma portavano ovunque, furono potenziate e migliorate.

Fu in quegli anni che la parola vacanze divenne realtà per milioni di persone. Ad agosto al Nord chiudevano le fabbriche e c’era chi andava al mare o in montagna, chi invece preferiva tornare dai parenti al Sud. Il risultato? Si imboccava l’autostrada del Sole a Milano sognando di arrivare rapidamente laggiù ma, inesorabilmente, si finiva incolonnati per 600 chilometri. Per i nuovi automobilisti che sfrecciavano qua e là erano state pensate delle piccole, ma in realtà grandi, cose per agevolare il viaggio e la sosta: riposarsi dalla guida, sgranchirsi le gambe, mangiare e bere. In autostrada avevano costruito gli autogrill a ponte, così divertenti: «Tu vieni da Milano, io da Firenze e ci incontriamo a Cantagallo». Si era aperto il vaso di Pandora e il viaggio diventava divertimento.

Tutto bene finché si viaggiava sulla A1, ma fuori dall’autostrada le cose si complicavano. Cercare un distributore o un meccanico era un’avventura, ma ancora peggio era trovare un bar dotato anche di servizi igienici. Furono Enrico Mattei e l’architetto Mario Bacciocchi a rinnovare, anzi a inventare un modo nuovo e moderno di fare benzina, rilassarsi e fare pipì. Prima c’era solo la pompa di benzina, poi ci fu la stazione di servizio che offriva oltre alla benzina spazio per camminare, spesso anche il meccanico, il bar e pure la toilette, così che neppure la pipì fu più un problema.

L’Umbria era attraversata dalla SS 3 bis Tiberina che seguiva pigramente il Tevere fino a Perugia per poi continuare verso le sorgenti del fiume e scendere a Cesena. Sui due lati c’erano alberi con il tronco dipinto di bianco catarifrangente, le distanze erano scandite dalle pietre miliari di romana memoria; passava in mezzo ai paesi che incontrava sulla sua strada e ogni tanto c’era una pompa di benzina: una pompa nuda e cruda, chiusa a ore pasti e la notte.
La Tiberina passava da Ponterio, la frazione di Todi ai piedi della collina, dove transitava anche la Ferrovia Centrale Umbra con relativa stazione ferroviaria. In quella zona, tra la SS 3 bis e il Tevere si stava sviluppando una zona industriale, perciò la Tiberina, che attraversava tutta la valle del Tevere, era importante e molto trafficata.
Una pompa di benzina si era resa necessaria e l’incarico fu affidato all’AGIP di Enrico Mattei e la pompa divenne una stazione di servizio d’autore; fu infatti disegnata dall’architetto dell’AGIP, che la volle grande con un piazzale davanti. Le stazioni di servizio dell’architetto Bacciocchi erano accoglienti e coperte da una tettoia che assomigliava a un’ala di gabbiano ideata per non bagnarsi se pioveva o avere ombra sotto il sole rovente, ma soprattutto la si scorgeva da lontano. Inconfondibile. La tettoia poggiava su un corpo di fabbrica con il bar, un’officina, il lavaggio auto e altre cose utili a chi viaggia in automobile.

 

 

Ma poi il traffico si era fatto via via più intenso e andava sempre più veloce così, alla fine degli anni Settanta fu costruita la superstrada E45, la più lunga d’Europa, 5.000 chilometri senza pedaggio, che attraversava tutta l’Italia, tutta l’Europa e arrivava a capo Nord. Ma, ogni cambiamento ha i suoi risvolti negativi: infatti sono stati tagliati fuori paesi e paesetti e città e anche Ponterio. Di conseguenza la Tiberina cadde miseramente in disuso e la sua stazione di servizio divenne un reperto di archeologia industriale. Il comune di Todi però, grazie a un accordo con ENI, è riuscito a trasformare questo reperto industriale in un luogo diverso, pur mantenendo l’idea originale. Da posto di ristoro per automobilisti è diventato luogo di aggregazione e di passeggio e forse museo. Il grande spiazzo davanti alla stazione di servizio, diventato Piazza delle Arti, non si affaccia più sulla strada, la cara via Tiberina, ma guarda verso il Tevere dove sta sorgendo il nuovo centro commerciale. Da qui, con l’apertura del parco lungo il fiume e del ponte Bailey, si potrà andare da una parte all’altra del fiume. Per sottolineare ancora di più questa nuova vocazione di piazza e di parco, il lato via Tiberina è stato chiuso con le opere del grande ceramista Nino Caruso.
Si tratta di una sequenza di setti di calcestruzzo colorato che riproducono a basso rilievo una composizione di formelle che il maestro ha chiamato Bassorilievo Selinunte. Si tratta di un’arte modulare spazialmente integrata con effetti di chiaro/scuro che si susseguono o, come disse il Maestro: «ricordano uno spartito musicale, dove gli elementi modulari agiscono come note con ritmi e pause, dove la luce assume un ruolo importante.» I setti creano una separazione, ma non sono una barriera perché l’arte unisce e non separa.

Nei decenni tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento la vitivinicoltura italiana si avviava verso la modernizzazione.

Vini scadenti

All’epoca i giudizi sui vini italiani erano unanimi e impietosi. I metodi di fabbricazione risultavano antiquati e il risultato, tranne qualche rara eccezione, era la prevalenza di vini scadenti e di facile deperimento. Una delle principali ragioni che determinavano la mancanza di qualità nei vini erano le condizioni fisiche e ambientali delle cantine, descritte come luoghi umidi, malsani, pieni di muffe e completamente inadeguati al trattamento dell’uva.

Utilità ed eleganza

Questa negativa situazione cominciò a cambiare lentamente verso la fine del XIX secolo con la nascita dei primi stabilimenti industriali, che impostarono la produzione di vino in modo razionale anche con il sistematico ricorso alle macchine. Le moderne cantine, oltre all’eleganza, dovevano dimostrarsi utili e confacenti alla produzione di buoni vini. La soluzione ideale era quella che prevedeva l’esistenza di edifici a tre piani, di cui uno scavato sottoterra destinato all’invecchiamento e alla bottiglieria. Il collegamento tra i piani si otteneva attraverso delle aperture nelle volte attraverso le quali si facevano scendere i tubi che portavano il mosto dopo la pigiatura. In questo modo anche in Italia cominciarono a sorgere degli impianti confacenti a tutte le esigenze della scienza e della pratica enologica portando a termine una sapiente fusione di utilità ed eleganza.

Un esempio di scienza enologica

Come dimostra la cantina fatta costruire dal principe romano Ugo Boncompagni Ludovisi in località Scacciadiavoli (Montefalco) anche in Umbria allo scadere del XIX secolo cominciarono a costruirsi spaziose strutture rivolte alla moderna produzione di vino. L’azienda vitivinicola del principe aveva una capacità produttiva di 2.000-3.500 ettolitri e la direzione dell’impianto fu affidata a Carlo Toni. Lo stabilimento colpiva perché costituiva un chiaro esempio di moderna scienza enologica. Toni fu affiancato dal figlio Giuseppe formatosi presso le scuole enologiche di Alba e di Avellino, anche questo rappresentava un’assoluta novità. A fine secolo, padre e figlio gestivano un negozio a Foligno specializzato nella vendita di «vino Montefalco rosso fino da pasto» e grappa di pura vinaccia. Carlo Toni era competente: lo dimostra il fatto che nel 1894 egli fu chiamato a far parte della commissione per lo studio della fillossera nella provincia dell’Umbria.
I vigneti dell’azienda Boncompagni ricoprivano un’estensione di oltre un centinaio di ettari, con oltre un milione di ceppi; la resa media per ogni ettaro era pari a 80 ettolitri. Le macchine erano state ideate da Carlo Toni. Il vino della cantina Boncompagni veniva smerciato non soltanto nelle principali città italiane ma anche all’estero: Germania, Stati Uniti e persino in Giappone.

L'architettura

Discostandosi dalla tradizionale cantina scavata in grotta o ricavata nelle fondamenta di qualche edificio religioso, la cantina dell’azienda Boncompagni aveva (ed ha) una slanciata facciata principale divisa in due corpi. Anche il suo interno destava ammirazione: divisa in quattro piani, di cui uno interrato, a sorreggere i solai era un efficace sistema di colonne e travi in ghisa fatte arrivare da Prato, colonne dove ancora si possono vedere le iniziali del principe.
Nella parte posteriore del fabbricato, che era appoggiato a un colle leggermente inclinato, era situato l’accesso alle tinaie, poste a un livello superiore rispetto agli ambienti di conservazione. Alle tinaie erano portate le uve mediante un efficace meccanismo di carrelli che scorrevano su binari fino alle bascule che servivano alla pesatura; le uve erano poi inviate alle pigiatrici poste sopra le bocche dei tini. Dopo la fermentazione, che durava da sei a otto giorni, dai tini il mosto scendeva fino al terzo piano, riservato alle botti. Un elemento che impresse alla cantina di Scacciadiavoli un’immagine di grande ed efficiente modernità fu l’istallazione di vasche in cemento armato foderate internamente da piastrelle vetrate. Soluzione d’immagazzinamento, tuttora utilizzata, la quale oltre a permettere un considerevole risparmio di spazio, aveva il vantaggio di garantire la conservazione del vino in perfette condizioni ambientali, evitando inoltre la svendita del prodotto in caso di raccolti eccessivamente abbondanti.

Nella società contemporanea, alle prese con le rotture socio-culturali imposte dalla crisi del paradigma dell’industrializzazione, all’attuale viticoltura si chiede di concorrere alla realizzazione e conservazione del “bel paesaggio”, da associare non da ultimo all’armonica dislocazione dei filari lungo i pendii collinari. Si tratta, per rinviare alle scelte dell’Unesco, di riconoscere il ruolo che ha svolto la viticoltura nella definizione dell’identità dei territori, operazione di lunga durate che deve includere, per venir incontro a realtà come quella della cantina del principe Ugo Boncompagni a Montefalco, la capacità di saper tramandare un patrimonio fatto tanto da edifici quanto da luoghi di lavoro.

 

 

 


Letture per sapere di più:
Vaquero Piñeiro, Storia regionale della vite e del vino in Italia, Umbria, Volumnia, Perugia, 2012