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L’altopiano di Chiavano, situato fra l’Umbria e il Lazio, ha segnato fino al 1860 il confine tra lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie. Un tipico castello medioevale, che dà il nome all’area, sorge sulla testata della valle, in cima a un colle arrotondato a 1128 metri di quota.

Ai suoi piedi, verso sud, si apre il piatto fondovalle delimitato da ripidi versanti distanziati fino a un chilometro e mezzo. Lungo le fasce di raccordo tra la pianura e i rilievi, sorgono Villa San Silvestro e Buda da un lato, Coronella e Trognano dall’altro. Il fascino del Piano di Chiavano non è però quello di un paesaggio residuale del passato, e la prima sensazione che il visitatore avverte è quella di un luogo bello perché funzionale, per la natura e per l’uomo che non lo ha mai abbandonato. Il paesaggio agrario del luogo è uno dei più imponenti e significativi dell’Appennino Centrale, un angolo di Italia in cui ancora coesistono l’antico impianto della centuriazione romana e il nuovo assetto dato al territorio da un’agricoltura incentrata sull’allevamento che rendono questo luogo vivo, dinamico e proiettato verso il futuro. Tanto per movimentare e articolare ancora di più il paesaggio, l’ambiente, la natura e la storia del Piano di Chiavano, ecco che a Villa San Silvestro, proprio accanto al borgo, dove inizia a distendersi la lunga pianura, i resti di un tempio romano del III secolo avanti Cristo parlano, imponenti, dell’antichissima importanza del luogo. Gli interstizi tra le grandi pietre del basamento e i resti delle colonne sono abitati, nemmeno a dirlo, dalle lucertole muraiole, mentre il Codirosso spazzacamino si posa sul campanile della chiesa sorta sopra le vestigia del tempio.

 

Il sito di Villa San Silvestro di Cascia rappresenta l’unico esempio finora noto di un forum repubblicano

Un tesoro nascosto

Tra il 1920 e il 1930 gli scavi condotti al di sotto della Chiesa di Villa San Silvestro fecero riemergere il podio e alcuni elementi architettonici del monumentale tempio romano di cui abbiamo parlato nelle righe precedenti. Nonostante la sua importanza storica per la comprensione del territorio, questo luogo fu per lungo tempo dimenticato, finché negli anni Ottanta le ricerche condotte sul posto dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici per l’Umbria portarono alla luce alcune colonne in laterizio di un portico alle spalle del tempio. Gli scavi sono poi ricominciati nel 2003, sotto la direzione scientifica del professor Filippo Coarelli dell’Università di Perugia. Il progetto è ripartito dallo studio del tempio stesso, che trova confronti solo in altri due casi (Sora e Isernia), molto meno conservati. La campagna di ricerche ha visto integrarsi saggi di scavo mirati a comprendere i particolari delle tecniche edilizie e le caratteristiche costruttive del III secolo avanti Cristo.

 

Un’iscrizione del II secolo a.C. attesta la presenza del culto del dio Terminus, divinità prettamente romana che difende i confini, nell’area di Villa San Silvestro

 

I risultati sono stati sorprendenti. Da un lato lo scavo e i rilievi mettevano in evidenza che il tempio aveva avuto due fasi edilizie: la prima, con la costruzione agli inizi del III secolo a.C., la seconda legata al restauro ispirato ai modelli architettonici che caratterizzarono la Roma del I secolo. Partendo da questi elementi, la campagna dell’agosto 2007 ha portato alla luce un settore del foro che circondava il tempio. Le strutture emerse, ancora in fase di studio, rivelano che il foro, come il tempio, ebbe diverse fasi edilizie: appare dunque naturale collegare la costruzione del foro con l’imporsi della dominazione di Roma che, per assicurarsi il controllo sul territorio, impianta un forum in un’area in cui una popolazione prevalentemente agricola viveva sparsa sul territorio. La scelta del sito non è casuale: si tratta, infatti, di un’area che coincide con la più vasta pianura della zona. Il foro sorge nel punto in cui scaturivano le uniche sorgenti del territorio e, soprattutto, dove il diverticolo della via Salaria incontrava i percorsi di transumanza e quello di valico che, attraverso Monteleone di Spoleto, permetteva di giungere fino alla Flaminia.

 

A est del foro è emersa una vastissima area delimitata da una tripla serie di portici, scanditi da colonne in laterizio e semipilastri

Una matita in fuga 15 anni fa verso l’America – dove tutt’ora ha partnership e compagnia incorporata – che ha deciso di tornare in Umbria e aprire anche in terra natale una compagnia, fondando la Procacci Entertainments Srl: «Credo che la vera America sia qui».

Daniele Procacci è venuto a farci visita in redazione. Con lui abbiamo fatto una bella chiacchiera sul suo lavoro di concept designer e production designer – che svolge tra gli Stati Uniti, il Canada, l’Inghilterra e l’Italia – sul cinema e sull’Umbria. Ci ha mostrato i suoi lavori e in diretta – tra una discussione e una battuta – ha realizzato per noi un possibile “nuovo” Batman. Dopo anni di esperienza in progetti e collaborazioni con compagnie come Walt Disney Corporation, Marvel e Warner Brothers, per citarne alcune, Daniele è tornato in Italia e ha fondato la Procacci Entertainments Srls che offre servizi di sviluppo, production design, video editing e filming on location per numerosi progetti locali e nazionali. «Credo e sono convinto che la vera America sia qui».

 

Foto per gentile concessione di VegVideo

 

Daniele qual è il suo legame con l’Umbria?

Diamoci del tu please… in America non esiste del “lei” se non per meriti assoluti. L’Umbria è la mia terra. Sono nato Foligno e cresciuto in Umbria tra le vie dei piccoli borghi, perché la mia famiglia è originaria di Todiano di Preci e Borgo Cerreto di Spoleto in Valnerina. Questi luoghi hanno contribuito alla mia formazione artistica, perché in qualsiasi posto tu vada, l’Umbria offre sempre paesaggi artistici.

Negli anni Novanta hai collaborato con l’allora Walt Disney Studios e Marvel UK di Londra: ci racconti queste esperienze.

Ho iniziato 26 anni fa a lavorare come freelance (Indipendente a contratto) per la Walt Disney company: all’epoca facevo l’in-betweener, in pratica realizzavo i sette disegni in un secondo di minore importanza ma necessari all’animazione. Vi spiego meglio: in un secondo di animazione ci sono 12 disegni, il disegnatore supervisor – il grande nome – produce i disegni fondamentali, io e altri tantissimi ragazzi allora che l’animazione era tutta disegnata a mano, ci occupavamo invece delle intercalazioni del disegno, talmente impercettibili che l’occhio non riesce nemmeno a cogliere. Per la Marvel UK invece ho fatto, e faccio ancora, il Concept e Production Artist, mestiere che svolgo anche con la compagnia italiana nostra, la Procacci Entertainments Srls.

Tra i due lavori quale preferisci?

Sicuramente il Concept artist e da 15 anni mi occupo primariamente proprio di questo. Io e la mia società facciamo parte delle centinaia di quelle figure invisibili che realizzano l’architettura di un film fino ai formati digitali che l’industria del cinema di oggi predilige, anche se mi piace ancora lavorare in maniera classica. Ovviamente il digitale è più veloce, lo puoi modificare e puoi tornare indietro se sbagli, ma l’acquarello e le tecniche miste hanno ancora il suo fascino e fanno parte delle fondamenta del progetto, qualunque esso sia. Gli artisti di grande livello lavorano ancora disegnando a mano.

Il digitale oggi ha superato la “vecchia scuola”?

Oramai sono un’unica scuola. Non c’è più la vecchia e la nuova, c’è integrazione tra le due, però se non sei in grado di realizzare un acquarello con tre colori, non sarai mai in grado di far nulla nemmeno con 100 pennelli digitali.

Foto per gentile concessione di VegVideo

Dipingi anche utilizzando solo il vino…

La tecnica Con il Vino nasce nel 1997 nella tenuta di Francis Ford Coppola in California quando per errore intinsi il pennello nel bicchiere del suo Cabernet Franc, invece che nell’acqua. La tecnica ottimizza l’uso del solo vino come colore: ho usato, per realizzare i quadri, dall’Amarone al Brunello, dal Sagrantino al Cabernet Sauvignon, fino al Merlot e al Chianti. Con i miei quadri ho avuto l’onore di omaggiare Nicholas Cage, Al Pacino, Clint Eastwood, Penelope Cruz, Arnold Schwarzenegger, Elton John, Andrea e Veronica Bocelli e Rutger Hauer.

Parlaci della Procacci Entertainments Srls: di cosa di occupa?

Siamo uno studio di Concept Art e Production Design per l’industria del Cinema e del Teatro. Tre anni fa, quando ci fu il terremoto in Umbria e nelle Marche, sono tornato a casa per dare contributo e portare opportunità nella nostra terra martoriata dal sisma e ho deciso di aprire una compagnia che portasse il mio cognome così da essere conosciuto meglio anche in Italia. Non sono un cervello in fuga, semmai sono una mano scappata all’estero, ma il fatto di tornare l’ho visto come un’opportunità. Sono convinto che l’America sia qui. Come me la pensano tanti produttori americani, che sempre più spesso vengono in Italia per produrre i loro film, ad esempio Wonder Woman è stata girata in Puglia e The Avengers in Trentino Alto Adige. Tutto però dipende da quello che si propone a chi viene a investire economicamente nel nostro Paese.

L’Umbria potrebbe offrire questi servizi e attirare grandi produzioni?

È una domanda da 100 milioni di euro… che in Umbria purtroppo non ci sono (scherza). Questa regione ha tanti diamanti, ma che sono nascosti e che nessuno ha mai pubblicizzato e fatto conoscere. Per far questo servirebbe qualcuno esperto del settore cinema, oltre a un sito in inglese e a una gestione dei rapporti commerciali con l’estero fatta soprattutto da professionisti del settore. Alla fine degli anni Novanta eravamo un polo d’attrazione importante grazie anche al Centro multimediale di Terni, ma la gestione fatta dai non addetti ai lavori non ha saputo mantenere e sfruttare al meglio ciò che avevamo a disposizione. Ora si sta parlando di creare una Fondazione di Cinema a Perugia, ma l’industria cinematografica non ha nulla a che fare con la politica comunale, regionale o nazionale. In Umbria vengono a girare solo fiction o film medievali perché vanno a colpo sicuro, perché qualcuno dello staff sa che c’è un tale posto o un tale castello. Le mega produzioni si orientano in altre regioni o a Cinecittà, perché qui non c’è una struttura organizzativa che gli garantisce un andamento sicuro dei lavori: le produzioni made in Usa arrivano fino alla porta dell’Umbria e poi però girano e vanno in Puglia o a Roma, dove trovano il meglio che al momento attuale l’Italia può offrire per l‘industria del cinema.

Ma questo da cosa dipende?

Dal fatto che non c’è una Film Commission gestita da esperti del settore e tecnici, dal fatto che non c’è nessuno incaricato che sappia come si vende ad una produzione internazionale il prodotto Umbria. Quelle che ci sono state, o hanno fatto degli accordi con i singoli comuni – per esempio Paul Verhoeven con il Comune di Bevagna –  o sono venute per volere di privati insieme ad amministrazioni più lungimiranti di altre, come è accaduto per Il Nome della Rosa.

Foto per gentile concessione di VegVideo

Cosa servirebbe?

Come ho già detto, occorre una struttura adatta a vendere il prodotto Umbria nell’industria del cinema e soprattutto delle figure competenti ed eccellenti a cui una produzione può rivolgersi quando decide di venire a girare qui. Ribadisco, servono persone di merito che conoscono il settore, altrimenti le produzioni non verranno mai; la nuova Fondazione di cinema mi auguro sia affidata e gestita da professionisti del settore, basta controllare le biografie artistiche e la presenza di crediti e credenziali nell’industria prima di affidare un incarico. Chi è venuto a Perugia per qualche evento a tema, come ad esempio il Love Film Festival, è rimasto incantato dalla sua bellezza, definendola un set perfetto per tante pellicole; il problema è che non ci sono le condizioni per girare in città: i produttori con le finanze necessarie a produrre arrivano fino alla porta, poi non venendo riconosciuti e non trovando un referente esperto, si girano e vanno da un’altra parte, in un’altra regione troppo spesso.

Se dovessi disegnare l’Umbria, come la disegneresti?

La disegnerei come una donna bellissima con abiti multicolori e sgargianti di fogge di epoche che vanno dal preistorico fino all’ipertecnologico, passando per Medioevo e Rinascimento… ma bendata, che non riesce troppo spesso a vedere di preciso dove sta andando.

Hai iniziato con i fumetti, per passare poi ai cartoon: quale dei due preferisci realizzare?

Io sono nato con il fumetto, sono cresciuto da ragazzino nella realtà perugina dello Star Shop, poi mi sono trasferito in America perché era lì che mi venivano date le migliori opportunità di fare vedere merito e talento. Lo dico a tutti quelli che vogliono provare a fare questo lavoro: provateci, andate negli Stati Uniti, in Inghilterra, oggi anche a oriente… provate in una grande città italiana, per esempio a Milano o a Roma, bussate a tutte le porte, credete nei vostri sogni. In Umbria i giovani regna un senso di disillusione contagioso, i giovani non credono più nei loro sogni: io ho buone speranze, ci credo e cerco di convincere gli altri a tornare a sognare. In Italia manca la meritocrazia o spesso è subordinata a tanti altri fattori.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Qualcosa di magnifico ed estremamente importante è in lavorazione ed ogni giorno c’è una novità più di livello, ma ancora è presto per parlarne…. Niente spoiler, come nella filosofia attuale dell’industria del Cinema. Vi terrò informati!

Come descriveresti l’Umbria in tre parole?

Speranza, sacro e profano.

La prima cosa che ti viene in mente pensando a questa regione…

Ci si potrebbe girare qualsiasi Progetto di film hollywoodiano senza bisogno di andare da altre parti.

Anche “Sapore di Mare”?

Sì, se giri in certi posti del lago Trasimeno puoi anche ricreare il mare della riviera, perché no!

Un luogo dell’anima, questa è l’Umbria. Un’anima che si dispiega negli affanni del viaggio e della preghiera, nei silenzi scanditi da straordinarie storie di vita che orientano i passi di sceglie la Valnerina, terra dei santi e dell’esperienza anacoretica.

Luoghi dell’anima e nell’anima che custodiscono il segreto della contemplazione e della preghiera: rendere eterno ciò che è effimero conservando il cammino e le orme di anime elette, invocate sulla strada della vita terrena per illuminare quelle ombre sinistre che inghiottono l’uomo e i suoi passi. Tracciata da chiunque percorra i sentieri dell’Umbria Sacra prima delle chiese, delle abbazie e delle cattedrali è la preghiera che unisce e divide, disattendendo confini geografici e distanze. Per questo ogni preghiera che nasce non contempla la fine. E per ogni giovane pellegrino che indugia sul sentiero che conduce allo Scoglio di Roccaporena, i bastoni degli anziani ancora inseguono quei passi non percorsi, quelle esperienze contemplative che segnano il cammino su questa terra. E in Umbria, le vie dello Spirito ricalcano i passi di esperienze ordinarie diventate straordinarie mescolandosi ai colori di un Appennino che a Roccaporena sembra aver perso la sua ferocia.

 

Lo Scoglio di Roccaporena, o Sacro Scoglio

Il Sacro Scoglio di Santa Rita

Lo Scoglio di Roccaporena, o Sacro Scoglio, s’innalza a 120 metri sul paese ed è alto 827 metri sul livello del mare. Sulla cima della rupe, un tempo, secondo la tradizione, sorgeva una rocca detta Rocca del Barone, forse una torre di guardia tardo-romana distrutta durante le invasioni barbariche del sesto secolo. Sta di fatto che quando San Montano stabilì il proprio eremo su quella cima, la funzione strategica della medesima era già cessata. Nicola Simonetti, storico di Santa Rita, riguardo lo Scoglio Sacro, riporta una tradizione ancora viva ai suoi tempi (1627): «Come tradizione antica sino ai nostri giorni, che questo gran sacco di Rocca Porena si staccasse dalla parte del Monte suo comparte, ai tempi del nostro Signore Giesù Cristo, allora che, come racconta l’Evangelo, petrae scissa sunt, perche appariscono e si vedono, hoggi giorno, li segni e concavità dalla parte dalla quale si staccò, tutti uniforni et indicanti che prima fosse attaccati al Monte. L’istesso si osserva di due altri gran sassi pocho lontani da Rocca Porena in vicinanza del Ponte, per il quale si passa il fiume, che pure si vedono così uniforni, e disposti ne’ loro siti, che accennano essere stati un sol sasso e, parimenti staccato nel tempo della morte del nostro comune Redentore».

Ai piedi dello Scoglio, arpa sonora che traduce nelle vibrazioni dell’Eterno gli echi cinerei dello Spirito, l’animo si eleva sul selvaggio scenario della roccia, oltre i rovi che sbocciano tra i giardini della vita terrena. I monti, che sembrano sfiorare le frontiere ancestrale dell’inconoscibile, custodiscono nel ventre arido della terra questo silente altare di roccia, grido eterno di poesia a cui i popoli della terra consacrano la fatica dell’ascesa. L’antico sentiero, scolpito sul trono della nuda pietra, è sorretto dalle fronde silenti di alberi che si aggrappano al precipizio. L’edera s’afferra ai tronchi e tesse, tra arcobaleni di rami, cornici che dipingono, tra gli squarci del verde, i silenzi laconici di Roccaporena.

 

Santa Rita

 

Nel canto del vento, lo Scoglio appare deserto, trionfante tra i colori della primavera, mentre dalle viscere del sacro bosco sgorga il canto del merlo e del passero che sembrano piovere sulle rupi sospese per ascendere alla volta del cielo come il canto di una sirena che rapisce l’animo. Eretta sulla sommità della rupe, dove il volo degli uccelli si confonde a quello degli angeli, l’edicola sacra che consegna all’eredità eterna del Cielo, il luogo in cui Rita incontrava il Signore e che oggi conserva, nella roccia, le impronte delle ginocchia e dei gomiti che l’Avvocata degli Impossibili tormentò nel silenzio della preghiera, consacrando all’eternità dello Spirito storie ordinarie divenute straordinarie.

Dai testi di geografia ai sussidiari scolastici, passando per le fiere internazionali sul turismo, l’Umbria viene identificata da una definizione straordinariamente calzante: cuore verde d’Italia.

Secondo la simbologia tradizionale, il verde, espressione cromatica nella quale i buddisti individuano l’origine della vita, celebra l’elevazione dello spirito e del corpo che, per chi percorre l’Umbria, assume i contorni di un’esperienza ascetica in cui convergono identità e tradizioni, cultura e memoria storica, in cui la contemplazione del creato genera armoniche vibrazioni della mente. Se ci venisse chiesto di illustrare la frequenza cardiaca del cuore verde d’Italia, la matita traccerebbe linee sottili dall’incedere incredibilmente geometrico che, chi conosce l’Umbria, non tarderebbe a identificare nella profilo della piccola Preci, borgo immerso nel verde della Valnerina.

Lasciando la Valle del Nera, per risalire la Valle Campiano verso il paese di Preci si entra nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini

Il Piantamaggio

Avamposto medioevale sorto in prossimità di un oratorio benedettino – come testimoniato dall’etimologia del toponimo della città (preces, cioè preghiera) – Preci segna l’impercettibile transizione fra la Valle del Nera, risalendo da Cerreto di Spoleto, e il Parco Nazionale dei Monti Sibillini, mosaico di storia e tradizioni secolari, pentagramma in cui nubi di paesaggi e borghi seguono il ritmo sempiterno della natura. Ed è proprio dalla natura che qui alloggia che trae origine il rito del Piantamaggio, cerimoniale di pagana memoria le cui origini risalgono alle feste di primavera, successivamente trasformate in Baccanali, che si svolgevano in onore del dio Bacco Dioniso e avevano lo scopo di introdurre i giovani nel mondo degli adulti, spesso sfociando, a causa delle prolungate libagioni, in pratiche iniziatiche e orgiastiche. Tale versione è avvalorata dall’utilizzo, nell’uso popolare, della perifrasi piantar maggio, espressione dal forte allusivo significato, che è quello di consumare l’atto sessuale.

 

L’aspetto cinquecentesco del castello di Preci, immortalato in una foto storica conservata nell’archivio

 

La sera tra il 30 aprile e il 1 maggio, un albero di faggio o di pioppo, simbolo di fertilità, preso, anzi rubato, nelle campagne circostanti dai giovani del paese, viene tagliato e portato nella pubblica piazza. Dopo essere stato spogliato e ripulito dalle fronde e dalla corteccia, viene integrato nella parte alta con un ramo di ciliegio fiorito, a simboleggiare il matrimonio tra gli alberi e l’unione carnale con cui i fanciulli vengono iniziati alla vita adulta. Successivamente viene anche legata, nella parte più alta dell’albero, una bandiera nazionale, forse un antico ricordo degli alberi della libertà, che tra la fine del Settecento e l’inizio del secolo successivo venivano innalzati in ogni luogo dove arrivavano i venti e gli entusiasmi della Rivoluzione francese. La larga diffusione della celebrazione è testimoniata, inoltre, da una toponomastica estremamente ricca: il Monte Maggio, che domina la splendida Cascia, e il Monte Galenne – situato tra Meggiano, Cerreto di Spoleto e Sellano, il cui toponimo rimanda verosimilmente alle Calende di Maggio – ci raccontano di un territorio che cambia nell’aspetto, ma che conserva il suo più intimo fondamento ontologico.

 

Le Cascate de lu Cugnuntu, una stretta forra di circa 20 metri situati presso i Casali di S.Lazzaro al Valloncello.

«Ella s’avanza

Come un’eternità per ingoiare

Tutto che incontra, di spavento l’occhio

Beando, impareggiabil cateratta

Orribilmente bella.

Onde questo frastuono? È del Velino

Che precipita a piombo ne l’abisso

De l’alpestre ciglion de la montagna

Enorme cateratta e del baleno

Rapida al pari…

Al ciel la spuma

S’alza e giù cade in perpetua pioggia

Nube inesausta e dolce rugiada

Che germina intorno un sempre verde

Maggio, un tappeto di smeraldi».

Così scriveva Lord Byron nel 1816 quando, all’età di 28 anni, visitò l’Umbria e le Cascate delle Marmore. Una leggenda del Seicento narra che il pastorello Velino, assorto dopo le fatiche della caccia, affacciandosi su quelle balse da cui l’acqua tuona fragorosa a valle, restò incantato dalla Nerina che tesseva i suoi biondi capelli al sole di primavera. La giovane ancella non rispose ai richiami del pastorello che, tormentato dal rifiuto dell’amata, ricorse a Cupido affinché le frecce della sua faretra facessero breccia nel cuore della fanciulla. Il dio, per vendicare il rifiuto al pastore Velino, fece precipitare Nerina nei vortici dello fiume che da costei prese il nome. Fu allora che dal cielo discese Venere, curando Nerina dalle ferite della caduta e trasformandola in Ninfa. Dilaniato dal dolore, le sofferte lacrime del fanciullo fecero traboccare il Lago di Pilato dalle balse rocciose oltre le quali lo sguardo del pastorello incrociò, per la prima volta, quello della fanciulla. Solamente allora  i cuori dei due innamorati aprirono una breccia nel muro del tempo consacrando all’eternità quella che oggi è la perla più preziosa della Valnerina: la Cascata delle Marmore.

 

Cascate delle Marmore

Nessun poeta o pittore vide mai cosa più bella, M.Alinda Bonacci Brunamonti (1841 – 1903)

Ed è qui che il viaggiatore deve mostrare un grande talento, quello di saper guardare oltre la semplice bellezza della natura, abbandonandosi anima e corpo al pathos creativo delle acque umbre, un arcobaleno fra valli selvagge che evocano, tra i lividi bagliori dell’alba, l’ancestrale identità delle terre appenniniche. Un paesaggio, quello della  Cascata delle Marmore, che è intreccio inestricabile di cultura, di emozioni e di sapere, una bussola a cui il viaggiatore affida il timone della sua anima affinché lo sollevi dalla sete del viaggio riconducendolo a suggestioni primitive e segrete. Per oltre due millenni, tra i bagliori di un cielo che muore per poi risorgere dalle ceneri della notte il Nera, di cui la natura ha lacerato la memoria trasformandone rocce e riflessi in primordiali sculture totemiche, ha accentuato col suo scorrere impetuoso la profondità degli strati calcarei mentre il Velino, nel flebile volteggiare della corrente che trascina a valle, cresceva nel suo alveo innalzando  mura di calcare e detriti che impedivano alle acque di compiere il cammino che il Creato aveva tracciato per loro.
Era il 272 A.C. quando l’imperium del console romano Curio Dentato ordinò la realizzazione di un canale per far defluire le acque stagnanti in direzione del salto naturale di Marmore: da lì, le l’acque, dopo un tuffo di 165 metri, si gettavano nel sacro Nera, gregario dell’antico Tevere.

 

Cascate delle Marmore

I cui rami sempre verdi e pieni di ghiande si intrecciavano sul serpeggiante sentiero, Percy Bysshe Shelley (1792 – 1822)

«Ecco fumano le aree sull’alto ciglione, l’àugure solleva al cielo le braccia cercando benefici auspici; le trombe squillano vigorosamente mentre l’ultima diga è abbattuta; la massa d’acqua, salutata da un formidabile grido di ammirazione precipita bianca e spumosa nel baratro, e a spire e vortici, mugghiando raggiunge la lenta onda del Nera, mentre sopra questo inferno di acque appare l’arco dell’iride».

A queste parole il gesuita e storico Luigi Lanzi affida il compito di preservare la polvere di una storia arcaica, che si rinnova ogni giorno nel labirinto del tempo e della memoria per poi celarsi nuovamente dietro il velo della leggenda. Acqua e roccia, campanili d’acqua e altari di pietra dai volumi in libertà che si espandono fino a sfiorare un confine sapientemente tracciato che li arresta, per poi ricondursi l’un l’altro nei segreti della rupe da cui si irradiano nell’universo. Una cascata che si manifesta come sortilegio, un luogo in cui le pulsazioni della natura scandiscono il ritmo dell’acqua e delle vicende umane, oltrepassando l’armonia della terra su cui precipita.

 

Santa Anatolia di Narco, acquerello dalle venature arcadiche dipinto sull’antica tela della Valnerina, nasconde, tra le voci dei mulinelli d’acqua che il Nera ricama in gocce di rugiada e ciottoli d’arenaria, la memoria del Fiume Sacro e della sua gente.

Una discendenza di uomini e tessitori che, scolpiti sui tramonti infuocati che in Val di Narco annunciano l’arrivo dell’inverno, abbandonava nella polvere acre dei solchi gioghi e aratri per impugnare telai e fusi di frassino, violini tormentati da mani nodose le cui corde raccontano di un territorio dal volto millenario che, nella lavorazione della canapa, custodisce la genesi della secolare sapienza umbra.

 

Santa Anatolia di Narco, foto di Enrico Mezzasoma

 

Un territorio, la Val di Narco, che racconta storie di antichi mestieri e di ruvidi telai, esperienze agresti a cui il Nera affida il compito di tracciare la rotta errante del viaggiatore, funambolo romantico dallo zaino in spalla all’incessante ricerca di meridiani e paralleli interiori, in bilico sul filo sottile ed etereo del veleggiare umano. Stelle polari puntate sul sipario della storia indicano a chi sceglie questo petalo di Valnerina una visione scarcerata da orizzonti e confini, che riaffiora limpida tra le increspature del tempo e della memoria, ai piedi di alberi maestri su cui fioriscono le vele della civiltà umbra.

 

 

Il Museo della Canapa, foto di Officine Creative Italiane

Il Museo della Canapa

Azimut e zenit, costellazioni e punti cardinali che, varcata la soia del Museo della Canapa, assumono i contorni di telai e fusi di frassino, rose dei venti che ripercorrono le vicende di un territorio antico in cui il tempo si traduce in tradizione per poi perdersi nell’alba della storia.
Mestieri dal fascino arcaico che si materializzano nella ricostruzione museale di antichi laboratori tessili e di percorsi didattici che conservano idilli e frammenti di una civiltà secolare, quella umbra.

 

Il Museo della Canapa, foto di Officine Creative Italiane

 

Un museo che non è solamente spazio espositivo, ma luogo della memoria, dove convivono e si intrecciano le trame di una storia antica, mani di tessitori e tessitrici le cui voci risuonano lapidee tra le latitudini del tempo. Esperienze del passato proiettate nel futuro, ecco il motivo migliore per cui scegliere il Museo della Canapa. A suggerirci questa interpretazione è un’opera d’arte esposta nella sede del museo e divenuta a tutti gli effetti un’icona – Spinning Dolls dell’artista inglese Liliane Lijn –  una riproduzione in chiave contemporanea del mondo femminile e del suo antico legame con la tessitura.
E allora l’immaginazione torna a indugiare sui passi compiuti dal protagonista di questa Umbria inattesa, il tessitore, chino sull’anima del telaio fra i mormorii inquieti di ombre e fantasmi che accompagnano gli echi di una civiltà rurale indimenticata e indimenticabile. Un mestiere arcaico nato tra le luci soffuse di antiche lampade a olio, una lavorazione che diviene inesorabilmente liturgia figlia del tempo, imprigionata per sempre fra le trame della tradizione popolare.

 

Il Museo della Canapa, foto di Officine Creative Italiane

«Pulchra sabina Preces Prisca chirurgis patria» (Preci, il bel castello sabino, antica patria dei chirurghi).

Così esordisce nel Subsidium medicinae Durante Scacchi, capostipite e antesignano della secolare scuola chirurgica preciana.

Un passato controverso quello castoriano, che riecheggia tra le pievi e i santuari di una valle dal fascino arcano; terra di eremiti, percorsa dall’energia primordiale dei Monti Sibillini che, nel culto dei dioscuri Castore e Polluce – patroni della medicina classica – cela echi di gloriose vestigia pagane. È lecito chiedersi il perché, nel cuore della Valnerina, sorse una tradizione chirurgia senza eguali in Europa: basti pensare che nel 1700 Durante Scacchi liberò dal tormento della cataratta sua maestà Elisabetta I, regina di Inghilterra.

La scuola preciana

Tuttavia attribuire alla genesi della scuola preciana all’evangelizzazione anacoretica operata dagli eremiti siriani in Valnerina equivarrebbe a collocare le origini della tecnica chirurgica in un contesto storico-antropologico troppo lontano nel tempo. Appare dunque logico ricollegare sviluppo e decadenza dalla scuola preciana all’ascesa, e parallelamente, al declino, della vicina Abbazia di Sant’Eutizio, roccaforte anacoretica in cui a veleggiare furono i vessilli di Benedetto da Norcia, patrono d’Europa.
Perché la tecnica chirurgica conobbe in Preci e nella Valle Castoriana un fertile terreno su cui svilupparsi? La risposta va individuata nel tessuto socio-antropologico del luogo e nella specializzazione dei preciani nella mattazione del maiale, da cui ne derivarono profonde competenze anatomiche, tradotte successivamente nell’asportazione di cisti e calcoli.

 

Museo della Scuola chirurgica di Preci

 

Eppure nel percorrere questo viaggio nella storia della chirurgia preciana occorre distinguere nettamente i due orientamenti in cui si articolava la celebre corporazione dei chirurghi: se da una parte campeggiava il pensiero empirico – che trovava supporto in chirurghi provetti che tornavano all’amata Preci dai borghi di tutta Europa in cui dispensavano la secolare sapienza umbra – dall’altra spiccano austeri profili di chirurghi di professione, figli dell’élite cittadina e dell’erudizione accademica. Particolare menzione, nella disputa tra gli empirici e i professionisti della chirurgia, merita una citazione del Durante Scacchi, sostenitore del pragmatismo scientifico e dell’applicazione tecnica: «La dottrina cederà alla dotta mano».

La nascita del ciarlatano

Ed è proprio all’interno di questo scenario socio-antropologico che la figura del chirurgo preciano entra inevitabilmente in collisione con uno dei personaggi più dibattuti ed enigmatici del suo tempo: il ciarlatano, da cerretano: abitante di Cerreto di Spoleto che la Treccani definisce letteralmente come colui il quale cavava sulla pubblica piazza i denti o vendeva rimedi che decantava miracolosi.
In seguito ai numerosi abusi empirici di chirurghi ambulanti, provenienti perlopiù dal contado di Cerreto di Spoleto, fu richiesta a coloro che esercitavano la professione la Patente di Mezza Chirurgia, vale a dire una rudimentale abilitazione che autorizzava chi ne era in possesso a procedere chirurgicamente sui pazienti.

 

Museo della Scuola chirurgica di Preci

Il chirurgo di Cerreto di Spoleto

La figura di Durante Scacchi, divenuto celebre per l’utilizzo del rasoio cauterizzatore, che limitava le emorragie, trovò in Baronio Vincenzo, illustre medico e chirurgo di Foligno nonché marito dell’aristocratica Delia Nobili da Cerreto di Spoleto, un degno successore. A Borgo Cerreto, crocevia di itinerari e viandanti, costui fece erigere un ambulatorio ospedaliero in cui esercitò per decenni la nobile professione di chirurgo e, successivamente, commissionò la realizzazione della Chiesa di Gesù e Maria, divenuta mausoleo della famiglia Vincenzi. Nella cripta del santuario sono state recuperate importanti testimonianze degli interventi effettuati dal Vincenzi: trattasi di crani che esibiscono tracce di perforazioni chirurgiche, praticate verosimilmente come esperimenti, uno dei quali mostra visibili segni di rimarginazione, comprovando l’ipotesi che il paziente sopravvisse a lungo grazie alla buona riuscita dell’intervento.

«La cittadina si presenta solenne e poderosa, con quella sua porta, il corso e la chiesa di San Francesco» (M. Tabarrini)

Vista di Monteleone di Spoleto, foto di Claudia Ioan

Storia

Posto su un colle lungo la valle del fiume Corno, Monteleone di Spoleto è tra i borghi più belli e caratteristici della Valnerina. Nei secoli, grazie alla sua posizione, ha guadagnato l’appellativo di Leone degli Appennini. Il suo territorio è inserito in uno degli angoli naturalistici e paesaggistici più gradevoli e incontaminati dell’Appennino centrale.

La città è come un piccolo scrigno che custodisce da secoli preziosi oggetti di storia, arte e architettura: vanta, infatti, antichissime origini, come testimoniano le numerose tombe ritrovate nei dintorni. Delle passate epoche di guerre e assedi rimangono numerose testimonianze, di cui la più celebre è la biga del VI secolo a.C., qui ritrovata nei primi anni del Novecento, e della quale si conserva nel museo – all’interno della Chiesa di San Francesco – una splendida copia. L’originale è invece esposto al Metropolitan Museum of Art di New York.

La cittadina, fin dall’antichità, appare al visitatore solenne in tutta la sua maestosità; testimone delle sue antiche vestigia, Monteleone ostenta al viandante tutta la fierezza della sua storia. Il paese infatti, isolato tra le brulle montagne dell’Appennino, è ricco di simboli e significati. Curioso è il ripetersi di certi numeri: tre sono le cinte murarie e, ognuna di esse, è provvista di tre porte, sei le torri e otto i baluardi della città. Il castello, cinto da solide mura, torri di vedetta e porte, conserva al suo interno la tipica urbanistica medievale e rinascimentale con case, chiese e palazzi gentilizi che si affacciano su vicoli e piazzette. Elemento caratteristico di tutto il paese è la roccia locale bianca e rossa, che rende la sua architettura unica, capace di richiamare la magica bicromia degli antichi ordini cavallereschi. Il territorio conta quattro nuclei abitativi (Ruscio, Rescia, Trivio e Butino), i quali erano legati principalmente all’attività agricola e pastorale e a celebri attività industriali, come le miniere di lignite di Ruscio e quelle di ferro, dalle quali, secondo la tradizione, fu estratta la materia prima per i cancelli del Pantheon a Roma.

Il farro di Monteleone, foto di Claudia Ioan

Eccellenze a Monteleone di Spoleto

A rendere Monteleone di Spoleto una cittadina ancora più meravigliosa è il colore ambrato che contraddistingue i suoi terreni: il farro di Monteleone è tra le eccellenze d’Italia, tanto che, grazie all’impegno dei produttori locali, è stato possibile richiedere e ottenere il marchio D.O.P (Denominazione di Origine Protetta).

Monteleone di Spoleto, foto Claudia Ioan

Chiesa di San Francesco

Varcate le mura della città, è possibile scoprire, attraverso piacevoli percorsi, importanti ricchezze storiche e artistiche, come la Chiesa di San Francesco, costruita tra XIV-XV secolo. La chiesa è l’opera più appariscente e suggestiva per complessità di storia, sviluppo, arte e fede. È un libro con santi e simbologie da scrutare e leggere con cura. Il titolo della chiesa è in realtà quello di S. Maria o meglio Madonna dell’Assunta, ma è comunemente nota col nome del poverello d’Assisi da quando intorno al 1280 vi s’insediarono i primi francescani. Infatti, fino alla soppressione del convento, l’ordine francescano in Monteleone utilizzò sempre e in ogni atto ufficiale un sigillo recante l’emblema dell’ordine sovrastato dall’immagine dell’Assunta rapita in cielo con le iniziali S(anctaeM(ariae). Vari affreschi decorano le pareti della chiesa con immagini devozionali fatte eseguire probabilmente da pittori della scuola umbra del sec. XIV.

Chiesa di San Nicola

La chiesa è posta nel punto più alto del centro storico; ha origine altomedievale, infatti i primi documenti risalgono al 1310. Presenta una pianta disposta su un’unica navata provvista di dieci cappelle con propri altari. Il soffitto è a cassettoni e ricoperto da una tela dipinta a tempera con motivi floreali. Tra le diverse opere di notevole pregio citiamo La decollazione di S. Giovanni Battista fra S. Antonio da Padova, S. Isidoro e la Maddalena, attribuita al pittore Giuseppe Ghezzi e l’Annunciazione, probabilmente opera di Agostino Masucci.

Chiesa di Santa Caterina

Nel 1310 cinque monache agostiniane, provenienti dal Monastero di S. Caterina a Norcia, chiesero al Capitolo di S. Nicola una chiesetta e una casa nella parte bassa di Monteleone per edificarvi un monastero.
Sia la casa sia la chiesa erano fuori la cerchia delle mura, costruite nel 1265. Le monache rimasero lì per quasi cinque anni. Della stupenda chiesa settecentesca, restano soltanto le mura perimetrali.

Chiesa di Santa Caterina, foto Enrico Mezzasoma

Chiesa di Santa Maria de Equo

L’ambiente interno della chiesa è tipico delle pievi campestri: al centro della chiesa è posto un altare settecentesco, ornato da una statua lignea della Madonna con Bambino; ai lati, all’interno di due nicchie, ci sono le statue lignee di S. Pietro e S. Paolo.
Lungo la parete di sinistra è raffigurato il venerabile Gilberto o Liberto, eremita qui vissuto per molti anni.


Bibliografia:

L’Umbria si racconta. Dizionario E-O, Foligno 1982 di Mario Tabarrini.

«Definire è limitare» sosteneva Oscar Wilde tracciando il profilo di un Dorian Gray, tanto dannato quanto reale. Cristallizzare in una sterile definizione ciò che i sensi riescono a percepire, equivale a svuotare la realtà della sua essenza prima, quel fondamento ontologico inteso nella sua più profonda accezione filosofica.  

Eppure, sin dai primordi della specie, l’essere umano ha sempre avvertito il bisogno di definire, di fissare. Dopo migliaia di anni tutto ha un nome. Un nome statico, che difficilmente cambierà. Eppure questa castrante catalogazione affonda le sue aride radici nel timore più grande che atterrisce l’animo umano, la paura per ciò che egli non riesce a definire e dunque comprendere. Definizioni di carta, nel vero senso della parola. Ma ci sono luoghi e visioni che si sottraggono a questa dura legge definitoria, luoghi che sembrano nascondersi e poi riapparire tra queste nebbie tanto fitte quanto rivelatrici. Ed è proprio da un luogo chiave del peregrinare umano che inizia la traversata: da uno stazzo, porto alpestre che da luogo di sosta diventa arrivo e partenza di nuove rotte, in un mare di nebbia che nasconde una terra ricca e sconfinata, abitata da abili contadini e celebri artigiani: la Piana di Santa Scolastica

Piana di Santa Scolastica

Delineare cosa sia uno stazzo nel suo aspetto fenomenico non è difficile. Linee semplici che celebrano il trionfo della funzionalità sull’estetica, in quegli ambienti tanto spartani quanto vissuti. Ma nessuno si è mai soffermato su cosa rappresenti realmente, su quel fondamento ontologico che tutti schivano perché incapaci di comprendere. Lo stazzo: epopea di una civiltà senza tempo. Definizione straordinariamente calzante che richiama alla memoria l’eroico peregrinare di Ulisse. Stazzi sorti in luoghi estremi, che non sono i luoghi dell’abitare, ma invitano l’uomo alla contemplazione del creato. Visioni che qui si manifestano con una forza quasi titanica, con una chiarezza che sembra rendere vano non solo ogni tentativo di definizione da parte dell’uomo, ma anche la sua stessa presenza. 

Eretta su fondamenta di sangue di sudore la chiesa Madonna della Neve – rudere di Castel Santa Maria e vittima dell’atroce terremoto del 1979 – sembra quasi capitolare sotto i colpi d’ascia di un laconico silenzio. Una grandiosità tanto imponente quanto muta, dove i volumi ispirano soggezione. Una pianta ottagonale in cui l’otto è universalmente considerato espressione dell’equilibrio cosmico e al tempo stesso simbolo dell’infinito, se ruotato di novanta gradi. Cicli pittorici di bramantesca ispirazione sembrano supplicare il piccolo uomo di non lasciarli nella solitudine muta dell’universo, di non abbandonarli in quei giorni di metà ottobre che annunciano l’arrivo dell’inverno. 

Piano di Santa Scolastica

Eppure nonostante i terremoti questa è un terra nella quale si riconosce una netta impronta del passato, un distacco abissale da una modernità che da queste parti viene quasi esorcizzata. E allora viene istintivo pensare a quel borgo medievale in cui architettura e memoria diventano i termini imprescindibili che ne forniscono una precisa connotazione spazio-temporale, a quel paese addormentato che prende il nome di San Marco. «Pax tibi Marce evangelista meus», recita il libro che, nell’iconografia tradizionale, il santo sembra difendere a spada tratta. Una pace che riecheggia forte tra queste antiche mura, tonante come il ruggito del leone che lo rappresenta. Immobile nella sua monumentalità, la cinta muraria del paese sembra quasi dissuadere lo straniero dall’espugnarla e invitare chi la osserva a scavalcare questi muri di medioevale memoria. Ed è proprio questo l’atteggiamento migliore, quello di aprirsi all’inaspettato, a sensazioni nascoste dietro ostacoli che non ne precludono la visione, ma la proteggono da sguardi indiscreti. Sentieri che si arrampicano tra questi colli, ma dove portano? Charles Peguy rispondeva con una domanda «Che senso ha una strada se non porta ad una Chiesa?»Già, perché quella stradina conduce proprio a un santuario, quella di Santa Maria Annunziata, tempio mariano immerso in un laconico silenzio, tra muretti a secco e querce brulicanti di formiche. Rappresentazioni sacre che si mescolano a elementi architettonici di altissimo spessore, in un santuario che ispira beatitudine; una beatitudine che non è semplice assenza del dolore, ma consapevolezza di una vita eterna, che trascende una realtà che sembra ancorarci a terra. Ma il nostro viaggio non si ferma di certo a San Marco: ricomincia proprio da quelle campagne in cui è fiorita la regola benedettina dell’ora et labora

San Marco

Proprio lasciandoci alle spalle il paese di San Marco sembra quasi che nella mente tuoni l’addio ai monti di Lucia, un addio che però è più un arrivederci. Perché l’animo umano avverte il bisogno di tornare su quei passi, di dare continuità a quelle esperienze che lo hanno delicatamente scosso, di respirare nuovamente l’essenza di questa terra, di una natura che sa essere diversa in contesti differenti. Verosimilmente la forma armonica della città di Norcia rivive in quella perfezione geometrica di campi fortificati da siepi e querce, nell’eleganza lineare di chiese e palazzi che connota quel mosaico di paesi sparsi nella campagna e uniti tra loro da un comune passato; un filo sottile che non è astensione dal futuro, ma consapevolezza della propria storia. Paesi in cui storie di vergini e santi si mescolano a sinistre manifestazioni di esseri demoniaci che la tradizione ritrae in prossimità di una quercia secolare, quella di Nottoria, a cui la comunità del posto deve la propria fama. Eppure in pochi conoscono ciò che si nasconde sotto questa terra, quel fondamento ontologico inteso nella sua più stretta accezione materiale che qui assume la forma di un’antica necropoli, luogo che trasuda un’eternità vissuta in maniera diversa, ma che conserva la sua connotazione più intima. Necropoli e cimiteri, archè e telos dell’investigare umano, di quel continuo porsi domande che accompagnerà l’uomo fino alla fine dei tempi. E forse anche oltre. 

Piano di Santa Scolastica

L’itinerario tra i sapori e gli aromi della Valnerina prosegue con altri prodotti di questa terra.

Dopo aver assaporato le lenticchie, il miele e la trota del Nera, il viaggio prosegue con altre prelibatezze nostrane.

Roveja

Questa è la storia di alcuni piccoli semi colorati, di due donne tenaci e di un barattolo di vetro. Umbria, Civita di Cascia 1998: Silvana e Geltrude, mentre riordinano la cantina della casa ricostruita dopo il terremoto del ’79, trovano un polveroso barattolo di vetro pieno di semi colorati. Sono rossi, verdi, marroni e neri, insieme a un foglietto sbiadito dal tempo con scritto a matita un nome misterioso: roveja. Trattasi di un legume che sboccia sulle alture dell’Appennino Centrale, tra i proverbi degli alberi e i misteri della montagna, per unirsi senza indugio al bouquet delle eccellenze gastronomiche umbre. Ed è proprio lo spirito selvaggio a rendere ancora più accattivante la roveja, piccolo ed eroico legume divenuto Presidio Slow Food e sopravvissuto grazie a Silvana e Geltrude allo scorrere del tempo. Così nel 2006 la roveja, antico pisello selvatico, considerato quasi erba infestante, torna a fiorire in Valnerina. O forse non aveva mai smesso.

Le norcinerie della Valnerina, foto by Officine Creative Italiane

Norcinerie

C’è un mestiere, nel cuore della Valnerina, che custodisce tra le epigrafi della sapienza umbra l’identità di un territorio dal sapore speziato, un atlante le cui pagine invecchiano sotto archi e volte di pietra scavate dal vento, tra gli echi cinerei della tradizione e della memoria: il Norcino, poeta di un’Umbria arcaica celebrata nei templi sacri dei sapori italici, tra orchestre di incensi dagli aromi primordiali. Un sentimento, quello tra uomo e suino, che da elemento antropologico diventa orizzonte culturale e identitario di una cosmologia di artigiani e scultori che conserva nella ritualità di antichi costumi il ricordo una civiltà rurale germogliata tra i sussurri del Tempo. L’uccisione del maiale, cerimoniale arcaico sbocciato le ceneri del Paganesimo, segna nel lunario contadino l’acme della ritualità agraria consegnando all’eternità della memoria popolare  pagine acri di una drammaturgia proiettata sugli orizzonti di una civiltà rurale che evoca, nello svolgimento della macellazione, fantasmi e torri di fumo appartenuti alla mitologia greca e riconducibili al culto dell’ancella Maia, divinità consacrata all’agricoltura sui cui altari scorreva il sangue dei maiali immolati in suo onore. Perpetuata con sacralità e mistica devozione la lavorazione del maiale, trionfo di sapori e di antichi sentimenti, in Umbria diventa anfiteatro di un’impenetrabile tradizione magico-superstiziosa che individuava in alcune caratteristiche delle interiora della bestia visioni profetiche e rivelatrici.

Zafferano, foto by Officine Creative Italiane

Lo Zafferano

L’arcano mistero che avvolge l’etimologia della parola Crocus Sativusdenominazione scientifica con cui viene comunemente indicato lo Zafferano, si perde nella leggenda del fanciullo Crocco che, avvolto nell’aurea letteraria delle Metamorfosi di Ovidio, si innamorò mortalmente della ninfa Smilace, per poi essere tramutato in un biondo fiore di  zafferano. Simbolo di augurio e prosperità coniugale ancora oggi, in Oriente,il Crocus Sativus viene regalato come auspicio di lunga vita in virtù delle proprietà terapeutiche e afrodisiache con cui esalta il corpo . Impiegato nel corso dei secoli per ottenere il colore giallo nella preparazione delle tonalità pastello destinate agli affreschi e per tingere vesti e tessuti, allo Zafferano vengono attribuite nobili proprietà cosmetiche e officinali. La coltivazione dello Zafferano, espressione identitaria della storia e dei costumi umbri, attinge alle esperienze di un passato importante inteso come patrimonio prezioso dal quale trarre ispirazione. Un lavoro in cui l’elemento umano è esclusivo: dalla preparazione del  terreno,alla scelta dei bulbi passando per il momento della sfioratura fino al confezionamento del prodotto finale a fare da cornice a questo arcaico cerimoniale liturgico spetta a montagne dai sapori forti, anfiteatri di roccia e calcare che potenti si stagliano all’orizzonte.


La prima parte

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