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Vi ricordate quando Samuele Bersani cantava «Dimmi dell’India. Hai più pensato a esportare la piadina romagnola?» Un progetto che è rimasto solo nella canzone e non se ne è fatto niente.

Invece c’è chi ha esportato a Tokio la torta al testo dell’Umbria e ne ha fatto un piatto di alta cucina innovativa. Lo chef Narisawa ha soggiornato in Europa per conoscere il meglio della cucina italiana, francese e tedesca. Ha visto, gustato, apprezzato, imparato e riportato nel suo Paese tanti piatti diversi, che ha trasformato secondo il suo estro e secondo una moda che vuole appagare tutti i sensi.

Dalle foreste vergini giapponesi

Così ha introdotto nel suo ristorante minimalista un prodotto raffinato, che miscela antico e moderno, e che si chiama Il Pane della Foresta. Questo pane è fatto con la farina di grano, con la polvere di castagno e con la composta di castagne giapponesi. Queste sono castagne raccolte in una foresta vergine priva di inquinanti, dove i sapori e i profumi sono espressi al loro massimo. Una novità in Giappone.
In tempi remoti ma non troppo, il castagno era chiamato l’Albero del Pane, perché dai suoi frutti si ricavava una farina nutriente e a buon mercato. Questo accadeva quando la farina di grano era cara e riservata ai ricchi, mentre la farina di castagne era lasciata ai poveri di tutt’Europa. Buona per non morire di fame.
Adesso le parti sono invertite. La farina di grano costa poco, quella di castagne è cara, stagionale e chic. Narisawa ha fatto de Il Pane della Foresta uno spettacolo da gustare.

 

Il pane della foresta

 

Primo atto.

Due forme di pasta cruda vengono portate in tavola. Sul posto si aggiungere una dose di lievito naturale e si impasta con le dita. Tutto davanti ai clienti.

Secondo atto.

I clienti osservano il miracolo della crescita della massa farinosa. In pochi minuti il futuro pane raggiunge la lievitazione prevista, quindi va cotto.  Dove?

In tavola, naturalmente.

Terzo atto.

Arriva in tavola una pentola di pietra, naturalmente caldissima – 240° gradi – dentro cui si posano le due forme di pasta lievitata.

In soli 10-12 minuti il pane è cotto.

 

Emozionante e nuovo, per i giapponesi.

 

In Umbria si fa una cosa simile dalla notte dei tempi

La prima volta che ho visto preparare questa specialità, ho immaginato Mr. Neanderthal e signora che, scoperto il fuoco, imparavano a cucinare dentro una bella grotta decorata con i graffiti. Chi vede preparare la torta al testo ne rimane affascinato.
La pasta, già lievitata, viene stesa come una pizza e appoggiata su una grande ruota di pietra che si chiama testo, posizionata all’interno del camino davanti al fuoco. Sopra la pasta viene posato un coperchio di ferro e sopra di esso sfrigola la brace arroventata. La torta-pizza cuoce sotto e sopra, mentre il fuoco del camino scalda il tutto. 10-12 minuti – come in Giappone – e la torta è pronta. La si taglia e si porta in tavola con accanto salumi e formaggi. Qui, inizia il rito umbro che prevede di aprire con le mani le fette di torta e farcirla con i salumi, come il capocollo, e mangiarla con le mani.
Come si usa dire adesso, ci si riappropria del cibo che si mangia.  Lo si manipola, si sente la consistenza e il profumo. Una bella esperienza.
Al supermercato si trova la miscela di farina lievitata per torta al testo, che in pochi minuti permette di portare in tavola una merenda sfiziosa. Dimenticavo, per cuocere in casa la torta serve una padella di ghisa piatta e spessa, che si trova ovunque. In Umbria naturalmente.

Henry James, visitando l’Umbria, scriveva: «La sua [del visitatore] prima cura sarà di non aver fretta nel camminare dappertutto molto lentamente e senza meta conservando tutto quel che i suoi occhi incontreranno».

Un pugno di parole quello che ha ispirato questo itinerario tra i sapori e gli aromi della Valnerina, tasselli di un mosaico antico, quello della tradizione umbra, che vuole raccontare la sua storia. Un viaggio per riappropiarsi del proprio tempo, nel cuore di un’Umbria che non conosce fast food. Ci sono passato, presente e futuro racchiusi nei sapori della Valnerina, terra in cui gli antichi Romani prima e i Longobardi poi hanno innalzato torri e santuari e dove, per secoli, la vita laica e quella religiosa hanno dipinto tele di borghi e città medioevali.  Sapori e tradizioni autentiche che riprendono vita in un gioco di valli e altopiani, luoghi in cui è custodito il genio dell’uomo; luoghi in cui tradizione, sapienza e ruralità si intrecciano con intense passioni, ispirazione pura e stupefacente grandezza. Percepire tutto lo stupore del viaggiatore racchiuso in un solo luogo, sentirsi avvolgere dalle meraviglie del Creato in un solo sguardo, scoprire il mistero dell’ispirazione più pura, conoscere il desiderio delle genti umbre di riflettere, a tavola, la ricchezza della loro terra: ecco perché compiere questo viaggio nei sapori della Valnerina.

La trota del Nera

Affidare il percorso dei propri passi ai sussurri del Nera significa aggiungere all’atlante che ispira questo viaggio nell’Umbria sacra pagine di una geografia lontana dal tempo, in cui la genialità dell’uomo ha saputo inchinarsi al cospetto del fiume sacro, tra i canti e le preghiere di eremi e santi che, tra le rocce dell’Appennino più selvaggio, hanno consegnato all’eternità degli altari ceneri di esperienze straordinarie. Uno scorrere primitivo, che da millenni tormenta il sonno di questi antichi ponti di pietra e che ha modellato, al ritmo che scandisce la contesa tra il sole e la luna, un paesaggio superbo, unendo il suo nome a territorio divenuto icona impareggiabile dell’Umbria fluviale. Valnerina, luogo in cui la biodiversità resiste ai colpi d’ascia delle catene agroalimentari che seppelliscono nei cimiteri della tradizione storie di lenze pescatori, uomini dai volti consunti dal Nera e della sua brezza, ultimo respiro di un fiume che rivendica la sua libertà. Ed è proprio nei silenzi armonici che il fiume trascina a valle che dimora la trota della Valnerina, ambito trofeo di pescatori provenienti da ogni dove.

 

miele_umbro

Il miele

In Valnerina, il viaggio nelle terre del sapore può iniziare da uno dei tanti valichi e confini e proseguire secondo un filo logico, o semplicemente lasciare alla casualità quale borgo o scorcio toccare di volta in volta, trovando anime diverse e aromi inaspettati. Andare per le aziende produttrici di antichi sapori, quale il miele, permette di incontrare persone, volti e storie. Acquistare direttamente dai produttori, a km zero, non garantisce soltanto la sicurezza della qualità, ma anche il confronto con chi, dall’amara fatica del quotidiano, ricava quanto di più dolce possa offrire la tavola umbra. Significa percorrere un itinerario lungo i sentieri di un paesaggio spesso incontaminato, in un presente che sa rispettare il suo passato, nelle piccole storie e, attraverso esse, nella grande Storia. Una vocazione, quella della terra umbra per questo nobile nettare, tanto prezioso quanto apprezzato, che è rifiorita, con rinnovato e vivace entusiasmo, attingendo alla fonte di una tradizione antica, come fosse una visione dalla quale trarre ispirazione. Il miele: essenza di un territorio dal passato antico, eccellenza gastronomica ricca di fascino che più di nessun’altra sa esaltare il concetto di una tradizione in cui è la qualità a prevalere sulla quantità. Una sfida delicata e appassionante, quella dell’apicoltore, il cui lavoro diventa attenta e costante premura e dove le mani si fanno lievi, quasi impalpabili.

 

legumi tipici umbri

La lenticchia IGP di Castelluccio

Se esistesse una notte degli Oscar gastronomica, sul red carpet del gusto e della tradizione le eccellenze umbre si aggiudicherebbero più di una nomination: dall’aroma più intenso alla più antica ricetta non protagonista, fino ai migliori effetti speciali. Ma se c’è una nomination che di certo non può mancare è quella per la scenografia: Castelluccio di Norcia, palcoscenico in cui a esibirsi sono sapori arcaici, dal fascino straordinariamente attuale. La ricerca delle genuinità, come nel caso della lenticchia DOP, può essere condotta solamente percorrendo lo stesso set in cui è la regia della tradizione umbra a girare le riprese: un sipario che si apre sul cuore verde d’Italia, in cui la sapienza e la creatività delle genti umbre hanno saputo mettere in scena il migliore tra i copioni.
Castelluccio di Norcia, una terra povera dai prodotti sani, sarebbe forse questo il titolo di coda migliore con cui chiudere questo cortometraggio nell’Umbria della genuinità. Nel casting della tradizione il ruolo di protagonista spetta proprio alla celebre lenticchia, leguminosa che nel freddo dell’inverno appenninico riesce a custodire una qualità ineguagliabile. Un alimento orgogliosamente made in Valnerina che, nella timidezza di un seme straordinariamente piccolo, nasconde un sapore infinitamente grande. Tenacia, creatività e sapienza hanno scritto la sceneggiatura di una terra che resiste: tenacia e sapienza perché, nonostante un territorio selvaggio per condizioni climatiche, hanno saputo conservare incorrotte le attività agricole tradizionali; la creatività perché ha dato un tocco di genialità alla reinterpretazione culinaria di questi sapori.

 

Continua…

A Spoleto da più di ventiquattro anni si celebrano i funghi e le erbe spontanee con conferenze e mostre importanti.

Da sempre la Pro Loco di Spoleto A. Busetti, come organizzatrice dell’evento, dedica spazio e attenzione all’artigianato locale. Ma con l’edizione di quest’anno si è andati oltre, promuovendo e valorizzando risorse naturali come prodotti locali da far conoscere e gustare.
Le novità della ventiquattresima edizione sono state presentate durante la conferenza stampa organizzata il 4 novembre all’ex Monte di Pietà. Grazie alla partecipazione dell’assessore alla cultura del comune di Spoleto, Ada Urbani, si è rinnovato l’interesse dell’amministrazione locale a sostenere eventi di grande qualità che, in un periodo di bassa stagione, riescono a fare la differenza e ad attrarre turisti a Spoleto. Immancabile il saluto di Maria Teresa Silvestri, presidente della Pro Loco, che ha ringraziato tutti i soci dell’associazione, ma anche gli altri enti del territorio, in particolare gli esercizi commerciali del centro e i ristoranti, che hanno contribuito a rendere la manifestazione ancora più bella. E infine c’è stato l’intervento di Laura Ridolfi, project manager dell’Associazione Sviluppo Rurale, che ha presentato il progetto MEDFEST L’eredità e l’esperienza gastronomica del Mediterraneo: come creare destinazioni turistiche sostenibili, co-finanziato dall’Unione Europea, grazie al quale si sono create importanti sinergie per la crescita di un turismo destagionalizzato a Spoleto, attraverso il ruolo fondamentale che può essere svolto delle risorse gastronomiche locali.
La mostra convegno, che è anche mostra mercato, è un evento da trascrivere nell’agenda del 2019 ormai alle porte. Da non perdere questo appuntamento culturale e gastronomico, che offre anche l’occasione giusta per scoprire una città accogliente, viva e ricca di attrazioni turistiche imperdibili.

 

Un lombardo che vive in Umbria e che racconta la Sicilia del commissario Montalbano: «In Umbria manca solo il mare, ma per me non è un problema, tanto posso vivermi quello della Sicilia quando giro la serie».

Alberto Sironi

 

Alberto Sironi è stato nostro ospite, e con lui abbiamo fatto una chiacchierata in occasione dell’evento Fa’ la cosa giusta, per scoprire tutti i segreti del commissario più famoso d’Italia. Il regista dei record – quasi vent’anni dietro la telecamera della serie con in media 10 milioni di telespettatori – si è formato alla scuola d’arte drammatica del Piccolo di Milano dove, sotto la guida di Giorgio Strehler, ha cominciato a lavorare come attore in piccole parti teatrali. Negli anni Settanta ha iniziato le collaborazioni con la Rai come sceneggiatore e regista: dopo una sequela di esperienze come regista, alla fine degli anni Novanta è arrivato il Commissario Montalbano, tratto dai romanzi scritti da Andrea Camilleri.

Ora lei vive in Umbria: qual è il suo rapporto con questa regione?

Ho sposato un’umbra e ora vivo qui. Inizialmente gli umbri sono un po’ chiusi – questo va detto – però quando poi entri in confidenza con loro si dimostrano persone cordiali. Mi piacerebbe molto raccontare una storia ambientata in questo territorio.

La sua carriera è iniziata in teatro con Giorgio Strehler: quanto le è servita questa scuola per far poi televisione?

Nei sei anni che sono stato con Strehler, al Piccolo di Milano, ho imparato una ginnastica che mi ha facilitato il lavoro in televisione; inoltre prediligo attori che hanno fatto teatro, per me è più facile lavorare con loro.

Ci sveli un segreto: cos’è che funziona di questa serie?

Questo successo prosegue nel tempo perché il pubblico ama i racconti di Andrea Camilleri. Andrea racconta i personaggi, descrive gli ambienti, narra un tipo di mondo ambientato oggi, ma che in realtà è figlio del suo mondo di tanti anni fa. I racconti così diventano in qualche modo storici. Abbiamo tolto le automobili: nei nostri film per le strade non c’è nessuno, sono deserte. Il commissario Montalbano ha una vettura che era vecchia fin da quando è uscito il primo film. Abbiamo creato una sorta di mondo magico per assecondare il modo di narrare di Camilleri. Questo è quello che ama il pubblico. Un’altra cosa che apprezza molto è la voglia di vivere bene del Commissario. Gli italiani vogliono mangiare bene, amano le donne e hanno bisogno dei loro amici. Il pubblico, quando aspetta l’uscita di un film di Montalbano, è come se aspettasse d’incontrare un amico, uno di loro.

 

Il regista Sironi con la giornalista Agnese Priorelli

Secondo lei il successo della serie trascina la letteratura o è il contrario?  

Questo è difficile da stabilire. Sicuramente noi abbiamo aiutato a vendere di più rispetto a una normale editoria, però il personaggio di Montalbano era già abbastanza popolare. Camilleri ha cominciato a scrivere nel 1997, noi abbiamo cominciato a girare un paio di anni dopo. Sono certamente due modi diversi, c’è chi ama il genere letterario chi il film, quindi non si può stabilire.

Montalbano viene trasmesso in oltre venti paesi nel mondo: si aspettava tutto questo?

Quando abbiamo cominciato nessuno poteva immaginare il successo che Montalbano avrebbe avuto in Italia e nel mondo. Oggi noi giriamo in 4K, un sistema tecnicamente evoluto, ma fino a qualche anno fa – per mia scelta – giravamo in 35 millimetri: questo ci ha permesso di avere un prodotto perfetto, con più definizione e profondità di campo. In questo modo abbiamo conquistato il mercato statunitense e non solo.

Ha mai pensato di lasciare la serie?

Fare Montalbano mi piace ancora, non credo però che durerà più di tanto, forse ancora due o tre anni.

Ci vuol raccontare qualche curiosità del dietro le quinte?

La prima che mi viene in mente è stata quando arrivò Belen Rodriguez per girare l’episodio in cui era protagonista. C’era gente ovunque ad aspettarla: quindi abbiamo deciso di farla arrivare sul set con un giorno di ritardo dal previsto e a bordo di un’ambulanza.

Montalbano sposerà mai Livia?

No, non la sposerà mai. (ride)

 

Il pubblico arrivato per Alberto Sironi

Da regista, come racconterebbe l’Umbria?

L’Umbria dovrebbe uscire dal solito cliché dei borghi medioevali. Mi piacerebbe raccontare una storia che vada oltre, ambientata in un altro periodo storico. Questa regione ha molto da dire. Mi basterebbe avere un buon copione.

Per finire: cosa vuol dire per lei Fare la cosa giusta?

Lavorare sempre con impegno.

I depositi di un museo sono luoghi che nell’immaginario collettivo prendono spesso la forma di polverosi magazzini pieni di opere meravigliose, a volte sottratte alla vista del pubblico. Alcune di esse vengono esposte in sostituzione di altre temporaneamente in prestito o in restauro, altre aspettano ancora la visita di studiosi o conoscitori che possano studiarle e meglio valorizzarle, altre infine, pur pregevoli e talvolta bellissime, portano su di sé troppe offese del tempo perché possano essere esposte al pubblico.

Giovanni Baronzio. Imago Pietatis. Terzo quarto del XIV secolo

 

La Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia completa il suo programma di celebrazioni per i suoi primi cento anni di vita con una mostra visibile fino al 6 Gennaio 2019 dal titolo: L’altra Galleria. Opere dei depositi, che porta alla luce proprio le opere meno conosciute. La mostra offre al visitatore l’opportunità di scoprire opere inedite tra le bellezze pittoriche del Duecento fino alla metà del Cinquecento.

Tecniche all’avanguardia

Le opere sono state dapprima oggetto di indagini diagnostiche e interventi conservativi, grazie a un’équipe di specialisti di restauro del territorio umbro e toscano che hanno usato sistemi innovativi di pittura e metodologie conservative all’avanguardia. Nuove attribuzioni, nuove datazioni e scoperte sulla provenienza: la tecnica e i vecchi restauri hanno consentito di precisare la carta d’identità di ciascun manufatto e di poterne valutare al meglio le qualità.
Cesare Brandi diceva: «Il restauro costituisce il momento metodologico del riconoscimento dell’opera nella sua consistenza fisica e nella duplice polarità estetico-storica, in vista della sua trasmissione al futuro».

 

Madonna in trono con il Bambino tra i santi Giovanni Battista e Benedetto. Eusebio da San Giorgio. 1506-1508

La scoperta

Sono così riemersi colori sgargianti nascosti da spessi depositi di sporco e da pesanti strati di vernice ingiallita, come nel Crocifisso e Santa Maria Maddalena di ambito folignate, nella Madonna con il Bambino, San Girolamo e Sant’Antonio da Padova di Matteo di Giovanni o nel Dio Padre e Angeli di Mariano di Ser Austerio. Policromie inedite sono affiorate da tavole fortemente danneggiate a causa di puliture eseguite con sostanze aggressive; sono stati inoltre scoperti dettagli di intensa suggestione, come le stimmate sulle zampe dell’Agnello Mistico o la preghiera della Vergine incisa dall’autore della Santa Caterina.

 

Le beate margherita da Città di Castello, Margherita d’Ungheria, angnese da Montepulciano. Ludovico di Angelo mattioli. Inizio del XVI secolo

Il percorso

L’altra Galleria si configura pertanto come un ampliamento del percorso museale della galleria perugina, nella quale troviamo nomi già conosciuti – come Giovanni Boccati, Bartolomeo Caporali e Perugino – assieme a figure che invece fanno ritorno dopo molto tempo nel circuito espositivo, o vi fanno la loro prima comparsa, come il Maestro dei Dossali di Subiaco, Melozzi da Forlì, Meo da Siena, Allegretto Nuzi, Rossellino di Jacopo Franchi, Eusebio da San Giorgio, Berto di Giovanni, Domenico Alfani e Dono Doni.
Nel percorso espositivo sono visibili anche alcuni affreschi staccati dal monastero di Santa Giuliana in origine presenti nel coro, nel refettorio e nell’aula capitolare della chiesa stessa. Da questi ambienti proviene l’affresco con la rara raffigurazione di San Galgano.
La mostra offre al visitatore un’occasione unica e speciale per ammirare una raffinata selezione di tavole di autori appartenenti all’epoca d’oro della scuola umbra.

INGREDIENTI:
  • 1 filone di pane raffermo
  • 400 g di mele
  • 50 g di uva secca
  • 50 g di cacao amaro
  • Farina q.b.
  • 1 scorza grattugiata di limone (solo la parte gialla)
  • 1 bicchierino di Mistrà
  • 1 cartina di lievito per dolci (dose da 1 kg)
  • olio per ungere la tortiera

 

 

PREPARAZIONE

Fate cuocere in acqua il filone di pane fatto a grossi pezzi, scolatelo e passatelo al passatutto. Mescolatelo con le mele tagliate a fettine sottili, l’uvetta, il cacao, la scorza di limone, Mistrà e farina in quantità sufficiente a ottenere un impasto di media consistenza; quindi unite il lievito in polvere. Ungete una tortiera, versatevi il composto in uno strato alto un paio di centimetri. Infornate e fate cuocere a 180° C per 40 minuti circa.

 

Questo dolce si consumava per la vigilia dei Morti a Foligno. Qualcuno lo chiama fregnaccia, ma con tale nome si definisce anche una torta di farina di granoturco e frutta secca.

 

Per gentile concessione di Calzetti-Mariucci Editore.

Tra le eccellenze dell’Umbria non poteva mancare il Circuito Umbrex, un circuito di credito complementare per le aziende che desiderano promuovere e incrementare le proprie attività. Chiediamo a Fabiola De Toffol, co-founder di Umbrex, di spiegarci meglio di cosa si tratta.

 

Il Circuito Umbrex è il mercato complementare che accoglie operatori economici interessati a promuovere le proprie attività nel territorio regionale. Grazie ai prodotti e servizi messi a disposizione dal Circuito, possono farsi conoscere, incrementare le vendite, disporre di un conto corrente aggiuntivo su cui far transitare almeno il 25% del valore degli affari generati all’interno del Circuito Umbrex; ma anche disporre di un’anticipazione in conto corrente, proporzionale al giro d’affari presumibilmente realizzabile all’interno del Circuito per sostenere spese aziendali correnti o nuovi investimenti.
Ѐ una innovativa modalità di referral marketing che utilizza strumenti e servizi pensati per far circolare ricchezza nel territorio in cui si lavora, ed è sostenuta dalla fiducia reciproca tra imprenditori che li utilizzano. Gli iscritti possono acquistare e vendere beni e servizi tra loro utilizzando un’unità di conto denominata Umbrex, sempre paritetica al valore di beni e servizi in euro, non convertibile e perciò estranea a dinamiche finanziarie speculative come quelle proposte da alcune criptovalute divenute ormai famose. L’economia in Umbrex è quindi economia reale, fatta di imprese e persone che hanno interesse a promuoversi e vendere in Umbria e nelle altre undici regioni in cui i circuiti sono presenti.

 

Il modo migliore per raccontare Umbrex è sicuramente presentare chi lo ha scelto e lo utilizza. Può presentare ai nostri lettori un’azienda aderente al Circuito che possa raccontare la sua esperienza?

 

Tra le aziende che hanno scelto di aderire, c’è Connesi Spa, che propone servizi internet e telefonia in fibra ottica, wireless e xDSL. Chiediamo a Nicolò Bartolini, direttore commerciale, di raccontarci chi è Connesi e perché ha scelto l’innovazione proposta da Umbrex.

Connesi è una realtà nata quattordici anni fa a Foligno e offre servizi di telecomunicazione, internet, telefonia e cloud. Lavoriamo per colmare il gap dell’ultimo miglio che da sempre colpisce le aziende regionali, creando problematiche relative alla velocità dei servizi internet. La Connesi offre i suoi sevizi di telecomunicazione sia su fibra ottica di nostra proprietà, progettata e realizzata da noi, sia tramite ponti radio con licenze acquisite dal Ministero dello Sviluppo Economico in diritto esclusivo, oltre a servizi Adsl o vdsl. La Connesi, a differenza dei grandi operatori, crea un servizio sempre su misura del cliente, andando ad analizzare la sua situazione e realizzando un’infrastruttura e un collegamento che possa soddisfare le effettive esigenze dell’azienda. La Connesi ha scelto Umbrex come sistema di marketing referenziale, che le ha permesso di venire in contatto con tantissime aziende del territorio umbro. Dopo diversi mesi, possiamo dire che è stata – e speriamo continuerà a essere – un’ottima esperienza sia da un punto di vista relazionale sia dal punto di vista dei risultati ottenuti.

 

Ѐ interessante l’opportunità offerta agli operatori economici della regione di acquistare servizi internet da un fornitore locale, considerando anche che, in un circuito come Umbrex, alcuni valori come la preferenza della spesa di prossimità vengono sollecitati, trattenendo risorse che altrimenti uscirebbero dai confini dell’economia regionale. Si promuovono rapporti diretti tra imprenditori, che gettano le basi per una rete del fare insieme.
Aziende come Connesi Spa possono aiutare a rendere operativa la rete delle connessioni, soprattutto in ambito di economia digitale, perché di questo si tratta; e operando all’interno del Circuito Umbrex esiste la possibilità di unire alla comprensione delle nuove frontiere del business una base valoriale solida.

«L’Umbria? Il suo punto di forza è la concretezza e il carattere solido; la sua debolezza è la troppa chiusura».

Giuliano Giubilei, perugino DOC, giornalista ed ex vicedirettore del Tg3, racconta la sua Perugia, dove è nato e dove ha mosso i primi passi da cronista di Paese Sera; la città con la quale mantiene un forte legame, nonostante i quanrant’anni di lontananza: «Vivo a Roma da tanto tempo, ma non dimenticherò mai il vento di Tramontana in Corso Vannucci. Il rapporto con questi luoghi non si è mai interrotto: un perugino resterà sempre un perugino, anche se vive da tanti anni in un’altra città».

Quindi non posso che farle come prima domanda: qual è il suo legame con questa regione?

Sono nato a Perugia e, nonostante non viva più in città da circa quarant’anni, ho mantenuto un forte legame: ho un rapporto con questi luoghi che non si è mai interrotto. A Perugia ho avuto le mie prime esperienze, anche lavorative; ho avuto i miei primi amici e ho vissuto la mia formazione di uomo: dopotutto, quando sono andato via avevo venticinque anni. Chi nasce in Umbria resta umbro per sempre, anche se da anni vive in un’altra regione: un perugino di nascita non diventerà mai un romano d’adozione.

 

Festiva delle Nazioni

Giuliano Giubilei sul palco del Festiva delle Nazioni

Lei è presidente del Festival delle Nazioni di Città di Castello: che importanza hanno questo tipo di manifestazioni per la regione?

Sono importantissime, fanno conoscere l’Umbria in Italia e nel mondo. Tre su tutte sono fondamentali: parlo di Umbria Jazz, del Festival dei Due Mondi di Spoleto e del Festival delle Nazioni di Città di Castello. Sono le manifestazioni meno provinciali, che rendono il territorio vivo e che gli permettono di uscire dal confine e farsi apprezzare al di fuori. Il Festival delle Nazioni, ad esempio, punta – con la sua formula – a far conoscere musicisti internazionali dei quali, altrimenti, non avremmo potuto apprezzare la musica. Ogni edizione è dedicata a una nazione e questo permette di portare in Umbria artisti che altrimenti non sarebbero mai venuti. Il festival è anche molto frequentato da stranieri, che in estate abitano l’Alta Valle del Tevere e tutta la regione.

Com’è andata questa ultima edizione?

Un vero successo! Lo scorso anno abbiamo festeggiato i cinquant’anni con un numero di spettatori e d’incassi da record. Beh, quest’anno è andata ancora meglio. La prossima edizione sarà la dodicesima sotto la mia direzione e pensiamo di ospitare la Cina. In passato solo in due occasioni siamo usciti fuori dall’Europa, ospitando Israele e Armenia. Con la Cina vogliamo espanderci ancora di più.

Cosa serve all’Umbria per fare quel salto in avanti e togliersi la nomea di sorella minore della Toscana, sia in campo infrastrutturale sia in quello culturale?

Non trovo che l’Umbria sia la sorella minore della Toscana, non è inferiore a nessun’altra regione. La politica regionale ha investito molto nella cultura e nel favorire i vari festival ed eventi; ovviamente si può sempre fare di più. Per quanto riguarda le infrastrutture, il servizio ferroviario va sicuramente potenziato: Roma sembra lontanissima, in più – oltre al fatto che ci vogliono due ore e mezzo per raggiungerla da Perugia – alla stazione Termini il binario d’arrivo si trova a 700 metri dal terminal. Qualche giorno fa sono venuto a Perugia con il treno; al ritorno ci hanno fatto scendere al binario est e ho fatto quasi un chilometro a piedi per arrivare alla metropolitana: praticamente è come se fossimo scesi a Orte (ride). Inoltre, si deve puntare a migliorare anche l’aeroporto: l’Umbria non si può isolare!

Con l’occhio da giornalista, qual è il suo parere su Perugia e sulla regione? Quali sono i suoi punti di forza e le sue debolezze?

La sua più grande debolezza è la sua chiusura. Le racconto un aneddoto: mi sono laureato in Storia Contemporanea con la professoressa Fiorella Bartoccini, che era un nome prestigioso e un personaggio di spicco all’Università di Perugia. Un giorno mi disse: «Sai che non sono mai stata invitata a cena da un perugino?» Questo è per far capire cosa intendo per chiusura. L’Università stessa ha perso, nel corso degli anni, nomi di alto livello tra gli insegnanti. Tra i punti di forza invece c’è il carattere concreto e solido degli umbri. I perugini, in particolare, non vogliono essere servi di nessuno. Si direbbe che non vogliono stare sotto padrone.

Ha qualche aneddoto legato al suo lavoro e a Perugia?

Vi racconto la mia super raccomandazione per iniziare a fare il giornalista. Nel 1973 sono entrato a Paese Sera: la testata aveva una sede locale e con me muovevano i primi passi in questo settore Lamberto Sposini, Alvaro Fiorucci e Walter Verini. Un giorno, mentre passeggiavo per Corso Vannucci, un mio amico mi disse: «Mi hanno preso a lavorare come giornalista a Paese Sera ma a me non piace, non è che vuoi andare al mio posto?» Ovviamente, accettai al volo. Ecco la mia raccomandazione! Mi occupavo prima di cronaca giudiziaria, poi di politica comunale. Perugia, negli anni Settanta, era una città molto vivace, piena di cultura; c’era un rapporto stretto tra la comunità e gli stranieri presenti. Poi ha avuto un cambiamento fisiologico come tutte le altre città italiane, ma deve tornare a ricoprire il ruolo di capoluogo di una regione importante, sia in abito culturale sia sociale.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Chi viene vuole sempre tornare, serena e con paesaggi modellati dall’uomo.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Le mattine fredde, sferzate dalla Tramontana in Corso Vannucci.

In tempi di crisi come quelli che stiamo vivendo, è fondamentale elaborare proposte in grado di rilanciare l’economia tramite l’individuazione di nuove opportunità di lavoro, specie giovanile.

Mai come in questi tempi, ci si sta muovendo verso il recupero di pratiche e attività preziose, in alcuni casi quasi dismesse, se non fosse per vecchi artigiani che continuano a perpetrare mestieri basati su manualità, ingegno e creatività. Oggi si riscopre il valore di questi mestieri che rappresentano un autentico patrimonio da sfruttare e reinventare, coadiuvandolo con le opportunità messe a disposizione dalle nuove tecnologie.
Non sfugge come l’artigianato – che già rappresenta in Europa uno dei più importanti settori economici e che impiega il 66% della forza lavoro – possa anche costituire, sempre meglio e sempre di più, una risorsa per la valorizzazione turistica di un territorio.

 

Il progetto

Per questo l’associazione Botteghe Artigiane del Centro Storico – Articity, nell’ambito della sua mission di preservare e sviluppare le attività artigianali artistiche, ha partecipato al progetto Erasmus+New Technologies for Handicraft – insieme a un altro partner perugino, Infolog e ai partner europei Inneo della Polonia, Svefi della Svezia e Epralima.del Portogallo, per la creazione di una piattaforma e-learning Moodle, in grado di offrire corsi gratuiti sia sulla pratica artigianale che sulla gestione d’impresa.
Il Progetto nasce proprio dalla consapevolezza delle enormi potenzialità del settore H&Ha (Handicraft e Art handicraft) che, oltre a possedere uno specifico valore culturale e sociale, rappresenta un’importante opportunità occupazionale grazie anche agli sviluppi tecnologici e alle “contaminazioni” che lo stanno interessando: aumento della connessione con il design, nuovi strumenti di promozione e vendita (digital marketing, e-commerce…), stampa 3D, ecc…

Percorsi formativi

La piattaforma e-learning offre percorsi per la formazione professionale (VET) nel settore H&Ha, in grado di proporre una varietà di opportunità per i discenti: miglior posizione nel mercato del lavoro, creazione di nuovi business, successi personali e autostima.

 

I corsi prevedono tre moduli principali:

  • design per l’artigianato
  • uso di ICT per la promozione e vendita nel web per H&Ha
  • nuove tecnologie per H&Ha (specie stampa 3D)

 

Le lezioni sono integrate con elementi multimediali e video che illustrano le tecniche che artigiani esperti hanno deciso di condividere con le nuove generazioni. I prossimi 18 e 19 ottobre presso all’Auditorium Santa Cecilia a Perugia, verrà organizzato l’evento conclusivo del progetto – Artigianato, come cambia il racconto – in cui sarà presentata ufficialmente la piattaforma, alla presenza di tutti i partners europei.

 


Per informazioni: Articity, telefono: 3935145793.

«Attraverso il corpo si possono esprimere molte più emozioni che con le parole».

Nicola (19 anni) e Daniele (16 anni) Zampa sono due fratelli di Bastia Umbra – entrambi ballerini presso la scuola Asso di Cuori – che con le rispettive compagne Lucrezia Bacchi (20 anni) e Aurora Alunni Bistocchi (16 anni) danzano sulle piste da ballo, cercano di trasmettere a tutti la loro passione. Una passione che, nonostante di tanti sacrifici e le tante ore di allenamento – quattro giorni a settimana per tre ore al giorno – resiste da tempo, da quando erano bambini.

 

Daniele e Aurora

I primi passi da piccoli

«Ho iniziato a ballare quando ero in prima elementare: stavo sempre con un mio amico che già praticava ballo: per stare con lui e per fare del movimento ho iniziato anche io. Mi è piaciuto subito e da qual momento non ho più smesso», racconta Nicola.
Per Lucrezia invece tutto è cominciato quando aveva 10 anni, grazie alla mamma. «Io volevo fare tutt’altro, ad esempio nuoto, poi una sera sono andata – così per curiosità – in una scuola di ballo, c’era un ballerino libero e da quel momento tutto e iniziato. L’incontro con Nicola è avvenuto dopo: non avevo più un partner da qauttro mesi, allora sono venuta a Bastia alla scuola Asso di Cuori. Neanche lui aveva una compagna, così si è formata la nostra coppia».
Una coppia che si basa sulla fiducia reciproca: «Fondamentale è instaurare anche un rapporto fuori dalla pista da ballo. Per avere feeling ci vuole tempo, ma è importante conoscersi bene» prosegue Lucrezia.
La coppia Nicola e Lucrezia ha partecipato la scorsa primavera ai campionati mondiali di Danza Sportiva a Mosca categoria Under 21. I due ragazzi sono statati scelti – insieme ad altri dieci atleti – dalla Federazione italiana Danza Sportiva per rappresentare l’Italia, dopo essere arrivati secondi nella Combinata 10 danze under 21 ai Campionati Italiani.
Anche Daniele e Aurora – nonostante la giovane età – hanno vinto il Campionato Italiano junior, che gli ha consentito di partecipare al Mondiale in Romania classificandosi sedicesimi, mentre con la vittoria del Campionato Italiano combinata 10 danze hanno rappresentato l’Italia al Mondiale in Moldavia, piazzandosi al quattordicesimo posto.

 

Nicola e Lucrezia

Sulle orme del fratello

Daniele ha seguito le orme del fratello e a 5 anni ha mosso i primi passi di danza: «Cercavo uno sport da praticare e mio fratello aveva da poco iniziato questa disciplina: ho provato, mi è piaciuto, ero bravo, e così ho continuato. Inizialmente ballavo con mia cugina, poi per questione di altezza ci siamo scoppiati, così ho incontrato Aurora; anche lei in quel momento non aveva un ballerino: tra noi c’è stato subito feeling. Questo è fondamentale, alla base del rapporto ci deve essere fiducia, bisogna capirsi al volo, anche solo con uno sguardo: in pista con una semplice occhiata occorre trasmettere al partner quello che si vuol fare. Tutto questo è possibile grazie a un rapporto molto stretto tra noi». La storia da ballerina di Aurora è iniziata invece con la danza classica, quando aveva 4 anni. «Avevo una scuola vicino casa, dopo la danza classica ho scoperto le danze standard e così mi sono appassionata».

 

Daniele e Aurora

Emozioni in pista

Quello che i quattro ballerini tengono a precisare è la grande passione che mettono in questo sport, che unisce eleganza, ritmo, concentrazione e voglia di divertirsi. «Quando sei in gara non pensi più a nulla, quel che è fatto è fatto: vuoi solo divertirti. Quando parte la musica provi solo tante emozioni e pensi solamente a ballare, cerchi di trasmettere tutto ciò che hai dentro. Il ballo è qualcosa di veramente passionale, attraverso il corpo si possono esprime molte più cose che con le parole», spiega Nicola. Della stessa opinione è la sua ballerina Lucrezia: «Quando ballo non penso a niente, cerco solo di esprimere e di trasmettere quello che provo in quel momento. Ai passi non penso, dopo tante prove vengono in automatico».
Anche per Aurora l’esprimere emozioni è fondamentale: «Quando entri in pista devi mettercela tutta e devi dare il meglio di te. Io cerco sempre di trasmettere – a chi mi sta guardando – quello che provo: che sia felicità, rabbia e soprattutto passione. Quest’ultima è il motore che ci dà la spinta a fare i tanti sacrifici che facciamo».
Per ora tra i due fratelli non c’è competizione, come specifica Nicola: «Ancora non abbiamo mai gareggiato contro per una questione anagrafica, ma quando lo faremo, non si faranno sconti. In pista non si guarda in faccia a nessuno».
E quindi non resta che aspettare il derby di casa Zampa!

 

Nicola e Lucrezia

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