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«Per me l’Umbria rappresenta l’infanzia e l’adolescenza, ma non saprei vivere lontano da Firenze».

Quando ho preparato l’intervista avevo in mente mille domande da rivolgere a Giancarlo Antognoni, ma ho dovuto – per forza di cose – sintetizzare tutte le mie curiosità e soprattutto sintetizzare una carriera di prim’ordine.  
Centrocampista, bandiera storica della Fiorentina – di cui oggi è dirigente sportivo – e Campione del Mondo nel 1982: tutto questo e molto di più è Antognoni. Nato a Marsciano, con la San Marco Juventina ha dato i suoi primi calci a un pallone: «È sempre intatto nella mia mente il campo in cui si giocava, a Prepo. Era un campo sterrato, ma per noi bimbi era un sogno poterci giocare. Sono andato via da Perugia quando avevo 15 anni, ma ogni volta che passo da quelle parti il ricordo riaffiora sempre».
Uomo simbolo di una squadra e di un calcio nostalgico che sta diventando sempre più sbiadito: «È difficile che oggi un calciatore possa indossare la stessa maglia per tutta la carriera».
Con noi ha parlato della sua Umbria e di un calcio fatto di passione e dedizione…

 

Giancarlo Antognoni, Foto by ACF Fiorentina

La prima domanda è d’obbligo: qual è il suo legame con l’Umbria?

Il mio legame con l’Umbria è sicuramente forte, porto sempre con me il ricordo piacevole della regione in cui sono nato e ho passato la mia infanzia. Ora non avendo più i genitori che vivono lì, la frequento di meno, anche se ho ancora parenti a Perugia.

A Perugia suo padre aveva un bar che era anche sede di un Milan club e lei sognava di giocare con il Milan: nel suo cuore è rimasto qualcosa di rossonero?

È rimasto il ricordo e la simpatia rossonera di quando ero bambino, più che altro per il fatto che tutta la mia famiglia tifava per il Milan. Poi però nel mio cuore ha nettamente prevalso il colore viola.

Lei è stato una bandiera e un simbolo della Fiorentina: perché oggi è tanto difficile che un giocatore diventi simbolo di una squadra? 

Io credo che si tratti di un fenomeno più ampio. Il calcio di oggi è completamente diverso da quello in cui giocavo io, anche rispetto a quello di alcuni anni fa. Ormai è stato stravolto tutto: è difficile che un calciatore possa indossare la stessa maglia per tutta la carriera, sono subentrate dinamiche diverse legate alle tivù, agli sponsor, anche banalmente, alla ricerca di esperienze di vita diverse, basta guardare i tanti calciatori, anche di alto livello, che vanno a giocare in Cina, in Australia o negli USA.

Ha iniziato a giocare da ragazzino con la San Marco Juventina: ha qualche aneddoto legato a quegli anni che ci vuol raccontare?   

Sono i ricordi indelebili di un ragazzino che tira i primi calci a un pallone, il desiderio di libertà e di poter giocare per divertirsi. Poi è sempre intatto nella mia mente il campo in cui si giocava, a Prepo: era un campo sterrato, ma per noi bimbi era un sogno poterci giocare. Sono andato via quando avevo solo 15 anni, ma ogni volta che passo da quelle parti il ricordo riaffiora sempre.

A distanza di 36 anni, qual è la prima cosa che le viene in mente pensando alla vittoria del Mondiale? 

Ci sono talmente tante cose belle che è difficile elencarle tutte. Di sicuro posso dire l’arrivo a Ciampino insieme al Presidente Sandro Pertini con due ali di folla che ci hanno scortato fino al Quirinale. Poi, purtroppo, c’è anche il grosso rammarico di non essere riuscito a giocare la finale a causa di un infortunio.

Cosa consiglierebbe a un ragazzino che viene acquistato da un club importante?

Il consiglio è quello di non cambiare mai, di affrontare il salto in un grande club come quando ha iniziato a giocare a calcio. Bisogna mantenere sempre la serenità, la passione, la dedizione al lavoro, senza mai pensare di essere arrivati.

Ha mai pensato di tornare in Umbria, magari nello staff del Perugia?

Sinceramente no, anche perché ho lasciato l’Umbria quando ero troppo piccolo. Perugia per me rappresenta l’infanzia e l’adolescenza, ma successivamente Firenze è diventata la mia casa ed è difficile per me vedermi lontano da qui.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Accoglienza, bellezza della natura e del territorio e buon cibo.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Ricordo la mia infanzia, quando ero un bambino, la bellezza di questa regione e la sua straordinaria qualità di vita.

L’estate a Firenze è torrida, laggiù in basso, sotto l’Appennino e lontano dal mare. Anche Perugia è lontana dal mare, ma almeno è in cima a una collina e c’è sempre una bavetta di vento che rinfresca.

Sicuramente in quel caldo luglio del 1503 Pietro Vannucci stava rimpiangendo la sua città. Lavoro e famiglia lo avevano portato a Firenze e lì era costretto a sopportare il caldo. Ci sono dei momenti in cui il caldo toglie anche la forza di pensare, nemmeno sapere che a settembre l’estate se ne va, riesce ad alleviare la sensazione di essere dentro un forno e di cuocere a fuoco lento.
Però lui doveva lavorare anche con il gran caldo e, mentre lavorava, succhiava i suoi confetti.  Il suo pusher di fiducia era Di Giovanni che gli procurava, a caro prezzo, quelle piccole delizie che rallegravano le lunghe ore da passare seduto davanti alle tele. Di Giovanni era lo speziale della farmacia Al Giglio, ed era abituato ad ascoltare le richieste degli artisti, e non stiamo parlando d’imbianchini o spaccapietre, ma dell’Olimpo dell’arte italiana del Rinascimento.

Il pittore in nero

Nelle sfere più alte dell’Olimpo c’era lui, il pittore dal viso tondo e grassottello, fronte alta, capelli lunghi sul collo, berretto in testa, guance e naso rubizzi, e un’elegante giacca di velluto nero. Il Perugino si è ritratto così, nella Sala del Cambio a Perugia, si è ritratto come un uomo non giovane e sempliciotto. Sembra affetto da couperose, quella malattia che dilata i capillari facendo venire le guance rosse, ma forse soffriva di fragilità capillare oppure era stato molto all’aria aperta. Questa seconda ipotesi è poco probabile, dato che allora i pittori lavoravano perlopiù dentro lo studio oppure in chiesa.
Pietro Vannucci da Città della Pieve, detto il Perugino, era stato uno dei più influenti pittori della sua epoca, e come tutti i migliori, aveva lavorato a Roma per il Papa e per le grandi committenze. Il Perugino e i suoi colleghi – i pittori del Rinascimento – non usavano molto il nero perché colore del lutto. Preferivano i colori delicati che si sposano meglio con la serenità annunciata da «quant’è bella giovinezza… chi vuol esser lieto sia». Pietro Vannucci usa il nero nel Compianto del Cristo morto e nelle Deposizioni perché il dolore richiedeva anche tratti di nero. Invece nei suoi ritratti indossa sempre una giacca nera, forse perché era alla moda tra gli artisti. Anche nel ritratto fatto dal suo allievo, indossa una giacca nera molto elegante e in testa ha un berretto nero abbinato alla giacca. Quell’allievo, che era Raffaello, ha dipinto con affetto il grande maestro mentre guarda lo spettatore con aria seria, con lo sguardo intenso di una persona intelligente. Raffaello e Perugino, allievo e maestro.

Il Perugino in un ritratto di Raffaello e Lorenzo di Credi, Galleria degli Uffizi

Confetti con un cuore

Nel luglio 1503 l’artista lavorava e mentre lavorava succhiava i confetti con l’anima di semi di coriandolo. I confetti si succhiano e in bocca il piacere dura a lungo. D’altronde il Perugino era un signore benestante che poteva permettersi i confetti e mantenere con larghezza la famiglia. I coriandoli confetti, che a lui piacevano, erano noti fin dai tempi dei romani perché ritenuti digestivi, tanto che li aveva fatti servire anche Lorenzo de’ Medici alla fine del suo pranzo di nozze.
Lo speziale Di Giovanni registra che in luglio i garzoni del pittore, una volta Donato un’altra volta Jacopo, sono andati a prendere tre once di confetti, in tutto circa due etti, ma hanno portato a casa anche altre specialità medicinali: zuccheri rosati e violati, cotognate e altre squisitezze erano le preparazioni medicinali del tempo.
Se Mary Poppins cantava: «basta un poco di zucchero e la pillola va giù», all’inizio del Cinquecento lo zucchero lavorato costituiva la pillola. Zucchero e mele cotogne erano la base da elaborare con spezie e sughi di piante, fino a formare dei solidi a forma di dattero, di manina, di tondino anche di morselletto.
Perugino si trattava come un ricco petroliere e non badava certo a spese per soddisfare il suo piacere e curare la sua grande famiglia, perché i prodotti che lui acquistava erano, come scritto nel Ricettario Farmaceutico Fiorentino del 1498: «solo per ricchi e potenti».

I malanni della famiglia Vannucci

Purtroppo non tutto era roseo. Nel 1503 la sua fama di Vannucci vacillava perché avanzavano le nuove tendenze che volevano più forza e più tormento nella pittura e nella scultura. La serenità dell’Umanesimo non era più di moda e non corrispondeva alla durezza dei tempi. Vedere di non essere apprezzato e addirittura criticato, com’era accaduto alla corte dei Gonzaga, aveva lasciato il segno, e lui dormiva male. Di Giovanni gli prepara delle pilloline di Diacodio e altre di Fumosterno, che contenevano papavero per schiare l’umor nero e conciliare il sonno. Così almeno si credeva.
I registri dello speziale sono preziosi, perché lui ha annotato tutti gli acquisti dei suoi clienti permettendoci di conoscere, negli anni, le malattie che circolavano nella famiglia Vannucci. Apprendiamo così che stomaco e intestino erano i suoi punti deboli e anche quelli della moglie. Mandavano spesso a prendere la polvere di Cassia e di Agarico agarico che sono piante lassative, e si permettono anche la Trifera persica.
Questo rimedio di antica origine persiana, da cui il nome Persica, era una preparazione molto complicata e conteneva tutte le piante che svolgono un’azione lassativa: prugne e agarico, ma anche rose rosse, olio di viole e viole secche. Allora non si guardava alla ricerca o alla modernità, allora si pensava che un rimedio antico fosse garanzia di efficacia. Infatti si usavano anche pezzetti di mummia, perché se la mummia aveva passato tanti millenni senza distruggersi voleva dire che era sicuramente efficace. Punti di vista.
Tante volte il maestro mandava a prendere «cose stomachiche» cioè dei rimedi buoni per il curare lo stomaco della moglie. Di Giovanni consegna tante volte ai garzoni queste «cose stomachiche» e prepara anche un «sacheto di erbe a lo stomacho della donna». Chiara Fancelli, figlia di un famoso architetto fiorentino, era la moglie e la madre dei cinque figli del Perugino. Lui aveva dipinto decine di volte la Madonna. L’aveva dipinta al momento dell’Annunciazione, l’aveva dipinta mentre adorava il Bambino e con il Bambino in braccio. Per dipingere la Madonna si era servito sempre di modelle giovani e belle e forse, la più bella, è stata proprio Chiara Fancelli, che sembra essere stata di fragile costituzione. Forse erano stati i parti a debilitare la salute della donna.
I prodotti che uscivano dalle spezierie antiche erano dei rimedi con indicazioni varie, e molti erano considerati una panacea, cioè erano dei rimedi che curavano tutto – dalla peste al mal di testa, alle pulci del cane. A casa Vannucci entrano due preparati che sono quasi delle panacee, ma che potrebbero aver a che fare con il parto. Infatti la pomata Infrigidante di Galeno era considerata anche un aiuto per le doglie, mentre l’acqua di capelvenere era ritenuta utile nel dopo parto. Sarà vero? Non lo sapremo mai.
Però lo speziale Di Giovanni ha fatto scendere dall’Olimpo il Perugino, lo ha portato vicino a noi che soffriamo di mal di stomaco, che prendiamo l’influenza, che facciamo fatica a dormire e che amiamo succhiare delle cose buone. Quando vi troverete tra le mani dei confetti al coriandolo ricordatevi che hanno attraversato i secoli e che sicuramente piacevano al Divin Pittore dalla giacca nera.


  1. A. Covi, New sources for the study of italian Renaissance art., 1969.
  2. Covi, Tacuinum de’ spezierie, Perugia, ali&no, 2017.

Con la sua voce da mezzosoprano ha incantato i teatri d’Italia e non solo. Marina Comparato, cantante lirica e perugina DOC, vive da diverso tempo a Firenze ma porta l’Umbria nel suo cuore.

Marina Comparato

Marina Comparato

Lei vive a Firenze, qual è il suo legame con Perugia e l’Umbria?

Sono nata a Perugia e ci ho vissuto fino a 19 anni, poi mi sono trasferita a Firenze per motivi di studio e poi di lavoro, ma resto legata a questa terra, perché qui c’è la mia famiglia. Ho un legame affettivo e ovviamente familiare.

Crede che questa regione in questo ambito artistico è ben sfruttata?

Ha tante iniziative culturali legate al teatro e alla musica, ma il mondo della lirica, il mio mondo, non è quasi presente. Questo per me è una nota dolente. Perugia è, forse, l’unico capoluogo italiano a non avere una stagione lirica. L’interesse da parte del pubblico c’è e si vede nelle rare rappresentazioni, manca però quello della politica. C’è solo il Teatro Lirico Sperimentale “Abriano Belli” di Spoleto che punta sul quest’arte. Io sono molto legata a questo teatro perché ho vinto nel 1997 il loro concorso lirico, che è uno dei più importati d’Italia.

Come si potrebbe intervenire?

In molte regioni, penso alla Toscana, all’Emilia Romagna e alle Marche, i piccoli teatri si consorziano e danno vita a delle realtà liriche molto interessanti.  A Perugia ci sono “Gli amici della lirica” che organizzano incontri ed eventi, ma sono costretti ad andare fuori regione per vedere le opere. Servirebbe un intervento concreto da parte della politica, che per ora non si è interessata di quest’ambito.

La scelta di lasciare la sua città è stata dettata dalla carriera. Si è mai pentita? 

Dal punto di vista lavorativo sono stata costretta, ma mi manca sempre la mia città e torno ogni volta che posso. Però devo dire che non mi sono mai pentita della scelta fatta.

Lo stereotipo degli umbri chiusi lo ha mai avvertito, glielo hanno fatto mai notare?

A me no, perché sono stata educata ad essere aperta verso  il mondo, ma da perugina ammetto che Perugia è una città chiusa verso chi non è nato o verso chi non vive la città. A volte mi sento io stessa un po’ tenuta fuori visto che non ci vivo da diverso tempo. Non c’è molta apertura verso l’esterno, ma è una caratteristica storica dei perugini: da sempre sono ombrosi e chiusi. La stessa città ha ben due cinta di mura che la difendono e l’apertura non è certo stata incoraggiata dai trasporti pubblici. Basta pensare alle linee ferroviarie che la rendono ancora più isolata.

Tre parole per descrivere l’Umbria…

Verde, golosa e sconosciuta.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

San Francesco e i suoi viaggi. È partito da una piccola regione ed è arrivato in tutto il mondo.

 

Per saperne di più su Perugia

Giovanni di Pietro detto Lo Spagna per l’origine spagnola della sua famiglia (Spagna 1470 – Spoleto 1528) è tra i protagonisti dell’arte pittorica umbra tra XV e XVI secolo. Meno conosciuto rispetto ad altri seguaci del Maestro umbro Pietro Vannucci (per citare i suoi allievi più celebri: Pinturicchio e Raffaello), è un artista interessante e molto gradevole che vale la pena approfondire.

Il Maestro

Il giovane Giovanni si trovava probabilmente a Firenze intorno al 1493 quando Pietro Vannucci, detto Il Perugino, era tra i quattro maestri più in vista della città insieme a Botticelli, Filippino, e Ghirlandaio. Perugino assunse in quegli anni un ruolo di guida aprendo bottega presso l’Ospedale di Santa Maria Nuova; il suo laboratorio era tra i più attivi e frequentati anche da numerosi allievi che da tutta Europa giungevano per imparare «la grazia che ebbe nel colorire in quella sua maniera» (G.Vasari, 1568). Questo ci fa pensare che il nostro artista potrebbe essere entrato qui in contatto con il maestro umbro, diventandone in seguito allievo e collaboratore.

Influssi e primi lavori

Quando nel 1501 Perugino aprì bottega a Perugia, ricco comune che voleva rinnovarsi nello stile e nel gusto contemporaneo che proprio l’artista, originario del contado perugino, aveva con successo elaborato nella grande Firenze, Giovanni lo seguì, entrando in contatto probabilmente anche con Raffaello, altro giovane seguace del Perugino. Col Maestro, Giovanni lavorerà al ciclo di affreschi per il Convento francescano di Monteripido del quale rimane un affresco staccato con San Francesco che riceve le stimmate, conservato alla Galleria Nazionale dell’Umbria, che si trovava sul timpano della facciata della chiesa.
La critica è concorde nel vedere nello stile pittorico di Giovanni di Pietro
un‘adesione forte a modelli perugineschi, passaggio fondamentale per la formazione del pittore e per ottenere commissioni, ma anche l’abilità di saper raccogliere l’influsso di Raffaello, mantenendo allo stesso tempo un linguaggio personale, semplice e ricco di finezze coloristiche e di grazia. Alcune sue opere sono oggi parte delle collezione dei musei più importanti del mondo, per citarne alcuni: Londra (National Gallery), Parigi (Musèe du Louvre), Roma (Pinacoteca dei Musei Vaticani).

Dai primi passi al successo

Agli inizi del 1500 l’ambiente perugino è sotto il controllo della bottega del Vannucci e, come altri collaboratori del Perugino – tra cui Pinturicchio – lo Spagna si dovrà trasferire in cerca di lavoro per poter creare un proprio entourage. Sarà in altri centri umbri che decollerà la sua carriera artistica.

Rilevante è la città di Todi, bella ed elegante cittadina che domina la valle del Tevere: nel 1507 venne stipulato a Todi il contratto tra il pittore e gli osservanti della chiesa di Montesanto per la creazione di una pala d’altare raffigurante l’Incoronazione della Vergine (Todi, Museo civico) (fig.1), completata nel 1511 quando il pittore vi andrà ad abitare e a costituire una società. Oltre alla pala di Montesanto, Giovanni lavorò nel duomo dove affrescò diverse cappelle (tra gli anni 1513 e 1515) decorando anche l’organo (1516). Rimangono due tavole con S. Pietro e S. Paolo e un lacerto di affresco raffigurante una Trinità (quarta navata sulla destra, Cattedrale di Santa Maria Annunziata, Todi).

Altro importante centro umbro per la carriera de Lo Spagna è la città di Trevi, borgo che da un’altura del monte Serano, domina splendidamente la valle spoletina, dimora di potenti famiglie locali. Qui l’artista è chiamato da Ermodoro Minerva, ambasciatore di Ludovico Sforza, per decorare la Cappella di San Girolamo nella chiesa di S. Martino. La lunetta con la Vergine in gloria con i Santi Girolamo, Giovanni Battista, Francesco e Antonio da Padova datata 1512 è un affresco con evidenti richiami perugineschi, paesaggio ideale e ameno, ma dai colori più decisi. Per la stessa chiesa realizzerà nel 1522 una imponente pala d’altare con Incoronazione della Vergine (ora alla pinacoteca del Complesso museale di San Francesco) ricca di toni puri, raffinati e cangianti, solida costruzione delle figure, materie e oggetti attentamente descritti con resa illusionistica, derivata dal prototipo di Filippo Lippi nel Duomo di Spoleto (1467-69) e da un’Incoronazione della Vergine del Ghirlandaio, che realizzò a San Girolamo a Narni nel 1486; entrambe furono da riferimento anche per Raffaello nel 1505 per la pala di Monteluce a Perugia. Sempre a Trevi il maestro spagnolo, oramai richiesto e apprezzato in tutta l’Umbria, decorerà la chiesa della Madonna delle Lacrime tra 1518 e 1520 con riferimenti allo stile del richiestissimo Raffaello, in particolare nella scena del Trasporto di Cristo, dove c’è un forte richiamo al capolavoro del maestro urbinate eseguito per la cappella Baglioni di Perugia nel 1507, oggi alla Galleria Borghese a Roma. Testimonianza dell’evoluzione dell’artista spagnolo quindi in continuo e rapido rinnovamento, stimolato da continuo studio e approfondimento, al passo con le richieste delle committenze più facoltose.

Nel 1516 gli venne concessa la cittadinanza spoletina, testimonianza del fatto che Giovanni risiedeva a Spoleto già da diversi anni. Il 31 agosto 1517 viene nominato capitano dell’Arte dei Pittori e degli Orefici, conferma del riconoscimento del ruolo di caposcuola. Dal 1516 in poi la sua attività è attestata a Spoleto e nei centri circostanti, sia su base documentaria, sia attraverso un nutrito gruppo di opere, nelle quali traspare la presenza di aiuti e l’attività di una bottega che ne aveva assimilato la maniera.
Tra le opere più
interessanti e significative, la Madonna Ridolfi, una Madonna con il Bambino tra i Santi Girolamo, Niccolò da Tolentino, Caterina e Brizio, commissionata da Pietro Ridolfi, governatore di Spoleto dal 1514 al 1516 (Spoleto, Palazzo comunale) e le Virtù dipinte per la Rocca, staccate nel 1824 e ricomposte in un monumento dedicato a Leone XII (Palazzo comunale). La disposizione e l’iconografia delle tre figure allegoriche, la Giustizia in alto, con la Carità e Clemenza ai lati, suggeriscono la destinazione verso un ambiente con funzioni giudiziarie.

Spoleto – San Giacomo

Nella Carità, concepita secondo una composizione rotante, e nella Clemenza, caratterizzata da uno scorcio che conferisce efficacia retorica a gesti e posture, si riflettono soluzioni elaborate da Raffaello negli anni romani, suggerendo così una cronologia abbastanza avanti nel tempo.
Lungo la via Flaminia, poco lontano da Spoleto, per la chiesa di
San Giacomo Apostolo, protettore dei pellegrini, nel 1526 Giovanni di Pietro è chiamato a decorare l’abside e due cappelle. Nel catino raffigura una Incoronazione della Vergine e sulla parete San Giacomo e il Miracolo dell’impiccato e il Miracolo dei galli. Straordinaria ricchezza di dorature, colori e ornamenti a grottesca, affollato di figure e scenicamente complesso: qui Lo Spagna raggiunge uno degli esiti più alti della sua attività, una rara testimonianza umbra della maniera moderna.

In questi anni, insieme alla bottega, Lo Spagna lavorò in Valnerina: nella chiesa di S. Michele Arcangelo a Gavelli, ove vi sono affreschi datati 1518 e 1523; a Visso nella chiesa di S. Agostino; a Scheggino, dove, infine nel 1526 sottoscrisse il contratto per la decorazione della tribuna della chiesa di S. Niccolò per la quale gli furono offerti 150 fiorini.

Eredità

Lo Spagna morì forse di peste, nell’ottobre del 1528: il decesso è attestato da una carta dell’Archivio capitolare di Spoleto che riferisce che nel giorno 9 di quel mese vennero ricevuti i ceri per la cerimonia funebre: «die 9 octobris, havemmo per la morte dello Spagna pictore quatro torcie» (Gualdi Sabatini, 1984, p. 395).

Dono Doni fu il seguace più noto, ma non il solo a raccoglierne il testimone, la sua fiorente bottega costituisce ancora oggi un aspetto caratterizzante del patrimonio artistico della zona spoletina e della Valle del Nera. Tra i collaboratori vanno ricordati Giovanni Brunotti e Isidoro di ser Moscato, Giacomo di Giovannofrio Iucciaroni (1483-1524 circa) attivo in Valnerina; Piermarino di Giacomo che nel 1533 terminò gli affreschi di Scheggino.

 

PER INFO:

TodiMuseo civico (chiuso lunedì, orari 10.00-13.00/ 15.00-17.30), Cattedrale di Santa Maria Annunziata (apertura orario continuato 9.00-18.00), uff. turistico tel. 075 8942526

TreviPinacoteca complesso museale di San Francesco (aperto da venerdì a domenica dalle 10.30-13.00/ 14.30-18.00), altri spazi apertura su richiesta. ProTrevi tel. 0742 781150

SpoletoPalazzo Comunale (orari da lun a ven 9.00-13.00, lun e gio 15.00-17.00), uff. turistico tel.  0743218620/1

 

 


Fausta Gualdi Sabatini, Giovanni di Pietro detto Lo Spagna, Spoleto, Accademia Spoletina, 1984.
Pietro Scarpellini, Perugino, Electa, MIlano 1984.
Perugino: il divin pittore, cat. della mostra a cura di Vittoria Garibaldi e Federico Francesco Mancini, (Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria 2004), Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2004.
Giovanna Sapori, Giovanni di Pietro: un pittore spagnolo tra Perugino e Raffaello, Milano, Electa, 2004