«Il dialetto usato con fini letterari è un modo di far storia, è una scelta, un gusto». Cesare Pavese
A Bastia Umbra non si perde tempo. Il bastiolo è concreto e non ha tempo da perdere, tutto ha un fine commerciale. Questo si ritrova anche nel suo dialetto che si è arricchito, nel corso degli anni, con influenze e contaminazioni provenienti da varie parti d’Italia – c’è un detto che recita: «Alla stazion’ de Milano c’è sempre ’n bastiolo». Anticamente i mercanti di maiali riempivano il camion di piccoli maialini e finché non li avevano venduti tutti non tornavano a casa, andando a Sud o arrivando fino a Milano.
Come dicevamo, il bastiolo non spreca il tempo, e per questo, per far prima, taglia le parole: dov’è, che ffè, ‘nnel sò, che ffò; gin’ giù do è gi’ giù lu (andiamo giù dove è andato lui), in questo si avvicina al perugino, perdendo però la D dentale. Mette spesso anche AR davanti come avviene nel romanesco: artorno, arvò, argire, argimo, arcutinasse (datte ‘na arcutinata, ovvero datti una sistemata perché sei in disordine), arcutinato è detto di una persona che vuole sembrare in ordine; argrotto-are o ringrotto-are (rutto, ruttare). Insomma, il bastiolo ha dà veni’ facenno, vien’facenno o ‘nite facenno (incominciate quello che abbiamo/avete deciso senza perdere tempo).

Per scoprire questo vernacolo ci ha aiutato Rodolfo Mantovani, attore e bastiolo doc. «Oggi gli abitanti doc sono sempre meno e il vernacolo locale sta perdendo terreno. I giovani lo parlano poco, le persone che arrivano da altre città o regioni stanno facendo scomparire una tradizione che andrebbe mantenuta: per questo il dialetto dovrebbe essere inserito nella quotidianità, dovrebbe essere qualcosa di identitario altrimenti non permane e le parole come tanti modi di dire si perdono» spiega Rodolfo Mantovani.
Sembra difficile crederci ma, in un comune di poco più di 21mila abitanti e una superficie di circa 27 chilometri quadrati, le zone e frazioni hanno diverse particolarità. Tra Madonna di Campagna, Ospedalicchio e la frazione di Costano ci sono delle vere e proprie differenze, questo perché Costano fino all’inizio del 1800 faceva parte del comune di Assisi, dal quale ha subito influenze dialettali. «Nel costanese, sì e no sono sìne e none, tu e lui diventano tune e lune, ovviamente è un costanese antico, che però si differenzia dal bastiolo puro. Poi c’è la differenza verbale tra una sponda e l’altra del fiume Chiascio, che non è certo il Po: nella parte interna verso il centro per dire andammo e siamo stati si utilizza gissmo, stessmo, annassmo, mentre al di là del fiume nelle zone di Santa Lucia, 25 Aprile, Bastiola e Campiglione dicono gimme, stemme, annamme. Il bastiolo che abita nel centro considera gimme, stemme e annamme una parlata contadina, mentre gissmo, stessmo, annassmo è quasi un modo di creare un super trapassato prossimo o un trapassato remoto con l’obiettivo di ingentilirlo» prosegue Mantovani.
Esistono poi delle diversità tra il vernacolo di Bastia e quello di Santa Maria degli Angeli, nonostante si trovino lungo la stessa strada: a Bastia è ‘l mi babbo, la mi mamma; a Santa Maria diventa babbo mio, mamma mia con l’aggettivo dietro; a Bastia si dice lìa (lei) ad Assisi c’è essa. Questo lo approfondiremo meglio quando parleremo del dialetto di Assisi, anche lui ricco di sfumature e differenze tra il centro e la parte in pianura.

Parole antiche che resistono al tempo
Non tutti i vecchi vocaboli – quelli usati dai nonni o dai bisnonni, per capirci – sono andati persi, parecchi hanno resistito al tempo e ancora vengono utilizzati nella vita quotidiana. Quando l’impasto della pasta è molto molle e non ha la consistenza giusta si dice che è mieffce: «Lo diceva sempre mia nonna e si sente ancora, così come cirimbaqqlo o cirimbaqqlino per indicare qualcosa di piccolo e simpatico: s’è un cirimbaqqlo (detto ai nipoti)» racconta Rodolfo. La misqula o miscola è il mestolo di legno e a volte compare la Q in pronuncia ma non in scrittura: piqqulo o piqqulino (piccolo, piccolino). Ancora oggi i bastioli veri dicono: c’ho ‘na ciandla, ‘na giberna o ‘na brisqla per dire che non sono nelle migliori condizioni, stesso significato lo ritroviamo in: ‘nnè p’ la quale – ‘nnè tanto p’ la quale (non è al suo meglio).
A Bastia non hanno i soldi ma i lillre e: “senza lillre nun se lallra” (senza soldi non si fa nulla) o i guadrine: “i guadrine mannon’ l’acqua p’ l’insù” (i soldi mandano l’acqua verso l’alto, ovvero: la forza del denaro è tale che può cambiare il corso dell’acqua). Una persona che perde tempo è un gingillóóó (n’ te gingillà), mentre chi sta seduto scomposto e in disordine è squatrasciato/a, c’è poi il turzlo che è un’offesa per chi è stupido. A qualche bastiolo può capitare di dare un mazzamatrucco (cazzotto. La parola deriva dalla battaglia di Marsa Matruh del 1942 durante la quale ci furono forti bombardamenti e i bastoli coniarono la parola per ricordarsi dell’evento)) o ‘n orzata: “j’ho dato ‘n orzata – l’ho orzatt’ ben’ bene” (quando si picchia qualcuno e l’orzo non è il cereale ma la punizione), di finire a scatrafascio quanto tutto va storto (è andato tutto a scatrafascio), di stare a opco o oppico (in luogo dove non batte il sole) o a pomessa (dove non tira vento).
«Per esempio, una parola molto antica e tipica della vita contadina e degli affari è: scaccino. Lo scaccino era spesso un ragazzino che al mercato avvisava i mediatori quando arrivavano i venditori con le bestie: si posizionava a qualche chilometro di distanza, poi di corsa con dei motti, per non farsi vedere dagli altri concorrenti, informava i compratori sul numero e sulla bontà delle bestie in arrivo. Lo scaccino era usato anche per indicare una persona di poco conto o un qualcosa di piccolo ma necessario. Poi nel tempo la parola ha preso il significato di uno che lavora per gli altri» prosegue Mantovani.

Proverbi e modi di dire
La saggezza popolare di un territorio prende forma con i proverbi e i modi di dire e Bastia non ne è certo immune. Iniziamo con quello – forse – più originale: quando una persona è molto fortunata e ha una situazione favorevole, ha trovato: Gesù Cristo a mète e San Pietro a legà (Gesù Cristo miete il grano e San Pietro lo lega).
Quando invece fa un gran disastro: gli ha dato a sdrapne. Questo modo di dire deriva dalla bomba shrapnel usata durante la Prima Guerra Mondiale, che lanciata distruggeva tutto. Un altro modo per dire di aver fatto un macello è: ha fatto misdea – Misdea era un soldato napoletano dell’esercito italiano che, dopo essere stato preso in giro, ha cominciato a sparare all’impazzata anche verso i suoi compagni.

A chi si considera tanto bravo gli dicono bravó! (è arrivato bravó!), mentre quando si dà delle arie fa il grandioso (nn’ fa tanto ‘l grandioso); c’è poi chi c’ha ‘n budello scemo (ha le viscere in movimento e ha fame fuori orario. Il budello è lo stomaco o intestino) o par ch’ ‘i casca lo stommco (pare che gli cada lo stomaco. È affamato). Infondo non tutti campon’ d’aria! (quando qualcuno è molto magro). L’importante però è: non esse trattato com’ i cane ‘n piazza (trattato come i cani in piazza). Un tempo la piazza principale, piazza Mazzini, era considerata un luogo quasi sacro, quindi i cani randagi non dovevano entrare e per questo venivano allontanati scagliando dei sassi. L’osteria regala sempre delle perle uniche: e co ‘na scarpa sciolta arbevemo n’altra volta; me so’ carcato ‘na billa, c’ho ‘na cetilena, mamma mia che lullra (per raccontare l’ubriacatura).
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