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L’altopiano di Chiavano, situato fra l’Umbria e il Lazio, ha segnato fino al 1860 il confine tra lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie. Un tipico castello medioevale, che dà il nome all’area, sorge sulla testata della valle, in cima a un colle arrotondato a 1128 metri di quota.

Ai suoi piedi, verso sud, si apre il piatto fondovalle delimitato da ripidi versanti distanziati fino a un chilometro e mezzo. Lungo le fasce di raccordo tra la pianura e i rilievi, sorgono Villa San Silvestro e Buda da un lato, Coronella e Trognano dall’altro. Il fascino del Piano di Chiavano non è però quello di un paesaggio residuale del passato, e la prima sensazione che il visitatore avverte è quella di un luogo bello perché funzionale, per la natura e per l’uomo che non lo ha mai abbandonato. Il paesaggio agrario del luogo è uno dei più imponenti e significativi dell’Appennino Centrale, un angolo di Italia in cui ancora coesistono l’antico impianto della centuriazione romana e il nuovo assetto dato al territorio da un’agricoltura incentrata sull’allevamento che rendono questo luogo vivo, dinamico e proiettato verso il futuro. Tanto per movimentare e articolare ancora di più il paesaggio, l’ambiente, la natura e la storia del Piano di Chiavano, ecco che a Villa San Silvestro, proprio accanto al borgo, dove inizia a distendersi la lunga pianura, i resti di un tempio romano del III secolo avanti Cristo parlano, imponenti, dell’antichissima importanza del luogo. Gli interstizi tra le grandi pietre del basamento e i resti delle colonne sono abitati, nemmeno a dirlo, dalle lucertole muraiole, mentre il Codirosso spazzacamino si posa sul campanile della chiesa sorta sopra le vestigia del tempio.

 

Il sito di Villa San Silvestro di Cascia rappresenta l’unico esempio finora noto di un forum repubblicano

Un tesoro nascosto

Tra il 1920 e il 1930 gli scavi condotti al di sotto della Chiesa di Villa San Silvestro fecero riemergere il podio e alcuni elementi architettonici del monumentale tempio romano di cui abbiamo parlato nelle righe precedenti. Nonostante la sua importanza storica per la comprensione del territorio, questo luogo fu per lungo tempo dimenticato, finché negli anni Ottanta le ricerche condotte sul posto dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici per l’Umbria portarono alla luce alcune colonne in laterizio di un portico alle spalle del tempio. Gli scavi sono poi ricominciati nel 2003, sotto la direzione scientifica del professor Filippo Coarelli dell’Università di Perugia. Il progetto è ripartito dallo studio del tempio stesso, che trova confronti solo in altri due casi (Sora e Isernia), molto meno conservati. La campagna di ricerche ha visto integrarsi saggi di scavo mirati a comprendere i particolari delle tecniche edilizie e le caratteristiche costruttive del III secolo avanti Cristo.

 

Un’iscrizione del II secolo a.C. attesta la presenza del culto del dio Terminus, divinità prettamente romana che difende i confini, nell’area di Villa San Silvestro

 

I risultati sono stati sorprendenti. Da un lato lo scavo e i rilievi mettevano in evidenza che il tempio aveva avuto due fasi edilizie: la prima, con la costruzione agli inizi del III secolo a.C., la seconda legata al restauro ispirato ai modelli architettonici che caratterizzarono la Roma del I secolo. Partendo da questi elementi, la campagna dell’agosto 2007 ha portato alla luce un settore del foro che circondava il tempio. Le strutture emerse, ancora in fase di studio, rivelano che il foro, come il tempio, ebbe diverse fasi edilizie: appare dunque naturale collegare la costruzione del foro con l’imporsi della dominazione di Roma che, per assicurarsi il controllo sul territorio, impianta un forum in un’area in cui una popolazione prevalentemente agricola viveva sparsa sul territorio. La scelta del sito non è casuale: si tratta, infatti, di un’area che coincide con la più vasta pianura della zona. Il foro sorge nel punto in cui scaturivano le uniche sorgenti del territorio e, soprattutto, dove il diverticolo della via Salaria incontrava i percorsi di transumanza e quello di valico che, attraverso Monteleone di Spoleto, permetteva di giungere fino alla Flaminia.

 

A est del foro è emersa una vastissima area delimitata da una tripla serie di portici, scanditi da colonne in laterizio e semipilastri

Qualche goccia di pioggia non è riuscita a guastare l’incontro tra eccellenze culturali, riunitesi ieri al Palazzo Pantini Nicchiarelli di Castiglione del Lago per illustrare agli astanti le loro peculiarità.

Ad aprire le danze è stato il padrone di casa, Fabio Nicchiarelli, che dopo aver ringraziato i presenti, ha lodato l’eleganza della rivista AboutUmbria, invitando il pubblico alla lettura.
Allo stesso modo, Matteo Burico, neosindaco di Castiglione del Lago, ha ricordato il suo passato da piccolo editore e ha encomiato il coraggio di chi, come l’Associazione AboutUmbria, decide di tornare al cartaceo, con tutte le difficoltà che questa decisione comporta. Ha poi sottolineato come la vecchia rivalità tra i sindaci dei comuni lacustri sia ormai scomparsa, invitando alla collaborazione al fine di valorizzare il territorio e agevolare il turismo.
Sul medesimo intento è stato posto l’accento anche dal sindaco di Passignano Sandro Pasquali – intervenuto in un piacevole fuori programma – che, ricoprendo anche la carica di vicepresidente alla Provincia con deleghe al lago Trasimeno, al patrimonio e all’ambiente, ha insistito proprio sul bisogno di diffondere la conoscenza del lago non solo verso l’esterno, ma anche verso l’interno, verso gli stessi umbri.

 

Laura Zazzerini, Matteo Burico, Sandro Pasquali e Fabio Nicchiarelli

 

Ha poi preso la parola la direttrice editoriale di AboutUmbria Laura Zazzerini, estendendo la suddetta necessità di promozione e valorizzazione a tutta la regione, che spesso viene scambiata per la vicina Toscana o è identificata, per sineddoche, solo con Assisi. Tornando poi allo splendido lago che, dall’orizzonte, sembrava inghiottire una parte del cielo, ha ricordato come l’articolo a esso dedicato, contenuto in AboutUmbria Collection Yellow, non sia che l’ultimo tassello di una narrazione cominciata ben due anni fa, con il numero zero della rivista. Se in Blu, infatti, erano apparse le vedute aeree di Gerardo Dottori e avevamo osservato con curiosità un drone muoversi a pelo dell’acqua, in Red i tramonti, accompagnati dalle parole di scrittori e poeti, ne avevano incendiato le pagine. In Black, avevano trovato spazio i vecchi mestieri del Trasimeno ritratti con la fotografia al collodio umido e lo spettacolo immersivo della Congiura della Magione.
La direttrice ha poi introdotto Eleonora Cesaretti, caporedattrice di AboutUmbria e autrice di La perfezione di un uovo di pavoncella, contenuto in Yellow. La caporedattrice ha parlato del lavoro di ricerca che precede la stesura dell’articolo, che ha permesso di scoprire un microcosmo in cui ogni elemento si prende cura degli altri e, così facendo, si reinventa e si adatta ai cambiamenti del tempo. Una ricerca che ha permesso di scoprire la persistenza di alcune attività estremamente caratteristiche e identitarie del lago Trasimeno, come la fabbricazione delle reti e l’uso di tecniche di pesca tradizionali.

 

Eleonora Cesaretti

 

Ha in seguito preso la parola il geologo Gabriele Lena, assicurando al pubblico come il lavoro del geologo – sebbene etimologicamente legato alla terra – sia in realtà strettamente unito anche all’acqua, vero e proprio ponte tra le diverse ere geologiche. E, poiché secondo illustri studiosi in Umbria di fonti d’acqua ce ne sono almeno tre – il Tevere, il Nera e, appunto, il Trasimeno – ha parlato della sua esperienza con Hydrometra, un drone marino capace di spostarsi sull’acqua e di analizzare, al contempo, il fondale. Proprio al largo di Castiglione del Lago, Hydrometra ha scoperto un fondale ricco di vita, fornendo informazioni preziose per la conoscenza e la cura di questo delicatissimo bacino.
Una fragilità che è stata ribadita anche dall’amministratore delegato della Cooperativa Pescatori del Trasimeno Valter Sembolini, che ha invitato a investire sulla sostenibilità e su tutti quegli attori che permettono la prosecuzione della vita attorno al lago. Giusto qualche giorno fa, la Cooperativa ha modificato il proprio statuto proprio in funzione di questa rinnovata attenzione verso l’ambiente, ma lasciando intatti i principi: valori che le hanno permesso, nei suoi 91 anni d’età, di sbocciare paradossalmente nel periodo della crisi, dando lavoro a moltissimi giovani, volenterosi di riprendere in mano il mestiere dei loro avi.

 

Uno scatto della presentazione, foto by Giorgio Brusconi

 

Ultimo a parlare – sebbene interrotto da qualche goccia di pioggia – è stato Marco Pareti, che ha rievocato l’ispirazione che sempre gli fornisce la vista del lago. Uno stimolo che gli ha consentito di dare il via a progetti legati alla comunità e ai mestieri tradizionali del lago – come quello che, attraverso la vendita dei calendari, ha permesso la ricostruzione del Barchetto, imbarcazione tipica andata a fuoco nella primavera nel 2017, oppure di raccogliere le testimonianze delle persone ritratte con la fotografia al collodio umido (raccontata in Black), creando così un archivio etnografico di grande valore. Un’ispirazione che ha consentito a Pareti di scrivere anche due libri: Avventure a Borgo Gioioso e La ragazza del canneto, di recente pubblicazione.
Al termine della presentazione, la Cantina del Trasimeno Duca della Corgna, la Cooperativa Aurora e la Cooperativa Pescatori del Trasimeno hanno gentilmente offerto un aperitivo a tutti i presenti.

 

Il momento dell’aperitivo, foto by Stefano Fasi

In questo momento la lavanda è in fiore. Immense distese di filari viola riempiono l’aria di profumo.

Vi piacerebbe andare in Provenza, nel Luberon, oppure rimanendo in Italia, non siete mai stati sul Col di Nava, tra Liguria e Piemonte? Non potete o non avete tempo, allora il prossimo weekend (6/7 luglio) potreste spingervi fino ad Assisi in una località che si chiama Il Lavandeto di Assisi.  È una piccola zona in pianura vicino a Santa Maria degli Angeli. Il luogo non è molto grande, ma lo è abbastanza per appagare tutti cinque i sensi.

 

Vista

Lasciato l’asfalto avete circa un chilometro di strada sterrata per raggiungerete la Fiera della Lavanda. Vedrete solo il parcheggio, una strada bianca e alcuni gazebo bianchi. Un piccolo filare viola vi darà il benvenuto. Non demoralizzatevi, quello è solo un assaggio, voi seguite il cartello Fiera della Lavanda e abbiate fiducia. Dietro i gazebi della Fiera finalmente si scoprono i filari di lavanda magnificamente colorati. Perché la lavanda ha molti colori che vanno dal blu scuro al viola dal bianco al rosa. Non solo si presenta in così variegata, ma le lavande sono anche cespugli di diversa intensità di profumazione e di diversa altezza.
Potete anche coraggiosamente affrontare il labirinto di lavanda, ma attenzione, le siepi sono basse. Se avete più di tre anni non riuscirete a perdervi. Però è divertente ugualmente.

Olfatto

Il profumo è ovunque. Nei campi, nei banchetti dove si intrecciano fiori per farne dei bouquet, nell’angolo della vendita al pubblico. Sfiorate i fiori o le foglie e nella mano vi resterà un leggero aroma di lavanda.

Tatto

Anche il tatto ha i suoi diritti. Saponi, creme, oli da massaggio, vi aspettano. Una piccola curiosità: l’olio essenziale di lavanda è ottimo sulle ustioni da medusa e dopo la puntura da zanzara. Portatelo con voi se andate al mare, per togliere il bruciore causato dalle piccole e insidiose pesti del mare. L’olio detto essenziale non macchia, potete fare la prova sulla carta da cucina e vedrete che non lascia traccia né alone. Come l’acqua.

 

Il Lavandeto di Assisi

Gusto

L’olio essenziale di lavanda si presta a tutto, buono per marmellate e gelatine e sciroppi. Ne hanno fatto anche un gelato dal colore caratteristico e dal sapore delicato. Comunque, tranquilli, alla Fiera della Lavanda potete anche farvi fare un panino col salame al sapore di salame e basta.

Udito

Le lavande non fanno rumore, sono molto silenziose. I suoni provengono dalle voci dei visitatori e da quelle delle guide che illustrano le caratteristiche e le proprietà delle protagoniste.
Per fare le foto dovrete pazientare perché ci sono sempre visitatori in mezzo ai filari. Aspettate, magari all’ombra, davanti al laghetto delle ninfee, perché i filari viola con Assisi sul fondo, adagiata sulla collina e dominata dalla fortezza, non li trovate né nel Luberon e nemmeno sul Col di Nava.

Un po' di storia non guasta

La Lavandula Spica, questi sono nome e cognome botanici della pianta, assieme alle sue 7000 sorelle, è stata molto amata nell’antichità anche dai pellegrini che attraversavano l’Umbria per andare in Terra Santa. Si lavavano con l’acqua profumata, oppure, in mancanza di acqua, si sfregavano energicamente i fiori sul corpo per nascondere l’afrore che emanavano. La santità della loro missione non era sufficiente a tenerli puliti.

«Gli studi classici hanno ispirato il nome, la Laurea in Nutrizione e Benessere animale ha ispirato il progetto».

Chiara Spigarelli originaria di Sigillo, vive da 5 anni in Friuli Venezia Giulia, dove si è laureata in Nutrizione e Benessere animale all’Università di Udine. Curiosità, ma soprattutto la passione per gli animali e la montagna: «Ho sempre adorato la montagna, sono nata sotto le pendici del monte Cucco: per me è un luogo di pace e riflessione». Tutto ciò le ha fatto venire in mente un’idea brillate che le ha permesso di vincere il secondo premio della terza edizione di ReStartAlp2018, il primo campus per lo sviluppo di idee d’impresa e la creazione di start-up impegnate nelle filiere produttive tipiche del territorio alpino.
Il Vello d’oro di Chiara – nome decisamente azzeccato – nasce con l’obiettivo di trovare una soluzione allo smaltimento dei sottoprodotti dell’allevamento ovino. Attingendo dai prodotti di scarto della lana, considerata un rifiuto speciale, l’impresa produrrà teli biologici per la pacciamatura, più efficaci e sostenibili di quelli in plastica. «Le pecore, per il loro benessere, devono essere tosate, agli allevatori costa molto smaltire questo prodotto di scarto e quindi un riutilizzo è fondamentale».

 

Chiara Spigarelli durante la premiazione

Ci spieghi com’è nata la sua idea.

L’idea è nata mentre ero in macchina e tornavo a casa, in Umbria, per le vacanze. Avevo letto del premio ReStartAlp dell’anno precedente e, incuriosita, sono andata a spulciare: ReStartAlp è un campus di formazione gratuito per lo sviluppo concreto di idee di impresa e di startup per la riqualificazione del territorio montano. Ho presentato così la mia idea, che si basa sul recupero della lana di pecora dopo la tosatura. Mi occupo di zootecnia, studio gli allevamenti di montagna del Friuli Venezia Giulia e c’è il problema dello smaltimento della lana. Per questo il mio obiettivo era trovare una soluzione: inizialmente ho pensato di creare un accendifuoco (in alternativa alla Diavolina) realizzato con lana e cera, ma dopo alcune analisi effettuate, la combustione di zolfo – sostanza presente largamente nel manto ovino – sarebbe stata ancora più impattante nell’ambiente rispetto agli accendifuoco già esistenti. Quindi mi sono inventata un altro prodotto: il telo per la pacciamatura.

Questa idea come si sviluppa?

La lana è ricca di zolfo e ho iniziato a pensare come usare questo elemento: in agricoltura è molto utile, da qui l’idea del telo per la pacciamatura. Presa la lana che un allevatore deve smaltire, dopo la tosatura dei suoi capi, il mio progetto prevede la pressatura e realizzazione di tappeti da utilizzare in agricoltura o in orti urbani. Ad oggi questi teli sono esclusivamente di plastica. Il mio invece, essendo di un materiale biologico, non va smaltito e può durare 4-5 anni; inoltre la sua degradazione, oltre a fungere da concime, gli consente di essere tranquillamente rinterrato.

Lo ha scelto lei il nome il Vello d’Oro?

Sì. Mi sono diplomata al liceo classico e questi miei studi hanno lasciato una base classica nella mia testa, per questo ho scelto di chiamarlo così.

La sua passione per gli animali ha un’origine particolare?

No. Non ho mai vissuto in una fattoria, però sono sempre stata appassionata di animali e in particolare a quelli di montagna. L’amore per la montagna l’ho sempre avuto e dopo la triennale all’Università di Perugia ho subito deciso di spostarmi in Friuli Venezia Giulia per completare gli studi.

Vincere un premio al concorso ReStartAlp2018 cosa vuol dire in concreto?

Vuol dire portare avanti il mio progetto più velocemente. Questo sarà un anno zero, un anno sperimentale, che mi servirà per fare delle prove, per poi partire con la realizzazione della mia idea.

Qual è il suo rapporto con l’Umbria?

L’Umbria per me rappresenta la casa: è il mio punto di riferimento. Nonostante siano 5 anni che vivo in Friuli Venezia Giulia, il mio cervello e il mio cuore non pensano a questa regione come casa mia. L’ispirazione arriva sempre dell’Umbria, è un’oasi silenziosa che mi dà pace e mi fa pensare molto. È il mio nido. Il mio posto sicuro.

Tornerà mai in Umbria?

Spero di creare una filiale del mio progetto anche in Umbria; per ora la posso aprire solo in Friuli. Ma è sicuramente un progetto adattabile anche all’Umbria: al posto delle Alpi ci sono gli Appennini, per il resto non ci sono grandi differenze. Il pensiero di tornare a casa, comunque, non lo escludo.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole…

Nuda, genuina, rassicurante.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Il monte Cucco.

«Ella s’avanza

Come un’eternità per ingoiare

Tutto che incontra, di spavento l’occhio

Beando, impareggiabil cateratta

Orribilmente bella.

Onde questo frastuono? È del Velino

Che precipita a piombo ne l’abisso

De l’alpestre ciglion de la montagna

Enorme cateratta e del baleno

Rapida al pari…

Al ciel la spuma

S’alza e giù cade in perpetua pioggia

Nube inesausta e dolce rugiada

Che germina intorno un sempre verde

Maggio, un tappeto di smeraldi».

Così scriveva Lord Byron nel 1816 quando, all’età di 28 anni, visitò l’Umbria e le Cascate delle Marmore. Una leggenda del Seicento narra che il pastorello Velino, assorto dopo le fatiche della caccia, affacciandosi su quelle balse da cui l’acqua tuona fragorosa a valle, restò incantato dalla Nerina che tesseva i suoi biondi capelli al sole di primavera. La giovane ancella non rispose ai richiami del pastorello che, tormentato dal rifiuto dell’amata, ricorse a Cupido affinché le frecce della sua faretra facessero breccia nel cuore della fanciulla. Il dio, per vendicare il rifiuto al pastore Velino, fece precipitare Nerina nei vortici dello fiume che da costei prese il nome. Fu allora che dal cielo discese Venere, curando Nerina dalle ferite della caduta e trasformandola in Ninfa. Dilaniato dal dolore, le sofferte lacrime del fanciullo fecero traboccare il Lago di Pilato dalle balse rocciose oltre le quali lo sguardo del pastorello incrociò, per la prima volta, quello della fanciulla. Solamente allora  i cuori dei due innamorati aprirono una breccia nel muro del tempo consacrando all’eternità quella che oggi è la perla più preziosa della Valnerina: la Cascata delle Marmore.

 

Cascate delle Marmore

Nessun poeta o pittore vide mai cosa più bella, M.Alinda Bonacci Brunamonti (1841 – 1903)

Ed è qui che il viaggiatore deve mostrare un grande talento, quello di saper guardare oltre la semplice bellezza della natura, abbandonandosi anima e corpo al pathos creativo delle acque umbre, un arcobaleno fra valli selvagge che evocano, tra i lividi bagliori dell’alba, l’ancestrale identità delle terre appenniniche. Un paesaggio, quello della  Cascata delle Marmore, che è intreccio inestricabile di cultura, di emozioni e di sapere, una bussola a cui il viaggiatore affida il timone della sua anima affinché lo sollevi dalla sete del viaggio riconducendolo a suggestioni primitive e segrete. Per oltre due millenni, tra i bagliori di un cielo che muore per poi risorgere dalle ceneri della notte il Nera, di cui la natura ha lacerato la memoria trasformandone rocce e riflessi in primordiali sculture totemiche, ha accentuato col suo scorrere impetuoso la profondità degli strati calcarei mentre il Velino, nel flebile volteggiare della corrente che trascina a valle, cresceva nel suo alveo innalzando  mura di calcare e detriti che impedivano alle acque di compiere il cammino che il Creato aveva tracciato per loro.
Era il 272 A.C. quando l’imperium del console romano Curio Dentato ordinò la realizzazione di un canale per far defluire le acque stagnanti in direzione del salto naturale di Marmore: da lì, le l’acque, dopo un tuffo di 165 metri, si gettavano nel sacro Nera, gregario dell’antico Tevere.

 

Cascate delle Marmore

I cui rami sempre verdi e pieni di ghiande si intrecciavano sul serpeggiante sentiero, Percy Bysshe Shelley (1792 – 1822)

«Ecco fumano le aree sull’alto ciglione, l’àugure solleva al cielo le braccia cercando benefici auspici; le trombe squillano vigorosamente mentre l’ultima diga è abbattuta; la massa d’acqua, salutata da un formidabile grido di ammirazione precipita bianca e spumosa nel baratro, e a spire e vortici, mugghiando raggiunge la lenta onda del Nera, mentre sopra questo inferno di acque appare l’arco dell’iride».

A queste parole il gesuita e storico Luigi Lanzi affida il compito di preservare la polvere di una storia arcaica, che si rinnova ogni giorno nel labirinto del tempo e della memoria per poi celarsi nuovamente dietro il velo della leggenda. Acqua e roccia, campanili d’acqua e altari di pietra dai volumi in libertà che si espandono fino a sfiorare un confine sapientemente tracciato che li arresta, per poi ricondursi l’un l’altro nei segreti della rupe da cui si irradiano nell’universo. Una cascata che si manifesta come sortilegio, un luogo in cui le pulsazioni della natura scandiscono il ritmo dell’acqua e delle vicende umane, oltrepassando l’armonia della terra su cui precipita.

 

«È singolare che le due più belle cascate d’Europa siano artificiali, quella del Velino e quella di Tivoli. Raccomando subito al viaggiatore di seguire il Velino sino al piccolo lago di Piediluco». Così G. Byron descriveva Piediluco, incastonato nella parte meridionale dell’Umbria.

Il viaggio in Italia, obbligato per i cultori dell’arte e delle vestigia storiche, ha fatto sì che molti intellettuali vi sostassero, affascinati dalle bellezze paesaggistiche e dalle viuzze del borgo che, ancora oggi, si inerpicano fin sulla cima dei monti circostanti. Corot ne fu rapito a tal punto da trovarvi la misura della propria pittura; lo stesso capitò a Goethe e, prima ancora, a Virgilio. Un altro romano illustre, tale Marco Tullio Cicerone, ci parla invece della zona perché fonte di contenzioso tra gli aretini e gli abitanti di Interamnia (Terni). La Cava Curiana – responsabile non solo della bonifica della zona, ma anche della magnifica Cascata delle Marmore – se da un lato permetteva agli aretini di beneficiare di una portata d’acqua maggiore utile all’agricoltura, dall’altra provocava il puntuale allagamento gli insediamenti dei ternani. Cicerone, convocato dagli aretini, riuscì ad avere la meglio su Ortensio, ingaggiato dalla controparte, facendo sì che lo stato delle cose rimanesse esattamente com’era stato creato due secoli prima dal console Manio Curio Dentato.

Luoghi sacri e presenze oscure

Cicerone inoltre, paragonando la valle a Tempe, in Tessaglia, offre una mitopoiesi che non tutti i luoghi possono vantare. Come Tempe era affiorata dalle acque grazie all’intervento di Poseidone, le terre emerse del bacino di Piediluco erano divenute visibili e vivibili grazie all’ingegno romano. Proprio su quei dolci declivi sembra che vi fosse il lucus, il bosco sacro dei Romani, abitato da ninfe, numi e satiri, un luogo in cui la presenza del genius lociera molto forte e non sempre di natura benevola. Ancor prima, sembra che ci fosse una foresta sacra dedicata dai Sabini a Vacuna, dea della fertilità e dell’abbondanza, o forse dea del lago, se ammettiamo l’evoluzione da Lacuna, derivata a sua volta da lacus.I Romani trasformarono Vacuna in Diana e in Velinia, divinità acquatica minore, ma anche se l’avvento del Cristianesimo ne comportò la sparizione, il volto misterico e irrazionale di questi boschi permane nella convinzione popolare secondo cui la fissità delle acque sarebbe la stessa degli occhi dei rettili. Un fantomatico drago, infatti, avrebbe vessato l’intera zona, ammorbandola con il suo fiato mefitico.

L'affascinante bellezza dei boschi

Oggi, il ricordo di questa terra malsana sembra ormai svanito. Piediluco si presenta come un luogo ameno, permeato da un’innegabile atmosfera di quiete; siamo a 370 metri s.l.m., altitudine adatta a lunghe passeggiate nei boschi, oppure per andare in bici. Le cosiddette piramidi del lago – il Monte Luco e il Monte Caperno – offrono lo scenario ideale per gli amanti dello sport e del contatto con la natura. Il Monte Luco, detto anche Piramide della Rocca, è sovrastato dalla Rocca di Albornoz,parte di un sistema di fortezze atte a riconquistare il territorio che la Chiesa aveva perduto.

Il Monte Caperno, la cosiddetta Piramide dell’Eco,è protagonista di un curioso fenomeno acustico: sembra infatti che, prima del rimboschimento, fosse possibile udire l’eco di frasi lunghe ben due endecasillabi! Un luogo in grazia di Dio – qui San Francesco soggiornò nel lontano 1200 – ma dalla conformazione troppo particolare per non dare adito a numerose credenze. La più singolare vuole che i due monti altro non siano che due piramidi artificiali, antichissime, usate per la depurazione delle acque. Alcuni ritengono addirittura che ci sia, in generale, una connessione tra la presenza di acqua e le antiche costruzioni umane come le piramidi di Giza, in Egitto, o quelle mesoamericane, ma questa è un’altra storia. Per ora il visitatore dovrà accontentarsi della vegetazione che ammanta le piramidi, ricca di funghi ed erbe spontanee;una corona vegetativa di una bellezza unica.

Quando arriva l’autunno si vendemmia e si raccolgono le olive. Una volta, dopo i raccolti si pagavano gli affitti e, se il raccolto era andato male e non c’erano soldi, si traslocava.

Una tavolozza di colori

Ma, prima di tutto, i colori. Le colline attorno a Montefalco sono coltivate con il vitigno del Sagrantino, un vino rosso DOC pluripremiato. Il bello del Sagrantino non si esaurisce nel vino, ma esplode nei colori della sua vigna. La vigna si nota, da lontano, perché si vede la collina coperta di rosso; poi, da vicino, si nota che le foglie hanno preso tutta la tavolozza dei colori autunnali, che vanno dal giallo al rosso, passando per il bordeaux, e con sfumature di verde scuro. Gli aceri canadesi sono diventati un’attrazione mondiale perla magnificenza delle loro foglie autunnali: la vigna del Sagrantino non è da meno per bellezza, ma al momento è poco conosciuta. Rispetto alle altre, le foglie del Sagrantino non assumono l’aspetto triste e accartocciato della vigna che sta andando in quiescenza, ma si allargano e sembrano acquistare una vitalità ancora estiva. Si aspetta la vendemmia e poi via a raccogliere i rami più belli, quelli con le foglie più variegate, per fare delle composizioni che stupiscono gli amici per la loro originalità e bellezza.

La raccolta delle olive

L’altro aspetto importante è quello sociale dell’autunno umbro, che consta nel rito della bruschetta con l’olio nuovo. Tutti raccolgono le olive, chi ha centinaia di alberi e chi ne ha solo qualche decina. Improvvisamente tutti i campi si riempiono di reti stese sotto gli alberi per raccogliere i frutti che cadono, perché non se ne deve perdere nemmeno uno. Chi ha poche piante raccoglie ancora a mano, chi invece ne ha di più raccoglie con l’abbattitore, una specie di frullino che fa scendere rapidamente tutti i frutti dall’albero. Gli alberi umbri sono piccolini e la raccolta a mano è ancora possibile, anche se le comodità delle nuove tecnologie stanno soppiantando i metodi antichi. Stare parecchie ore con le braccia in alto affatica e portare le olive al frantoio è anche una liberazione da tanto sforzo.

L’odore della molitura

Qui inizia il divertimento. Al frantoio si è accolti dalle grandi ceste piene fino all’orlo di olive nere e verdi, si sente il rumore delle macchine che frangono, si è avvolti dal profumo dell’olio fresco, lo si vede colare con il suo colore intenso. Al frantoio ci si incontra, ci si confronta e si inizia a gustare l’olio nuovo. «Tu quanto hai raccolto? Quanto rende l’oliva quest’anno?» sono le due domande fondamentali che si scambiano tutti. La raccolta varia di anno in anno, una volta è colpa della siccità o della troppa pioggia. Un anno arriva la mosca, un’altra volta il gelo che ha rovina gemme e alberi. La natura ha un fattore di incertezza che non può essere ignorato o evitato. Bastano pochi metri differenza affinché una pianta stia bene, mentre l’altra sia in rovina.

Il Natale che arriva in anticipo

Tra una chiacchiera e l’altra si assaggia. Tutti i frantoi della zona di Gualdo Cattaneo hanno una sala con il camino acceso, con il pane fresco e una bottiglia riempita direttamente dalla molitrice. Quell’olio un po’ denso, non ancora trasparente, profumato di frutto fresco, si versa lentamente sul pane bruscato. Poi si assaggia e si va in Paradiso. Non è tanto per la qualità dell’olio – quella è importante, ma viene dopo – importante, invece, è proprio essere lì assieme ad altre persone a provare, con curiosità, la meraviglia della nuova stagione. In effetti è un po’ come Natale, con la differenza che non dura un giorno, ma un intero mese.

«… fra l’ostro e l’occidente / confine al lago è Castiglion, che sporge / come capo o penisola sull’onda, di un turrito palagio, e dei fronzuti / fecondi olivi di sua balza altero» (Assunta Pieralli, Il Lago Trasimeno)

Castiglione del Lago «sta su un promontorio calcareo che si incunea per mezzo chilometro, come una grande nave pronta a salpare, circondato da tre lati dall’acqua, sul Lago Trasimeno»[1].

 

lago trasimeno

L’isola Polvese. Foto per gentile concessione di Enrico Mezzasoma

Storia

Vanta origini antichissime e risulta essere abitato già nel Paleolitico superiore, come testimoniano alcuni reperti quali ad esempio la Venere del Trasimeno. Data al Neolitico la presenza, nella zona, di palafitte «quando il Trasimeno era molto più vasto e le acque non venivano contenute […] dalle colline e dai terrazzamenti» e «Castiglione era un’isola, la quarta del Trasimeno»[2]. Ma la storia vera e propria dell’insediamento inizia con gli Etruschi che fanno di Castiglione del Lago una colonia denominandola Clusium Novum. Testimonianza del periodo etrusco sono i resti di un tempio dedicato alla dea Celati. Passa poi sotto Roma e «si vuole che ai Romani venisse in pensiero il taglio dell’istmo per renderlo posizione inespugnabile, ma, abbandonata l’idea, il luogo rimase com’era»[3].
Non si hanno però attestazioni certe fino all’anno 776, quando sappiamo che Carlo Magno restituisce Clusium Novum a papa Adriano. Il possesso, comprensivo dell’intero lago e delle tre isole, viene confermato da Ludovico il Pio a Pasquale I nell’817. Nel 995 Ottone III consegna Castiglione del Lago a Perugia.

 

museo castiglione del lago

Foto per gentile concessione di Enrico Mezzasoma

 

Conteso a lungo fra Perugia, Arezzo e Siena grazie all’importante posizione strategica, nel 1100 passa definitivamente a Perugia che ne fa un caposaldo difensivo. Verso la metà del XIII secolo l’imperatore Federico II fa costruire imponenti mura a protezione dell’abitato trasformando il precedente castelletto in una vera e propria roccaforte denominandola Castello del Leone dal cui nome derivò probabilmente l’attuale toponomastica.
Dal 1416 al 1424 l’abitato è sotto il dominio di Braccio Fortebracci e alla sua morte passa a Martino V. Nel 1488 vi si rifugiano i degli Oddi che ne hanno il possesso finché il conte di Pitigliano, generale dei fiorentini che stanziava a Camucia, non stabilisce che essi restituiscano Castiglione del Lago a Perugia, ma i Baglioni, pagando al conte 800 ducati d’oro, ne ottengono la signoria. Alla signoria dei Baglioni succede la dominazione papale finché nel 1554 Giulio III concede Castiglione del Lago a Francesco della Corgna e ad Ascanio, figlio dello stesso Francesco e di Giacoma del Monte, sorella del pontefice. Con i della Corgna, che tengono Castiglione del Lago fino al 1645, l’abitato diviene prima un marchesato e poi un ducato, e muta il suo assetto urbanistico trasformandosi in quello che è ancora oggi. Passato definitivamente sotto lo Stato della Chiesa vi rimane fino all’Unità d’Italia.

Palazzo della Corgna o Palazzo Ducale

Attuale sede del Comune, che lo acquistò nel 1870, originariamente sorse come casa-torre dei Baglioni, che fra queste mura ospitarono tra gli altri Niccolò Machiavelli e Leonardo da Vinci. A partire dal 1563, anno in cui acquisì il titolo di marchese, Ascanio della Corgna ne iniziò la completa trasformazione per renderlo una piccola reggia. Il Palazzo fu edificato sul progetto del Vignola e dell’Alessi. Sviluppato su quattro livelli aveva in basso cantine e scuderie, nel seminterrato cucine e magazzini, sopra i quali stava il piano nobile mentre al secondo e ultimo piano le camere da letto. Gli affreschi di Niccolò Circignani detto il Pomarancio e di Salvio Savini celebrano le grandezze dei della Corgna tramite trasposizioni mitiche e rappresentazioni delle loro gesta.

 

La fortezza medievale

L’edificazione si deve a Federico II di Svevia che ne iniziò la costruzione nel 1247 su progetto di Frate Elia Coppi da Cortona. Si presenta con una struttura pentagonale irregolare con quattro torri agli angoli (due delle quali coeve alla rocca, mentre le restanti vennero costruite nel XV e XVI secolo a sostituzione delle precedenti andate distrutte) e con un mastio triangolare di circa 39 metri di altezza. Un camminamento di ronda unisce il Palazzo della Corgna alla prima porta della fortezza. Costituisce uno dei più interessanti esempi di architettura medievale umbra e nel Cinquecento era considerato pressoché inespugnabile.

L'isola Polvese

Frazione del comune di Castiglione del Lago, costituisce l’isola più grande del Trasimeno. Di proprietà della Provincia di Perugia dal 1973, oggi è destinata a Parco scientifico-didattico nell’ambito del Parco regionale del Lago Trasimeno. Il nome dell’isola deriva probabilmente dal termine polvento, zona sottovento. Il territorio è stato sicuramente frequentato da Etruschi e Romani. Il primo documento storico risale all’817 quando l’isola è nominata da Ludovico il Pio che concede al papa Pasquale I il Lago Trasimeno con le tre isole.

 

cosa vedere al lago trasimeno

Veduta del lago Trasimeno. Foto per gentile concessione di Enrico Mezzasoma

Tra i monumenti presenti nell’isola si ricordano le chiese di San Giuliano e di San Secondo, il Monastero Olivetano e il Castello. Di epoca più recente è il Giardino delle Piante Acquatiche-Piscina del Porcinai realizzato nel 1959 da Pietro Porcinai. Per quanto riguarda l’ambiente, le specie vegetali prevalenti sono lecci, roverelle, ornielle, viburno, alloro, pungitopo, ligustro, melograno e rosmarino mentre oltre alle numerose specie di insetti è possibile incontrare volpi, faine, lepri, nutrie e una grande varietà di uccelli quali svassi, folaghe, aironi e germani.

 


BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

  1. Lupattelli, Castiglione del Lago. Cenni storici e descrittivi, Perugia, Tip. G. Guerra, 1896.

s.v. Castiglione del Lago, in P. Caruso, Benvenuti in Umbria. 92 comuni, Collazzone (PG), Grilligraf, 1999, pp. 114-117.

  1. Binacchiella, Castiglione del Lago e il suo territorio, Catiglione del Lago, [s.n.], 1977.

s.v. Castiglione del Lago in M. Tabarrini, L’Umbria si racconta. Dizionario, v. A-D, Foligno, [s.n.], 1982, pp. 321-326.

  1. Festuccia, Castiglione del Lago. Guida al Palazzo Ducale ed alla Fortezza medievale, Castiglione del Lago, Edizioni Duca della Corgna, 2008.
  2. Festuccia, Castiglione del Lago. Cuore del Trasimeno fra natura, arte e storia, Castiglione del Lago, Edizioni Duca della Corgna, 2017.

https://it.wikipedia.org/wiki/Castiglione_del_Lago

http://digilander.libero.it/Righel40/VEP/PAL/Grav/gaIT.htm

http://polvese.it/

https://it.wikipedia.org/wiki/Isola_Polvese


[1] s.v. Castiglione del Lago in M. Tabarrini, L’Umbria si racconta. Dizionario, v. A-D, Foligno, [s.n.], 1982, p. 321.

[2] Ibidem.

[3] A. Lupattelli, Castiglione del Lago. Cenni storici e descrittivi, Perugia, Tip. G. Guerra, 1896, p. 4.

«I monti sono maestri muti e fanno discepoli silenziosi» scriveva Goethe. Maestri inflessibili che evocano nell’animo di chi li ascolta i misteri e i tormenti del silenzio. Luoghi ancestrali in cui si realizza l’unione di terra e cielo, in cui la verticalità si fonde con la massa, con la pesantezza della terra. Cattedrali di pietra e di ricordi dove la caducità del terreno si eleva a contatto con il celeste.

Pian di Chiavano

L’Altopiano di Chiavano non è altro che il ponte di roccia che conserva ancora saldo il rapporto tra terra e cielo, palcoscenico di un antico anfiteatro le cui platee si perdono tra mosaici di nubi. È come se il pennello di un pittore avesse indugiato su questa parte della Valnerina disegnando la skyline di paesi e campagne in cui l’essere umano si è prontamente insinuato. Ma mai la natura si è prestata docile all’intervento dell’uomo: piccoli fondi ricavati dalla montagna, pascoli improvvisati e tratturi acerbi che, perdendosi nel cuore dell’altopiano, sembrano ricordare a chi li osserva che qui la Natura sempre si manifesta secondo l’ideale leopardiano: madre e matrigna, doppia faccia della stessa medaglia. Modellata dalle fatiche umane fino ad assumere un profilo quasi umano, la campagna appare composta, quasi assopita, in un vortice di colori pastello e giochi d’ombra, in un incedere cromatico molto più simile ai paesaggi dell’antica Scozia che al tipico ambiente collinare umbro.

Scenografie naturali

In tempi di rovinosa perdita dell’identità culturale, l’Altopiano di Chiavano conserva gelosamente reminiscenze polverose di una tradizione popolare ancora viva, che resiste stoicamente alla scomparsa dei suoi più antichi tesorieri. Una tradizione popolare considerabile come il riassunto di molte vite, capace di compenetrare in modo misterioso il senso delle cose, anche di quelle apparentemente più comuni. In prossimità del punto di snodo dell’antico sistema viario romano sorge Coronella, località che deve il suo nome alla colonna di marmo utilizzata dai romani come riferimento nella realizzazione di un qualunque sistema viario[1]. Un paese fantasma, che appare e scompare dietro alberi cresciuti in orti abbandonati; un paese che vive solamente il 15 di agosto, giorno in cui si riaprono gli scuri della chiesa, in una festività tanto semplice quanto sentita. Il mistero della fede che rivive in processioni improvvisate, in edicole sacre che indicano la strada da seguire al pastore e al gregge per la via di montagna, in quelle scalate che sono soprattutto esperienze di vita.
Sulla quinta scenografica di queste vette si proiettano composte e ordinate le ombre degli abitati vuoti e silenziosi, inermi di fronte al trascorrere inesorabile del tempo. Ma è proprio questo silenzio che lascia spazio all’introspezione, un silenzio vuoto di parole, ma non di emozioni. Eppure di silenzi ce ne sono un’infinità e coglierne le differenze non è cosa semplice. Alcuni sono atroci: silenzi di morte e di agghiacciante solitudine, mentre altri sono desiderati, lungamente attesi o sorprendentemente inaspettati. Silenzi eloquenti in cui anche il principio di non-contraddizione viene meno. Silenzi in cui convergono paura e coraggio, lacrime e sorrisi, domande e risposte, coincidentia oppositorum.

 

valnerina

Altipiano di Chiavano da Coronella

Il rapporto dell'uomo con la terra

Cime tempestose, ma per ciò che evocano nell’animo di chi le scruta. E allora, l’atteggiamento migliore da mettere in atto è quello dell’attenzione, quello di fermarsi a contemplare. Perché non sempre si è in grado di comprendere con immediatezza il messaggio nascosto dietro il silenzio della natura. Figure antiche, quasi sinistre, abitano questo silenzioso altopiano. Mani nodose e volti scavati dal sudore, un sudore amaro che trova il suo perché nei generosi frutti della terra. Gente abituata alla faticosa vita di montagna, che rifiuta i facili idoli del cosiddetto progresso. Ed è proprio in quelle mani nodose che va ricercato il significato più intimo di questo morboso attaccamento alla terra, di questa forte devozione alla fatica e al lavoro, che sì nobilita, ma che rende l’uomo simile alle bestie. Eppure sembra quasi che tra i contadini e la natura intercorra un rapporto quasi mistico, capace di infrangere il legame con il sacro e di mescolarsi con il profano fino a confluire come un unico corso d’acqua nel vasto oceano della tradizione popolare. Un territorio complesso che neanche il suo più antico abitante conosce nel profondo, un calderone di tradizioni, cultura e di storie le cui origini sembrano perdersi nella notte dei tempi.
Una terra che trasuda saggezza popolare, in cui si sovrappongono i fantasmi e memorie di un passato lontano, ma mai dimenticato. Un passato glorioso, che affonda le sue radici nei fasti dell’antica Roma e nelle campagne circostanti il piccolo borgo di Villa San Silvestro, paese di appena venti anime divenuto celebre per la presenza di un tempio romano probabilmente dedicato a Ercole. La genesi dell’eroe a cui il tempio è dedicato, risultato dell’unione carnale tra la terrestre Alcmena e Giove, sembra rafforzare ulteriormente il rapporto che intercorre tra questa terra e il cielo, tra la materia e il celeste, tra ciò che è umano e il divino. Proprio sul podio del tempio romano sorge la chiesa del paese, nel punto in cui, in un passato neanche troppo lontano, si innalzavano cori votivi rivolti alle divinità del pantheon romano, in un luogo in cui dimora un profondo timore del divino.
Ed è proprio da Chiavano che inizia il nostro viaggio, dalla terrazza che domina questa terra selvaggia i cui figli, sia nelle grandi gesta che in quelle quotidiane, sono riusciti a esprimere un valore e un ardore in alcuni casi quasi eroici, che solo chi abita a un passo dal cielo riesce a sfoggiare nelle battaglie più dure, in quei sovraumani silenzi che fanno rumore.

 

 


[1] Si tratta della cosiddetta pietra miliare vedi http://www.treccani.it/vocabolario/miliare1/.

Un tracciato fatto di strade secondarie, sentieri, argini e borghi abbarbicati. La Greenway del Nera è tutto questo.

Panorama delle cascate delle Marmore

 

Un percorso ciclopedonale nato nel cuore verde della Valnerina, pensato per far conoscere e per far vivere questi luoghi spesso fin troppo dimenticati. Un anello di 180 chilometri dedicato agli amanti della natura. Non troppo difficile né faticoso, permette ai viandanti di godersi il paesaggio con il fiume Nera e tutti i suoi emissari, ma anche l’aspetto culturale della zona, grazie agli storici borghi che si attraversano.

L’idea

La Greenway è stata pensata per far conoscere la Valnerina e per far vivere il territorio della comunità montana cui appartiene. Ma non è tutto qui. È nata, infatti, come una vera e propria emergenza naturalistica, per preservare il paesaggio potendone però sfruttare l’enorme potenziale, nel rispetto dell’equilibrio ecologico. È così divenuto lo strumento di apprendimento diretto della natura e delle sue articolate forme, il luogo in cui poter sperimentare un approccio creativo e coinvolgente per attrarre nuove forme di turismo e di conoscenza del territorio.

I tracciati

Il primo passo per mettere il visitatore in contatto con il territorio è stato l’identificazione e la sistemazione di un percorso alternativo, percorribile a piedi, in bicicletta o a cavallo. Il punto di partenza è la Cascata delle Marmore, così come il punto di arrivo. Un anello totalmente immerso nel verde che permette al turista di entrare in un mondo inesplorato fatto di sentieri verdeggianti e magici borghi. Così dal luogo tanto amato da Lord Byron e dagli altri viaggiatori amanti del Grand Tour inizia un lungo percorso formato in parte da strade già segnate: gli itinerari benedettini, la via francigena, l’ex ferrovia Spoleto-Norcia.
Dalla Cascata delle Marmore fino al bivio di Preci è possibile “camminare a braccetto” con il Nera. Infatti, la sponda sinistra del fiume è interamente percorribile e forma una delle sterrate più interessanti del centro Italia. Da qui, chi vuole, può prendere il percorso montano che vi è stato collegato che passando per Preci, Norcia, Cascia, Monteleone di Spoleto, Salto del Cieco, Piediluco, Prati di Stroncone, torna alla Cascata, passando per i Campacci di Marmore (Belvedere superiore).

 

Marmore

Cascata delle Marmore vista dal Penna Rossa

 

Essendo un percorso ad anello, la Greenway può essere percorsa sia in senso orario, sia in senso antiorario. Per renderla fruibile a tutti, inoltre, è stata suddivisa in sedici tratti, anch’essi ad anello, cosicché sia più facile per il viaggiatore tornare al punto di partenza senza dover ripercorrere la stessa strada. Molti di questi tratti lungo il fiume, dalla Cascata fino a Preci, sono prevalentemente pianeggianti, ma quelli montani per il ritorno alla Cascata presentano salite anche molto impegnative che, però, possono essere evitate scegliendo il percorso alternativo su asfalto, su strade sempre poco trafficate. Ciascuno di questi ha una lunghezza che va dai cinque ai ventidue chilometri. Unendo più tratti si può programmare un viaggio a tappe della lunghezza voluta. Ogni tratta, ben indicata dai cartelli, collega centri abitati dotati di servizi. Lungo il percorso inoltre sono segnalati i sentieri che portano alle varie zone naturali protette.

Una gita per tutti

La Greenway è un percorso che può essere davvero esplorato da tutti. In completa sicurezza, perché dedicato esclusivamente a utenti non motorizzati, garantisce l’accesso a tutti grazie a quella che viene definita circolazione dolce, che consente di godere lentamente del territorio che si sta attraversando per poter osservare da ogni punto di vista i paesaggi circostanti.

 

Fiume Nera

 


Sitografia: http://www.lagreenwaydelnera.it/it

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