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In questo momento la lavanda è in fiore. Immense distese di filari viola riempiono l’aria di profumo.

Vi piacerebbe andare in Provenza, nel Luberon, oppure rimanendo in Italia, non siete mai stati sul Col di Nava, tra Liguria e Piemonte? Non potete o non avete tempo, allora il prossimo weekend (6/7 luglio) potreste spingervi fino ad Assisi in una località che si chiama Il Lavandeto di Assisi.  È una piccola zona in pianura vicino a Santa Maria degli Angeli. Il luogo non è molto grande, ma lo è abbastanza per appagare tutti cinque i sensi.

 

Vista

Lasciato l’asfalto avete circa un chilometro di strada sterrata per raggiungerete la Fiera della Lavanda. Vedrete solo il parcheggio, una strada bianca e alcuni gazebo bianchi. Un piccolo filare viola vi darà il benvenuto. Non demoralizzatevi, quello è solo un assaggio, voi seguite il cartello Fiera della Lavanda e abbiate fiducia. Dietro i gazebi della Fiera finalmente si scoprono i filari di lavanda magnificamente colorati. Perché la lavanda ha molti colori che vanno dal blu scuro al viola dal bianco al rosa. Non solo si presenta in così variegata, ma le lavande sono anche cespugli di diversa intensità di profumazione e di diversa altezza.
Potete anche coraggiosamente affrontare il labirinto di lavanda, ma attenzione, le siepi sono basse. Se avete più di tre anni non riuscirete a perdervi. Però è divertente ugualmente.

Olfatto

Il profumo è ovunque. Nei campi, nei banchetti dove si intrecciano fiori per farne dei bouquet, nell’angolo della vendita al pubblico. Sfiorate i fiori o le foglie e nella mano vi resterà un leggero aroma di lavanda.

Tatto

Anche il tatto ha i suoi diritti. Saponi, creme, oli da massaggio, vi aspettano. Una piccola curiosità: l’olio essenziale di lavanda è ottimo sulle ustioni da medusa e dopo la puntura da zanzara. Portatelo con voi se andate al mare, per togliere il bruciore causato dalle piccole e insidiose pesti del mare. L’olio detto essenziale non macchia, potete fare la prova sulla carta da cucina e vedrete che non lascia traccia né alone. Come l’acqua.

 

Il Lavandeto di Assisi

Gusto

L’olio essenziale di lavanda si presta a tutto, buono per marmellate e gelatine e sciroppi. Ne hanno fatto anche un gelato dal colore caratteristico e dal sapore delicato. Comunque, tranquilli, alla Fiera della Lavanda potete anche farvi fare un panino col salame al sapore di salame e basta.

Udito

Le lavande non fanno rumore, sono molto silenziose. I suoni provengono dalle voci dei visitatori e da quelle delle guide che illustrano le caratteristiche e le proprietà delle protagoniste.
Per fare le foto dovrete pazientare perché ci sono sempre visitatori in mezzo ai filari. Aspettate, magari all’ombra, davanti al laghetto delle ninfee, perché i filari viola con Assisi sul fondo, adagiata sulla collina e dominata dalla fortezza, non li trovate né nel Luberon e nemmeno sul Col di Nava.

Un po' di storia non guasta

La Lavandula Spica, questi sono nome e cognome botanici della pianta, assieme alle sue 7000 sorelle, è stata molto amata nell’antichità anche dai pellegrini che attraversavano l’Umbria per andare in Terra Santa. Si lavavano con l’acqua profumata, oppure, in mancanza di acqua, si sfregavano energicamente i fiori sul corpo per nascondere l’afrore che emanavano. La santità della loro missione non era sufficiente a tenerli puliti.

È in continuo divenire la collezione del Museo di Calvi dell’Umbria, autentica perla artistica e culturale incastonata nelle verdi colline che ammantano la propaggine più meridionale della regione.

Continua infatti ad arricchirsi la collezione Chiomenti-Vassalli che, come un uovo che si schiude dopo una lunga gestazione, dopo la pausa invernale ha presentato lo scorso 21 aprile i suoi due nuovi nati: la Veduta di Roma: Arco di Costantino (1764) di Gian Paolo Panini e nientemeno che la Vocazione degli Apostoli Pietro e Andrea di Pietro da Cortona (1630).

 

Parabola dei Ciechi di Pieter Brueghel il Giovane

La collezione Chiomenti-Vassalli

Entrambe donate dal professor Chiomenti, le due opere seguono quelle giunte nel 2009 e nel 2014, a testimonianza dell’imperitura volontà del professore di vivacizzare questo piccolo borgo alle pendici del Monte San Pancrazio. Già nota per i suoi presepi artigianali e i murales, Calvi dell’Umbria trae così lustro dalla presenza di capolavori che non tutti possono vantare: per fare qualche illustre esempio, la collezione Chiomenti-Vassalli annovera la Parabola dei Ciechi di Pieter Brueghel il Giovane, la Madonnina penitente di Guido Reni, il Ritratto del Cardinale Scipione Borghese di Lavinia Fontana e la Veduta di Roma con il Campo Vaccino del Campidoglio con a sinistra la Loggia dell’Ara Coeli di Gaspar Van Vittel.

Il complesso museale

Il Museo occupa quello che era il Monastero delle Orsoline, lì presenti fino al 1991, beneficiarie del lascito di quel Demofonte Ferrini che aveva voluto la costruzione del palazzo poi riconvertito. Questo notaio della Reveranda Camera apostolica di Roma, originario di Calvi, aveva infatti decretato che, all’estinzione della sua discendenza, il Palazzo Ferrini che aveva fatto costruire dal Magister Melle di Lugano sarebbe dovuto diventare di proprietà del Comune che, a sua volta, avrebbe dovuto fondarvi un monastero femminile. Cosa che, di fatto, avvenne nel 1715, tantoché nel 1717 vi si stabilirono le Benedettine di Narni sostituite, appena un anno dopo, dalle Orsoline di Roma. Seguirono interventi di ampliamento e di collegamento con due chiese, così da creare il complesso che conosciamo oggi e lungo il quale si sviluppa il percorso museale.
Percorso che prevede sia la visita al Presepe monumentale di Terracotta – XVI secolo, opera di Giacomo e Raffaele Montereale – sia quella alle cucine storiche settecentesche, al lavatoio con annessa cisterna, alla legnaia e alla spezieria, autentiche testimonianze della vita quotidiana nel monastero.

 

Scoprendo l’Umbria: Luce, foto by Marco Giugliarelli

Le mostre temporanee

Il museo è un vero e proprio contenitore culturale che, dal 2012, ospita anche numerose mostre temporanee. La prossima in programma è Scoprendo l’Umbria: Luce che, dal 1 giugno al 25 agosto, apporterà dieci foto di grande formato realizzate da Marco Giugliarelli, omaggio alla vitalità dell’Umbria. Il percorso tematico affronterà il concetto di illuminazione e di percezione della luce, guidando i visitatori, alla luce di torce elettriche, nella penombra delle sale museali al fine di scoprire il rapporto della luce con l’arte. Non mancheranno attività e laboratori per bambini: il percorso Disegni di Luce li guiderà alla scoperta della rappresentazione della luce stessa.

 


Per informazioni: Sistema Museo

«Il cinema è un’esplosione del mio amore per la realtà». (Pier Paolo Pasolini)

Il Love Film Festival di quest’anno racconta proprio la realtà, in molti aspetti: «È un’edizione ricca di contenuti che coniuga cinema, attualità e argomenti sociali». Con queste parole il direttore artistico Daniele Corvi illustra la quinta edizione del festival dedicato alla settima arte, che si svolge a Perugia da oggi fino a lunedì 6 maggio. Sette film in concorso e cinque cortometraggi, eventi culturali e tanti ospiti: è quello che troveranno gli amanti del cinema e non solo… in città!

 

Il Grifone d’Oro

 

L’idea di realizzare questo festival è nata nel 2014 dall’associazione culturale Perugia Love Film, con l’intento di raccontare l’amore per le arti attraverso l’opera cinematografica. Un amore in tutte le sue sfaccettature, ma soprattutto attraverso il cinema. «Il nostro obiettivo è quello di creare un momento di condivisione culturale e di riportare il cinema nel centro Italia, mostrando anche la bellezza della nostra terra. L’Umbria a livello cinematografico è molto indietro, anche rispetto a piccole realtà come noi, penso alla Basilicata e al Trentino Alto Adige. Non c’è l’Umbria Film Commission, che servirebbe tantissimo. Noi come festival abbiamo dato lo scorso anno un contributo notevole, perché le produzioni della serie tivù Il Nome della Rosa e del film di Paul Verhoeven sono state legate al nostro evento. Quest’anno non ci fermeremo e avremo una grande produzione americana che verrà per dei sopralluoghi in vista della realizzazione del prossimo film sulla vita di San Francesco. Occorre però cambiare subito tendenza, perché come regione stiamo perdendo delle grandi opportunità, cinematograficamente parlando: abbiamo paesaggi, storia e bellezze artistiche che dovrebbero essere maggiormente sfruttate» spiega Daniele Corvi.

Tanti tipi di amore

Nelle cinque giornate del festival si alterneranno diversi tipi di amore: quello per l’innovazione e l’ambiente, per il fairplay e lo sport, per le donne, per la cultura e lo spettacolo, per i giovani e l’avventura. Ogni giornata avrà workshop a tema, film e illustri personaggio del mondo del cinema: sono attesi l’attore Franco Nero, i registi Giovanni Veronesi e Giacomo Battiato, il fotografo Fabio Lovino e la madrina dell’evento la giornalista Giorgia Cardinaletti.

 

Il direttore artistico Daniele Corvi, foto by Photo Veg Video

La giornalista Giorgia Cardinaletti, foto by Photo Veg Video

Il nome Love Film Festival non fa riferimento a film di sfondo unicamente romantico, ma al tema Amore nelle sue innumerevoli sfaccettature: amore per l’arte, per la musica, per la danza, per lo sport, per una città e per tutto quello che è riconducibile a esso. Quest’anno la scelta dei temi affrontati ricalca la stretta attualità, con un tema su tutti, quello del femminicidio. «La scelta di questi argomenti è avvenuta quasi per caso: tutto è iniziato durante in Festival di Taormina dove abbiamo incontrato un’associazione che si occupa proprio di femminicidio. Da qui siamo partiti per introdurre all’interno del festival questo importane argomento. Poi è stato aggiunto il fairplay e dell’innovazione: tutti temi attualissimi per rendere ancora di più il cinema un momento di incontro e confronto» aggiunge il direttore artistico.

 

Franco Nero

Un appuntamento da non perdere è l’incontro – domenica – con Franco Nero, che riceverà il Grifone alla Carriera: «Franco Nero è stato scelto sia perché è un grandissimo attore, sia per la storia d’amore che ci verrà a raccontare e che vive da anni con Vanessa Redgrave. Inoltre, è uno dei pochi attori che ancora lavora a livello internazionale: questi i motivi per conferirgli questo riconoscimento» conclude Corvi.
Tutti gli incontri si svolgeranno presso la Sala conferenze della Galleria Nazionale dell’Umbria.

 


Love Film Festival, il programma completo.

AboutUmbria Collection si veste di giallo e sembra dedicarlo ai colori di San Michele Arcangelo patrono di Bastia Umbra, il cui auditorium è pronto a ospitare quella che è ormai la quarta uscita di questo magazine dedicato all’Umbria delle eccellenze.

Protagonista dell’incontro sarà AboutUmbria Collection Yellow, un numero da collezione che si aggiunge agli altri tre, dedicati rispettivamente al blu, al rosso e al nero che già hanno tentato di sfatare la visione diffusa di Umbria come cuore verde d’Italia.

È infatti impossibile non prendere in considerazione la luce dorata che si sprigiona dai magnifici mosaici duomo di Orvieto, o quella che ammicca dalle corone calcate sugli occhi degli arcigni grifi medievali. Come non è possibile ignorare le calde sfumature delle pere locali, dei campi di grano o della vellutata torta pasquale, che in questi giorni molti si apprestano a preparare seguendo antichi rituali. Ma forse non è immediato associare l’Umbria al giallo rassicurante della pasta, che ricorda un passato industriale nemmeno troppo remoto capace di sopravvivere tuttora, seppure in forme concettualmente diverse; o, ancora, agli ori con cui i Maestri del Quattrocento illuminavano le proprie opere, agli smalti derutesi o al fatuo canneto lacustre che canta nel vento.

Organizzato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Bastia Umbra, l’evento vedrà alternarsi le voci di Sonia Bagnetti, presidente dell’Associazione AboutUmbria, di Isabella Dalla Ragione, presidente della Fondazione Archeologia Arborea, della storica dell’arte Antonella Pesola e di Manuel Vaquero Piñeiro, professore associato del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Perugia.

Non mancheranno gli interventi dei rappresentanti di alcune aziende d’eccellenza del territorio regionale. Concluderà l’incontro un momento conviviale gentilmente offerto dalle aziende Voglia di Pasta e Terre Margaritelli.

Appuntamento domenica 14 aprile 2019 all’Auditorium Sant’Angelo di Bastia Umbra, ore 18.00

«Homo bulla est» (Erasmo da Rotterdam)

Il motto di Erasmo da Rotterdam, ispirato a una sentenza di Varrone, dà origine all’iconografia dell’Homo bulla, diffusa nella prima metà del XVI secolo. I protagonisti sono putti intenti a soffiare bolle di sapone, ignari che di lì a poco le bolle svaniranno per sempre. Le rappresentazioni dell’Homo bulla rientrano a pieno titolo nel novero della Vanitas che, attraverso elementi quali fiori recisi, cristalli e bolle di sapone, rimandano all’ineluttabilità della morte e alla caducità delle cose terrene. Ricchissima in tal senso è l’Allegoria di Jan Brueghel il Giovane, nella quale sono raffigurati molti oggetti che ricordano le effimere gioie dei sensi.

 

Gunter Zint, Il ragazzo che vive nei pressi del muro, 1963.

L'arte delle bolle di sapone

La Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia, fino al 9 giugno 2019, affronta per la prima volta questa tematica, tradizionalmente correlata al genere artistico della natura morta e della vanitas. L’esposizione, dal titolo Bolle di sapone. Forme dell’utopia tra vanitas, arte e scienza, è curata da Michele Emmer, professore di matematica all’Università Sapienza di Roma e da Marco Pierini, direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria. L’ispirazione per la mostra giunge proprio da un testo di Michele Emmer, in cui vengono esplorate le interrelazioni con la matematica, la pittura, la fisica e l’architettura.
«È un progetto che Emmer e io avevamo in mente da tempo», racconta il direttore Marco Pierini. «È stato un grande sogno. Un sogno dalle molte facce», aggiunge Emmer. «È difficile trovare un gioco rimasto invariato per centinaia di anni, al pari delle bolle di sapone».
La mostra, infatti, si presenta come un’iniziativa interdisciplinare che, parallelamente al percorso storico artistico, racconta anche la nascita dell’interesse scientifico, fisico e matematico dei modelli perfetti delle bolle di sapone a partire da un libro di Isaac Newton proveniente dalla biblioteca Oliveriana di Pesaro, nel quale il fisico inglese descrive in dettaglio i fenomeni che si osservano sulle superfici delle lamine saponate, per arrivare alle attuali sperimentazioni attraverso l’ausilio della computer grafica. La rassegna, infatti, evidenzia l’importanza che le bolle hanno rivestito in tutta la scienza contemporanea, e come queste ultime scoperte, a loro volta, continuino a ispirare artisti e architetti contemporanei nelle loro creazioni.

Gino Boccasile, manifesto Achille Banfi, 1937

Il percorso espositivo

Il percorso si compone di circa sessanta opere, concesse in prestito dalle più importanti istituzioni nazionali e internazionali: la Galleria degli Uffizi di Firenze, le Gallerie dell’Accademia di Venezia, la National Gallery di Londra, la National Gallery di Washington e il Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo.

 

Jean Baptiste Siméon Chardin, La Lavandaia, 1730-1740, Museo dell’Ermitage, San Pietroburgo

 

I capolavori coprono un lungo arco di tempo che va dal Cinquecento –  con Hendrick Goltzius – passando per il Seicento, nel quale il puttino si trasforma sempre più in un bambino contemporaneo. Si dovrà aspettare il XVIII secolo per incontrare vere e proprie scene di genere, nelle quali l’aspetto allegorico tende quasi a scomparire, come nel giovinetto ritratto da Fra Galgario.  Non si dirada la presenza della bolla nella pittura dell’Ottocento, importante nel Romanticismo storico con Pelagio Palagi, poi sempre più al centro di scene di vita quotidiana o di ritratti; celebre è infatti Bubbles di John Everett Millais, quando le bolle divennero l’immagine dei saponi Pears.
Nel Novecento questo tema è declinato in maniera originale, aprendo una prospettiva inedita: nel 1964 Günter Zint decide di documentare nella Berlino Ovest la vita di un bambino che, fra i giochi dell’infanzia, diventa un testimone ignaro dei drammi della storia. Neppure i primi decenni del secolo attuale sono riusciti a sottrarsi alle bolle di sapone, che diventano un vero modello per architetture leggere, come il Watercube di Pechino.
Simbolo della fragilità e della caducità delle ambizioni umane, le bolle di sapone hanno affascinato non solo le generazioni di artisti che rimanevano meravigliati per quei giochi di colore che si muovono sulle superfici, per la loro lucentezza e per la loro leggerezza, ma continuano ad affascinare anche i visitatori che percorrono le sale blu della Galleria Nazionale dell’Umbria.

 

Charles Amedée Philippe Van Loo, Soap Bubbles, 1764, National Gallery Washington

Fra pochi giorni è Natale, la festa di tutti, ma che ognuno lo festeggia a modo suo. Nei paesi di lingua tedesca si fa l’albero e si accendono le quattro candele dell’Avvento. Ancora più a nord, dove la notte è molto lunga, dietro ogni finestra sono posizionate delle luci che, riflettendosi sulla neve, rendono la notte meno buia. Londra Parigi e New York sfoggiano luminarie sempre più belle. A Piazza San Pietro, a Roma, si rispettano tutte le tradizioni, cioè presepe e albero.

Qui sull’altopiano, invece, domina il presepe, che si fa in vari modi. A Massa Martana, limite sud dell’altopiano, si allestiscono presepi fatti con ogni tipo di materiale, ghiaccio compreso. Provengono da tutte le regioni d’Italia e non solo, sono tradizionali e modernissimi, classici e astratti. Il castello è la cornice suggestiva dentro cui si aprono i locali dei presepi. Ogni vicolo e ogni slargo ha qualcosa di natalizio da mostrare.

Il presepe vivente di Marcellano

In un altro castello si fa il presepe vivente. Si deve andare a nord dove si incontra l’ultimo castello dell’altopiano che è Marcellano, ultimo possedimento orientale di Todi che ancora conserva l’aquila tuderte. Se ci andate, cercatela! Il borgo risale ai primi del 1200, è piccino, graziosissimo e tutto costruito all’interno del castello. Sono ormai trent’ anni che Marcellano mette in scena il presepe vivente, un evento che richiama un pubblico sempre più numeroso.
L’azione coinvolge tutti gli abitanti di Marcellano che, all’interno del castello, ricostruiscono la vita al tempo di Gesù a lume di candela, con una piccola aggiunta di dolcetti deliziosi.
Poi, quando si fa notte, le attività commerciali si fermano e sul sagrato della chiesa inizia la sacra rappresentazione. Tutto ciò che dice il Vangelo viene messo in scena, partendo dall’Annunciazione. I turisti sono pigiati davanti alla chiesa, quando si comincia a sentire una musica dolce: sulle note della Barcarola di Offenbach l’azione si sposta nella valletta. Laggiù si è illuminata la grotta con i personaggi principali: Maria, Giuseppe e il Bambinello.
I turisti sono ancora fermi in paese quando appare la stella cometa che, gracchiando, scende lungo un filo fino alla grotta e guida la strada ai Magi. I re magi, elegantissimi e a cavallo, vanno a rendere omaggio a Gesù Bambino e a portare i loro doni preziosi. Solo adesso i turisti possono muoversi e scendere. Lì nella grotta, al freddo e al gelo, c’è l’ultimo nato dell’anno, accuratamente coperto contro il freddo e sempre molto elegante per celebrare un onore che può capitare una sola volta nella vita.

 

Il presepe di Marcellano

La magia delle laudi del 1200

Natale però è caratterizzato anche dai canti. Quelli americani dominano, ma l’Italia ha canti antichi e belli che non hanno venduto milioni di dischi, ma che hanno attraversato i secoli. Questi canti sono le laudi, nate in Umbria attorno al 1200 e ancora cantate e ascoltate, soprattutto in Umbria.
Se 5.000 persone per un concerto vi sembrano poche, starete sicuramente pensando ai concerti di Vasco Rossi. Ma se pensate che 5.000 persone si sono radunate per ascoltare il Coro Polifonico M° Tommaso Frescura, diretto dal prof. Emore Paoli, vi renderete conto che è un’enormità.
Si sono riuniti per ascoltare le laudi del 1200 e i canti popolari umbri, una musica così di nicchia che di solito si rivolge a un pubblico specializzato. Quindi, per traslato, gli Umbri sono musicalmente molto colti. Di certo molti di essi, anche se non tutti e 5.000.
Accade che il prof. Paoli, umbro DOC, abbia coinvolto in un’avventura raffinata gli abitanti del suo paese, proprio quel Marcellano dove si mette in scena il presepe vivente. Egli ha dato nuovamente vita alla musica umbra, quella del territorio, ancor prima di Umbria Jazz.
La laude italiana è sia religiosa sia popolare e si è tramandata nei secoli quasi inalterata. Da qui l’interesse di tante persone che ricordano canti sentiti in gioventù, mente i giovani ascoltano curiosi i suoni e le parole di un passato che è dietro le loro spalle. Quel passato così lontano invece è vicino, anzi vicinissimo. Infatti, c’è una laude che prende origine dai Fioretti di San Francesco, che sicuramente l’ha cantata e danzata quando andava in giro per il mondo. La laude in questione l’abbiamo cantata anche noi, in gita, ma anche in chiesa; è stata suonata con l’armonica, con le chitarre e cantata con cori non particolarmente intonati.
Il primo è stato Claudio Baglioni nel film che Zeffirelli ha girato sulla storia di San Francesco: Fratello sole e sorella luna erano sia il titolo del film che della canzone. L’ha scritta Riz Ortolani appositamente per il film. Ma Riz Ortolani era un uomo colto che conosceva le laudi del 1200 e ha rielaborato proprio quella di San Francesco.
Se Fratello sole e sorella luna è famosissima, le laudi natalizie riservano a loro volta delle sorprese. Sentendole si ritrova l’Italia dei pastori, dei presepi e degli zampognari con le cioce. Un piccolo piacere che il prof. Paoli regala ogni anno durante le feste di Natale e Capodanno tenendo un concerto sull’altopiano.

A Spoleto da più di ventiquattro anni si celebrano i funghi e le erbe spontanee con conferenze e mostre importanti.

Da sempre la Pro Loco di Spoleto A. Busetti, come organizzatrice dell’evento, dedica spazio e attenzione all’artigianato locale. Ma con l’edizione di quest’anno si è andati oltre, promuovendo e valorizzando risorse naturali come prodotti locali da far conoscere e gustare.
Le novità della ventiquattresima edizione sono state presentate durante la conferenza stampa organizzata il 4 novembre all’ex Monte di Pietà. Grazie alla partecipazione dell’assessore alla cultura del comune di Spoleto, Ada Urbani, si è rinnovato l’interesse dell’amministrazione locale a sostenere eventi di grande qualità che, in un periodo di bassa stagione, riescono a fare la differenza e ad attrarre turisti a Spoleto. Immancabile il saluto di Maria Teresa Silvestri, presidente della Pro Loco, che ha ringraziato tutti i soci dell’associazione, ma anche gli altri enti del territorio, in particolare gli esercizi commerciali del centro e i ristoranti, che hanno contribuito a rendere la manifestazione ancora più bella. E infine c’è stato l’intervento di Laura Ridolfi, project manager dell’Associazione Sviluppo Rurale, che ha presentato il progetto MEDFEST L’eredità e l’esperienza gastronomica del Mediterraneo: come creare destinazioni turistiche sostenibili, co-finanziato dall’Unione Europea, grazie al quale si sono create importanti sinergie per la crescita di un turismo destagionalizzato a Spoleto, attraverso il ruolo fondamentale che può essere svolto delle risorse gastronomiche locali.
La mostra convegno, che è anche mostra mercato, è un evento da trascrivere nell’agenda del 2019 ormai alle porte. Da non perdere questo appuntamento culturale e gastronomico, che offre anche l’occasione giusta per scoprire una città accogliente, viva e ricca di attrazioni turistiche imperdibili.

 

«Chi ha provato a descrivere Bastia e i bastioli non è quasi mai riuscito a sfuggire ai luoghi comuni delle tipizzazioni e degli stereotipi […] Perché poi cercare un’identità collettiva, improbabili radici e coltivare un senso d’appartenenza per chi in buona sostanza non sembra soffrire poi molto della mancanza? Forse che la loro identità collettiva non è più legata a quello che fanno, piuttosto che a quello che hanno fatto?» [Bottacchiari 1987, 69-70].

La sfilata, foto by Palio de San Michele

 

In questo saggio di qualche anno fa c’è forse il senso, oltre che della città di Bastia, della sua festa Il palio de San Michele, l’evento annuale che ricrea ogni volta e cementifica un’intera comunità, un senso di appartenenza a qualcosa che si ricostituisce e rigenera partendo dal fare, dal costruire insieme per raggiungere un obiettivo comune e condiviso.
Lo aveva ben capito don Luigi Toppetti quando nel 1962, in occasione dell’inaugurazione della nuova chiesa dedicata a San Michele Arcangelo, Patrono della città, decise di istituire una festa che fosse in grado di aggregare una collettività variegata, in forte crescita economica e, di conseguenza, demografica. Il Priore, così i bastioli chiamavano il loro parroco, intuì che quella cittadina in continua espansione, che stava accogliendo un numero consistente di persone provenienti dai paesi limitrofi, aveva bisogno di un collante, di un pretesto intorno cui ritrovarsi e scoprirsi comunità.
Nacque coì il Palio de San Michele, una realtà straordinaria nel senso letterale del termine: quanto di più lontano dall’ordinario possa essere una festa di paese.
Nel saggio di Fiorella Giacalone Il Palio di San Michele di Bastia (Umbria), Un nuovo modello festivo, viene specificato cosa il Palio non è: «Non è la festa religiosa nei termini del cattolicesimo popolare, non è una festa in costumi medioevali, non è una festa turistica, né arcaizzante […], non è interessata alle dinamiche della patrimonializzazione».

Ma quindi, che cos’è questo Palio?

È un insieme di agonismo e teatro, enogastronomia e musica, dove la piazza è la protagonista e la facciata della chiesa la scenografia naturale difronte a cui tutto transita e tutto si dipana. Tutti sono attori, ballerini, camerieri e protagonisti di un evento che compatta persone di diversa cultura, estrazione, provenienza. Anche i ragazzi stranieri, i bastioli acquisiti, in quei giorni gareggiano con orgoglio per il rione che sentono proprio come se lì fossero davvero nati, come se quella fosse – e in realtà di fatto lo è – casa loro.

La festa

Si tratta di una sfida fra i quattro rioni:

 

  • Portella: deve il suo nome alla piccola porta Nord di Bastia (la più piccola delle quattro, ampliata nei primi anni Venti). I suoi simboli sono la porta, il ponte sul fiume Tescio e la ferrovia. Il colore del rione è il blu.
  • Moncioveta: prese il suo nome dall’omonima sorgente naturale posta nei pressi della porta Bettonese, la porta Sud di Bastia. Il rione Moncioveta è caratterizzato dal colore rosso e ha come stemma una fortificazione medievale e un rivo d’acqua che simboleggia la sorgente.
  • San Rocco: il rione dal colore verde come il corpetto del Santo che al suo passaggio fece cessare l’epidemia di peste. In suo onore nel ‘600 venne eretta la piccola chiesa a lui intitolata, fuori porta Romana, la porta Est di Bastia, demolita nel 1924. La facciata stilizzata della chiesa è il simbolo del rione.
  • Sant’Angelo: il suo colore è il giallo, il colore che simboleggia l’Arcangelo Michele. Prese il suo nome dalla piccola chiesa di Sant’Angelo (oggi Auditorium), situata in piazza Umberto I dove si affaccia la porta Ovest di Bastia. I suoi simboli sono la porta e il fiume Chiascio.

 

L’iniziale natura religiosa del Palio, viene perpetrata sia nella solenne benedizione che apre ogni edizione della festa, momento particolarmente intenso dove il parroco benedice i mantelli e gli stendardi affidando le sorti della contesa al Santo Patrono, sia nella processione conclusiva che si svolge il 29 settembre, giorno che chiude la manifestazione, dove la statua di San Michele Arcangelo viene accompagnata per le vie della città dal rione vincitore del Palio.

 

Sfilata Rione Sant’Angelo, foto Palio de San Michele

Le sfilate

Vere e proprie rappresentazioni teatrali, le sfilate si svolgono nella piazza della città. Il teatro è la piazza, il sagrato della chiesa il suggestivo sfondo, ogni volta addobbato in modo diverso, con luci colorate, chiaroscuri, proiezioni scenografiche che lo rendono parte integrante dello spettacolo. I carri che sfilano sono le macchine sceniche di rappresentazioni ogni volta diverse, dove attori e ballerini sono per lo più non professionisti, un vero e proprio teatro popolare di piazza. A valutare le sfilate sono chiamate personalità competenti e di prestigio, di caratura nazionale.

I Giochi in Piazza

Possono partecipare esclusivamente i residenti del rione, che abbiano compiuto i sedici anni di età.
Le quattro gare in cui i rioni si cimentano sono: Corsa con i sacchi, Tiro alla fune, Albero della Cuccagna e un gioco di moderna invenzione.

La Lizza

Corsa a staffetta disputata nel circuito della piazza principale, è la gara conclusiva – e spesso decisiva – della competizione. «L’atmosfera, carica di ansia e di elettricità, si comprime in un silenzio irreale al momento della partenza, per poi esplodere in un enorme boato sino al traguardo».

 

La Lizza e l’assegnazione del Palio

Le taverne

Ogni rione allestisce una taverna dove è possibile gustare piatti tipici della cucina umbra, preparati naturalmente dai rionali. La taverna diventa anche luogo di incontro dove si susseguono intrattenitori di vario genere.

 

Al di là della gara, che pure è un elemento fondamentale della festa, per dirla con l’assessore alla cultura del comune di Bastia, Paola Lungarotti, nel Palio: «Il tutto è più della somma delle singole parti», da oltre mezzo secolo a settembre le diverse anime della città diventano una cosa sola, diventano, dicevamo, comunità.

 

Programma 2018


 

Fonti: Fiorella Giacalone Il Palio di San Michele di Bastia (Umbria), Un nuovo modello festivo.

http://www.paliodesanmichele.it

Il Rionale, settembre 2018

Si è chiusa domenica la terza edizione di Perugia 1416 che ha visto vincitore il magnifico rione di Porta Sole.

 

by Cristina Martino

 

È stata un’esperienza molto positiva caratterizzata da una notevole partecipazione di pubblico, oltre che da un vivo coinvolgimento della cittadinanza che ha animato in maniera impeccabile le varie fasi della manifestazione.

Quest’anno si è registrato sicuramente un grande salto in avanti, «basta guardare ai cortei, tutti molto belli e significativi» come dichiara l’assessore Teresa Severini, presidente dell’Associazione Perugia 1416.

L’assessore plaude al ruolo ricoperto con dedizione dai «tanti volontari, compresi quelli della protezione civile che hanno garantito la sicurezza ormai d’obbligo in ogni manifestazione».

 

Una cinquantina di appuntamenti in programma, cinque mostre, sei eventi per i piccoli, undici ristoranti con menu medievali e personale in costume. Uno sforzo notevole, che ha dato i suoi frutti se pensiamo al considerevole incremento di persone che hanno popolato le strade della città, ma anche all’aumento dei visitatori virtuali, quelli che hanno seguito lo svolgersi dell’evento attraverso il sito web e i social network.

 

by Cristina Martino

 

«Il vero segno tangibile dell’importanza del progetto» prosegue Teresa Severini «è stata la risposta alle taverne, alcune di queste, tipo quella di Porta Sant’Angelo, sono la sintesi del progetto di recupero di luoghi storici, di collaborazione virale nel lavoro di tanti volontari, anche per riportare i locali abbandonati a nuova vita, e di sinergia con i ristoranti della zona. Ma tutti a diverso titolo hanno trovato la forza di vivere insieme ogni momento. Passione, nervosismi, tensioni, entusiasmo, i sentimenti che si succedono in giorni così concitati e che fanno sì che già da domani riprenda il lavoro verso la quarta edizione».

 

Perugia 1416 è una manifestazione in crescita che mira a essere una festa per tutti, in grado di aggregare cittadini e realtà associative dentro e fuori le mura. I rioni diventano un punto di riferimento e di ritrovo anche per i giovani, luoghi che assumono con il passare del tempo un crescente valore non solo culturale, ma anche sociale.

 

by Tommaso Piscitelli

 

Insomma, al di là delle diverse opinioni in merito all’evento, una festa in grado di accogliere e aggregare facendo di lavoro, collaborazione e coesione veri punti cardine, va sicuramente guardata con positività e speranza per il futuro

 

Vallo di Nera appartiene al Club de
I Borghi Più Belli d’Italia

 


«Lasciatevi incantare da uno dei borghi più belli d’Italia, Vallo di Nera, e concedetevi, tra torri medioevali ed echi di antichi cantori, l’assaggio di pregiati formaggi».

Fior di Cacio

 

La Valnerina più ricca, quella più antica e autentica, dove è fiorita la millenaria sapienza umbra e nel cui ventre sbocciano aromi apprezzati a ogni latitudine; ma anche la Valnerina più impervia e selvaggia laddove osano le aquile e si nasconde il lupo. Sapori arcaici e autentica ruralità che storicamente caratterizzano questo idillio bucolico e che tenteremo di raccontarvi in un itinerario il quale, nonostante l’ambizioso titolo, racchiude frammenti di una quotidianità sepolta tra la polvere della memoria. E allora lasciatevi incantare da uno dei Borghi più Belli d’Italia, Vallo di Nera, e concedetevi, tra torri medioevali ed echi di antichi cantori, l’assaggio di pregiati formaggi. Perché questo è quello che agli Umbri piace, perché questa è la nostra cultura.

Un prodotto antico

Nel ricomporre le tarsie di quell’antico mosaico sepolto lungo l’argine del tempo, che è la storia del formaggio, la bussola che orienta la ricerca dei food lovers punta con straordinaria fermezza il Medio Oriente e la leggenda di quel pastore arabo che, attraversando il deserto, conservò del latte di capra in un otre ignorando il processo di stagionatura che avrebbe invece notato giunto al termine della traversata. Dischiusa dalla mitologia araba e sfiorata dal respiro mediterraneo del greco antico, l’etimologia della parola formaggio si intreccia inesorabilmente tra i vimini dell’antico paniere in cui veniva depositato il latte cagliato, formos per l’appunto, divenuto successivamente fromage per le popolazioni galliche e forma per gli antichi abitanti dell’Urbe. Un atlante, quello del formaggio, in cui punti cardinali e coordinate geografiche lasciano spazio a una geografia di scenari alpestri e pastori che a Vallo di Nera, il borgo-castello della Valnerina, resiste eroicamente tra frammenti di memoria pastorale e tradizioni millenarie.

Vallo di Nera e Fior di Cacio

Imbrigliata dallo sguardo marmoreo dell’imponente cassero medioevale Vallo di Nera, avamposto della civiltà contadina e Presidio Slow Food, appare sospesa nel vuoto cosmico di una clessidra i cui granelli di sabbia diventano gocce di memoria di greggi e pastori, custodi di un’antica tradizione casearia che, in questo coriandolo di Umbria, viene omaggiata da un’annuale mostra mercato, Fior di Cacio. La civiltà pastorale, i cui echi appaiano scolpiti in bassorilievi di sentieri e tratturi, a Vallo di Nera diventa depositaria di una ricca tradizione orale, fiorita lungo le rotte della transumanza per opera di aedi pastori che rispondevano agli echi della natura improvvisando canti e narrazioni. Oggi quel passato è documentato dalla Casa dei Racconti, teatro in cui a esibirsi è una memoria popolare fatta di voci in metrica attraverso la quale recuperare l’identità culturale di una quotidianità remota eretta tra macerie del tempo.

 

Per gustarlo al meglio

Vademecum per abbinare in tavola i formaggi della Valnerina non esistono. Tuttavia è possibile accompagnare l’abbinamento secondo prelibati suggerimenti, nonostante i grandi formaggi vadano degustati abbinati a prodotti semplici che ne esaltino pastosità e fragranza, come buon pane e confetture di cui la Valnerina vanta un ricco catalogo. Declinato in tutte le sue vesti il formaggio della Valnerina esalta palati e papille dei commensali se abbinato per contrasto o per similitudine ai vini tipici della Verde Umbria, in un trionfo enogastronomico di aromi e sapori arcaici. Per gli amanti dell’autenticità la birra, che attraverso il brio del luppolo annulla la corposità del formaggio, e le pregiate confetture che il fiume Nera matura all’ombra di pioppi dalle fronde sottili rappresentano eccellenti partner per questo viaggio nella Terra dei Pastori, enciclopedia del gusto e della tradizione.

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