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«Da cuore verde d’Italia a Umbria, nel cuore di tutti».

Perugina DOC, Serena Scorzoni è uno dei volti noti di Rai News 24. Entra nelle nostre case per raccontarci la realtà e da giornalista attenta qual è non poteva non scattare una foto anche della sua Umbria. Una terra alla quale è molto legata, a cui non risparmia però anche una tirata di orecchie. «La politica non ha avuto il coraggio di affrontare i nodi che isolano non solo geograficamente la nostra regione. Tutti si sono seduti su una visione di comodo, fino a che non hanno sbattuto la faccia contro la dura realtà. Spero si siano svegliati».

 

Serena Scorzoni

Serena, come prima cosa: qual è il suo legame con questa regione?

A Perugia vivono i miei genitori e la mia famiglia. Ho quindi un legame indissolubile. Lì sono le mie radici, ma ho deciso di mettermi in gioco lontano dalle sicurezze della mia terra.

Grazie al suo lavoro lei racconta la realtà: come vede l’Umbria? Quali sono i suoi pregi e i suoi difetti?

L’Umbria è una terra meravigliosa, ma come tutte le cose piene di luce, ci sono anche delle ombre. Mi piacerebbe che fosse più aperta e accogliente, meno ruvida e chiusa. Ma è comunque per me il luogo dell’anima.

Come la racconterebbe, al di là di cuore verde d’Italia?

Arte, spiritualità, cibo&vino, ma anche la tenacia e il coraggio delle donne e degli uomini umbri che si mettono in gioco. Penso alle tante aziende, ai nostri corregionali che si sono fatti conoscere nel mondo per la cultura, per la scienza e per l’imprenditoria. Da cuore verde d’Italia a Umbria, nel cuore di tutti.

Diversi eventi – penso al terremoto e al caso Meredith – hanno dato una visione di Perugia e dell’Umbria non del tutto veritiera, o forse sì: lei cosa ne pensa?

Ho seguito da vicino la drammatica vicenda Meredith e tutto il circo mediatico che per anni ha raccontato una parte della storia. Certo, la cronaca nera ha dato un alone molto negativo alla nostra città e alla nostra regione. Però ha stracciato un velo di ipocrisia su un’immagine oleografica dell’Umbria da cartolina. Non era vero il paradiso in terra allora, non è un inferno di diavoli oggi. Da allora la politica non ha avuto il coraggio di affrontare i nodi che isolano non solo geograficamente la nostra regione. Voglio dire che tutti si sono seduti su una visione di comodo, fino a che non hanno sbattuto la faccia contro la dura realtà. Spero si siano svegliati.

Lei ha fatto la Scuola di Giornalismo Rai a Perugia: cosa consiglierebbe a un giovane che vuole iniziare a fare questo mestiere?

Il consiglio che posso dare a chi vuole intraprendere questo mestiere è duplice: indossare scarpe comode per raccontare la realtà della strada e studiare libri da cui non smettere mai di imparare cosa significa il giornalismo.

Ha lavorato per molto tempo per il Tgr Umbria: ha un aneddoto divertente – che ci vuol raccontare – che le è capitato durante un servizio? 

In una delle dirette da Gubbio per la Festa dei Ceri del 15 maggio sono stata letteralmente lanciata in aria durante il collegamento. Se ci penso, rido ancora oggi.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Sole, cuore, amore… No scherzo: qualità della vita.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Il tramonto sul lago Trasimeno.

«Insisti, persisti, raggiungi e conquisti»

Questa è la frase che più rappresenta Fiammetta Rossi, ventitreenne di Foligno e studentessa di Giurisprudenza che, lo scorso marzo, ha portato in Umbria due medaglie d’oro dai Mondiali Universitari di tiro a volo in Malesia: una, vinta nella gara Trap donne individuale, l’altra nella gara a squadre.

 

tiro al volo

Fiammetta Rossi

 

«Insisti, persisti, raggiungi e conquisti è una frase che mi diceva sempre mio nonno e nella quale credo molto, così tanto da essermela tatuata».  Fiammetta – che fa parte del Gruppo Sportivo Fiamme Oro – ha proseguito la dinastia di campioni nel tiro a volo, dopo nonno Nando e papà Luciano, iniziando per caso questa disciplina: «Per nove anni ho praticato equitazione, poi qualcosa è cambiato». Sicuramente, la scelta di cambiare è stata più che azzeccata, visto i risultati raggiunti.

Cosa si prova ad avere al collo due medaglie d’oro?

È stata un’emozione impressionante. Qualcosa di unico. Mi ero preparata molto per questo e ancora lavoro sodo per andare avanti nella mia carriera e per portare avanti qualcosa in cui credo molto. Il bello di questo sport è che si va in pensione tardi, si può praticare anche oltre i 50 anni, quindi di tempo ne ho ancora.

Lei è figlia d’arte, suo padre Luciano è il presidente della Fitav (Federazione Italiana Tiro a Volo): era un destino già scritto?

Non proprio. Per nove anni della mia vita ho praticato equitazione, poi un giorno guardando le Olimpiadi di Londra ho visto una mia amica gareggiare nel tiro a volo e, da lì, ho deciso di provare. Ho iniziato per gioco, mi è piaciuto e così ho continuato. Dopotutto – fin da piccola – il mio sogno era quello di fare la poliziotta a cavallo: ora faccio parte del Gruppo Sportivo Fiamme Oro della Polizia di Stato.

Le Olimpiadi di Tokyo 2020 sono vicine: spera di andare?

Mi piacerebbe tantissimo. Sono nella rosa azzurra e voglio crederci! Se non saranno le Olimpiadi di Tokyo, saranno quelle del 2024. Il mio sogno è provare a partecipare: già il solo fatto di essere lì ripaga i sacrifici che si fanno per arrivarci. Tutti gli sportivi sognano un’Olimpiade, è importante anche un Mondiale ovviamente, ma l’Olimpiade resta e sarà sempre l’Olimpiade. Se vinci una medaglia lì, entri nella leggenda. Io sto lavorando ogni giorno per questo, facendo sacrifici e allenandomi con impegno e continuità. Ho ancora tanto da fare.

Ha appuntamenti importanti nei prossimi mesi?

Il prossimo anno parteciperò alle Olimpiadi Universitarie, potrò così assaporare l’ambiente olimpico. Già so che mi piacerà tantissimo (ride).

Piccola curiosità: dove tiene le medaglie?

Le tengo a casa, le devo avere vicine. Ogni tanto le prendo in mano, le coccolo e le accarezzo. Le guardo e rivivo l’emozione che ho provato nel momento della vittoria e penso: «Sono mie!»

 

Parliamo un po’ di Umbria: qual è il suo legame con questa regione?

Amo molto la mia terra. Il verde che c’è mi rilassa. Amo i paesaggi e il cibo, mi piace tutto di lei. Girare per il mondo è bello, ma tornare a casa lo è ancora di più. Sono nata a Montefalco e ora vivo a Foligno, ma voglio tornare in mezzo alla natura, agli animali. Li amo molto e adoro stare a contatto con loro.

Ama gli animali. Quindi lei spara, ma solo ai piattelli?

Non ho mai praticato la caccia – forse una volta mi è capitato di sparare – ma rispetto chi la pratica. È un’arte antica e non sono integralista a riguardo. Anche perché, i veri cacciatori rispettano molto la natura.

Il tiro a volo può dare altre soddisfazioni all’Umbria dopo Diana Bacosi e lei? Ci sono giovani promettenti?

Siamo piccoli, ma cattivi. In Umbria c’è un settore giovanile molto interessante e si sta facendo un ottimo lavoro con loro. Sono molto fiduciosa.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Passione, tradizione e benessere. Anche se per descrivere l’Umbria tre parole non bastano.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

La casa, le mie radici e l’amore. Sono una ragazza molto tradizionalista.

«Ho vissuto la campagna in angolazione arcadica nella mia prima vita; con volontà di innovazione e soprattutto sotto un’impronta culturale nella seconda».

Maria Grazia Marchetti Lungarotti è una donna di vasta cultura: lo si capisce subito parlando con lei. È cortese e gentile da vera donna di altri tempi. La sua passione per l’arte e l’archeologia, per il vino e l’olio, e il rigore negli studi sono i cardini della sua vita. Una vita anch’essa fondata sulla disciplina: «Non ho mai lasciato molto spazio al divertimento e non sono mai stata una mamma latina. Ho sempre preteso molto dai miei figli e questo ha portato i suoi frutti». Già Benemerita della Cultura e dell’arte, nel 2011 è stata insignita della massima onorificenza conferita dal Presidente della Repubblica: Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana.
Nel 1987 con il suo secondo marito Giorgio Lungarotti (avevano già realizzato il Museo del Vino nel 1974) apre la Fondazione Lungarotti Onlus, di cui è direttore, fulcro culturale della più grande realtà vitivinicola umbra, per promuovere e valorizzare il binomio vino-cultura. Tra le attività della Fondazione, oggi è la gestione dei due complessi museali: il Museo del Vino e Museo dell’Olivo e dell’Olio, dedicati alla vite e al vino così come all’olivo e all’olio, musei privati costituiti da preziose raccolte d’arte e visitati da turisti di tutto il mondo.

 

Chiara Lungarotti, Maria Grazia Marchetti Lungarotti, Teresa Severini

Com’è nata l’idea di aprire il Museo del Vino e in seguito quello dell’Olio?

Ho unito la cultura e i prodotti umbri, un binomio che mi apparteneva. Sono una storica dell’arte e archivista: dai miei interessi in campo culturale è nata l’idea di affiancare la produzione di alta qualità – a cui mio marito, imprenditore illuminato, aveva dato inizio, primo in Umbria – con una apertura rigorosa quanto complessa sugli aspetti storici ed artistici legati al vino. Senza stretti confini: si parla di Umbria, ma soprattutto di Mediterraneo. Il secondo, il MOO, è stato aperto nel 2000, quando lui era già scomparso, e rispondeva alle stesse esigenze di uscire da una considerazione soltanto agricolo-produttiva. In entrambi, si può percorrere un vero e proprio viaggio nel tempo per scoprire origini, mitologia, immaginario, e i tanti volti dei due prodotti.

Il New York Times in una recensione ha definito Il Museo del Vino: «Il migliore in Italia». È stata una grande soddisfazione.

Non solo d’Italia, ma d’Europa. È una realtà insolita che propone un viaggio lungo 5000 anni attraverso collezioni d’arte tra coppe, boccali, anfore, vasellame, ceramiche medievali, rinascimentali e barocche fino a quelle contemporanee, antiche incisioni, oltre a raccolte etnografiche, a testimonianza di quanto l’apparato didattico dice in un excursus storico di entrambi. Musei a misura di famiglia grazie anche ai percorsi conoscitivi ad altezza di bambino.

Per il borgo di Torgiano rappresentano un vero fiore all’occhiello…

Sicuramente. Io e mio marito abbiamo voluto promuovere una zona dell’Umbria, molto bella a livello paesaggistico, ma poco conosciuta nonostante la prossimità a Perugia e Assisi. La realizzazione dei due musei è stata molto impegnativa, ma il risultato è oggi un polo museale specializzato che dà voce non solo al territorio, ma, posso aggiungere, all’Italia tutta del vino. Anche la parte recettiva che abbiamo creato sottolinea il potenziale turistico di questa terra.

Signora Lungarotti qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono Umbra e non Etrusca – sorride – un’eugubina naturalizzata perugina. Con questa regione ho un legame molto forte, che si riconduce alla terra stessa, alla cultura e al vino, movente primo di quanto ho realizzato.

Come vede la realtà perugina e umbra, sia a livello sociale che artistico?

Vedo effetti concreti e interesse per l’arte, la musica e la cultura. L’Umbria è una terra interessante, purtroppo indietro rispetto ad altre regioni, la Toscana ad esempio. Abbiamo una storia bellissima e affascinante, di grande interesse storico, economico, artistico, come ad esempio l’Umbria Comunale, che proprio in questi giorni viene raccontata nella mostra Un giorno nel Medioevo. La vita quotidiana nelle città italiane dei secoli XI-XV esposta a Gubbio, alla quale abbiamo contribuito attraverso un consistente prestito di opere del MUVIT.

C’è un progetto della Fondazione Lungarotti a cui tiene particolarmente?

Ne abbiamo tanti tra mostre e convegni. Un’idea che vorrei realizzare è quella di dare maggior spazio espositivo al periodo etrusco.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Assisi e San Francesco che l’hanno resa famosa, ma l’Umbria deve essere più valorizzata anche in campo storico come artistico. Il che, vista la difficoltà nel raggiungerla, suggerisce attenzione massima ai trasporti.

«Il mestiere di giornalista ti dà la possibilità di raccontare storie e ogni storia è diversa, ti arricchisce e porta qualcosa nella tua vita».

Alessio Zucchini, giornalista, inviato del Tg1 ed ex conduttore di Unomattina, scatta una foto dell’Umbria, dove è nato e dove conserva i ricordi legati alla famiglia e ai suoi amici d’infanzia. La nostra chiacchierata avviene in serata, dopo che Alessio ha messo a letto i figli, ed è molto rilassata e divertente. Iniziamo con la – oramai classica – domanda sul suo legame con l’Umbria…

 

Alessio Zucchini

Qual è il suo legame con l’Umbria?

Vivo a Roma da 18 anni, ma l’Umbria è – e sarà sempre – il luogo della mia famiglia e dei miei amici d’infanzia. Non torno spesso come vorrei, ma è sempre nel mio cuore. Sono nato a Umbertide e sono rimasto lì fino alla fine della scuola superiore, poi sono andato a Torino per l’università e sono tornato a Perugia per frequentare la scuola di Giornalismo Rai.

Da giornalista e osservatore della realtà: qual è il suo giudizio su questa regione?

La vedo come un’isola felice, un luogo ancora tranquillo e una vera esplosione di colori. Certo, va detto che deve iniziare ad aprire un po’ gli occhi: è un po’ sonnolenta e si è seduta troppo. Dovrebbe diventare più dinamica in alcuni ambiti. È chiusa su sé stessa e i mezzi di comunicazione non aiutano.

Lei vive a Roma, da fuori come si percepisce l’Umbria?

Hanno tutti una bella visione: c’è tranquillità, buon cibo, insomma un posto ideale. Ovviamente, come capita sempre, chi non vive un luogo lo trova sempre molto bello. I romani, ad esempio, hanno un giudizio molto positivo.

I suoi genitori hanno una radio, Radio Onda Libera, quindi è vissuto sempre in mezzo all’informazione. Per questo ha deciso di fare questo lavoro?

Sono nato praticamente in radio. Da ragazzino passavo i pomeriggi sportivi della domenica con i radiocronisti, poi parlavo, registravo e mixavo. Mi divertivo molto! Ovviamente anche questo ha contribuito a farmi scegliere il mestiere di giornalista, ma soprattutto è stata la mia curiosità e la voglia di raccontare il mondo. Sono sempre stato un tipo curioso con la passione per i viaggi e per questo devo ringraziare i miei genitori, che mi hanno trasmesso queste passioni.

C’è un’esperienza lavorativa che lo ha colpito particolarmente?

Nella mia vita ho fatto tanti lavori, dal cameriere al portiere di notte in un albergo quando studiavo a Torino, ma è il giornalismo il lavoro che mi dà ogni giorno la possibilità di raccontare storie e crescere. Ogni volta che esci per un servizio o fai un’intervista scopri qualcosa di nuovo: una vita, un racconto, una nuova realtà. Potrei dire che l’ultimo servizio che ho fatto è stato molto coinvolgente e un’esperienza decisamente forte: sono stato in Libia nei centri di detenzione per i migranti. Sono delle vere prigioni, dei luoghi catastrofici. Quando torni da questi luoghi sei più ricco di esperienze che difficilmente dimenticherai.

Lei è stato presentatore di Unomattina, inviato e anche mezzo busto del Tg1: qual è il ruolo che le piace di più?

L’inviato sicuramente, perché puoi raccontare storie. Ma ammetto che mi piace variare, quindi sono stati divertenti e interessanti anche i ruoli di presentatore, sia di un programma televisivo che del tg. In quest’ultimo caso sei più impostato, ci sono delle regole fisse, mentre a Unomattina sei più libero, anche fisicamente, hai un intero studio per muoverti.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Affascinante, serena, sorniona.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Gli affetti, la famiglia e l’amicizia.

Sindaco di Perugia per 16 anni, realizzò alcune tra le piazze e i palazzi più famosi della città.

Figlio dei conti Vincenzo e Giacinta Oddi Baglioni, ricevette la sua prima educazione nel Collegio della Sapienza e completò gli studi laureandosi in Giurisprudenza nell’Ateneo cittadino dove seguì anche il corso di Archeologia. Il suo amore per le arti e la sua perizia nella pittura gli valsero la nomina dapprima ad Accademico di merito e successivamente a Presidente dell’Accademia di Belle Arti, alto incarico che il Consiglio direttivo gli confermò a vita.
Tenuto in gran considerazione dal partito liberale, il 21 luglio 1848 fu eletto relatore del Consiglio di revisione che doveva giudicare i perugini accusati di tradimento per aver disertato dopo i combattimenti di Cornuda, Treviso e Vicenza ed egli con «maturo e sottile accorgimento» assolse nella sua relazione i concittadini considerando che le «legioni colà riunite, o per clamore delle fazioni, o per altre cause politiche che solo il tempo e la storia disvelerà, si vollero disciolte, anzi disperse ed allontanate dai luoghi di azione»[1].

 

Palazzo della Provincia in costruzione

L'amore per Perugia

Il suo amore per Perugia che venne definito vera e propria «idolatria»[2] lo portò ad impegnarsi in prima persona come amministratore: consigliere comunale e provinciale fino a quando le condizioni di salute glielo permisero, fu Presidente del Consiglio provinciale a più riprese, fece parte di numerose commissioni comunali, provinciali e governative. Fu nei Consigli direttivi del Sodalizio di San Martino, dell’Asilo d’Infanzia e di altre numerose istituzioni cittadine. Fu sindaco di Perugia per 16 anni: la sua figura è stata accostata a quella di una altro primo cittadino coevo, Peruzzi, sindaco di Firenze, perché entrambi condivisero il desiderio di fare della propria città una splendida sede di arte e di studi: l’impegno di Reginaldo Ansidei viene infatti ricordato soprattutto per aver dato notevole impulso agli istituti di educazione, per aver arricchito di tesori la Pinacoteca cittadina ed aver incrementato i rapporti tra Perugia e le altre città italiane ed estere[3]. Alla sua attività come sindaco – iniziata nel 1862 – si deve la creazione sulle fondamenta della distrutta Rocca Paolina di Palazzo Arienti, sede della Prefettura e della Provincia, la sistemazione a giardini della zona retrostante il Palazzo, realizzò la strada pensile che permise l’edificazione di Palazzo Calderini e della Banca d’Italia, fece anche costruire Piazza d’Armi per le esercitazioni militari e la Stazione di Fontivegge[4].

Fede religiosa e fede monarchica

I giornali del tempo ne misero in luce la grande capacità di oratore dall’eloquio «insinuante ed efficace»[5]: «la sua parola correva […] fluida ed animata sulle sue labbra, correva splendida di concetti e di forma; e nell’animo di chi l’ascoltava, se non valeva talvolta ad ingenerare persuasione, lasciava sempre, incalcolabili, la impressione ed il ricordo delle sue idee, della nobiltà dei suoi propositi»[6].
La sua fede religiosa e il suo credo politico democratico furono vissuti da Reginaldo Ansidei a viso aperto e «per rimanere fedele alle proprie convinzioni» non volle ritirare la sua candidatura alle elezioni del 1876 in cambio di un sicuro posto da senatore[7]. Di chiara fede monarchica (ricoprì a lungo la funzione di Presidente dell’Associazione monarchico-costituzionale), fu insignito della Commenda dell’Ordine Mauriziano e della Croce di Cavaliere della Corona d’Italia. Alla sua morte, avvenuta dopo tre anni di malattia, persino i suoi avversari politici dovettero riconoscere in lui un uomo «di un ingegno non comune, di un sentire delicato, di ottimo cuore, di una volontà per natura portata a far del bene» che aveva amato «a fede la sua città»[8].

 


[1] G. degli Azzi, s.v., in Dizionario del Risorgimento nazionale, v. 2, Milano, Vallardi, 1930, p. 81.

[2] Reginaldo Ansidei, «La Provincia», 11/2/1892.

[3] «L’Unione liberale», 8/2/1892.

[4] Per il conte Reginaldo Ansidei, «L’Unione liberale», 9-10/2/1892.

[5] «Il Paese. Rivista settimanale dell’Umbria», 10/2/1892.

[6] Per il conte Reginaldo Ansidei, «L’Unione liberale», 9-10/2/1892.

[7] «L’Unione liberale», 8/2/1892.

[8] «Il Paese. Rivista settimanale dell’Umbria», 10/2/1892.

«Vorrei raccontare l’Umbria come Fellini ha dipinto la sua terra in Amarcord»

Raffaella Covino riceve il premio al Worldfest di Houston

 

«Sono tutta tua!» Inizia così la chiacchierata – molto piacevole – con Raffaella Covino, una regista perugina che con il film Dammi una mano – sua opera prima – ha conquistato il mondo, raccogliendo ben 17 premi tra Europa e America. Il film a km 0, prodotto e realizzato interamente in Umbria – tra Perugia e Assisi – è una pellicola al femminile, che ha la leggerezza della commedia, ma, per le tematiche che affronta e per la sua struttura narrativa, è più affine a un giallo.
Caterina è una giovane e affermata psicologa. La sua vita è perfetta: amore, lavoro, famiglia, amicizie sono tutto quello che lei desidera. Ma quando il padre muore lasciandola piena di debiti, uno scandalo di provincia le infanga la reputazione, perde il lavoro e il marito la lascia. Per la prima volta Caterina si trova così a ricominciare tutto daccapo. A reinventarsi e a ricostruire la propria vita.
Chi meglio di Raffaella può parlarci della sua terra, dove ha ambientato il film, e di come i suoi occhi da regista la vedono e la raccontano.

Come prima cosa: qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono nata a Perugia e ho sempre vissuto in questa città. Ho un legame stretto con questa terra e cerco sempre di esaltare la sua bellezza, accogliendo al meglio lo straniero che la visita.

Da dietro la cinepresa, come rappresenterebbe questa regione?

È una terra bellissima, ma poco rappresentata al cinema. La mostrerei senza falsare il suo paesaggio e il suo potenziale. L’Umbria è un inno alla bellezza ed è una straordinaria location per qualsiasi film.

 

Il suo film ha ottenuto premi e riconoscimenti in ogni parte del mondo: di quale è più orgogliosa?

La pellicola ha raccolto 20 selezioni e 17 premi. Sicuramente sono molto orgogliosa del premio Special Jury Award alla 51° edizione del Worldfest di Houston. In questo festival sono passati nomi del calibro di Steven Spielberg, David Lynch e Oliver Stone. Gli americani hanno apprezzato il film e riso tantissimo e mi hanno già anticipato che vogliono organizzare la prima mondiale del mio prossimo lavoro. Sono orgogliosa anche delle 4 nomination al Nice IFF, Festival Internazionale del Cinema di Nizza, e del trampolino di lancio che ha avuto al Festival del cinema italiano a Miami: Dammi una mano è stato presentato accanto a Non essere cattivo e Lo chiamavano Jeeg Robot, ricevendo tanti complimenti da altri registi. Quando accade ciò cominci a renderti conto che ce la puoi fare, che stai facendo un buon lavoro.

Come descriverebbe il film con una frase?

È una commedia graziosa e completa. Ha una coerenza nella storia e fa ridere. Fa ridere non con le gag, ma grazie alla costruzione dei personaggi e ai loro dialoghi. Hanno riso tutti, soprattutto americani e francesi: loro adorano le commedie italiane.

Nel film racconta uno scandalo di provincia che avrà delle serie conseguenze sulla protagonista: crede che Perugia sia ancora una città così provinciale, oppure ha calcato la mano?

Non ho assolutamente calcato la mano, ho raccontato tutto com’è, con molto realismo. Una piccola realtà ha i suoi pregi e i suoi difetti: ha il pregio di essere un posto protetto in cui tutti si conoscono, ma ha il difetto delle chiacchiere. Un po’ come avviene a Caterina (Ilaria Falini), la protagonista, che uno scandalo di provincia le infanga la reputazione e le toglie il lavoro e il marito.

Ci racconti come si realizza una pellicola senza budget, senza una mega produzione alle spalle.

Il film è stato prodotto da Ogni Fotogramma in collaborazione con Promovideo e Sound Studio Service, e realizzato con il crowdfunding e la partecipazione di tanti umbri. In tre anni sono riuscita a far incontrare professionalità umbre di livello nazionale – due su tutte, Promovideo e Sound Studio Service, che hanno materialmente realizzato e coprodotto il film – attori, costumisti, scenografi e comunicatori. Soggetti che hanno messo gratuitamente a disposizione le proprie competenze per realizzare un esperimento di cinema di qualità dal basso, pensato anche per veicolare la bellezza dell’Umbria – vera coprotagonista del film – fuori dalla regione. Insomma, ci siamo buttati e abbiamo detto: «Vediamo dove possiamo arrivare». C’è stato un percorso passo dopo posso: dal primo crowdfunding, con cui sono stati raccolti i 5000 euro necessari per avviare la lavorazione, con lo slogan «compra il biglietto del film che non c’è»; alla realizzazione, fino alla distribuzione che, grazie al passaparola, sta riempiendo le sale. A Houston è entrato anche nei circuiti di distribuzione americani e canadesi, a partire dal circuito americano di Amazon prime, dove è già disponibile. In un film deve funzionare tutto… e ha funzionato tutto. Essendo un’opera prima non è perfetta, ma va bene così!

Quali sono i suoi prossimi progetti?

Ho in mente un nuovo film, che avrà delle aspettative più alte. Occorrono finanziamenti e perché no, anche l’intervento delle istituzioni. Inoltre, l’11 giugno ai Giardini del Frontone a Perugia, faremo una serata speciale per festeggiare i premi vinti da Dammi una mano e proietteremo il film.

Se l’Umbria fosse un film, come la rappresenterebbe?

Mi piacerebbe descrivere l’Umbria come Federico Fellini ha rappresentato la sua terra in Amarcord o come Paolo Sorrentino ha portato sul grande schermo Roma in La Grande Bellezza. Racconti una storia e attraverso di lei racconti anche il fascino e la bellezza di una città.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Verde, solare e bella.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Spesso penso alla bellezza dei centri storici delle diverse città della regione e cerco di guardarli attraverso gli occhi di uno straniero che li vede per la prima volta. Loro sanno apprezzare quello che abbiamo, che per noi è spesso scontato.

 

«Vivere è sognare… date corpo ai vostri sogni»

Questa è la filosofia di vita di Marco Lucacci, 48 anni, di Bastia Umbra, personal trainer e proprietario della palestra Vitamin’s, ma sopratutto bodybuilder, vincitore del titolo di Mr. Italia Body Building nel 2002 e dei Giochi del Mediterraneo nel 2005 e 2006. Una vita dedicata alla cura del corpo, facendo sacrifici e rinunce, ma sempre con un obiettivo ben preciso: migliorare la salute fisica e mentale. «Quando si sta bene con il proprio corpo, si sta bene anche con gli altri». Con lui, oltre che parlare dell’Umbria, abbiamo parlato di forma fisica e super muscoli: non poteva essere altrimenti!

 

sport

Marco Lucacci, foto di Massimo Marini

Come prima cosa: qual è il suo legame con l’Umbria?

Vivo a Bastia Umbra e sono da sempre molto attaccato alla mia terra.

Ho letto che il suo sogno era quello di diventare bodybuilder e nel 2002 ha vinto il titolo Mr. Italia Body Building: ha realizzato quindi il suo sogno?

Tutto quello che sognavo da ragazzino l’ho realizzato. Sono entrato in palestra per la prima volta a 16 anni dopo un infortunio al ginocchio mentre giocavo a calcio. Da quel momento non ne sono più uscito. Ho smesso con il calcio e mi sono dedicato al mio corpo: il culturismo è diventato la mia passione. Con il tempo ho trasformato questa passione in un lavoro. Posso dire che tutti i miei sacrifici sono stati ripagati.

A proposito di sacrifici: cosa ha rinunciato per arrivare a questo traguardo?

In primis al cibo: ovviamente chi pratica questa disciplina – perché il culturismo è una disciplina e non uno sport – non può mangiare tutto. Poi ho rinunciato al tempo libero e agli stravizi da ragazzo. Poca vita notturna, perché altrimenti non si ha la forza per gli allenamenti la mattina dopo.

Non ha mai pensato di aver esagerato nello sviluppare i suoi muscoli?

Non mi è mai passato per la testa, anche se so che è difficile dire basta, soprattutto se pratichi il culturismo a livello agonistico. Cerchi sempre di progredire e migliorare il tuo corpo.

Non si corre il rischio che diventi un’ossessione?

Sì. Per questo è fondamentale conoscere i propri limiti. Ognuno di noi li ha, e per questo vanno rispettati. Sono loro che danno uno stop e ci evitano di spingerci sempre più avanti.

Ci dia qualche consiglio per mettersi in forma in vista dell’estate…

È inutile fare gli ipocriti, oggi l’estetica conta molto. E non lo dico io. Tutti vogliono guardarsi allo specchio e piacersi, come pure essere in forma in vista dell’estate, ma non lo si può fare ad aprile o a maggio. Ci deve essere un allenamento di 3-4 ore a settimana sempre, tutto l’anno. L’attività fisica non porta benessere solo al corpo, ma anche alla mente, ti fa stare bene con te stesso e di conseguenza con le altre persone. Lo stare bene con il proprio corpo è fondamentale nella vita, perché ti rende più bello e ti fa rapportare con gli altri nel migliore dei modi.

Il suo è un tipo di sport legato all’età?

Il culturismo è una disciplina senza una fine ben precisa. Puoi fare il bodybuilder anche a 60 anni. Si va in pensione quando si perdono le motivazioni, quando la cura del corpo, l’attività fisica e tutto questo mondo non interessano più, ma a quel punto non ci sono rimpianti. È una scelta precisa della persona.

Cosa accade al corpo quando si decide di abbandonare?

La visione popolare, errata, è che i miei 100 chili di muscoli diventino 100 chili di grasso. I muscoli non si trasformano in grasso, possono diminuire e da 100 si passa a 70, ma non si cambierà mai radicalmente stile di vita. Una persona abituata da oltre 30 anni alla vita sportiva, a mangiare determinate cose, non inizierà mai a ingozzarsi di dolci e schifezze e non smetterà di fare attività fisica.

L’Umbria nell’ambiente del culturismo che ruolo ha a livello nazionale?

In Umbria c’è poco, solo piccole realtà a livello agonistico.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Vivibile, la regione più bella d’Italia, chiusa di mentalità. Quest’ultima caratteristica non è detto che sia un difetto.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Famiglia.

«Il terremoto raccontato dai media è stata una vera fake news per l’Umbria. L’ha danneggiata nell’immagine e nel turismo».

Matteo Grandi

Matteo Grandi

 

Giornalista, scrittore, autore tivù. Matteo Grandi è tutto questo. Ma soprattutto è un attento osservatore dell’Umbria: nei suoi post sui social, la bacchetta e la coccola, come fa chi vuol bene veramente a qualcuno. Una terra che definisce unica, ma in cerca di un’identità.

Qual è il suo legame con l’Umbria e Perugia?

Affettivamente strettissimo. A Perugia ho casa e la mia attività principale. Anche se spesso sono fuori e non sempre mi godo la mia terra, i miei luoghi e le mie abitudini come e quanto vorrei.

Lei che è un esperto di comunicazione, come potrebbe l’Umbria comunicare al meglio e far conoscere le sue potenzialità e le sue bellezze?

Non è una domanda a cui si può rispondere su due piedi. Occorre una strategia, un piano a monte che sappia valorizzare le diverse nature e le varie inclinazioni della nostra terra, che ha uno straordinario patrimonio artistico e culturale, che a livello naturalistico è unica, che custodisce un misticismo unico, ma che è anche connotata dal dinamismo di manifestazioni culturali di primo livello, da attrattori come le dimore d’epoca e i percorsi del cashmere, da prodotti agroalimentari d’eccellenza e da ottimi vini.

Su cosa dovrebbe puntare?

Senza ombra di dubbio sulla sua unicità.

Il suo libro Far Web affronta il tema delle fake news: qual è la più grande bufala uscita sull’Umbria? (Se c’è)

Quella veicolata da tutti i media mainstream sul terremoto. L’Umbria è stata colpita seppur in maniera drammatica davvero in una piccolissima parte. Eppure per mesi giornali e telegiornali non hanno fatto altro che raccontare e parlare di un’Umbria terremotata. Questa pessima informazione ha danneggiato in maniera incredibile la nostra immagine e il nostro turismo.

L’Umbria dal di fuori è vista come un’oasi felice da molti, poi la realtà è diversa: questo potrebbe essere considerata una fake news, in un certo senso? 

L’Umbria credo che sia un’isola felice in cerca di identità. Diciamo che più che una fake news potremmo vederla come una dichiarazione d’intenti.

Ovviamente ha anche dei lati positivi…

Qualità della vita come in poche altre regioni in Italia.

Direttore della rivista Piacere Magazine, autore tv, scrittore: qual è il mestiere che le piace più fare?

Più che un mestiere un atto: quello di scrivere. In qualsiasi forma. Non so se è la cosa che mi riesce meglio, ma sicuramente è quella che mi piace di più e che non a caso fa da comune denominatore a tutte le cose che faccio.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Unica, intrigante, verde.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Che andrebbe collegata meglio: strade, treni e arei. Sul fronte dei trasporti, se vogliamo fare il salto di qualità.

Indossa la fascia di capitano del Sassuolo ogni domenica e, da vero centrocampista, corre e recupera palloni per la sua squadra.

Francesco Magnanelli, nato a Umbertide e cresciuto a Città di Castello, è un umbro DOC, di quelli che amano la terra e la vita semplice, ben lontano dallo stereotipo del calciatore moderno. Di mestiere fa il mediano, un lavoro sporco e di fatica. Un lavoro fatto per gli altri. È partito dalle giovanili del Gubbio ed è arrivato in Europa League con il suo Sassuolo, portandosi sempre nel cuore un pezzetto d’Umbria.

 

capitano-sassuolo

Francesco Magnanelli, 33 anni

Qual è il suo legame con questa regione?
È la mia terra, la mia famiglia d’origine, gli amici di sempre. Ho un legame molto forte con questa terra e, per questo, torno appena posso. Ci passo le vacanze, è un luogo molto particolare e affascinante. Per me rappresenta le cose semplici, la campagna, le grigliate e il camminare scalzo.

Quindi la sente ancora casa sua, benché sono anni che vive fuori?
Certo che la sento casa mia. Dico sempre che ho due case: una a Sassuolo e una a Città di Castello. A Sassuolo ho mia moglie, i figli e il mio lavoro; a Città di Castello ho le mie origini e spesso quando sono lì faccio le cose che facevo da ragazzino. Vivo la campagna, una vita semplice e più reale.

Nel suo campo lei è un’eccellenza umbra: si sente un po’ un rappresentante di questa regione e dello sport umbro?
Senza esagerare sono solo un ragazzo che è riuscito a uscire dall’Umbria, una regione che un po’ ti imbriglia. Mi spiego meglio: spesso i giovani umbri al massimo vanno a Perugia a fare l’università, in pochi si allontanano veramente. In qualche modo si fa fatica a uscire. Se penso al mondo del calcio, ci sono tante scuole calcio, ma sono pochi i ragazzi che riescono a fare esperienze extraregionali. Oggi, devo dire che è un po’ la situazione è migliorata, si sentono nomi di giovani emergenti che potrebbero avere delle opportunità, ma fino a qualche anno fa era tutto bloccato. Insomma, si fa ancora fatica a uscire dall’Umbria.

Questo potrebbe avvenire con lo sport?
Esatto. Ogni paesino ha una sua squadra e sono tante le scuole calcio, ma migliorandole, puntando sui giovani, si potrebbe incentivare lo sport, ma anche l’apertura verso l’esterno.

Finita la sua carriera, tornerà da queste parti o resterà a Sassuolo?
Ancora non so bene cosa farò, per ora vivo un po’ alla giornata. Vediamo nei prossimi anni.

Cosa vuol dire essere umbro fuori dall’Umbria?
L’Umbria è un luogo che apprezzi al massimo quando vivi fuori. Riesci a vedere da lontano tutti i suoi pregi e i suoi difetti, che magari vivendola non percepisci.

Quali sono i pregi e quali sono i difetti?
I pregi sono la tranquillità, la storia, l’arte, la cultura e le tradizioni semplici. Proprio le tradizioni però possono essere un’arma a doppio taglio e diventare dei difetti se imbrigliano e bloccano lo sviluppo. Tra i difetti non si può non notare la mancanza di infrastrutture adeguate, basta pensare che è una regione difficile da raggiungere con treni e strade.

Lo stereotipo dell’essere chiusi lo ha mai avvertito, glielo hanno fatto mai notare?
No. Forse questa chiusura la notiamo solo noi umbri. Per tutti gli altri è un paradiso. Di questa terra vedono solo il meglio e quando parlano dell’Umbria ne parlano come di un’oasi di felice, di un posto perfetto.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?
Affascinante, le origini – mi basta un’ora a Città di Castello e comincio subito a parlare in dialetto – e nido, inteso come rifugio di vita semplice.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa terra.
Il mio ritorno alle origini, alla semplicità, alla terra.