Ex ciclista professionista, attualmente osteopata e fisioterapista della Nazionale Italiana di ciclismo (con cui ha vinto medaglie alle Olimpiadi di Tokyo e Parigi), ma anche di Jovanotti, di cui ha seguito alcune tappe del PalaJova.
Come direbbe il suo amico Jovanotti, Fred Morini è un ragazzo fortunato. Lui stesso si definisce così, nonostante i tanti ostacoli affrontati. In questi giorni si trova a Santiago del Cile con il team azzurro per i Campionati Mondiali di ciclismo su pista (dal 22 al 26 ottobre), da poco è tornato dai Mondiali su strada che si sono tenuti in Ruanda. Federico – per tutti Fred – nato a Città di Castello (oggi vive ad Anghiari) non si ferma mai. Non lo hanno fermato nemmeno due brutti incidenti (che lo rendono temporaneamente paraplegico e tetraplegico) e un tumore. «Sono tornato sempre in piedi, per questo mi reputo un uomo fortunato».
Ex ciclista professionista, a 22 anni una terribile caduta gli fa lasciare le gare, ma lui non si arrende: studia e avvia un’attività. Resta nel mondo del ciclismo e nel 2017 entra a far parte nella Nazionale italiana come fisioterapista e osteopata: Europei, Mondiali e due Olimpiadi (un oro a Tokyo e quattro medaglie a Parigi); porta avanti anche la sua attività di osteopata, psicologo e fisioterapista tra Umbria e Toscana, poi arriva Jovanotti che supporta nella riabilitazione anche durante il PalaJova Tour. Non si ferma nemmeno questa volta, lo segue per 34 date in giro per l’Italia. «Lorenzo è il paziente ideale. Disciplinato e molto attento al corpo e all’alimentazione». Fred è determinato e non molla mai – glielo ha insegnato la sua famiglia e il ciclismo – e nonostante le cadute è sempre tornato in sella: «Finché il cuore batte e gli occhi sono aperti si può sempre ripartire per vedere dove porta la nuova strada».

Fred, la prima domanda è di routine: qual è il suo rapporto con l’Umbria?
Potrei definirlo relativo, non è che la viva molto. Sono nato a Città di Castello (ora vivo ad Anghiari) e la mia famiglia d’origine abita a San Giustino, ma spesso sono fuori per lavoro e quando rientro in Italia mi divido tra gli studi di fisioterapia (a San Sepolcro e Città di Castello) e la casa. Non riesco a viverla come vorrei. Però so una cosa: sono figlio di una regione bellissima che si valorizza poco, nel mondo in molti conoscono la Toscana, in pochi l’Umbria. Chi la frequenta, poi, pensa che sia una regione poco attenta all’accoglienza: ho amici che provengono dall’Australia, dal Sud Africa o dal nord Europa e tutti mi ripetono: «L’Umbria è bella, ma è mal collegata con strade, treni e aeroporti». Sentire queste parole mi fa male, ma è la realtà. Da poco un amico, docente dell’Università di Harvard, avrebbe voluto comprare una casa qui, però la carenza di infrastrutture lo ha fatto ripiegare nella zona senese. Ribadisco, è un vero peccato.
Questo lo voglio sapere, perché la chiamano Fred?
Fred è nato nel 1999 quando correvo in Germania. Erano i primi anni in cui le squadre scrivevano il nome sulle maglie, Federico era però troppo lungo e quindi hanno deciso di abbreviare in Fred. Da quel momento tutti mi chiamano Fred, anche in famiglia. È diventato il mio nome, capita che, anche in occasioni ufficiali, mi presenti come Fred. Dovrei fare il cambio all’anagrafe (ride).
La sua storia personale è davvero incredibile e dimostra quanto la tenacia possa far tornare in sella (in senso letterale). Dopo il primo incidente nel 2001 – una caduta rovinosa durante la preparazione al Giro d’Italia – le diagnosticano una paraplegia agli arti inferiori, ma lei torna in piedi. Il secondo incidente, nel 2014, è ancora peggio: una caduta in ufficio a causa di una seggiola rotta le causa delle simbiosi di tetraplegia. Infine, nel 2016 scopre di avere un cancro dal quale guarisce. Lei è sempre tornato in piedi: si sente più miracolato o sfortunato?
Mi reputo molto fortunato. Una persona che affronta dei problemi e riesce sempre a trovare una soluzione per tornare a una vita normale, anzi forse anche più bella di prima, deve solo ritenersi fortunato. La prima caduta è avvenuta quando ero un atleta di 22 anni che da pochi giorni aveva firmato un contratto sostanzioso: per chi proviene da una famiglia normale, guadagnare centinaia di migliaia di euro è un traguardo importante, un sogno che si realizza. Cado e tutto improvvisamente finisce. È vero, si potrebbe pensare alla sfortuna: è come vincere la lotteria e accorgersi di aver perso il biglietto. Però mi sono rimesso in piedi, sono guarito, non sono rimasto sulla sedia a rotelle, ho avuto la possibilità di recarmi all’estero e accedere a cure incredibili. Quindi non sono così sfortunato! Inoltre, tra questa caduta e l’altra, la mia vita ha avuto una notevole evoluzione: ho studiato e dato vita a una carriera imprenditoriale che mi ha portato nel mondo sanitario e in quello del ciclismo, dove sono entrato dalla porta principale. Vado alle Olimpiadi, ai Mondiali… perciò dico: “Sfortunato io? No”. Poi è arrivato il tumore, mi curo – ovviamente con la paura che porta una malattia così importante – e anche questa volta guarisco.
Va detto che è uno che non si arrende…
Vengo da una famiglia che per sua indole ha sempre cercato di creare e non di usare il lavoro degli altri. I miei nonni e i miei genitori mi hanno insegnato che se vuoi qualcosa devi darti da fare. Anche grazie alla mia formazione sportiva sono sempre stato abituato a non arrendermi e a non fermarmi: cadi sull’asfalto, rompi la divisa, ti rialzi, riprendi la bici e continui a correre. L’obiettivo è arrivare in fondo, anche con una scapola rotta – come mi è capitato. Il ciclismo è uno sport che insegna a faticare in silenzio e a non mollare perché, il giorno dopo, c’è un’altra tappa da affrontare. Ovviamente dipende anche dalla persona, da come è stata educata e dalla sua ambizione: io sono molto determinato e testardo, qualità che mi sono servite per superare gli ostacoli della vita.
Oltre alla determinazione, cosa l’ha spinta a non mollare?
Il secondo incidente (nel 2014) è stato più difficile da superare: ero adulto, ero un padre di famiglia e quindi sentivo più responsabilità, ma avendo affrontato già la problematica sapevo come lottare. Ho detto: «Se ci sono già riuscito, perché non riuscirci un’altra volta?». Molti invece mi ripetevano: «Se fosse successo a me, avrei mandato tutto in malora». Per quale motivo? Ci è stata donata una vita e abbiamo l’obbligo morale e il dovere di impegnarci per realizzare qualcosa; finché il cuore batte e gli occhi sono aperti si può sempre ripartire per vedere dove porta la nuova strada.
È un po’ quello che ha fatto nel 2015. A un anno esatto dal secondo incidente ha pedalato da Milano a Stoccolma per beneficenza: è stata una delle sfide che si era prefissato durante la convalescenza?
È stata una rivincita personale. Una spinta. Mi sono detto: «Se vengo fuori da questa difficile situazione, voglio fare qualcosa che mi ridia il sorriso». Pedalare è divertimento, oltre che fatica, e farlo per beneficenza è stato ancora più stimolante. Mi piace veder sorridere le altre persone. Le racconto: durante il Mondiale in Africa ho regalato le scarpe, il mio pigiama e un completino dell’Italia che piaceva tanto a un ragazzo che incontravo tutti i giorni quando andavo a correre. Quando gliel’ho dato, era contentissimo!

Quando e come è entrato nella Nazionale di ciclismo?
Grazie a un carissimo collega e amico. In Nazionale stavano cercando una nuova figura e così ho provato; ho fatto un’esperienza tra la fine del 2017 e l’inizio 2018. Gli atleti che seguivo si sono trovati bene e quindi il commissario tecnico mi ha aggiunto al gruppo, un gruppo che nel corso degli anni ha vinto tanto: a Tokyo l’oro, a Parigi argento, bronzo e oro con il gruppo femminile. Oramai siamo una famiglia, abbiamo anche un gruppo Whatsapp dove scriviamo decine di cavolate ogni giorno.
Come si chiama il gruppo Whatsapp?
Tokyo… e dopo. È nato prima delle Olimpiadi in Giappone dove l’obiettivo era appunto arrivare a Tokyo, poi abbiamo aggiunto i puntini per Parigi e ora per Los Angeles 2028.
Quinti ci sarà ai giochi olimpici di Los Angeles…
È presto per dirlo, la strada è ancora lunga. Vediamo se resisto. Ultimamente mi è venuta l’idea di dire basta. Sono un po’ stanco perché è un’attività molto impegnativa, arrivi a seguire 28 atleti in 4 persone (com’è successo in Ruanda). Le responsabilità sono tante così come le giornate fuori. Inoltre, le federazioni italiane non è che abbiano chissà quale budget a disposizione quindi il lavoro è sulle spalle di pochi. Coordinare la vita privata e portare avanti quella professionale comincia ad essere difficile.

Mondiali, Europei, Olimpiadi (Tokyo e Parigi): qual è la competizione che le mette più ansia? Quella che la emoziona di più?
Le Olimpiadi senza dubbio, per uno sportivo è l’assoluto. È l’evento planetario dello sport. Una vittoria olimpica può cambiare la vita di un atleta dopo anni di sacrifici. Penso all’atletica, al ciclismo o al nuoto: sono tutte discipline in cui si manifesta lo spirito autentico dello sport e occorre allenarsi tanto per riuscire a ottenere quella medaglia che può cambiare veramente le sorti della tua vita.
Un mese fa ha partecipato ai Campionati del Mondo di ciclismo su strada che si sono svolti in Ruanda. Com’è andata? È stata la prima edizione di un campionato del mondo di ciclismo a tenersi nel continente africano…
Oltre all’esperienza sportiva, c’è stata quella con l’Africa. Essendo la prima volta di un evento di questa portata, inizialmente c’erano dubbi, timori e tante domande: posso dire che tutto è stato ben organizzato, non si sono mai verificate situazioni di difficoltà. Il Ruanda ha subito un terribile genocidio e ora vuol mostrare al mondo l’evoluzione che sta avendo – pur continuando a faticare per reperire il bene primario: il cibo. Oggi è una realtà che attrae capitali stranieri e per questo stanno nascendo aree urbane di altissima innovazione, tra 5/10 anni si vedrà concretamente questa evoluzione che a cascata toccherà anche la popolazione in ambito culturale, educativo, formativo ed economico.
Non è andata male nemmeno come bottino medaglie…
No, abbiamo riportato a casa tutti e tre i metalli: l’oro con Lorenzo Finn, l’argento con Giada Silo e il bronzo con Federica Venturelli.
Piccola curiosità: dove le tiene le medaglie vinte?
In studio.
Lei è un ex ciclista professionista: ci va ancora in bici?
Qualche volta ci vado. A fine luglio mi sono fatto una bella pedalata con Jovanotti fino al Friuli.

Le mancano le gare?
No, assolutamente.
Come le vive da bordo pista/strada?
Diciamo che le vivo meglio da casa. Mi piace guardarle soprattutto in televisione dove posso avere una visione completa e commentare nel mio silenzio. Molto meglio di quando sono a lavorare, quando sono in loco vedo poco della vera vita della corsa. A casa invece le riguardo con massima tranquillità.
Prima ha accennato a Jovanotti. Si è preso cura della sua riabilitazione e lo ha seguito in alcune delle date (34 su 54) del PalaJova tour. È un paziente disciplinato? Le dà retta?
È il paziente ideale. Disciplinato e molto attento al corpo e all’alimentazione – molto più di tanti atleti affermati – oltre ad essere una persona piacevolissima da frequentare. Per l’età che ha, tanto di cappello. Si allena tutti i giorni e quando è fuori città mi invia i video per farmi vedere che sta facendo gli esercizi. È veramente una grandissima persona. Anche il successo, è frutto di tanta disciplina: quello che fa col corpo, lo mette in pratica anche con il lavoro.
A noi ce lo può confessare: prima di incontrarlo ascoltava la sua musica?
Sì, mi è sempre piaciuta. Sono un suo fan.
In un’intervista ha detto che le fa: “quasi da fratello maggiore”, in che modo?
Non manca mai di dispensare consigli. È una persona molto importante nella vita e nella crescita di chi gli sta vicino. Arricchisce.

Segue altri sport oltre al ciclismo?
Basket, calcio, rugby, sci. Seguo tutto lo sport, mi piace tantissimo.
Ha mai provato a fare qualche altro sport?
Faccio di tutto. Gioco a tennis con gli amici, nuoto, spesso corro a piedi. E tanto altro…
C’è un portafortuna dal quale non si separa mai?
Il mio zainetto da lavoro, non me ne separo mai. Deve partire con me anche quando ho poco bagaglio a disposizione. Lui deve esserci sempre.
È sempre lo stesso?
Ovviamente, sempre lui. Con dentro le cose che mi servono.
Ultima domanda: come descriverebbe l’Umbria in tre parole?
Pura, unica e dolce.
Agnese Priorelli
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