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Non piú di frodi la codarda rabbia

Pasce Roma nefanda in suo bordello;

Sangue sitisce, e con enfiate labbia

A’ cattolici lupi apre il cancello;

 

E gli sfrena su i popoli, e la sabbia

Intinge di lascivia e di macello:

E perché il mondo piú temenza n’abbia,

Capitano dà Cristo al reo drappello;

 

Cristo di libertade insegnatore;

Cristo che a Pietro fe’ ripor la spada,

Che uccidere non vuol, perdona e muore.

 

Fulmina, Dio, la micidial masnada;

E l’adultera antica e il peccatore

Ne l’inferno onde uscí per sempre cada.

Per le stragi di Perugia – Giosuè Carducci

 

Stampa del tempo raffigurante il massacro

 

Il 20 giugno è una data scolpita nella memoria storica di Perugia. È una data che tutti i perugini conoscono, perché ha segnato le basi – in due periodi storici differenti, ma accomunati dalla voglia di libertà – della nascita della Perugia moderna e ha fatto emergere la resistenza e la tenacia dei suoi abitanti.
Un monumento in ricordo ai caduti di quel 20 giugno 1859 si erge maestoso in Borgo XX giugno e tutti gli anni – in questo giorno – vengono celebrati coloro che si sacrificarono per ostacolare le truppe di Papa Pio IX entrate in città. Quest’anno ricorrono i 160 anni di quella maledetta giornata, passata alla storia come le stragi di Perugia.
Un evento talmente drammatico del quale si parlò anche in America, grazie alla presenza dei coniugi americani Perkins, casuali testimoni stranieri di quello che avvenne in città. Lo stesso «New York Times» scrisse: «Le truppe infuriate parevano aver ripudiato ogni legge e irrompevano a volontà in tutte le case, commettendo omicidi scioccanti e altre barbarità sugli ospiti indifesi, uomini donne e bambini».

Il Risorgimento perugino

Come detto, per la festa del 20 giugno Perugia ricorda la rivolta allo Stato Pontificio del 1859 e la dura repressione a opera delle truppe del governo papalino. Papa Pio IX inviò in città duemila soldati svizzeri per attaccare i patrioti perugini che si erano ribellati al suo dominio e per occupare Perugia; al loro arrivo le truppe trovarono un migliaio di cittadini dispersi su un ampio fronte, male organizzati e poco armati – dalla Toscana erano giunte poche centinaia di fucili e per giunta non tutti in buono stato – ma animati dalla volontà e dall’ardore di difendere la città. Questo però non bastò e, nonostante l’impegno, la resistenza fu spezzata dopo un breve ma accanito combattimento, che ebbe come epicentro Porta San Pietro – luogo dove oggi è eretto il monumento celebrativo – e che costò 10 perdite ai pontifici e 27 ai perugini.
Ma non finì così: infatti, le truppe papaline saccheggiarono la città e massacrarono lungo il cammino molti civili inermi e innocenti. Questo evento storico, costato sangue e umiliazione, venne poi riscattato il 14 settembre del 1860 con la liberazione di Perugia a opera del generale dell’esercito piemontese Ettore de Sonnaz e con la successiva annessione al Regno d’Italia. Nel 1898 il capoluogo umbro divenne la nona tra le 27 città decorate con la medaglia d’oro come benemerite del Risorgimento nazionale.

 

Lastra dedicata ai patrioti perugini uccisi

La liberazione della città

Coincidenza, pianificazione… la storia che ritorna. Il 20 giugno è ancora una data fondamentale per Perugia, anche nel 1944. La città, infatti, proprio questo giorno venne liberata dai nazi-fascisti – dopo giorni di guerriglia – da parte dell’Ottava Armata Britannica e in particolare dalle truppe della sesta Divisione Corazzata. Si trattò di un’operazione militare abbastanza complessa che durò dal 18 al 20, portando la perdita di 200 uomini tra le linee alleate, tra i quali diversi ufficiali e sottufficiali, a dimostrazione di come questi parteciparono in prima persona alle azioni di attacco.
Una lapide ricorda i patrioti fucilati dai nazi-fascisti presso il Poligono di Tiro, anch’esso situato in Borgo XX giugno.

 


Programma degli eventi celebrativi

Titolo: Berardo Berardi. Artista di canto (1878-1918)

 

Autore: Roberta Niccacci (a cura di)

 

Editore: Bertoni Editore

 

Anno di edizione: 2018

 

Costo: 28 euro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo interessantissimo e corposo volume ha il merito di accompagnarci in un viaggio a ritroso nel tempo alla scoperta di un personaggio della nostra regione che, probabilmente a causa di una morte precoce, è stato ingiustamente dimenticato.
Si tratta di Berardo Berardi, cantante lirico che si è esibito nei migliori teatri italiani e stranieri in una settantina di opere, interpretando più di ottanta personaggi, affiancando colleghi come Enrico Caruso. Nella breve carriera, ha cantato come basso in opere che spaziavano da Bellini, Rossini, Massenet, Puccini, Verdi e Wagner ed è stato diretto dai più grandi direttori d’orchestra. Uno su tutti, Arturo Toscanini.
Roberta Niccacci, curatrice del volume, con tenacia e passione si è fatta carico di un immenso e minuzioso lavoro di archivio per cercare di ricostruire e sottrarre all’oblio la vita e la carriera di Berardi. Il libro si divide in cinque parti: nella prima, Un racconto di viaggio viene raccontata al lettore la genesi dell’opera, le ricerche d’archivio, le testimonianze e gli aneddoti fino all’intitolazione dei giardini pubblici di Tavernelle al cantante.
La seconda parte, Alla scoperta dei luoghi della vita di Berardo Berardi, inizia con la nascita di Berardo a Gualdo Cattaneo alle ore 11 di sabato 25 maggio 1878 all’indirizzo di Piazza Comunale numero 9, dove il padre era il medico condotto del paese. Poi il trasferimento a Collepepe di Collazzone, gli studi in seminario a Todi e poi all’Accademia di Santa Cecilia a Roma – allievo del maestro Antonio Cotogni – il matrimonio con Olimpia Toccaceli a Cetona, il trasferimento a Tavernelle – paese d’origine della famiglia materna del cantante – e la nascita dei tre figli: alla primogenita Brunilde seguono Siglinda (morta pochi giorni dopo la nascita) e Cesare, morto prima di compiere quattro anni.
La terza parte esamina la carriera e l’attività artistica del cantante che, dopo una lunga tournée in Grecia e Turchia, iniziata nel 1902, debutta in Italia al Teatro Morlacchi di Perugia all’età di ventisei anni, in tre opere: I Puritani, I Lombardi e l’Andrea Chénier. Da qui, una breve ma intensa carriera, passando per i maggiori teatri italiani (San Carlo di Napoli, Comunale di Bologna, Teatro Costanzi di Roma, La Scala di Milano) e stranieri soprattutto in sudamerica con tournée in Argentina, Brasile, Uruguay.

Berardo Berardi, ritratto da Enrico Caruso

Inoltre, sono state inserite delle tabelle che riportano la cronologia dei repertori e debutti contestualizzati con i momenti di vita più salienti del maestro. Un ricco apparato fotografico delle locandine delle recite conclude la terza parte.
Berardo Berardi muore prematuramente a causa della febbre spagnola, nella sua villa a Tavernelle di Panicale, venerdì 25 ottobre 1918. Ed è proprio La morte e l’eredità culturale il tema della quarta parte del libro che, oltre alla cronaca del decesso fino alla sepoltura nella cappella di famiglia del cimitero di Mongiovino, si arricchisce del saggio del medico legale Federico Marzoli, che spiega con linguaggio puntuale e divulgativo le cause e le conseguenze di questa letale epidemia.
Nell’ultimo capitolo del libro, Appunti di viaggio, è intento della curatrice lanciare un’apertura per studi e iniziative future. L’archivista Marina Regni approfondisce il valore degli archivi storici, mentre l’assessore alla cultura del comune di Perugia Maria Teresa Severini svela un desiderio: il ritorno della lirica al teatro Morlacchi.
Conclude questo monumentale lavoro un’appendice con le schede di edizione delle opere divise per teatri, il numero delle apparizioni ordinate per opere, i ruoli interpretati divisi per opere e l’elenco dei colleghi.

Parallelamente alla storia ufficiale, ai grandi eventi storici che si riversano nei libri di storia, si dipana il racconto di coloro che hanno condotto la propria vita all’ombra dei grandi, smarriti nelle pieghe di una quotidianità che, di banale, a ben vedere, aveva ben poco. Narrazioni scaturite dall’assenza, dall’ufficiosità, dal peso di una presenza che, seppur fuggevole, impartiva inopinabili ordini dall’alto.

 

 

È questo il clima che avvolge la figura di Thadea, la figlia segreta di Carlo V che Andrea Margaritelli ci illustra nello splendido volumetto illustrato edito dalla Fondazione Guglielmo Giordano. Un libello dalla copertina cartonata, da collezione, abbellito dalle miniature tratte dai documenti giunti sino a noi dal Sedicesimo secolo, presentati, in tutta la loro fascinosa ufficialità, tra le pagine di una storia che sembra un romanzo, ma non lo è.
È proprio con queste parole che Maria Grazia Nico Ottaviani, professoressa del Dipartimento di Lettere dell’Università di Perugia, introduce il volume; un monito che riecheggia nella chiosa di Andrea Margaritelli, come a voler rimarcare la veridicità di tale, incredibile, scoperta.
Perché, in questa storia ambientata tra le Fiandre e l’Italia centrale, le nebbie avvolgono non solo la figlia mai riconosciuta dell’imperatore, ma anche sua madre, la bella e affascinante Orsolina Arcipreti della Penna, nobildonna perugina che, per tutta la vita, intessé una fitta corrispondenza con Carlo, interessato a salvaguardare gli interessi della figlia in nome della sua posizione e della sua genealogia.

 

 

Sebbene preso dal governo del suo enorme impero, inoltre, Carlo non perse occasione di vedere la figlia – come tutte le altre avute da diverse donne sparse in tutta la Penisola – e ovviamente non mancò occasione per far valere le proprie ragioni, come nel caso del matrimonio combinato, per la figlia, dai fratelli di Orsolina.
Carlo – figura che giganteggia nei libri di storia, come ci ricorda Nico Ottaviani –  si configura quindi come una sorta di custode, anche per interposta persona: basti pensare alla figura della balia, che accompagna la crescita, lontana dai riflettori, di Thadea. In effetti, numerose sono le donne nella vita della giovane: prima le suore che la accolgono, poi le nutrici che la crescono a Collazzone, nel monastero di San Lorenzo, non troppo distante né troppo vicina alla madre Orsolina.
Da questa storia tratteggiata da Margaritelli, curiosamente emergono i tratti peculiari di molti personaggi – le capacità di mediazione di Orsolina, la vena vendicativa dei di lei fratelli, l’arrivismo della famiglia De’ Cuppis di Montefalco, al cui rampollo Sinibaldo va in sposa Thadea e, non ultimo, il piglio autoritario dello statista Carlo – ma il carattere della vera protagonista, Thadea, resta pressoché un mistero. Qualche tratto emerge dalle missive inviate dalla donna a Filippo II affinché egli la riconosca come figlia di Carlo, ma la posizione di subalternità di Thadea, assieme al tono di supplica usato, ci danno una visione piuttosto parziale del suo carattere.
Possiamo solo fantasticare, lasciando il sentiero battuto della Storia per inoltrarci in quello buio, impervio e senza via d’uscita dell’immaginazione. Partendo però da un racconto storico: quello condotto in Thadea, La figlia segreta di Carlo V.

 


Thadea, La figlia segreta di Carlo V

Andrea Margaritelli

Fondazione Guglielmo Giordano

Ed. Illustrata

96 pagine

Fra pochi giorni è Natale, la festa di tutti, ma che ognuno lo festeggia a modo suo. Nei paesi di lingua tedesca si fa l’albero e si accendono le quattro candele dell’Avvento. Ancora più a nord, dove la notte è molto lunga, dietro ogni finestra sono posizionate delle luci che, riflettendosi sulla neve, rendono la notte meno buia. Londra Parigi e New York sfoggiano luminarie sempre più belle. A Piazza San Pietro, a Roma, si rispettano tutte le tradizioni, cioè presepe e albero.

Qui sull’altopiano, invece, domina il presepe, che si fa in vari modi. A Massa Martana, limite sud dell’altopiano, si allestiscono presepi fatti con ogni tipo di materiale, ghiaccio compreso. Provengono da tutte le regioni d’Italia e non solo, sono tradizionali e modernissimi, classici e astratti. Il castello è la cornice suggestiva dentro cui si aprono i locali dei presepi. Ogni vicolo e ogni slargo ha qualcosa di natalizio da mostrare.

Il presepe vivente di Marcellano

In un altro castello si fa il presepe vivente. Si deve andare a nord dove si incontra l’ultimo castello dell’altopiano che è Marcellano, ultimo possedimento orientale di Todi che ancora conserva l’aquila tuderte. Se ci andate, cercatela! Il borgo risale ai primi del 1200, è piccino, graziosissimo e tutto costruito all’interno del castello. Sono ormai trent’ anni che Marcellano mette in scena il presepe vivente, un evento che richiama un pubblico sempre più numeroso.
L’azione coinvolge tutti gli abitanti di Marcellano che, all’interno del castello, ricostruiscono la vita al tempo di Gesù a lume di candela, con una piccola aggiunta di dolcetti deliziosi.
Poi, quando si fa notte, le attività commerciali si fermano e sul sagrato della chiesa inizia la sacra rappresentazione. Tutto ciò che dice il Vangelo viene messo in scena, partendo dall’Annunciazione. I turisti sono pigiati davanti alla chiesa, quando si comincia a sentire una musica dolce: sulle note della Barcarola di Offenbach l’azione si sposta nella valletta. Laggiù si è illuminata la grotta con i personaggi principali: Maria, Giuseppe e il Bambinello.
I turisti sono ancora fermi in paese quando appare la stella cometa che, gracchiando, scende lungo un filo fino alla grotta e guida la strada ai Magi. I re magi, elegantissimi e a cavallo, vanno a rendere omaggio a Gesù Bambino e a portare i loro doni preziosi. Solo adesso i turisti possono muoversi e scendere. Lì nella grotta, al freddo e al gelo, c’è l’ultimo nato dell’anno, accuratamente coperto contro il freddo e sempre molto elegante per celebrare un onore che può capitare una sola volta nella vita.

 

Il presepe di Marcellano

La magia delle laudi del 1200

Natale però è caratterizzato anche dai canti. Quelli americani dominano, ma l’Italia ha canti antichi e belli che non hanno venduto milioni di dischi, ma che hanno attraversato i secoli. Questi canti sono le laudi, nate in Umbria attorno al 1200 e ancora cantate e ascoltate, soprattutto in Umbria.
Se 5.000 persone per un concerto vi sembrano poche, starete sicuramente pensando ai concerti di Vasco Rossi. Ma se pensate che 5.000 persone si sono radunate per ascoltare il Coro Polifonico M° Tommaso Frescura, diretto dal prof. Emore Paoli, vi renderete conto che è un’enormità.
Si sono riuniti per ascoltare le laudi del 1200 e i canti popolari umbri, una musica così di nicchia che di solito si rivolge a un pubblico specializzato. Quindi, per traslato, gli Umbri sono musicalmente molto colti. Di certo molti di essi, anche se non tutti e 5.000.
Accade che il prof. Paoli, umbro DOC, abbia coinvolto in un’avventura raffinata gli abitanti del suo paese, proprio quel Marcellano dove si mette in scena il presepe vivente. Egli ha dato nuovamente vita alla musica umbra, quella del territorio, ancor prima di Umbria Jazz.
La laude italiana è sia religiosa sia popolare e si è tramandata nei secoli quasi inalterata. Da qui l’interesse di tante persone che ricordano canti sentiti in gioventù, mente i giovani ascoltano curiosi i suoni e le parole di un passato che è dietro le loro spalle. Quel passato così lontano invece è vicino, anzi vicinissimo. Infatti, c’è una laude che prende origine dai Fioretti di San Francesco, che sicuramente l’ha cantata e danzata quando andava in giro per il mondo. La laude in questione l’abbiamo cantata anche noi, in gita, ma anche in chiesa; è stata suonata con l’armonica, con le chitarre e cantata con cori non particolarmente intonati.
Il primo è stato Claudio Baglioni nel film che Zeffirelli ha girato sulla storia di San Francesco: Fratello sole e sorella luna erano sia il titolo del film che della canzone. L’ha scritta Riz Ortolani appositamente per il film. Ma Riz Ortolani era un uomo colto che conosceva le laudi del 1200 e ha rielaborato proprio quella di San Francesco.
Se Fratello sole e sorella luna è famosissima, le laudi natalizie riservano a loro volta delle sorprese. Sentendole si ritrova l’Italia dei pastori, dei presepi e degli zampognari con le cioce. Un piccolo piacere che il prof. Paoli regala ogni anno durante le feste di Natale e Capodanno tenendo un concerto sull’altopiano.

«Avvedutisi li Orsini, tardi, che la grandezza del Duca e della Chiesia era la loro ruina, feciono una dieta alla Magione, nel perugino». Così narrava Niccolò Machiavelli.

Mercoledì 18 luglio inizia l’edizione 2018 de La congiura al Castello, la suggestiva rievocazione di un evento storico intrigante e sanguinoso: l’annientamento sul nascere della cospirazione che nell’autunno del 1502 fu ordita ai danni di Cesare Borgia da parte di alcuni nobili dell’Italia centrale.
L’evento si svilupperà in modo originale e coinvolgente all’interno delle stanze del Castello dei Cavalieri di Malta, alcune appositamente aperte al pubblico per l’occasione. Si tratta di un’iniziativa riportata in auge dal Cral Domenico Cancelloni, che ha colto in questo evento l’opportunità di valorizzare un intero territorio, coniando per l’occasione il motto Rivivi, gusta e ammira, esortazione che prelude a un’esperienza totalizzante e immersiva.

Locandina, grafica digitale di Giorgio Lupattelli

Rivivi, gusta e ammira

Rivivi perché la congiura verrà ricostruita dalla Compagnia teatrale magionese, con la regia di Giampiero Frondini e la direzione artistica di Giorgio Lupattelli. Gli attori ricreeranno nelle suggestive sale del meraviglioso Castello di Magione, quei momenti drammatici in uno spartiacque suggestivo sospeso fra realtà e finzione, coinvolgendo gli spettatori in un intenso percorso esperienziale.
Gusta perché l’esperienza coinvolgerà tutti i sensi: pensata per accontentare anche i palati più raffinati, proporrà infatti cene basate su pietanze dell’epoca, riscoperte e rivisitate da Archeofood.
Ammira perché l’occhio sarà catturato da scene suggestive, impreziosite dai quadri in grafica digitale dell’artista Giorgio Lupattelli.

Il regista Giampiero Frondini, grafica digitale di Giorgio Lupattelli

La presentazione

Durante la conferenza stampa tenutasi giovedì 5 luglio presso la sala Fiume di Palazzo Donini alla presenza della presidente dell’Assemblea legislativa dell’Umbria, Donatella Porzi, del sindaco di Perugia, Andrea Romizi, del sindaco di Magione, Giacomo Chiodini, dell’assessore alla Cultura del Comune di Magione, Vanni Ruggeri e di Marino Marini di Archeofood, Fabio Cancelloni ha sottolineato come iniziative di questo tipo siano fondamentali per richiamare turisti e coalizzare gli abitanti di un territorio che: «Quest’anno ha cominciato a volare. Abbiamo» sottolinea il presidente di Cancelloni Food Service «un patrimonio enogastronomico che fa muovere persone da tutto il mondo e abbiamo iniziato a richiamare grandi network internazionali».
Insomma, è proprio il caso di dire che gli ingredienti ci sono tutti: storia, arte, enogastronomia e, non da ultimo, amore per un territorio che merita di essere promosso e valorizzato con cura, attenzione ai dettagli e voglia di sperimentare, con lo sguardo orientato al futuro ma sempre ancorati alle nostre radici.

 

 


Per maggiori informazioni: http://www.congiura.it

 

«… fra l’ostro e l’occidente / confine al lago è Castiglion, che sporge / come capo o penisola sull’onda, di un turrito palagio, e dei fronzuti / fecondi olivi di sua balza altero» (Assunta Pieralli, Il Lago Trasimeno)

Castiglione del Lago «sta su un promontorio calcareo che si incunea per mezzo chilometro, come una grande nave pronta a salpare, circondato da tre lati dall’acqua, sul Lago Trasimeno»[1].

 

lago trasimeno

L’isola Polvese. Foto per gentile concessione di Enrico Mezzasoma

Storia

Vanta origini antichissime e risulta essere abitato già nel Paleolitico superiore, come testimoniano alcuni reperti quali ad esempio la Venere del Trasimeno. Data al Neolitico la presenza, nella zona, di palafitte «quando il Trasimeno era molto più vasto e le acque non venivano contenute […] dalle colline e dai terrazzamenti» e «Castiglione era un’isola, la quarta del Trasimeno»[2]. Ma la storia vera e propria dell’insediamento inizia con gli Etruschi che fanno di Castiglione del Lago una colonia denominandola Clusium Novum. Testimonianza del periodo etrusco sono i resti di un tempio dedicato alla dea Celati. Passa poi sotto Roma e «si vuole che ai Romani venisse in pensiero il taglio dell’istmo per renderlo posizione inespugnabile, ma, abbandonata l’idea, il luogo rimase com’era»[3].
Non si hanno però attestazioni certe fino all’anno 776, quando sappiamo che Carlo Magno restituisce Clusium Novum a papa Adriano. Il possesso, comprensivo dell’intero lago e delle tre isole, viene confermato da Ludovico il Pio a Pasquale I nell’817. Nel 995 Ottone III consegna Castiglione del Lago a Perugia.

 

museo castiglione del lago

Foto per gentile concessione di Enrico Mezzasoma

 

Conteso a lungo fra Perugia, Arezzo e Siena grazie all’importante posizione strategica, nel 1100 passa definitivamente a Perugia che ne fa un caposaldo difensivo. Verso la metà del XIII secolo l’imperatore Federico II fa costruire imponenti mura a protezione dell’abitato trasformando il precedente castelletto in una vera e propria roccaforte denominandola Castello del Leone dal cui nome derivò probabilmente l’attuale toponomastica.
Dal 1416 al 1424 l’abitato è sotto il dominio di Braccio Fortebracci e alla sua morte passa a Martino V. Nel 1488 vi si rifugiano i degli Oddi che ne hanno il possesso finché il conte di Pitigliano, generale dei fiorentini che stanziava a Camucia, non stabilisce che essi restituiscano Castiglione del Lago a Perugia, ma i Baglioni, pagando al conte 800 ducati d’oro, ne ottengono la signoria. Alla signoria dei Baglioni succede la dominazione papale finché nel 1554 Giulio III concede Castiglione del Lago a Francesco della Corgna e ad Ascanio, figlio dello stesso Francesco e di Giacoma del Monte, sorella del pontefice. Con i della Corgna, che tengono Castiglione del Lago fino al 1645, l’abitato diviene prima un marchesato e poi un ducato, e muta il suo assetto urbanistico trasformandosi in quello che è ancora oggi. Passato definitivamente sotto lo Stato della Chiesa vi rimane fino all’Unità d’Italia.

Palazzo della Corgna o Palazzo Ducale

Attuale sede del Comune, che lo acquistò nel 1870, originariamente sorse come casa-torre dei Baglioni, che fra queste mura ospitarono tra gli altri Niccolò Machiavelli e Leonardo da Vinci. A partire dal 1563, anno in cui acquisì il titolo di marchese, Ascanio della Corgna ne iniziò la completa trasformazione per renderlo una piccola reggia. Il Palazzo fu edificato sul progetto del Vignola e dell’Alessi. Sviluppato su quattro livelli aveva in basso cantine e scuderie, nel seminterrato cucine e magazzini, sopra i quali stava il piano nobile mentre al secondo e ultimo piano le camere da letto. Gli affreschi di Niccolò Circignani detto il Pomarancio e di Salvio Savini celebrano le grandezze dei della Corgna tramite trasposizioni mitiche e rappresentazioni delle loro gesta.

 

La fortezza medievale

L’edificazione si deve a Federico II di Svevia che ne iniziò la costruzione nel 1247 su progetto di Frate Elia Coppi da Cortona. Si presenta con una struttura pentagonale irregolare con quattro torri agli angoli (due delle quali coeve alla rocca, mentre le restanti vennero costruite nel XV e XVI secolo a sostituzione delle precedenti andate distrutte) e con un mastio triangolare di circa 39 metri di altezza. Un camminamento di ronda unisce il Palazzo della Corgna alla prima porta della fortezza. Costituisce uno dei più interessanti esempi di architettura medievale umbra e nel Cinquecento era considerato pressoché inespugnabile.

L'isola Polvese

Frazione del comune di Castiglione del Lago, costituisce l’isola più grande del Trasimeno. Di proprietà della Provincia di Perugia dal 1973, oggi è destinata a Parco scientifico-didattico nell’ambito del Parco regionale del Lago Trasimeno. Il nome dell’isola deriva probabilmente dal termine polvento, zona sottovento. Il territorio è stato sicuramente frequentato da Etruschi e Romani. Il primo documento storico risale all’817 quando l’isola è nominata da Ludovico il Pio che concede al papa Pasquale I il Lago Trasimeno con le tre isole.

 

cosa vedere al lago trasimeno

Veduta del lago Trasimeno. Foto per gentile concessione di Enrico Mezzasoma

Tra i monumenti presenti nell’isola si ricordano le chiese di San Giuliano e di San Secondo, il Monastero Olivetano e il Castello. Di epoca più recente è il Giardino delle Piante Acquatiche-Piscina del Porcinai realizzato nel 1959 da Pietro Porcinai. Per quanto riguarda l’ambiente, le specie vegetali prevalenti sono lecci, roverelle, ornielle, viburno, alloro, pungitopo, ligustro, melograno e rosmarino mentre oltre alle numerose specie di insetti è possibile incontrare volpi, faine, lepri, nutrie e una grande varietà di uccelli quali svassi, folaghe, aironi e germani.

 


BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

  1. Lupattelli, Castiglione del Lago. Cenni storici e descrittivi, Perugia, Tip. G. Guerra, 1896.

s.v. Castiglione del Lago, in P. Caruso, Benvenuti in Umbria. 92 comuni, Collazzone (PG), Grilligraf, 1999, pp. 114-117.

  1. Binacchiella, Castiglione del Lago e il suo territorio, Catiglione del Lago, [s.n.], 1977.

s.v. Castiglione del Lago in M. Tabarrini, L’Umbria si racconta. Dizionario, v. A-D, Foligno, [s.n.], 1982, pp. 321-326.

  1. Festuccia, Castiglione del Lago. Guida al Palazzo Ducale ed alla Fortezza medievale, Castiglione del Lago, Edizioni Duca della Corgna, 2008.
  2. Festuccia, Castiglione del Lago. Cuore del Trasimeno fra natura, arte e storia, Castiglione del Lago, Edizioni Duca della Corgna, 2017.

https://it.wikipedia.org/wiki/Castiglione_del_Lago

http://digilander.libero.it/Righel40/VEP/PAL/Grav/gaIT.htm

http://polvese.it/

https://it.wikipedia.org/wiki/Isola_Polvese


[1] s.v. Castiglione del Lago in M. Tabarrini, L’Umbria si racconta. Dizionario, v. A-D, Foligno, [s.n.], 1982, p. 321.

[2] Ibidem.

[3] A. Lupattelli, Castiglione del Lago. Cenni storici e descrittivi, Perugia, Tip. G. Guerra, 1896, p. 4.