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«Spesso chi non arriva prima cede, io non ho mai mollato: gara dopo gara, anche guardando dalle tribune perché ero stato eliminato. Ho lavorato tanto, mi piace allenarmi, e ora sono qui da Campione del Mondo».

Alessio Foconi ama il cinema, la carbonara e urlare «daje!» alla fine di ogni gara. Per il fiorettista ternano – che ha iniziato ad allenarsi all’età di sei anni con la società Circolo della scherma di Terni – il 2018 è stato l’anno dei record. Ha vinto il titolo individuale nel Mondiale, il titolo mondiale a squadre ed è diventato il numero uno nel ranking, aggiudicandosi così la Coppa del Mondo 2018. Anche quest’anno è partito alla grande con diversi podi, conquistati nelle tappe che portano alla vittoria del trofeo più prestigioso.
Alessio però ha ben saldi i suoi obiettivi e non si culla con i risultati ottenuti, puntando diritto con il suo fioretto alle Olimpiadi di Tokyo 2020. «Ad aprile iniziano le qualificazioni, cercherò di non farmi prendere dalla paura che solo il nome evoca».

 

Alessio Foconi bacia la sua coppa del mondo

Alessio, qual è il suo legame con l’Umbria?

È un legame forte, sono molto affezionato sia a Terni sia all’Umbria. Le mie origini sono qui e credo che sia una delle regioni più belle d’Italia: non posso non apprezzare questi luoghi.

Il 2018 è stato per lei – a livello sportivo – un anno pieno di soddisfazioni: il 2019 è iniziato bene, con diverse vittorie nelle tappe del circuito di Coppa del Mondo di fioretto… Cosa si augura ancora?

L’anno è iniziato nel migliore dei modi e mi sto allenando per mantenere questo ritmo. Ovviamente punto a vincere il più possibile. Nell’estate ci saranno due appuntamenti molto importanti: gli Europei e i Mondiali di scherma. Il mio obiettivo è quello di confermare quello che ho già fatto lo scorso anno: è una sfida e un mettersi in gioco ancora una volta. Ad aprile, poi, iniziano anche le qualificazioni olimpiche. Ci sarà più tensione, ma cercherò di usare l’approccio giusto, senza farmi prendere dalla paura che il nome Olimpiade può suscitare.

A cosa si pensa quando si è sulla pedana e si gareggia per un Mondiale?

Cerco di liberare la mente il più possibile perché – quando si è alla fine di un assalto, si è in vantaggio e manca solo una stoccata – pensare a quello che può avvenire dopo è controproducente e c’è il rischio che l’avversario possa recuperare. Per questo, tengo sempre la mente sullo 0-0 come se ci fosse ancora una gara da giocare. L’importate è rimanere sempre concentrati, poi raggiunta la vittoria si dà libero sfogo a tutto!

Numero uno nel ranking mondiale di scherma, che effetto fa?

Bisogna restare con i piedi per terra ed evitare di accontentarsi. Anche se il tuo avversario sa che sei il numero uno al mondo, si deve gareggiare alla pari puntando alla vittoria, e mai sottovalutare chi si ha difronte.

Come ha iniziato a praticare scherma?

Ho iniziato perché mio fratello maggiore aveva deciso di provare questo sport. Ho avuto la fortuna di cimentarmi in diverse discipline, ma quando sono entrato nella palestra di scherma non ho più avuto il coraggio di uscire. Mi sono innamorato di questo sport e delle persone che ho incontrato – forse è per questo che ho perso la testa per la scherma. I valori che ti insegna, il rapporto di amicizia che si crea con gli istruttori e i compagni, sono legami importanti che porto sempre con me. Alla luce di questo, consiglio a tutti di provare questa disciplina.

Ci spieghi in poche parole come si allena un fiorettista…

In questo momento mi alleno seguendo tre fasi: la prima è tecnica, cioè l’incontro con l’avversario o la lezione con il mio maestro Filippo Romagnoli; la seconda è la preparazione atletica che faccio con Walter Cutrì; infine, la terza fase riguarda la mente, la psicologia e la concentrazione, tutti elementi fondamentali in questo sport. Per questo mi alleno anche con il mental coach Filippo Fanin: quest’ultima fase mi serve per gestire la tensione durante una gara e per sapere al meglio come approcciarla psicologicamente.

Per un Mondiale, invece, come si prepara?

La gara non ha nulla di diverso dalle altre che si disputano durante il resto dell’anno; chiaramente, essendo però più importante, nella mente scatta qualcosa, ed è qui che entra in gioco il mental coach che mi aiuta a visualizzare bene l’obiettivo. Arrivo perciò preparato ad affrontare le paure che possono nascere da un evento del genere.

 

Alessio Foconi

Ci racconti una curiosità privata: ho letto che ama la carbonara…

Sì, è vero! Amo molto anche il cinema, sono un vero cultore, e raramente dico che un film è brutto.

Qual è il suo film preferito?

Sono un fan sfegatato di Star Wars, di tutta la saga. Quando vedo le spade laser mi esalto!

Da sportivo fa dei gesti scaramantici prima di una competizione?

No. Anzi, cerco sempre di fare cose diverse ogni volta che ho una gara: in questo modo evito di auto-condizionarmi.

Il «daje» che dice alla fine di una gara non è scaramantico?

Quello è un atto liberatorio, un modo per sfogare la fatica e tutto il lavoro fatto per arrivare lì.

Com’è il panorama giovanile di scherma, in particolare quello umbro? Ci sono delle piccole promesse?   

C’è un bel gruppetto che può emergere. Spero che vogliano continuare a divertisti e a vincere; non è sempre facile, ma, impegnandosi, potrebbero facilmente andare avanti. Questo è molto bello.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Tosta, cibo buono, eccellenze sportive di cui vantarsi.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

La natura che ci circonda.

«Non c’è nessuna forma d’arte come il cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima». (Ingmar Bergman)

Il cinema è un’arte che si fa in squadra. Tutti conoscono gli attori e il regista, ma il grande lavoro arriva dalle diverse maestranze che, impiegate dietro le quinte e unite in una stretta collaborazione, raggiungono l’obiettivo finale: il film. Questa filosofia ha ispirato gli umbri che lavorano nel mondo del cinema a unirsi per mettere in campo la loro forza, ma soprattutto la loro professionalità. È nata così l’Associazione Mestieri del Cinema Umbri – di recente costituzione – formata da residenti umbri con curriculum professionale in tutti i reparti della produzione cinematografica e televisiva. L’associazione conta oggi un’area, tra soci, collaboratori e partner, di oltre 100 persone, legate dalla visione comune di uno spazio di confronto e crescita nel proprio territorio.

Alcuni momenti durante la realizzazione del corto

«I nostri obiettivi sono molteplici: il primo è lo scambio di idee, ognuno rinforza e arricchisce gli altri con i propri pensieri. Un secondo traguardo è quello di far rivivere un settore, quello del cinema, che potrebbe favorire indotti lavorativi di tanti tipi. E infine, dialogare con le istituzioni. Esiste, infatti, una legge del 2016 che dovrebbe essere applicata per incentivare le produzioni. In Umbria ci sono tanti festival molto belli e interessanti, ma fanno parte del settore della distribuzione, quello che manca e che noi vorremmo portare, sono delle produzioni che possano far lavorare i vari settori cinematografici» illustra il presidente dell’associazione Federico Menichelli. «Per l’Umbria è una vera novità, nessuno prima aveva mai pensato di creare un’associazione di questo genere. Non solo, è utile per un confronto tra addetti ai lavori, ma soprattutto per far ripartire in Umbria questo settore» fa eco la costumista Isabella Sensini, anche lei membro del gruppo.

Da poco tempo è stata ricostituita l’Umbria Film Commission: sono presenti nuove produzioni e soprattutto ci sono tanti operatori del cinema costretti a lavorare fuori regione: «L’Umbria Film Commission può dialogare con la nostra associazione di categoria e potrebbe non solo accogliere nuove produzioni, ma anche creare dei prodotti da esportare», prosegue il presidente.

Gli studi del Centro Multimediale di Terni

L’importanza dell’unione è sostenuta anche da Alessio Rossi, addetto ai casting: «Molti di noi lavorano a Roma o in altre città e questo fa perdere all’Umbria grandi possibilità d’incrementare le produzioni. Così potremmo creare lavoro anche qui. Inoltre, nel mondo dello spettacolo più si è uniti e si conoscono persone, più si lavora». Karina Y Muzzio, make up artist, è felice di far parte di questo gruppo perché crede che sia una grande occasione per rilanciare la settima arte nostrana: «L’Umbria è una regione che offre molto, ma è fondamentale unirsi per dare una spinta concreta a questo settore».

Il biglietto da visita che ha presentato l’Associazione Mestieri del Cinema Umbri è stato un cortometraggio dal titolo Umbria: La Rinascita, girato all’interno del Centro Multimediale di Terni.

«Si tratta di una struttura molto importante, con due studi – uno di 900 metri quadri e uno con il green screen – che potrebbe essere utilizzata per fare formazione o per attirare produzioni da fuori, sfruttando anche il panorama e i borghi circostanti. Oggi è di proprietà del Comune di Terni ed è un luogo vuoto e non utilizzato. Rilanciarlo sarebbe fondamentale» sottolinea Menichelli.

 

Il cortometraggio

Il cortometraggio Umbria: La Rinascita è stato il primo passo di un movimento tecnico-artistico che, dopo anni di silenzio e isolamento, ha ricongiunto i professionisti umbri all’insegna del rispetto reciproco per progetti comuni. Il corto è stato realizzato con il completo e totale investimento di tutti i professionisti dei vari reparti: tutti gli interpreti hanno partecipato a titolo gratuito per sostenere la propria regione d’origine.

Valeria Ciangottini e Federico Menichelli

«Da bravi artigiani, il nostro primo passo è stato quello di girare un cortometraggio. Siamo molto contenti perché abbiamo raggiunto oltre 23.000 visualizzazioni e abbiamo coinvolto artisti del calibro di Alfiero Toppetti e Valeria Ciangottini. Ognuno ha dato quello che aveva e che poteva dare. Tra i partecipanti – ed è un segno importante – c’è anche l’amministrazione comunale di Terni. Il nostro prossimo passo è attirare l’attenzione degli imprenditori e della Regione, che deve allinearsi a un panorama nazionale molto più avanzato. Serve un fondo cinema e occorre che le produzioni vengano attratte dall’Umbria: la forza della regione sta nel fatto che, sul grande schermo, non appare così spesso. Ecco, mettendo insieme tutti i pezzi si può fare molto», conclude Federico Menichelli.

 

Lasciamo parlare i numeri: 150.000/180.000 fiori di Crocus Sativus coprono un campo immenso bellissimo e violetto, e da tutto quel campo si ricava solo un chilogrammo di zafferano.

L’oro rosso

Una quantità enorme di fiori per poco prodotto: ovviamente questo fa alzare il prezzo, come per il caviale, ma a differenza di quest’ultimo lo zafferano ha una storia millenaria che oscilla tra magia, salute, prestigio e cucina. È stato per secoli un prodotto di successo, tanto da guadagnarsi il soprannome di oro rosso. È stato un prodotto multitasking, usato come colorante per tingere i tessuti reali, ma anche come prezioso afrodisiaco e cosmetico per ravvivare le guance pallide.

In Italia la parola zafferano evoca subito il risotto alla milanese, mentre in Francia è un ingrediente della bouillabaisse (zuppa di pesce) e in Svezia è un elemento del Grande Amaro Svedese.

Tutti si servono dello zafferano. Infatti è molto richiesto e nel mondo se ne producono 180 tonnellate l’anno. Il 90% proviene dall’Iran. Quello in polvere è una delle spezie più soggette a frodi e adulterazioni. La polvere può essere mescolata con la curcuma o con la calendula, ma c’è chi non esita ad aggiungere minerali polverizzati o coloranti sintetici. Poi, come nelle antiche spezierie, c’è anche il rischio di acquistare un prodotto ormai vecchio e mal conservato.

prodotti tipici umbria
Fiori di zafferano essiccati

Lo Zafferano del ducato

Una volta arrivava da Oriente seguendo il percorso della Via delle Spezie, poi ha attecchito anche in Italia ed è stato coltivato in Abruzzo e nelle terre di Spoleto e di Terni.

Varie vicende storiche ed economiche l’avevano fatto sparire dal mercato interno, ma adesso è tornato alla grande. Noi italiani ne produciamo poco, ma coltiviamo la Ferrari dell’oro rosso. Per far fronte alle spese e alle difficoltà di coltivazione e raccolta, quaranta produttori umbri hanno trovato opportuno creare un’associazione dal nome evocativo di Zafferano del Ducato, a ricordo della sua presenza nel ducato di Spoleto. Uno dei soci, il signor Giuliano Sfascia, mi ha spiegato le caratteristiche che il prodotto deve avere per essere di prima qualità, e mi ha portato sul campo, dove ho visto in cosa consiste la grande fatica.

I fiori, i crochi, nascono da bulbi che sono messi nel terreno verso luglio, ma che non sopportano le coltivazioni intensive, hanno bisogno di spazio e di aria, crescono a mezza collina su terreni leggeri e ben drenati, di tipo sabbioso o limoso.

I 180.000 fiori, necessari per ottenere un chilo di zafferano, si possono raccogliere solo a mano, chinati sui crochi, di prima mattina, quando i fiori sono ancora chiusi. Ogni fiore ha solo tre stimmi rossi (antennine) portatrici della spezia, cioè dello zafferano. Questa dura raccolta si chiama sfioritura e si fa nel mese di ottobre.

I crochi

Raccolti i fiori, si staccano delicatamente i tre stimmi, che vengono messi in un vaso di vetro e portati subito a essiccare. Prima si asciugano e tanto meglio sarà il sapore della spezia. Produrre zafferano richiede fatica e molte ore di lavoro ed è una coltivazione soggetta a mille rischi, intemperie e parassiti compresi. A tutto questo si deve aggiungere che ogni raccolta, per ottenere la certificazione di qualità, deve essere analizzata da un laboratorio autorizzato.

Crocina, cioè il colore, Pirocrocina, il sapore amaro e Safranale, cioè l’aroma, sono le tre sostanze che caratterizzano lo zafferano, ma solo se la presenza di queste sostanze è alta si ha uno zafferano di prima qualità. Nessuna magia. La buona coltivazione aiuta le tre sostanze a dare il meglio di sé. Quindi, buon risotto a tutti.

Un cortometraggio realizzato dall’Associazione Mestieri del Cinema Umbri per promuovere e rilanciare il cinema in Umbria.

L’Associazione, di recente costituzione, è formata da residenti umbri con curriculum professionale in tutti i reparti della produzione cinematografica e televisiva. Conta oggi un’area – tra soci, collaboratori e partner – di oltre cento persone, legate dalla visione comune di uno spazio di confronto e crescita nel proprio territorio.

Il cortometraggio Umbria: la rinascita è il primo passo di un movimento tecnico artistico che, dopo anni di silenzio e isolamento, ricongiunge i professionisti umbri, nel rispetto reciproco, in progetti comuni, utilizzando spazi e location, pronti ad accogliere collaborazioni in Italia e all’estero. Il corto è stato realizzato con il completo e totale investimento di tutti i professionisti dei vari reparti, così da recuperare e gli studi del Centro Multimediale di Terni, chiusi da troppi anni. Tutti gli attori partecipanti si sono offerti a titolo gratuito per sostenere la propria regione d’origine.

REGIA
Federico Menichelli

AIUTO REGIA
Luca Labarile Matilde Pennacchi

DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA
Matteo De Angelis

ATTORI (in ordine di apparizione)
Valeria Ciangottini
Mirko Petrini
Lucia Rossi
Graziano Scarabicchi
Andrea Cagliesi
Ezio Maria Bruno
Daniele Biagini
Giordano Petri
Claudio Bellanti
Serena Saitta
Camilla Ferranti
Alfiero Toppetti
Isabella Orsini
Eleonora Pieroni

ASSISTENTI ALLA REGIA
Alen Galante Virginia Russo

OPERATORE DI MACCHINA
Marco Benedetti

ASSISTENTE OPERATORE
Pietro Pappalettera

MACCHINISTA
Luca Lamberti

ELETTRICISTI
Fabrizio Marchetta
Stefano Spellucci
Fabiano Veroli

FONICO
Riccardo Gaggioli

PRODUZIONE
Cristina Bravini
Federica Razza
Simona Ricci
Alessio Rossi

ASSISTENTI ALLA PRODUZIONE
Carola Natali
Eric Souqi

FOTOGRAFI DI SCENA
Alberto Bravini
Davide Garzia

SCENOGRAFI
Giampiero Lombardini
Mirko Moretti

ASSISTENTI SCENOGRAFI
Paolo Angeletti
Alfonso Uccellani

COSTUMISTE
Francesca Pieroni
Isabella Sensini

ASSISTENTI COSTUMISTE
Gigliola Ciuffolini
Letizia Castellani

MAKE UP – HAIR STYLIST
Stefania Fornasiero
Ana Karina Yagual Muzzio
Anila Nikolli
Martina Pucci
Sonia Saitta
Giorgia Stella
Giovanni Truscelli

DRIVER
Alessandro Musci

INOLTRE
Paolo Baiocco
Alessandra D’Egidio
Carlo Dragone
Andrea Giuli
Fausto Proietti
Mauro Silvestrini

CONTRIBUTI VIDEO PER LE IMMAGINI DELL’UMBRIA
Giampaolo Pauselli & Francesco Bastianelli (Perugia e Castelluccio di Norcia)
Mirko Faienza (Bevagna)
Associazione Culturale Lavori in Corso

CONFERENZA STAMPA CONDUZIONE
Massimo Massari

DOCUMENTAZIONE VIDEO
Walter Pernazza

ORGANIZZAZIONE E DISTRIBUZIONE
Francesco Belladonna
Francesco Bastianelli

“UNA TROMBA INTORNO AL MONDO” EDITORE POMODORO STUDIO
per gentile concessione del MAESTRO NELLO SALZA

IN COLLABORAZIONE CON IL COMUNE DI TERNI E IL CENTRO MULTIMEDIALE
CON IL SOSTEGNO DELLA CAMERA DI COMMERCIO DI TERNI

E DI

2M ON THE ROCKS
EDILIZIA COLLEROLLETTA
IMPRESA EDILE GIUSEPPE FLAMINI
ISOLTERNI
MARISE’ PERUSIA CONFEZIONI
PIZZERIA MALAFEMMENA
ALL FOOD SPA
DULCINEA PERUGIA
ASSOCIAZIONE DIMORE STORICHE UMBRE

La nascita del lavoro di Karpüseeler ha avuto luogo dal «magico incontro tra la ricerca e la manualità».

È con queste semplici parole che l’artista descrive le sue creazioni, ponendo su un piano l’idea progettuale che cresce e prende corpo, su un altro invece l’attitudine fabbricativa: la sintesi dei due elementi fa sì che si realizzi un interscambio vivo tra l’artista e l’opera. La mostra di Karpüseeler –  Vivavoce: antologia minima di opere scelte 1978-2018 – visibile fino al 14 ottobre – a cura di Aldo Iori, è allestita presso gli spazi del Museo Archeologico all’interno del complesso CAOS –Centro Arti Opificio Siri di Terni.

 

Pazzipuzzles di Karpuseeler

Chi è Karpüseeler?

Karpüseeler è un artista a tutto tondo; terminati gli studi superiori si diploma con il massimo dei voti al corso di pittura all’Accademia di Belle Arti di Perugia, sotto la guida e insegnamento dei professori Corà e Nuvolo; decide così di dedicare la sua vita all’attività artistica. Dagli anni Ottanta la sua ricerca si rivolge alla grande tradizione astratta contemporanea elaborando un personale linguaggio. Vincitore di premi internazionali di scultura, le sue opere sono presenti in numerose collezioni. Negli spazi espositivi del Museo Archeologico, in relazione agli innumerevoli reperti conservati, sono visibili importanti opere esposte in occasione del quarantennale della sua attività artistica; in questo magico ambiente, l’arte contemporanea crea un ideale ponte con il passato, segnalando l’attualità dei luoghi culturali in cui ritrovare le proprie radici, per ribadire l’eterna contemporaneità di tutta l’arte.

 

Coro, 1998

Il percorso espositivo

L’artista, interessato da sempre alle logiche cibernetiche – la sua tesi di laurea aveva come oggetto Arte e Cibernetica – mette in evidenza il confine disciplinare della scultura: nelle opere esposte, poiché la forma tende all’assoluto, la creazione instaura con l’osservatore un inedito rapporto spazio-temporale.
La mostra si apre con un’inedita opera: Vivavoce, la quale fornisce il titolo all’intera esposizione e che, da subito, pone l’osservatore appena entrato nel museo in uno spazio pluridimensionale dell’opera: come se la stessa creazione gli chiedesse ascolto o come se gli proponesse un luogo ideale per la riflessione.
Lungo il percorso espositivo l’osservatore può inoltre ammirare altre opere: Verso infinito (1995), Silenzio bianco (2006), Coro (2007) e Piccola Voce (2016), le quali posseggono invece una forte e assoluta presenza che, come in Brancusi o Spalletti, travalica l’aspetto formale e l’opera ritrova una propria dimensione intellettuale.

 

Per maggiori informazioni

INGREDIENTI per 4 persone
  • 1,5 kg di gamberi d’acqua dolce
  • Qualche foglia di mentuccia
  • 1 rametto di maggiorana fresca
  • 1 ciuffo di prezzemolo
  • 2 spicchi d’aglio
  • 3 cucchiai d’aceto di vino bianco
  • 6 cucchiai di olio extravergine d’oliva
  • Sale
  • Pepe

 

 

PREPARAZIONE

Ponete sul fuoco una pentola con acqua salata e, quando sarà giunta a ebollizione, unite i gamberi. Lasciateli cuocere per 7-8 minuti, fino a quando non saranno diventati di colore rosso; scolateli e lasciateli intiepidire. Nel frattempo, fate un trito di mentuccia, prezzemolo, maggiorana e aglio, stemperatelo con olio e aceto, salatelo e pepatelo. Togliete alle code di gambero prima il guscio, poi gli intestini; ponetele in una terrina, conditele con la salsa e servitele.

 

Questa ricetta è della zona di Terni, dove spesso venivano portati in tavola i gamberi di Piediluco. A Norcia e a Foligno, si facevano invece i gamberi fritti: le code, pulite, si passavano in olio caldo, si salavano e si pepavano e, più recentemente, si aromatizzavano con peperoncino. Nelle zone in cui le acque offrivano gamberi, chi li pescava li metteva in grandi secchi e poi passava per le vie della città a venderli.

 

Per gentile concessione di Calzetti-Mariucci Editore.

 

«L’olio e il vino umbro sono un nostro patrimonio culturale come il Pinturicchio e il Perugino»

Gianfranco Vissani non ha bisogno di tante presentazioni. È forse il primo chef apparso in televisione, quando ancora gli chef stavano solo in cucina. Esuberante, schietto e un vero umbro verace. E anche durante la nostra chiacchierata si dimostra tale: ricorda il padre quando ammazzava il maiale o quando preparava i liquori al sambuco e al muschio e alle tante cose che gli ha insegnato, o a quando guardava Goldrake. «Tu lo guardavi Goldrake? Forse sei troppo giovane!». Poi l’intervista si sposta sulla cucina umbra ed è palese il suo attaccamento a questa terra e a tutto quello che regala. «Il mio, è un vero rapporto col territorio».

Gianfranco Vissani

Qual è il suo legame con l’Umbria?

Ho origini maremmane ma sono nato in Umbria a Civitella del Lago in provincia di Terni, quindi il mio legame è molto forte. Al lago di Corbara mio padre ha aperto il primo ristorante quando ancora c’era poca corrente in zona e le strade erano poco praticabili. Da giovani cerchiamo e siamo attratti da tutto quello che è diverso, per questo – dopo l’istituto alberghiero a Spoleto – ho girato molto l’Italia: Venezia, Cortina d’Ampezzo, Genova, Firenze e Napoli, oggi invece tutto quello che c’è qui è la mia vita. Amo l’Umbria, ho con questa terra un legame molto radicato.

Se l’Umbria fosse un piatto, quale sarebbe?

Non sarebbe solo un piatto, ma tantissimi. Sarebbe la caccia, le lenticchie di Castelluccio, le patate di Colfiorito, il tartufo cavato e non coltivato, l’olio, i vini come il Sagrantino, la torta cotta sotto la brace, la maialata e il sanguinaccio, i tordi di Amelia e la palomba alla ghiotta di Todi. Siamo una piccola regione, ma molto importante e innovatrice in cucina.

Un ingrediente che non può mancare sulla tavola di un umbro…

Sicuramente l’olio, per le sue piccole dimensioni l’Umbria ne produce tantissimo, e il vino di Caprai e Lungarotti che sono stati dei veri innovatori. Questi due prodotti sono un nostro patrimonio culturale pari al Pinturicchio e al Perugino.

Quanto, e in che modo, questa regione ha influito nella sua cucina e nel suo lavoro?

Moltissimo. I prodotti umbri sono molto presenti nelle mie ricette.

Il suo ultimo libro La cucina delle feste ha come sottotitolo L’altro Vissani: chi è l’altro Vissani? Ne esiste un altro?

Sì, è un altro rompiscatole come me (ride). È un sottotitolo che mi piaceva mettere.

Un bravo chef è quello che cucina la miglior pasta al pomodoro o quello che crea un ottimo piatto mai fatto da altri?

Un bravo chef deve sapere fare entrambe le cose: partire dalla semplicità di una pasta al pomodoro per arrivare a un piatto più particolare e complicato.

Piccola curiosità: c’è un cibo che proprio non sopporta? E uno del quale non può fare a meno?

Non mi piacciono i crauti e non potrei fare a meno dell’olio o del prosciutto, ma di quello che non sa troppo di maiale.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Colline, paesaggi naturali e verde.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

La vita tranquilla e le viti d’uva.

L’impiccato, il gobbo Severino, la Sor Aurelia e due cinesi. Sono solo alcune delle mummie che si possono conoscere nel Museo di Ferentillo, in provincia di Terni. Il paese si trova in una posizione molto particolare: alla confluenza di due crinali rocciosi che quasi si congiungono, chiudendo la Valle del Nera. Due sono i borghi che lo compongono: Mattarella e Precetto, posti sulle due sponde del fiume.

Mummie di Ferentillo

 

Precetto ha un assetto urbano duecentesco e un sistema di fortificazioni ben sviluppato: di esso si sono conservate le mura merlate, che corrono sul crinale del monte, e le poderose torri. La parte del paese che si è sviluppata nella parte pianeggiante è, invece, di formazione più recente, risalendo al XV secolo. Questa riorganizzazione fu voluta dai nobili Lorenzo e Francesco Cybo, i quali avevano progettato l’edificazione di nuove chiese in tutto il territorio. Nello specifico una doveva essere dedicata a Santo Stefano, e doveva essere costruita nell’area in cui già sorgeva una chiesa di origine medievale (XIII secolo). Questa non venne demolita, ma fu utilizzata come base per le fondamenta delle nuove costruzioni. Gli spazi modificati resero possibile un utilizzo alternativo della chiesa che, inglobata dalla nuova struttura, fu riadattata a cripta sepolcrale della chiesa superiore.

La cripta

Questo spazio fu riempito con della terra (probabilmente materiali di scarto della lavorazione della pietra utilizzata per edificare la chiesa superiore) che andò a modificare il livello del pavimento originario. Lunga ventiquattro metri, larga nove e alta due, la cripta presenta ancora oggi elementi architettonici e artistici risalenti alla fase della chiesa medievale del XIII secolo, come l’antico portale e i resti dell’abside. In questo luogo, dal XVI secolo in poi, vennero inumati tutti i morti del borgo di Precetto fino al 1806, quando fu esteso all’Italia l’editto napoleonico di Saint Cloud, Décret Impérial sur les Sépultures, che vietava la sepoltura all’interno delle mura cittadine e che impose la costruzione dei cimiteri extraurbani. Oltre a vietare la sepoltura, l’editto ordinò anche la riesumazione dei corpi e così ci si accorse della perfetta mummificazione di alcuni di essi.

 

Il museo

Dal momento della scoperta (specialmente dal XIX secolo) questo luogo è divenuto famoso per la collezione di questi corpi mummificati, tanto da suscitare l’interesse di numerosi studiosi e di moltissimi visitatori. Proprio per questo grande interesse, nel 1992, si è deciso di dar vita a una nuova musealizzazione, utilizzando nuove teche espositive per la conservazione dei corpi e accogliendo i visitatori con questa incisione sopra alla porta di ingresso del museo: «Oggi a me, domani a te, io fui quel che tu sei, tu sarai quel che io sono. Pensa mortal che il tuo fine è questo e pensa pur che ciò sarà ben presto».

Le mummie

Ad oggi sono 21 tra uomini, donne e bambini, le mummie esposte al Museo. Ci sono poi 10 teste, 270 teschi, una bara ancora sigillata e due volatili mummificati (uno dei quali è un’aquila). Inoltre, durante gli ultimi interventi di pulitura e manutenzione della cripta sono state rinvenute delle sepolture nella sala antecedente a questa, forse destinate ai non battezzati. La particolarità di questo Museo, oltre allo straordinario stato di conservazione dei defunti, sta nel fatto che possiamo realmente conoscere la mummia che ci troviamo davanti. Di alcune di esse, infatti, si conosce la storia, che continua a essere tramandata oralmente o si ritrova negli archivi ecclesiastici.

 

I cinesi

I cinesi

Una particolare ricostruzione riguarda le mummie di due asiatici (riconoscibili dalla caratteristica fisionomia). Le leggende narrano di un ricco uomo e della sua sposa, probabilmente cinesi, in viaggio di nozze a Venezia. «Dopo un lungo e felice viaggio i due giovani giunsero nella Serenissima […] Essendo cattolica, Fiore d’Estate volle pure visitare la città di San Pietro. Così giunsero a Roma. C’era molta gente in città. Capitavano durante l’Anno Santo straordinario (1750). E qui i due giovani furono colpiti da un male terribile: il colera. Fuggirono dalla città santa e si spinsero nell’entroterra umbro, forse per recarsi a Triponzo dove le fonti termali potevano far sperare nel miracolo della guarigione. Era un giorno molto caldo. I sintomi del male erano evidenti in Fiore d’Estate […] Furono trovati all’alba sui gradini della chiesa di Santo Stefano. Fiore d’Estate teneva stretto in mano il piccolo crocefisso d’oro regalatole dal suo A-Tuan[1]». La leggenda è supportata dalla presenza dei loro abiti, in buona condizione fino agli anni Settanta.

L’avvocato

Altra curiosità riguarda il corpo custodito nell’unica bara ancora chiusa presente nella cripta. Si tratta di un avvocato del luogo ucciso da numerose pugnalate la cui mummia non viene esposta per rispetto nei riguardi dei discendenti dell’uomo ancora viventi e residenti a Ferentillo. Anche uno degli assalitori rimase ucciso durante l’omicidio, e il suo corpo è esposto in una delle teche del museo. «[…] L’avvocato sedeva nel suo studio ancora indaffarato nel disbrigo di alcune pratiche. Preso il lume si affrettò ad aprire. Riconobbe subito un suo amico. Era venuto per avvertirlo che un gregge stava distruggendo il suo oliveto […] Giunti all’incrocio con il sentiero del piano, ecco all’improvviso spuntare dalla grande quercia due individui, che, con il coltellaccio alla mano li assalirono. L’amico, falso e traditore, si unì a quelli e giù colpì alla cieca. L’avvocato, nonostante che fosse stato colto alla sprovvista, siccome era aitante e coraggioso trasse di tasca il coltello, inseparabile compagno in quei tempi, e cominciò a difendersi energicamente. Colpito a morte dai tre, ebbe tuttavia la forza, prima di cadere esanime, di uccidere il traditore che ora giace con lui per sempre[2]».

L’ingordo messere

«[…] Mangiava di tutto e andava pazzo per quelle ciambelle all’anice che si distribuiscono ai popolani nella ricorrenza di Sant’Antonio Abate […] Era diventato ormai la Favola del paese. Lo sbeffeggiavano tutti ma non in sua presenza perché ne temevano l’ira. Ricco assai, poteva permettersi qualsiasi stravaganza e vendetta […] A sera, mentre il messere era intento a sgranocchiarsi un bel coscio di tacchino, bussarono ripetutamente al suo portone. Era una povera vecchia, ricoperta di pochi stracci che supplicava per avere un pezzo di pane […] Messere Francesco urlò ai servi di cacciarla. La donna disperata e umiliata, con tutto l’odio inveì contro di lui: “[…] Verrà il giorno che il tuo corpo non reggerà al peso del pane che hai mangiato e la tua bocca stessa non riuscirà più a mangiarne”. L’anatema dovette sortire il suo effetto dato che il messere fu colpito da un male incurabile che gli deformò la bocca e impedendogli di nutrirsi, di lì a poco lo condusse alla morte[3].
Sono presenti anche le mummie di una giovane donna morta di parto sepolta insieme al feto nato morto, di Sora Aurelia, una vecchia contadina con gli abiti ancora intatti, di un campanaro, di un impiccato e del gobbo Severino.

 

Sor Aurelia

La mummificazione

Nel 1887 l’Accademia dei Lincei pubblicò uno studio dettagliato sul curioso fenomeno della mummificazione dei corpi. Gli studiosi Carlo Maggiorani e Aliprando Moriggia, professori universitari, supportati dal chimico Vincenzo Latini, si dichiararono convinti che la mummificazione fosse da imputarsi al tipo di terreno, ricco di silicati di ferro e di allumina, di solfato e nitrati di calcio di magnesio e ammoniaca, alla ventilazione del locale e alla presenza sulla pelle delle mummie di microrganismi che, nutrendosi delle materie decomponibili dei cadaveri, li fecero essiccare velocemente. In seguito il terreno della cripta è stato analizzato nel tentativo di ricavare dati certi per consolidare le ipotesi già formulate, ma la ragione certa non è stata individuata. Seguirono però tentativi di mummificazione con corpi di animali, che rivelarono la rapidità del processo grazie al terreno della cripta. Sembra comunque probabile che a mummificare le salme sia un battere che disidrata i corpi.

 

I teschi


 

Orari del museo:

1 APRILE – 30 SETTEMBRE Aperto tutti i giorni

Mattina: 10 – 13  Pomeriggio: 15 – 19

1 OTTOBRE – 31 OTTOBRE Aperto tutti i giorni

Mattina: 10 – 13   Pomeriggio: 15 -18

1 NOVEMBRE – 28 FEBBRAIO Aperto tutti i giorni

Mattina: 10 – 13  Pomeriggio: 15 – 17

1 MARZO – 31 MARZO Aperto tutti i giorni

Mattina: 10 -13  Pomeriggio: 15 -18

L’ingresso al museo è consentito fino a 15 minuti prima della chiusura.

INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI tel: 328 6864226 — 335 6543008

e-mail: info@mummiediferentillo.it web: www.mummiediferentillo.it

 


Bibliografia:

  1. Favetti, Ferentillo Segreta… Storia di un Principato…, Tipolito Visconti, Terni, 2005
  2. Santini, Guida di Terni e del ternano, Tipolitografia Petruzzi, Città di Castello, 1998
  3. Carlo Favetti e Annamaria Pennacchi, Le Mummie di Ferentillo, Edizioni Quattroemme, Ponte San Giovanni (PG), 1993

 


Sitografia:

http://www.mummiediferentillo.it/mummie/

https://it.wikipedia.org/wiki/Museo_delle_mummie_di_Ferentillo

http://luoghidavedere.it/luoghi-da-vedere-in-italia/cosa-vedere-in-umbria/museo-mummie-ferentillo-storia-orari-raggiungere_10680

http://www.museiprovinciaterni.it/context_musei.jsp?ID_LINK=508&area=47

 


[1] C. Favetti, Ferentillo Segreta… Storia di un Principato…, Tipolito Visconti, Terni, 2005

[2] C. Favetti, Ferentillo Segreta… Storia di un Principato…, Tipolito Visconti, Terni, 2005

[3] C. Favetti, Ferentillo Segreta… Storia di un Principato…, Tipolito Visconti, Terni, 2005

INGREDIENTI PER 4 PERSONE
  • 100 g di cime di luppolo
  • 6 uova
  • 1 cipollotto fresco
  • 1 spicchio d’aglio
  • 5 cucchiai d’olio extravergine d’oliva
  • Sale
  • Pepe

 

PREPARAZIONE:

Lavate le cime di luppolo, asciugatele e tagliatele a pezzetti lunghi circa 3 cm; sbucciate aglio e cipollotto e tritateli finemente. Ponete il trito in una padella per frittate assieme all’olio, fate insaporire, quindi unite le cime di luppolo. Lasciate cuocere a fuoco basso versando, se necessario, un goccio d’acqua calda; salate leggermente, quindi unite le uova sbattute, alle quali avrete aggiunto un pizzico di sale e una presa di pepe. Lasciate rapprendere da entrambi i lati; la frittata si può servire sia calda sia fredda.

 

 

La frittata con i luppoli era diffusa soprattutto nel ternano, che in dialetto definisce il luppolo li lupari.

 

Per gentile concessione di Calzetti & Mariucci editore

«È una terra profumata che evoca i colori del giallo, del verde e dell’arancione».

L’intervista a Emanuela Aureli inizia subito con una battuta: «Vi occupate di eccellenze, perché intervistate me?!». Intervistiamo lei perché è un’eccellenza umbra nel suo lavoro. Nata a Terni, l’attrice e imitatrice è simpatica e cordiale, mentre parliamo al telefono saluta i vicini e mi confessa che sta sistemando casa: «Se ho il fiatone è perché sto facendo le pulizie». La chiacchierata è divertente, come se ci conoscessimo da tempo e con naturalezza iniziamo a parlare della nostra regione.

attrice-imitatrice

Emanuela Aureli

Qual è il suo legame con l’Umbria?

Ho un legame molto forte: è la mia terra di cui vado molto fiera. In Umbria ho la mia famiglia, ho ricordi legati a tanti momenti della mia vita e da nomade faccio la spola tra Roma e Terni, vivendo un po’ qua e un po’ là. Mio figlio è nato a Perugia: si deve andare al di là della rivalità sportiva tra le due città. Da non tifosa di calcio non riesco proprio a capirla.

Come si fa ad arrivare in televisione e avere popolarità, partendo da una frazione di Terni?

Fin da piccola sapevo e sentivo che avrei fatto questo lavoro. A cinque anni ho avuto una premonizione, un destino già scritto. Me lo sentivo dentro e sono riuscita a realizzare il mio sogno. Tutto è iniziato nel 1992 quando mia mamma – a mia insaputa – mi inscrisse alla Corrida. Facevo già delle imitazioni, ma avevo anche paura, infatti inizialmente mi arrabbiai. Lei mi spronò dicendomi: «Vai, provaci!». Quindi partecipai imitando Al Bano e Romina, Patty Pravo e Mietta. Vinsi la puntata e da quel momento tutto è iniziato. In un certo senso è stata mia mamma a farmi entrare in questo mondo.

Attrice, imitatrice e personaggio tivù: qual è la professione che sente più vicina?

Tutte e tre. In televisione devi essere preparato su tutto e studiare. A breve ho un provino per una fiction, spero vada bene. Bisogna essere sempre pronti.

C’è un personaggio che vorrebbe imitare, ma ancora non ha fatto?

Molti. Il primo che mi viene in mente è Adriano Celentano. È un personaggio molto sfruttato ed è molto difficile rendere al meglio la sua voce.

Per non cadere nell’imitazione che tutti fanno?

Preferisco che resti un’icona.

Se dovesse imitarla, come rappresenterebbe l’Umbria?

Metterei in mostra la gente genuina con la sua grande umanità. Poi i colori delle vallate e il profumo dell’erba e della terra. Spesso ci accusano di essere chiusi, io non lo credo affatto. Anzi, siamo molto ospitali, abbiamo sempre accolto. Non mi riconosco in questa chiusura e non la sento nemmeno. Chi viene a visitare l’Umbria si accorge della nostra ospitalità: in molti me lo hanno detto.

So che realizza dei quadri: ha mai rappresentato la sua terra?

Invece di andare in palestra, dipingo. Mi piace molto e mi rilassa. Spesso ho dipinto l’Umbria, le sue vallate, i suoi colori e la sua luce. È una terra luminosa: gialla, arancione e verde. Adoro i nostri paesaggi e da poco ho messo su tela Collesecco. Mi piacerebbe fare una mostra, portare i miei quadri anche all’estero.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Familiare, accogliente, calda.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Il profumo dell’aria di casa.

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