Il chirurgo perugino, che lavora a Pesaro, ci ha fatto entrare nella sua vita e ha parlato a 360 gradi di lavoro, aspirazioni, hobby e Umbria. «È una terra che si è arresa, non ha più l’orgoglio che aveva una volta».
Nonostante siano passati vent’anni da quando ha lasciato Perugia, ha un leggero accento perugino: «Si sente, eh?!». Ne va fiero, perché Perugia è la sua città (dov’è nato e cresciuto) e le sue radici; l’Umbria è una terra che porta sempre con lui.
Il dottor Alberto Patriti, vera eccellenza e celebrità della chirurgia laporoscopica e robotica (è diventato primario a 43 anni) oggi è il Direttore del Dipartimento di Chirurgia presso AST-Azienda Sanitaria Territoriale Pesaro-Urbino. Il suo curriculum è lunghissimo tra pubblicazioni, insegnamento, attività di ricerca e attività clinica, esperienze all’estero e un numero smisurato di interventi effettuati.
In questa intervista non si è risparmiato (nemmeno in termini temporali), più di un’ora di chiacchierata, divertente e interessante in cui ha parlato di tutto: lavoro, vocazioni, sport, Umbria, ma soprattutto ha spiegato perché, lo scorso autunno, ha rifiutato il ruolo di primario nell’Azienda Ospedaliera di Perugia. «Se decidi di cambiare lo fai per obiettivi più elevati, non per tornare indietro. Venendo a Perugia non avrei fatto passi in avanti, anzi».

Dottore, qual è il suo rapporto con l’Umbria?
L’Umbria è la mia terra e la porto sempre con me. Rappresenta le mie radici culturali, qui sono nato e cresciuto.
In un’intervista però ha detto che si sente pesarese a tutti gli effetti…
Ormai sono otto anni che vivo a Pesaro. I chirurghi sono come i preti: un prete nasce in un posto, poi va in giro a compiere la sua missione, così è per i medici, così è stato per me. Sono chirurgo in questa città, mi sento parte della comunità, mi prendo cura di essa e quindi ne faccio parte, anche se le mie radici restano in Umbria: non ho perso nemmeno la cadenza perugina, come può sentire! Prima di Pesaro ho vissuto dieci anni a Spoleto: mangiavo la crescionda e il cinghiale e conoscevo i vini più buoni della zona, ero praticamente uno spoletino. Per fare al meglio il mio lavoro mi devo inserire completamente nel luogo. Devo dire che nelle Marche sto bene.
Per questo ha rifiutato lo scorso autunno l’incarico di primario al Santa Maria della Misericordia di Perugia?
No, ho rifiutato perché non c’era niente d’interessante. Mi spiego. Sono andato via dall’Umbria a quarantatré anni perché non vedevo nessuna prospettiva di carriera. Quando ho avuto l’occasione di tornare ci ho provato partecipando al concorso, ma ho ritrovato la stessa situazione che avevo lasciato anni prima. Nessuna possibilità di crescita e di miglioramento. Non svolgo il mio lavoro solo per timbrare il cartellino, ma è una parte integrante della mia vita e ho bisogno di stimoli e di un progetto di crescita: una crescita non solo professionale ma anche interiore, e soprattutto mi occorre sicurezza per i malati. Tutto questo a Perugia non era possibile e quindi sono rimasto a Pesaro.
Non sapeva di trovare questa situazione quando ha partecipato al concorso?
Ho partecipato per verificare. Non puoi presentarti in un ospedale dicendo: “Se vinco, che succede? Com’è qua la situazione?” o fare delle richieste. Tutto questo ti è possibile invece se hai un foglio che certifica il tuo titolo, cioè la vittoria dell’incarico da primario. A quel punto puoi confrontarti con la direzione e verificare quali sono i progetti in cantiere per capire se coincidono con i tuoi.
E quelli dell’ospedale di Perugia e i suoi non coincidevano…
Esatto. Forse li avrei accettati anni fa, oggi no. Nella vita di un medico ci sono due fasi. La prima è di crescita: quando arrivi a una certa maturità accetti un posto che ti può garantire un avanzamento di carriera per diventare primario, per questo sei disposto a recarti in qualsiasi città. Inizi così a stabilizzare la tua professione e cresci anche grazie al ruolo dirigenziale che ricopri. La seconda fase invece non avviene per le stesse motivazioni: se a 43 anni avessi potuto lavorare a Perugia lo avrei fatto di corsa – avevo altri obiettivi e necessità di vita – limitazioni e carenze mi avrebbero pesato meno. Oggi no. Oggi vivo in un posto dove posso lavorare in tranquillità, dove ci sono delle ottime équipe mediche e infermieristiche; mi è concesso di crescere, di sviluppare nuovi progetti e di poter avere tanti pazienti e curarli in sicurezza. Se decidi di cambiare lo fai per obiettivi più elevati, non per tornare indietro. Venendo a lavorare a Perugia non sarei certo andato avanti, anzi. Conosco tante persone, non solo nel mio ambito, che hanno lasciato l’Umbria: è difficile poi farle tornare se non ci sono prospettive di crescita.

È diventato primario a 43 anni: è record?
Al tempo ero il più giovane primario di chirurgia d’Italia. Ora i tempi sono cambiati: servono chirurghi e di formati non ce ne sono tantissimi, quindi le carriere non sono più bloccate come un tempo. Adesso se sei meritevole e se hai spirito di iniziativa le possibilità di far presto carriera ci sono.
È vero che il primo giorno del quarto ginnasio ha detto che la sua fonte d’ispirazione era Carlo Rubbia, non certo un idolo di un adolescente?
È vero. La fisica e l’astrofisica sono state sempre le mie passioni. Mi piacciono le scienze e leggo tanta fantascienza. Su questo, non sono per niente cambiato! All’epoca è stata una scelta difficile, perché ero indeciso tra astrofisica e medicina.
Ha scelto la medicina per seguire le orme di suo padre?
No. Feci un colloquio con un professore di patologia generale, il quale mi convinse della bontà di scegliere medicina. Mi disse: “Con questa facoltà puoi fare ricerca nell’ambito delle scienze e della biologia, poi se ti rendi conto che preferisci la parte clinica, ti dedichi a quella. È una facoltà che ti dà più possibilità”. Aveva ragione. Durante la specializzazione e il dottorato facevo ricerca di laboratorio, poi mi sono spostato nell’area clinica, continuando però – anche oggi – a dedicarmi alla ricerca. Medicina è una grande facoltà che ti consente di realizzare tanti obiettivi.
A tal proposito, cosa pensa della riforma che non prevede più il test per accedere alla facoltà?
Penso che medicina debba restare una facoltà estremamente selettiva. La modalità del semestre non la conosco. Non so come andrà. È una facoltà che autorizza una persona a essere responsabile anche della vita di altre, per questo servono medici preparati e motivati: non ne occorrono tanti, ma devono essere bravi e saper fare. Si farebbe mettere le mani addosso da uno che ha studiato medicina in maniera approssimativa? O preferirebbe essere seguita da una persona ultra selezionata in un folto gruppo, così da avere il meglio del meglio?

Lei fa parte del meglio della chirurgia mininvasiva (laparoscopica e robotica), soprattutto oncologica. I grandi tagli non si fanno più…
Non è vero. Si usano ancora tutte e tre le tecniche: la chirurgia a cielo aperto, quella laparoscopica e quella robotica, la scelta dipende dalla situazione del paziente. Non tutti si possono operare con la robotica o in laparoscopia, se occorre si agisce con il vecchio stile. La bravura del medico sta nel padroneggiare le tre metodiche e nella capacità di scegliere quella migliore. Questo è a vantaggio del paziente, ma anche dell’economia sanitaria: sono tecnologie che hanno un costo elevato, quindi è doveroso che il chirurgo le utilizzi con cognizione di causa. La tecnologia giusta per il paziente giusto.
Lei pensa che i robot potranno mai sostituire il chirurgo in sala operatoria?
Attualmente è impossibile, in futuro non lo so. Il robot non ha capacità decisionali, è semplicemente una macchina guidata dall’uomo. È come una gru, serve il muratore che la manovri. È lo stesso principio.
A Pesaro avete da poco un percorso diagnostico-terapeutico per il tumore al pancreas, ci spieghi di cosa si tratta…
All’Ast (Azienda Sanitaria Territoriale) di Pesaro-Urbino esistevano già percorsi diagnostico-terapeutici per tutti i tumori, mancava per quello al pancreas. Era una necessità perché le patologie pancreatiche stanno crescendo – non sappiamo se è una reale crescita o siamo più bravi a diagnosticarle – per questo ogni regione dovrebbe creare dei percorsi dedicati, soprattutto per quei pazienti che devono sottoporsi a una terapia medica o che vanno monitorati nel tempo. I PDTA (Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale) esistono dal 2013 ed è un’indicazione del Ministero della Salute, non abbiamo fatto altro che applicare le leggi ministeriali. È un bel lavoro multidisciplinare che coinvolge diversi reparti: gli oncologi, i gastroenterologi, i radiologi, i radioterapisti, gli anatomo-patologi e i servizi di psicologia clinica e dietologia.
Lavora ancora al Centro Medico “Giulio Loreti” a Campello sul Clitunno?
Sì, ancora ci lavoro!

Piccola curiosità. Cosa fa prima di un’operazione impegnativa o rischiosa?
Il chirurgo è come un atleta. Faccio sport e cerco di mantenere una dieta sana e leggera: niente alcol durante la settimana e a dormire presto. Devi comportarti come uno sportivo che ha le gare. Se dormi poco, se esci e mangi troppo, il giorno dopo sei stanco, invece il paziente merita il tuo massimo, quindi è tuo dovere mantenere un fisico integro. L’attività sportiva è fondamentale perché, durante i lunghi interventi, si assumono particolari posture che col tempo potrebbero portare dolori alla schiena, ai muscoli o alle articolazioni. Allenarsi è importantissimo.
Pratica ancora judo? So che da ragazzo era un grande appassionato…
Purtroppo non più, è troppo pericoloso. Se mi succede qualcosa a una mano… addio, è finita. Mi piaceva – e mi piace ancora – da morire però ho dovuto lasciarlo, adesso pratico sport più leggeri. Da cinquantenne (ride).
Le viene mai l’ansia prima di un intervento?
No, non sono un tipo ansioso. Sono molto concentrato e non sento nulla di quello che accade attorno a me. È come fare un esame all’Università sapendo di essere preparato, non hai l’ansia, sei concentrato come dentro a una bolla.
C’è un caso che ha affrontato e che non dimenticherà mai?
Tantissimi. Mi ricordo ancora i nomi, i cognomi, le facce. Penso ai primi pancreas che ho operato da solo; a una paziente (mia coetanea) con un tumore, con la quale poi sono diventato amico; a un maestro di judo che per ringraziarmi mi ha donato il secondo dan di judo. Ma ce ne sono tanti altri…
È vero che non porta l’orologio? Al lavoro non si dà limiti di tempo?
È vero. Non guardo mai l’orologio, esco dall’ospedale quando il lavoro è finito, quando so che posso uscire.

Quindi, come diceva prima, la sua è davvero una vocazione, come fosse un prete…
Essere medico è, prima di tutto, una scelta profondamente vocazionale. La nostra professione comporta un impegno che va ben oltre gli orari contrattuali e le condizioni economiche, perché si intreccia con la responsabilità morale e sociale di tutelare la salute dei cittadini. Naturalmente, tale impegno deve sempre conciliarsi con il rispetto dei diritti dei lavoratori e delle norme di sicurezza. Tuttavia, non si può ignorare che, per molti di noi, il prendersi cura di chi soffre rappresenta una missione umana e civile che non si esaurisce nei limiti formali del turno lavorativo. È questa la forza che spesso ci spinge a esserci anche oltre il dovuto, non per obbligo, ma per coscienza. Chi intraprende questo cammino sa che il medico, in ogni epoca e in ogni cultura, è colui che risponde al bisogno, quando c’è bisogno. E questo non può essere regolato da un orologio, ma da un senso di responsabilità interiore.
Dicono che è un po’ un rompiscatole…
Un gran rompiscatole (ride). Purtroppo è un lato del mio carattere che negli anni non sono riuscito a modellare. Lo ero da ragazzo e lo sono ancora.
In che modo è rompiscatole?
Non mi accontento di risposte semplici. Analizzo gli molto eventi e cerco di dare spiegazioni razionali: questo mi ha portato da sempre a fare tante domande, fin dai tempi della scuola. Divento rompiscatole quando pretendo che gli altri facciano lo stesso. Mentre frequentavo la specializzazione – mi ricordo come se fosse ieri – un docente mi disse che non avrei mai trovato lavoro perché, se qualcuno si fosse informato di com’ero, tutti gli avrebbero detto che ero un rompiscatole… penso che il dottor Luciano Casciola mi scelse proprio per questo!
Il dottor Luciano Casciola è stato il suo maestro…
Sì. Era il mio primario quando lavoravo a Spoleto. Un luminare, conosciuto ovunque da tutti; è stato un pioniere della chirurgia laparoscopica e robotica, era 20 anni avanti: ancora oggi viene citato nei congressi per ciò che ha fatto prima degli altri. Mi ha preso a lavorare con lui quando ho lasciato Perugia e mi ha insegnato praticamente tutto: per me è stato come andare a lavorare in America, invece ero a Spoleto! Sotto casa. Grazie a lui ho avuto la possibilità di girare il mondo e di fare tante esperienze. Ricordo che all’ospedale di Perugia lo informarono che ero un rompipalle, lui rispose che non gli interessava quello che pensavano loro. A lui interessava solo come sapevo muovere le mani.

C’è qualcosa di cui non può fare a meno?
Le salsicce umbre. Il livello delle salsicce secche di Perugia non l’ho trovano in nessun’altra parte del mondo, è ineguagliabile.
Per concludere, come descriverebbe l’Umbria in tre parole?
Isolata, nonostante sia al centro d’Italia; bella; arresa: molti giovani, ma anche molti miei coetanei, non combattono più, si sono arresi.
Faccio un’eccezione, mi può spiegare la parola “arresa”? Ha questa percezione vedendola da fuori?
Mi spiego. Quando ho vinto il concorso a Perugia ho avuto modo di parlare con i colleghi e a distanza di anni hanno gli stessi problemi e vivono le stesse dinamiche dell’epoca. Vedo tanta rassegnazione tra le persone, non percepisco più l’orgoglio di essere umbri e la volontà di portare il sistema a un livello superiore, sganciandosi da dinamiche locali che rendono l’Umbria sempre più isolata. Siamo al centro dell’Italia ma siamo distanti: non ci sono né i treni, né l’autostrada. Vi faccio un esempio: tra le cose più belle che ho a Pesaro è l’autostrada, ho il casello a 10 km da casa. Per me è formidabile, non l’avevo mai vissuto. È stata una delle cose più emozionanti (ride). Penso che l’Umbria dovrebbe uscire dal suo campanilismo e imparare a confrontarsi con gli altri, altrimenti non avrà mai un futuro. Perugia 800 anni fa ha sentito la rivoluzionaria necessità di creare un’università per far crescere culturalmente la sua popolazione, perché oggi questo impulso evolutivo non c’è più? Da fuori percepisco questo e sento un sottofondo di rassegnazione, ma le situazioni possono essere cambiate ed evolversi, deve però esserci la volontà: se tutto rimane tale vuol dire che alla fine va bene così. Poi però non ci si deve lamentare.
Agnese Priorelli
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