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«La musica dovrebbe andare contro il sistema, oggi invece vale più il personaggio che le canzoni che canta. La musica non ha più valore».

Lo abbiamo incontrato a Castiglione del Lago – a Palazzo Pantini Nicchiarelli – in un caldo pomeriggio d’estate. Bernardo Lanzetti, la migliore voce rock degli anni Settanta, dal 2014 vive in Umbria sulle rive del lago Trasimeno: «Mia moglie ha deciso di vivere qui» ci confessa. Seduti su un divano facciamo una bella chiacchierata, ripercorrendo la sua carriera di cantante progressive rock – negli Acqua Fragile, nella Premiata Forneria Marconi e da solista – e bacchettando il mondo della musica di oggi. Tra una domanda e l’altra c’è spazio anche per degli intermezzi musicali: è un piacere ascoltare la sua voce ancora potente e gli acuti che nella stanza risuonano alla perfezione. «Ho ancora la miglior voce in circolazione. Non lo dico io, ma i tecnici delle sale di registrazione» commenta orgoglioso.

Come ami ha deciso di vivere in Umbria?

Non l’ho scelto io, ma mia moglie. Frequentavamo Castiglione del Lago già nel 2010, era la nostra base quando partecipavamo a eventi di progressive rock nel Centro Italia. Poi siamo tornati diverse volte e nell’aprile del 2014 abbiamo deciso di trasferirci.

Ci racconti brevemente – soprattutto per i più giovani – la sua carriera.

Cercherò di essere breve, ma sarà difficile! Ho iniziato a cantare da bambino nel coro della chiesa, spesso mi capitava di cantare da solo, inventandomi le parole. Poi sono andato in America con una borsa di studio e lì ho respirato musica ovunque; nella famiglia che mi ospitava c’era un ragazzo che faceva – e fa tuttora – il musicista, quindi per me è stato abbastanza facile avvicinarmi a questo mondo. Tornato in Italia ho proseguito su questa strada e a 17 anni mi è cambiata la voce in meglio: la mia prima band è stata gli Acqua Fragile – da alcuni anni ci siamo riuniti – poi sono passato alla Premiata Forneria Marconi, con i quali ho debuttato a Tokyo e in tante città del mondo. Lasciata la PFM ho intrapreso una carriera da solista, durante la quale ho inciso quattro album; poi mi sono dedicato al teatro, all’elettronica e a diverse sperimentazioni musicali. Ho scritto pezzi per Loredana Bertè e Ornella Vanoni.

Meglio fare il cantante in un gruppo o è meglio fare il solista?

Io sono nato con l’idea e la voglia di cantare in un gruppo. I gruppi oggi funzionano poco perché sono troppo costosi: portare in giro 5 persone è decisamente dispendioso, è più conveniente una persona sola con musica registrata. Non a caso i gruppi ancora attivi sono nati 30, 40, 50 anni fa.

 

Bernardo Lanzetti

Quali sono stati i cantanti o i gruppi che hanno influenzato la sua carriera?

Ce ne sono tantissimi. Ray Charles è uno di loro, è stato forse il mio primo maestro. Ho sempre amato i cantanti dei gruppi: dai Beatles ai The Rolling Stones, fino agli Eagles e gli U2. Nei gruppi il cantante non è impegnato solo nel cantare una canzone, ma nel cantare una parte della composizione. Devo dire che ho avuto solo modelli stranieri, non ho nessuna ispirazione italiana. Quando ero bambino ascoltavo Tony Dallara (ride!), ma non ha certo ispirato il mio percorso artistico.

Dal 1975 al 1979 è stata la voce della PFM: ci racconti un aneddoto legato a quel periodo.

Ce ne sono tantissimi. Forse il più divertente è quello del mio arruolamento. Quando mi hanno chiesto di andare a cantare con loro ho preso del tempo per pensarci e loro si sono offesi, mi hanno tolto il saluto e hanno contattato Ivan Graziani, che però ancora non era il cantautore che oggi tutti conosciamo. Mi hanno richiamano dopo sei mesi e sono entrato a far parte del gruppo a tre giorni dall’incisione del disco: le mie tonalità erano altissime – lo sono ancora oggi – così ho fatto il provino cantando con un cuscino davanti alla bocca per paura di infastidire i vicini di casa.

A tal proposito è stata definita la «migliore voce rock degli anni Settanta»: questa definizione la rispecchia?

Io penso di esserlo tuttora! (scherza) Non lo dico io, ma i tecnici in sala di registrazione. Io dopo una, due, tre prove sono pronto per cantare, non mi occorre tanto tempo per prepararmi. Sono cosciente del mio valore e conosco a memoria tutti i pezzi del mio repertorio.

Ho letto che i Genesis, dopo aver perduto Peter Gabriel, avevano preso in considerazione l’ipotesi di invitarla a far parte della band: è vero? L’hanno mai contattata?

L’ho saputo anni dopo. All’epoca non mi fu detto nulla. Steve Hackett, chitarrista dei Genesis e mio amico, in anni recenti ha dichiarato in un’intervista che mi avevano preso in considerazione per entrare nella band. Ecco, è così che l’ho scoperto.

Avrebbe accettato?

Sarei stato sicuramente onorato.

Oggi che musica ascolta?

Ascolto musica solo per lavoro, non la uso mai come sottofondo. Fare musica è un mestiere impegnativo, che non ammette interruzioni, è un processo che assorbe molto.

Pensa di avere degli eredi artistici?

Vorrei, ma non ne vedo. Oggi c’è solo la celebrazione della celebrità. Quando cantavamo noi lo facevamo sempre nel rispetto dei maestri del passato; negli ultimi anni i cantanti pensano invece di essere innovativi, i più bravi da subito e non si rendono conto che se fanno cose belle è perché le copiano dal passato. Inoltre, nei testi di oggi manca spessore, nessuno racconta la propria vita o la propria realtà; non c’è poesia, viene tutto subito dichiarato. A questo punto basta fare un manifesto e comunicare quello che si vuol dire, non occorre più scrivere canzoni. Oggi non conta la produzione ma solo la promozione; insomma, la musica non conta più nulla.

Ha qualche progetto di cui ci vuol parlare?

Abbandonare la musica (scherza). No, ora mi dedico a progetti nuovi come cantare con un’orchestra; ho inoltre finito un album realizzato con musicisti stranieri e poi mi focalizzo sulla ricerca del canto particolare e su quella di una lingua usata in modo poetico. Anche la nostra lingua è in crisi perché adoperiamo non più di 40 parole al giorno, non si riconosce il valore dei poeti del passato e non ci si accorge di quanto si copi. La musica è stata molto importante per la società negli ultimi 100 anni, ora invece non lo è più: non esprime più la realtà di oggi, non è più collegata alla società.

Secondo lei, tutto ciò quando è avvenuto?

È avvenuto quando l’industria musicale ha capito che la massa è ignorante e quindi era inutile dar valore alla musica; quando ha più valore vendere il personaggio, la musica diventa solo un pretesto. Mi spiego: quando i Beatles sono venuti a Milano hanno fatto 3.500 persone, Vasco Rossi ne raduna 180.000 in tre giorni: Vasco vale di più dei Beatles? A questa domanda non rispondo.

Possiamo dire che è solo questione di gusti?

La musica non deve piacere, può anche giocare un ruolo decisivo per mettere in crisi il sistema, non assecondarlo. Oggi ciò non avviene più. L’opera lirica a suo tempo mise in crisi la musica strumentale e Giuseppe Verdi era un artista popolare così come lo è oggi Jovanotti: ma il valore di Verdi è innegabile rispetto alla musica leggera che si ascolta oggi. Inoltre, nella maggior parte dei casi si finge di suonare… nessuno suona più veramente, è tutto registrato. È come andare in fabbrica e fingere di lavorare.

Per finire, come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Dovevo prepararmi a casa… Posso però prendere le parole di Nick Clabburn che ha scritto un testo in cui è citato il lago Trasimeno: «Qua sulle rive del mio lago, il tuo nome è scritto nel silenzio. Che si accenda il cielo, voglio luci nel cielo vuoto questa notte».

È proprio vero! Infatti, ancora oggi, molte strade si dirigono verso la nostra Capitale seguendo i vecchi tracciati delle antiche consolari romane.

Alberto Stade, foto by viaromeagermanica

 

Ci sono anche strade e soprattutto percorsi che hanno preso vita da precise motivazioni delle persone che avevano la necessità di spostarsi da un luogo a un altro in modo più comodo, veloce e sicuro possibile.
È il caso dell’Abate Alberto che nel 1236 partì dalla cittadina tedesca di Stade, ubicata nel Nord della Germania vicino alla foce del fiume Elba, in direzione Roma per incontrare Papa Gregorio IX. All’andata fece la Via Francigena mentre al ritorno la Romea-Germanica. Al rientro dal viaggio, durato circa sei mesi e dopo aver percorso circa 3.500 chilometri, deluso per una serie di motivi personali e di contrasti con i suoi confratelli, si dimise da Abate ed entrò in convento.
Qui si dedicò alla stesura di alcune opere tra cui gli Annales, una cronaca in latino degli avvenimenti più importanti del tempo. All’interno degli Annales è contenuto un dialogo tra due monaci immaginari che conversano sulle migliori strade da intraprendere per un pellegrinaggio verso Roma.
Nel dialogo, Alberto di Stade, racconta minuziosamente il suo viaggio, descrivendo i luoghi, le distanze, le soste e altre notizie utili ma soprattutto indica la Romea-Germanica come la Melior Via per raggiungere Roma.

 

Via Romea-Germanica, foto by Facebook

Un'autentica e precisa guida di viaggio per il Pellegrino!

Da quel momento, tutti identificarono il percorso fatto da Alberto di Stade, attraverso la via Romea-Germanica o Via Romea Perigrinorum, come la strada più comoda e preferibile per raggiungere Roma dalla Germania.
La Romea-Germanica aveva molti incroci e diramazioni e collegava il Nord-Est europeo a Roma con una vera e propria rete stradale, di analoga importanza alla Via Francigena e al Cammino di Santiago di Compostela (all’epoca erano le tre strade europee più importanti e trafficate).
Alberto descrive, nel dialogo tra i due monaci, che partendo da Stade si attraversava una serie di città tedesche e austriache, dopodiché si valicava il Passo del Brennero e, a seguire, si transitava per Trento, Padova, Venezia, Ravenna, Forlì, Alpe di Serra, Arezzo, Val di Chiana, Orvieto, Acquapendente (dove la Melior Via si univa alla Francigena), Viterbo e si arrivava a Roma.
La via Romea-Germanica attraversava varie località del territorio del Trasimeno e della Chiana, e giungendo da Nord troveremo la Melior Via che dopo Arezzo toccherà nello specifico e in successione: Castiglion Fiorentino, Cortona, Montalla, Ossaia, Petrignano del Lago, Giorgi, Pozzuolo Umbro, Casamaggiore, Gioiella, Vaiano, Villastrada, Cimbano, Vocabolo Tre Case, Caselle, Paciano, San Donato, Popoltaio Schiacciato, Casaltondo, Città della Pieve, Fabro, Ficulle, Allerona, Orvieto, Acquapendente (qui si unisce alla Francigena), Viterbo e infine Roma.
In località Ossaia esisteva una sua derivazione che transitava sulla costa Nord del Lago Trasimeno nei territori di Tuoro, Passignano e Magione, proseguendo poi in direzione Corciano, Perugia, Assisi, Spoleto, Rieti e quindi Roma.

 

Via Romea-Germanica, foto by Facebook

Una Via ancora da scoprire

La Romea-Germanica o Melior Via era chiamata anche dell’Alpe di Serra o via dei Pellegrini o Major o degli Eserciti; infatti è stata attraversata oltre che da pellegrini e viandanti anche da Re, Imperatori Sassoni, Sovrani Svevi, Papi, Santi ed Eserciti e nel periodo dal 1000 in poi è stata, per molti secoli, la via più transitata per giungere a Roma e da qui, con altre strade, si poteva proseguire per la Terra Santa.
La Melior Via ha rappresentato nel passato e per molte località, scambio di persone, influenza culturale e artistica e sviluppo economico; dal secolo scorso, con l’avvento di nuovi percorsi di comunicazione più rapidi e veloci, alcuni tratti sono stati abbandonati o relegati in strade di secondaria o marginale importanza.
Recentemente si è dato nuovo interesse al ritrovato percorso della Romea-Germanica, il quale tocca località suggestive e interessanti da molti punti di vista e con una grossa portata storica.
Nel tratto del comprensorio del Trasimeno e non solo, l’antica Strada potrebbe rappresentare per un turismo sostenibile e responsabile, un’attrattiva artistica, culturale e naturista da valorizzare in favore della bellezza dei Borghi e dei luoghi visitabili attraverso essa; durante il suo tracciato si potrebbero incontrare numerose testimonianze culturali e ammirare un paesaggio mozzafiato che con i suoi colori delicati e pastello, mette tutto in armonia.
Gli operatori del settore, tramite l’organizzazione costante e calendarizzata di iniziative attraverso percorsi culturali indirizzati o passeggiate rilassanti o trekking o visite dedicate o altro, potrebbero trarre dalla Melior Via un vantaggio economico integrativo per la loro attività imprenditoriale.

Qualche goccia di pioggia non è riuscita a guastare l’incontro tra eccellenze culturali, riunitesi ieri al Palazzo Pantini Nicchiarelli di Castiglione del Lago per illustrare agli astanti le loro peculiarità.

Ad aprire le danze è stato il padrone di casa, Fabio Nicchiarelli, che dopo aver ringraziato i presenti, ha lodato l’eleganza della rivista AboutUmbria, invitando il pubblico alla lettura.
Allo stesso modo, Matteo Burico, neosindaco di Castiglione del Lago, ha ricordato il suo passato da piccolo editore e ha encomiato il coraggio di chi, come l’Associazione AboutUmbria, decide di tornare al cartaceo, con tutte le difficoltà che questa decisione comporta. Ha poi sottolineato come la vecchia rivalità tra i sindaci dei comuni lacustri sia ormai scomparsa, invitando alla collaborazione al fine di valorizzare il territorio e agevolare il turismo.
Sul medesimo intento è stato posto l’accento anche dal sindaco di Passignano Sandro Pasquali – intervenuto in un piacevole fuori programma – che, ricoprendo anche la carica di vicepresidente alla Provincia con deleghe al lago Trasimeno, al patrimonio e all’ambiente, ha insistito proprio sul bisogno di diffondere la conoscenza del lago non solo verso l’esterno, ma anche verso l’interno, verso gli stessi umbri.

 

Laura Zazzerini, Matteo Burico, Sandro Pasquali e Fabio Nicchiarelli

 

Ha poi preso la parola la direttrice editoriale di AboutUmbria Laura Zazzerini, estendendo la suddetta necessità di promozione e valorizzazione a tutta la regione, che spesso viene scambiata per la vicina Toscana o è identificata, per sineddoche, solo con Assisi. Tornando poi allo splendido lago che, dall’orizzonte, sembrava inghiottire una parte del cielo, ha ricordato come l’articolo a esso dedicato, contenuto in AboutUmbria Collection Yellow, non sia che l’ultimo tassello di una narrazione cominciata ben due anni fa, con il numero zero della rivista. Se in Blu, infatti, erano apparse le vedute aeree di Gerardo Dottori e avevamo osservato con curiosità un drone muoversi a pelo dell’acqua, in Red i tramonti, accompagnati dalle parole di scrittori e poeti, ne avevano incendiato le pagine. In Black, avevano trovato spazio i vecchi mestieri del Trasimeno ritratti con la fotografia al collodio umido e lo spettacolo immersivo della Congiura della Magione.
La direttrice ha poi introdotto Eleonora Cesaretti, caporedattrice di AboutUmbria e autrice di La perfezione di un uovo di pavoncella, contenuto in Yellow. La caporedattrice ha parlato del lavoro di ricerca che precede la stesura dell’articolo, che ha permesso di scoprire un microcosmo in cui ogni elemento si prende cura degli altri e, così facendo, si reinventa e si adatta ai cambiamenti del tempo. Una ricerca che ha permesso di scoprire la persistenza di alcune attività estremamente caratteristiche e identitarie del lago Trasimeno, come la fabbricazione delle reti e l’uso di tecniche di pesca tradizionali.

 

Eleonora Cesaretti

 

Ha in seguito preso la parola il geologo Gabriele Lena, assicurando al pubblico come il lavoro del geologo – sebbene etimologicamente legato alla terra – sia in realtà strettamente unito anche all’acqua, vero e proprio ponte tra le diverse ere geologiche. E, poiché secondo illustri studiosi in Umbria di fonti d’acqua ce ne sono almeno tre – il Tevere, il Nera e, appunto, il Trasimeno – ha parlato della sua esperienza con Hydrometra, un drone marino capace di spostarsi sull’acqua e di analizzare, al contempo, il fondale. Proprio al largo di Castiglione del Lago, Hydrometra ha scoperto un fondale ricco di vita, fornendo informazioni preziose per la conoscenza e la cura di questo delicatissimo bacino.
Una fragilità che è stata ribadita anche dall’amministratore delegato della Cooperativa Pescatori del Trasimeno Valter Sembolini, che ha invitato a investire sulla sostenibilità e su tutti quegli attori che permettono la prosecuzione della vita attorno al lago. Giusto qualche giorno fa, la Cooperativa ha modificato il proprio statuto proprio in funzione di questa rinnovata attenzione verso l’ambiente, ma lasciando intatti i principi: valori che le hanno permesso, nei suoi 91 anni d’età, di sbocciare paradossalmente nel periodo della crisi, dando lavoro a moltissimi giovani, volenterosi di riprendere in mano il mestiere dei loro avi.

 

Uno scatto della presentazione, foto by Giorgio Brusconi

 

Ultimo a parlare – sebbene interrotto da qualche goccia di pioggia – è stato Marco Pareti, che ha rievocato l’ispirazione che sempre gli fornisce la vista del lago. Uno stimolo che gli ha consentito di dare il via a progetti legati alla comunità e ai mestieri tradizionali del lago – come quello che, attraverso la vendita dei calendari, ha permesso la ricostruzione del Barchetto, imbarcazione tipica andata a fuoco nella primavera nel 2017, oppure di raccogliere le testimonianze delle persone ritratte con la fotografia al collodio umido (raccontata in Black), creando così un archivio etnografico di grande valore. Un’ispirazione che ha consentito a Pareti di scrivere anche due libri: Avventure a Borgo Gioioso e La ragazza del canneto, di recente pubblicazione.
Al termine della presentazione, la Cantina del Trasimeno Duca della Corgna, la Cooperativa Aurora e la Cooperativa Pescatori del Trasimeno hanno gentilmente offerto un aperitivo a tutti i presenti.

 

Il momento dell’aperitivo, foto by Stefano Fasi

Ambienti ampi ed eleganti, arredi d’epoca e un balcone verde affacciato sul Trasimeno: Palazzo Pantini Nicchiarelli è ciò che si dice un vero e proprio angolo di paradiso incastonato nel centro storico di Castiglione del Lago.

Palazzo Pantini Nicchiarelli, foto di Paola Butera

 

Sorto sulle vestigia di un edificio medievale, Palazzo Pantini Nicchiarelli fu eretto, per volere di un membro della rinomata famiglia Pompilj, durante l’epoca napoleonica. Giovanni Pompilj era inoltre un tale estimatore del lavoro dell’amico Giuseppe Piermarini, architetto folignate progettista del Teatro alla Scala di Milano, che volle replicarne lo stile in questa sua villa adagiata sullo sperone occidentale del Lago Trasimeno.
E così che proprio dal teatro meneghino prese spunto per la realizzazione non solo dell’ingresso con la scala semicircolare e la cupola, ma anche per la facciata austera e per gli originali affreschi a trompe l’œil. Proprio gli affreschi sono al momento centro di un’attenta opera di restauro. Tra quelli del piano nobile – neoclassici, con soggetti mitologici e dell’antica Roma – ne è stato recentemente individuato uno nuovo, risalente ad almeno due secoli prima degli altri: ciò dimostrerebbe come la villa sia stata eretta sulla base di un edificio ancora anteriore.

 

Foto di Paola Butera

 

La bellezza senza tempo di Palazzo Pantini Nicchiarelli ha però rischiato di essere intaccata: durante la Seconda Guerra Mondiale, quando fu sede degli Stati generali, subì infatti delle modifiche interne che ne deturparono definitivamente alcune pareti, prima completamente affrescate. Resta però una residenza d’epoca di grande pregio, con i suoi saloni, gli arredi, i soffitti finemente affrescati, così come lo spazioso giardino panoramico affacciato sulle mura federiciane dell’acropoli, attrezzato con una tensostruttura di ultima generazione. Secondo lo studio di alcuni disegni antichi, una parte di questo meraviglioso balcone verde era un tempo parte del vicino Palazzo della Corgna.

 

Una vista mozzafiato, foto di Paola Butera

Sembrano le coordinate giuste per un matrimonio da sogno: Palazzo Pantini Nicchiarelli è infatti la location ideale per ricevimenti ricercati ed esclusivi, capaci di offrire agli invitati un’atmosfera intima e una vista impareggiabile sul Lago Trasimeno. Non solo, il Palazzo mette a disposizione una selezione di fornitori capaci di soddisfare ogni esigenza: ristoratori, cuochi, staff di cucina e camerieri, ma anche fotografi, video-makers, parrucchieri e arredatori pronti a realizzare allestimenti esclusivi anche per meetings, eventi ed esposizioni.
Le sale, illuminate in maniera naturale grazie alle ampie vetrate, consentono infatti di mettere in mostra nuove linee aziendali o di esporre opere d’arte in una cornice pressoché inimitabile.

 

 


Palazzo Pantini Nicchiarelli

«Nella città di Perugia nacque ad una povera persona da Castello della Pieve, detta Cristofano, un figliuolo che al battesimo fu chiamato Pietro (…) Studiò sotto la disciplina d’Andrea Verrocchio. Dipinse molte figure et Madonne. Si mostrerà agl’artefici che chi lavora e studia continuamente, e non a ghiribizzi o a capricci, lascia opere e si acquista nome, facultà et amici».
Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri. Parte seconda. Giorgio Vasari.

Bettona di giorno. Foto di Alessandro Bertani

 

In poche e semplici parole, il pittore, architetto e storico dell’arte Giorgio Vasari elogia Pietro Vannucci per la sua arte e le sue opere. Il Perugino dipinse, tra il 1512 e il 1513, una tempera su tavola raffigurante la Madonna della Misericordia. La Vergine, in piedi, allarga il proprio mantello per accogliervi San Lorenzo, San Girolamo e due committenti. Si tratta di un retaggio dell’epoca medievale, detto della protezione del mantello, che le nobildonne altolocate potevano concedere ai perseguitati e ai bisognosi d’aiuto; con il passare degli anni questa iconografia ebbe ampia diffusione e sotto il mantello della Vergine finì per trovare riparo tutta l’umanità.
L’opera proveniva dalla Chiesa di Santa Caterina, dove era stata trasferita dalla Chiesa di Sant’Antonio, e ora è conservata nella Pinacoteca Comunale di Bettona, uno dei borghi più caratteristi della regione, considerata un balcone sull’Umbria: la città, infatti, sorge su un colle da cui la visuale spazia da Perugia e Assisi fino a Spello, passando per i verdi campi coltivati.

 

Madonna della Misericordia. Foto di Alessandro Bertani

L'arte di salvare l'arte

L’opera è la protagonista, insieme ad altri eccelsi capolavori, della mostra L’Arte di Salvare l’Arte. Frammenti di storia d’Italia nelle sale del Palazzo del Quirinale, aperta al pubblico fino al 14 luglio 2019. L’esposizione è nata per celebrare il 50° anniversario della nascita del comando dei caschi blu della cultura ovvero il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. In mezzo secolo i carabinieri hanno salvato migliaia di opere che altrimenti sarebbero state sottratte al patrimonio dello Stato: oltre ottocentomila beni recuperati, più di un milione di reperti archeologici sequestrati provenienti da scavi clandestini, circa un milione di opere false e oltre sedicimila reperti rubati in Italia e restituiti, riconsegnando così al bene pubblico un patrimonio artistico inestimabile. La Madonna della Misericordia, insieme a Sant’Antonio da Padova – anche esso del Perugino – vennero trafugate dalla Pinacoteca Comunale di Bettona nella notte tra 26 e 27 ottobre 1987 e ritrovate nel 1990 in Giamaica, nella villa di un ricco possidente.

Riscoprire il perduto

La mostra permette al pubblico di rivivere storie di recuperi, alcuni avventurosi, altri frutto di un lungo e minuzioso lavoro investigativo. Tutte le opere sono state riportate in Italia, ricontestualizzate nel territorio o nel tessuto urbano che le ha generate, restituendo loro dignità culturale, ma – soprattutto – restituendo loro il contesto di appartenenza.
Un’opera d’arte appartiene all’umanità intera, ma essa acquisisce valore di civiltà solo dalla profonda relazione con i luoghi che l’hanno prodotta, con la cultura che l’ha generata e con il paesaggio che l’ha suggerita.
Il visitatore potrà inoltre venire a conoscenza delle emergenze sismiche degli ultimi tempi, che hanno messo a nudo la fragilità del territorio e dei beni culturali. È possibile infatti assistere anche ad alcuni filmati storici, girati nelle zone terremotate che hanno colpito la nostra Umbria, dove i protagonisti sono ancora una volta i caschi blu culturali, che annaspano tra le macerie per recuperare opere artistiche con una cura e un amore incommensurabile.
Ammirando l’opera del Perugino, la dolcezza della Madonna della Misericordia, il tenero modellato dei Santi e le verdi campagne umbre dipinte alle loro spalle, non si può che provare empatia e riconoscenza verso chi restituisce a una comunità ferita la memoria e il suo senso di appartenenza, restituendo altresì alla collettività i suoi preziosi valori.

«Mi ricordò la mia povera Anita che era anch’essa si calma in mezzo al fuoco». Con queste parole attribuite a Giuseppe Garibaldi, con una frase a lei dedicata dal poeta Giosuè Carducci[1] e un’iscrizione del professor Isidoro Del Lungo[2] il monumento al centro di Bastia Umbria così la commemora[3].

Colomba Antonietti

Pochissime sono le notizie riguardanti la vita di Colomba Antonietti e forse non esistono immagini del suo vero aspetto, se si eccettua forse quella pubblicata da Giustiniano degli Azzi Vitelleschi a corredo della voce a lei dedicata nel Dizionario del Risorgimento Nazionale, di cui però si ignora la provenienza e che pecca in verosimiglianza nell’assoluta mancanza della matassa di riccioli neri che le contornavano il viso[4]. Del suo aspetto esistono almeno due descrizioni di prima mano: quella del nipote – nonché suo primo biografo, Claudio Sforza – e quella della sorella Gertrude. Doveva essere se non bella certamente molto affascinante. Di lei la sorella dice: «Era snella, alta di persona, aveva il profilo greco, la fronte alta e spaziosa, gli occhi e i capelli, ricci, nerissimi». Parole che corrispondono alla descrizione che ne fa il nipote: «Aveva il naso aquilino, bocca piuttosto larga con denti bianchi e regolari, occhi e capelli nerissimi e questi ultimi tanto ricciuti, che, ribelli a qualunque acconciatura, le rimanevano in grazioso disordine in testa»[5].

La vita per l'Italia

Colomba Antonietti era nata a Bastia Umbra da Michele e Diana Trabalza, ancora bambina si trasferì a Foligno dove il padre aveva ottenuto la privativa per il forno situato sotto al Palazzo comunale. Insieme alle numerose sorelle e ai fratelli Feliciano e Luigi nella casa contigua al forno ricevette l’educazione «civile e religiosa propria dei tempi e della sua condizione»[6] e un giorno proprio a Foligno dove era di stanza la guarnigione pontificia conobbe l’uomo al quale legare il suo destino: il conte Luigi Porzi di Imola che lì come ufficiale prestava servizio[7]. «I due giovani si dissero con gli occhi il nascente affetto, che si cangiò ben presto in passione ardente e dominante. Colomba non aveva amato mai, l’amore dunque pel Porzi germogliò nel suo vergine cuore qual pianta rigogliosa in fertile terreno e, come questa ne assorbe ogni succo vitale, così quello si impossessò d’ogni facoltà della fanciulla e divenne lo scopo supremo della sua vita»[8].
Data la differenza di ceto sociale fu fin dall’inizio una storia contrastata e difficile che vide opporsi all’unione entrambe le famiglie: Luigi Porzi venne trasferito a Senigallia e Colomba rinchiusa in casa dal padre. Ma questo non servì a far spegnere il loro amore, che si espresse in un fitto colloquio epistolare finché, di nascosto, si sposarono all’una di notte del 13 dicembre del 1846 nella Chiesa della Misericordia di Foligno con l’assenza di tutti i parenti a eccezione del fratello di lei, Feliciano. Una carrozza aspettava gli sposi fuori dalla chiesa per condurli immediatamente a Bologna, dove risiedeva la madre del Porzi. Ma il matrimonio era stato celebrato senza la prescritta autorizzazione governativa dello Stato Pontificio per cui lo sposo viene richiamato a Roma e condannato a tre mesi di arresti da scontarsi a Castel Sant’Angelo e ad avere lo stipendio dimezzato[9].

 

Monumento dedicato a Colomba Antonietti

 

Per speciale concessione del comandante della prigione, il conte Cenci Bolognetti, Colomba riuscì a far visita all’amato ogni giorno. Vivere a Roma consente inoltre a Colomba, durante quei tre mesi, di conoscere una città dove fervevano grandi speranze e con grande probabilità il cugino di Colomba, Luigi Masi, introdusse lei e il marito negli ambienti patriottici. Non sappiamo con certezza dove militò, uscito dal carcere, Luigi Porzi, se nelle reparti regolari o nella divisione di volontari, ma sappiamo – e lo dice lui stesso in una lettera – che Colomba fu sempre al suo fianco: «mi seguì tutta la campagna del ’48, vestita da ufficiale con un mio uniforme cortandosi i capelli, e companiando suo marito; sempre mi diceva che desiderava vedere libera la cara e bella Italia»[10]. E mentre Colomba era intenta nel chiudere una breccia aperta dalle armate francesi di Oudinot sui bastioni di Porta San Pancrazio, fu colpita al fianco destro e spirò tra le braccia del marito gridando Viva Italia. Era il 13 giugno 1949.

 

Girolamo Induno, morte di Colomba Antonietti

 


[1] La frase del Carducci recita “Non ricordate Colomba Antonietti sposa ventenne travolta morta dalle palle francesi, a piè delle mura di S. Pancrazio, mentre porgeva l’arme carica al marito?”.

[2] “Colomba Antonietti contessa Porzi eroina della crociata italiana per l’indipendenza e la libertà della patria il 13 giugno 1849 sulle mura di Roma combattendo accanto al marito esalava la pia forte anima nel grido Viva l’Italia che la sua Bastia vuole qui sotto l’effigie di lei in memoria degna perpetuato”.

[3] Il monumento attuale rielaborato ed arricchito dai quattro pannelli bronzei che ne raccontano la vita realizzati dallo scultore Artemio Giovagnoni venne inaugurato nel 1964 nei giardinetti antistanti il Municipio. Del precedente monumento conserva però il mezzobusto che lo scultore Vincenzo Rosignoli esemplificò nei primissimi anni del Novecento sui ricordi dei congiunti ancora in vita e sulla nipote Michelina che a detta di tutti era la più somigliante alla defunta zia.

[4] Per l’iconografia relativa a Colomba Antonietti si rinvia a F. Guarino, Iconografia di Colomba Antonietti: 1826-1849, in «Subasio», a. XIX, n. 3 (1 set. 2011), pp. 13-19.

[5] Le due descrizioni sono riportate da C. Minciotti Tsoukas, Colomba Antonietti. Un’esperienza di vita tra mito e realtà, Bastia Umbra, Comune di Bastia Umbra, 1990, p. 9.

[6] C. Bordoni, Una martire del 1849. Colomba Antonietti. Unicamente per la verità, Foligno, [s.n.], 1910, p. 6.

[7] In realtà Luigi Porzi era nato ad Ancona nel 1822, ma da un’antica e nobile famiglia di Imola.

[8] C. Sforza, Ricordi della vita di Colomba Antonietti, Bologna, Nicola Zanichelli, 1899, p. 3 testo riportato integralmente da C. Minciotti Tsoukas, cit., p. 10.

[9] Lo stipendio gli verrà poi reintegrato grazie all’intercessione di uno zio.

[10] Lettera di Luigi Porzi a Claudio Sforza del 15 ottobre 1866. Il linguaggio in un italiano non perfetto si deve al suo lungo soggiorno in Brasile dove egli morì nel 1900 senza alcuna donna al suo fianco: l’amore per Colomba non poteva essere sostituito.

La Fondazione CariPerugia Arte presenta “Unforgettable Umbria. L’arte al centro fra vocazione e committenza”, un percorso tra le opere del secondo Novecento per scoprire i grandi artisti che hanno scelto di vivere e lavorare in Umbria.

Alberto Burri. Nero. 1955

 

La mostra, curata da Alessandra Migliorati, Paolo Nardon e Stefania Petrillo, sarà ospitata fino al 3 novembre 2019 nelle meravigliose sale di Palazzo Baldeschi in Corso Vannucci. L’Umbria è una regione nella quale molti artisti hanno trovato la dimensione ideale per la loro ricerca, riconoscendosi intrinsecamente nei luoghi e cogliendone la profonda identità.
L’Umbria nella seconda metà del XX secolo, fu un vero crocevia; condizione che portò all’incontro e allo scontro tra i vari artisti che qui transitarono. Emerse così un mosaico molto ricco e multiforme di personalità.
L’Umbria fu indimenticabile per chi nacque in questa regione, come Burri e Leoncillo, ma fu indimenticabile anche per chi, anche solo per poco tempo, è transitato nel cuore verde d’Italia; è ancora oggi indimenticabile per tutti coloro che questa eredità sono chiamati oggi a tutelare, valorizzare e conservare.
Attratti dalle verdeggianti colline di Todi sono stati Alighiero Boetti e Piero Dorazio. Nel 1993 quest’ultimo scrisse: «Todi (…) è una città bellissima e niente affatto provinciale; la campagna e la cultura rurale che la circondano ne fanno un sito ideale per chi esercita una professione creativa».

 

Yves Klein, Ex-Voto

In giro per la mostra

La mostra si apre nella Sala dei Quattro Elementi, nella quale Burri e Leoncillo incontrano il francese Yves Klein e l’americano William Congdon. Klein visitò almeno cinque volte il santuario di Santa Rita a Cascia, lasciandoci un preziosissimo ex-voto, mentre Congdon si fermò ad Assisi per quasi venti anni. La materia lacera di Burri e la creta di Leoncillo si contrappongono alla dimensione immateriale dell’arte di Klein e Congdon.
Nella Sala della Verità, sotto la volta affrescata con la figura allegorica di una donna che tiene nella mano destra un sole, affiancata da un putto che regge una fiamma, si possono ammirare le opere di Dessì e Tirelli.

 

Sol LeWitt, Struttura per esterno, 1995

 

Percorrendo le sale del palazzo, è possibile osservare anche le creazioni di Giuseppe Uncini e Sol LeWitt, artisti che condivisero, in tempi diversi, la scelta di risiedere nella quiete delle campagne umbre.
Infine, sotto l’affresco di Mariano Piervittori, databile nel 1856, sono esposte alcune opere che rivisitano il mito e l’antico. Il mito è talmente necessario che molti artisti, oltre a riprendere le figure più significative, tendono a crearne di nuove. In essa infatti possiamo ammirare i capolavori di Ceccobelli e Di Stasio.
L’arte al centro fra vocazione e committenza è dunque una preziosa occasione per scoprire la storia dell’arte contemporanea del secondo Novecento, capillarmente diffusa nella regione e in continuo dialogo sia con il tessuto urbano sia con il verdeggiante paesaggio umbro.

 

Alexander Calder. Mobile. 1958

 


Per maggiori informazioni.

AboutUmbria ha stretto un accordo importante con Gordian, una società romana operante nel settore dei servizi multiprofessionali, una realtà innovativa che mette a disposizione di aziende e professionisti, spazi polifunzionali altamente tecnologici per soddisfare una vasta gamma di esigenze.

 

Gordian propone un progetto estremamente contemporaneo, che risponde alla richiesta di visibilità, di interscambio e di efficienza tecnologica da parte delle piccole e medie imprese puntando sull’armonia degli spazi, su un arredo di design e su tecnologia innovativa, oltre che a una collocazione di eccellenza, nel cuore di Roma, a due passi dal Colosseo.
Gli ambienti che vengono messi a disposizione delle aziende sono studiati a misura delle esigenze di chi dovrà fruirne, mettendo al centro la qualità della vita personale e professionale. I servizi offerti vanno dal co-working, all’affitto di uffici privati, sale meeting, servizi di domiciliazione postale e legale.

 

 

Qualche dettaglio:

  • Uffici privati: postazione di lavoro in area esclusiva, completa di mobilio moderno e di design; accesso con impronta digitale e/o badge; controllo domotica attraverso device (smartphone, tablet, pc, etc. …); possibilità di targa e spot pubblicitari su monitor distribuiti all’interno della struttura; connessione internet tramite ethernet e Wi-Fi ad alta velocità garantita e criptata; utilizzo dell’area lounge; accesso alle stampanti multifunzione; sono comprese utenze e pulizie.
  • Sala meeting: a disposizione per riunioni professionali, incontri con ospiti esterni, collaboratori o clienti, formazione e colloqui; la sala è composta da: tavolo di design che può accogliere simultaneamente sino ad 11 persone; sedute di design e comfort; monitor HD 65”; Apple tv; iPad; controllo domotica attraverso device (smartphone, tablet, pc, etc. …); utilizzo cancelleria (cartellina, fogli e matita per persona); connessione internet tramite ethernet e Wi-Fi ad alta velocità garantita e criptata.
  • Sala conference: a disposizione per iniziative informative/formative, eventi artistico culturali, riunioni, conferenze, corsi e seminari, ricevimento clienti etc., può accogliere in maniera confortevole sino a 25 persone. A disposizione: poltrone di design e ultra-comfort; videoproiettore; lavagna magnetica e scrivibile; Apple tv; iPad; controllo domotica attraverso device (smartphone, tablet, pc, etc. ); utilizzo cancelleria (cartellina, fogli, matita e acqua per persona); connessione internet tramite ethernet e Wi-Fi ad alta velocità garantita e criptata.
  • Postazioni co-working: ampia scrivania in condivisione, massimo 2 postazioni, con connessione internet ethernet e Wi-Fi ad alta velocità garantita e criptata; accesso alle stampanti multifunzione (a pagamento); accesso area lounge.
  • Domiciliazione postale: utilizzo dell’indirizzo di Gordian per la domiciliazione postale dell’attività e su tutta la documentazione ufficiale dell’azienda ospite: carta intestata, biglietti da visita, sito internet, materiale pubblicitario, etc.; ricezione di posta ordinaria: lettere, plichi, telegrammi, corrieri espressi, etc.; invio della posta ricevuta ad un altro indirizzo tramite corriere o email PEC.
  • Domiciliazione legale: utilizzo dell’indirizzo di Gordian per la domiciliazione della sede legale e postale dell’attività e su tutta la documentazione ufficiale dell’azienda ospite: carta intestata, biglietti da visita, sito internet, materiale pubblicitario, etc.; nella ricezione di posta ordinaria, straordinaria e commerciale: lettere, plichi, raccomandate, telegrammi, corrieri espressi, etc.; invio della posta ricevuta ad un altro indirizzo tramite corriere o email PEC.

 

 

Come si evince l’offerta è ampia e di altissimo livello, con garanzia di riservatezza, professionalità e efficienza, requisiti indispensabili per l’impresa che desidera concentrarsi sul business delegando a terzi, con garanzia di affidabilità, tutta una serie di attività segretariali e di gestione di servizi esterni.
Incontrando questa interessante realtà, abbiamo pensato che per le aziende umbre, specialmente le piccole imprese che vogliano sviluppare visibilità al di fuori dei confini regionali con costi sostenibili, Gordian fosse una soluzione appetibile per la sua collocazione, per la varietà e scalabilità dei suoi servizi, per il prestigio degli spazi offerti. Per questo abbiamo stipulato una convenzione che offre ai nostri iscritti uno sconto di circa il 30% sul listino.
Occasione importante anche per gli artisti umbri collegati al nostro circuito che potranno approfittare degli spazi di Gordian per organizzare mostre coadiuvate da supporti multimediali.
Vi invitiamo a considerare questa importante opportunità, un ponte fra l’Umbria e la Capitale che può aprire prospettive nuove, creare scambi sinergici, richiamare pubblico e sviluppare maggiore visibilità anche internazionale per tutte le eccellenze del territorio.

 

 


GORDIAN

Via Capo d’Africa civv. 29a/29b
00184 Roma (RM)
info@gordian.one

Una matita in fuga 15 anni fa verso l’America – dove tutt’ora ha partnership e compagnia incorporata – che ha deciso di tornare in Umbria e aprire anche in terra natale una compagnia, fondando la Procacci Entertainments Srl: «Credo che la vera America sia qui».

Daniele Procacci è venuto a farci visita in redazione. Con lui abbiamo fatto una bella chiacchiera sul suo lavoro di concept designer e production designer – che svolge tra gli Stati Uniti, il Canada, l’Inghilterra e l’Italia – sul cinema e sull’Umbria. Ci ha mostrato i suoi lavori e in diretta – tra una discussione e una battuta – ha realizzato per noi un possibile “nuovo” Batman. Dopo anni di esperienza in progetti e collaborazioni con compagnie come Walt Disney Corporation, Marvel e Warner Brothers, per citarne alcune, Daniele è tornato in Italia e ha fondato la Procacci Entertainments Srls che offre servizi di sviluppo, production design, video editing e filming on location per numerosi progetti locali e nazionali. «Credo e sono convinto che la vera America sia qui».

 

Foto per gentile concessione di VegVideo

 

Daniele qual è il suo legame con l’Umbria?

Diamoci del tu please… in America non esiste del “lei” se non per meriti assoluti. L’Umbria è la mia terra. Sono nato Foligno e cresciuto in Umbria tra le vie dei piccoli borghi, perché la mia famiglia è originaria di Todiano di Preci e Borgo Cerreto di Spoleto in Valnerina. Questi luoghi hanno contribuito alla mia formazione artistica, perché in qualsiasi posto tu vada, l’Umbria offre sempre paesaggi artistici.

Negli anni Novanta hai collaborato con l’allora Walt Disney Studios e Marvel UK di Londra: ci racconti queste esperienze.

Ho iniziato 26 anni fa a lavorare come freelance (Indipendente a contratto) per la Walt Disney company: all’epoca facevo l’in-betweener, in pratica realizzavo i sette disegni in un secondo di minore importanza ma necessari all’animazione. Vi spiego meglio: in un secondo di animazione ci sono 12 disegni, il disegnatore supervisor – il grande nome – produce i disegni fondamentali, io e altri tantissimi ragazzi allora che l’animazione era tutta disegnata a mano, ci occupavamo invece delle intercalazioni del disegno, talmente impercettibili che l’occhio non riesce nemmeno a cogliere. Per la Marvel UK invece ho fatto, e faccio ancora, il Concept e Production Artist, mestiere che svolgo anche con la compagnia italiana nostra, la Procacci Entertainments Srls.

Tra i due lavori quale preferisci?

Sicuramente il Concept artist e da 15 anni mi occupo primariamente proprio di questo. Io e la mia società facciamo parte delle centinaia di quelle figure invisibili che realizzano l’architettura di un film fino ai formati digitali che l’industria del cinema di oggi predilige, anche se mi piace ancora lavorare in maniera classica. Ovviamente il digitale è più veloce, lo puoi modificare e puoi tornare indietro se sbagli, ma l’acquarello e le tecniche miste hanno ancora il suo fascino e fanno parte delle fondamenta del progetto, qualunque esso sia. Gli artisti di grande livello lavorano ancora disegnando a mano.

Il digitale oggi ha superato la “vecchia scuola”?

Oramai sono un’unica scuola. Non c’è più la vecchia e la nuova, c’è integrazione tra le due, però se non sei in grado di realizzare un acquarello con tre colori, non sarai mai in grado di far nulla nemmeno con 100 pennelli digitali.

Foto per gentile concessione di VegVideo

Dipingi anche utilizzando solo il vino…

La tecnica Con il Vino nasce nel 1997 nella tenuta di Francis Ford Coppola in California quando per errore intinsi il pennello nel bicchiere del suo Cabernet Franc, invece che nell’acqua. La tecnica ottimizza l’uso del solo vino come colore: ho usato, per realizzare i quadri, dall’Amarone al Brunello, dal Sagrantino al Cabernet Sauvignon, fino al Merlot e al Chianti. Con i miei quadri ho avuto l’onore di omaggiare Nicholas Cage, Al Pacino, Clint Eastwood, Penelope Cruz, Arnold Schwarzenegger, Elton John, Andrea e Veronica Bocelli e Rutger Hauer.

Parlaci della Procacci Entertainments Srls: di cosa di occupa?

Siamo uno studio di Concept Art e Production Design per l’industria del Cinema e del Teatro. Tre anni fa, quando ci fu il terremoto in Umbria e nelle Marche, sono tornato a casa per dare contributo e portare opportunità nella nostra terra martoriata dal sisma e ho deciso di aprire una compagnia che portasse il mio cognome così da essere conosciuto meglio anche in Italia. Non sono un cervello in fuga, semmai sono una mano scappata all’estero, ma il fatto di tornare l’ho visto come un’opportunità. Sono convinto che l’America sia qui. Come me la pensano tanti produttori americani, che sempre più spesso vengono in Italia per produrre i loro film, ad esempio Wonder Woman è stata girata in Puglia e The Avengers in Trentino Alto Adige. Tutto però dipende da quello che si propone a chi viene a investire economicamente nel nostro Paese.

L’Umbria potrebbe offrire questi servizi e attirare grandi produzioni?

È una domanda da 100 milioni di euro… che in Umbria purtroppo non ci sono (scherza). Questa regione ha tanti diamanti, ma che sono nascosti e che nessuno ha mai pubblicizzato e fatto conoscere. Per far questo servirebbe qualcuno esperto del settore cinema, oltre a un sito in inglese e a una gestione dei rapporti commerciali con l’estero fatta soprattutto da professionisti del settore. Alla fine degli anni Novanta eravamo un polo d’attrazione importante grazie anche al Centro multimediale di Terni, ma la gestione fatta dai non addetti ai lavori non ha saputo mantenere e sfruttare al meglio ciò che avevamo a disposizione. Ora si sta parlando di creare una Fondazione di Cinema a Perugia, ma l’industria cinematografica non ha nulla a che fare con la politica comunale, regionale o nazionale. In Umbria vengono a girare solo fiction o film medievali perché vanno a colpo sicuro, perché qualcuno dello staff sa che c’è un tale posto o un tale castello. Le mega produzioni si orientano in altre regioni o a Cinecittà, perché qui non c’è una struttura organizzativa che gli garantisce un andamento sicuro dei lavori: le produzioni made in Usa arrivano fino alla porta dell’Umbria e poi però girano e vanno in Puglia o a Roma, dove trovano il meglio che al momento attuale l’Italia può offrire per l‘industria del cinema.

Ma questo da cosa dipende?

Dal fatto che non c’è una Film Commission gestita da esperti del settore e tecnici, dal fatto che non c’è nessuno incaricato che sappia come si vende ad una produzione internazionale il prodotto Umbria. Quelle che ci sono state, o hanno fatto degli accordi con i singoli comuni – per esempio Paul Verhoeven con il Comune di Bevagna –  o sono venute per volere di privati insieme ad amministrazioni più lungimiranti di altre, come è accaduto per Il Nome della Rosa.

Foto per gentile concessione di VegVideo

Cosa servirebbe?

Come ho già detto, occorre una struttura adatta a vendere il prodotto Umbria nell’industria del cinema e soprattutto delle figure competenti ed eccellenti a cui una produzione può rivolgersi quando decide di venire a girare qui. Ribadisco, servono persone di merito che conoscono il settore, altrimenti le produzioni non verranno mai; la nuova Fondazione di cinema mi auguro sia affidata e gestita da professionisti del settore, basta controllare le biografie artistiche e la presenza di crediti e credenziali nell’industria prima di affidare un incarico. Chi è venuto a Perugia per qualche evento a tema, come ad esempio il Love Film Festival, è rimasto incantato dalla sua bellezza, definendola un set perfetto per tante pellicole; il problema è che non ci sono le condizioni per girare in città: i produttori con le finanze necessarie a produrre arrivano fino alla porta, poi non venendo riconosciuti e non trovando un referente esperto, si girano e vanno da un’altra parte, in un’altra regione troppo spesso.

Se dovessi disegnare l’Umbria, come la disegneresti?

La disegnerei come una donna bellissima con abiti multicolori e sgargianti di fogge di epoche che vanno dal preistorico fino all’ipertecnologico, passando per Medioevo e Rinascimento… ma bendata, che non riesce troppo spesso a vedere di preciso dove sta andando.

Hai iniziato con i fumetti, per passare poi ai cartoon: quale dei due preferisci realizzare?

Io sono nato con il fumetto, sono cresciuto da ragazzino nella realtà perugina dello Star Shop, poi mi sono trasferito in America perché era lì che mi venivano date le migliori opportunità di fare vedere merito e talento. Lo dico a tutti quelli che vogliono provare a fare questo lavoro: provateci, andate negli Stati Uniti, in Inghilterra, oggi anche a oriente… provate in una grande città italiana, per esempio a Milano o a Roma, bussate a tutte le porte, credete nei vostri sogni. In Umbria i giovani regna un senso di disillusione contagioso, i giovani non credono più nei loro sogni: io ho buone speranze, ci credo e cerco di convincere gli altri a tornare a sognare. In Italia manca la meritocrazia o spesso è subordinata a tanti altri fattori.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Qualcosa di magnifico ed estremamente importante è in lavorazione ed ogni giorno c’è una novità più di livello, ma ancora è presto per parlarne…. Niente spoiler, come nella filosofia attuale dell’industria del Cinema. Vi terrò informati!

Come descriveresti l’Umbria in tre parole?

Speranza, sacro e profano.

La prima cosa che ti viene in mente pensando a questa regione…

Ci si potrebbe girare qualsiasi Progetto di film hollywoodiano senza bisogno di andare da altre parti.

Anche “Sapore di Mare”?

Sì, se giri in certi posti del lago Trasimeno puoi anche ricreare il mare della riviera, perché no!

È in continuo divenire la collezione del Museo di Calvi dell’Umbria, autentica perla artistica e culturale incastonata nelle verdi colline che ammantano la propaggine più meridionale della regione.

Continua infatti ad arricchirsi la collezione Chiomenti-Vassalli che, come un uovo che si schiude dopo una lunga gestazione, dopo la pausa invernale ha presentato lo scorso 21 aprile i suoi due nuovi nati: la Veduta di Roma: Arco di Costantino (1764) di Gian Paolo Panini e nientemeno che la Vocazione degli Apostoli Pietro e Andrea di Pietro da Cortona (1630).

 

Parabola dei Ciechi di Pieter Brueghel il Giovane

La collezione Chiomenti-Vassalli

Entrambe donate dal professor Chiomenti, le due opere seguono quelle giunte nel 2009 e nel 2014, a testimonianza dell’imperitura volontà del professore di vivacizzare questo piccolo borgo alle pendici del Monte San Pancrazio. Già nota per i suoi presepi artigianali e i murales, Calvi dell’Umbria trae così lustro dalla presenza di capolavori che non tutti possono vantare: per fare qualche illustre esempio, la collezione Chiomenti-Vassalli annovera la Parabola dei Ciechi di Pieter Brueghel il Giovane, la Madonnina penitente di Guido Reni, il Ritratto del Cardinale Scipione Borghese di Lavinia Fontana e la Veduta di Roma con il Campo Vaccino del Campidoglio con a sinistra la Loggia dell’Ara Coeli di Gaspar Van Vittel.

Il complesso museale

Il Museo occupa quello che era il Monastero delle Orsoline, lì presenti fino al 1991, beneficiarie del lascito di quel Demofonte Ferrini che aveva voluto la costruzione del palazzo poi riconvertito. Questo notaio della Reveranda Camera apostolica di Roma, originario di Calvi, aveva infatti decretato che, all’estinzione della sua discendenza, il Palazzo Ferrini che aveva fatto costruire dal Magister Melle di Lugano sarebbe dovuto diventare di proprietà del Comune che, a sua volta, avrebbe dovuto fondarvi un monastero femminile. Cosa che, di fatto, avvenne nel 1715, tantoché nel 1717 vi si stabilirono le Benedettine di Narni sostituite, appena un anno dopo, dalle Orsoline di Roma. Seguirono interventi di ampliamento e di collegamento con due chiese, così da creare il complesso che conosciamo oggi e lungo il quale si sviluppa il percorso museale.
Percorso che prevede sia la visita al Presepe monumentale di Terracotta – XVI secolo, opera di Giacomo e Raffaele Montereale – sia quella alle cucine storiche settecentesche, al lavatoio con annessa cisterna, alla legnaia e alla spezieria, autentiche testimonianze della vita quotidiana nel monastero.

 

Scoprendo l’Umbria: Luce, foto by Marco Giugliarelli

Le mostre temporanee

Il museo è un vero e proprio contenitore culturale che, dal 2012, ospita anche numerose mostre temporanee. La prossima in programma è Scoprendo l’Umbria: Luce che, dal 1 giugno al 25 agosto, apporterà dieci foto di grande formato realizzate da Marco Giugliarelli, omaggio alla vitalità dell’Umbria. Il percorso tematico affronterà il concetto di illuminazione e di percezione della luce, guidando i visitatori, alla luce di torce elettriche, nella penombra delle sale museali al fine di scoprire il rapporto della luce con l’arte. Non mancheranno attività e laboratori per bambini: il percorso Disegni di Luce li guiderà alla scoperta della rappresentazione della luce stessa.

 


Per informazioni: Sistema Museo

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