Le mele di Amelia, vessilli di biodiversità

Qual è il frutto più famoso? Sicuramente la mela.

La prima volta che se ne è parlato è stato a causa di Eva. Il “pomo della discordia”, quello che Paride ha consegnato a Venere e che ha scatenato la guerra di Troia, è servito a Omero per farci studiare L’Iliade. Newton la prese in testa, sicuramente era la mela di Eva. quella della conoscenza, perché scoprì la forza di gravità. Biancaneve invece la mangiò, ma era avvelenata. Poi arriva Francesco Garnier Valletti che impasta l’alabastro con la cera e plasma tutti le cultivar di mele, e non solo, che crescono in Italia nel 1858 circa.

Insomma la mela è stata presente ovunque nella storia nella scienza e nella mitologia. Come se non bastasse in Inghilterra hanno coniato il proverbio secondo cui una mela al giorno toglie il medico di torno. Magari non toglie il medico di torno, ma sicuramente un frutto al giorno fa bene.

E torniamo alla mela, che non è mai stata una sola ma parte di un’infinita varietà di specie, come se ogni regione avesse le sue mele e ogni contadino avesse la sua in particolare. Fino alla prima metà del secolo scorso le varietà di mele erano numerose come le stelle in cielo, con aspetto, colore e sapore diverso, C’erano quelle da mangiare subito e quelle che si conservavano fino alla primavera, c’erano quelle asprigne e quelle dolci, quelle da cuocere, quelle succulente, quelle che maturavano ad agosto ed andavano consumate subito, quelle con la buccia rossa, o gialla, o verde o miste. Tutte erano più piccole di quelle che ci propongono oggi i supermercati, ma tutte avevano una cosa avevano in comune: il profumo. Un cesto di mele in cucina profumava la casa. Tutto il frutteto profumava.

Ad Amelia stanno facendo un lavoro delicato di recupero dei frutti dimenticati e delle biodiversità. Il territorio di Amelia è piccolo eppure le cultivar e le varietà della frutta e delle mele sono tante. Purtroppo non si trovano sul mercato, ma solo nei frutteti specializzati e presso alcuni contadini.

Prima di Natale, ad Amelia, è stata allestita una mostra nel chiostro di San Francesco dedicata ai dolci locali e alle mele. Era curata dal Parco Tecnologico Agroalimentare dell’Umbria e dall’associazione di Amelia che si occupa di biodiversità locali. Da lontano sembrava una cosa modesta, erano solo due tavoli. Ma che tavoli! Erano 6/8 metri di lunghezza interamente ricoperti da gruppetti di mele, ognuno con la sua brava etichetta davanti. Quelle che mi hanno incuriosito sono state tre:

  • Muso di bue. Ha la forma che vagamente ricorda il muso del bue o anche una pera. Quando è giunta a maturazione l’endocarpo si secca e se la si agita si sentono i semi suonare. È quella che profuma tutto il fruttaio dove viene riposta. Buona in inverno cotta.
  • Mela del sangue. Per fortuna non sanguina, ma tutto è rosso i fiori, le foglie, la buccia e la polpa. Pare che non sia un granché di sapore, ma è suggestiva a vedersi.
  • Mela a sonagli. Niente a che vedere con il serpente a sonagli e nemmeno con la mela di Biancaneve. Non è velenosa ma suona. Ha la stessa caratteristica della mela Muso di bue: quando è matura i suoi semi suonano come il sonaglio di un neonato.

Quante mele mai sentite nominare e mai assaggiate! Per fortuna c’è il Parco Tecnologico Agroalimentare dell’Umbria dove si trovano le case dei semi. Il Parco e altri centri di ricerca in tutto il mondo, raccolgono ogni tipo di seme per conservare, riprodurre, coltivare, conoscere e fare conoscere il materiale genetico recuperato nel proprio territorio.