Anche Bevagna ospitò ripetutamente Francesco. Tommaso da Celano e Bonaventura da Bagnoregio lo raccontano.
Che senso avrebbe quel «Nos qui cum eo fuimus» (Noi che fummo con lui), se non quello di proclamarsi i soli depositari della storia di Francesco? Se non quello di un atto di accusa verso quelli che – al contrario – non furono con lui, ma si presentarono nondimeno come cantori della sua vita, pretendendo che i loro scritti divenissero verità e vangelo su un uomo che neppure avevano conosciuto?
Alla metà del Trecento, ognuno dei 1500 conventi francescani e dei 400 monasteri di Clarisse risultava dotato della Vita di Francesco scritta da Bonaventura: oggi ce ne restano ben 400 scritte tra il Due e il Trecento. Una cifra enorme che conferma la determinazione con la quale egli diede seguito alla sua decisione di affermare una nuova immagine di Francesco, facendo ricopiare in oltre duemila esemplari la sua biografia. Chi lo vide parlare e agire, chi rimase al suo fianco nei suoi momenti di speranza e disperazione – i noi che fummo con lui– lo racconta, però, in modo assai diverso. (Chiara Mercuri, Francesco d’ Assisi. La storia negata. 2016, Gius. Laterza & Figli).
Anche Bevagna ospitò ripetutamente Francesco. Tommaso da Celano e Bonaventura da Bagnoregio lo raccontano.

Della Predicazione agli Uccelli e dell’obbedienza delle creature
Frattanto mentre si accrebbe, come si è detto, il numero dei frati, il beatissimo padre Francesco attraversava la valle spoletana. Giunse a un luogo presso Bevagna, dove era raccolta una grandissima quantità di uccelli di ogni specie, colombe, cornacchie e le così dette monachine. Vistili il Servo di Dio, che era pieno di tanto fervore da sentire pietà e affetto anche per le creature inferiori e irragionevoli, in fretta corse ad essi, lasciando sulla strada i compagni. Avvicinatosi, vedendo che lo attendevano, li salutò secondo la sua abitudine; ma stupito che gli uccelli non si fossero levati a volo per fuggire come sono soliti fare, ripieno di gaudio, umilmente li pregò di voler ascoltare la parola di Dio. E tra l’altro disse così: «Fratelli miei alati, molto dovete lodare il vostro Creatore, e amarlo sempre, perché vi diede le piume per vestirvi, le penne per volare e tutto ciò che occorre al vostro bisogno. Dio vi fece nobili tra le altre creature e vi concesse di dimorare nella limpidezza dell’aria, voi non seminate e non mietete, eppure Egli stesso vi protegge e governa senza alcuna sollecitudine». A queste parole quegli uccelli – come raccontavano lui stesso e i frati che si erano trovati con lui – mirabilmente davano segni di esultanza secondo la loro natura, allungando il collo, distendendo le ali, aprendo il beccuccio e guardandolo. Ed egli passava e ripassava in mezzo a loro, sfiorando le testine e i corpi con la sua tonaca. Infine li benedisse e fatto il segno di croce, diede loro licenza di volare altrove.
(Tommaso da Celano, Vita prima, parte prima, cap. XXI, 1228-1230)
Esempio del Santo contro la troppa familiarità
Capitò una volta a san Francesco, che intendeva recarsi a Bevagna, di non poter giungere al paese per la debolezza prodottagli dal digiuno. Il compagno mandò allora un messo a chiedere umilmente a una signora devota un po’ di pane e di vino per il Santo. Ella, come lo seppe, accorse a lui con una sua figliuola, vergine consacrata a Dio, portando il necessario. Il Santo rifocillato e invigorito alquanto rimunerò madre e figlia parlando loro di Dio; ma durante il discorso non le guardò in viso. Quando quelle furono partite, il compagno gli domandò: «Perché, fratello, non hai guardato quella vergine, che è venuta da te con tanta devozione?». E a lui il Padre: «E chi non dovrebbe aver timore di guardare la sposa di Cristo? Che se gli occhi e il volto dànno maggior efficacia di predicazione, essa poteva ben fissarmi, ma non occorreva ch’io vedessi lei». (Tommaso da Celano, Vita seconda, cap. LXXX, 114, 1247)
Dei ciechi, dei sordi, dei muti
Bevagna, un nobile castello, si trova nella valle spoletana. Vi abitava una santa donna con una figlia più santa e una nipote assai devota a Cristo. San Francesco più volte onorava della propria permanenza la loro ospitalità. Infatti, questa donna aveva anche un figlio nell’Ordine, uomo di compiuta perfezione. Ma una di esse, cioè la nipote, era priva del lume esterno degli occhi, sebbene i suoi occhi interiori, con i quali si vede Dio, splendessero di mirabile capacità di vedere. Pregato, una volta san Francesco che, commiserando il male di lei, avesse riguardo anche alle loro fatiche, tre volte cosparse gli occhi della cieca con la sua saliva, in nome della Trinità, e le rese la bramata vista. (Tommaso da Celano, Trattato dei miracoli, cap. XIV, 124, fine anni Quaranta del XIII sec)
Efficacia della sua predicazione e dono delle guarigioni
Avvicinandosi a Bevagna, giunse in un luogo dove vi era una grande moltitudine di uccelli di varia specie. Il Santo, vedendoli, si diresse in tutta fretta verso quel luogo e salutò gli uccelli, come se questi fossero dotati di ragione. E mentre essi, fermi al loro posto, si rivolgevano verso di lui, così che quelli che erano sugli arbusti piegavano il capo al suo passaggio e lo guardavano in modo insolito, egli si appressò ad essi, in modo che tutti potessero sentire la parola di Dio. E difatti li ammonì con tutta sollecitudine, dicendo loro: «Fratelli miei uccelli, voi dovete lodare molto il vostro Creatore, perché Egli vi ha coperti di piume, vi ha dato le ali per volare, vi ha concesso l’aria pura e vi nutre senza vostra fatica e preoccupazione». Mentre egli diceva loro queste e altre simili cose, gli uccellini, gesticolando in modo meraviglioso, allungavano il collo, stendevano le alucce, aprivano i becchi e rivolgevano attentamente a lui i loro occhietti. Egli, intanto, con ammirevole fervore di spirito, passava in mezzo ad essi, toccandoli persino con la sua tunica e, tuttavia, nessuno si mosse dal suo posto sino q quando non tracciò su di essi un segno di croce e non ebbe data loro licenza di andarsene. (Bonaventura da Bagnoregio, Legenda Maior, cap. XII, 3, 1260)
A Bevagna restituì la vista tanto desiderata ad una fanciulla cieca, bagnando per tre volte con la propria saliva gli occhi di lei e invocando il nome della SS. Trinità. (Bonaventura da Bagnoregio, Legenda Maior, cap. XII, 10)

La chiesa di S. Francesco
Lo storico bevanate Giulio Spetia, nel suo Studio su Bevagna scrive che la costruzione del primo convento francescano ebbe inizio nel 1213. In origine chiesa e convento furono costruiti fuori porta S. Giovanni e risultarono inadatti allo scopo. Perciò nel 1275 (da un documento presente nell’Archivio dei Minori Conventuali) il priore e i Canonici di Sant’Angelo donarono ai Minori un oratorio, detto di S. Giovanni, per permettere a quei Padri di costruire convenientemente il loro convento. Così la chiesa dei seguaci di S. Francesco si intitolò in un primo momento a S. Giovanni Battista. La sua costruzione dovette durare a lungo, oltre un secolo dopo – esattamente il 6 gennaio 1382 – Petruccio di Coletta lasciava morendo una casa per la fabbrica della chiesa dei frati Minori di Bevagna. All’interno della chiesa, nella cappella del Crocefisso, sotto una griglia di ferro, si vede una pietra sulla quale è tradizione che S. Francesco posasse i piedi quando predicò agli uccelli a Pian d’Arca. Nel 2026 si festeggeranno gli 800 anni dalla sua morte. Tanti hanno scritto, scrivono e scriveranno su di lui. Nel 2028 saranno 800 anni dalla sua Canonizzazione, avvenuta il 16 luglio 1228 da parte di papa Gregorio IX. Nel 2030 saranno 800 anni da quando il suo corpo fu traslato nella Basilica Inferiore di Assisi, avvenuta il 25 maggio del 1230.
Tommaso e Bonaventura (che non hanno conosciuto Francesco) e i suoi biografi raccontano di un santo perfetto, simile a Cristo, e che è quello perfettamente raffigurato negli affreschi di Giotto. Fortunati ritrovamenti di codici che non furono distrutti e scritti da «noi che fummo con lui» ci raccontano di un Francesco diverso. «Quelle poche cose che noi qui scriviamo le potete fare inserire, se alla vostra discrezione sembrerà giusto, nelle leggende già scritte, perché crediamo che certamente quei venerabili uomini che le predette leggende scrissero, se queste cose avessero conosciute, in alcun modo le avrebbero saltate, ma le avrebbero adornate con il loro eloquio e tramandate alla memoria dei posteri».
E dunque: qual è il vero Francesco?
Alfredo Properzi
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