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«Per diventare un bodybuilder è fondamentale la determinazione e una grande forza di volontà. Si deve unire allenamento e sana alimentazione».

Riccardo Masi è campione del mondo! Il bodybuilder di Città di Castello ha conquistato il primo posto nelle categorie Over 50 e X-talle al Wabba World 2019, nonché il titolo assoluto, stracciando i vincitori delle diverse categorie. Riccardo è tornato a gareggiare dopo 30 anni di stop, con una carica e una determinazione da far invidia ai più giovani: «In questa disciplina serve tanta forza di volontà, non solo forza fisica. I giovani di oggi purtroppo non hanno pazienza… vogliono tutto e subito».

Riccardo, la prima domanda è di rito: qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono nato a Città di Castello e ho sempre vissuto in Umbria, perciò il mio è un legame che dura da tutta la vita. Sono un umbro puro e mi piace molto la mia terra.

Il titolo appena conquistato è stata la sua prima vittoria?

Ho ricominciato a gareggiare lo scorso anno dopo 30 anni di stop. Due anni fa ho pensato: “Per i miei 50 anni mi piacerebbe tornare in gara” così ho ripreso gli allenamenti e lo scorso anno ho vinto i Campionati Italiani, che mi hanno dato l’accesso al Mondiale al quale però, per motivi familiari, non ho partecipato; inoltre mi sembrava troppo presto prendere parte a un evento del genere dopo tutti quegli anni di stop. Quest’anno però ci ho riprovato e sono riuscito a qualificarmi di nuovo per i Mondiali e così sono partito per Cipro. Lì ho vinto il Campionato del Mondo categoria Over 50 e X -talle (peso massimo), in più sono arrivato primo anche nella sfida tra tutti i vincitori delle diverse categorie, aggiudicandomi il titolo assoluto.

È stata una grande soddisfazione?

Sì, molto. Sono partito con la mia modestia e con l’idea di gareggiare solo per la categoria over 50, poi ho preso coscienza della mia forma e ho partecipato anche all’X-talle.

Come mai per 30 anni non ha gareggiato?

Non c’è stato un motivo preciso. Avevo partecipato ai Campionati Regionali, non ottenendo grandi risultati. Poi sono stato assorbito dal lavoro, aspettavo il momento opportuno per ricominciare… finalmente è arrivato!

 

Riccardo Masi, 52 anni, con i trofei appena vinti

Come ci si prepara per un Campionato del Mondo di Body Building?

Ci si prepara con costanza. Il nostro non è solo uno sport, ma un vero e proprio stile di vita: c’è un profondo legame tra alimentazione, allenamento e vita vissuta. Per partecipare a questo campionato mi sono allenato sei giorni a settimana e ho portato avanti una dieta equilibrata e controllata: un’alimentazione sana è fondamentale per la preparazione di una gara, non solo a questi livelli. Mangiare sano è per tutti importante, noi siamo quello che mangiamo.

C’è un cibo non propriamente sano al quale non riesce a rinunciare?

Una volta a settimana mi concedo il lusso di un pasto libero – un pranzo o una cena – però quando la gara è alle porte elimino pure quello. Sono una persona molto determinata, se mi impongo una cosa la porto avanti: se non devo mangiare alcuni cibi, lo faccio senza problemi. Certo, poi delle volte diventa dura… i sacrifici ci sono! Fondamentale è la forza di volontà perché lo sforzo mentale è più difficile di quello fisico.

Viste le limitazioni che ha, si è mai pentito di aver scelto questo sport e questo stile di vita?

No, anzi. Io faccio quello che mi piace, per questo non mi pesa affatto. Inoltre, il mio stile di vita è legato anche al mio lavoro: sono un personal trainer e sono proprietario di una palestra a Città di Castello. È una passione che ho fin da quando ero un ragazzino, quando gli attrezzi di oggi erano solo agli albori. Tornassi indietro rifarei tutto quello che ho fatto finora, però – ripeto – per arrivare a certi livelli si deve essere determinati, convinti e sicuri, ma soprattutto servono delle motivazioni valide che compensino le rinunce. Infine, è bene circondarsi di persone che capiscano e sostengano le tue esigenze.

Come si vince un campionato del mondo di Body Building, quali sono i parametri per la vittoria?

Ci sono diversi parametri che la giuria prende in considerazione: le proporzioni del corpo, la qualità, la definizione e i volumi del muscolo e come uno si pone con essa e con il pubblico.

Non c’è il rischio che il culturismo diventi un’ossessione?

Sì, come per tutto quello che diventa esagerato. La forza mentale è importante nella vita e ci vuole sempre il giusto equilibrio. Nel nostro sport si rischia di esagerare e di perdere la visione della realtà. Voglio precisare che questa disciplina e questa filosofia fanno parte della mia vita, ma non sono la mia vita; ho la mia famiglia e il mio lavoro che sono molto più importanti.

Cosa consiglierebbe a un giovane che vuole iniziare a fare Body Building?

Consiglierei due cose fondamentali: la prima è avere pazienza – non si può ottenere tutto e subito – la seconda è affidarsi a persone competenti perché il rischio di farsi male è elevato.

L’Umbria in questa disciplina è all’avanguardia?

Insomma. A livello di palestre siamo messi bene – ce ne sono molte – mentre per quanto riguarda il livello agonistico siamo indietro. Non siamo in molti a raggiungere certi livelli, ne arrivano pochi, perché non tutti sono disposti a fare i sacrifici che servono. Purtroppo i giovani d’oggi vogliono tutto e subito.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Cuore verde d’Italia, tranquilla, poco sviluppata.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Il verde.

«La prima volta che ho preso un fucile in mano avevo dieci anni. Dopo il primo sparo ho provato una sensazione bellissima e una grande soddisfazione; ho capito che volevo dedicarmi a questo sport».

Jessica Tosti, 22 anni, sa bene come prendere la mira. Campionessa di Tiro a volo da quando ha 14 anni ed esperta cacciatrice, punta diritta verso i suoi obiettivi e sogna di qualificarsi alle Olimpiadi 2024. «Per ora mi concentro sui Campionati italiani e mi impegno al massimo negli allenamenti». Da quando ha iniziato, ha collezionato medaglie e coppe, sia nella Fossa olimpica che nel Compak Sporting, entrambe discipline del tiro a volo. Giovane, determinata e attaccata alla sua terra.

 

Jessica Tosti

Jessica, qual è il suo legame con l’Umbria?

Per me le radici sono molto importanti ed è fondamentale sentire vicini sia la mia famiglia sia il posto in cui vivo. A Colombella – dove abito – molte persone mi seguono e fanno il tifo per me; questo mi fa molto piacere.

Ho letto che ha iniziato da piccola a imbracciare un fucile: ci racconti la sua prima esperienza.

La prima volta che ho preso un fucile in mano avevo 10 anni: ero talmente piccola che mio padre mi ha aiutato a tenerlo. Dopo il primo sparo ho provato una sensazione bellissima e una grande soddisfazione; quindi quando sono stata in grado di tenere l’arma da sola, ho iniziato seriamente ad allenarmi con un allenatore. Avevo 14 anni. Le prime lezioni erano solo tecniche e teoriche, poi ho partecipato alla mia prima gara a Napoli, dove mi sono portata a casa la prima medaglia d’oro. Da qui è iniziata la mia avventura.

Da dov’è nata questa sua passione per il tiro a volo?

È nata dalla mia famiglia: bisnonno, nonno e papà erano e sono cacciatori. La prima passione è stata quella per la caccia, andando con loro, amando i cani e la natura. In questo modo mi sono avvicinata alle armi, poi ho iniziato ad andare con mio padre al campo di tiro al piattello, ho provato a sparare perché mi incuriosiva e mi è piaciuto da subito. Qui in Italia, quello del tiro a volo, è un ambiente molto maschile e quindi ho preso questo sport come una bella sfida.

Diana Bacosi, Fiammetta Rossi e te: tutte donne umbre vincenti che praticano questo sport. C’è un’ottima dinastia femminile?

In Umbria siamo poche donne, ma vincenti. Tutte abbiamo ottenuto dei risultati, ma questo non è certo un caso: qui ci sono i migliori impianti dove ci si può allenare e i migliori allenatori come Daniele Lucidi, che è allenatore della nazionale B e della nazionale universitaria. Si è molto avvantaggiati nel praticare in Umbria questo sport.

È uno sport che dà soddisfazione?

Le donne che lo praticano a certi livelli, ottengono sempre dei risultati. Ammiro molto, ad esempio, Diana Bacosi, perché riesce a essere un’atleta e una madre e ha partecipato a delle gare quando era incinta, nonostante le critiche ricevute.

La sua prima vittoria quando è avvenuta?

La prima è stata a Napoli al Gran Premio FITAV, avevo 14 anni. Dopo questo risultato sono sempre salita sul podio, prima nella categoria esordienti e poi negli allievi, nella disciplina della Fossa olimpica. Poi ho cambiato disciplina e sono passata al Compak Sporting che è molto più divertente e dove ho avuto per sei anni tante soddisfazioni, gareggiando agli Europei e ai Mondiali. Però da due anni sono tornata a praticare la Fossa olimpica: in questo mondo posso provare a partecipare alle Olimpiadi.

L’obiettivo è l’Olimpiade di Tokyo?

A Tokyo non riuscirò ad andare, ma spero di qualificarmi per quelle del 2024.

Ha un mantra, un rito scaramantico per quando disputa una gara?

Non sono scaramantica, ma ho dei gesti che faccio sempre e mi servono per richiamare la concentrazione. Prima di un piattello mi sistemo il cappello e gli occhiali, per me è fondamentale, serve a concentrarmi. La concentrazione in questo sport è importante e per ottenerla occorre crearsi una campana di vetro in cui non deve penetrare nulla, occorre solo pensare al piattello. Questo ti porta a vincere, ma per arrivare a questo totale isolamento serve un percorso di training autogeno e psicologico molto importante.

Dove tiene i trofei che ha vinto?

Tutti in camera. È importante che stiano in bella vista, perché nello sport ci sono sempre alti e bassi, e quando le cose non vanno, è bene ricordare quello che si è fatto e gli obiettivi raggiunti.

 

Ho letto che per allenarsi rinuncia a feste e uscite serali: le è mai pesato? Ha mai pensato: «Ma chi me lo fa fare? Mollo tutto»?

Ho iniziato, come detto, da ragazzina a praticare questo spot e ho rinunciato spesso a feste e divertimento: tutti gli amici andavano in giro e io mi allenavo e nei weekend avevo le gare e – lo  ammetto – qualche volta ho pensato «Ma chi me lo fa fare?». Però crescendo ho capito che per me era più importante continuare ad allenarmi che andare a una festa. Quando mi devo preparare per una gara evito di fare tardi e di mangiar male.

Lei è ancora molto giovane, ma cosa direbbe a un ragazzo che vuole iniziare a praticare il tiro a volo?

La prima cosa che voglio dire, è che uno sport che consiglierei a tutti: sia a chi è agitato, in questo modo può calmarsi, sia a chi è più calmo così da poter tirar fuori la grinta che ha dentro. È uno sport sano e particolare che aiuta molto a conoscersi. Le armi hanno solo uno scopo positivo e sportivo e saperle usare correttamente evita situazioni pericolose.

Non spari solo ai piattelli, ma vai anche a caccia: in questi ultimi anni in cui l’essere ecologisti è un sentimento diffuso, come spieghi questa tua passione?

Non ho mai dato giustificazioni per la mia passione, perché non ho nulla da giustificare. Prima cosa, c’è molta differenza tra la caccia e il bracconaggio e quella che pratico io è una caccia di contenimento. Proprio i cacciatori come me sono i migliori ecologisti: noi stiamo a contatto con la natura, controlliamo le specie, facciamo il contenimento delle specie nocive e mi capita spesso di ripulire il territorio dai rifiuti lasciati da altri. La mia è una caccia che tutela la natura; per me è una grande passione e un’arte antica che cercherò anche in futuro di mantenere, impegnandomi sia a livello sociale sia politico.

I suoi obiettivi futuri?

A settembre ho il Campionato Italiano, poi il prossimo anno proverò con la Coppa del Mondo.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Offre tanto sia dal punto di vista sportivo che ambientale, cibo, casa.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Essendo al centro dell’Italia è il punto d’incontro di tutte le culture italiane.

«Spesso chi non arriva prima cede, io non ho mai mollato: gara dopo gara, anche guardando dalle tribune perché ero stato eliminato. Ho lavorato tanto, mi piace allenarmi, e ora sono qui da Campione del Mondo».

Alessio Foconi ama il cinema, la carbonara e urlare «daje!» alla fine di ogni gara. Per il fiorettista ternano – che ha iniziato ad allenarsi all’età di sei anni con la società Circolo della scherma di Terni – il 2018 è stato l’anno dei record. Ha vinto il titolo individuale nel Mondiale, il titolo mondiale a squadre ed è diventato il numero uno nel ranking, aggiudicandosi così la Coppa del Mondo 2018. Anche quest’anno è partito alla grande con diversi podi, conquistati nelle tappe che portano alla vittoria del trofeo più prestigioso.
Alessio però ha ben saldi i suoi obiettivi e non si culla con i risultati ottenuti, puntando diritto con il suo fioretto alle Olimpiadi di Tokyo 2020. «Ad aprile iniziano le qualificazioni, cercherò di non farmi prendere dalla paura che solo il nome evoca».

 

Alessio Foconi bacia la sua coppa del mondo

Alessio, qual è il suo legame con l’Umbria?

È un legame forte, sono molto affezionato sia a Terni sia all’Umbria. Le mie origini sono qui e credo che sia una delle regioni più belle d’Italia: non posso non apprezzare questi luoghi.

Il 2018 è stato per lei – a livello sportivo – un anno pieno di soddisfazioni: il 2019 è iniziato bene, con diverse vittorie nelle tappe del circuito di Coppa del Mondo di fioretto… Cosa si augura ancora?

L’anno è iniziato nel migliore dei modi e mi sto allenando per mantenere questo ritmo. Ovviamente punto a vincere il più possibile. Nell’estate ci saranno due appuntamenti molto importanti: gli Europei e i Mondiali di scherma. Il mio obiettivo è quello di confermare quello che ho già fatto lo scorso anno: è una sfida e un mettersi in gioco ancora una volta. Ad aprile, poi, iniziano anche le qualificazioni olimpiche. Ci sarà più tensione, ma cercherò di usare l’approccio giusto, senza farmi prendere dalla paura che il nome Olimpiade può suscitare.

A cosa si pensa quando si è sulla pedana e si gareggia per un Mondiale?

Cerco di liberare la mente il più possibile perché – quando si è alla fine di un assalto, si è in vantaggio e manca solo una stoccata – pensare a quello che può avvenire dopo è controproducente e c’è il rischio che l’avversario possa recuperare. Per questo, tengo sempre la mente sullo 0-0 come se ci fosse ancora una gara da giocare. L’importate è rimanere sempre concentrati, poi raggiunta la vittoria si dà libero sfogo a tutto!

Numero uno nel ranking mondiale di scherma, che effetto fa?

Bisogna restare con i piedi per terra ed evitare di accontentarsi. Anche se il tuo avversario sa che sei il numero uno al mondo, si deve gareggiare alla pari puntando alla vittoria, e mai sottovalutare chi si ha difronte.

Come ha iniziato a praticare scherma?

Ho iniziato perché mio fratello maggiore aveva deciso di provare questo sport. Ho avuto la fortuna di cimentarmi in diverse discipline, ma quando sono entrato nella palestra di scherma non ho più avuto il coraggio di uscire. Mi sono innamorato di questo sport e delle persone che ho incontrato – forse è per questo che ho perso la testa per la scherma. I valori che ti insegna, il rapporto di amicizia che si crea con gli istruttori e i compagni, sono legami importanti che porto sempre con me. Alla luce di questo, consiglio a tutti di provare questa disciplina.

Ci spieghi in poche parole come si allena un fiorettista…

In questo momento mi alleno seguendo tre fasi: la prima è tecnica, cioè l’incontro con l’avversario o la lezione con il mio maestro Filippo Romagnoli; la seconda è la preparazione atletica che faccio con Walter Cutrì; infine, la terza fase riguarda la mente, la psicologia e la concentrazione, tutti elementi fondamentali in questo sport. Per questo mi alleno anche con il mental coach Filippo Fanin: quest’ultima fase mi serve per gestire la tensione durante una gara e per sapere al meglio come approcciarla psicologicamente.

Per un Mondiale, invece, come si prepara?

La gara non ha nulla di diverso dalle altre che si disputano durante il resto dell’anno; chiaramente, essendo però più importante, nella mente scatta qualcosa, ed è qui che entra in gioco il mental coach che mi aiuta a visualizzare bene l’obiettivo. Arrivo perciò preparato ad affrontare le paure che possono nascere da un evento del genere.

 

Alessio Foconi

Ci racconti una curiosità privata: ho letto che ama la carbonara…

Sì, è vero! Amo molto anche il cinema, sono un vero cultore, e raramente dico che un film è brutto.

Qual è il suo film preferito?

Sono un fan sfegatato di Star Wars, di tutta la saga. Quando vedo le spade laser mi esalto!

Da sportivo fa dei gesti scaramantici prima di una competizione?

No. Anzi, cerco sempre di fare cose diverse ogni volta che ho una gara: in questo modo evito di auto-condizionarmi.

Il «daje» che dice alla fine di una gara non è scaramantico?

Quello è un atto liberatorio, un modo per sfogare la fatica e tutto il lavoro fatto per arrivare lì.

Com’è il panorama giovanile di scherma, in particolare quello umbro? Ci sono delle piccole promesse?   

C’è un bel gruppetto che può emergere. Spero che vogliano continuare a divertisti e a vincere; non è sempre facile, ma, impegnandosi, potrebbero facilmente andare avanti. Questo è molto bello.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Tosta, cibo buono, eccellenze sportive di cui vantarsi.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

La natura che ci circonda.

«Sono un perugino di Ponte San Giovanni, nato e cresciuto lungo il Tevere. Questo fiume ha rappresentato – e rappresenta – molto per me».

Il mio telefono squilla.

«Buongiorno, sono Serse Cosmi. Possiamo fare l’intervista ora, che più tardi sono impegnato?».

«Va bene, mi dia cinque minuti».

Ammetto che ancora non avevo acceso il computer ed ero mezza assonnata, ma mi sono subito svegliata. Rare volte qualcuno mi ha chiamato per anticipare un’intervista e non per annullarla: non Serse Cormi, lui è uno di parola!

Non gliel’ho confessato (ora lo leggerà qui), ma ero sugli spalti dello stadio Curi quando allenava il Perugia. Chiacchierare con lui è stato divertente, c’è scappata più di una risata. Nonostante abbia girato l’Italia per allenare tante squadre – dalla Pontevecchio all’Arezzo, dal Perugia al Genoa, fino all’Udinese, Brescia, Livorno, Palermo, per citarne alcune, resta un perugino D.O.C. anzi come tiene a specificare lui: «un perugino di Ponte San Giovanni».

Serse Cosmi

Mister qual è il suo legame con l’Umbria?

Gli umbri sono legati in maniera viscerale alla loro terra e alle loro radici: io, facendo una professione che mi porta in giro per l’Italia, sento molto questo legame. Quando sei fuori apprezzi ancora di più dove sei nato e la tua terra. Per me è, e rimane, un legame fortissimo.  

Si considera ancora l’Uomo del fiume, uomo di Ponte San Giovanni?

Assolutamente sì. Io sono un perugino di Ponte San Giovanni (n.d.r. frazione di Perugia) e in questo c’è differenza: quando ero piccolo c’erano i perugini del centro e quelli dei ponti. Io rivendico a gran voce di essere di Ponte San Giovanni e di essere nato vicino al Tevere, un fiume al quale sono legato fin dall’infanzia.

Il Tevere cosa ha rappresentato per lei?

La mia generazione è forse l’ultima che ha fatto il bagno nel Tevere: ho imparato a nuotare nelle sue acque, giocavo lì e ovviamente andavo a ballare al Lido Tevere. Ho passato la mia infanzia vicino al fiume, crescere vedendolo scorrere è qualcosa che ti porti dentro per sempre.     

Oggi c’è un’ondata di allenatori che non ha fatto una vera gavetta, partendo da squadre di categoria minore come ha fatto lei: cosa ne pensa, è un cambiamento del nostro tempo o la fretta di mettere un “nome” in panchina?

È un po’ tutte e due. Chi è stato un grande calciatore ha già avuto in quel mestiere dei grandi privilegi, ma non reputo giusto che, nel momento in cui si cimenta in un altro mestiere – cioè quello di allenatore – non debba fare la stessa gavetta che ha fatto per arrivare ai massimi livelli di calciatore. Mi spiego meglio: chi ha giocato con la Juve, l’Inter o il Milan ha fatto un suo percorso, partendo dalle serie minori per arrivare a vestire quella maglia. Stessa cosa dovrebbe valere per un allenatore, considerando che si tratta di un altro mestiere. Se poi l’allenatore viene visto come il prolungamento della carriera di calciatore, allora sto zitto! Ovviamente un grande calciatore può diventare anche un grande allenatore…

Però non è scontato nemmeno il contrario: che un grande calciatore per forza diventi un grande allenatore…

Sì, infatti. Io ricordo sempre una frase di Arrigo Sacchi: «Non è che per essere un buon fantino devi essere stato un cavallo».     

Gaucci, Zamparini, Preziosi… ha incontrato dei veri mastini: in questi anni pensa che sia cambiato il rapporto tra allenatori e presidenti?   

I tempi sono decisamente cambiati. I presidenti ora sono più dei manager, l’aspetto passionale è diminuito – fermo restando che il loro ruolo manageriale c’è sempre stato. Col tempo nel calcio sono cambiate tante figure, di conseguenza è cambiata anche quella dei presidenti, che oggi si occupano di aspetti molto diversi rispetto a 20-30 anni fa. Si confrontano apertamente con gli allenatori e parlano con loro di calcio come se facessero lo stesso mestiere, ma la cosa non è intercambiabile. Gaucci, ad esempio, è stato uno dei presidenti meno invadenti con cui ho lavorato. Lui era più un tifoso e le sue reazioni erano di conseguenza da tifoso, però non ho mai avuto la sensazione che mi spingesse – anche in modo velato – a far giocare un calciatore al posto di un altro. Se è successo, è stato talmente abile che non me ne sono mai accorto! (ride).

C’è un calciatore al quale è particolarmente legato?

Ce ne sono tanti, ma sono rimasto più legato con quelli di inizio carriera con i quali ho condiviso tanti avvenimenti umani e sportivi. Penso ai ragazzi della Pontevecchio, dell’Arezzo e dei primi anni del Perugia. Poi ho conosciuto anche altri calciatori che spesso sento, ma il rapporto più diretto l’ho mantenuto con quelli con i quali ho iniziato. 

Chi avrebbe voluto allenare e non lo ha mai fatto?

Francesco Totti. È un giocatore che mi ha sempre incuriosito.

Ha nostalgia del Perugia? Ha mai pensato di tornare ad allenarlo o è un’epoca che si è conclusa?

Nostalgia no. Si è nostalgici di un qualcosa che non si potrà mai più verificare. Finché farò questo mestiere ci potrebbe essere sempre un’opportunità per ritornare sulla panchina del Perugia, fatto sta che – in 30 anni che alleno – non sono mai ritornato in una società dove sono già stato. Questo è un dato indicativo.

Magari per il Perugia lo farebbe…

Diciamo che è una delle poche squadre per cui lo farei.

C’è un episodio della sua carriera che ricorda con più affetto?

La telefonata di Luciano Gaucci nello spogliatoio dopo la vittoria a San Siro contro il Milan: era prima di Natale e prima del suo compleanno. Quell’episodio per me rimarrà indelebile perché ho avuto la percezione di quanto tenesse alla squadra, ai giocatori e di quando fosse coinvolto umanamente. In quel momento non era un presidente, ma un tifoso che aveva capito che la propria squadra aveva fatto un’impresa eccezionale: era la prima volta nella sua storia che il Perugia vinceva a San Siro.   

Serse Cosmi “versione” dj

Se non avesse fatto l’allenatore quale mestiere avrebbe fatto, il dj?

In realtà sono un dj che per hobby fa l’allenatore! (scherza). Sono un insegnate di attività motoria, ho avuto per 10 anni una palestra quindi credo che sarei rimasto nell’ambito sportivo. Anche se, a 60 anni, a volte penso di reinventarmi e fare un altro mestiere. Per me la musica è un hobby ed è rimasto tale, il calcio è iniziato come hobby, ma poi è diventato un lavoro.

Ci racconti qualcosa di lei che i suoi tifosi non sanno…

Quando ho vinto il campionato con la Pontevecchio e siamo andati in serie D, siccome mio padre era stato un fondatore della società e la squadra non era mai arrivata in quella categoria, ho girato con la macchina per tutta la notte, pensando alla mia infanzia e a tante altre cose. È stata la cosa più coinvolgente da quando alleno.  

E un suo segreto non legato al calcio?

Mi piacerebbe lavorare a teatro, conoscere persone e scoprire tutto di questo mondo. È un mondo che mi affascina molto.  

Fa dei gesti scaramantici?

Quando allenavo i dilettanti cambiavo per ogni partita l’indumento intimo, non mettevo mai lo stesso. Oppure dopo aver vinto una partita facevo sempre lo stesso percorso, ma col tempo le scaramanzie sono molto diminuite.

Ha un aneddoto legato al Perugia, quando era solo un tifoso?

Col Perugia club di Ponte San Giovanni andai a vedere lo spareggio a Foggia: a metà strada eravamo già mezzi morti, tra birre e bevute varie. Per fortuna le tante ore di pullman ci hanno fatto recuperare e siamo arrivati allo stadio in modo dignitoso.  

Come vede le scuole calcio umbre, come andrebbero potenziate?

Quando smetterò di fare l’allenatore, il mio sogno è quello di creare o far qualcosa nel settore giovanile del calcio. Sicuramente non si chiamerà scuola calcio, ma settore giovanile. Secondo me, uno dei mali peggiori in questo ambiente è quello di aver abbinato la parola scuola a calcio: la parola scuola ha un valore ed è un luogo in cui ci sono insegnati che formano i ragazzi, nelle scuole calcio invece il vero problema sono proprio coloro che insegnano perché presentano il calcio in modo distorto o comunque nel modo in cui non lo vedo io. Per questo il mio sogno è creare un settore giovanile dove non si paghi, dove emerga il talento e dove il calcio possa essere un vero valore sociale. Un luogo aperto a tutti, dove si premia il talento, ma anche dove tutti posso giocare.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Aspra – nell’atteggiamento delle persone – autentica, lontana.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Spello.

«Far passare il tempo e non pensare alla fatica è stata la parte più impegnativa, ma il calore della gente e dei miei compagni mi ha aiutato molto».

Marco Fratini, medico di professione e nuotatore dell’Amatori Nuoto Perugia, per passione ha stabilito un record mondiale: ha nuotato per 24 ore, percorrendo 70 chilometri e 300 metri. Tutti avrete letto di questa sua impresa di fine 2018, ma pochi conoscono i retroscena di come si è preparato per stabilire il record. Perugino di 45 anni, Marco ha superato i suoi limiti, ma già pensa a un altro traguardo da raggiungere: «Vi terrò informati!».

Noi aspettiamo, ma intanto ci siamo fatti raccontare le 24 ore passate a nuotare nella vasca della piscina Pellini di Perugia.

Marco Fratini

Come le è venuto in mente di stabilire questo record?

Non c’è stato un motivo preciso. Lo scorso anno ho partecipato a gare tradizionali sia in vasca sia in acque libere – mare e lago; di rifarlo però non mi andava, così ho pensato a qualcosa di diverso e ho iniziato a documentarmi per vedere se qualcuno avesse nuotato mai per 24 ore. Ho scoperto che altri pazzi si erano cimentati in imprese simili, ma di ufficiale non c’era nulla: io sono stato il primo a coinvolgere i giudici della Federazione Italiana Nuoto. Grazie a loro e al presidente della F.I.N., Mario Provvidenza, abbiamo scritto il regolamento e organizzato l’evento. I giudici hanno contato le vasche, alternandosi ogni tre ore così da garantire l’ufficialità del record.

Come si è preparato?

Ho cominciato facendo allenamenti lunghi: tre ore di nuoto intervallate da momenti di riposo. Dopo diverse prove siamo arrivati a capire che il trend ottimale si attestava su 50 minuti di esercizio e 10 minuti di pausa. Poi abbiamo aumentato le ore, da 3 siamo passati a 6, 8, poi una notte intera, fino a 24 ore. Il tutto coordinato dalla nutrizionista, la dottoressa Aurora Amato, per gestire al meglio i dosaggi di cibo. Devo dire che c’è stata una perfetta sincronia tra il mio allenatore Stefano Candidoni, la psicologa, la dottoressa Anna Grazia Frascella e la nutrizionista: in questo modo abbiamo raggiunto la situazione perfetta.

In molti si sono chiesti: cosa passava nella sua testa mentre nuotava?

Prima cosa pensavo al tempo che doveva passare e a quanto impiegavo a percorrere una vasca. Poi la mia testa ha pensato a tante cose: il problema, infatti, era far passare il tempo, perché dentro l’acqua il tempo è dilatato, ma tutta la gente che è intervenuta e i miei compagni di nuoto mi hanno accompagnato dal primo fino all’ultimo minuto di gara, aiutandomi molto a far passare le ore. Da questo punto di vista è stato meno faticoso di quanto pensassi. Certo, quando la mattina alle 9 mi sono accorto che dovevo ancora nuotare per nove ore e già mi sentivo stanco, è stata dura. La psicologa è servita proprio in questi momenti: avevo con lei delle pause prestabilite ogni 6 ore per far recuperare sia il corpo sia la mente.

Proverebbe la stessa impresa in mare? 

No so. È completamente un’altra situazione: l’acqua del mare aiuta a galleggiare, ma non è facile avere in bocca per 24 ore acqua salata, crea problemi alla salivazione. Il mare poi è imprevedibile, possono influire le onde, la temperatura dell’acqua e il clima: ci sono troppe variabili.    

Ha in mente altri record?

Sicuramente farò qualcos’altro, ci sto pensando e spero di avere più tempo per preparare la nuova impresa.

È stato faticoso non dormire per 24 ore?

Ho deciso di iniziare la sfida alle 18 proprio per affrontare subito la notte. Il sonno comunque non l’ho patito per niente, ma abbiamo dovuto combattere l’ipotermia con stufette e asciugamani riscaldati: una piccola crisi durante la notte c’è stata, poi la mattina tutto si è risolto.  

L’Umbria non è certo una regione che ispira imprese acquatiche… da dove nasce la sua passione per il nuoto?

Fino a 21-22 anni ho nuotato a livello agonistico, poi lo studio mi lasciava poco spazio, per questo ho interrotto. Due anni fa sono tornato in piscina e lì ho rincontrato i miei vecchi compagni degli Amatori Nuoto di Perugiache si allenavano per delle gare amatoriali, così ho deciso di tornare in vasca, anche con molto entusiasmo. Sono stati proprio loro a incoraggiarmi e a organizzare questo evento, non mi hanno mai abbandonato durante le 24 ore. Si sono presi cura anche della gente che passava a vedere e che si informava delle mie condizioni… sugli spalti della piscina Pellini alla fine c’erano oltre 300 persone. Una cosa veramente emozionante!

Domanda di rito: qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono nato e ho sempre vissuto in Umbria. È la mia terra.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Chiusa, cuore, casa.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Calore.

«Per me l’Umbria rappresenta l’infanzia e l’adolescenza, ma non saprei vivere lontano da Firenze».

Quando ho preparato l’intervista avevo in mente mille domande da rivolgere a Giancarlo Antognoni, ma ho dovuto – per forza di cose – sintetizzare tutte le mie curiosità e soprattutto sintetizzare una carriera di prim’ordine.  
Centrocampista, bandiera storica della Fiorentina – di cui oggi è dirigente sportivo – e Campione del Mondo nel 1982: tutto questo e molto di più è Antognoni. Nato a Marsciano, con la San Marco Juventina ha dato i suoi primi calci a un pallone: «È sempre intatto nella mia mente il campo in cui si giocava, a Prepo. Era un campo sterrato, ma per noi bimbi era un sogno poterci giocare. Sono andato via da Perugia quando avevo 15 anni, ma ogni volta che passo da quelle parti il ricordo riaffiora sempre».
Uomo simbolo di una squadra e di un calcio nostalgico che sta diventando sempre più sbiadito: «È difficile che oggi un calciatore possa indossare la stessa maglia per tutta la carriera».
Con noi ha parlato della sua Umbria e di un calcio fatto di passione e dedizione…

 

Giancarlo Antognoni, Foto by ACF Fiorentina

La prima domanda è d’obbligo: qual è il suo legame con l’Umbria?

Il mio legame con l’Umbria è sicuramente forte, porto sempre con me il ricordo piacevole della regione in cui sono nato e ho passato la mia infanzia. Ora non avendo più i genitori che vivono lì, la frequento di meno, anche se ho ancora parenti a Perugia.

A Perugia suo padre aveva un bar che era anche sede di un Milan club e lei sognava di giocare con il Milan: nel suo cuore è rimasto qualcosa di rossonero?

È rimasto il ricordo e la simpatia rossonera di quando ero bambino, più che altro per il fatto che tutta la mia famiglia tifava per il Milan. Poi però nel mio cuore ha nettamente prevalso il colore viola.

Lei è stato una bandiera e un simbolo della Fiorentina: perché oggi è tanto difficile che un giocatore diventi simbolo di una squadra? 

Io credo che si tratti di un fenomeno più ampio. Il calcio di oggi è completamente diverso da quello in cui giocavo io, anche rispetto a quello di alcuni anni fa. Ormai è stato stravolto tutto: è difficile che un calciatore possa indossare la stessa maglia per tutta la carriera, sono subentrate dinamiche diverse legate alle tivù, agli sponsor, anche banalmente, alla ricerca di esperienze di vita diverse, basta guardare i tanti calciatori, anche di alto livello, che vanno a giocare in Cina, in Australia o negli USA.

Ha iniziato a giocare da ragazzino con la San Marco Juventina: ha qualche aneddoto legato a quegli anni che ci vuol raccontare?   

Sono i ricordi indelebili di un ragazzino che tira i primi calci a un pallone, il desiderio di libertà e di poter giocare per divertirsi. Poi è sempre intatto nella mia mente il campo in cui si giocava, a Prepo: era un campo sterrato, ma per noi bimbi era un sogno poterci giocare. Sono andato via quando avevo solo 15 anni, ma ogni volta che passo da quelle parti il ricordo riaffiora sempre.

A distanza di 36 anni, qual è la prima cosa che le viene in mente pensando alla vittoria del Mondiale? 

Ci sono talmente tante cose belle che è difficile elencarle tutte. Di sicuro posso dire l’arrivo a Ciampino insieme al Presidente Sandro Pertini con due ali di folla che ci hanno scortato fino al Quirinale. Poi, purtroppo, c’è anche il grosso rammarico di non essere riuscito a giocare la finale a causa di un infortunio.

Cosa consiglierebbe a un ragazzino che viene acquistato da un club importante?

Il consiglio è quello di non cambiare mai, di affrontare il salto in un grande club come quando ha iniziato a giocare a calcio. Bisogna mantenere sempre la serenità, la passione, la dedizione al lavoro, senza mai pensare di essere arrivati.

Ha mai pensato di tornare in Umbria, magari nello staff del Perugia?

Sinceramente no, anche perché ho lasciato l’Umbria quando ero troppo piccolo. Perugia per me rappresenta l’infanzia e l’adolescenza, ma successivamente Firenze è diventata la mia casa ed è difficile per me vedermi lontano da qui.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Accoglienza, bellezza della natura e del territorio e buon cibo.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Ricordo la mia infanzia, quando ero un bambino, la bellezza di questa regione e la sua straordinaria qualità di vita.

«Insisti, persisti, raggiungi e conquisti»

Questa è la frase che più rappresenta Fiammetta Rossi, ventitreenne di Foligno e studentessa di Giurisprudenza che, lo scorso marzo, ha portato in Umbria due medaglie d’oro dai Mondiali Universitari di tiro a volo in Malesia: una, vinta nella gara Trap donne individuale, l’altra nella gara a squadre.

tiro al volo

Fiammetta Rossi

«Insisti, persisti, raggiungi e conquisti è una frase che mi diceva sempre mio nonno e nella quale credo molto, così tanto da essermela tatuata».  Fiammetta – che fa parte del Gruppo Sportivo Fiamme Oro – ha proseguito la dinastia di campioni nel tiro a volo, dopo nonno Nando e papà Luciano, iniziando per caso questa disciplina: «Per nove anni ho praticato equitazione, poi qualcosa è cambiato». Sicuramente, la scelta di cambiare è stata più che azzeccata, visto i risultati raggiunti.

Cosa si prova ad avere al collo due medaglie d’oro?

È stata un’emozione impressionante. Qualcosa di unico. Mi ero preparata molto per questo e ancora lavoro sodo per andare avanti nella mia carriera e per portare avanti qualcosa in cui credo molto. Il bello di questo sport è che si va in pensione tardi, si può praticare anche oltre i 50 anni, quindi di tempo ne ho ancora.

Lei è figlia d’arte, suo padre Luciano è il presidente della Fitav (Federazione Italiana Tiro a Volo): era un destino già scritto?

Non proprio. Per nove anni della mia vita ho praticato equitazione, poi un giorno guardando le Olimpiadi di Londra ho visto una mia amica gareggiare nel tiro a volo e, da lì, ho deciso di provare. Ho iniziato per gioco, mi è piaciuto e così ho continuato. Dopotutto – fin da piccola – il mio sogno era quello di fare la poliziotta a cavallo: ora faccio parte del Gruppo Sportivo Fiamme Oro della Polizia di Stato.

Le Olimpiadi di Tokyo 2020 sono vicine: spera di andare?

Mi piacerebbe tantissimo. Sono nella rosa azzurra e voglio crederci! Se non saranno le Olimpiadi di Tokyo, saranno quelle del 2024. Il mio sogno è provare a partecipare: già il solo fatto di essere lì ripaga i sacrifici che si fanno per arrivarci. Tutti gli sportivi sognano un’Olimpiade, è importante anche un Mondiale ovviamente, ma l’Olimpiade resta e sarà sempre l’Olimpiade. Se vinci una medaglia lì, entri nella leggenda. Io sto lavorando ogni giorno per questo, facendo sacrifici e allenandomi con impegno e continuità. Ho ancora tanto da fare.

Ha appuntamenti importanti nei prossimi mesi?

Il prossimo anno parteciperò alle Olimpiadi Universitarie, potrò così assaporare l’ambiente olimpico. Già so che mi piacerà tantissimo (ride).

Piccola curiosità: dove tiene le medaglie?

Le tengo a casa, le devo avere vicine. Ogni tanto le prendo in mano, le coccolo e le accarezzo. Le guardo e rivivo l’emozione che ho provato nel momento della vittoria e penso: «Sono mie!»

Parliamo un po’ di Umbria: qual è il suo legame con questa regione?

Amo molto la mia terra. Il verde che c’è mi rilassa. Amo i paesaggi e il cibo, mi piace tutto di lei. Girare per il mondo è bello, ma tornare a casa lo è ancora di più. Sono nata a Montefalco e ora vivo a Foligno, ma voglio tornare in mezzo alla natura, agli animali. Li amo molto e adoro stare a contatto con loro.

Ama gli animali. Quindi lei spara, ma solo ai piattelli?

Non ho mai praticato la caccia – forse una volta mi è capitato di sparare – ma rispetto chi la pratica. È un’arte antica e non sono integralista a riguardo. Anche perché, i veri cacciatori rispettano molto la natura.

Il tiro a volo può dare altre soddisfazioni all’Umbria dopo Diana Bacosi e lei? Ci sono giovani promettenti?

Siamo piccoli, ma cattivi. In Umbria c’è un settore giovanile molto interessante e si sta facendo un ottimo lavoro con loro. Sono molto fiduciosa.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Passione, tradizione e benessere. Anche se per descrivere l’Umbria tre parole non bastano.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

La casa, le mie radici e l’amore. Sono una ragazza molto tradizionalista.

«Vivere è sognare… date corpo ai vostri sogni»

Questa è la filosofia di vita di Marco Lucacci, 48 anni, di Bastia Umbra, personal trainer e proprietario della palestra Vitamin’s, ma sopratutto bodybuilder, vincitore del titolo di Mr. Italia Body Building nel 2002 e dei Giochi del Mediterraneo nel 2005 e 2006. Una vita dedicata alla cura del corpo, facendo sacrifici e rinunce, ma sempre con un obiettivo ben preciso: migliorare la salute fisica e mentale. «Quando si sta bene con il proprio corpo, si sta bene anche con gli altri». Con lui, oltre che parlare dell’Umbria, abbiamo parlato di forma fisica e super muscoli: non poteva essere altrimenti!

 

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Marco Lucacci, foto di Massimo Marini

Come prima cosa: qual è il suo legame con l’Umbria?

Vivo a Bastia Umbra e sono da sempre molto attaccato alla mia terra.

Ho letto che il suo sogno era quello di diventare bodybuilder e nel 2002 ha vinto il titolo Mr. Italia Body Building: ha realizzato quindi il suo sogno?

Tutto quello che sognavo da ragazzino l’ho realizzato. Sono entrato in palestra per la prima volta a 16 anni dopo un infortunio al ginocchio mentre giocavo a calcio. Da quel momento non ne sono più uscito. Ho smesso con il calcio e mi sono dedicato al mio corpo: il culturismo è diventato la mia passione. Con il tempo ho trasformato questa passione in un lavoro. Posso dire che tutti i miei sacrifici sono stati ripagati.

A proposito di sacrifici: cosa ha rinunciato per arrivare a questo traguardo?

In primis al cibo: ovviamente chi pratica questa disciplina – perché il culturismo è una disciplina e non uno sport – non può mangiare tutto. Poi ho rinunciato al tempo libero e agli stravizi da ragazzo. Poca vita notturna, perché altrimenti non si ha la forza per gli allenamenti la mattina dopo.

Non ha mai pensato di aver esagerato nello sviluppare i suoi muscoli?

Non mi è mai passato per la testa, anche se so che è difficile dire basta, soprattutto se pratichi il culturismo a livello agonistico. Cerchi sempre di progredire e migliorare il tuo corpo.

Non si corre il rischio che diventi un’ossessione?

Sì. Per questo è fondamentale conoscere i propri limiti. Ognuno di noi li ha, e per questo vanno rispettati. Sono loro che danno uno stop e ci evitano di spingerci sempre più avanti.

Ci dia qualche consiglio per mettersi in forma in vista dell’estate…

È inutile fare gli ipocriti, oggi l’estetica conta molto. E non lo dico io. Tutti vogliono guardarsi allo specchio e piacersi, come pure essere in forma in vista dell’estate, ma non lo si può fare ad aprile o a maggio. Ci deve essere un allenamento di 3-4 ore a settimana sempre, tutto l’anno. L’attività fisica non porta benessere solo al corpo, ma anche alla mente, ti fa stare bene con te stesso e di conseguenza con le altre persone. Lo stare bene con il proprio corpo è fondamentale nella vita, perché ti rende più bello e ti fa rapportare con gli altri nel migliore dei modi.

Il suo è un tipo di sport legato all’età?

Il culturismo è una disciplina senza una fine ben precisa. Puoi fare il bodybuilder anche a 60 anni. Si va in pensione quando si perdono le motivazioni, quando la cura del corpo, l’attività fisica e tutto questo mondo non interessano più, ma a quel punto non ci sono rimpianti. È una scelta precisa della persona.

Cosa accade al corpo quando si decide di abbandonare?

La visione popolare, errata, è che i miei 100 chili di muscoli diventino 100 chili di grasso. I muscoli non si trasformano in grasso, possono diminuire e da 100 si passa a 70, ma non si cambierà mai radicalmente stile di vita. Una persona abituata da oltre 30 anni alla vita sportiva, a mangiare determinate cose, non inizierà mai a ingozzarsi di dolci e schifezze e non smetterà di fare attività fisica.

L’Umbria nell’ambiente del culturismo che ruolo ha a livello nazionale?

In Umbria c’è poco, solo piccole realtà a livello agonistico.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Vivibile, la regione più bella d’Italia, chiusa di mentalità. Quest’ultima caratteristica non è detto che sia un difetto.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Famiglia.

«La partita che mi ha dato più soddisfazione arbitrare? Quella a favore di terremotati di Norcia».

Più di 200 partite in serie A, arbitro internazionale dal 2007 – il 2017 è stata la sua ultima stagione per raggiunti limiti d’età – 17 anni di attività con l’esordio nella massima serie nel 2003 e arbitro “Élite Uefa” dal 2012. Questi i numeri di Paolo Tagliavento di Terni, sicuramente il fischietto più rappresentativo dell’Umbria e non solo. In campo ha l’aria severa che serve per mettere in riga i 22 giocatori, nel parlarci, invece, è una persona disponibile e simpatica. Un umbro orgoglioso della sua terra.

 

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Paolo Tagliavento

Qual è il suo legame con l’Umbria e con Terni?

È un legame molto forte, perché sono nato, cresciuto e vivo tutt’ora a Terni. Amo la mia regione e sono molto attaccato alle persone con cui ho vissuto e che hanno fatto parte della mia infanzia.

Pensa che l’Umbria sia una regione in “fuori gioco”, tagliata fuori rispetto ad altre realtà?

Per la posizione che ha, è un po’ tagliata fuori a livello di infrastrutture. Io ad esempio, uso spesso la macchina per i miei spostamenti. Fiumicino non è lontano, quindi mi capita anche di prendere l’aereo quando ho partite lontane, mentre per quanto riguarda il treno non è proprio comodissimo. Per certi versi il suo essere un po’ fuori, può essere un vantaggio, perché conserva la pace e la tranquillità che la caratterizzano.

Se l’Umbria fosse una regola del calcio, quale sarebbe?

Il vantaggio. Che è una norma e non una regola, ma che quando la puoi applicare il gioco è sicuramente più vivace. Il vantaggio dell’Umbria sono i suoi paesaggi, il cibo e la vita in generale che si respira qui.

C’è una partita che avrebbe sempre voluto arbitrare e non lo ha ancora fatto?

Potrei dire la finale del Mondiale, perché è il sogno di qualsiasi arbitro e in pochi ci arrivano. Invece dirò la partita che più mi ha dato soddisfazione arbitrare: una gara di beneficenza dopo il terremoto del 2016, che si è disputata a Norcia tra gli attori e il personale della protezione civile. È stato qualcosa di concreto per l’Umbria e mi ha reso molto orgoglioso.

Gli umbri sono accusati di essere chiusi, si riconosce in questo stereotipo? Glielo hanno mai fatto notare?

No, non mi è mai successo. Forse nella parte Nord dell’Umbria sono più chiusi rispetto a Terni, che risente dell’influenza del carattere romanesco.

Ci sono in Umbria giovani arbitri che potrebbero arrivare ai suoi livelli?

C’è un’ottima scuola di assistenti arbitrali, che sono arrivati a buoni livelli. Per quanto riguarda gli arbitri in Lega Pro e serie D c’è qualcuno per potrebbe fare strada.

Cosa gli consiglierebbe?

Gli consiglierei di dare il massino, sempre. Di avere passione e di fare sacrifici, perché solo così si può arrivare a determinati livelli. La passione è il motore trainante, ma non basta. Ci vuole anche impegno e fame di raggiungere l’obbiettivo. Questa professione va messa un po’ davanti a tutto. L’imbuto è molto stretto e in pochi arrivano in serie A. Ma gli consiglierei anche di divertirsi e di godesi la propria passione.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Bella, unica, poco aperta di mentalità.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Serenità.

Indossa la fascia di capitano del Sassuolo ogni domenica e, da vero centrocampista, corre e recupera palloni per la sua squadra.

Francesco Magnanelli, nato a Umbertide e cresciuto a Città di Castello, è un umbro DOC, di quelli che amano la terra e la vita semplice, ben lontano dallo stereotipo del calciatore moderno. Di mestiere fa il mediano, un lavoro sporco e di fatica. Un lavoro fatto per gli altri. È partito dalle giovanili del Gubbio ed è arrivato in Europa League con il suo Sassuolo, portandosi sempre nel cuore un pezzetto d’Umbria.

 

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Francesco Magnanelli, 33 anni

Qual è il suo legame con questa regione?
È la mia terra, la mia famiglia d’origine, gli amici di sempre. Ho un legame molto forte con questa terra e, per questo, torno appena posso. Ci passo le vacanze, è un luogo molto particolare e affascinante. Per me rappresenta le cose semplici, la campagna, le grigliate e il camminare scalzo.

Quindi la sente ancora casa sua, benché sono anni che vive fuori?
Certo che la sento casa mia. Dico sempre che ho due case: una a Sassuolo e una a Città di Castello. A Sassuolo ho mia moglie, i figli e il mio lavoro; a Città di Castello ho le mie origini e spesso quando sono lì faccio le cose che facevo da ragazzino. Vivo la campagna, una vita semplice e più reale.

Nel suo campo lei è un’eccellenza umbra: si sente un po’ un rappresentante di questa regione e dello sport umbro?
Senza esagerare sono solo un ragazzo che è riuscito a uscire dall’Umbria, una regione che un po’ ti imbriglia. Mi spiego meglio: spesso i giovani umbri al massimo vanno a Perugia a fare l’università, in pochi si allontanano veramente. In qualche modo si fa fatica a uscire. Se penso al mondo del calcio, ci sono tante scuole calcio, ma sono pochi i ragazzi che riescono a fare esperienze extraregionali. Oggi, devo dire che è un po’ la situazione è migliorata, si sentono nomi di giovani emergenti che potrebbero avere delle opportunità, ma fino a qualche anno fa era tutto bloccato. Insomma, si fa ancora fatica a uscire dall’Umbria.

Questo potrebbe avvenire con lo sport?
Esatto. Ogni paesino ha una sua squadra e sono tante le scuole calcio, ma migliorandole, puntando sui giovani, si potrebbe incentivare lo sport, ma anche l’apertura verso l’esterno.

Finita la sua carriera, tornerà da queste parti o resterà a Sassuolo?
Ancora non so bene cosa farò, per ora vivo un po’ alla giornata. Vediamo nei prossimi anni.

Cosa vuol dire essere umbro fuori dall’Umbria?
L’Umbria è un luogo che apprezzi al massimo quando vivi fuori. Riesci a vedere da lontano tutti i suoi pregi e i suoi difetti, che magari vivendola non percepisci.

Quali sono i pregi e quali sono i difetti?
I pregi sono la tranquillità, la storia, l’arte, la cultura e le tradizioni semplici. Proprio le tradizioni però possono essere un’arma a doppio taglio e diventare dei difetti se imbrigliano e bloccano lo sviluppo. Tra i difetti non si può non notare la mancanza di infrastrutture adeguate, basta pensare che è una regione difficile da raggiungere con treni e strade.

Lo stereotipo dell’essere chiusi lo ha mai avvertito, glielo hanno fatto mai notare?
No. Forse questa chiusura la notiamo solo noi umbri. Per tutti gli altri è un paradiso. Di questa terra vedono solo il meglio e quando parlano dell’Umbria ne parlano come di un’oasi di felice, di un posto perfetto.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?
Affascinante, le origini – mi basta un’ora a Città di Castello e comincio subito a parlare in dialetto – e nido, inteso come rifugio di vita semplice.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa terra.
Il mio ritorno alle origini, alla semplicità, alla terra.