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«Le mie bufale sono una forma d’arte, per questo non ho voluto mai guadagnarci un soldo».

Ermes Maiolica è lo pseudonimo di un trentacinquenne ternano che negli ultimi anni si è divertito a prendere in giro un po’ tutti nel web. Molto popolare nel mondo di internet per le sue bufale, che hanno avuto come protagonisti Matteo Renzi, Cécile Kyenge, Flavio Briatore, Teo Mammuccari, Umberto Eco e persino i rettiliani e la Volkswagen, ha iniziato con lo scopo di fare satira ed educare i creduloni. «Ho sempre avuto un obiettivo educativo. Prendere in giro per insegnare». E ora lo fa, anche nelle scuole. Sarei stata a parlare con lui per ore, a inventare sciocchezze, ma il lavoro chiamava e pure lo stomaco, visto che erano le 20. Quindi…

 

bufale-web

Ermes Maiolica

Ermes, qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono nato a Terni e ora per lavoro vivo a Narni. Sono voluto rimanere in Umbria perché ci sto bene e sono sicuro di aver fatto la scelta giusta. Terni ha un paesaggio umano piacevole, è la città che rimane un po’ stretta. Perugia è decisamente più vivace, non ha nulla da invidiare alle grandi città in quando a divertimenti: forse sono l’unico ternano che ama Perugia (ride).

Come’è nata l’idea di creare bufale nel web?

Non ero un amante del web, poi mi sono iscritto a Facebook per vendere le magliette che stampo e per farmi pubblicità. Sono da sempre un bancarellaro. Da quel momento ho iniziato a frequentare siti di controinformazione dove commentavo in modo ironico le notizie palesemente inventate, che provenivano da siti farlocchi. Ho cominciato a fare scherzi e vedere come reagiva la gente, da qui l’idea di creare la mia prima fake news: scaricai la foto dell’allora ministro Cécile Kyenge, che non era molto amata, e scrissi che voleva dare le case popolari ai neri, agli zingari e ai rettiliani. Migliaia di persone commentarono indignate e condivisero la foto e la notizia si diffuse a macchia d’olio.

Ma secondo lei com’è possibile una cosa del genere?

I motivi sono due: il primo è che non sapevano chi fossero i rettiliani, magari pensavano a una popolazione africana; il secondo motivo è che spesso il testo della bufala non viene letto. Hanno visto la foto della Kyenge e hanno commentato solo per sfogarsi su di lei. Stessa situazione è accaduta con la fake su Umberto Eco. Poco prima del referendum costituzionale resuscitai Eco e gli attribuii la frase: «Chi vota No è un imbecille», solo che lui era morto nel 2016. La gente ci cascò e commentò dicendo che doveva stare zitto o che non avrebbe comprato più i suoi libri. Se tocchi il nervo scoperto delle persone, è facile che abbocchino e non si rendono nemmeno contro che queste notizie provengono da siti palesemente finti, ma non si preoccupano di andare a verificare, aprendo il sito, per vedere se è reale o meno.

Perché secondo lei la gente è così credulona?

Tutti credono alle bufale, perché è facile credere a quello che più ci fa comodo. Se un post o un articolo confermano la tua idea, metti “mi piace” e lo condividi. Ci cascano tutti, persino i giornali e le televisioni. Inventai una bufala sui tapiri consegnati da Valerio Staffelli di Striscia la Notizia: beh, la redazione del Giornale di Monza abboccò in pieno e scrisse un articolo.

Cosa pensa di chi invece le fake news le combatte? È un suo nemico?

Io ho iniziato proprio per combatterle, prendendo in giro chi credeva a questo tipo di notizie. Il mio obiettivo è sempre stato a titolo educativo: prendere in giro tutti per educare. Ora è un anno e mezzo che non invento più burle e mi dedico come docente a insegnare un uso corretto del web. È tutta una questione di insegnamento, basta educare. Occorre far capire alla gente che non tutto quello che c’è nella rete è vero. Se si legge una notizia è bene anche aprire l’articolo e verificare chi la scrive. Non occorre censurare, come in molti pensano di risolvere il problema delle fake, serve invece alzare l’asticella e puntare su un corretto uso del web, combattendo l’ignoranza. Controllare è l’opposto di educare.

La più grande bufala che racconterebbe sull’Umbria o su Terni: cosa inventerebbe?

Anni fa inventai la presenza di un coccodrillo che usciva dal fiume Nera, con tanto di video contraffatto – per altro fatto male – ma la gente abboccò. Una notte attaccai anche dei finti cartelli del Comune di Terni che mettevano in allerta i cittadini sulla presenza e pericolosità dell’animale. Ne parlarono i siti e giornali e in città iniziarono a fare i cocktail e gli aperitivi in onore del coccodrillo. Ma la bufala più bella sarebbe un gemellaggio tra le tifoserie di Perugia e Ternana. Se uno la costruisse bene, potrebbero anche cascarci. Magari ci penso!

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Torta di Pasqua, cinghiale, inquinamento di Terni.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

I tanti paesi medievali e le sagre che li valorizzano.

Possiamo confessarlo: questa intervista è una bufala?

No, è tutto vero!

«Costui fu discepolo dello Angelico fra’ Giovanni, a ragione amato da lui, e da chi lo conobbe tenuto pratico di grandissima invenzione, e molto copioso negli animali, nelle prospettive, ne’ paesi e negli ornamenti» (Giorgio Vasari, Le Vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani da Cimabue, insino a’ tempi nostri)

Sono pochi i dati biografici rimasti sul fiorentino Benozzo di Lese di Sandro, meglio conosciuto come Benozzo Gozzoli. Stretto collaboratore di Beato Angelico, anzi suo consocio, amava replicare i bambolotti dall’espressione un po’ esangue del maestro, senza riuscire a superarlo, senza mai spingersi oltre il confine. Tuttavia nelle sue prime opere riuscì a raggiungere un mirabile equilibrio tra la saldezza delle forme nella luce piena e un disarmante candore.

 

Narni

L’Annunciazione nella Pinacoteca di Narni

Una grande opera firmata

Questi caratteri si riconoscono perfettamente nelle opere umbre del pittore. Non solo nel ciclo delle storie della vita di San Francesco, affrescate nell’omonima chiesa di Montefalco, ma anche nell’Annunciazione della Vergine, una pala d’altare ritrovata a Narni e tuttora conservata nella Pinacoteca del paese.
L’opera è una grande tempera su tavola, larga 117 centimetri e alta 142, di attribuzione certa, in quanto firmata dallo stesso pittore che, lungo il bordo inferiore del tendaggio di broccato dietro la Vergine, ha inciso in maiuscolo: «OPV[S] BENOTI[I] DE FLORENTI[A]». Questa non è l’unica iscrizione. Ne compare un’altra sul mantello della Vergine: «AV[E] REGINA».
I personaggi della pala, l’Arcangelo Gabriele e Maria, si trovano in un portico, del quale sono visibili due pilastri. La Vergine, con le mani incrociate sul petto, è inginocchiata su un piccolo sgabello, ricalcando il modello dell’Angelico nella terza cella del convento di San Marco a Firenze. Nella parte alta sono ancora parzialmente visibili i raggi di luce, probabilmente completati originariamente dalla figura, oggi perduta, dell’Eterno o della Colomba dello Spirito Santo che dall’alto illuminava la scena. La raffinatezza dell’opera trova riscontro nella cura e nell’eleganza dei dettagli, come ad esempio nelle lumeggiature delle unghie delle mani dei personaggi, nel realismo delle doppie chiavi e nella raffinata decorazione a intarsio del cassone ligneo che si trova alle spalle di Maria.

Danni e restauri

L’opera è molto danneggiata e ha subito diversi interventi di restauro (1901, 1933, 1947, 1952, 1988, 2002). La firma dell’autore era già visibile prima dell’intervento del 1988, anche se questa è la data che è sempre stata accettata per la scoperta dell’iscrizione. Già nel 1959, infatti, Castellani poteva notarla. Forse, però, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, a causa del cattivo stato di conservazione non era più facilmente leggibile, tanto che il Guardabassi attribuì la tavola a Pierantonio Mezzastris, mentre Eroli la riteneva più genericamente «di scuola umbra».
A restituirla al Gozzoli fu Pératé nel 1907, che la datò al 1450-1452. L’attribuzione al Gozzoli fu accolta anche da Gnoli, il quale successivamente collocò il dipinto intorno al 1449, ritenendola «la più antica opera del maestro fiorentino». Ancora oggi il dipinto viene datato intorno al 1449, in una fase precoce del soggiorno in Umbria del maestro fiorentino che si estese per un periodo di cinque anni. Nel 1449 il pittore è documentato a Orvieto, città non troppo distante da Narni che all’epoca rappresentava un importante centro dello Stato Pontificio, non troppo distante da Roma.
Per quanto riguarda la collocazione, il Guardabassi, alla fine dell’800, la colloca nella chiesa di Santa Maria Maggiore, oggi San Domenico, e scrive: «II Cappella. L’ingresso fu architettato sullo scorcio del XV secolo, alla bellezza delle linee corrispondono sculture ornamentali. Interno. Parete S: Tavola a tempra – l’Annunciazione; opera del Mezzasti». Da Eroli, invece, sappiamo che nel 1898 l’opera già non era più lì: «La seconda Cappella fu denudata de’ suoi ornamenti, come anco de’ quadri che l’abbellivano (…) Non men vaga una piccola tavola, che io vidi quivi appiccata in sulla parete destra dell’altare, avente in sé l’Annunziata, che non dubito attribuire alla scuola umbra; ma i tarli hanno fatto danno, e in breve perirà, se il Municipio, che oggi halla in custodia, non la cura e risana».

Un problema di committenza

Se l’attribuzione dell’opera è certa, incerta è la committenza. La vicinanza di Narni con Orvieto ha sollevato il probabile legame con un’opera raffigurante l’Annunciazione, che era stata richiesta a Benozzo da una «domina Gianna Gregorii» e che era rimasta incompleta per l’insolvenza della committente. Benozzo allora cercò di cedere il dipinto all’Opera del Duomo di Orvieto, offrendosi di ultimare a sue spese il lavoro iniziato. Quelli accettarono l’offerta, dichiarandosi disposti a sostenere il costo dei colori, purché lo stemma di donna Gianna fosse sostituito con quello della Fabbrica del Duomo. Di questo dipinto tuttavia non si conosce né la sorte, né la tecnica esecutiva, ma non è escluso che l’opera fosse quella arrivata poi in modo sconosciuto a Narni.
Un’altra ipotesi è che Benozzo fosse entrato in contatto con i frati domenicani della chiesa di Santa Maria Maggiore di Narni per intermediazione dell’Angelico. In effetti, diversi elementi iconografici, uniti all’originaria collocazione all’interno della chiesa domenicana, portano a rendere più plausibile una committenza narnese. Alcuni dettagli apparentemente solo decorativi, hanno in realtà una funzione fortemente simbolica; se accettiamo la committenza narnese possono fornire importanti indizi non solo sulla committenza stessa, ma anche sulla destinazione dell’opera.

Significati simbolici


Particolare importanza riveste il motivo decorativo del tappeto ai piedi di Maria, costituito da uno stuolo di cani neri, posti tutto intorno alla Madonna, quasi schierati a sua difesa. È probabile che in essi vada vista un’allusione ai frati predicatori secondo un gioco di parole basato sul loro nome latino, Dominicanes; i seguaci di Domenico, infatti, si ritenevano Cani del Signore, appunto Domini canes, in quanto difensori dell’ortodossia cattolica, in particolare per la loro funzione di inquisitori delle eresie. Un altro elemento che rafforza questa tesi è fornito dal colore dei cani, neri con il contorno bianco. Questi sono degli stessi colori del saio indossato dai frati dell’ordine dei Predicatori. Del resto, come già detto, Benozzo era entrato in contatto con i domenicani grazie al suo lungo sodalizio con Beato Angelico, e con questo ordine rimase sempre legato, eseguendo per esso numerosi lavori in diverse città. Un altro elemento a favore della committenza narnese è dato dalla decorazione floreale presente sui pilastri del loggiato che divide l’Arcangelo Gabriele dall’Annunziata. Le foglioline sono chiaramente foglie di edera, raffigurate sia nella forma stilizzata, a cuore, sia in quella più naturalistica. La versione cuoriforme di queste è distintiva della casata degli Eroli e sono presenti nello stemma della nobile famiglia narnese che in questo periodo storico arricchì con molte opere d’arte le chiese cittadine. Dunque quella che sembrava solo una decorazione, probabilmente rappresenta un preciso riferimento alla committenza e pertanto è posto significativamente al centro dell’opera. È molto probabile quindi che il committente sia stato il cardinale Berardo Eroli che, dati i suoi stretti rapporti con alcuni dei maggiori esponenti del mondo politico e religioso del tempo (Niccolò V, i Medici a Firenze, Sant’Antonino Pierozzi, per esempio), potrebbe essere entrato in contatto con l’artista fiorentino e avergli affidato l’opera.

 


Museo della Città

via Aurelio Saffi, 1 – Narni (TR)

Orari di apertura:
aprile-giugno
dal martedì alla domenica, festivi e prefestivi 10.30-13.00/15.30-18.00
chiuso il lunedì
settembre
tutti i giorni 10.30 – 13.00 / 15.30 – 18.00
ottobre-marzo
venerdì, sabato, domenica, festivi e prefestivi 10.30-13.00/15.00-17.30
Chiuso il 25/12. Il 01/01 solo orario pomeridiano.

Telefono: 0744 717117

E-mail: narni@sistemamuseo.it


Bibliografia:

G. Vasari, Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori et scultori italiani, da Cimabue a’ tempi nostri, Firenze, per i tipi di Lorenzo Torrentino, 1550

E. Lunghi, Benozzo Gozzoli a Montefalco, Assisi, Editrice Minerva, 2010

A. Novelli, L. Vignoli, L’arte a Narni tra Medioevo e Illuminismo, Perugia, Era Nuova, 2004

B. Toscano, G. Capitelli, Benozzo Gozzoli allievo a Roma, maestro in Umbria, Silvana Editoriale, 2002

Cocci, vetri rotti, ossa e maioliche decorate. Oggetti, che quasi tutti definiremmo spazzatura, sono stati puliti e catalogati e ora sono esposti nel museo di Casteldilago, in provincia di Terni. La mostra, non a caso, è stata chiamata Rubbish: tre secoli di ceramiche ed è stata curata da sir Timothy Clifford, studioso inglese che, dopo aver diretto la sezione ceramiche del Victoria & Albert Museum, la sezione disegni del British Museum, essere stato direttore della Galleria nazionale di Scozia e direttore del museo di Manchester, ha deciso di dedicare il tempo concessogli dalla pensione alle ceramiche del piccolo borgo umbro. È stato proprio il critico d’arte a raccontarci la storia del ritrovamento e l’idea di esporle in un museo.

La scoperta

A trovare i numerosi oggetti di uso comune è stato Angelo Francucci, appassionato imprenditore della zona che fin dall’età di quindici anni si è dedicato alla ristrutturazione del paese. È stato, infatti, proprio durante alcuni lavori che Francucci si è trovato davanti a un butto, cioè un’antica discarica. Nata come una cisterna, probabilmente avvelenata, si è trasformata nel posto perfetto per gli scarti provenienti da resti alimentari, oggetti in metallo, pezzi di vetro, di ceramica e carcasse di animali.

Un tesoro buttato via

Incuriosito, l’imprenditore ha deciso di mostrarli ai coniugi Clifford che hanno la propria residenza estiva nel borgo. Timothy ha subito capito di essere davanti a straordinari reperti che vanno dal Medioevo fino al 1500. Raccolti tutti i pezzi, lo studioso ha iniziato a ricomporre gli oggetti come se fossero veri e propri puzzle e, pezzo dopo pezzo, gli è sembrato sempre più evidente che quelle che aveva davanti agli occhi erano ceramiche di straordinaria fattura, molte delle quali provenienti da Deruta. Andando avanti con gli studi ha infatti scoperto che Deruta apparteneva alla diocesi di Spoleto, alla quale apparteneva anche Casteldilago che nel Medioevo era una fortificazione abbastanza importante, e per questo gestita da diversi governatori che, spostandosi spesso, una volta finito il loro mandato, alleggerivano il loro carico buttando tutto ciò che non sarebbe servito nella nuova dimora. A testimonianza di ciò ci sono molti pezzi decorati con gli stemmi di famiglie nobili come gli Orsini, i Medici, i Lauri e i Clementini.

 

La produzione locale

Mentre avanza tra le teche orgoglioso, la moglie Jane racconta come abbiano fatto una scoperta ancora più importante. Molti pezzi sono accomunati da singolari caratteristiche che hanno portato a capire che molto probabilmente una fabbrica di ceramica si trovava anche a Spoleto. Timothy ha trovato un documento contenente un accordo tra due bancari di Spoleto, un vasaio di Deruta e un vasaio di Faenza. Inoltre, vicino all’anfiteatro e vicino al Palazzo di Spoleto, ha trovato altri frammenti con le stesse singolari caratteristiche. Nulla tuttavia confermava l’idea della fabbrica di ceramica a Spoleto finché Duccio Marignoli, presidente della The Marignoli di Montecorona Foundation, durante i lavori per risistemare una fogna ha trovato degli scarti di fornace con gli stessi disegni. Infine molti pezzi sono stati trovati nella Rocca di Spoleto, ma alcuni anche in quella di Narni e confermano la presenza di una produzione locale.

 


Per prenotare visite al museo:
Durate orario d’ufficio: +39-0744388710
Fuori dall’orario d’ufficio: +39-3357529230

 

Per saperne di più su Arrone

arte liberty in umbria

Titolo: Il Liberty in Umbria.

Architettura – Pittura- Scultura e Arti decorative. Architecture – Painting – Sculpture and Decorative Arts

Curatore: Maurizio Bigio

Editore: Fabrizio Fabbri

Anno di pubblicazione: 2016

ISBN: 97888677806886

Caratteristiche: 231 p., formato cm 28 x 24,5, numerose illustrazioni fotografiche a colore, brossura illustrata con bandelle.

Prezzo: € 35,00

 

«Questa pubblicazione nasce dall’interesse che ho sempre avuto per le arti in genere, per la pittura, la scultura, l’architettura e la fotografia. Sono stato sempre interessato al Bello.»

L'autore

È con queste parole che Maurizio Bigio, laurea in Economia e Commercio e trentasette anni di attività svolta come Dottore Commercialista, parla della sua ultima impresa “nel campo delle arti”. Avventure non nuove per lui che si è da sempre cimentato nel campo artistico come musicista, raggiungendo importanti traguardi che lo portarono, negli anni Settanta, a collaborare con i maggiori cantautori del periodo e a pubblicare l’LP Rock Bigio Blues. Recentemente ha ampliato i propri orizzonti artistici dedicandosi alla fotografia, collaborando alla realizzazione del nuovo catalogo del MUSA (Museo dell’Accademia di Belle Arti “P. Vannucci di Perugia) a cura di Fedora Boco e al volume Ferdinando Cesaroni curato da Luciano Giacchè.

L'argomento

L’argomento del Liberty nella nostra regione era stato affrontato precedentemente solo dal professor Mario Pitzurra quando nel 1995 pubblicò per Benucci Editore, Architettura e ornato urbano liberty a Perugia, testo ormai introvabile, che aveva il limite, dichiarato dall’autore, di occuparsi solo della realtà del capoluogo. Infatti è lo stesso Pitzurra che concludendo la presentazione della sua opera si augura che «…altri seguano il mio esempio, possibilmente estendendo la ricerca al resto dell’Umbria.»

Ed ora, a distanza di vent’anni, Maurizio Bigio raccoglie la sfida con lo scopo, riuscito, di svegliare l’interesse per una parte di quest’arte novecentesca poco studiata nella nostra regione.

La pubblicazione

Il Liberty in Umbria, vede la prefazione di Anton Carlo Ponti ed è corredata dai testi di Federica Boco, Emanuela Cecconelli, Giuliano Macchia, Maria Luisa Martella, Elena Pottini, Mino Valeri oltre che dello stesso Bigio.

La pubblicazione suddivisa in sedici capitoli, percorre la regione da nord a sud toccando i centri di Città di Castello, Perugia, Marsciano, Deruta, Foligno, Spoleto, Terni, Allerona, Avigliano, Acquasparta e Narni.

E l’interesse dell’autore non si ferma solo all’architettura, ma con occhio attento si sofferma anche sui particolari decorativi in legno, ferro battuto, ceramica, vetro e, dove possibile, anche sulle decorazioni pittoriche presenti all’interno delle abitazioni.

Un interessante capitolo, a cura di Elena Pottini, è dedicato alla scultura liberty al Cimitero monumentale di Perugia, mentre Fedora Boco delinea i protagonisti di questa stagione con una piccola biografia e relativa bibliografia. Non mancano testimonianze fotografiche del liberty perduto come il negozio della Perugina o le decorazioni all’interno del Bar Milano. A completare l’interessante volume la traduzione dei testi in inglese a cura di Eric Ingaldson.

Giovanni di Pietro detto Lo Spagna per l’origine spagnola della sua famiglia (Spagna 1470 – Spoleto 1528) è tra i protagonisti dell’arte pittorica umbra tra XV e XVI secolo. Meno conosciuto rispetto ad altri seguaci del Maestro umbro Pietro Vannucci (per citare i suoi allievi più celebri: Pinturicchio e Raffaello), è un artista interessante e molto gradevole che vale la pena approfondire.

Il Maestro

Il giovane Giovanni si trovava probabilmente a Firenze intorno al 1493 quando Pietro Vannucci, detto Il Perugino, era tra i quattro maestri più in vista della città insieme a Botticelli, Filippino, e Ghirlandaio. Perugino assunse in quegli anni un ruolo di guida aprendo bottega presso l’Ospedale di Santa Maria Nuova; il suo laboratorio era tra i più attivi e frequentati anche da numerosi allievi che da tutta Europa giungevano per imparare «la grazia che ebbe nel colorire in quella sua maniera» (G.Vasari, 1568). Questo ci fa pensare che il nostro artista potrebbe essere entrato qui in contatto con il maestro umbro, diventandone in seguito allievo e collaboratore.

Influssi e primi lavori

Quando nel 1501 Perugino aprì bottega a Perugia, ricco comune che voleva rinnovarsi nello stile e nel gusto contemporaneo che proprio l’artista, originario del contado perugino, aveva con successo elaborato nella grande Firenze, Giovanni lo seguì, entrando in contatto probabilmente anche con Raffaello, altro giovane seguace del Perugino. Col Maestro, Giovanni lavorerà al ciclo di affreschi per il Convento francescano di Monteripido del quale rimane un affresco staccato con San Francesco che riceve le stimmate, conservato alla Galleria Nazionale dell’Umbria, che si trovava sul timpano della facciata della chiesa.
La critica è concorde nel vedere nello stile pittorico di Giovanni di Pietro
un‘adesione forte a modelli perugineschi, passaggio fondamentale per la formazione del pittore e per ottenere commissioni, ma anche l’abilità di saper raccogliere l’influsso di Raffaello, mantenendo allo stesso tempo un linguaggio personale, semplice e ricco di finezze coloristiche e di grazia. Alcune sue opere sono oggi parte delle collezione dei musei più importanti del mondo, per citarne alcuni: Londra (National Gallery), Parigi (Musèe du Louvre), Roma (Pinacoteca dei Musei Vaticani).

Dai primi passi al successo

Agli inizi del 1500 l’ambiente perugino è sotto il controllo della bottega del Vannucci e, come altri collaboratori del Perugino – tra cui Pinturicchio – lo Spagna si dovrà trasferire in cerca di lavoro per poter creare un proprio entourage. Sarà in altri centri umbri che decollerà la sua carriera artistica.

Rilevante è la città di Todi, bella ed elegante cittadina che domina la valle del Tevere: nel 1507 venne stipulato a Todi il contratto tra il pittore e gli osservanti della chiesa di Montesanto per la creazione di una pala d’altare raffigurante l’Incoronazione della Vergine (Todi, Museo civico) (fig.1), completata nel 1511 quando il pittore vi andrà ad abitare e a costituire una società. Oltre alla pala di Montesanto, Giovanni lavorò nel duomo dove affrescò diverse cappelle (tra gli anni 1513 e 1515) decorando anche l’organo (1516). Rimangono due tavole con S. Pietro e S. Paolo e un lacerto di affresco raffigurante una Trinità (quarta navata sulla destra, Cattedrale di Santa Maria Annunziata, Todi).

Altro importante centro umbro per la carriera de Lo Spagna è la città di Trevi, borgo che da un’altura del monte Serano, domina splendidamente la valle spoletina, dimora di potenti famiglie locali. Qui l’artista è chiamato da Ermodoro Minerva, ambasciatore di Ludovico Sforza, per decorare la Cappella di San Girolamo nella chiesa di S. Martino. La lunetta con la Vergine in gloria con i Santi Girolamo, Giovanni Battista, Francesco e Antonio da Padova datata 1512 è un affresco con evidenti richiami perugineschi, paesaggio ideale e ameno, ma dai colori più decisi. Per la stessa chiesa realizzerà nel 1522 una imponente pala d’altare con Incoronazione della Vergine (ora alla pinacoteca del Complesso museale di San Francesco) ricca di toni puri, raffinati e cangianti, solida costruzione delle figure, materie e oggetti attentamente descritti con resa illusionistica, derivata dal prototipo di Filippo Lippi nel Duomo di Spoleto (1467-69) e da un’Incoronazione della Vergine del Ghirlandaio, che realizzò a San Girolamo a Narni nel 1486; entrambe furono da riferimento anche per Raffaello nel 1505 per la pala di Monteluce a Perugia. Sempre a Trevi il maestro spagnolo, oramai richiesto e apprezzato in tutta l’Umbria, decorerà la chiesa della Madonna delle Lacrime tra 1518 e 1520 con riferimenti allo stile del richiestissimo Raffaello, in particolare nella scena del Trasporto di Cristo, dove c’è un forte richiamo al capolavoro del maestro urbinate eseguito per la cappella Baglioni di Perugia nel 1507, oggi alla Galleria Borghese a Roma. Testimonianza dell’evoluzione dell’artista spagnolo quindi in continuo e rapido rinnovamento, stimolato da continuo studio e approfondimento, al passo con le richieste delle committenze più facoltose.

Nel 1516 gli venne concessa la cittadinanza spoletina, testimonianza del fatto che Giovanni risiedeva a Spoleto già da diversi anni. Il 31 agosto 1517 viene nominato capitano dell’Arte dei Pittori e degli Orefici, conferma del riconoscimento del ruolo di caposcuola. Dal 1516 in poi la sua attività è attestata a Spoleto e nei centri circostanti, sia su base documentaria, sia attraverso un nutrito gruppo di opere, nelle quali traspare la presenza di aiuti e l’attività di una bottega che ne aveva assimilato la maniera.
Tra le opere più
interessanti e significative, la Madonna Ridolfi, una Madonna con il Bambino tra i Santi Girolamo, Niccolò da Tolentino, Caterina e Brizio, commissionata da Pietro Ridolfi, governatore di Spoleto dal 1514 al 1516 (Spoleto, Palazzo comunale) e le Virtù dipinte per la Rocca, staccate nel 1824 e ricomposte in un monumento dedicato a Leone XII (Palazzo comunale). La disposizione e l’iconografia delle tre figure allegoriche, la Giustizia in alto, con la Carità e Clemenza ai lati, suggeriscono la destinazione verso un ambiente con funzioni giudiziarie.

Spoleto – San Giacomo

Nella Carità, concepita secondo una composizione rotante, e nella Clemenza, caratterizzata da uno scorcio che conferisce efficacia retorica a gesti e posture, si riflettono soluzioni elaborate da Raffaello negli anni romani, suggerendo così una cronologia abbastanza avanti nel tempo.
Lungo la via Flaminia, poco lontano da Spoleto, per la chiesa di
San Giacomo Apostolo, protettore dei pellegrini, nel 1526 Giovanni di Pietro è chiamato a decorare l’abside e due cappelle. Nel catino raffigura una Incoronazione della Vergine e sulla parete San Giacomo e il Miracolo dell’impiccato e il Miracolo dei galli. Straordinaria ricchezza di dorature, colori e ornamenti a grottesca, affollato di figure e scenicamente complesso: qui Lo Spagna raggiunge uno degli esiti più alti della sua attività, una rara testimonianza umbra della maniera moderna.

In questi anni, insieme alla bottega, Lo Spagna lavorò in Valnerina: nella chiesa di S. Michele Arcangelo a Gavelli, ove vi sono affreschi datati 1518 e 1523; a Visso nella chiesa di S. Agostino; a Scheggino, dove, infine nel 1526 sottoscrisse il contratto per la decorazione della tribuna della chiesa di S. Niccolò per la quale gli furono offerti 150 fiorini.

Eredità

Lo Spagna morì forse di peste, nell’ottobre del 1528: il decesso è attestato da una carta dell’Archivio capitolare di Spoleto che riferisce che nel giorno 9 di quel mese vennero ricevuti i ceri per la cerimonia funebre: «die 9 octobris, havemmo per la morte dello Spagna pictore quatro torcie» (Gualdi Sabatini, 1984, p. 395).

Dono Doni fu il seguace più noto, ma non il solo a raccoglierne il testimone, la sua fiorente bottega costituisce ancora oggi un aspetto caratterizzante del patrimonio artistico della zona spoletina e della Valle del Nera. Tra i collaboratori vanno ricordati Giovanni Brunotti e Isidoro di ser Moscato, Giacomo di Giovannofrio Iucciaroni (1483-1524 circa) attivo in Valnerina; Piermarino di Giacomo che nel 1533 terminò gli affreschi di Scheggino.

 

PER INFO:

TodiMuseo civico (chiuso lunedì, orari 10.00-13.00/ 15.00-17.30), Cattedrale di Santa Maria Annunziata (apertura orario continuato 9.00-18.00), uff. turistico tel. 075 8942526

TreviPinacoteca complesso museale di San Francesco (aperto da venerdì a domenica dalle 10.30-13.00/ 14.30-18.00), altri spazi apertura su richiesta. ProTrevi tel. 0742 781150

SpoletoPalazzo Comunale (orari da lun a ven 9.00-13.00, lun e gio 15.00-17.00), uff. turistico tel.  0743218620/1

 

 


Fausta Gualdi Sabatini, Giovanni di Pietro detto Lo Spagna, Spoleto, Accademia Spoletina, 1984.
Pietro Scarpellini, Perugino, Electa, MIlano 1984.
Perugino: il divin pittore, cat. della mostra a cura di Vittoria Garibaldi e Federico Francesco Mancini, (Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria 2004), Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2004.
Giovanna Sapori, Giovanni di Pietro: un pittore spagnolo tra Perugino e Raffaello, Milano, Electa, 2004