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«Il set de Il Nome della Rosa era come una grande famiglia; ho avuto la fortuna di avere un grande rapporto con John Turturro e con tantissimi attori. Il mio è un lavoro che quando lo fai ti ruba la vita, ma che quando finisce ti manca moltissimo».

Ciak dopo ciak Luca John Rosati si sta facendo strada nel mondo del cinema. Lavora a Roma da 15 anni e ha affiancato, come aiuto regista, direttori del calibro di Ridley Scott, Gabriele Muccino, Carlo Verdone, Sam Mendes… solo per citarne alcuni. La sua ultima fatica è la serie tv internazionale Il Nome della Rosa, in onda in questi giorni su RaiUno, dove Luca ha aiutato il regista Giacomo Battiato. «Durante le riprese mi sono occupato di tutto. Ho scelto con il casting ogni singolo monaco». Con Perugia – sua città natale – e l’Umbria ha un rapporto di amore e odio e non si risparmia qualche tirata d’orecchie.

 

Il cast de Il Nome della Rosa

Qual è suo legame con l’Umbria?

È un legame di amore e odio. Mi piacerebbe fare qualcosa di concreto per la mia città e la regione, sfruttando anche le mie conoscenze – spero un giorno di poterlo fare. Perugia è la città dove sono nato e mi dispiace vedere alcune dinamiche che non cambiano mai: si presentano sempre i soliti screzi – anche politici – che non portano nulla né alla città né alla regione. Tutto questo lo dico e lo ribadisco, perché ho grande affetto per questi luoghi.

Concretamente cosa vorrebbe fare o cosa dovrebbero fare?

Innanzitutto, occorre parlarsi e trovarsi insieme: Regione e Comune dovrebbero andare nella stessa direzione. La cultura è una, è apolitica; lavorare divisi in quest’ambito non serve assolutamente a niente. Si fa un passo in aventi e due indietro. È un’analisi che faccio perché queste dinamiche le noto quando torno a Perugia: percepisco poco entusiasmo in città e sembra sempre che non ci interessi nulla. È un atteggiamento molto provinciale. Tutto questo lo soffro molto, perché sono una persona che si esalta in tutti i progetti che fa. Ripeto, la mia è una critica per cercare di spronare. La gente –  non solo in Umbria – si dovrebbe riabituare alla cultura, interessare e la si dovrebbe vivere maggiormente.

L’Umbria nel suo piccolo ha comunque molti eventi culturali…

Sì, ma ne servono ancora di più. Va bene Umbria Jazz e tutti gli ospiti che attira, ma credo che le parti politiche, anche se opposte, dovrebbero – almeno sulla cultura – andare nella stessa direzione, senza pizzicarsi od ostacolarsi.

Come racconterebbe l’Umbria solo con qualche inquadratura?

Lo farei attraverso il lago Trasimeno, il monte Subasio, Assisi e soprattutto immortalando il verde. I panorami che abbiamo noi sono unici. Anche il centro di Perugia è bellissimo e bisognerebbe mantenere questa bellezza anche nelle periferie, costruendo con molto più criterio e con buon gusto architettonico, come sta avvenendo ultimamente a Milano, per fare un esempio.

Parliamo ora del suo lavoro: quand’è che ha messo piede per la prima volta in un set?

La mia prima volta è stata nel 2006 con la serie Roma dell’HBO. Avevo appena finito la scuola di regia cinematografica.

Com’è andata?

È stato un impatto molto forte, anche perché si trattava di una produzione americana. Ho iniziato subito a livelli molto alti. Il set di Roma era grandissimo, la produzione molto importante, così come gli attori: devo dire che è stato un bel debutto, ma allo stesso tempo molto impegnativo; spesso ci si svegliava alle 4 di mattina per girare e si tornava a casa alle 21.

Cosa fa in concreto un aiuto regista?

Il regista consegna una sceneggiatura e l’aiuto regista crea il piano di lavoro e di programmazione. Nelle produzioni americane siamo anche più di uno. Il primo aiuto regista è colui che crea la squadra, che prepara il set o che si occupa della chiusura di una strada se si deve girare un’esterna. Io sono abituato a fare tutto, sono un jolly. Ad esempio, per Il Nome della Rosa con l’addetto ai casting ho scelto ogni monaco, faccia per faccia.

Ha lavorato con grandi registi come Ridley Scott, Gabriele Muccino, Carlo Verdone, Sam Mendes e molti altri: cosa ha imparato da loro, cosa gli ha “rubato” artisticamente?

Quello che mi ha colpito di loro è stata la grande umanità e la loro conoscenza della macchina cinema. Hanno un grande rispetto nei confronti di ogni singola maestranza, in un set ci sono tanti lavori, tutti importanti. Tutto deve funzionare perché i tempi sono sempre ristretti e, per questo, è fondamentale il rispetto per ogni lavoratore, dalla punta alla base della piramide. Nel cinema si ha che fare con tante e diverse persone, questo ti apre molto la testa, ti dà una visione del mondo più ampia.

 

Luca John Rosati e Carlo Verdone

Lei ha preso parte come aiuto regista alla serie tv Il Nome della Rosa diretta da Giacomo Battiato: cosa si è portato a casa da questa esperienza?

Il set era diventato come una grande famiglia. Ho avuto la fortuna di avere un grande rapporto con John Turturro e con tantissimi attori italiani e stranieri, si era creata una squadra molto unita. Quando poi tutto è finito, ho sentito subito la mancanza: un impegno e un lavoro che quando lo fai ti ruba la vita, ma che quando finisce ti manca moltissimo.

È soddisfatto del lavoro svolto?

Il prodotto è di alta qualità e sarà sicuramente più apprezzato all’estero che in Italia: non vedo l’ora di vedere come sarà accolto in Inghilterra. Noi siamo abituati a prodotti più scadenti e siamo un pubblico più tradizionale. Il successo che sta avendo non è poi così lontano da serie più nazionalpopolari, non c’è stato – finora – un risultato di pubblico sconvolgente.

Perché secondo lei?

Come dicevo siamo abituati a prodotti più scadenti e vedere Il Nome della Rosa crea quasi una sorta di disturbo rispetto alla semplicità narrativa e costruttiva di altre serie. Altre produzioni ti impongono più qualità e ciò deve essere da stimolo, altrimenti le cose resteranno sempre come sono.

Ci racconti qualche curiosità legata alla serie…

Le riprese realizzate a Perugia, ad esempio, sono state difficili: la mattina sembrava piena estate, poi nel pomeriggio è arrivato un acquazzone improvviso e abbiamo dovuto riprendere John Turturro con una luce totalmente diversa rispetto alle immagini già girate. Ma questo è il bello del cinema!

 

Uno scatto con John Turturro

Ha mai pensato di realizzare un film tutto suo?

Ho dei progetti, le idee sono tante, ma vorrei aspettare il momento giusto e capire se quello che ho in mente può funzionare. Qualcosa, sicuramente, verrà fuori… Va detto che, per fare un film, ci vuole tantissimo tempo e io in questo momento ne ho avuto veramente poco. Quando deciderò, dovrò fermarmi un attimo e lavorare a tempo pieno al progetto, dovrà essere un prodotto forte al quale crederò molto.

C’è un regista con il quale le piacerebbe lavorare?

C’è e ho già avuto il piacere di lavorarci: è Wes Anderson. Ho lavorato in un cortometraggio che si chiama Castello Cavalcanti, diretto da lui.

E un attore che vorrebbe dirigere…

Emilia Clarke è un’attrice che mi piacerebbe dirigere. La conosco, ho già lavorato con lei in Voice from the Stone, film americano girato tra la Toscana e il Lazio. È un’attrice e una persona fantastica.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Pace, libertà, casa.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Le amicizie.

«Pulchra sabina Preces Prisca chirurgis patria» (Preci, il bel castello sabino, antica patria dei chirurghi).

Così esordisce nel Subsidium medicinae Durante Scacchi, capostipite e antesignano della secolare scuola chirurgica preciana.

Un passato controverso quello castoriano, che riecheggia tra le pievi e i santuari di una valle dal fascino arcano; terra di eremiti, percorsa dall’energia primordiale dei Monti Sibillini che, nel culto dei dioscuri Castore e Polluce – patroni della medicina classica – cela echi di gloriose vestigia pagane. È lecito chiedersi il perché, nel cuore della Valnerina, sorse una tradizione chirurgia senza eguali in Europa: basti pensare che nel 1700 Durante Scacchi liberò dal tormento della cataratta sua maestà Elisabetta I, regina di Inghilterra.

La scuola preciana

Tuttavia attribuire alla genesi della scuola preciana all’evangelizzazione anacoretica operata dagli eremiti siriani in Valnerina equivarrebbe a collocare le origini della tecnica chirurgica in un contesto storico-antropologico troppo lontano nel tempo. Appare dunque logico ricollegare sviluppo e decadenza dalla scuola preciana all’ascesa, e parallelamente, al declino, della vicina Abbazia di Sant’Eutizio, roccaforte anacoretica in cui a veleggiare furono i vessilli di Benedetto da Norcia, patrono d’Europa.
Perché la tecnica chirurgica conobbe in Preci e nella Valle Castoriana un fertile terreno su cui svilupparsi? La risposta va individuata nel tessuto socio-antropologico del luogo e nella specializzazione dei preciani nella mattazione del maiale, da cui ne derivarono profonde competenze anatomiche, tradotte successivamente nell’asportazione di cisti e calcoli.

 

Museo della Scuola chirurgica di Preci

 

Eppure nel percorrere questo viaggio nella storia della chirurgia preciana occorre distinguere nettamente i due orientamenti in cui si articolava la celebre corporazione dei chirurghi: se da una parte campeggiava il pensiero empirico – che trovava supporto in chirurghi provetti che tornavano all’amata Preci dai borghi di tutta Europa in cui dispensavano la secolare sapienza umbra – dall’altra spiccano austeri profili di chirurghi di professione, figli dell’élite cittadina e dell’erudizione accademica. Particolare menzione, nella disputa tra gli empirici e i professionisti della chirurgia, merita una citazione del Durante Scacchi, sostenitore del pragmatismo scientifico e dell’applicazione tecnica: «La dottrina cederà alla dotta mano».

La nascita del ciarlatano

Ed è proprio all’interno di questo scenario socio-antropologico che la figura del chirurgo preciano entra inevitabilmente in collisione con uno dei personaggi più dibattuti ed enigmatici del suo tempo: il ciarlatano, da cerretano: abitante di Cerreto di Spoleto che la Treccani definisce letteralmente come colui il quale cavava sulla pubblica piazza i denti o vendeva rimedi che decantava miracolosi.
In seguito ai numerosi abusi empirici di chirurghi ambulanti, provenienti perlopiù dal contado di Cerreto di Spoleto, fu richiesta a coloro che esercitavano la professione la Patente di Mezza Chirurgia, vale a dire una rudimentale abilitazione che autorizzava chi ne era in possesso a procedere chirurgicamente sui pazienti.

 

Museo della Scuola chirurgica di Preci

Il chirurgo di Cerreto di Spoleto

La figura di Durante Scacchi, divenuto celebre per l’utilizzo del rasoio cauterizzatore, che limitava le emorragie, trovò in Baronio Vincenzo, illustre medico e chirurgo di Foligno nonché marito dell’aristocratica Delia Nobili da Cerreto di Spoleto, un degno successore. A Borgo Cerreto, crocevia di itinerari e viandanti, costui fece erigere un ambulatorio ospedaliero in cui esercitò per decenni la nobile professione di chirurgo e, successivamente, commissionò la realizzazione della Chiesa di Gesù e Maria, divenuta mausoleo della famiglia Vincenzi. Nella cripta del santuario sono state recuperate importanti testimonianze degli interventi effettuati dal Vincenzi: trattasi di crani che esibiscono tracce di perforazioni chirurgiche, praticate verosimilmente come esperimenti, uno dei quali mostra visibili segni di rimarginazione, comprovando l’ipotesi che il paziente sopravvisse a lungo grazie alla buona riuscita dell’intervento.

«Spesso chi non arriva prima cede, io non ho mai mollato: gara dopo gara, anche guardando dalle tribune perché ero stato eliminato. Ho lavorato tanto, mi piace allenarmi, e ora sono qui da Campione del Mondo».

Alessio Foconi ama il cinema, la carbonara e urlare «daje!» alla fine di ogni gara. Per il fiorettista ternano – che ha iniziato ad allenarsi all’età di sei anni con la società Circolo della scherma di Terni – il 2018 è stato l’anno dei record. Ha vinto il titolo individuale nel Mondiale, il titolo mondiale a squadre ed è diventato il numero uno nel ranking, aggiudicandosi così la Coppa del Mondo 2018. Anche quest’anno è partito alla grande con diversi podi, conquistati nelle tappe che portano alla vittoria del trofeo più prestigioso.
Alessio però ha ben saldi i suoi obiettivi e non si culla con i risultati ottenuti, puntando diritto con il suo fioretto alle Olimpiadi di Tokyo 2020. «Ad aprile iniziano le qualificazioni, cercherò di non farmi prendere dalla paura che solo il nome evoca».

 

Alessio Foconi bacia la sua coppa del mondo

Alessio, qual è il suo legame con l’Umbria?

È un legame forte, sono molto affezionato sia a Terni sia all’Umbria. Le mie origini sono qui e credo che sia una delle regioni più belle d’Italia: non posso non apprezzare questi luoghi.

Il 2018 è stato per lei – a livello sportivo – un anno pieno di soddisfazioni: il 2019 è iniziato bene, con diverse vittorie nelle tappe del circuito di Coppa del Mondo di fioretto… Cosa si augura ancora?

L’anno è iniziato nel migliore dei modi e mi sto allenando per mantenere questo ritmo. Ovviamente punto a vincere il più possibile. Nell’estate ci saranno due appuntamenti molto importanti: gli Europei e i Mondiali di scherma. Il mio obiettivo è quello di confermare quello che ho già fatto lo scorso anno: è una sfida e un mettersi in gioco ancora una volta. Ad aprile, poi, iniziano anche le qualificazioni olimpiche. Ci sarà più tensione, ma cercherò di usare l’approccio giusto, senza farmi prendere dalla paura che il nome Olimpiade può suscitare.

A cosa si pensa quando si è sulla pedana e si gareggia per un Mondiale?

Cerco di liberare la mente il più possibile perché – quando si è alla fine di un assalto, si è in vantaggio e manca solo una stoccata – pensare a quello che può avvenire dopo è controproducente e c’è il rischio che l’avversario possa recuperare. Per questo, tengo sempre la mente sullo 0-0 come se ci fosse ancora una gara da giocare. L’importate è rimanere sempre concentrati, poi raggiunta la vittoria si dà libero sfogo a tutto!

Numero uno nel ranking mondiale di scherma, che effetto fa?

Bisogna restare con i piedi per terra ed evitare di accontentarsi. Anche se il tuo avversario sa che sei il numero uno al mondo, si deve gareggiare alla pari puntando alla vittoria, e mai sottovalutare chi si ha difronte.

Come ha iniziato a praticare scherma?

Ho iniziato perché mio fratello maggiore aveva deciso di provare questo sport. Ho avuto la fortuna di cimentarmi in diverse discipline, ma quando sono entrato nella palestra di scherma non ho più avuto il coraggio di uscire. Mi sono innamorato di questo sport e delle persone che ho incontrato – forse è per questo che ho perso la testa per la scherma. I valori che ti insegna, il rapporto di amicizia che si crea con gli istruttori e i compagni, sono legami importanti che porto sempre con me. Alla luce di questo, consiglio a tutti di provare questa disciplina.

Ci spieghi in poche parole come si allena un fiorettista…

In questo momento mi alleno seguendo tre fasi: la prima è tecnica, cioè l’incontro con l’avversario o la lezione con il mio maestro Filippo Romagnoli; la seconda è la preparazione atletica che faccio con Walter Cutrì; infine, la terza fase riguarda la mente, la psicologia e la concentrazione, tutti elementi fondamentali in questo sport. Per questo mi alleno anche con il mental coach Filippo Fanin: quest’ultima fase mi serve per gestire la tensione durante una gara e per sapere al meglio come approcciarla psicologicamente.

Per un Mondiale, invece, come si prepara?

La gara non ha nulla di diverso dalle altre che si disputano durante il resto dell’anno; chiaramente, essendo però più importante, nella mente scatta qualcosa, ed è qui che entra in gioco il mental coach che mi aiuta a visualizzare bene l’obiettivo. Arrivo perciò preparato ad affrontare le paure che possono nascere da un evento del genere.

 

Alessio Foconi

Ci racconti una curiosità privata: ho letto che ama la carbonara…

Sì, è vero! Amo molto anche il cinema, sono un vero cultore, e raramente dico che un film è brutto.

Qual è il suo film preferito?

Sono un fan sfegatato di Star Wars, di tutta la saga. Quando vedo le spade laser mi esalto!

Da sportivo fa dei gesti scaramantici prima di una competizione?

No. Anzi, cerco sempre di fare cose diverse ogni volta che ho una gara: in questo modo evito di auto-condizionarmi.

Il «daje» che dice alla fine di una gara non è scaramantico?

Quello è un atto liberatorio, un modo per sfogare la fatica e tutto il lavoro fatto per arrivare lì.

Com’è il panorama giovanile di scherma, in particolare quello umbro? Ci sono delle piccole promesse?   

C’è un bel gruppetto che può emergere. Spero che vogliano continuare a divertisti e a vincere; non è sempre facile, ma, impegnandosi, potrebbero facilmente andare avanti. Questo è molto bello.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Tosta, cibo buono, eccellenze sportive di cui vantarsi.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

La natura che ci circonda.

Numeri, ospiti ed eventi degni del più grande evento europeo sui media.

L’aria che si respira a Perugia durante il Festival Internazionale del Giornalismo è qualcosa di unico. Potrebbe sembrare un evento autoreferenziale e dedicato solo agli addetti ai lavori, ma, se si scava bene, non è così: il centro della città si anima di personaggi, di giornalisti famosi e di aspiranti tali, ma anche di persone curiose e sempre pronte a informarsi. Nell’era in cui l’informazione ha cambiato pelle, in cui tutti possono – grazie ai social – scrivere una notizia, il ruolo del giornalista, forse, diventa ancora più importate e deve mantenere e, in alcuni casi, ritrovare quell’autorevolezza che aveva in passato, destreggiandosi tra fake news e odio 4.0.
Per questo il festival diventa un luogo d’incontro irrinunciabile per discutere di questo mestiere, ma soprattutto per affrontare i temi cruciali che riguardano da vicino le nostre società contemporanee.
La XIII edizione è alle porte – si svolgerà dal 3 al 7 aprile – e si prepara ad accogliere e ospitare, come sempre, speaker, esperti, giornalisti, accademici, attivisti e un pubblico proveniente da tutto il mondo.

 

Foto di Bartolomeo Rossi

Diamo i numeri

Saranno presenti oltre 600 speaker e quasi 300 eventi per cinque giorni intensi tra tavole rotonde, presentazioni, keynote speech, workshop, interviste, serate teatrali. Il 49% degli speaker saranno donne: «Siamo riusciti, finalmente, ad avere quasi la parità tra speaker donne e uomini. L’obiettivo per il 2020 è arrivare almeno al 50 e 50» ha affermato Arianna Ciccone, organizzatrice del festival.
Arriveranno da tutto il mondo anche i 128 volontari, studenti, aspiranti giornalisti, fotografi provenienti da 19 diversi paesi: Argentina, Francia, Germania, Ghana, Grecia, Kenya, India, Italia, Lituania, Malta, Messico, Pakistan, Polonia, Regno Unito, Romania, Russia, Slovenia, Spagna, Tunisia.
Tanti e variegati saranno gli argomenti affrontanti in questa edizione: disinformazione, cambiamento climatico, cyber guerra e disinformazione, intelligenza artificiale, ruolo delle tecnologie, crisi umanitarie e migrazioni, giornalismo investigativo, l’importanza della relazione di fiducia con i cittadini, fact-checking, data journalism, engagement, start-up, giornalismo investigativo transnazionale, diversità e inclusione per migliorare la qualità dei contenuti, i modelli di business e la libertà dei media sotto attacco.

 

Foto di Silvia Mazzocchin

Gli ospiti da non perdere

La co-fondatrice dell’evento Arianna Ciccone intervisterà il presidente della Camera Roberto Fico. Il pm Nino Di Matteo, il direttore dell’Ansa Luigi Contu e il giornalista e scrittore Saverio Lodato affronteranno il tema: Il patto sporco. Il processo Stato-mafia nel racconto di un suo protagonista, mentre il tema de La corruzione è un furto di futuro, un furto di democrazia vedrà la partecipazione del presidente dell’Anac Raffaele Cantone, che ne discuterà con Amalia De Simone del Corriere.it.
Tra gli incontri in calendario ci saranno anche quello con Vladimir Luxuria e il giornalista e attivista Pasquale Quaranta dal titolo: La transessualità spiegata ai bambini (e non solo) e Where are you? Le storie dietro la fotografia icona della crisi dei migranti in cui Andrea Bosello (Fox Networks Group Italia), Marco Cattaneo (direttore Le Scienze), Fabrizio Gatti (L’Espresso), Massimo Sestini (fotografo) mostreranno le prime immagini del reportage Where are you? a cura di National Geographic.
Giorgio Meletti de Il Fatto Quotidiano discuterà invece con il professor Luigi Zingales dell’Università di Chicago sul capitalismo e sulla sua crisi. Sarà il direttore de Il Fatto Quotidiano.it Peter Gomez, poi, a parlare di ‘ndrangheta con il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e con il saggista Antonio Nicaso, nell’incontro Storia segreta della ‘ndrangheta. Una lunga e oscura vicenda di sangue e potere (1860-2018).

 

Diego Bianchi, in arte Zoro, foto di Bartolomeo Rossi

 

Marco Travaglio, invece, sarà protagonista di uno degli appuntamenti teatrali. Sul palco, saliranno anche Roberto Saviano, Lirio Abbate (vicedirettore de L’Espresso), Pif e i protagonisti di Propaganda Live come Diego Bianchi, in arte Zoro, e Marco Damilano.
Tra i tanti ospiti non possiamo non citare anche il professor Gianfranco Pasquino, il conduttore di Report Sigfrido Ranucci, l’astronauta Samantha Cristoforetti, il vincitore del Festival di Sanremo Mahmood, Paolo Flores D’Arcais, Corrado Formigli, Nando Pagnoncelli, la scrittrice Michela Murgia e il cantante Niccolò Fabi che racconterà il suo viaggio in Africa: A casa loro. Viaggio che ha fatto insieme a Medici con l’Africa Cuamm per incontrare le persone che hanno potuto e hanno scelto di rimanere in Africa.

 


 

Tutti gli eventi saranno a ingresso libero e in live streaming. I contenuti del Festival saranno disponibili anche on-demand sulla piattaforma media.journalismfestival.com e su Youtube.

Programma completo.

INGREDIENTI:
  • 600 g di pasta da pane già lievitata
  • 3 grosse cipolle
  • 12-15 foglie di salvia
  • ½ bicchiere d’olio extravergine d’oliva
  • sale
  • olio o strutto per la tortiera

 

PREPARAZIONE:

Sbucciate le cipolle, tagliatele a fette sottili, stendete su una placca da forno e spolverizzatele di sale. Lasciate così per un’oretta, poi strizzatele bene. Ungete una tortiera rettangolare e non troppo alta, disponetevi la pasta da pane in uno strato alto non più di un centimetro e cospargetene la superficie con fettine di cipolla e con foglie di salvia, lavate e asciugate. Irrorate la superficie della schiacciata con un filino d’olio e fate cuocere a 180° circa per 30-40 minuti. Servite la schiacciata calda o fredda.

 

 

La schiacciata alla cipolla – che a Città di Castello chiamavano pampassato – è conosciuta in tutta l’Umbria. Si facevano però anche schiacciate con la sola cipolla oppure con le foglioline di rosmarino e, in mancanza d’altro, solo con un po’ di sale in superficie. A Norcia, dove era di regola prepararla quando si faceva il pane e dove veniva chiamata anche spianata, accanto alle versioni più povere (con sale, ciccioli o rosmarino), ve ne erano con zucchine, pomodori, a volte patate.

 

Per gentile concessione di Calzetti-Mariucci

Titolo: Perugia Underground. Storie di donne, sesso e potere nel Novecento

 

Autore: Andrea Maori

 

Editore: Francesco Tozzuolo Editore

 

Anno di pubblicazione: 2018

 

Caratteristiche: 108 pagine, foto cm 21 x 15, brossura illustrata con bandelle, ill. b/n

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nella sua ultima opera, Andrea Maori – archivista e ricercatore perugino – ci porta alla scoperta di tre storie che hanno come protagoniste le donne. Tre vicende che attraversano il secolo scorso e che, avvalendosi di una puntuale documentazione e ricerca d’archivio, sono testimonianza della condizione di subalternità delle donne e della loro libertà individuale negata. Il primo racconto, Bell’Epoque a Perugia: «Amori illeciti» nella casa di pena delle donne, ambientato nel 1909, ha come teatro il riformatorio e il carcere femminile di Perugia al centro di polemiche e scandali per le violenze inflitte alle carcerate, che due donne coraggiose e battagliere, Zita Centa Tartarini e Maria Rygier, riescono a portare a conoscenza dell’opinione pubblica.

Nel secondo, Ai margini della storia: Cecilia Aurora e Agostina tra prostituzione e antifascismo, Maori ha seguito la loro storia di emarginazione attraverso le piccole tracce trovate negli archivi. Due donne, Cecilia Aurora Tavernelli di Città di Castello e Agostina Tortaioli di Perugia, schedate come prostitute antifasciste costrette a spostarsi da una città all’altra fino a far perdere le loro tracce e presenti nella storia solo attraverso scarne schede di polizia.

Nel terzo, Pubblica moralità dall’approvazione della Legge Merlin agli anni Settanta. Il caso di Perugia, l’autore analizza con numeri e dati puntuali il fenomeno prostituzione prima e dopo l’entrata in vigore della legge Merlin, che negli intenti doveva dare dignità alle donne ed evitare situazioni di sfruttamento. Inoltre Maori prende in esame la costituzione della Polizia femminile il cui scopo era quello di salvaguardare la pubblica moralità e vigilare sulla stampa reprimendo quella ritenuta immorale.

«Il volume ha il merito di portare alla luce tre storie locali che inevitabilmente si intrecciano con la dimensione nazionale che modulano su tre terreni diversi, ma contigui, la subalternità di classe e di genere che si manifesta nel dominio maschile della sessualità femminile», afferma il professore Paolo Bartoli nella prefazione.

Da segnalare la suggestiva immagine in copertina, che riproduce l’opera che l’artista spagnolo Daniel Munoz realizzò nel 2012 sul muro esterno dell’ex carcere femminile di Perugia. Il murale (acrilico su cemento) dal titolo Donne abbandonate del carcere di Perugia è stato distrutto nel 2017 nel corso dei lavori di messa in sicurezza dell’edificio. «L’idea del murale»  spiega l’artista «era di creare un ritratto simbolico della sottomissione delle donne attraverso la storia. Ho scelto questo tema perché l’edificio era la prigione delle donne».

«Sono un perugino di Ponte San Giovanni, nato e cresciuto lungo il Tevere. Questo fiume ha rappresentato – e rappresenta – molto per me».

Il mio telefono squilla.

«Buongiorno, sono Serse Cosmi. Possiamo fare l’intervista ora, che più tardi sono impegnato?».

«Va bene, mi dia cinque minuti».

Ammetto che ancora non avevo acceso il computer ed ero mezza assonnata, ma mi sono subito svegliata. Rare volte qualcuno mi ha chiamato per anticipare un’intervista e non per annullarla: non Serse Cormi, lui è uno di parola!

Non gliel’ho confessato (ora lo leggerà qui), ma ero sugli spalti dello stadio Curi quando allenava il Perugia. Chiacchierare con lui è stato divertente, c’è scappata più di una risata. Nonostante abbia girato l’Italia per allenare tante squadre – dalla Pontevecchio all’Arezzo, dal Perugia al Genoa, fino all’Udinese, Brescia, Livorno, Palermo, per citarne alcune, resta un perugino D.O.C. anzi come tiene a specificare lui: «un perugino di Ponte San Giovanni».

Serse Cosmi

Mister qual è il suo legame con l’Umbria?

Gli umbri sono legati in maniera viscerale alla loro terra e alle loro radici: io, facendo una professione che mi porta in giro per l’Italia, sento molto questo legame. Quando sei fuori apprezzi ancora di più dove sei nato e la tua terra. Per me è, e rimane, un legame fortissimo.  

Si considera ancora l’Uomo del fiume, uomo di Ponte San Giovanni?

Assolutamente sì. Io sono un perugino di Ponte San Giovanni (n.d.r. frazione di Perugia) e in questo c’è differenza: quando ero piccolo c’erano i perugini del centro e quelli dei ponti. Io rivendico a gran voce di essere di Ponte San Giovanni e di essere nato vicino al Tevere, un fiume al quale sono legato fin dall’infanzia.

Il Tevere cosa ha rappresentato per lei?

La mia generazione è forse l’ultima che ha fatto il bagno nel Tevere: ho imparato a nuotare nelle sue acque, giocavo lì e ovviamente andavo a ballare al Lido Tevere. Ho passato la mia infanzia vicino al fiume, crescere vedendolo scorrere è qualcosa che ti porti dentro per sempre.     

Oggi c’è un’ondata di allenatori che non ha fatto una vera gavetta, partendo da squadre di categoria minore come ha fatto lei: cosa ne pensa, è un cambiamento del nostro tempo o la fretta di mettere un “nome” in panchina?

È un po’ tutte e due. Chi è stato un grande calciatore ha già avuto in quel mestiere dei grandi privilegi, ma non reputo giusto che, nel momento in cui si cimenta in un altro mestiere – cioè quello di allenatore – non debba fare la stessa gavetta che ha fatto per arrivare ai massimi livelli di calciatore. Mi spiego meglio: chi ha giocato con la Juve, l’Inter o il Milan ha fatto un suo percorso, partendo dalle serie minori per arrivare a vestire quella maglia. Stessa cosa dovrebbe valere per un allenatore, considerando che si tratta di un altro mestiere. Se poi l’allenatore viene visto come il prolungamento della carriera di calciatore, allora sto zitto! Ovviamente un grande calciatore può diventare anche un grande allenatore…

Però non è scontato nemmeno il contrario: che un grande calciatore per forza diventi un grande allenatore…

Sì, infatti. Io ricordo sempre una frase di Arrigo Sacchi: «Non è che per essere un buon fantino devi essere stato un cavallo».     

Gaucci, Zamparini, Preziosi… ha incontrato dei veri mastini: in questi anni pensa che sia cambiato il rapporto tra allenatori e presidenti?   

I tempi sono decisamente cambiati. I presidenti ora sono più dei manager, l’aspetto passionale è diminuito – fermo restando che il loro ruolo manageriale c’è sempre stato. Col tempo nel calcio sono cambiate tante figure, di conseguenza è cambiata anche quella dei presidenti, che oggi si occupano di aspetti molto diversi rispetto a 20-30 anni fa. Si confrontano apertamente con gli allenatori e parlano con loro di calcio come se facessero lo stesso mestiere, ma la cosa non è intercambiabile. Gaucci, ad esempio, è stato uno dei presidenti meno invadenti con cui ho lavorato. Lui era più un tifoso e le sue reazioni erano di conseguenza da tifoso, però non ho mai avuto la sensazione che mi spingesse – anche in modo velato – a far giocare un calciatore al posto di un altro. Se è successo, è stato talmente abile che non me ne sono mai accorto! (ride).

C’è un calciatore al quale è particolarmente legato?

Ce ne sono tanti, ma sono rimasto più legato con quelli di inizio carriera con i quali ho condiviso tanti avvenimenti umani e sportivi. Penso ai ragazzi della Pontevecchio, dell’Arezzo e dei primi anni del Perugia. Poi ho conosciuto anche altri calciatori che spesso sento, ma il rapporto più diretto l’ho mantenuto con quelli con i quali ho iniziato. 

Chi avrebbe voluto allenare e non lo ha mai fatto?

Francesco Totti. È un giocatore che mi ha sempre incuriosito.

Ha nostalgia del Perugia? Ha mai pensato di tornare ad allenarlo o è un’epoca che si è conclusa?

Nostalgia no. Si è nostalgici di un qualcosa che non si potrà mai più verificare. Finché farò questo mestiere ci potrebbe essere sempre un’opportunità per ritornare sulla panchina del Perugia, fatto sta che – in 30 anni che alleno – non sono mai ritornato in una società dove sono già stato. Questo è un dato indicativo.

Magari per il Perugia lo farebbe…

Diciamo che è una delle poche squadre per cui lo farei.

C’è un episodio della sua carriera che ricorda con più affetto?

La telefonata di Luciano Gaucci nello spogliatoio dopo la vittoria a San Siro contro il Milan: era prima di Natale e prima del suo compleanno. Quell’episodio per me rimarrà indelebile perché ho avuto la percezione di quanto tenesse alla squadra, ai giocatori e di quando fosse coinvolto umanamente. In quel momento non era un presidente, ma un tifoso che aveva capito che la propria squadra aveva fatto un’impresa eccezionale: era la prima volta nella sua storia che il Perugia vinceva a San Siro.   

Serse Cosmi “versione” dj

Se non avesse fatto l’allenatore quale mestiere avrebbe fatto, il dj?

In realtà sono un dj che per hobby fa l’allenatore! (scherza). Sono un insegnate di attività motoria, ho avuto per 10 anni una palestra quindi credo che sarei rimasto nell’ambito sportivo. Anche se, a 60 anni, a volte penso di reinventarmi e fare un altro mestiere. Per me la musica è un hobby ed è rimasto tale, il calcio è iniziato come hobby, ma poi è diventato un lavoro.

Ci racconti qualcosa di lei che i suoi tifosi non sanno…

Quando ho vinto il campionato con la Pontevecchio e siamo andati in serie D, siccome mio padre era stato un fondatore della società e la squadra non era mai arrivata in quella categoria, ho girato con la macchina per tutta la notte, pensando alla mia infanzia e a tante altre cose. È stata la cosa più coinvolgente da quando alleno.  

E un suo segreto non legato al calcio?

Mi piacerebbe lavorare a teatro, conoscere persone e scoprire tutto di questo mondo. È un mondo che mi affascina molto.  

Fa dei gesti scaramantici?

Quando allenavo i dilettanti cambiavo per ogni partita l’indumento intimo, non mettevo mai lo stesso. Oppure dopo aver vinto una partita facevo sempre lo stesso percorso, ma col tempo le scaramanzie sono molto diminuite.

Ha un aneddoto legato al Perugia, quando era solo un tifoso?

Col Perugia club di Ponte San Giovanni andai a vedere lo spareggio a Foggia: a metà strada eravamo già mezzi morti, tra birre e bevute varie. Per fortuna le tante ore di pullman ci hanno fatto recuperare e siamo arrivati allo stadio in modo dignitoso.  

Come vede le scuole calcio umbre, come andrebbero potenziate?

Quando smetterò di fare l’allenatore, il mio sogno è quello di creare o far qualcosa nel settore giovanile del calcio. Sicuramente non si chiamerà scuola calcio, ma settore giovanile. Secondo me, uno dei mali peggiori in questo ambiente è quello di aver abbinato la parola scuola a calcio: la parola scuola ha un valore ed è un luogo in cui ci sono insegnati che formano i ragazzi, nelle scuole calcio invece il vero problema sono proprio coloro che insegnano perché presentano il calcio in modo distorto o comunque nel modo in cui non lo vedo io. Per questo il mio sogno è creare un settore giovanile dove non si paghi, dove emerga il talento e dove il calcio possa essere un vero valore sociale. Un luogo aperto a tutti, dove si premia il talento, ma anche dove tutti posso giocare.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Aspra – nell’atteggiamento delle persone – autentica, lontana.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Spello.

Il titolo di questo articolo, che è anche il nome del progetto presentato ieri alla stampa presso la Rocca Albornoziana di Spoleto, è emblematico dello spirito da cui il progetto trae ispirazione e degli obiettivi che intende perseguire.

La Rocca è l’emblema di Spoleto, una città che è un vero e proprio scrigno contenente infiniti tesori, sia nel cuore delle sue mura sia al di fuori delle stesse e addirittura oltre quella rocca, che da secoli si erge come baluardo e sua suggestiva sentinella. Alle spalle della fortezza voluta da papa Innocenzo VI e edificata sotto la guida del cardinale-condottiero Egidio Albornoz, ci ritroviamo infatti in quella che viene definita la Montagna spoletina, la dorsale che per circa 7000 ettari si estende fra la strada statale Flaminia e la Valle del Nera e che custodisce molteplici tesori naturalistici, storici e religiosi, visitabili attraverso sentieri suggestivi che meritano di essere conosciuti e valorizzati.

Dalla Rocca alla Roccia ha l’obiettivo di valorizzare, promuovere e riqualificare il forte legame fra Spoleto e la sua montagna proponendo percorsi che dalla Rocca – fulcro e cuore pulsante di tutto il progetto – si snodano sia verso il centro cittadino, sia verso quegli itinerari nel cuore della montagna.

Il progetto, vincitore del bando Por Fesr 2014-2020 Imprese culturali e creative, verrà realizzato dalla Rete Icaro, composta da tre aziende d’eccellenza umbre: Hyla Nature Experience (capofila del progetto), associazione attraverso la quale vengono organizzate iniziative esperienziali a contatto con la natura; Int.Geo.Mod. Srl, ex spin off dell’Università degli studi di Perugia che si occupa di attività di ricerca e sviluppo e formazione nell’ambito delle scienze della terra e di marketing territoriale e la Società Cooperativa Link 3C che ha sviluppato il Circuito Umbrex, piattaforma che attraverso servizi di marketing di prossimità, agevola gli operatori commerciali nelle compravendite, con la possibilità di utilizzare crediti commerciali nei pagamenti.

Nuove tecnologie a supporto del turismo

Dalla Rocca alla Roccia è stato riconosciuto idea innovativa perché ha saputo progettare una soluzione integrata di nuove tecnologie a supporto del turismo, fornendo una risposta completa alle diverse esigenze del potenziale turista: attraverso supporti innovativi sono state individuate soluzioni funzionali a favorire il turismo sostenibile e il miglioramento dell’accessibilità anche verso i disabili, tramite la creazione di esperienze immersive per il turista, la realizzazione di eventi, la realizzazione di percorsi verdi e reti di mobilità leggera. Saranno disponibili pacchetti dedicati alle famiglie e alle scuole, strumenti pensati per comunicare le bellezze del territorio ai più piccoli, eventi tematici di comunicazione ambientale e storica, di divulgazione scientifica, percorsi esperienziali e enogastronomici.

Il centro multimediale e la App di realtà aumentata

La Rocca diventerà un centro multimediale dove, attraverso totem touchscreen, sarà possibile avere informazioni multilingua sui principali siti di interesse del territorio. Qui si potranno noleggiare tablet che accompagneranno il turista attraverso il suo “viaggio”, il percorso che lui stesso sceglierà di intraprendere e nel quale sarà guidato dalla App di realtà aumentata che, tramite una tecnologia altamente innovativa, si attiverà automaticamente in prossimità dei siti di maggiore interesse individuati dal progetto, fornendo informazioni, contributi fotografici e video.

Rocca Albornoziana di Spoleto, foto di Enrico Mezzasoma

Pacchetti turistici e i circuiti di credito commerciale

Sarà possibile usufruire dell’accompagnamento da parte di guide escursionistiche ambientali alla scoperta di quei sentieri della Montagna spoletina di cui parlavamo: la Greenway, i Fontanili di Monte Fionchi, Monteluco, la rete escursionistica delle aree di pregio ambientale del Comune di Spoleto. Attraverso un’attività di coinvolgimento delle strutture ricettive del territorio, le escursioni saranno inserite in veri e propri pacchetti turistici che verranno proposti nel mercato complementare del Circuito Umbrex (regionale) e dei circuiti di credito commerciale presenti in altre undici regioni italiane, attraverso il portale www.viaggiareincrediti.it.

Il Laboratorio di Scienze della Terra

Altro attrattore protagonista dell’attività di promozione portata avanti dal progetto è il Laboratorio di Scienze della Terra, all’interno del quale verrà creata un’aula dotata di proiezioni panoramiche per uno spazio didattico immersivo grazie alle tecniche di video mapping. Qui sarà disponibile anche un bookshop per la vendita di libri/guide sul territorio e gadget ispirati al branding del progetto.

Servizi aggiuntivi

Il tutto verrà promosso attraverso il sito web www.dallaroccaallaroccia.it – attualmente in allestimento, ma che vi invitiamo a monitorare – che consentirà il costante reperimento di informazioni, la possibilità di prenotazione on line dei servizi offerti, i collegamenti con le strutture ricettive del territorio e l’accesso a un’edicola virtuale in cui sarà raccolto il materiale editoriale digitale disponibile (o realizzato ad hoc) su Spoleto e i suoi attrattori.

Insomma, un progetto ricco e ambizioso a cui auguriamo grande successo perché l’Umbria ha bisogno – e si merita! – progetti coraggiosi al servizio dell’immenso patrimonio naturalistico, culturale e artistico che questa regione è in grado di offrire. AboutUmbria lo seguirà da vicino e cercherà di contribuire alla sua divulgazione, certi che i nostri tanti lettori apprezzeranno un’iniziativa virtuosa a sostegno della nostra amata regione, di cui Spoleto è senz’altro uno dei più importanti fiori all’occhiello.

TITOLO: L’amore al tempo del design

 

AUTORE: Stelio Zaganelli

 

EDITORE: Bertonieditore

 

ANNO: 2018

 

 

 

 

 

 

 

Se si toglie un diamante a un edificio perfetto tutto sembra sgretolarsi…
Sulla copertina campeggia questo diamante perfetto e per un lungo tratto del romanzo mi sono chiesta che cosa c’entrasse un diamante in copertina per un libro che in gran parte è ambientato a Perugia. Poi, continuando la lettura, tutto mi è apparso perfettamente chiaro: non soltanto perché l’azione si sposta a Ferrara e si parla della leggenda legata a Palazzo dei Diamanti, ma perché il diamante rappresenta anche la preziosa unicità di ogni membro di un gruppo nel quale, se un elemento viene rimosso, produce una terribile deflagrazione che porta inevitabilmente allo sfaldamento dell’unità: da quel momento non esiste più un noi, ma ognuno, da solo, deve percorrere la strada per divenire adulto.
Le storie di Santo, Babila, Elettra, Mirro e Sandrino, se da un lato ci riportano a pensare a quello che forse è il film più bello sull’adolescenza – Stand by me: ricordi di un’estate, tratto dal celebre racconto di Stephen King – dall’altro ci fanno assaporare i ricordi di una Perugia in cui la vita era scandita da ritmi diversi, dove il centro non era approntato per i turisti, ma era un luogo vivo, il cuore pulsante della città. Un centro cittadino forse più malandato di quello di oggi, ma traboccante di vita vera e vissuta.
L’amore al tempo del design è un bel libro che racconta più di una storia d’amore, quella tra Santo e Babila, che, quale fil rouge, ci accompagna dalla prima all’ultima pagina. Ci riporta a un periodo della storia italiana difficile e complesso, dove gli eventi fanno da sfondo e rendono tutto molto concreto e vero, senza però appesantire una storia che è bella così, perché possibile e vera, sebbene in essa entri anche il fantastico grazie a quella capacità che Santo ha di incidere con la forza della mente sugli eventi che lo turbano.

 

Stelio Zaganelli

Come ogni libro, anche questo è in parte autobiografico, nel senso che in esso Stelio Zaganelli ricorda tutte le città a lui care: Perugia dove ha sempre vissuto, Ferrara che gli ha dato i natali, Firenze dove è divenuto architetto e Milano dove si è spesso recato per lavoro e per piacere. Quando egli parla delle scale mobili e del restauro del centro storico di Perugia non si può inoltre non pensare a un omaggio al nonno omonimo dell’autore che fu sindaco dal 1977 al 1980. Certo anche nei personaggi, così vivi e veri, ci devono essere i ricordi di persone e di caratteri vissuti dall’autore e forse l’aver scelto nomi davvero particolari – che soli un po’ stonano nella narrazione talmente vivida di un tempo che oggi ci appare lontano e perso – serve proprio a nascondere identificazioni reali e a voler consegnare il tutto alla pura fantasia.
Di certo, al termine della lettura, un’intera generazione di perugini riporrà questo libro con cura e lo conserverà nel cuore e nella mente con particolare affetto, proprio perché vi avrà riconosciuto una parte importante della propria storia.

«Non c’è nessuna forma d’arte come il cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima». (Ingmar Bergman)

Il cinema è un’arte che si fa in squadra. Tutti conoscono gli attori e il regista, ma il grande lavoro arriva dalle diverse maestranze che, impiegate dietro le quinte e unite in una stretta collaborazione, raggiungono l’obiettivo finale: il film. Questa filosofia ha ispirato gli umbri che lavorano nel mondo del cinema a unirsi per mettere in campo la loro forza, ma soprattutto la loro professionalità. È nata così l’Associazione Mestieri del Cinema Umbri – di recente costituzione – formata da residenti umbri con curriculum professionale in tutti i reparti della produzione cinematografica e televisiva. L’associazione conta oggi un’area, tra soci, collaboratori e partner, di oltre 100 persone, legate dalla visione comune di uno spazio di confronto e crescita nel proprio territorio.

Alcuni momenti durante la realizzazione del corto

«I nostri obiettivi sono molteplici: il primo è lo scambio di idee, ognuno rinforza e arricchisce gli altri con i propri pensieri. Un secondo traguardo è quello di far rivivere un settore, quello del cinema, che potrebbe favorire indotti lavorativi di tanti tipi. E infine, dialogare con le istituzioni. Esiste, infatti, una legge del 2016 che dovrebbe essere applicata per incentivare le produzioni. In Umbria ci sono tanti festival molto belli e interessanti, ma fanno parte del settore della distribuzione, quello che manca e che noi vorremmo portare, sono delle produzioni che possano far lavorare i vari settori cinematografici» illustra il presidente dell’associazione Federico Menichelli. «Per l’Umbria è una vera novità, nessuno prima aveva mai pensato di creare un’associazione di questo genere. Non solo, è utile per un confronto tra addetti ai lavori, ma soprattutto per far ripartire in Umbria questo settore» fa eco la costumista Isabella Sensini, anche lei membro del gruppo.

Da poco tempo è stata ricostituita l’Umbria Film Commission: sono presenti nuove produzioni e soprattutto ci sono tanti operatori del cinema costretti a lavorare fuori regione: «L’Umbria Film Commission può dialogare con la nostra associazione di categoria e potrebbe non solo accogliere nuove produzioni, ma anche creare dei prodotti da esportare», prosegue il presidente.

Gli studi del Centro Multimediale di Terni

L’importanza dell’unione è sostenuta anche da Alessio Rossi, addetto ai casting: «Molti di noi lavorano a Roma o in altre città e questo fa perdere all’Umbria grandi possibilità d’incrementare le produzioni. Così potremmo creare lavoro anche qui. Inoltre, nel mondo dello spettacolo più si è uniti e si conoscono persone, più si lavora». Karina Y Muzzio, make up artist, è felice di far parte di questo gruppo perché crede che sia una grande occasione per rilanciare la settima arte nostrana: «L’Umbria è una regione che offre molto, ma è fondamentale unirsi per dare una spinta concreta a questo settore».

Il biglietto da visita che ha presentato l’Associazione Mestieri del Cinema Umbri è stato un cortometraggio dal titolo Umbria: La Rinascita, girato all’interno del Centro Multimediale di Terni.

«Si tratta di una struttura molto importante, con due studi – uno di 900 metri quadri e uno con il green screen – che potrebbe essere utilizzata per fare formazione o per attirare produzioni da fuori, sfruttando anche il panorama e i borghi circostanti. Oggi è di proprietà del Comune di Terni ed è un luogo vuoto e non utilizzato. Rilanciarlo sarebbe fondamentale» sottolinea Menichelli.

 

Il cortometraggio

Il cortometraggio Umbria: La Rinascita è stato il primo passo di un movimento tecnico-artistico che, dopo anni di silenzio e isolamento, ha ricongiunto i professionisti umbri all’insegna del rispetto reciproco per progetti comuni. Il corto è stato realizzato con il completo e totale investimento di tutti i professionisti dei vari reparti: tutti gli interpreti hanno partecipato a titolo gratuito per sostenere la propria regione d’origine.

Valeria Ciangottini e Federico Menichelli

«Da bravi artigiani, il nostro primo passo è stato quello di girare un cortometraggio. Siamo molto contenti perché abbiamo raggiunto oltre 23.000 visualizzazioni e abbiamo coinvolto artisti del calibro di Alfiero Toppetti e Valeria Ciangottini. Ognuno ha dato quello che aveva e che poteva dare. Tra i partecipanti – ed è un segno importante – c’è anche l’amministrazione comunale di Terni. Il nostro prossimo passo è attirare l’attenzione degli imprenditori e della Regione, che deve allinearsi a un panorama nazionale molto più avanzato. Serve un fondo cinema e occorre che le produzioni vengano attratte dall’Umbria: la forza della regione sta nel fatto che, sul grande schermo, non appare così spesso. Ecco, mettendo insieme tutti i pezzi si può fare molto», conclude Federico Menichelli.

 

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