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Il meraviglioso e colorato mondo di Jhoan Miró invade le sale di Palazzo della Corgna a Castiglione del Lago.

“Ubu Roi” (1966)

 

All’interno dell’antico palazzo, progettato dal Vignola e da Galeazzo Alessi, e poi abitazione dei marchesi della Corgna, il visitatore entra in contatto con le opere del maestro catalano. La prestigiosa esposizione, visibile fino al 4 novembre, è un’occasione unica per lasciarsi incantare da inattese visioni e da improvvise libertà espressive che fanno di Miró l’incomparabile Maestro del Novecento di cui è difficile non innamorarsi. Interamente curata da Andrea Pontalti, è promossa dal comune di Castiglione del Lago e organizzata da Sistema Museo e Cooperativa Lagodarte, in collaborazione con Aurora Group.

La mostra

La mostra, dedicata alla scoperta di questo meraviglioso artista, si snoda attraverso settanta opere grafiche appartenenti a quattro serie complete. La mostra espone le opere realizzate tra il 1966 e il 1976, in età matura: Ubu Roi (1966), composta da tredici coloratissime litografie, in cui forme e volumi sembrano potersi muovere liberamente nello spazio. Percorrendo le sale del palazzo si possono ammirare anche Le Lézard aux Plumes d’Or (1971), Maravillas con variaciones acrósticas en el jardin de Miró (1975), in queste opere l’artista catalano si esprime con segni neri e vivaci macchie colorate dal forte impatto visivo. Infine, si può anche apprezzare Le Marteau sans maître (1976), nel quale Miró rende omaggio al poeta René Chair, una delle voci più importanti della letteratura francese del Novecento.
Questi capolavori raccontano il sogno poetico di Miró e quella sua capacità di oggettivare le immagini della fantasia e di esprimerle attraverso un linguaggio assolutamente personale, svelando così il rapporto del maestro catalano con i libri d’artista. Attraverso il percorso espositivo viene scoperto il rapporto complesso tra testo e illustrazione proprio di quegli anni. Miró infatti scriveva: «Ho una certa esperienza per poter realizzare quello che si può definire fare un libro, non illustrarlo, che è sempre qualcosa di secondario. Un libro deve avere la stessa dignità di un’opera scolpita nel marmo».

 

Immersi nel colore

Nelle sue opere i colori e lo straordinario alfabeto di segni sono il risultato della sua incredibile capacità di rinnovarsi e di vivere l’arte con curiosità e versatilità. Gli sfondi neutri vengono macchiati da segni scuri e da colori brillanti, come il blu, il rosso, il verde e il giallo, in una precisa alternanza tra corpi informi e linee curve, per dare vita a vere e proprie visioni oniriche.
«Questa mostra offre uno spaccato interessante e di nicchia su Miró, un artista infinito da conoscere. (…)Visitare la mostra significa immergersi nel linguaggio artistico generato da questo ​straordinario artista». È con queste parole che Andrea Pontalti, il curatore della mostra, descrive le opere del grande artista catalano. La prestigiosa esposizione di Castiglione del Lago è un’occasione unica per lasciarsi incantare dal meraviglioso linguaggio surrealista di Miró. La mostra accompagna il visitatore alla scoperta di quell’alternanza di segni, versi e immagini che solo un’artista eccelso come Jhoan Miró può raffigurare.

 

“Le Lézard aux Plumes d’Or” (1971)

 


Per maggiori informazioni: Palazzo della Corgna

«… fra l’ostro e l’occidente / confine al lago è Castiglion, che sporge / come capo o penisola sull’onda, di un turrito palagio, e dei fronzuti / fecondi olivi di sua balza altero» (Assunta Pieralli, Il Lago Trasimeno)

Castiglione del Lago «sta su un promontorio calcareo che si incunea per mezzo chilometro, come una grande nave pronta a salpare, circondato da tre lati dall’acqua, sul Lago Trasimeno»[1].

 

lago trasimeno

L’isola Polvese. Foto per gentile concessione di Enrico Mezzasoma

Storia

Vanta origini antichissime e risulta essere abitato già nel Paleolitico superiore, come testimoniano alcuni reperti quali ad esempio la Venere del Trasimeno. Data al Neolitico la presenza, nella zona, di palafitte «quando il Trasimeno era molto più vasto e le acque non venivano contenute […] dalle colline e dai terrazzamenti» e «Castiglione era un’isola, la quarta del Trasimeno»[2]. Ma la storia vera e propria dell’insediamento inizia con gli Etruschi che fanno di Castiglione del Lago una colonia denominandola Clusium Novum. Testimonianza del periodo etrusco sono i resti di un tempio dedicato alla dea Celati. Passa poi sotto Roma e «si vuole che ai Romani venisse in pensiero il taglio dell’istmo per renderlo posizione inespugnabile, ma, abbandonata l’idea, il luogo rimase com’era»[3].
Non si hanno però attestazioni certe fino all’anno 776, quando sappiamo che Carlo Magno restituisce Clusium Novum a papa Adriano. Il possesso, comprensivo dell’intero lago e delle tre isole, viene confermato da Ludovico il Pio a Pasquale I nell’817. Nel 995 Ottone III consegna Castiglione del Lago a Perugia.

 

museo castiglione del lago

Foto per gentile concessione di Enrico Mezzasoma

 

Conteso a lungo fra Perugia, Arezzo e Siena grazie all’importante posizione strategica, nel 1100 passa definitivamente a Perugia che ne fa un caposaldo difensivo. Verso la metà del XIII secolo l’imperatore Federico II fa costruire imponenti mura a protezione dell’abitato trasformando il precedente castelletto in una vera e propria roccaforte denominandola Castello del Leone dal cui nome derivò probabilmente l’attuale toponomastica.
Dal 1416 al 1424 l’abitato è sotto il dominio di Braccio Fortebracci e alla sua morte passa a Martino V. Nel 1488 vi si rifugiano i degli Oddi che ne hanno il possesso finché il conte di Pitigliano, generale dei fiorentini che stanziava a Camucia, non stabilisce che essi restituiscano Castiglione del Lago a Perugia, ma i Baglioni, pagando al conte 800 ducati d’oro, ne ottengono la signoria. Alla signoria dei Baglioni succede la dominazione papale finché nel 1554 Giulio III concede Castiglione del Lago a Francesco della Corgna e ad Ascanio, figlio dello stesso Francesco e di Giacoma del Monte, sorella del pontefice. Con i della Corgna, che tengono Castiglione del Lago fino al 1645, l’abitato diviene prima un marchesato e poi un ducato, e muta il suo assetto urbanistico trasformandosi in quello che è ancora oggi. Passato definitivamente sotto lo Stato della Chiesa vi rimane fino all’Unità d’Italia.

Palazzo della Corgna o Palazzo Ducale

Attuale sede del Comune, che lo acquistò nel 1870, originariamente sorse come casa-torre dei Baglioni, che fra queste mura ospitarono tra gli altri Niccolò Machiavelli e Leonardo da Vinci. A partire dal 1563, anno in cui acquisì il titolo di marchese, Ascanio della Corgna ne iniziò la completa trasformazione per renderlo una piccola reggia. Il Palazzo fu edificato sul progetto del Vignola e dell’Alessi. Sviluppato su quattro livelli aveva in basso cantine e scuderie, nel seminterrato cucine e magazzini, sopra i quali stava il piano nobile mentre al secondo e ultimo piano le camere da letto. Gli affreschi di Niccolò Circignani detto il Pomarancio e di Salvio Savini celebrano le grandezze dei della Corgna tramite trasposizioni mitiche e rappresentazioni delle loro gesta.

 

La fortezza medievale

L’edificazione si deve a Federico II di Svevia che ne iniziò la costruzione nel 1247 su progetto di Frate Elia Coppi da Cortona. Si presenta con una struttura pentagonale irregolare con quattro torri agli angoli (due delle quali coeve alla rocca, mentre le restanti vennero costruite nel XV e XVI secolo a sostituzione delle precedenti andate distrutte) e con un mastio triangolare di circa 39 metri di altezza. Un camminamento di ronda unisce il Palazzo della Corgna alla prima porta della fortezza. Costituisce uno dei più interessanti esempi di architettura medievale umbra e nel Cinquecento era considerato pressoché inespugnabile.

L'isola Polvese

Frazione del comune di Castiglione del Lago, costituisce l’isola più grande del Trasimeno. Di proprietà della Provincia di Perugia dal 1973, oggi è destinata a Parco scientifico-didattico nell’ambito del Parco regionale del Lago Trasimeno. Il nome dell’isola deriva probabilmente dal termine polvento, zona sottovento. Il territorio è stato sicuramente frequentato da Etruschi e Romani. Il primo documento storico risale all’817 quando l’isola è nominata da Ludovico il Pio che concede al papa Pasquale I il Lago Trasimeno con le tre isole.

 

cosa vedere al lago trasimeno

Veduta del lago Trasimeno. Foto per gentile concessione di Enrico Mezzasoma

Tra i monumenti presenti nell’isola si ricordano le chiese di San Giuliano e di San Secondo, il Monastero Olivetano e il Castello. Di epoca più recente è il Giardino delle Piante Acquatiche-Piscina del Porcinai realizzato nel 1959 da Pietro Porcinai. Per quanto riguarda l’ambiente, le specie vegetali prevalenti sono lecci, roverelle, ornielle, viburno, alloro, pungitopo, ligustro, melograno e rosmarino mentre oltre alle numerose specie di insetti è possibile incontrare volpi, faine, lepri, nutrie e una grande varietà di uccelli quali svassi, folaghe, aironi e germani.

 


BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

  1. Lupattelli, Castiglione del Lago. Cenni storici e descrittivi, Perugia, Tip. G. Guerra, 1896.

s.v. Castiglione del Lago, in P. Caruso, Benvenuti in Umbria. 92 comuni, Collazzone (PG), Grilligraf, 1999, pp. 114-117.

  1. Binacchiella, Castiglione del Lago e il suo territorio, Catiglione del Lago, [s.n.], 1977.

s.v. Castiglione del Lago in M. Tabarrini, L’Umbria si racconta. Dizionario, v. A-D, Foligno, [s.n.], 1982, pp. 321-326.

  1. Festuccia, Castiglione del Lago. Guida al Palazzo Ducale ed alla Fortezza medievale, Castiglione del Lago, Edizioni Duca della Corgna, 2008.
  2. Festuccia, Castiglione del Lago. Cuore del Trasimeno fra natura, arte e storia, Castiglione del Lago, Edizioni Duca della Corgna, 2017.

https://it.wikipedia.org/wiki/Castiglione_del_Lago

http://digilander.libero.it/Righel40/VEP/PAL/Grav/gaIT.htm

http://polvese.it/

https://it.wikipedia.org/wiki/Isola_Polvese


[1] s.v. Castiglione del Lago in M. Tabarrini, L’Umbria si racconta. Dizionario, v. A-D, Foligno, [s.n.], 1982, p. 321.

[2] Ibidem.

[3] A. Lupattelli, Castiglione del Lago. Cenni storici e descrittivi, Perugia, Tip. G. Guerra, 1896, p. 4.

Il  pittore inglese Graham Dean, plasma «magnifiche modelle, atleti, incredibili feticisti del bondage, gemelli omozigoti, individui con imperfezioni fisiche» usando i loro corpi come «veicoli d’espressione»[1]. Attraverso i suoi incredibili e innovativi acquerelli, narra emozioni, idee e ricordi, giocando con i contrasti e con strati innumerevoli. Guardando ai suoi rossi, è facile immaginarsi le luminose tinte dell’India, ma difficilmente potremmo credere che Dean sia stato ispirato anche dall’Umbria.

 

Era il 1992 quando Graham Dean, nato a Birkenhead, nel Merseyside, venne in Italia per trascorrere sei mesi di soggiorno-studio alla British School di Roma. Aveva vinto un prestigioso premio – il Senior Abbey Award in Painting – e aveva sfruttato la possibilità offerta di vivere e visitare Roma e le città circostanti. Da quel momento in avanti, l’Italia gli entrò nel cuore.
Durante le numerose visite fuori Roma, Graham visitò la rinomata città di Assisi e poi, sulla via del ritorno, si fermò in una piccola cittadina sul Lago Trasimeno.
«Non sapevo niente dell’Umbria, ma mi soffermai sul lago e sulle terre che lo circondano, chiedendomi come mai questo posto fosse un tale segreto. Perché era così poco conosciuto?» afferma Graham. «Una volta tornato a Roma, giurai che un giorno sarei tornato per comprarvi una casa e, magari, uno studio».

 

 

Era solo l’inizio: Graham Dean, che ha esposto in numerose personali in tutto il mondo, rimase cposì folgorato dall’Umbria che, adesso, possiede una casa-studio tra Migliano e San Vito, a circa 15 minuti da Marsciano. Torna in quella tenuta, circondata da campi e costeggiata dal fiume Fersenone, circa cinque o sei volte l’anno.
«Nello studio, lavoro sui progetti o sulle idee. Posso contare sulla gran quantità di tempo che ho, per pensare e riflettere. Mi sono accorto, nei quindici anni che possiedo la casa, che questo è l’unico ambiente in cui posso rilassarmi completamente. C’è un’atmosfera che è difficile da descrivere, a meno che non la si sperimenti in prima persona, e tutti quelli che vengono a farmi visita lo confermano. Cerco di non idealizzare troppo, so che per le persone che vivono qui – soprattutto i giovani – può essere difficile vivere serenamente, viste le difficoltà economiche».

Come pittore del corpo umano, Graham Dean si è accorto che sta lentamente focalizzando la sua attenzione sull’idea del paesaggio e sul senso dell’altro che sia lui che i suoi amici sperimentano nella casa di Migliano. Sente che l’Umbria come un territorio nuovo, da esplorare.
Quale sarà il suo prossimo passo? Gli piacerebbe fare una grande mostra dei suoi lavori proprio qui, in Umbria, ma ancora attende proposte! Questo perché, nonostante numerosi giovani pittori abbiano cercato di agevolarlo, le istituzioni non l’hanno fatto, il che ha portato a una situazione d’impasse.
Ma chi lo sa? Scommettiamo che, presto o tardi, vedremo uno degli enormi e bellissimi dipinti di Graham Dean in uno dei nostri musei.

 


Fonte: www.grahamdean.com

 

[1] Adattamento di un articolo scritto da Galerie Maubert, Paris. Settembre 2011, in http://grahamdean.com/about/.

(Monte del Lago 1854[1] – Roma 1910)
Figlio del patriota Giuseppe e della contessa Giuseppina Becherucci, Guido studia prima nel liceo perugino e poi a Bologna, dove frequenta la facoltà di Giurisprudenza – che non porta a termine, sebbene consegua in tutti gli otto esami sostenuti il massimo risultato.

Si dedica in seguito agli studi letterari e alla lingua tedesca: in età giovanile traduce e commenta Storia della legislazione inglese sulle fabbriche di van Plener mostrando una grande competenza e profondità di giudizio[2] e scrive un’opera su Ernesto Renan[3].

La sua attività politico-amministrativa inizia molto presto: nel 1876 viene nominato soprintendente per le scuole di San Feliciano e Monte Fontegiano e due anni più tardi diventa consigliere comunale di Magione. Nel 1879, subentrando al barone Giuseppe Danzetta Alfani, entra a far parte del Consiglio Provinciale e l’anno seguente viene chiamato a presiedere la Congregazione di Carità di Magione. In questo periodo già piuttosto denso di attività, inizia a collaborare con alcuni periodici locali quali «L’Unione Liberale» e «La Favilla»: la sua forma di scrittura appare «originale, severa, efficacissima, il pensiero vi si rifletteva limpido, stringato, senza fronzoli o vacuità»[4]. Nel 1884 ottiene la delega del Consiglio Provinciale presso la Commissione amministrativa dell’Università di Perugia, carica che terrà a vita. Nel 1885 fonda a Perugia la Banca Popolare e l’anno successivo viene eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati. Nel 1896, da presidente del Consorzio per la Bonifica del Trasimeno, inaugura i lavori per il nuovo emissario. Il 14 settembre 1897 viene eletto Presidente del Consiglio Provinciale, incarico che gli sarà rinnovato a vita.

Ma non sono solo le questioni di carattere locale o nazionale ad accrescere lo spessore della sua figura pubblica. Nel 1899 viene inviato in qualità di plenipotenziario italiano alla Conferenza di Pace dell’Aja e l’anno seguente è sottosegretario alla Finanze nel Gabinetto Saracco. Nel maggio 1906 diviene sottosegretario agli Esteri nel Governo Giolitti e l’anno successivo rappresenta nuovamente l’Italia nella II Conferenza di Pace all’Aja[5].

Nella compagna di vita, la poetessa Vittoria Aganoor, egli riconosce il suo perfetto completamento: una donna forte, sorretta da grandi ideali, da una fervida intelligenza e da una profonda bontà d’animo. La loro unione rappresentò «la fusione intima delle complesse facoltà di due anime eccelse»[6] ma proprio per questo egli non trovò ragione e forza sufficienti a sopravviverle. Il 7 maggio 1910, alla notizia della morte di Vittoria, Guido si uccide, sparandosi ad una tempia. Fu questo l’ultimo grido di un leone ferito[7].


[1]La data di nascita è stata corretta dagli studi pubblicati in M. Chierico, Guido Pompilj statista del lago, Perugia, s.n., 1996, pp. 13-14.
[2]E. van Plener, Storia della legislazione inglese sulle fabbriche, Imola, Galeati, 1876.
[3]G. Pompilj, L’eau de jouvence di Ernesto Renan, Perugia, Boncompagni, 1881.
[4]G. Muzzioli, Guido Pompilj e Vittoria Aganoor Pompilj. Commemorazione popolare, Perugia, Guerra, 1910, p. 6.
[5]Le informazioni sugli incarichi ricoperti da Guido Pompilj sono state tratte da M. Chierico, cit.
[6]G. Muzzioli, cit., p. 22.
[7]Pompilj nella villa a Monte del Lago aveva fatto incidere il motto “Ut Leo” che lo rappresenta nella brevità in tutta la sua essenza. Per maggiori informazioni biografiche su Guido Pompilj si rimanda a: M. Ambrogi e L. Zazzerini, Atlante biografico, v. Guido Pompilj, in M. Tosti (a cura di), Tra Comuni e Stato. Storia della Provincia di Perugia e dei suoi amministratori dall’Unità ad oggi, Perugia: Quattroemme, 2009, pp. 130-131; M. Chierico, Guido Pompilj. Il politico, in M. Squadroni (a cura di), Vittoria Aganoor e Guido Pompilj. Un romantico e tragico amore di primo Novecento su Lago Trasimeno, [Perugia]: Soprintendenza archivistica per l’Umbria, 2010, pp. 49-64; M. Calzoni, La famiglia Pompilj e le sue proprietà, in in M. Squadroni (a cura di), cit., pp. 65-84.

 

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La Festa dell’uva in onore del dio Bacco è uno degli appuntamenti tradizionali di fine estate del lago Trasimeno. Panicale si prepara a ospitare la 42esima edizione, che andrà in scena dal 7 al 10 settembre. 

La storia

La festa dedicata a Bacco e al suo nettare ha origini lontane. Nel 1926, infatti, si racconta di un piccolo centro agricolo dove vigeva il latifondo e di un tempo in cui il vino, più che un nettare raffinato, era un vero e proprio alimento che dava la forza per compiere il duro lavoro dei campi. La manifestazione allora si svolgeva in contemporanea con il mercato del bestiame. Dopo una pausa forzata dovuta alla Seconda Guerra Mondiale, la Festa dell’uva ricomparve a Panicale a partire dagli anni Cinquanta, grazie alla volontà della Proloco, che ne cura tutt’oggi l’organizzazione.  
In quel contesto sociale la festa rappresentava una delle rare occasioni in cui i giovani delle diverse tenute potevano incontrarsi e conoscersi. Questo evento, a quel tempo cominciava con la Santa Messa in mattinata mentre, dopo un pranzo conviviale, il pomeriggio era dedicato al divertimento. Poi, dal 1976 la festa è diventata un appuntamento fisso per il borgo umbro e porta con sé i segni del mutare dei tempi. 

 

festa d'uva

 

Il percorso enogastronomico

Il vino si sposa con il cibo. Per questo con un calice e il classico porta bicchiere di stoffa da appendere al collo, si potrà iniziare il percorso tra le varie cantine sparse per il centro storico del borgo. Un tour enogastronomico a tutti gli effetti, che porterà i più golosi a scoprire le varie qualità di vino che saranno offerte dagli espositori. 
Il visitatore potrà anche degustare assaggi di prodotti tipici locali, come l’olio di oliva delle colline di Panicale, che viene proposto come condimento delle bruschette preparate al momento dai “cantinieri”, la fagiolina del lago, il miele, le marmellate, e la grande varietà di vini prodotti dei viticoltori locali.

 

Panicale

I giochi dei rioni

La storia dei rioni

Due saranno i rioni che si contenderanno il Palio di Bacco: il Rione Grifo e il Rione Torre. Una linea immaginaria dividerà il borgo da Nord a Sud, passando per la casa del condottiero Giacomo Paneri, detto Boldrino; il Grifo con lo sguardo a Est, la Torre a ovest. Nello stemma del Comune di Panicale c’è la storia di questi due rioni: il grifo concesso da Perugia in segno di gratitudine per le molte battaglie vinte al suo fianco, tra cui la memorabile vittoriosa difesa di Perugia, assalita dai Bretoni nel 1378, ad opera del condottiero panicalese Boldrino. La torre invece simboleggia il potere del castello che sorge sul colle, al cui fianco crescono le spighe di Panìco I due rioni si sfideranno nei giochi della tradizione popolare, ma anche in nuove e avvincenti competizioni.

 

 

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Il lago Trasimeno, emblema delle cose semplici e autentiche, accoglie la Villa Alta, la dimora che Vittoria e Guido Pompilij scelgono per la loro vita insieme. I due vivono anni di amore intenso e assoluto, profondo come soltanto il blu sa essere. 

Era la fine del 1900 quando un incontro a Venezia cambierà, sconvolgendole, le vite solitarie della poetessa Vittoria Aganoor e del parlamentare umbro Guido Pompilj.

 

Villa Alta” di Monte del Lago

Portico di Villa Pompilj, foto di Giovanni Maw

Un carattere sprezzante e indomabile

Vittoria rimane colpita immediatamente da quest’uomo che nella sua lirica Trasimeno chiamerà «il forte soldato del bene», in lui infatti «riconosce una forte dimensione etica associata ad uno slancio umanitario e solidaristico a lei finora sconosciuti».[1] Guido – che in quel periodo ricopre il ruolo di sottosegretario del Ministero delle Finanze del primo governo Saracco – è, così come lo descriverà un suo carissimo amico, Giuseppe Marinelli, «di carattere poco espansivo, duro, imperterrito, non aveva sentimenti conciliativi, seguiva la sua meta, senza curare gli ostacoli, e disprezzava chi gli avesse precluso il cammino. Non si piegava a nessuno e aveva perciò molti avversari che, quantunque avessero ammirato il suo forte ingegno non sapevano spiegare il suo carattere sprezzante e indomabile».[2] Eppure in privato è capace di mostrare un’“affettuosità dolce, quasi infantile»; inoltre possiede un conversare «gaio, lepido, mai mordente o sarcastico, sempre entusiasta e ponderato insieme».[3]  

Occhi neri e profondi

Vittoria, allora quarantacinquenne, inizia a scrivere a Guido e «travasa nelle lettere […] tutta se stessa – sentimenti, aneliti, occupazioni e preoccupazioni – arrivando a scalfire la laconica riservatezza del Pompilj».[4] Guido infatti, tutto preso dalle sue occupazioni politiche e ormai a quarantasei anni, non pensa più di condividere la sua vita con una donna. Ma presto questa donna a cui «niuno che l’avesse anche per poco avvicinata poteva sottrarsi al fascino irresistibile che emanava da quella piccola persona tutta grazia e leggiadria; da quei suoi grandi occhi neri e profondi, lampeggianti passione, velati di malinconia; dalla sua schietta e signorile affabilità»[5] riesce a conquistare il cuore di Guido ed egli prende ad amarla sempre più fino diventare con lei un’unica identità.  

 

villapompilii

Villa Pompilj, foto di Giovanni Maw

Un nido d'amore a Monte del Lago

Le lettere si fanno sempre più affettuose e tenere fino ad arrivare a quella del 16 maggio del 1901 nella quale ella si dichiara pronta a sposarlo, sicura di aver trovato «il compagno ideale, che, prendendole tutta l’anima, le avrebbe dato in cambio la propria, senza restrizioni e senza limiti».[6] Vittoria così scrive sfidando ogni tipo di convenzioni:

«[Io ho] sempre pensato che pren[dere] marito, senza amore, sia un’infamia; sarà falso, ma ho sempre pensato questo. Ebbi delle simpatie per qualcuno che mi piaceva unicamente pel fisico, ma sentii bene che mi piaceva il viso e niente altro, e che tra la loro anima e la mia vi era un abisso. Questo, pensai, non è vero amore, completo. Perché vorrei ora prender marito? Perché sarebbe l’unica maniera di vivere con Lei, per Lei, vicina a Lei; ché se fosse possibile far questo senza sposarla, io non Le chiederei… cioè non Le avrei chiesto di sposar[mi] mai […] sappia […] che non sarei solo stata disposta a lasciar Venezia per Perugia, ma anche per la Siberia davvero [pur] di vivere con Lei e [adattan]domi ad ogni sua abitudine».[7]  

Si sposano a Napoli nel novembre di quell’anno e il loro diventa un amore pieno e totalizzante, «uniti da reciproca stima, da comuni interessi artistici e culturali e da un identico apprezzamento per le cose semplici ed agresti che offriva loro quell’amato Trasimeno»[8] sulle cui sponde scelgono a vivere appena sposati, in quella Villa Alta di Monte del Lago paese natale di Guido. Vittoria e Guido vivono anni di amore intenso e assoluto, profondo come soltanto il blu sa esserlo: incomprensibile e inesplorabile come le profondità delle acque e sconfinato come il blu dei cieli. Così quando Vittoria nel maggio del 1910 si spegne, in seguito a un’operazione di tumore ovarico, Guido disperato si uccide lasciando scritto «non potrei, né vorrei sopravviverle»[9]. 

 


 

[1] A. Chemello, Vittoria Aganoor e il suo mondo, in M. Squadroni (a cura di), Vittoria Aganoor e Guido Pompilj. Un romantico e tragico amore di primo Novecento su Lago Trasimeno, [Perugia], Soprintendenza archivistica per l’Umbria, 2010, p. 135.
[2] Citazione tratta da M. Chierico, cit., p. 14.
[3] G. Muzzioli, Guido Pompilj e Vittoria Aganoor Pompilj. Commemorazione popolare, Perugia, Guerra, 1910, p. 5.
[4] P. Pimpinelli, Vittoria Aganoor. La poetessa, in M. Squadroni (a cura di), cit., p. 111.
[5] G. Mazzoni, in «La Favilla» fasc. ill. in onore di Vittoria Aganoor (lug.-ago. 1910) cit. in L. Grilli, Introduzione, in V. Aganoor Pompilj, Poesie complete, Firenze, Le Monnier, 1912, p. IV.
[6] «La Donna», 20 mag. 1910, cit. da F. Girolmoni, Il fondo bibliografico Aganoor Pompilj della Biblioteca comunale di Magione, in M. Squadroni (a cura di), cit., p. 184.
[7] Lettera di Vittoria a Guido Pompilj datata 16/5/1901 cit. da L. Ciani, Aganoor, la brezza e il vento, Nuova S1, Bologna 2004, p. 92.
[8] G. Chiodini, Vittoria e Guido. Un suicidio concordato, in «Il Messaggero Umbria», 23 apr. 2010.
[9] ASPg, Fondo Aganoor Pompilj. Ada Palmucci, Testamento di Guido Pompilj, 4-5/5/1910.

 

 

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Oltre novanta opere del grande artista: tre celebri serie di incisioni e acqueforti e un corpo unico di ceramiche, a Palazzo della Corgna di Castiglione del Lago fino al 5 novembre 2017, nella mostra dal titolo: Pablo Picasso. La materia e il segno. Ceramica, grafica.

mostra picasso a castiglione del lago

Uno dei ritratti di Honoré de Balzac esposti presso la mostra a Castiglione del Lago

Organizzata da Sistema Museo in collaborazione con Lagodarte e promossa dal Comune di Castiglione del Lago nell’anno in cui in diversi luoghi della penisola si ricordano, con eventi e mostre, i cento anni dal viaggio in Italia di Picasso, quella di Castiglione del Lago è una bella occasione per conoscere meglio uno dei più grandi artisti del XX secolo e visitare il borgo fortificato, uno dei centri turistici più importanti del Trasimeno.
La mostra è allestita in tre sale del piano nobile di Palazzo della Corgna, il biglietto è unico e permette l’accesso al circuito museale che comprende il Palazzo, le sue sale affrescate che dominano il Trasimeno, e la Rocca del Leone, entrambi simboli di Castiglione del Lago, uno dei borghi più belli d’Italia.
Dopo la scenografica Sala dell’Investitura, che celebra con gli affreschi di Pomarancio (sec. XVI) le gesta del Marchese Ascanio della Corgna, si raggiunge la prima sala espositiva, la Sala di Fetonte, dove sono esposte nove litografie di Picasso del 1957: una serie di otto ritratti di Honoré de Balzac, padre del Realismo letterario che verranno pubblicate in quegli anni come Balzac en bas de casse et Picassos sans majuscule più il frontespizio di un’edizione di Le Père Goriot di Balzac.

mostra picasso castiglione del lago

Testa di toro da La Carmen, Picasso

Picasso avrà un’intensa produzione incisoria che gli permetterà di sperimentare nella sua lunga carriera di artista diverse tecniche e materie, e di trasformare chimicamente e meccanicamente il segno grafico.
La seconda sala espositiva, allestita nella Sala dell’Eneide, propone dodici tavole in acquaforte e acquatinta del 1968, più un frontespizio, che Picasso realizza per illustrare la commedia teatrale Le Cucu Magnifique di Crommelynck, amico di vecchia data. Prendendo ispirazione dalle proprie conoscenze mitologiche, tra cui l’immancabile Minotauro, Picasso riesce a raccontare le conseguenze tragiche del sentimento della gelosia, ma con spirito farsesco. Il tracciato espositivo ci porta nella Sala degli Dei

mostra picasso a castiglione del lago

Testa di donna, Pablo Picasso

dove sono presenti trentotto tavole incise a bulino più due frontespizi del 1949, in cui Picasso evoca La Carmen, con una serie di visi di uomo e di donna stilizzati, costumi andalusi, teste di toro e corride, realizzate per illustrare la novella di Prosper Mériméé del 1845 trasposta in musica da Bizet nel 1875. Sarà l’ultima opera incisoria a bulino di Picasso a Parigi. Dal 1947 si trasferirà in Costa Azzurra dove prevarrà il suo interesse per la scultura, grazie alla presenza di molte manifatture ceramiche e forni. La ceramica gli permetterà di sperimentare la materia terra, modellandola e dipingendola trovando nuove soluzioni: la mostra presenta ventinove manufatti fittili del periodo 1948-1969, creazioni tradizionali e nuovi assemblaggi, reinvenzioni come i vasi strutturali, che perdono la loro funzione e diventano sculture, le brocche-gufo e i piatti con ritratto smaltati.


Orari di apertura: tutti i giorni ore 9.30-19. La biglietteria chiude mezz’ora prima. È possibile prenotare l’apertura straordinaria per visite riservate.
Biglietti: Il biglietto comprende la visita a Palazzo della Corgna e alla Rocca del Leone. Intero 8 euro; ridotto 5 euro (gruppi di oltre 15 unità, ragazzi fino a 25 anni); ridotto famiglia 18 euro (3 persone), 22 euro (4 persone); biglietto unico residenti Comune di Castiglione del Lago 4 euro; ridotto famiglia residente 10 euro (3 persone), 12 euro (4 persone); omaggio bambini fino a 6 anni.
Informazioni: Palazzo della Corgna 075 951099 – cooplagodarte94@gmail.com
Prenotazioni: Sistema Museo call center 0744 422848 (dal lunedì al venerdì 9-17, sabato 9-13, escluso i festivi) – callcenter@sistemamuseo.it


Per saperne di più su Castiglione del Lago

Paciano appartiene al Club de
I Borghi Più Belli d’Italia

 


Paciano, un delizioso borgo di appena novecentoquaranta abitanti, sorge sulle verdi colline che si affacciano sul Lago Trasimeno. Conosciuto ormai da tempo come uno dei Borghi più Belli d’Italia e scelto da molti stranieri come luogo ideale per acquistare una seconda residenza, custodisce, nel cuore del centro storico all’interno del seicentesco Palazzo Baldeschi un museo atipico il cui obiettivo è quello di mettere in scena un ricco patrimonio fatto di memorie, di ricordi, di testimonianze sul saper fare artigiano. 

Questo è TrasiMemo, il museo della memoria artigiana di tutti quei mestieri che hanno preso vita nel corso del tempo sulle terre lambite dal lago.


Fiore all'occhiello della comunità


TrasiMemo è un progetto innovativo voluto e fortemente desiderato in primo luogo dagli abitanti di questo piccolo comune, cittadini responsabili che si prendono cura del proprio patrimonio in cui vedono una generosa spinta propulsiva verso un futuro di rinnovamento. Entrando nella sala del museo subito si respira un sentimento di comunità; non è raro incontrare cittadini volontari all’Info Point o chi in questo momento sta all’amministrazione comunale; ognuno di loro avrà da raccontare un aneddoto o un particolare personale che andrà ad arricchire la già speciale visita al museo.
L’allestimento è assai piacevole. L’ambiente è accogliente, i rumori tipici delle lavorazioni introducono i visitatori nelle realtà artigiane sollecitando l’udito; luci calde accompagnano i loro passi e attirano l’attenzione su dettagli mai scontati. Si ha l’impressione di attraversare un archivio dove sono contenuti documenti di vario genere divisi nei quattro ambiti principali: lavorazione di ferro e metalli, legno, cotto e tessile.

museo a paciano

I cassetti della memoria


Cari visitatori, non vi aspettate di trovare tomi da sfogliare, ma lasciatevi incuriosire dai cassetti delle quattro scrivanie e dallo schedario posizionato all’ingresso; aprite questi cassetti ed ammirate i tesori che contengono: un tombolo per il ricamo, fili colorati, fusi, ma anche pinze, lime, pialle e poi ancora disegni, colori e maioliche. Tutto il sapere della tradizione artigiana condensato in piccoli oggetti dal forte potere evocativo. E poi c’è lo schedario, pieno di volti, di chi il mestiere lo fa ancora e con passione o di chi vorrebbe passare il testimone a validi eredi dalle mani d’oro.
trasimemo umbriaSono stati questi artigiani i protagonisti dei tanti racconti che animano le pareti di TrasiMemo nonché i fornitori del materiale custodito nella Banca della Memoria; fautori di tante opere che ancora fanno parte dell’arredo urbano del borgo, sono anche gli animatori dei laboratori organizzati dal museo. Periodicamente infatti è possibile partecipare ai workshop proposti e rivolti sia agli adulti che ai bambini per testare con mano e mettersi alla prova in un’esperienza di lavoro artigianale vero!

Un museo smart


L’esperienza di una visita a TrasiMemo è entusiasmante per tutti; oltre a toccare e vedere affascinanti oggetti significativi, ci sono quattro grandi pannelli riassuntivi, uno per ogni area, che raccontano in pillole lavorazioni, aneddoti e segreti legati alla vita quotidiana e alla storia di quel mestiere. In più, contenuti multimediali contribuiscono a rendere più smart l’esperienza al museo.
Di grande impatto è la parete di parole, divertitevi a scegliere e fotografare quella che più ricorderà la vostra visita. Non dimenticate infine, usciti dal museo, di andare a cercare gli oggetti simbolo dell’attività artigiana che fanno bella mostra di sé per le vie del borgo di Paciano. L’illuminazione pubblica, i numeri civici dipinti su maioliche e la struttura in ferro del pozzo cittadino sono solo alcuni esempi.
Quindi, perché andare a vedere TrasiMemo?
«TrasiMemo è un luogo di tutti e per tutti: è degli artigiani e di chi ha memoria dei saperi locali; è delle persone che abitano il territorio e che in esso continuano a pensare spazi di lavoro e di vita; è dei professionisti del patrimonio che, attraverso la ricerca, provano a tutelare le forme del ricordare, sistematizzandole in narrazioni per il futuro; è dei visitatori che decideranno di attraversare le zone del Trasimeno conoscendo meglio il rapporto tra i suoi abitanti, i suoi paesaggi e le sue risorse locali.»

TrasiMemo, il museo della memoria artigiana – Paciano

Per saperne di più su Paciano

Strangozzi, stringozzi, strozzapreti, bringoli, umbricelli, bigoli, umbrichelle, lombrichelli, ciriole, anguillette, manfricoli: se mai vi capitasse di fare un giro nelle osterie umbre, sedendovi in quelle sale dalle rustiche atmosfere e addentrandovi nella lettura dei prelibati menu, vi accorgereste che nella sezione dedicata ai primi piatti campeggiano portate dai nomi evocativi quanto ambigui.

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Farina e acqua

Non è facile ricostruire la storia di un piatto dalle antiche origini, soprattutto nel caso in cui regni ancora indisturbata la confusione persino sul nome da attribuirgli, contaminato com’è dall’imprecisione propria della lingua parlata e dall’uso consuetudinario di alcuni termini piuttosto che di altri.

Ma andiamo per ordine: stiamo innanzi tutto parlando di un tipo di pasta fresca, rustica in quanto fatta a mano e dunque imprecisa, grossolana, la cui bontà sta proprio nella ruvidezza della sua composizione. Le fonti concordano sulle origini povere di questo piatto, realizzato con acqua e farina di grano tenero. Ciò che fa la differenza è però la forma che assume: ecco dunque che dallo stesso impasto nascono molti tipi di pasta, i cui nomi sono spessi confusi a causa di una somiglianza etimologica.

A Spoleto, «Erti de stinarello e fini de cortello»

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Gli stringozzi di Spoleto– chiamati strangozzi a Terni, manfricoli a Orvieto, anguillette nella zona del lago Trasimeno, umbricelli a Perugia per la loro somiglianza con i lombrichi, o ancora brigoli, lombrichelli o ciriole – sono degli spaghetti piuttosto tozzi e grossolani, con una circonferenza di 3-4 millimetri e una lunghezza di circa 25 centimetri, arrotolati a mano sulla spianatoia. Come afferma il detto, nel momento in cui si stende la sfoglia, non bisogna assottigliarla in maniera eccessiva; si starà attenti allo spessore solo in un secondo momento, quando col coltello la si taglierà nel senso della lunghezza.
La cottura degli strangozzi deve avvenire in abbondante acqua, e bisogna star pronti a ripescarli nel momento esatto in cui vengono a galla.Vengono conditi con sughi al ragù, con tartufo, con parmigiano o con le verdure
Senza dubbio, la preparazione più caratteristica è quella che tiene alto il nome di Spoleto – “alla spoletina” appunto – in cui vengono esaltati dal gusto del pomodoro, del prezzemolo e dal peperoncino piccante.

Una bagarre linguistica

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Ciò che è curioso, è che gli strangozzi per questa loro assonanza col verbo “strangolare”-vengano spesso confusi con gli strozzapreti, altra preparazione ottenuta dallo stesso semplice impasto di acqua e farina.

Sebbene i nomi vengano spesso usati in maniera intercambiabile, gli strozzapreti hanno una formato ben diverso dagli strangozzi (e dai loro omologhi): sono più corti e si presentano come delle listarelle di sfoglia arrotolate su sé stesse, la cui forma assomiglia alle stringhe delle scarpe, un tempo fatte di tenace cuoio arricciato.

Qualcuno doveva pur finire per strozzarsi

La leggenda vuole che i rivoltosi anticlericali usassero le suddette stringhe per strangolare, ai tempi del dominio dello Stato Pontificio, gli ecclesiastici di passaggio. Non sembra un’ipotesi troppo remota, se consideriamo la continua lotta dei perugini contro l’ingerenza dello Stato Pontificio: episodi come la Guerra del Sale del 1540 o l’acceso anticlericalismo ottocentesco sfociato nelle Stragi di Perugia, ci fanno ben comprendere lo scarso amore della popolazione verso i prelati. Questi ultimi, infatti, oltre a riscuotere i tributi, erano notoriamente dei golosoni, sempre pronti a scroccare pasti alla povera gente. 

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Un’altra interpretazione vuole che gli strozzapreti fossero così chiamati perché le massaie, costrette a dimezzare le porzioni ai loro cari per fare quella dei prelati, augurassero loro di strozzarsi con quello che mangiavano. Una variante è quella che vede le donne di casa maledire i preti per aver loro sottratto le uova come tributo, costringendole a fare una pasta “povera”, composta solo di acqua e farina.
Un’ulteriore interpretazione – e conferma dello spropositato appetito della Curia – ci è data dal poeta Giuseppe Gioacchino Belli, maestro del vernacolo romanesco:

 

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Nun pòi crede che ppranzo che ccià ffatto  
Quel’accidente de Padron Cammillo.  
Un pranzo, ch’è impossibbile de díllo:  
Ma un pranzo, un pranzo da restacce matto.  
Quello perantro c’ha mmesso er ziggillo  
A ttutto er rimanente de lo ssciatto,  
È stato, guarda a mmé, ttanto de piatto  
De strozzapreti cotti cor zughillo.  
Ma a pproposito cqui de strozzapreti:  
Io nun pozzo capí ppe cche rraggione  
S’abbi da cche strozzino li preti:  
Quanno oggni prete è un sscioto de cristiano  
Da iggnottisse magara in un boccone  
Er zor Pavolo Bbionni sano sano. 

(G.G. Belli, La Scampaggnata) 

 

 

 

Sembra dunque che l’eco degli stomaci affamati dei prelati si fosse propagata fino a Roma: il loro appetito era talmente smisurato da superare persino la difficoltà che la particolare forma degli strozzapreti donava all’atto di mangiarli. Altro che strozzarsi: ci vuole ben altro che una zuppiera di strozzapreti per far passare l’appetito ad un religioso!

Un piatto sostanzioso

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Oggi, sebbene gli strozzapreti vengano prodotti a livello industriale, la lavorazione attuata con una trafila in bronzo li rende ruvidi come quelli fatti in casa, permettendo il completo assorbimento dei condimenti con cui vengono serviti. Tra le sinuosità del suo profilo, infatti, i sughi si depositano e lì restano, donando al palato una piacevole sensazione di consistenza e corposità, così come sono tutte le paste dal sapore antico.