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Prosegue il viaggio alla scoperta dei castelli e delle fortezze nei borghi umbri. Frontignano, Petroro, Barattano e Cisterna custodiscono secoli di storia e conservano le gesta di antichi condottieri.

castelli umbri

Il castello di Cisterna

Grandi Castelli

Frontignano è imponente, si vede anche dalla terrazza di Todi. La torre quadrata del XIII secolo si fa notare da lontano. Era così importante da richiedere l’intervento di Cesare Borgia e poi quello di Giulio II per assicurarne il possesso alla Chiesa. Anche Todi ha messo del suo e ha lasciato la sua aquila sopra la porta. Il castello è fronte strada, ma il bello viene girando dietro dove inizia la sua unica strada, chiusa tra due mura altissime, dove il sole penetra male, tanto che le scalette sono coperte di muschio.
Torri ricorda un po’ Frontignano, ma ha più torri, da cui è derivato il nome. Sul davanti, dove si lascia la macchina, si elevano queste mura altissime e tutte forate per alloggiare i colombi. Poi, seguendo il sentiero ben lastricato, si gira attorno fino alla porta con l’aquila. L’interno è in disarmo, ma ci si sente proprio dentro un castello. A Torri, nella chiesetta è stato allestito un bel museo di farfalle insetti e minerali.

Un luogo romantico: il castello di Petroro

La strada che sale verso Petroro segue a ritroso il tracciato della via che percorrevano i pellegrini che scendevano da Nord per andare a pregare sulle tombe di Pietro e Paolo e di Gesù, e strada facendo si fermavano a pregare nelle piccole cappelle dedicate ai martiri locali. Gente di tutte le età che sapeva che difficilmente sarebbe tornata a casa, ma che partiva con entusiasmo per andare a pregare sulla tomba di colui che avrebbero incontrato in cielo. Viaggi di una fatica inimmaginabile, che richiedevano luoghi di sosta e anche di cura.
Uno di questi era Petroro, un piccolo borgo fortificato con un grande cortile interno e lo stemma di Todi sulla porta d’ingresso. Era nascosto tra gli alberi, dove tutto era silenzio e pace e i viandanti trovavano da mangiare da dormire e, se serviva, anche assistenza medica.
Nel 1499 l’attività si fermò. Arrivò Cesare Borgia per scatenare le sue truppe contro i seguaci della famiglia Atti, signori di Todi, che si erano rifugiati proprio a Petroro. Fu una strage senza prigionieri.
Il tempo ha completato la devastazione, ma il castello è tornato a nuova vita. Dopo i danni causati dal terremoto del 1997, è stato restaurato con maestria. Oggi è abitato dai monaci ortodossi martiniani che hanno ridato nuova vita al borgo e dove si accolgono i moderni pellegrini come anticamente si accoglievano e curavano i romei che attraversavano la zona. In estate nel cortile del castello si svolgono spettacoli teatrali messi in scena da Todi Festival.

 

Il castello di Barattano

L'aquila fuori posto

Barattano era un luogo militare come testimoniano le grandi torri di difesa ancora in piedi. La guarnigione che abitava il castello doveva essere numerosa perché sono rimaste tante case alte e fortificate. In quelle strade non entra molto il sole e non ci sono panorami sulla valle. Tutto è richiuso su se stesso. Il castello è passato attraverso varie signorie ma più a lungo è rimasto sotto la giurisdizione di Todi, che l’ha segnato con l’aquila, che però non si trova sopra la porta. Basta cercare fuori dalle mura per vedere che la solita aquila di travertino non ha mai abbandonato il castello.
Cisterna. Campi, olivi, colline, viti e finalmente Cisterna. Un cassero con merli guelfi che domina la valle, una stradina ed è tutto. Cisterna vecchia fu rasa al suolo da Federico Barbarossa mentre Braccio da Montone e i suoi uomini risparmiarono la Cisterna di oggi. Todi la prese sotto tutela del suo arcivescovado e naturalmente c’è l’aquila ma anche a Cisterna non è al suo posto. Cercare e trovare. Durante la seconda guerra mondiale Cisterna ha nascosto dei rifugiati e la signora Adriana vi mostrerà il luogo dove erano nascoste queste persone e il passaggio segreto che conduceva fuori dal castello.
Questi sono solo alcuni dei castelli dell’altopiano di San Terenziano e che appartengono al comune di Gualdo Cattaneo. Ce ne sono ancora tanti altri, ma accanto a questi rimangono castelli importanti, che sono borghi abitati, come Marcellano o lo stesso Gualdo Cattaneo, che meritano una visita in occasione delle feste che organizzano in estate e anche in inverno.

 

Inseguendo l’Aquila – I parte


Ruggero Iorio, Le origini della diocesi di Orvieto e Todi, alla luce delle testimonianze archeologiche (1995) 
Emore Paoli, Marcellano indagine su un castello medievale umbro (1986) 
Vincenzo Fiocchi Nicolai, Umbria cristiana, dalla diffusione del culto al culto dei santi (2001) 
Atti del convegno internazionale e studi sull’alto Medioevo
Paolo Boni, San Terenziano e il suo altopiano 
www.isentieridelsilenzio 
Maurizio Magnani, Il signore di Collazzone (2010) 
Italia – Umbria: Istituto geografico de Agostini (1982) 
Alexander Lee, Il Rinascimento cattivo 

Eulalia Torricelli da Forlì aveva tre castelli: uno per mangiare, uno per dormire e uno per amare De Rossi Giosuè. Bei tempi, quando i castelli servivano a dame e cavalieri per divertirsi e godere dei piaceri della vita.  

Invece proprio nel centro dell’Umbria i castelli sono stati la linea di frontiera tra due mondi: Longobardi e Romani. Quando da Todi si guarda la collina che si ha di fronte, si nota subito la grande macchia del castello di Grutti, imponente e minaccioso. Poi, osservando meglio, si vede che la salita è costellata da torri di vedetta, da castelli, da borghi fortificati, da resti di monasteri e tracce dell’assistenza ospedaliera ai pellegrini.  
 
Tra il XII e XIII secolo Todi era potente, voleva espandersi e contemporaneamente doveva difendersi, e fu necessario creare una solida barriera protettiva, che è ancora in piedi. 
La linea di difesa andava in larghezza da Todi a Marcellano e in lunghezza da Massa Martana a Gualdo Cattaneo. I castelli sono sparsi con abbondanza, come il parmigiano. Sono circa trenta luoghi fortificati. Così tanti in così poco spazio servivano a rendere impenetrabile la linea di confine tra Todi e il resto del mondo.  
Montagne di pietre messe lì a difendere contendenti irriducibili, che sono state date alle fiamme e ricostruite, rase al suolo e ricostruite, demolite e lasciate lì e gli abitanti trucidati e le donne violentate. È mancata la no man’s land: non c’erano zone franche, uccidere e godere nell’uccidere erano la regola. 
Mentre san Francesco predicava agli uccelli e ammansiva i lupi e un secolo dopo Jacopone da Todi scriveva lo struggente lamento di Maria «figlio, figlio amoroso giglio… figlio bianco e vermiglio» e i pellegrini attraversavano quella zona per scendere a pregare a Roma e a Gerusalemme, lassù sul confine accadeva di tutto e il peggio di tutto. 

Il castello di Pozzo. In copertina, quello di Assignano

Le zolle dell’altopiano di San Terenziano sono impregnate del sangue dei combattenti e dei paesani e in più anche del sangue dei primi martiri cristiani. Le strade che salgono da Ponte Rio seguono antichi percorsi fiancheggiati da chiesette di martiri e da imponenti manufatti in posizione dominante e altri nascosti per sorprendere armati e viandanti.   
Foreign fighters o, per dirla all’italiana, mercenari, bande armate al soldo di chiunque, Braccio Fortebracci, Cesare Borgia, imperiali, conti, duchi e principi e il papa, ogni essere umano assetato di potere è passato di là per lasciare delle impronte sanguinolente. 
Tutti sono stati sotto il dominio di Todi, prima della famiglia Atti e poi dell’arcivescovado, che li ha segnati per sempre apponendo il suo stemma: un’aquila con l’occhio grifagno e le cosce da tacchino. 
I castelli dell’altopiano hanno resistito al tempo e ai terremoti, molti sono ancora abitati altri sono restaurati e altri sono stati trasformati in residenze. Scovarli è una caccia al tesoro che regala la scoperta di borghi attraversati da una o al massimo due strade, con pochissime macchine, dove domina il silenzio della natura. Si può trascorrere una giornata alla ricerca di questi castelli piccoli, scoprendo angoli emozionanti di un Medioevo ormai lontano ma ancora visibile.  
 

I castelli nascosti

Uno dei castelli nascosti tra colline e boschetti è quello di Viepri. Si sale fino a Castelvecchio e poi si scende nel vallone del castello. Il borgo ha una sola porta, sovrastata dallo stemma con l’aquila di Todi, e una sola strada. Tutto qua. Eppure quella stradina è una delizia che mostra l’antico e il suo rifacimento. Nel castello c’è una piccola chiesa, dedicata a San Giovanni, inserita nello spessore delle mura. Per visitarla si cerca la signora Cristina che ha le chiavi e che racconta volentieri la vita al borgo qualche anno fa. 
Assignano non si fa trovare facilmente. Salendo da Pantalla si trova l’indicazione e si arriva in un luogo così isolato e silenzioso che t’invita a camminare in punta di piedi. Le mura sono un po’ malmesse, a causa dell’azione del tempo e a causa della grande battaglia che nel 1408 ha messo di fronte le truppe perugine e i foreign fighters di Braccio da Montone. Perugia fu sconfitta. Ma non era finita lì. Qualche anno dopo, il nipote di Braccio, Niccolò, assalì il castello e lo devastò. Passando dall’unica porta d’accesso, con tanto di aquila, si entra in un borgo piacevole e ben restaurato.  
Cambiando  strada e passando da Collesecco, dopo un bel tragitto in mezzo agli olivi, si arriva a Pozzo. Un nome un programma: olio. Sembra che l’attività molitoria di Pozzo si perda nella notte dei tempi e che il pozzo servisse a conservare l’olio. Trovare la porta con l’aquila non è semplicissimo, ma il borgo conserva belle architetture medievali e scorci suggestivi.  

CONTINUA…

 


Ruggero Iorio, Le origini della diocesi di Orvieto e Todi, alla luce delle testimonianze archeologiche (1995) 
Emore Paoli, Marcellano indagine su un castello medievale umbro (1986) 
Vincenzo Fiocchi Nicolai, Umbria cristiana, dalla diffusione del culto al culto dei santi (2001) 
Atti del convegno internazionale e studi sull’alto Medioevo
Paolo Boni, San Terenziano e il suo altopiano 
www.isentieridelsilenzio 
Maurizio Magnani, Il signore di Collazzone (2010) 
Italia – Umbria: Istituto geografico de Agostini (1982) 
Alexander Lee, Il Rinascimento cattivo 

L’arco, arma prediletta dal leggendario Robin Hood, tanto che è difficile potersi immaginare tale personaggio senza questo arnese, riesce tutt’ora ad evocare grande fascino.

Riser, flettenti, corda, bottone e rest, sono i componenti principali dell’arco, ai quali, nelle versioni moderne, possono aggiungersi mirino e stabilizzatore. Attraverso di essi vengono realizzate, con diverse misure e dimensioni, cinque tipologie principali di archi: diritti, ricurvi, a delta, asimmetrici e compound. Questi ultimi, di più recente produzione, sono dotati di un sistema di cavi, pulegge e carrucole per ridurre lo sforzo di trazione, tanto che in campo arcieristico vengono associati più a delle macchine che ad archi nel senso tradizionale del termine.

 

foto di Mirko Giattini Moriconi

Forgiato sull'arciere

Tuttavia l’origine di questo straordinario arnese ha radici profonde, poiché l’arco fa la sua prima comparsa alla fine del Paleolitico, quale utensile per la caccia. Nel corso del tempo, però, il suo impiego è stato legato alla guerra, specialmente a seguito della nascita di territori definiti da confini precisi e del desiderio dei sovrani di ampliarli, divenendo una presenza costante nelle battaglie tra gli eserciti.
Storicamente, ogni popolo sviluppò un proprio tipo di arco, a seconda delle materie a sua disposizione e delle modalità d’uso: essi infatti differivano in dimensioni a seconda che l’arciere lo utilizzasse stando in piedi, per cui avrebbe avuto una lunghezza maggiore, o, al contrario, se lo usasse stando seduto sul cavallo – l’arco sarebbe quindi stato più corto. Una precisazione: in una prima fase l’arco veniva costruito basandosi sulle caratteristiche proprie dell’arciere, adattandosi così alle sue esigenze anche in senso fisico, al fine di garantire la migliore prestazione possibile. A partire dalla Guerra dei Cent’anni (1337-1453), però, l’arco cominciò a essere prodotto in serie, uniformandosi a uno standard. Questo anche a causa di nuove esigenze sorte sui campi di battaglia, tra cui quella di ridurre il numero di avversari negli schieramenti frontali, il che non richiedeva alcun tipo di precisione nella mira.

I giochi olimpici

Progressivamente l’utilizzo di questo strumento andò scemando, anche nelle guerre, dove venne sostituito da armi più potenti e distruttive e, per quasi tre secoli, cadde nell’oblio, per essere poi ripreso, a partire dal Novecento, in ambito sportivo. Proprio all’inizio del XX secolo, infatti, il tiro con l’arco entrò a far parte dei Giochi Olimpici, anche se venne escluso per un periodo di tempo che va dal 1920 al 1972. In Italia si affermò in un primo momento come hobby per ragazzi, per divenire, poi, negli anni Trenta, sotto il regime fascista, disciplina riservata alle Giovani Italiane, tanto che a Orvieto venne organizzato, dall’Accademia di Educazione Fisica, il primo campionato femminile. La prima società arcieristica italiana nacque nel 1956 a Treviso, la quale si occupava anche della realizzazione delle competizioni per ambo i sessi. Oggi nel nostro Paese esistono due federazioni principali, vale a dire la Federazione Italiana Tiro con l’Arco (FITARCO) fondata nel 1961, che si divide in venti comitati regionali, e la Federazione Italiana Arcieri Tiro di Campagna (FIARC) istituita nel 1983, che rappresenta l’associazione italiana della International Field Archery Association (IFAA).

 

foto di Mirko Giattini Moriconi

La filosofia

Il tiro con l’arco è uno sport riconosciuto e praticato a tutti gli effetti, vista l’organizzazione delle due federazioni sopracitate che prevedono gare e campionati nazionali e internazionali, ma molti sono gli appassionati amatoriali che lo scelgono come attività; su questo si pensa che la cinematografia abbia un ruolo, ma si potrebbero aggiungere le numerose rievocazioni storiche che si svolgono in giro per l’Italia, insieme all’offerta di molte strutture ricettive che lo posizionano tra le pratiche da poter svolgere all’aria aperta a contatto con la natura. Ma tra le altre motivazioni è interessante far emergere la filosofia giapponese.
In Giappone infatti la pratica dell’arco è considerata uno stile di vita, una similitudine della vita stessa con le proprie sfaccettature e circostanze, a volte favorevoli e a volte meno, che hanno come perno lo sviluppo umano dell’autocontrollo, con cui si può raggiungere qualsiasi obiettivo. Tra i molteplici autori che ne parlano in maniera esplicita, Paulo Coelho, ne Il cammino dell’arco, descrive come l’arco venga personificato e assuma significato per poter vivere prendendo coscienza di sé: l’arco diventa la vita, la fonte dell’energia umana, mentre la freccia è l’intenzione, «ciò che collega la forza dell’arco al centro del bersaglio» (p.55). Il bersaglio è invece l’obiettivo che si vuole raggiungere, ma per farlo bisogna essere nella condizione spirituale adeguata, tanto da riuscire a immaginare che esso si avvicini all’arciere. Scoccare la freccia vuol dire che l’uomo ha preso coscienza di tutti i passi fatti fino a quel punto, ognuno dei quali è indispensabile. Tutto questo sottintende che, prima di arrivare al tiro, ci vuole molto tempo e impegno. Fa venire voglia a chiunque di iniziare a praticare questa attività.

Diventare arcieri in Umbria

E proprio su questo, l’Umbria presenta un’ampia scelta di strutture che propongono il tiro con l’arco; molti agriturismi lo prevedono come attività per tutti da svolgere immersi nel cuore verde, ma si può partecipare inoltre a corsi amatoriali con relativo rilascio di attestati. Ad esempio, due associazioni di Terni, l’associazione sportiva Gaia e l’agenzia Dreavel, si occupano di organizzare giornate di attività outdoor e di tiro con l’arco, che si svolgono rispettivamente a Fiastra e a Norcia. E, proprio nella città di San Benedetto è possibile partecipare al corso di costruzione dell’arco. Sempre a Norcia l’associazione Sibillini Adventure organizza corsi specifici di tiro con l’arco istintivo (quello antico, così come è nato), a partire dal corso base di 18 ore, che prevede lezioni teoriche e pratiche e il rilascio di un attestato finale di partecipazione. Esiste infine il parco Activo Park a Scheggino, immerso nella natura selvaggia tipica della Valnerina, in cui si possono svolgere molte attività sia per bambini che per adulti, tra cui il tiro con l’arco.

 

foto di Mirko Giattini Moriconi

 

Le rievocazioni storiche

Il tiro con l’arco, come accennato in precedenza, si ritrova in diverse rievocazioni storiche, di cui l’Umbria è particolarmente ricca. Queste manifestazioni, solitamente, prevedono la rappresentazione della vita quotidiana di epoche passate, durante le quali i borghi e le città umbre erano suddivisi in fazioni, spesso in competizione tra loro. Cortei storici, taverne ed eventi ludici caratterizzano questi momenti, svolti rigorosamente nei costumi tradizionali e in precisi periodi dell’anno. Le sfide tra fazioni, chiamate in modi differenti a seconda della località, consistono in alcune gare il cui scopo è la conquista di un Palio, ossia un arazzo dipinto da qualche celebre artista. In Umbria le rievocazioni storiche le cui sfide principali consistono in una gara di tiro con l’arco sono tre: due di esse si svolgono a Todi, la terza a Città della Pieve.
Nel caso di Todi, entrambe le gare di tiro con l’arco si tengono nell’ambito del campionato nazionale della FITAST, la Federazione Italiana Tiro Arco Storico e Tradizionale: la prima viene proposta ad aprile, nota come Todi città degli Arcieri, in cui a sfidarsi sono duecento arcieri su venti piazzole; la seconda, in ottobre, si chiama Disfida di San Fortunato e prevede un massimo di centoventi arcieri che gareggiano su un percorso di dieci piazzole, il tutto nello sfondo del meraviglioso centro storico tuderte.
A Città della Pieve, invece, si svolge, in agosto, il cosiddetto Palio dei Terzieri. I terzieri sono porzioni di terreno in cui era suddivisa anticamente la città, i quali si distinguono nel Castello medievale o Classe dei Cavalieri, che identificava l’aristocrazia; il Borgo dentro, con il quale ci si riferiva, invece, alla borghesia; il Casalino o Classe dei Pedoni, che individuava il ceto dei contadini. La gara principale è conosciuta come Caccia del Toro, in cui tre arcieri per ogni terziere devono colpire dei bersagli mobili a forma di toro, tutti situati su di una medesima giostra. La competizione è divisa in tre tempi, e dal primo all’ultimo la velocità delle sagome-bersaglio aumenta. Il terziere vincente otterrà il Palio, costituito da un arazzo rappresentante i simboli dei tre terzieri e, in alto, lo stemma della città, trofeo che verrà conservato dal vincitore fino alla successiva sfida.
Strumento sportivo e storico, e recentemente dotato anche di una connotazione filosofica, l’arco costituisce, dunque, una sorta di legame tra l’uomo dell’antichità e l’uomo moderno, che permette a quest’ultimo di evadere dalle tecnologie che oggi invadono la quotidianità e riassaporare il senso della realtà.

 


Fonti:

Enzo Maolucci (2012) Arco per tutti, Hoepli, Milano.

Paulo Coelho (2003) Il cammino dell’arco; nuova edizione 2017 di La nave di Teseo, Milano. http://www.activopark.com

http://www.asgaia.it

https://www.dreavel.com/ita/4/attivita/214/norcia-corso-di-tiro-con-larco-istintivo/

http://www.fitarco-italia.org

https://www.fiarc.it

https://www.sibilliniadventure.it

https://www.paliodeiterzieri.it

Giovanni di Pietro detto Lo Spagna per l’origine spagnola della sua famiglia (Spagna 1470 – Spoleto 1528) è tra i protagonisti dell’arte pittorica umbra tra XV e XVI secolo. Meno conosciuto rispetto ad altri seguaci del Maestro umbro Pietro Vannucci (per citare i suoi allievi più celebri: Pinturicchio e Raffaello), è un artista interessante e molto gradevole che vale la pena approfondire.

Il Maestro

Il giovane Giovanni si trovava probabilmente a Firenze intorno al 1493 quando Pietro Vannucci, detto Il Perugino, era tra i quattro maestri più in vista della città insieme a Botticelli, Filippino, e Ghirlandaio. Perugino assunse in quegli anni un ruolo di guida aprendo bottega presso l’Ospedale di Santa Maria Nuova; il suo laboratorio era tra i più attivi e frequentati anche da numerosi allievi che da tutta Europa giungevano per imparare «la grazia che ebbe nel colorire in quella sua maniera» (G.Vasari, 1568). Questo ci fa pensare che il nostro artista potrebbe essere entrato qui in contatto con il maestro umbro, diventandone in seguito allievo e collaboratore.

Influssi e primi lavori

Quando nel 1501 Perugino aprì bottega a Perugia, ricco comune che voleva rinnovarsi nello stile e nel gusto contemporaneo che proprio l’artista, originario del contado perugino, aveva con successo elaborato nella grande Firenze, Giovanni lo seguì, entrando in contatto probabilmente anche con Raffaello, altro giovane seguace del Perugino. Col Maestro, Giovanni lavorerà al ciclo di affreschi per il Convento francescano di Monteripido del quale rimane un affresco staccato con San Francesco che riceve le stimmate, conservato alla Galleria Nazionale dell’Umbria, che si trovava sul timpano della facciata della chiesa.
La critica è concorde nel vedere nello stile pittorico di Giovanni di Pietro
un‘adesione forte a modelli perugineschi, passaggio fondamentale per la formazione del pittore e per ottenere commissioni, ma anche l’abilità di saper raccogliere l’influsso di Raffaello, mantenendo allo stesso tempo un linguaggio personale, semplice e ricco di finezze coloristiche e di grazia. Alcune sue opere sono oggi parte delle collezione dei musei più importanti del mondo, per citarne alcuni: Londra (National Gallery), Parigi (Musèe du Louvre), Roma (Pinacoteca dei Musei Vaticani).

Dai primi passi al successo

Agli inizi del 1500 l’ambiente perugino è sotto il controllo della bottega del Vannucci e, come altri collaboratori del Perugino – tra cui Pinturicchio – lo Spagna si dovrà trasferire in cerca di lavoro per poter creare un proprio entourage. Sarà in altri centri umbri che decollerà la sua carriera artistica.

Rilevante è la città di Todi, bella ed elegante cittadina che domina la valle del Tevere: nel 1507 venne stipulato a Todi il contratto tra il pittore e gli osservanti della chiesa di Montesanto per la creazione di una pala d’altare raffigurante l’Incoronazione della Vergine (Todi, Museo civico) (fig.1), completata nel 1511 quando il pittore vi andrà ad abitare e a costituire una società. Oltre alla pala di Montesanto, Giovanni lavorò nel duomo dove affrescò diverse cappelle (tra gli anni 1513 e 1515) decorando anche l’organo (1516). Rimangono due tavole con S. Pietro e S. Paolo e un lacerto di affresco raffigurante una Trinità (quarta navata sulla destra, Cattedrale di Santa Maria Annunziata, Todi).

Altro importante centro umbro per la carriera de Lo Spagna è la città di Trevi, borgo che da un’altura del monte Serano, domina splendidamente la valle spoletina, dimora di potenti famiglie locali. Qui l’artista è chiamato da Ermodoro Minerva, ambasciatore di Ludovico Sforza, per decorare la Cappella di San Girolamo nella chiesa di S. Martino. La lunetta con la Vergine in gloria con i Santi Girolamo, Giovanni Battista, Francesco e Antonio da Padova datata 1512 è un affresco con evidenti richiami perugineschi, paesaggio ideale e ameno, ma dai colori più decisi. Per la stessa chiesa realizzerà nel 1522 una imponente pala d’altare con Incoronazione della Vergine (ora alla pinacoteca del Complesso museale di San Francesco) ricca di toni puri, raffinati e cangianti, solida costruzione delle figure, materie e oggetti attentamente descritti con resa illusionistica, derivata dal prototipo di Filippo Lippi nel Duomo di Spoleto (1467-69) e da un’Incoronazione della Vergine del Ghirlandaio, che realizzò a San Girolamo a Narni nel 1486; entrambe furono da riferimento anche per Raffaello nel 1505 per la pala di Monteluce a Perugia. Sempre a Trevi il maestro spagnolo, oramai richiesto e apprezzato in tutta l’Umbria, decorerà la chiesa della Madonna delle Lacrime tra 1518 e 1520 con riferimenti allo stile del richiestissimo Raffaello, in particolare nella scena del Trasporto di Cristo, dove c’è un forte richiamo al capolavoro del maestro urbinate eseguito per la cappella Baglioni di Perugia nel 1507, oggi alla Galleria Borghese a Roma. Testimonianza dell’evoluzione dell’artista spagnolo quindi in continuo e rapido rinnovamento, stimolato da continuo studio e approfondimento, al passo con le richieste delle committenze più facoltose.

Nel 1516 gli venne concessa la cittadinanza spoletina, testimonianza del fatto che Giovanni risiedeva a Spoleto già da diversi anni. Il 31 agosto 1517 viene nominato capitano dell’Arte dei Pittori e degli Orefici, conferma del riconoscimento del ruolo di caposcuola. Dal 1516 in poi la sua attività è attestata a Spoleto e nei centri circostanti, sia su base documentaria, sia attraverso un nutrito gruppo di opere, nelle quali traspare la presenza di aiuti e l’attività di una bottega che ne aveva assimilato la maniera.
Tra le opere più
interessanti e significative, la Madonna Ridolfi, una Madonna con il Bambino tra i Santi Girolamo, Niccolò da Tolentino, Caterina e Brizio, commissionata da Pietro Ridolfi, governatore di Spoleto dal 1514 al 1516 (Spoleto, Palazzo comunale) e le Virtù dipinte per la Rocca, staccate nel 1824 e ricomposte in un monumento dedicato a Leone XII (Palazzo comunale). La disposizione e l’iconografia delle tre figure allegoriche, la Giustizia in alto, con la Carità e Clemenza ai lati, suggeriscono la destinazione verso un ambiente con funzioni giudiziarie.

Spoleto – San Giacomo

Nella Carità, concepita secondo una composizione rotante, e nella Clemenza, caratterizzata da uno scorcio che conferisce efficacia retorica a gesti e posture, si riflettono soluzioni elaborate da Raffaello negli anni romani, suggerendo così una cronologia abbastanza avanti nel tempo.
Lungo la via Flaminia, poco lontano da Spoleto, per la chiesa di
San Giacomo Apostolo, protettore dei pellegrini, nel 1526 Giovanni di Pietro è chiamato a decorare l’abside e due cappelle. Nel catino raffigura una Incoronazione della Vergine e sulla parete San Giacomo e il Miracolo dell’impiccato e il Miracolo dei galli. Straordinaria ricchezza di dorature, colori e ornamenti a grottesca, affollato di figure e scenicamente complesso: qui Lo Spagna raggiunge uno degli esiti più alti della sua attività, una rara testimonianza umbra della maniera moderna.

In questi anni, insieme alla bottega, Lo Spagna lavorò in Valnerina: nella chiesa di S. Michele Arcangelo a Gavelli, ove vi sono affreschi datati 1518 e 1523; a Visso nella chiesa di S. Agostino; a Scheggino, dove, infine nel 1526 sottoscrisse il contratto per la decorazione della tribuna della chiesa di S. Niccolò per la quale gli furono offerti 150 fiorini.

Eredità

Lo Spagna morì forse di peste, nell’ottobre del 1528: il decesso è attestato da una carta dell’Archivio capitolare di Spoleto che riferisce che nel giorno 9 di quel mese vennero ricevuti i ceri per la cerimonia funebre: «die 9 octobris, havemmo per la morte dello Spagna pictore quatro torcie» (Gualdi Sabatini, 1984, p. 395).

Dono Doni fu il seguace più noto, ma non il solo a raccoglierne il testimone, la sua fiorente bottega costituisce ancora oggi un aspetto caratterizzante del patrimonio artistico della zona spoletina e della Valle del Nera. Tra i collaboratori vanno ricordati Giovanni Brunotti e Isidoro di ser Moscato, Giacomo di Giovannofrio Iucciaroni (1483-1524 circa) attivo in Valnerina; Piermarino di Giacomo che nel 1533 terminò gli affreschi di Scheggino.

 

PER INFO:

TodiMuseo civico (chiuso lunedì, orari 10.00-13.00/ 15.00-17.30), Cattedrale di Santa Maria Annunziata (apertura orario continuato 9.00-18.00), uff. turistico tel. 075 8942526

TreviPinacoteca complesso museale di San Francesco (aperto da venerdì a domenica dalle 10.30-13.00/ 14.30-18.00), altri spazi apertura su richiesta. ProTrevi tel. 0742 781150

SpoletoPalazzo Comunale (orari da lun a ven 9.00-13.00, lun e gio 15.00-17.00), uff. turistico tel.  0743218620/1

 

 


Fausta Gualdi Sabatini, Giovanni di Pietro detto Lo Spagna, Spoleto, Accademia Spoletina, 1984.
Pietro Scarpellini, Perugino, Electa, MIlano 1984.
Perugino: il divin pittore, cat. della mostra a cura di Vittoria Garibaldi e Federico Francesco Mancini, (Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria 2004), Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2004.
Giovanna Sapori, Giovanni di Pietro: un pittore spagnolo tra Perugino e Raffaello, Milano, Electa, 2004