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«Il set de Il Nome della Rosa era come una grande famiglia; ho avuto la fortuna di avere un grande rapporto con John Turturro e con tantissimi attori. Il mio è un lavoro che quando lo fai ti ruba la vita, ma che quando finisce ti manca moltissimo».

Ciak dopo ciak Luca John Rosati si sta facendo strada nel mondo del cinema. Lavora a Roma da 15 anni e ha affiancato, come aiuto regista, direttori del calibro di Ridley Scott, Gabriele Muccino, Carlo Verdone, Sam Mendes… solo per citarne alcuni. La sua ultima fatica è la serie tv internazionale Il Nome della Rosa, in onda in questi giorni su RaiUno, dove Luca ha aiutato il regista Giacomo Battiato. «Durante le riprese mi sono occupato di tutto. Ho scelto con il casting ogni singolo monaco». Con Perugia – sua città natale – e l’Umbria ha un rapporto di amore e odio e non si risparmia qualche tirata d’orecchie.

 

Il cast de Il Nome della Rosa

Qual è suo legame con l’Umbria?

È un legame di amore e odio. Mi piacerebbe fare qualcosa di concreto per la mia città e la regione, sfruttando anche le mie conoscenze – spero un giorno di poterlo fare. Perugia è la città dove sono nato e mi dispiace vedere alcune dinamiche che non cambiano mai: si presentano sempre i soliti screzi – anche politici – che non portano nulla né alla città né alla regione. Tutto questo lo dico e lo ribadisco, perché ho grande affetto per questi luoghi.

Concretamente cosa vorrebbe fare o cosa dovrebbero fare?

Innanzitutto, occorre parlarsi e trovarsi insieme: Regione e Comune dovrebbero andare nella stessa direzione. La cultura è una, è apolitica; lavorare divisi in quest’ambito non serve assolutamente a niente. Si fa un passo in aventi e due indietro. È un’analisi che faccio perché queste dinamiche le noto quando torno a Perugia: percepisco poco entusiasmo in città e sembra sempre che non ci interessi nulla. È un atteggiamento molto provinciale. Tutto questo lo soffro molto, perché sono una persona che si esalta in tutti i progetti che fa. Ripeto, la mia è una critica per cercare di spronare. La gente –  non solo in Umbria – si dovrebbe riabituare alla cultura, interessare e la si dovrebbe vivere maggiormente.

L’Umbria nel suo piccolo ha comunque molti eventi culturali…

Sì, ma ne servono ancora di più. Va bene Umbria Jazz e tutti gli ospiti che attira, ma credo che le parti politiche, anche se opposte, dovrebbero – almeno sulla cultura – andare nella stessa direzione, senza pizzicarsi od ostacolarsi.

Come racconterebbe l’Umbria solo con qualche inquadratura?

Lo farei attraverso il lago Trasimeno, il monte Subasio, Assisi e soprattutto immortalando il verde. I panorami che abbiamo noi sono unici. Anche il centro di Perugia è bellissimo e bisognerebbe mantenere questa bellezza anche nelle periferie, costruendo con molto più criterio e con buon gusto architettonico, come sta avvenendo ultimamente a Milano, per fare un esempio.

Parliamo ora del suo lavoro: quand’è che ha messo piede per la prima volta in un set?

La mia prima volta è stata nel 2006 con la serie Roma dell’HBO. Avevo appena finito la scuola di regia cinematografica.

Com’è andata?

È stato un impatto molto forte, anche perché si trattava di una produzione americana. Ho iniziato subito a livelli molto alti. Il set di Roma era grandissimo, la produzione molto importante, così come gli attori: devo dire che è stato un bel debutto, ma allo stesso tempo molto impegnativo; spesso ci si svegliava alle 4 di mattina per girare e si tornava a casa alle 21.

Cosa fa in concreto un aiuto regista?

Il regista consegna una sceneggiatura e l’aiuto regista crea il piano di lavoro e di programmazione. Nelle produzioni americane siamo anche più di uno. Il primo aiuto regista è colui che crea la squadra, che prepara il set o che si occupa della chiusura di una strada se si deve girare un’esterna. Io sono abituato a fare tutto, sono un jolly. Ad esempio, per Il Nome della Rosa con l’addetto ai casting ho scelto ogni monaco, faccia per faccia.

Ha lavorato con grandi registi come Ridley Scott, Gabriele Muccino, Carlo Verdone, Sam Mendes e molti altri: cosa ha imparato da loro, cosa gli ha “rubato” artisticamente?

Quello che mi ha colpito di loro è stata la grande umanità e la loro conoscenza della macchina cinema. Hanno un grande rispetto nei confronti di ogni singola maestranza, in un set ci sono tanti lavori, tutti importanti. Tutto deve funzionare perché i tempi sono sempre ristretti e, per questo, è fondamentale il rispetto per ogni lavoratore, dalla punta alla base della piramide. Nel cinema si ha che fare con tante e diverse persone, questo ti apre molto la testa, ti dà una visione del mondo più ampia.

 

Luca John Rosati e Carlo Verdone

Lei ha preso parte come aiuto regista alla serie tv Il Nome della Rosa diretta da Giacomo Battiato: cosa si è portato a casa da questa esperienza?

Il set era diventato come una grande famiglia. Ho avuto la fortuna di avere un grande rapporto con John Turturro e con tantissimi attori italiani e stranieri, si era creata una squadra molto unita. Quando poi tutto è finito, ho sentito subito la mancanza: un impegno e un lavoro che quando lo fai ti ruba la vita, ma che quando finisce ti manca moltissimo.

È soddisfatto del lavoro svolto?

Il prodotto è di alta qualità e sarà sicuramente più apprezzato all’estero che in Italia: non vedo l’ora di vedere come sarà accolto in Inghilterra. Noi siamo abituati a prodotti più scadenti e siamo un pubblico più tradizionale. Il successo che sta avendo non è poi così lontano da serie più nazionalpopolari, non c’è stato – finora – un risultato di pubblico sconvolgente.

Perché secondo lei?

Come dicevo siamo abituati a prodotti più scadenti e vedere Il Nome della Rosa crea quasi una sorta di disturbo rispetto alla semplicità narrativa e costruttiva di altre serie. Altre produzioni ti impongono più qualità e ciò deve essere da stimolo, altrimenti le cose resteranno sempre come sono.

Ci racconti qualche curiosità legata alla serie…

Le riprese realizzate a Perugia, ad esempio, sono state difficili: la mattina sembrava piena estate, poi nel pomeriggio è arrivato un acquazzone improvviso e abbiamo dovuto riprendere John Turturro con una luce totalmente diversa rispetto alle immagini già girate. Ma questo è il bello del cinema!

 

Uno scatto con John Turturro

Ha mai pensato di realizzare un film tutto suo?

Ho dei progetti, le idee sono tante, ma vorrei aspettare il momento giusto e capire se quello che ho in mente può funzionare. Qualcosa, sicuramente, verrà fuori… Va detto che, per fare un film, ci vuole tantissimo tempo e io in questo momento ne ho avuto veramente poco. Quando deciderò, dovrò fermarmi un attimo e lavorare a tempo pieno al progetto, dovrà essere un prodotto forte al quale crederò molto.

C’è un regista con il quale le piacerebbe lavorare?

C’è e ho già avuto il piacere di lavorarci: è Wes Anderson. Ho lavorato in un cortometraggio che si chiama Castello Cavalcanti, diretto da lui.

E un attore che vorrebbe dirigere…

Emilia Clarke è un’attrice che mi piacerebbe dirigere. La conosco, ho già lavorato con lei in Voice from the Stone, film americano girato tra la Toscana e il Lazio. È un’attrice e una persona fantastica.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Pace, libertà, casa.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Le amicizie.

«Pulchra sabina Preces Prisca chirurgis patria» (Preci, il bel castello sabino, antica patria dei chirurghi).

Così esordisce nel Subsidium medicinae Durante Scacchi, capostipite e antesignano della secolare scuola chirurgica preciana.

Un passato controverso quello castoriano, che riecheggia tra le pievi e i santuari di una valle dal fascino arcano; terra di eremiti, percorsa dall’energia primordiale dei Monti Sibillini che, nel culto dei dioscuri Castore e Polluce – patroni della medicina classica – cela echi di gloriose vestigia pagane. È lecito chiedersi il perché, nel cuore della Valnerina, sorse una tradizione chirurgia senza eguali in Europa: basti pensare che nel 1700 Durante Scacchi liberò dal tormento della cataratta sua maestà Elisabetta I, regina di Inghilterra.

La scuola preciana

Tuttavia attribuire alla genesi della scuola preciana all’evangelizzazione anacoretica operata dagli eremiti siriani in Valnerina equivarrebbe a collocare le origini della tecnica chirurgica in un contesto storico-antropologico troppo lontano nel tempo. Appare dunque logico ricollegare sviluppo e decadenza dalla scuola preciana all’ascesa, e parallelamente, al declino, della vicina Abbazia di Sant’Eutizio, roccaforte anacoretica in cui a veleggiare furono i vessilli di Benedetto da Norcia, patrono d’Europa.
Perché la tecnica chirurgica conobbe in Preci e nella Valle Castoriana un fertile terreno su cui svilupparsi? La risposta va individuata nel tessuto socio-antropologico del luogo e nella specializzazione dei preciani nella mattazione del maiale, da cui ne derivarono profonde competenze anatomiche, tradotte successivamente nell’asportazione di cisti e calcoli.

 

Museo della Scuola chirurgica di Preci

 

Eppure nel percorrere questo viaggio nella storia della chirurgia preciana occorre distinguere nettamente i due orientamenti in cui si articolava la celebre corporazione dei chirurghi: se da una parte campeggiava il pensiero empirico – che trovava supporto in chirurghi provetti che tornavano all’amata Preci dai borghi di tutta Europa in cui dispensavano la secolare sapienza umbra – dall’altra spiccano austeri profili di chirurghi di professione, figli dell’élite cittadina e dell’erudizione accademica. Particolare menzione, nella disputa tra gli empirici e i professionisti della chirurgia, merita una citazione del Durante Scacchi, sostenitore del pragmatismo scientifico e dell’applicazione tecnica: «La dottrina cederà alla dotta mano».

La nascita del ciarlatano

Ed è proprio all’interno di questo scenario socio-antropologico che la figura del chirurgo preciano entra inevitabilmente in collisione con uno dei personaggi più dibattuti ed enigmatici del suo tempo: il ciarlatano, da cerretano: abitante di Cerreto di Spoleto che la Treccani definisce letteralmente come colui il quale cavava sulla pubblica piazza i denti o vendeva rimedi che decantava miracolosi.
In seguito ai numerosi abusi empirici di chirurghi ambulanti, provenienti perlopiù dal contado di Cerreto di Spoleto, fu richiesta a coloro che esercitavano la professione la Patente di Mezza Chirurgia, vale a dire una rudimentale abilitazione che autorizzava chi ne era in possesso a procedere chirurgicamente sui pazienti.

 

Museo della Scuola chirurgica di Preci

Il chirurgo di Cerreto di Spoleto

La figura di Durante Scacchi, divenuto celebre per l’utilizzo del rasoio cauterizzatore, che limitava le emorragie, trovò in Baronio Vincenzo, illustre medico e chirurgo di Foligno nonché marito dell’aristocratica Delia Nobili da Cerreto di Spoleto, un degno successore. A Borgo Cerreto, crocevia di itinerari e viandanti, costui fece erigere un ambulatorio ospedaliero in cui esercitò per decenni la nobile professione di chirurgo e, successivamente, commissionò la realizzazione della Chiesa di Gesù e Maria, divenuta mausoleo della famiglia Vincenzi. Nella cripta del santuario sono state recuperate importanti testimonianze degli interventi effettuati dal Vincenzi: trattasi di crani che esibiscono tracce di perforazioni chirurgiche, praticate verosimilmente come esperimenti, uno dei quali mostra visibili segni di rimarginazione, comprovando l’ipotesi che il paziente sopravvisse a lungo grazie alla buona riuscita dell’intervento.

«La cittadina si presenta solenne e poderosa, con quella sua porta, il corso e la chiesa di San Francesco» (M. Tabarrini)

Vista di Monteleone di Spoleto, foto di Claudia Ioan

Storia

Posto su un colle lungo la valle del fiume Corno, Monteleone di Spoleto è tra i borghi più belli e caratteristici della Valnerina. Nei secoli, grazie alla sua posizione, ha guadagnato l’appellativo di Leone degli Appennini. Il suo territorio è inserito in uno degli angoli naturalistici e paesaggistici più gradevoli e incontaminati dell’Appennino centrale.

La città è come un piccolo scrigno che custodisce da secoli preziosi oggetti di storia, arte e architettura: vanta, infatti, antichissime origini, come testimoniano le numerose tombe ritrovate nei dintorni. Delle passate epoche di guerre e assedi rimangono numerose testimonianze, di cui la più celebre è la biga del VI secolo a.C., qui ritrovata nei primi anni del Novecento, e della quale si conserva nel museo – all’interno della Chiesa di San Francesco – una splendida copia. L’originale è invece esposto al Metropolitan Museum of Art di New York.

La cittadina, fin dall’antichità, appare al visitatore solenne in tutta la sua maestosità; testimone delle sue antiche vestigia, Monteleone ostenta al viandante tutta la fierezza della sua storia. Il paese infatti, isolato tra le brulle montagne dell’Appennino, è ricco di simboli e significati. Curioso è il ripetersi di certi numeri: tre sono le cinte murarie e, ognuna di esse, è provvista di tre porte, sei le torri e otto i baluardi della città. Il castello, cinto da solide mura, torri di vedetta e porte, conserva al suo interno la tipica urbanistica medievale e rinascimentale con case, chiese e palazzi gentilizi che si affacciano su vicoli e piazzette. Elemento caratteristico di tutto il paese è la roccia locale bianca e rossa, che rende la sua architettura unica, capace di richiamare la magica bicromia degli antichi ordini cavallereschi. Il territorio conta quattro nuclei abitativi (Ruscio, Rescia, Trivio e Butino), i quali erano legati principalmente all’attività agricola e pastorale e a celebri attività industriali, come le miniere di lignite di Ruscio e quelle di ferro, dalle quali, secondo la tradizione, fu estratta la materia prima per i cancelli del Pantheon a Roma.

Il farro di Monteleone, foto di Claudia Ioan

Eccellenze a Monteleone di Spoleto

A rendere Monteleone di Spoleto una cittadina ancora più meravigliosa è il colore ambrato che contraddistingue i suoi terreni: il farro di Monteleone è tra le eccellenze d’Italia, tanto che, grazie all’impegno dei produttori locali, è stato possibile richiedere e ottenere il marchio D.O.P (Denominazione di Origine Protetta).

Monteleone di Spoleto, foto Claudia Ioan

Chiesa di San Francesco

Varcate le mura della città, è possibile scoprire, attraverso piacevoli percorsi, importanti ricchezze storiche e artistiche, come la Chiesa di San Francesco, costruita tra XIV-XV secolo. La chiesa è l’opera più appariscente e suggestiva per complessità di storia, sviluppo, arte e fede. È un libro con santi e simbologie da scrutare e leggere con cura. Il titolo della chiesa è in realtà quello di S. Maria o meglio Madonna dell’Assunta, ma è comunemente nota col nome del poverello d’Assisi da quando intorno al 1280 vi s’insediarono i primi francescani. Infatti, fino alla soppressione del convento, l’ordine francescano in Monteleone utilizzò sempre e in ogni atto ufficiale un sigillo recante l’emblema dell’ordine sovrastato dall’immagine dell’Assunta rapita in cielo con le iniziali S(anctaeM(ariae). Vari affreschi decorano le pareti della chiesa con immagini devozionali fatte eseguire probabilmente da pittori della scuola umbra del sec. XIV.

Chiesa di San Nicola

La chiesa è posta nel punto più alto del centro storico; ha origine altomedievale, infatti i primi documenti risalgono al 1310. Presenta una pianta disposta su un’unica navata provvista di dieci cappelle con propri altari. Il soffitto è a cassettoni e ricoperto da una tela dipinta a tempera con motivi floreali. Tra le diverse opere di notevole pregio citiamo La decollazione di S. Giovanni Battista fra S. Antonio da Padova, S. Isidoro e la Maddalena, attribuita al pittore Giuseppe Ghezzi e l’Annunciazione, probabilmente opera di Agostino Masucci.

Chiesa di Santa Caterina

Nel 1310 cinque monache agostiniane, provenienti dal Monastero di S. Caterina a Norcia, chiesero al Capitolo di S. Nicola una chiesetta e una casa nella parte bassa di Monteleone per edificarvi un monastero.
Sia la casa sia la chiesa erano fuori la cerchia delle mura, costruite nel 1265. Le monache rimasero lì per quasi cinque anni. Della stupenda chiesa settecentesca, restano soltanto le mura perimetrali.

Chiesa di Santa Caterina, foto Enrico Mezzasoma

Chiesa di Santa Maria de Equo

L’ambiente interno della chiesa è tipico delle pievi campestri: al centro della chiesa è posto un altare settecentesco, ornato da una statua lignea della Madonna con Bambino; ai lati, all’interno di due nicchie, ci sono le statue lignee di S. Pietro e S. Paolo.
Lungo la parete di sinistra è raffigurato il venerabile Gilberto o Liberto, eremita qui vissuto per molti anni.


Bibliografia:

L’Umbria si racconta. Dizionario E-O, Foligno 1982 di Mario Tabarrini.

«Sono un intrattenitore che propone musica da ballo, non mi piace essere legato a un solo genere. Amo l’Umbria per la sua cultura e per aver mantenuto le sue peculiarità».

Mando un messaggio a dj Ralf per fissare l’intervista con un po’ di soggezione. Raramente mi capita, ma stiamo parlando di Ralf, le volte che l’ho visto da ragazzina (da lontano e al buio) si ergeva dietro alla consolle come una specie di divinità intoccabile della musica. Al mio messaggio risponde subito: «Mi può chiamare anche ora, se vuole». Non me lo faccio ripetere.

«Sono appena tornato dalle terme», inizia così la nostra chiacchierata, in cui ho scoperto un Ralf – o meglio un Antonio o Antonello Ferrari – inaspettato e legatissimo all’Umbria. Nato a Bastia Umbra e cresciuto a Sant’Egidio, dj Ralf non ha bisogno di presentazioni, ha fatto ballare – e lo fa ancora – milioni di persone in tutto il mondo, una vera icona del night clubbing dal 1987.

Dj Ralf

La prima domanda è di rito: qual è il suo legame con l’Umbria?

È un legame molto forte, infatti, pur non essendo una regione molto servita dalle vie di comunicazione – autostrade, treni e aeroporto – e viaggiando molto per lavoro, sono rimasto sempre qui. Oggi vivo vicino al lago Trasimeno, non ho mai pensato di cambiare, nemmeno quando per lavoro sarebbe stato più utile vivere in una metropoli dove c’erano più opportunità. Perugia e l’Umbria sono dei luoghi molto vivaci dal punto di vista culturale e musicale, quindi oltre l’amore che ho per la mia terra, c’è un vero e proprio piacere nel vivere in un luogo con una forte presenza di espressioni artistiche.     

Perché si chiama Ralf?

Deriva dal cartone animato Sam Sheepdog e Ralph Wolf che vedevo sempre con la mia amica Laura. Avrò fatto la prima media: assomigliavo al cane Sam, avevo i capelli lunghi davanti agli occhi proprio come lui. Questo cane salutava il lupo dicendogli: «Ciao Ralph!». Ero molto appassionato di questo cartoon e tutti hanno iniziato a chiamarmi così. Sono diventato Ralf prima di essere dj Ralf.

Come mai ha deciso di utilizzare questo nome anche nella sua professione?

Non è che ho proprio deciso: ho iniziato a suonare e tutti mi conoscevano già come Ralf. Questo soprannome mi ha portato fortuna ed è oramai diventato un nome. Mia moglie – ci siamo spostati lo scorso anno dopo oltre 30 anni di fidanzamento – mi ha sempre chiamato Ralf, ma se tornassi indietro mi farei chiamare con il mio nome vero: Antonio Ferrari. 

Quanto c’è di Antonio in Ralf?

Molto, non è un alter ego. Anche se ho spesso pensato di fare delle cose con degli alias, poi alla fine non l’ho mai fatto, ma chissà… sono ancora giovane! Antonio è un bel nome, ma l’ultima persona che mi ha chiamato così è stata la mia maestra delle elementari, perché tutti mi hanno sempre chiamato Antonello. Avevo uno zio prete e visto che Antonello non aveva il santo, mi hanno segnato all’anagrafe come Antonio, anche se poi la mia famiglia mi ha sempre chiamato Antonello. Successivamente, alla prima media sono diventato Ralf.

Ha tanti nomi e tante personalità?

Ho tanti nomi, ma sono sempre uno, anche se ognuno di noi ha diverse personalità al suo interno.      

Dalla sua consolle come ha visto cambiare l’Umbria in questi anni? Intendo sia a livello social, sia musicale.

Ci sono stati cambiamenti nella stessa misura in cui ci sono stati da altre parti. Ad esempio, per quanto riguarda la musica, l’Umbria ha delle manifestazioni storiche che sono diventate patrimonio italiano e non solo. Parlo di Umbria Jazz, del Festival dei Due Mondi di Spoleto, del Festival della musica di Todi, del Festival delle Nazioni a Città di Castello e, da ultimo, di UniversoAssisi. Tutte realtà molto interessanti, senza dimenticare la musica classica resa viva dagli Amici della Musica di Perugia. L’Umbria ha delle eccellenze dal punto di vista musicale e culturale, è una regione veramente ricca. Anche dal punto di vista religioso offre tantissimo, persino per un non credente come me: ci sono luoghi d’incontro, di scambio sociale e culturale che vanno al di là della religione stessa.

C’è qualcosa che manca all’Umbria rispetto ad altre realtà? 

La prima cosa che mi viene in mente è quello che ho detto all’inizio, cioè delle infrastrutture inadeguate. Questo però è anche il suo fascino: chi vuole venire in Umbria deve volerlo veramente, non ci passa certo per sbaglio. La regione ha un turismo più di nicchia, ma non per questo è meno bella di altre regioni. Sicuramente non è meno bella della Toscana: i nostri borghi hanno mantenuto la loro tipicità e il loro carattere. Da noi c’è un tipo di turismo più particolare, che a me piace molto: tutto questo mi fa amare l’Umbria ancora di più. 

Ha mai pensato di rifare un concerto a Perugia come quello che ha fatto anni fa a Umbria Jazz?

Eccome, ci penso continuamente. Lo rifarei volentieri, ma non dipende solo da me, qualcuno me lo deve chiedere. Sono molto vivace e ben disposto a realizzare questi eventi, ma perché ciò accada ci deve essere una collaborazione tra più parti. Questi eventi mi piacciono perché ho modo di muovermi in territori musicali diversi rispetto al genere che mi contraddistingue, anche se – devo dire – non ho mai avuto una direzione musicale precisa: sono un intrattenitore che propone musica da ballo, non mi piace essere legato a un solo genere.

In questi anni è cambiato il suo pubblico?

Sì e no. Il rituale che organizziamo e al quale assistiamo e partecipiamo, nel corso degli anni, non è cambiato molto. È cambiata la musica, ma il senso di andare a ballare è rimasto inalterato. Può essere mutato il modo, ma non è detto che non torni di moda: la gente ama ballare e questo non cambierà mai. Ognuno predilige una certa ritmica e un certo stile di musica e ogni musica ha una sua dignità.     

Quando deciderà di spegnere definitivamente la consolle?

Non ci ho mai pensato. I lavori artistici non finiscono mai, continuano finché uno ha voglia e finché si ottengono risultati: io ho ancora entrambi. Ovviamente negli anni le cose cambiano, ma ciò che faccio, lo faccio come se fosse il primo giorno. 

Confessi al pubblico qualcosa che non sa di lei.

In alcune cose sono molto compulsivo, tipo il cibo. – un aspetto che dovrei risolvere in qualche modo (ride). Mi piace mangiare, anche guardandomi si capisce.

Qual è il piatto del quale non può fare a meno?

La bruschetta. È un piatto legato all’infanzia: pane e olio, con pane bruscato o meno. Quando ho fame, però, ho voglia di pastasciutta.  

Ho letto che usa fare dei gesti scaramantici prima delle esibizioni: sono sempre gli stessi o li ha cambiati?

Sono sempre gli stessi da anni. In consolle la valigia dei dischi nuovi va a sinistra, mentre quella dei dischi più vecchi a destra: questo è un rituale che non ho mai cambiato nella mia vita. Poi, se mi cade la cuffia, la batto tre volte sul mix. Infine, senza la mia pila mi sento perso: anche se c’è luce a sufficienza, io devo avere la mia pila per cercare le cose e i dischi.

Immancabile anche la maglietta nera…

Sì. Ogni tanto provo a uscire da questa routine e metto magliette con delle scritte, ma non resisto più di un’ora. In verità, uso magliette nere perché mi fanno sembrare più magro, se avessi un’altra corporatura metterei magliette anche colorate (scherza).      

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Verticale, ombrosa, leale.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Il torcolo.

Nei vari centri di cultura che emergono in Italia e in particolar modo in Umbria, la produzione tessile sostiene un ruolo non secondario nell’esprimere il gusto, l’idea di bellezza e i valori di un’epoca. Il settore tessile è una forma di artigianato fortemente radicata nella realtà economico-sociale umbra.

Arte popolare

Il fascino di questa regione si scopre anche attraverso questa gloriosa arte popolare, che si traduce nella produzione tra il Trecento e il Quattrocento delle famose Tovaglie Perugine, realizzate in tela di lino bianco. I cosiddetti pannili alla peroscina furono apprezzati e commercializzati in tutta Europa dal Medioevo al Rinascimento. Nel centro storico di Perugia, ancora si trova lo storico laboratorio di tessitura a mano di Giuditta Brozzetti. È uno degli ultimi laboratori di tessitura d’Italia dove vengono usati esclusivamente telai originali.

Oltre a Perugia un punto di riferimento interessante è a Città di Castello dove, nelle splendide sale di Palazzo Tommasini, si trova il laboratorio Tela Umbra, nato come istituzione a carattere benefico per opera della baronessa Alice Franchetti Hallgarten al fine di tutelare la conservazione di questa antica arte. 

Madonna della Misericordia

Tecniche e ricami

In Umbria le lavorazioni su tessuto vengono riprodotte anche da pittori locali e forestieri nelle splendide pale d’altare e gonfaloni, attraverso una varietà di forme e di tecniche; i tessuti così sottolineano la bellezza quasi irreale di Madonne coperte da ampi mantelli interamente dipinti, ma che sembrano ricamati sulla tela. Nel Quattrocento e sempre di più nel secolo seguente, molte officine tessili si dotano della presenza di artisti, di maestri sempre più imprenditori e di forestieri che portano nuove tecniche e fanno conoscere nuovi ricami: gli artisti quindi si appoggiano anche alle botteghe dei ricamatori, che godono di una considerazione non inferiore a quella dei pittori.

Le vesti così raffigurate nelle varie opere presenti nel territorio umbro sono grandiose. I tessuti che vengono maggiormente dipinti sono velluti, damaschi, lampassi e broccati, simboli di grande preziosità. Accanto alla lavorazione dei tessuti anche quella dei ricami, raffigurati a punti tagliati o sfilati, è di grande prestigio. Nei pittori le vesti dei personaggi sono ricche di fascino ed eleganza e l’abito diventa parte integrante della figura. Il disegno è costruito con una magnifica e solenne concezione di equilibrio: i decori floreali nelle vesti della Vergine si fanno sempre più importanti, ricordando i tralci di acanto, di memoria classica, che si snodano lungo un percorso sontuoso. Il vestito dipinto sul personaggio lo completa: è lo spirito della sua eleganza e l’espressione della sua raffinatezza.

Madonna del Belvedere di Ottaviano Nelli

Abito, specchio di un’epoca

Osservando il modificarsi della foggia dell’abito e dei tessuti, è possibile intuire l’alternarsi nelle opere d’arte, di epoche e di stili. Di particolare importanza, per la ricchezza delle vesti, è la Madonna del Belvedere (1413), capolavoro del più celebre pittore eugubino Ottaviano Nelli. L’abito segue con delicatezza la linea del corpo, mentre le ampie maniche testimoniano l’estro del tempo: non solo le vesti sono impreziosite in oro, ma con la stessa tecnica sono stati riprodotti anche gli abiti degli angeli musicanti. L’indumento fondamentale nel Quattrocento era infatti la gamurra: un abito lungo fino ai piedi, chiuso da bottoni o da stringhe laterali, più o meno ricco a seconda della classe sociale.

Beato Angelico di Polittico Guidalotti

Non solo la Vergine ha ampi e preziosi vestiti, ma nella pala di gusto tardogotico (1420-1430) di Antonio Alberti, conservata nella Pinacoteca di Città di Castello, anche San Benedetto e San Bartolomeo rispettivamente a destra e a sinistra della Vergine, hanno abiti molto ricercati con decorazioni floreali in oro. San Nicola invece, del Polittico Guidalotti (1437), opera celebre di Giovanni da Fiesole, noto come Beato Angelico, è assorto nella lettura. Nelle sue vesti, l’oro non è un elemento sovrapposto, ma è tessuto insieme alla tela. Il broccato prezioso del piviale è indagato con un’ottica fiamminga della luce che scorre tra le pieghe e crea motivi a losanghe, segmenti e riflessi di luce. Lo stesso trattamento è usato per la veste bianca e rossa che fuoriesce decisa dal piviale. Percepiamo la morbidezza e il fruscio della seta che si adatta in mille pieghe rese vive dalla luce.

Madonna dell’Orchestra di Giovanni Boccati

All’interno di un hortus conclusus, inveceè dipinta in modo monumentale la Madonna dell’Orchestra (1448-1458) di Giovanni Boccati. Quello che più colpisce è il vestito della Vergine in broccato azzurro scuro con motivi floreali in oro. Una tipologia di Madonna molto rappresentata in Umbria è la Madonna della Misericordia, cioè la Vergine che accoglie i fedeli sotto il proprio manto. La bellissima Vergine di un seguace di Niccolò di Liberatore (seconda metà XV sec.), oggi conservata nel Museo Civico di Trevi, indossa un abito rosso amaranto decorato con ornamenti floreali sulla tonalità del rosso, un sontuoso mantello grigio olivastro, anche esso decorato, le scende sulle spalle. Molto simile è un’altra Madonna della Misericordia (1482) di Bartolomeo Caporali, conservata nel Museo Comunale di Montone: una tunica stretta in vita in oro con fiori dalle sfumature rosse e rosa è la protagonista di tutta la scena. Infine degne di essere ricordate, per la preziosità delle loro stoffe dipinte sono la Madonna in trono e Santi (1462) di Matteo da Gualdo, oggi conservata nel Museo Comunale di Gualdo Tadino e la Madonna del Soccorso (fine XV sec.) di Francesco Melanzio, nel Museo Comunale di S. Francesco a Montefalco, da poco restaurata, la pala è tornata a comunicare quei valori di bellezza per i quali era stata commissionata.

Madonna in trono e Santi di Matteo da Gualdo

Infine belle donne elegantemente vestite, sono raffigurate nei piatti da pompa, tipici della ceramica derutese: le dame ricordano, per delicatezza dei tratti e per fisionomia, la tipologia di Vergine dipinta dal Pinturicchio. Una di esse, conservata nel Museo Civico della Ceramica di Deruta (XVI sec.), è raffigurata con un vestito azzurro e oro. A Deruta anche Santa Caterina d’Alessandria, di epoca più recente alle nobildonne precedenti, è vestita con un lungo e raffinato abito con una decorazione in blu e arancio. La Santa, protettrice dei ceramisti derutesi, fa da cornice all’antica arte di tessuti, merletti e decorazioni, non ricamati sulla stoffa ma bensì dipinti sulla tela, nelle opere d’arte umbre.

Madonna del Soccorso di Francesco Melanzio

Fra pochi giorni è Natale, la festa di tutti, ma che ognuno lo festeggia a modo suo. Nei paesi di lingua tedesca si fa l’albero e si accendono le quattro candele dell’Avvento. Ancora più a nord, dove la notte è molto lunga, dietro ogni finestra sono posizionate delle luci che, riflettendosi sulla neve, rendono la notte meno buia. Londra Parigi e New York sfoggiano luminarie sempre più belle. A Piazza San Pietro, a Roma, si rispettano tutte le tradizioni, cioè presepe e albero.

Qui sull’altopiano, invece, domina il presepe, che si fa in vari modi. A Massa Martana, limite sud dell’altopiano, si allestiscono presepi fatti con ogni tipo di materiale, ghiaccio compreso. Provengono da tutte le regioni d’Italia e non solo, sono tradizionali e modernissimi, classici e astratti. Il castello è la cornice suggestiva dentro cui si aprono i locali dei presepi. Ogni vicolo e ogni slargo ha qualcosa di natalizio da mostrare.

Il presepe vivente di Marcellano

In un altro castello si fa il presepe vivente. Si deve andare a nord dove si incontra l’ultimo castello dell’altopiano che è Marcellano, ultimo possedimento orientale di Todi che ancora conserva l’aquila tuderte. Se ci andate, cercatela! Il borgo risale ai primi del 1200, è piccino, graziosissimo e tutto costruito all’interno del castello. Sono ormai trent’ anni che Marcellano mette in scena il presepe vivente, un evento che richiama un pubblico sempre più numeroso.
L’azione coinvolge tutti gli abitanti di Marcellano che, all’interno del castello, ricostruiscono la vita al tempo di Gesù a lume di candela, con una piccola aggiunta di dolcetti deliziosi.
Poi, quando si fa notte, le attività commerciali si fermano e sul sagrato della chiesa inizia la sacra rappresentazione. Tutto ciò che dice il Vangelo viene messo in scena, partendo dall’Annunciazione. I turisti sono pigiati davanti alla chiesa, quando si comincia a sentire una musica dolce: sulle note della Barcarola di Offenbach l’azione si sposta nella valletta. Laggiù si è illuminata la grotta con i personaggi principali: Maria, Giuseppe e il Bambinello.
I turisti sono ancora fermi in paese quando appare la stella cometa che, gracchiando, scende lungo un filo fino alla grotta e guida la strada ai Magi. I re magi, elegantissimi e a cavallo, vanno a rendere omaggio a Gesù Bambino e a portare i loro doni preziosi. Solo adesso i turisti possono muoversi e scendere. Lì nella grotta, al freddo e al gelo, c’è l’ultimo nato dell’anno, accuratamente coperto contro il freddo e sempre molto elegante per celebrare un onore che può capitare una sola volta nella vita.

 

Il presepe di Marcellano

La magia delle laudi del 1200

Natale però è caratterizzato anche dai canti. Quelli americani dominano, ma l’Italia ha canti antichi e belli che non hanno venduto milioni di dischi, ma che hanno attraversato i secoli. Questi canti sono le laudi, nate in Umbria attorno al 1200 e ancora cantate e ascoltate, soprattutto in Umbria.
Se 5.000 persone per un concerto vi sembrano poche, starete sicuramente pensando ai concerti di Vasco Rossi. Ma se pensate che 5.000 persone si sono radunate per ascoltare il Coro Polifonico M° Tommaso Frescura, diretto dal prof. Emore Paoli, vi renderete conto che è un’enormità.
Si sono riuniti per ascoltare le laudi del 1200 e i canti popolari umbri, una musica così di nicchia che di solito si rivolge a un pubblico specializzato. Quindi, per traslato, gli Umbri sono musicalmente molto colti. Di certo molti di essi, anche se non tutti e 5.000.
Accade che il prof. Paoli, umbro DOC, abbia coinvolto in un’avventura raffinata gli abitanti del suo paese, proprio quel Marcellano dove si mette in scena il presepe vivente. Egli ha dato nuovamente vita alla musica umbra, quella del territorio, ancor prima di Umbria Jazz.
La laude italiana è sia religiosa sia popolare e si è tramandata nei secoli quasi inalterata. Da qui l’interesse di tante persone che ricordano canti sentiti in gioventù, mente i giovani ascoltano curiosi i suoni e le parole di un passato che è dietro le loro spalle. Quel passato così lontano invece è vicino, anzi vicinissimo. Infatti, c’è una laude che prende origine dai Fioretti di San Francesco, che sicuramente l’ha cantata e danzata quando andava in giro per il mondo. La laude in questione l’abbiamo cantata anche noi, in gita, ma anche in chiesa; è stata suonata con l’armonica, con le chitarre e cantata con cori non particolarmente intonati.
Il primo è stato Claudio Baglioni nel film che Zeffirelli ha girato sulla storia di San Francesco: Fratello sole e sorella luna erano sia il titolo del film che della canzone. L’ha scritta Riz Ortolani appositamente per il film. Ma Riz Ortolani era un uomo colto che conosceva le laudi del 1200 e ha rielaborato proprio quella di San Francesco.
Se Fratello sole e sorella luna è famosissima, le laudi natalizie riservano a loro volta delle sorprese. Sentendole si ritrova l’Italia dei pastori, dei presepi e degli zampognari con le cioce. Un piccolo piacere che il prof. Paoli regala ogni anno durante le feste di Natale e Capodanno tenendo un concerto sull’altopiano.

I bambini provenienti da famiglie più povere hanno, rispetto ai loro coetanei, una maggiore probabilità di fallimento scolastico, rischiano di lasciare precocemente la scuola e di non raggiungere i livelli minimi di apprendimento. A loro volta, questi minori soffriranno, con tutta probabilità, di una condizione di privazione, anche economica, nella loro vita da adulti.

Queste le allarmanti considerazioni apparse in un rapporto del maggio 2018 pubblicato da Save the Children Italia, secondo cui la povertà educativa – cioè la privazione dell’opportunità, per bambini e adolescenti, di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni – tende a interessare diverse dimensioni. Impedisce loro, infatti, non solo di acquisire le competenze necessarie per vivere nel mondo odierno costruendo relazioni interpersonali e sociali, ma anche di avere stima in se stessi e nelle proprie capacità, così come di mantenere un controllo dei propri sentimenti anche in situazioni di difficoltà e di stress.

I numeri

In Italia, di quasi mezzo milione di studenti quindicenni oltre 100.000 non raggiungono i livelli minimi di competenze in matematica e in lettura: non riescono, insomma, a utilizzare formule matematiche relativamente semplici per descrivere la realtà che li circonda, né a interpretare correttamente il significato di un testo. La disuguaglianza è talmente marcata che gli studenti provenienti da famiglie svantaggiate ottengono, ai test somministrati, risultati tra i più bassi in Europa, mentre i loro coetanei, provenienti però da famiglie più abbienti, si attestano allo stesso livello dei top performer mondiali.

 

 

Ma non è tutto perduto

Esistono però bambini che, pur provenendo da situazioni svantaggiate, trasformano la difficoltà in un’occasione di crescita e sviluppo personale: si tratta dei minori resilienti che, reagendo positivamente, innescano un meccanismo di apprendimento continuo, vita natural durante, utile a vivere serenamente le sfide che il mondo odierno presenta loro. Il loro numero soffre, purtroppo, di flessioni temporali e geografiche: da nord a sud della Penisola, la percentuale dei bambini resilienti cala notevolmente, senza contare che l’Italia è, tra i Paesi europei, quello con processi di resilienza meno sviluppati.

Stimolare la resilienza

È indubbio, infatti, che la resilienza scaturisce non solo da un ambiente scolastico stimolante, dove gli insegnati dialogano proficuamente con i genitori e gli alunni si muovono tra infrastrutture di qualità, ma anche da luoghi in cui sia possibile svolgere attività sportive, ricreative e culturali, capaci di arginare il pericolo della criminalità, della disoccupazione e della povertà. È importante anche una predisposizione individuale alle relazioni sociali e all’autonomia, come pure la capacità di risolvere i problemi e di darsi degli obiettivi.
Viene da sé che, al contrario, una comunità degradata, che soffoca la motivazione e l’impegno e che deprime il talento, sia un vero e proprio ostacolo alla resilienza, così come le discriminazioni di genere, che si delineano addirittura come fattore predittivo della povertà educativa.
Al contrario di quanto si crede, non hanno influenza sulla capacità di resilienza né la provenienza da una famiglia migrante, né la composizione familiare o la condizione lavorativa dei genitori.

E l’Umbria, quanto è povera?

Rispetto alle regioni meridionali, quelle del centro-nord, seppure avvantaggiate, restano gravemente carenti dal punto di vista delle attività ricreative e culturali. La partecipazione dei minori a uno spettacolo teatrale almeno una volta all’anno non supera mail il 40%; nella nostra regione, inoltre, l’80,3% dei minori non ha mai partecipato a concerti di musica classica – e questo è un dato superiore persino a quello delle regioni del centro sud, che in generale offrono meno opportunità per attivare percorsi di resilienza educativa.

 

Edu Sostenibile

Analizzare questi meccanismi costituisce la chiave di volta per sviluppare politiche efficaci a contrasto della povertà educativa. Con queste premesse nasce il progetto Edu sostenibile: la comunità nella sostenibilità educativa per l’infanzia, che verrà presentato il 22 novembre 2018 alla Sala dei Notari di Perugia (evento).
Rivolgendosi a oltre 10.000 bambini tra gli zero e i sei anni, ai loro genitori, ai loro famigliari di riferimento – senza contare i 2.000 studenti di Scienze dell’Educazione, Consulenza Pedagogica, Scienze della Formazione Primaria e Psicologia, e gli oltre 400 professionisti del campo dell’infanzia – il progetto intende creare un sistema incentrato sulla corresponsabilità educativa.
Attraverso dei CET (Centri Educativi Territoriali) e una campagna informativa generalista, cercherà di rendere consapevoli le famiglie dell’importanza di un ambiente stimolante per lo sviluppo dei bambini e di proporre, conseguentemente, attività calibrate sui loro bisogni, come laboratori, focus group e attività di prossimità.

Passo dopo passo

L’attività sperimentale dei CET, volta a produrre un cambiamento culturale e la formazione di comunità educanti fortemente inclusive, dopo una prima fase di co-progettazione – volta alla sensibilizzazione della comunità, anche tramite la distribuzione di kit informativi – proseguirà con la mappatura di tutte le risorse sociali, sanitarie, culturali e associative che svolgono una funzione educativa nel territorio, al fine di coinvolgerle nella progettazione dell’attività dei CET stessi. Queste iniziative – offerte a prezzi accessibili o sostenute tramite l’integrazione con l’apposito fondo di sostenibilità – daranno particolare enfasi al coinvolgimento delle famiglie; e tale processo, moltiplicato in tutta la comunità, tenderà a costituire dei patti di collaborazione che sanciscano formalmente la cooperazione tra pubblico e privato a tutela di un imprescindibile bene comune: il valore educativo di una comunità.

I depositi di un museo sono luoghi che nell’immaginario collettivo prendono spesso la forma di polverosi magazzini pieni di opere meravigliose, a volte sottratte alla vista del pubblico. Alcune di esse vengono esposte in sostituzione di altre temporaneamente in prestito o in restauro, altre aspettano ancora la visita di studiosi o conoscitori che possano studiarle e meglio valorizzarle, altre infine, pur pregevoli e talvolta bellissime, portano su di sé troppe offese del tempo perché possano essere esposte al pubblico.

Giovanni Baronzio. Imago Pietatis. Terzo quarto del XIV secolo

 

La Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia completa il suo programma di celebrazioni per i suoi primi cento anni di vita con una mostra visibile fino al 6 Gennaio 2019 dal titolo: L’altra Galleria. Opere dei depositi, che porta alla luce proprio le opere meno conosciute. La mostra offre al visitatore l’opportunità di scoprire opere inedite tra le bellezze pittoriche del Duecento fino alla metà del Cinquecento.

Tecniche all’avanguardia

Le opere sono state dapprima oggetto di indagini diagnostiche e interventi conservativi, grazie a un’équipe di specialisti di restauro del territorio umbro e toscano che hanno usato sistemi innovativi di pittura e metodologie conservative all’avanguardia. Nuove attribuzioni, nuove datazioni e scoperte sulla provenienza: la tecnica e i vecchi restauri hanno consentito di precisare la carta d’identità di ciascun manufatto e di poterne valutare al meglio le qualità.
Cesare Brandi diceva: «Il restauro costituisce il momento metodologico del riconoscimento dell’opera nella sua consistenza fisica e nella duplice polarità estetico-storica, in vista della sua trasmissione al futuro».

 

Madonna in trono con il Bambino tra i santi Giovanni Battista e Benedetto. Eusebio da San Giorgio. 1506-1508

La scoperta

Sono così riemersi colori sgargianti nascosti da spessi depositi di sporco e da pesanti strati di vernice ingiallita, come nel Crocifisso e Santa Maria Maddalena di ambito folignate, nella Madonna con il Bambino, San Girolamo e Sant’Antonio da Padova di Matteo di Giovanni o nel Dio Padre e Angeli di Mariano di Ser Austerio. Policromie inedite sono affiorate da tavole fortemente danneggiate a causa di puliture eseguite con sostanze aggressive; sono stati inoltre scoperti dettagli di intensa suggestione, come le stimmate sulle zampe dell’Agnello Mistico o la preghiera della Vergine incisa dall’autore della Santa Caterina.

 

Le beate margherita da Città di Castello, Margherita d’Ungheria, angnese da Montepulciano. Ludovico di Angelo mattioli. Inizio del XVI secolo

Il percorso

L’altra Galleria si configura pertanto come un ampliamento del percorso museale della galleria perugina, nella quale troviamo nomi già conosciuti – come Giovanni Boccati, Bartolomeo Caporali e Perugino – assieme a figure che invece fanno ritorno dopo molto tempo nel circuito espositivo, o vi fanno la loro prima comparsa, come il Maestro dei Dossali di Subiaco, Melozzi da Forlì, Meo da Siena, Allegretto Nuzi, Rossellino di Jacopo Franchi, Eusebio da San Giorgio, Berto di Giovanni, Domenico Alfani e Dono Doni.
Nel percorso espositivo sono visibili anche alcuni affreschi staccati dal monastero di Santa Giuliana in origine presenti nel coro, nel refettorio e nell’aula capitolare della chiesa stessa. Da questi ambienti proviene l’affresco con la rara raffigurazione di San Galgano.
La mostra offre al visitatore un’occasione unica e speciale per ammirare una raffinata selezione di tavole di autori appartenenti all’epoca d’oro della scuola umbra.

«Da cuore verde d’Italia a Umbria, nel cuore di tutti».

Perugina DOC, Serena Scorzoni è uno dei volti noti di Rai News 24. Entra nelle nostre case per raccontarci la realtà e da giornalista attenta qual è non poteva non scattare una foto anche della sua Umbria. Una terra alla quale è molto legata, a cui non risparmia però anche una tirata di orecchie. «La politica non ha avuto il coraggio di affrontare i nodi che isolano non solo geograficamente la nostra regione. Tutti si sono seduti su una visione di comodo, fino a che non hanno sbattuto la faccia contro la dura realtà. Spero si siano svegliati».

 

Serena Scorzoni

Serena, come prima cosa: qual è il suo legame con questa regione?

A Perugia vivono i miei genitori e la mia famiglia. Ho quindi un legame indissolubile. Lì sono le mie radici, ma ho deciso di mettermi in gioco lontano dalle sicurezze della mia terra.

Grazie al suo lavoro lei racconta la realtà: come vede l’Umbria? Quali sono i suoi pregi e i suoi difetti?

L’Umbria è una terra meravigliosa, ma come tutte le cose piene di luce, ci sono anche delle ombre. Mi piacerebbe che fosse più aperta e accogliente, meno ruvida e chiusa. Ma è comunque per me il luogo dell’anima.

Come la racconterebbe, al di là di cuore verde d’Italia?

Arte, spiritualità, cibo&vino, ma anche la tenacia e il coraggio delle donne e degli uomini umbri che si mettono in gioco. Penso alle tante aziende, ai nostri corregionali che si sono fatti conoscere nel mondo per la cultura, per la scienza e per l’imprenditoria. Da cuore verde d’Italia a Umbria, nel cuore di tutti.

Diversi eventi – penso al terremoto e al caso Meredith – hanno dato una visione di Perugia e dell’Umbria non del tutto veritiera, o forse sì: lei cosa ne pensa?

Ho seguito da vicino la drammatica vicenda Meredith e tutto il circo mediatico che per anni ha raccontato una parte della storia. Certo, la cronaca nera ha dato un alone molto negativo alla nostra città e alla nostra regione. Però ha stracciato un velo di ipocrisia su un’immagine oleografica dell’Umbria da cartolina. Non era vero il paradiso in terra allora, non è un inferno di diavoli oggi. Da allora la politica non ha avuto il coraggio di affrontare i nodi che isolano non solo geograficamente la nostra regione. Voglio dire che tutti si sono seduti su una visione di comodo, fino a che non hanno sbattuto la faccia contro la dura realtà. Spero si siano svegliati.

Lei ha fatto la Scuola di Giornalismo Rai a Perugia: cosa consiglierebbe a un giovane che vuole iniziare a fare questo mestiere?

Il consiglio che posso dare a chi vuole intraprendere questo mestiere è duplice: indossare scarpe comode per raccontare la realtà della strada e studiare libri da cui non smettere mai di imparare cosa significa il giornalismo.

Ha lavorato per molto tempo per il Tgr Umbria: ha un aneddoto divertente – che ci vuol raccontare – che le è capitato durante un servizio? 

In una delle dirette da Gubbio per la Festa dei Ceri del 15 maggio sono stata letteralmente lanciata in aria durante il collegamento. Se ci penso, rido ancora oggi.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Sole, cuore, amore… No scherzo: qualità della vita.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Il tramonto sul lago Trasimeno.

Sindaco di Perugia per 16 anni, realizzò alcune tra le piazze e i palazzi più famosi della città.

Figlio dei conti Vincenzo e Giacinta Oddi Baglioni, ricevette la sua prima educazione nel Collegio della Sapienza e completò gli studi laureandosi in Giurisprudenza nell’Ateneo cittadino dove seguì anche il corso di Archeologia. Il suo amore per le arti e la sua perizia nella pittura gli valsero la nomina dapprima ad Accademico di merito e successivamente a Presidente dell’Accademia di Belle Arti, alto incarico che il Consiglio direttivo gli confermò a vita.
Tenuto in gran considerazione dal partito liberale, il 21 luglio 1848 fu eletto relatore del Consiglio di revisione che doveva giudicare i perugini accusati di tradimento per aver disertato dopo i combattimenti di Cornuda, Treviso e Vicenza ed egli con «maturo e sottile accorgimento» assolse nella sua relazione i concittadini considerando che le «legioni colà riunite, o per clamore delle fazioni, o per altre cause politiche che solo il tempo e la storia disvelerà, si vollero disciolte, anzi disperse ed allontanate dai luoghi di azione»[1].

 

Palazzo della Provincia in costruzione

L'amore per Perugia

Il suo amore per Perugia che venne definito vera e propria «idolatria»[2] lo portò ad impegnarsi in prima persona come amministratore: consigliere comunale e provinciale fino a quando le condizioni di salute glielo permisero, fu Presidente del Consiglio provinciale a più riprese, fece parte di numerose commissioni comunali, provinciali e governative. Fu nei Consigli direttivi del Sodalizio di San Martino, dell’Asilo d’Infanzia e di altre numerose istituzioni cittadine. Fu sindaco di Perugia per 16 anni: la sua figura è stata accostata a quella di una altro primo cittadino coevo, Peruzzi, sindaco di Firenze, perché entrambi condivisero il desiderio di fare della propria città una splendida sede di arte e di studi: l’impegno di Reginaldo Ansidei viene infatti ricordato soprattutto per aver dato notevole impulso agli istituti di educazione, per aver arricchito di tesori la Pinacoteca cittadina ed aver incrementato i rapporti tra Perugia e le altre città italiane ed estere[3]. Alla sua attività come sindaco – iniziata nel 1862 – si deve la creazione sulle fondamenta della distrutta Rocca Paolina di Palazzo Arienti, sede della Prefettura e della Provincia, la sistemazione a giardini della zona retrostante il Palazzo, realizzò la strada pensile che permise l’edificazione di Palazzo Calderini e della Banca d’Italia, fece anche costruire Piazza d’Armi per le esercitazioni militari e la Stazione di Fontivegge[4].

Fede religiosa e fede monarchica

I giornali del tempo ne misero in luce la grande capacità di oratore dall’eloquio «insinuante ed efficace»[5]: «la sua parola correva […] fluida ed animata sulle sue labbra, correva splendida di concetti e di forma; e nell’animo di chi l’ascoltava, se non valeva talvolta ad ingenerare persuasione, lasciava sempre, incalcolabili, la impressione ed il ricordo delle sue idee, della nobiltà dei suoi propositi»[6].
La sua fede religiosa e il suo credo politico democratico furono vissuti da Reginaldo Ansidei a viso aperto e «per rimanere fedele alle proprie convinzioni» non volle ritirare la sua candidatura alle elezioni del 1876 in cambio di un sicuro posto da senatore[7]. Di chiara fede monarchica (ricoprì a lungo la funzione di Presidente dell’Associazione monarchico-costituzionale), fu insignito della Commenda dell’Ordine Mauriziano e della Croce di Cavaliere della Corona d’Italia. Alla sua morte, avvenuta dopo tre anni di malattia, persino i suoi avversari politici dovettero riconoscere in lui un uomo «di un ingegno non comune, di un sentire delicato, di ottimo cuore, di una volontà per natura portata a far del bene» che aveva amato «a fede la sua città»[8].

 


[1] G. degli Azzi, s.v., in Dizionario del Risorgimento nazionale, v. 2, Milano, Vallardi, 1930, p. 81.

[2] Reginaldo Ansidei, «La Provincia», 11/2/1892.

[3] «L’Unione liberale», 8/2/1892.

[4] Per il conte Reginaldo Ansidei, «L’Unione liberale», 9-10/2/1892.

[5] «Il Paese. Rivista settimanale dell’Umbria», 10/2/1892.

[6] Per il conte Reginaldo Ansidei, «L’Unione liberale», 9-10/2/1892.

[7] «L’Unione liberale», 8/2/1892.

[8] «Il Paese. Rivista settimanale dell’Umbria», 10/2/1892.