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È proprio vero! Infatti, ancora oggi, molte strade si dirigono verso la nostra Capitale seguendo i vecchi tracciati delle antiche consolari romane.

Alberto Stade, foto by viaromeagermanica

 

Ci sono anche strade e soprattutto percorsi che hanno preso vita da precise motivazioni delle persone che avevano la necessità di spostarsi da un luogo a un altro in modo più comodo, veloce e sicuro possibile.
È il caso dell’Abate Alberto che nel 1236 partì dalla cittadina tedesca di Stade, ubicata nel Nord della Germania vicino alla foce del fiume Elba, in direzione Roma per incontrare Papa Gregorio IX. All’andata fece la Via Francigena mentre al ritorno la Romea-Germanica. Al rientro dal viaggio, durato circa sei mesi e dopo aver percorso circa 3.500 chilometri, deluso per una serie di motivi personali e di contrasti con i suoi confratelli, si dimise da Abate ed entrò in convento.
Qui si dedicò alla stesura di alcune opere tra cui gli Annales, una cronaca in latino degli avvenimenti più importanti del tempo. All’interno degli Annales è contenuto un dialogo tra due monaci immaginari che conversano sulle migliori strade da intraprendere per un pellegrinaggio verso Roma.
Nel dialogo, Alberto di Stade, racconta minuziosamente il suo viaggio, descrivendo i luoghi, le distanze, le soste e altre notizie utili ma soprattutto indica la Romea-Germanica come la Melior Via per raggiungere Roma.

 

Via Romea-Germanica, foto by Facebook

Un'autentica e precisa guida di viaggio per il Pellegrino!

Da quel momento, tutti identificarono il percorso fatto da Alberto di Stade, attraverso la via Romea-Germanica o Via Romea Perigrinorum, come la strada più comoda e preferibile per raggiungere Roma dalla Germania.
La Romea-Germanica aveva molti incroci e diramazioni e collegava il Nord-Est europeo a Roma con una vera e propria rete stradale, di analoga importanza alla Via Francigena e al Cammino di Santiago di Compostela (all’epoca erano le tre strade europee più importanti e trafficate).
Alberto descrive, nel dialogo tra i due monaci, che partendo da Stade si attraversava una serie di città tedesche e austriache, dopodiché si valicava il Passo del Brennero e, a seguire, si transitava per Trento, Padova, Venezia, Ravenna, Forlì, Alpe di Serra, Arezzo, Val di Chiana, Orvieto, Acquapendente (dove la Melior Via si univa alla Francigena), Viterbo e si arrivava a Roma.
La via Romea-Germanica attraversava varie località del territorio del Trasimeno e della Chiana, e giungendo da Nord troveremo la Melior Via che dopo Arezzo toccherà nello specifico e in successione: Castiglion Fiorentino, Cortona, Montalla, Ossaia, Petrignano del Lago, Giorgi, Pozzuolo Umbro, Casamaggiore, Gioiella, Vaiano, Villastrada, Cimbano, Vocabolo Tre Case, Caselle, Paciano, San Donato, Popoltaio Schiacciato, Casaltondo, Città della Pieve, Fabro, Ficulle, Allerona, Orvieto, Acquapendente (qui si unisce alla Francigena), Viterbo e infine Roma.
In località Ossaia esisteva una sua derivazione che transitava sulla costa Nord del Lago Trasimeno nei territori di Tuoro, Passignano e Magione, proseguendo poi in direzione Corciano, Perugia, Assisi, Spoleto, Rieti e quindi Roma.

 

Via Romea-Germanica, foto by Facebook

Una Via ancora da scoprire

La Romea-Germanica o Melior Via era chiamata anche dell’Alpe di Serra o via dei Pellegrini o Major o degli Eserciti; infatti è stata attraversata oltre che da pellegrini e viandanti anche da Re, Imperatori Sassoni, Sovrani Svevi, Papi, Santi ed Eserciti e nel periodo dal 1000 in poi è stata, per molti secoli, la via più transitata per giungere a Roma e da qui, con altre strade, si poteva proseguire per la Terra Santa.
La Melior Via ha rappresentato nel passato e per molte località, scambio di persone, influenza culturale e artistica e sviluppo economico; dal secolo scorso, con l’avvento di nuovi percorsi di comunicazione più rapidi e veloci, alcuni tratti sono stati abbandonati o relegati in strade di secondaria o marginale importanza.
Recentemente si è dato nuovo interesse al ritrovato percorso della Romea-Germanica, il quale tocca località suggestive e interessanti da molti punti di vista e con una grossa portata storica.
Nel tratto del comprensorio del Trasimeno e non solo, l’antica Strada potrebbe rappresentare per un turismo sostenibile e responsabile, un’attrattiva artistica, culturale e naturista da valorizzare in favore della bellezza dei Borghi e dei luoghi visitabili attraverso essa; durante il suo tracciato si potrebbero incontrare numerose testimonianze culturali e ammirare un paesaggio mozzafiato che con i suoi colori delicati e pastello, mette tutto in armonia.
Gli operatori del settore, tramite l’organizzazione costante e calendarizzata di iniziative attraverso percorsi culturali indirizzati o passeggiate rilassanti o trekking o visite dedicate o altro, potrebbero trarre dalla Melior Via un vantaggio economico integrativo per la loro attività imprenditoriale.

Ambienti ampi ed eleganti, arredi d’epoca e un balcone verde affacciato sul Trasimeno: Palazzo Pantini Nicchiarelli è ciò che si dice un vero e proprio angolo di paradiso incastonato nel centro storico di Castiglione del Lago.

Palazzo Pantini Nicchiarelli, foto di Paola Butera

 

Sorto sulle vestigia di un edificio medievale, Palazzo Pantini Nicchiarelli fu eretto, per volere di un membro della rinomata famiglia Pompilj, durante l’epoca napoleonica. Giovanni Pompilj era inoltre un tale estimatore del lavoro dell’amico Giuseppe Piermarini, architetto folignate progettista del Teatro alla Scala di Milano, che volle replicarne lo stile in questa sua villa adagiata sullo sperone occidentale del Lago Trasimeno.
E così che proprio dal teatro meneghino prese spunto per la realizzazione non solo dell’ingresso con la scala semicircolare e la cupola, ma anche per la facciata austera e per gli originali affreschi a trompe l’œil. Proprio gli affreschi sono al momento centro di un’attenta opera di restauro. Tra quelli del piano nobile – neoclassici, con soggetti mitologici e dell’antica Roma – ne è stato recentemente individuato uno nuovo, risalente ad almeno due secoli prima degli altri: ciò dimostrerebbe come la villa sia stata eretta sulla base di un edificio ancora anteriore.

 

Foto di Paola Butera

 

La bellezza senza tempo di Palazzo Pantini Nicchiarelli ha però rischiato di essere intaccata: durante la Seconda Guerra Mondiale, quando fu sede degli Stati generali, subì infatti delle modifiche interne che ne deturparono definitivamente alcune pareti, prima completamente affrescate. Resta però una residenza d’epoca di grande pregio, con i suoi saloni, gli arredi, i soffitti finemente affrescati, così come lo spazioso giardino panoramico affacciato sulle mura federiciane dell’acropoli, attrezzato con una tensostruttura di ultima generazione. Secondo lo studio di alcuni disegni antichi, una parte di questo meraviglioso balcone verde era un tempo parte del vicino Palazzo della Corgna.

 

Una vista mozzafiato, foto di Paola Butera

Sembrano le coordinate giuste per un matrimonio da sogno: Palazzo Pantini Nicchiarelli è infatti la location ideale per ricevimenti ricercati ed esclusivi, capaci di offrire agli invitati un’atmosfera intima e una vista impareggiabile sul Lago Trasimeno. Non solo, il Palazzo mette a disposizione una selezione di fornitori capaci di soddisfare ogni esigenza: ristoratori, cuochi, staff di cucina e camerieri, ma anche fotografi, video-makers, parrucchieri e arredatori pronti a realizzare allestimenti esclusivi anche per meetings, eventi ed esposizioni.
Le sale, illuminate in maniera naturale grazie alle ampie vetrate, consentono infatti di mettere in mostra nuove linee aziendali o di esporre opere d’arte in una cornice pressoché inimitabile.

 

 


Palazzo Pantini Nicchiarelli

Realtà aumentata, sensori Bluetooth disseminati per le vie del borgo di Arrone e un’importante opera di recupero, restauro e risanamento conservativo per far tornare a nuova vita la chiesa dedicata a San Giovanni Battista.

È questo e molto altro il progetto vincitore del bando del Gal Ternano PSR Umbria 2014 – 2020 Recupero dei beni culturali minori al fine della loro conservazione e fruizione, i cui lavori sono ormai in dirittura d’arrivo. La splendida chiesa di Giovanni Battista (il Santo patrono di Arrone), tornerà a spalancare le porte dei suoi tesori grazie a una accurata opera di restauro degli affreschi quattrocenteschi realizzati dalla scuola di Bernardino Emilio da Spoleto secondo i canoni pittorici del Duecento (curato dalla ditta Ikluvium R.C.), ma non solo.

In giro con l'App

Scaricando gratuitamente l’App dai più famosi store (iTunes e Google Play), rintracciabile tramite motori di ricerca o link diretti (QR code) presenti nel luogo, si potrà ammirare il pregevole patrimonio storico e artistico della chiesa attraverso la realtà aumentata. Basterà puntare il tablet o il proprio smartphone in direzione di uno degli affreschi per avere in tempo reale informazioni e approfondimenti, il tutto coadiuvato da una guida vocale. Una guida museale avanzata, che permette ai visitatori un’esperienza immersiva e coinvolgente, sia in lingua italiana sia inglese. Inoltre la realtà aumentata permetterà la ricostruzione virtuale delle parti danneggiate degli affreschi, restituendo al turista l’interezza della bellezza delle opere.

 

 

Allo stesso modo, grazie all’App e a una rete di sensori Bluetooth installati per le vie dello splendido borgo e nelle frazioni limitrofe, si potrà usufruire di un’audioguida che racconterà ai turisti i punti di maggiore interesse del territorio di Arrone, come la chiesa di San Giovanni Battista, la chiesa di Santa Maria Assunta, la Torre civica, la Greenway; ma anche la chiesa di San Nicola e quella di San Valentino, la ex miniera di lignite a Buonacquisto e l’ex convento di San Francesco con il fine di far conoscere un territorio ricco di natura, storia e arte. Per facilitare la comprensione e rendere il turismo una’esperienza accessibile a tutti, è in fase di realizzazione una brochure con codifica WLS-CAA (Comunicazione Aumentativa e Alternativa), di supporto anche a soggetti affetti da disabilità, in cui verranno elencati e spiegati i monumenti più caratteristici del territorio arronese.

Antonio Luna, Presidente dell’Associazione I Borghi più belli d’Italia in Umbria – di cui Arrone fa parte – ha sottolineato: «La brochure tecnologica, progettata per la chiesa di San Giovanni Battista ad Arrone, è il terzo progetto finanziato ottenuto in pochi mesi dal gruppo di lavoro Pro.Borg.um. (Progetti per lo Sviluppo dei Borghi Umbri), coordinato dal Dottor Gabriele Lena della società Int.Geo.Mod. Credo che Pro.Borg.um sia stata la migliore intuizione dell’Associazione I Borghi più belli d’Italia in Umbria, avendo creato una struttura di progettazione gratuitamente a disposizione dei 27 borghi regionali certificati. L’App in realtà aumentata, con targa di accesso – pensata in tale occasione per la chiesa di Arrone – faceva parte del catalogo di proposte presenti nel Libro bianco dei Borghi umbri, presentato lo scorso anno ai nostri comuni associati e tuttora a disposizione. Un contributo alla crescita di moderni servizi turistico-culturali per la migliore fruizione delle bellezze presenti entro le mura dei borghi e nel paesaggio circostante. Nel congratularci con il comune di Arrone e con i progettisti per il raggiunto obiettivo, auspichiamo ulteriori e similari interventi nei borghi umbri. Ne guadagnerà l’intero sviluppo turistico regionale».

Il geologo Gabriele Lena, progettista per la parte tecnologica, spiega:«Il progetto di Arrone rappresenta un unicum nel panorama regionale nonché uno dei più interessanti interventi di marketing territoriale sia per l’alto contenuto tecnologico, sia per la metodologia applicata. L’ascolto del territorio e delle istituzioni è stato fondamentale nella progettazione degli interventi e, grazie a una profonda sinergia tra le diverse professionalità, finalmente è stato possibile chiudere un cerchio virtuoso, che parte dal restauro e consolidamento di un bene artistico sino alla sua valorizzazione e promozione nel contesto territoriale».

 

 

E, a proposito del restauro di un bene come la chiesa di san Giovanni Battista, l’architetto Filippo Schiavetti Arcangeli (progettista della parte edile e restauro) spiega come le infiltrazioni d’acqua avessero rovinato parte degli affreschi dell’altare. Affreschi di alto pregio artistico, ora recuperati in maniera chiara. Un altro intervento ha riguardato la torre campanaria: le campane sono state ammortizzate ulteriormente in modo che producano meno vibrazioni, anche per la stessa salvaguardia degli affreschi. Altri interventi hanno riguardato la facciata della chiesa (il portone), il rosone e la parte del torrino, risultato leggermente sconnesso.

 

Chiesa di Giovanni Battista

 

«Esprimo grande soddisfazione – sottolinea il sindaco, Loreto Fioretti – per la conclusione di questo importante intervento di recupero e restauro conservativo della chiesa che consentirà la restituzione di un bene importante alla nostra comunità e ai tanti turisti che potranno visitarlo. Questo progetto rappresenta una occasione unica nel nostro panorama per far dialogare il territorio e i suoi gioielli, con le più avanzate tecnologie. «Colgo l’occasione – continua il primo cittadino di Arrone – per ringraziare il Gal Ternano che ha finanziato l’intervento e tutti coloro, progettisti e ditta realizzatrice, che lo hanno portato a termine».«Infine un ringraziamento particolare all’assessorato ai Lavori Pubblici di Arrone che ha seguito i lavori».

Il bando del GAL Ternano – Recupero dei beni culturali minori al fine della loro conservazione e fruizione – attraverso cui è stato finanziato il progetto del Comune di Arrone, ha come obiettivo quello di sviluppare azioni di valorizzazione del patrimonio storico, culturale, artistico, architettonico, archeologico, paesaggistico ed etnoantropologico a fini turistici o didattico-dimostrativi. In totale il bando ha finanziato 19 progetti di altrettanti comuni dell’area, per un totale di quasi 2 milioni euro di spesa ammessa. Il bando rientra nelle azioni del Piano di Azione Locale del GAL Ternano, inserito nel Piano di Sviluppo Rurale della Regione Umbria 2014-2020.

Dai testi di geografia ai sussidiari scolastici, passando per le fiere internazionali sul turismo, l’Umbria viene identificata da una definizione straordinariamente calzante: cuore verde d’Italia.

Secondo la simbologia tradizionale, il verde, espressione cromatica nella quale i buddisti individuano l’origine della vita, celebra l’elevazione dello spirito e del corpo che, per chi percorre l’Umbria, assume i contorni di un’esperienza ascetica in cui convergono identità e tradizioni, cultura e memoria storica, in cui la contemplazione del creato genera armoniche vibrazioni della mente. Se ci venisse chiesto di illustrare la frequenza cardiaca del cuore verde d’Italia, la matita traccerebbe linee sottili dall’incedere incredibilmente geometrico che, chi conosce l’Umbria, non tarderebbe a identificare nella profilo della piccola Preci, borgo immerso nel verde della Valnerina.

Lasciando la Valle del Nera, per risalire la Valle Campiano verso il paese di Preci si entra nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini

Il Piantamaggio

Avamposto medioevale sorto in prossimità di un oratorio benedettino – come testimoniato dall’etimologia del toponimo della città (preces, cioè preghiera) – Preci segna l’impercettibile transizione fra la Valle del Nera, risalendo da Cerreto di Spoleto, e il Parco Nazionale dei Monti Sibillini, mosaico di storia e tradizioni secolari, pentagramma in cui nubi di paesaggi e borghi seguono il ritmo sempiterno della natura. Ed è proprio dalla natura che qui alloggia che trae origine il rito del Piantamaggio, cerimoniale di pagana memoria le cui origini risalgono alle feste di primavera, successivamente trasformate in Baccanali, che si svolgevano in onore del dio Bacco Dioniso e avevano lo scopo di introdurre i giovani nel mondo degli adulti, spesso sfociando, a causa delle prolungate libagioni, in pratiche iniziatiche e orgiastiche. Tale versione è avvalorata dall’utilizzo, nell’uso popolare, della perifrasi piantar maggio, espressione dal forte allusivo significato, che è quello di consumare l’atto sessuale.

 

L’aspetto cinquecentesco del castello di Preci, immortalato in una foto storica conservata nell’archivio

 

La sera tra il 30 aprile e il 1 maggio, un albero di faggio o di pioppo, simbolo di fertilità, preso, anzi rubato, nelle campagne circostanti dai giovani del paese, viene tagliato e portato nella pubblica piazza. Dopo essere stato spogliato e ripulito dalle fronde e dalla corteccia, viene integrato nella parte alta con un ramo di ciliegio fiorito, a simboleggiare il matrimonio tra gli alberi e l’unione carnale con cui i fanciulli vengono iniziati alla vita adulta. Successivamente viene anche legata, nella parte più alta dell’albero, una bandiera nazionale, forse un antico ricordo degli alberi della libertà, che tra la fine del Settecento e l’inizio del secolo successivo venivano innalzati in ogni luogo dove arrivavano i venti e gli entusiasmi della Rivoluzione francese. La larga diffusione della celebrazione è testimoniata, inoltre, da una toponomastica estremamente ricca: il Monte Maggio, che domina la splendida Cascia, e il Monte Galenne – situato tra Meggiano, Cerreto di Spoleto e Sellano, il cui toponimo rimanda verosimilmente alle Calende di Maggio – ci raccontano di un territorio che cambia nell’aspetto, ma che conserva il suo più intimo fondamento ontologico.

 

Le Cascate de lu Cugnuntu, una stretta forra di circa 20 metri situati presso i Casali di S.Lazzaro al Valloncello.

«La cittadina si presenta solenne e poderosa, con quella sua porta, il corso e la chiesa di San Francesco» (M. Tabarrini)

Vista di Monteleone di Spoleto, foto di Claudia Ioan

Storia

Posto su un colle lungo la valle del fiume Corno, Monteleone di Spoleto è tra i borghi più belli e caratteristici della Valnerina. Nei secoli, grazie alla sua posizione, ha guadagnato l’appellativo di Leone degli Appennini. Il suo territorio è inserito in uno degli angoli naturalistici e paesaggistici più gradevoli e incontaminati dell’Appennino centrale.

La città è come un piccolo scrigno che custodisce da secoli preziosi oggetti di storia, arte e architettura: vanta, infatti, antichissime origini, come testimoniano le numerose tombe ritrovate nei dintorni. Delle passate epoche di guerre e assedi rimangono numerose testimonianze, di cui la più celebre è la biga del VI secolo a.C., qui ritrovata nei primi anni del Novecento, e della quale si conserva nel museo – all’interno della Chiesa di San Francesco – una splendida copia. L’originale è invece esposto al Metropolitan Museum of Art di New York.

La cittadina, fin dall’antichità, appare al visitatore solenne in tutta la sua maestosità; testimone delle sue antiche vestigia, Monteleone ostenta al viandante tutta la fierezza della sua storia. Il paese infatti, isolato tra le brulle montagne dell’Appennino, è ricco di simboli e significati. Curioso è il ripetersi di certi numeri: tre sono le cinte murarie e, ognuna di esse, è provvista di tre porte, sei le torri e otto i baluardi della città. Il castello, cinto da solide mura, torri di vedetta e porte, conserva al suo interno la tipica urbanistica medievale e rinascimentale con case, chiese e palazzi gentilizi che si affacciano su vicoli e piazzette. Elemento caratteristico di tutto il paese è la roccia locale bianca e rossa, che rende la sua architettura unica, capace di richiamare la magica bicromia degli antichi ordini cavallereschi. Il territorio conta quattro nuclei abitativi (Ruscio, Rescia, Trivio e Butino), i quali erano legati principalmente all’attività agricola e pastorale e a celebri attività industriali, come le miniere di lignite di Ruscio e quelle di ferro, dalle quali, secondo la tradizione, fu estratta la materia prima per i cancelli del Pantheon a Roma.

Il farro di Monteleone, foto di Claudia Ioan

Eccellenze a Monteleone di Spoleto

A rendere Monteleone di Spoleto una cittadina ancora più meravigliosa è il colore ambrato che contraddistingue i suoi terreni: il farro di Monteleone è tra le eccellenze d’Italia, tanto che, grazie all’impegno dei produttori locali, è stato possibile richiedere e ottenere il marchio D.O.P (Denominazione di Origine Protetta).

Monteleone di Spoleto, foto Claudia Ioan

Chiesa di San Francesco

Varcate le mura della città, è possibile scoprire, attraverso piacevoli percorsi, importanti ricchezze storiche e artistiche, come la Chiesa di San Francesco, costruita tra XIV-XV secolo. La chiesa è l’opera più appariscente e suggestiva per complessità di storia, sviluppo, arte e fede. È un libro con santi e simbologie da scrutare e leggere con cura. Il titolo della chiesa è in realtà quello di S. Maria o meglio Madonna dell’Assunta, ma è comunemente nota col nome del poverello d’Assisi da quando intorno al 1280 vi s’insediarono i primi francescani. Infatti, fino alla soppressione del convento, l’ordine francescano in Monteleone utilizzò sempre e in ogni atto ufficiale un sigillo recante l’emblema dell’ordine sovrastato dall’immagine dell’Assunta rapita in cielo con le iniziali S(anctaeM(ariae). Vari affreschi decorano le pareti della chiesa con immagini devozionali fatte eseguire probabilmente da pittori della scuola umbra del sec. XIV.

Chiesa di San Nicola

La chiesa è posta nel punto più alto del centro storico; ha origine altomedievale, infatti i primi documenti risalgono al 1310. Presenta una pianta disposta su un’unica navata provvista di dieci cappelle con propri altari. Il soffitto è a cassettoni e ricoperto da una tela dipinta a tempera con motivi floreali. Tra le diverse opere di notevole pregio citiamo La decollazione di S. Giovanni Battista fra S. Antonio da Padova, S. Isidoro e la Maddalena, attribuita al pittore Giuseppe Ghezzi e l’Annunciazione, probabilmente opera di Agostino Masucci.

Chiesa di Santa Caterina

Nel 1310 cinque monache agostiniane, provenienti dal Monastero di S. Caterina a Norcia, chiesero al Capitolo di S. Nicola una chiesetta e una casa nella parte bassa di Monteleone per edificarvi un monastero.
Sia la casa sia la chiesa erano fuori la cerchia delle mura, costruite nel 1265. Le monache rimasero lì per quasi cinque anni. Della stupenda chiesa settecentesca, restano soltanto le mura perimetrali.

Chiesa di Santa Caterina, foto Enrico Mezzasoma

Chiesa di Santa Maria de Equo

L’ambiente interno della chiesa è tipico delle pievi campestri: al centro della chiesa è posto un altare settecentesco, ornato da una statua lignea della Madonna con Bambino; ai lati, all’interno di due nicchie, ci sono le statue lignee di S. Pietro e S. Paolo.
Lungo la parete di sinistra è raffigurato il venerabile Gilberto o Liberto, eremita qui vissuto per molti anni.


Bibliografia:

L’Umbria si racconta. Dizionario E-O, Foligno 1982 di Mario Tabarrini.

A ottobre puntuale nel suggestivo borgo di Montone, torna la Festa del Bosco, quattro giornate per celebrare l’autunno con i suoi caratteristici profumi e sapori.

La festa, il nome lo preannuncia, è un vero e proprio elogio alla natura: il borgo si trasforma in un mercato a cielo aperto che promuove i prodotti del bosco e del sottobosco, oltre agli altri prodotti tipici di questo territorio, dai funghi ai tartufi, dal miele alle confetture. Non mancheranno gli stand dedicati agli oggetti di artigianato artistico della lavorazione del ferro, del legno, della ceramica, della canapa e lana. 
Il tutto arricchito da un nutrito programma di eventi: concerti, esposizioni artistiche, laboratori e animazioni per bambini. 

 

 

Gli amanti delle passeggiate all’aria aperta, potranno approfittare di escursioni nel territorio per scoprire percorsi naturalistici suggestivi in assoluta simbiosi con la natura. 
Insomma, una festa in grado di soddisfare diverse esigenze e aspettative, un ponte ideale che ci accompagna verso i mesi più freddi dell’anno, un saluto alla Natura che si avvia verso la sua pausa invernale, in attesa dell’esplosione primaverile e della ripresa del suo ciclo infinito.

Quattro sedi espositive, settanta dipinti e una trama d’itinerari che si dipana in Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo: queste le coordinate della mostra Capolavori del Trecento. Il cantiere di Giotto, Spoleto e l’Appennino.

Una grande esposizione in Umbria per raccontare un secolo di capolavori – curata da Vittoria Garibaldi, Alessandro Delpriori e Bernardino Sperandio – che resterà aperta al pubblico fino al 4 novembre 2018 nei comuni di Trevi, Montefalco, Spoleto e Scheggino.
Settanta dipinti imperdibili a fondo oro su tavola, sculture lignee policrome e miniature che raccontano le bellezze dell’Appennino centrale e la civiltà storico-artistica, civile e socio-religiosa dell’Italia nel primo Trecento.
Nello Spazio Arte Valcasana di Scheggino è possibile godere di uno sguardo corale ed emozionante sull’insieme delle chiese, delle pievi, degli eremi e delle abbazie in Umbria, Marche, Abruzzo e Lazio dove gli artisti di cultura giottesca hanno lavorato tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento. Edifici connessi attraverso itinerari organizzati che permettono di scoprire luoghi e opere d’arte incantevoli.

I visitatori di queste mostre hanno il privilegio di ammirare lavori che per la prima volta sono visibili dal vasto pubblico, come i due dossali esposti nell’appartamento di rappresentanza di Sua Santità il Pontefice, entrambi provenienti da Montefalco e restaurati per l’occasione dai magistrali laboratori dei Musei Vaticani; oppure lo straordinario riavvicinamento del Trittico con l’Incoronazione della Vergine del Maestro di Cesi e il Crocifisso con il Christus triumphans, dipinti entrambi per il monastero di Santa Maria della Stella di Spoleto, oggi divisi tra il Musée Marmottan Monet di Parigi e il Museo del Ducato di Spoleto. Per la prima volta, dall’inizio dell’Ottocento, sono tornati vicini e insieme.
Montefalco e Trevi sono i borghi che ospitano due dei quattro poli espositivi.

Montefalco, Complesso Museale di San Francesco

Montefalco ha riabbracciato per l’occasione tre opere trecentesche importantissime, delle quali la città è stata privata dai saccheggi napoleonici e dalla dispersione del patrimonio mobile che ne seguì: il grande dossale che un tempo si trovava sull’altare maggiore della Chiesa di San Francesco, opera del Maestro di Fossa; la tavola per l’altare della Cappella di Santa Croce nella Chiesa di Santa Chiara di Montefalco, opera più alta del più giottesco dei pittori spoletini, il Maestro di Cesi; lo stendardo processionale con la Passione di Cristo, in origine posto anch’esso nella chiesa di San Francesco a Montefalco. La mostra è l’occasione per ricostruire, con un’operazione virtuosa, i contesti originali e dare conto al visitatore dell’importante stagione trecentesca vissuta dal borgo umbro.

Trevi, Museo di San Francesco

Nella Chiesa di San Francesco è conservata una splendida e gigantesca croce sagomata databile intorno al 1317. Si tratta di un’opera straordinaria per conservazione e qualità, dipinta da uno dei maggiori protagonisti di quella stagione, il Maestro della Croce di Trevi (che prende il nome proprio dalla sua opera più rappresentativa), lo stesso amato da Roberto Longhi, che lo aveva battezzato come Maestro del 1310. Nella stessa sede è esposto il corpus delle opere del Maestro di Fossa, personalità altissima capace di muoversi a valle della cultura di Giotto, di diventare un grande artista di Spoleto e un faro per tutta l’arte fino al Quattrocento.

Prendi il pittoresco borgo di Panicale, aggiungi visite guidate, laboratori, escursioni tra le colline del lago Trasimeno e spettacoli itineranti; condisci tutto con abbondante olio e gusta con dell’ottimo pane. Tutto questo è Pan’Olio, il festival dell’olio che torna, il 27 e il 28 ottobre, con la sua IV edizione.

L’olio nuovo, il vino, i prodotti tipici, ma anche la musica e tanti eventi saranno i protagonisti indiscussi delle vie del centro storico, per un weekend all’insegna del divertimento e del buon cibo.

Taverne aperte con degustazione

Muniti di una mappa – come in una classica caccia al tesoro – si potrà girare per le vie del borgo di Panicale alla scoperta delle dodici taverne e degustare i migliori prodotti del territorio. Inoltre sarà possibile incontrare i produttori e conoscere tutti i loro segreti.
Una visita guidata vi accompagnerà nella chiesa di San Sebastiano, al Teatro Caporali e al Museo del Tulle alla scoperta del connubio tra il colore dell’olio e le trasparenze del tulle, la luce del Perugino e l’eleganza del teatro.
Con Passa… all’olio invece, ci si potrà immergere in un percorso a tappe che si snoderà attraverso le immagini, per scoprire le origini, gli usi e i benefici dell’olio: un vero e proprio unguento d’oro.

Laboratori, musica e spettacoli

Imparare a conoscere verdure e spezie, prendere coscienza della nostra piramide alimentare e creare cesti intrecciando rami d’ulivo: su questo verteranno i laboratori dedicati ai più piccoli.
Con VICOLInMUSICA le vie di Panicale saranno invase, subito dopo il tramonto, da diversi gruppi folkloristici. Infine, non mancheranno giocolieri di strada, esibizioni di magia e lo spettacolo teatrale In vino veritas!

QUI il programma dettagliato.

 

Per saperne di più su Panicale

Zona di impatto, durante la Seconda Guerra Mondiale, di ben due aerei, il Monte Tezio conserva oggi dei veri e propri gioielli archeologici, testimoni di un passato in cui gli elementi naturali venivano piegati ai bisogni dell’uomo.

Dopo aver facilmente percorso il sentiero boschivo – prima tra alberi decidui e poi tra maestosi abeti – e aver oltrepassato il Rifugio dell’Associazione Monti del Tezio, si aggira il versante meridionale del Tezino fino alla Croce di Migiana. Si supera una seconda croce, quella di Fontenova e, godendo della vasta magnificenza dei prati di vetta, si giunge nei pressi di un anfiteatro a pianta circolare, definito da una muratura in pietrame.

È questa la neviera di cui si trovano, nei documenti cittadini, numerose richieste di appalto per la gestione del ghiaccio, materia che, prima dell’invenzione del frigorifero, doveva essere estremamente preziosa tra gli esigui rilievi di questa parte di Umbria. Il tetto di questa struttura, creata sfruttando un avvallamento della superficie erbosa, è da tempo crollato, ma si intravedono ancora gli archi che lo sorreggevano e che permettevano quindi la protezione della neve qui costipata, la quale, in estate, dopo essere stata tagliata con l’ascia, veniva trasportata a dorso di mulo negli ospedali e nelle ricche case del capoluogo perugino.

Vallo di Nera appartiene al Club de
I Borghi Più Belli d’Italia

 


«Lasciatevi incantare da uno dei borghi più belli d’Italia, Vallo di Nera, e concedetevi, tra torri medioevali ed echi di antichi cantori, l’assaggio di pregiati formaggi».

Fior di Cacio

 

La Valnerina più ricca, quella più antica e autentica, dove è fiorita la millenaria sapienza umbra e nel cui ventre sbocciano aromi apprezzati a ogni latitudine; ma anche la Valnerina più impervia e selvaggia laddove osano le aquile e si nasconde il lupo. Sapori arcaici e autentica ruralità che storicamente caratterizzano questo idillio bucolico e che tenteremo di raccontarvi in un itinerario il quale, nonostante l’ambizioso titolo, racchiude frammenti di una quotidianità sepolta tra la polvere della memoria. E allora lasciatevi incantare da uno dei Borghi più Belli d’Italia, Vallo di Nera, e concedetevi, tra torri medioevali ed echi di antichi cantori, l’assaggio di pregiati formaggi. Perché questo è quello che agli Umbri piace, perché questa è la nostra cultura.

Un prodotto antico

Nel ricomporre le tarsie di quell’antico mosaico sepolto lungo l’argine del tempo, che è la storia del formaggio, la bussola che orienta la ricerca dei food lovers punta con straordinaria fermezza il Medio Oriente e la leggenda di quel pastore arabo che, attraversando il deserto, conservò del latte di capra in un otre ignorando il processo di stagionatura che avrebbe invece notato giunto al termine della traversata. Dischiusa dalla mitologia araba e sfiorata dal respiro mediterraneo del greco antico, l’etimologia della parola formaggio si intreccia inesorabilmente tra i vimini dell’antico paniere in cui veniva depositato il latte cagliato, formos per l’appunto, divenuto successivamente fromage per le popolazioni galliche e forma per gli antichi abitanti dell’Urbe. Un atlante, quello del formaggio, in cui punti cardinali e coordinate geografiche lasciano spazio a una geografia di scenari alpestri e pastori che a Vallo di Nera, il borgo-castello della Valnerina, resiste eroicamente tra frammenti di memoria pastorale e tradizioni millenarie.

Vallo di Nera e Fior di Cacio

Imbrigliata dallo sguardo marmoreo dell’imponente cassero medioevale Vallo di Nera, avamposto della civiltà contadina e Presidio Slow Food, appare sospesa nel vuoto cosmico di una clessidra i cui granelli di sabbia diventano gocce di memoria di greggi e pastori, custodi di un’antica tradizione casearia che, in questo coriandolo di Umbria, viene omaggiata da un’annuale mostra mercato, Fior di Cacio. La civiltà pastorale, i cui echi appaiano scolpiti in bassorilievi di sentieri e tratturi, a Vallo di Nera diventa depositaria di una ricca tradizione orale, fiorita lungo le rotte della transumanza per opera di aedi pastori che rispondevano agli echi della natura improvvisando canti e narrazioni. Oggi quel passato è documentato dalla Casa dei Racconti, teatro in cui a esibirsi è una memoria popolare fatta di voci in metrica attraverso la quale recuperare l’identità culturale di una quotidianità remota eretta tra macerie del tempo.

 

Per gustarlo al meglio

Vademecum per abbinare in tavola i formaggi della Valnerina non esistono. Tuttavia è possibile accompagnare l’abbinamento secondo prelibati suggerimenti, nonostante i grandi formaggi vadano degustati abbinati a prodotti semplici che ne esaltino pastosità e fragranza, come buon pane e confetture di cui la Valnerina vanta un ricco catalogo. Declinato in tutte le sue vesti il formaggio della Valnerina esalta palati e papille dei commensali se abbinato per contrasto o per similitudine ai vini tipici della Verde Umbria, in un trionfo enogastronomico di aromi e sapori arcaici. Per gli amanti dell’autenticità la birra, che attraverso il brio del luppolo annulla la corposità del formaggio, e le pregiate confetture che il fiume Nera matura all’ombra di pioppi dalle fronde sottili rappresentano eccellenti partner per questo viaggio nella Terra dei Pastori, enciclopedia del gusto e della tradizione.

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