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A ottobre puntuale nel suggestivo borgo di Montone, torna la Festa del Bosco, quattro giornate per celebrare l’autunno con i suoi caratteristici profumi e sapori.

La festa, il nome lo preannuncia, è un vero e proprio elogio alla natura: il borgo si trasforma in un mercato a cielo aperto che promuove i prodotti del bosco e del sottobosco, oltre agli altri prodotti tipici di questo territorio, dai funghi ai tartufi, dal miele alle confetture. Non mancheranno gli stand dedicati agli oggetti di artigianato artistico della lavorazione del ferro, del legno, della ceramica, della canapa e lana. 
Il tutto arricchito da un nutrito programma di eventi: concerti, esposizioni artistiche, laboratori e animazioni per bambini. 

 

 

Gli amanti delle passeggiate all’aria aperta, potranno approfittare di escursioni nel territorio per scoprire percorsi naturalistici suggestivi in assoluta simbiosi con la natura. 
Insomma, una festa in grado di soddisfare diverse esigenze e aspettative, un ponte ideale che ci accompagna verso i mesi più freddi dell’anno, un saluto alla Natura che si avvia verso la sua pausa invernale, in attesa dell’esplosione primaverile e della ripresa del suo ciclo infinito.

Quattro sedi espositive, settanta dipinti e una trama d’itinerari che si dipana in Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo: queste le coordinate della mostra Capolavori del Trecento. Il cantiere di Giotto, Spoleto e l’Appennino.

Una grande esposizione in Umbria per raccontare un secolo di capolavori – curata da Vittoria Garibaldi, Alessandro Delpriori e Bernardino Sperandio – che resterà aperta al pubblico fino al 4 novembre 2018 nei comuni di Trevi, Montefalco, Spoleto e Scheggino.
Settanta dipinti imperdibili a fondo oro su tavola, sculture lignee policrome e miniature che raccontano le bellezze dell’Appennino centrale e la civiltà storico-artistica, civile e socio-religiosa dell’Italia nel primo Trecento.
Nello Spazio Arte Valcasana di Scheggino è possibile godere di uno sguardo corale ed emozionante sull’insieme delle chiese, delle pievi, degli eremi e delle abbazie in Umbria, Marche, Abruzzo e Lazio dove gli artisti di cultura giottesca hanno lavorato tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento. Edifici connessi attraverso itinerari organizzati che permettono di scoprire luoghi e opere d’arte incantevoli.

I visitatori di queste mostre hanno il privilegio di ammirare lavori che per la prima volta sono visibili dal vasto pubblico, come i due dossali esposti nell’appartamento di rappresentanza di Sua Santità il Pontefice, entrambi provenienti da Montefalco e restaurati per l’occasione dai magistrali laboratori dei Musei Vaticani; oppure lo straordinario riavvicinamento del Trittico con l’Incoronazione della Vergine del Maestro di Cesi e il Crocifisso con il Christus triumphans, dipinti entrambi per il monastero di Santa Maria della Stella di Spoleto, oggi divisi tra il Musée Marmottan Monet di Parigi e il Museo del Ducato di Spoleto. Per la prima volta, dall’inizio dell’Ottocento, sono tornati vicini e insieme.
Montefalco e Trevi sono i borghi che ospitano due dei quattro poli espositivi.

Montefalco, Complesso Museale di San Francesco

Montefalco ha riabbracciato per l’occasione tre opere trecentesche importantissime, delle quali la città è stata privata dai saccheggi napoleonici e dalla dispersione del patrimonio mobile che ne seguì: il grande dossale che un tempo si trovava sull’altare maggiore della Chiesa di San Francesco, opera del Maestro di Fossa; la tavola per l’altare della Cappella di Santa Croce nella Chiesa di Santa Chiara di Montefalco, opera più alta del più giottesco dei pittori spoletini, il Maestro di Cesi; lo stendardo processionale con la Passione di Cristo, in origine posto anch’esso nella chiesa di San Francesco a Montefalco. La mostra è l’occasione per ricostruire, con un’operazione virtuosa, i contesti originali e dare conto al visitatore dell’importante stagione trecentesca vissuta dal borgo umbro.

Trevi, Museo di San Francesco

Nella Chiesa di San Francesco è conservata una splendida e gigantesca croce sagomata databile intorno al 1317. Si tratta di un’opera straordinaria per conservazione e qualità, dipinta da uno dei maggiori protagonisti di quella stagione, il Maestro della Croce di Trevi (che prende il nome proprio dalla sua opera più rappresentativa), lo stesso amato da Roberto Longhi, che lo aveva battezzato come Maestro del 1310. Nella stessa sede è esposto il corpus delle opere del Maestro di Fossa, personalità altissima capace di muoversi a valle della cultura di Giotto, di diventare un grande artista di Spoleto e un faro per tutta l’arte fino al Quattrocento.

Prendi il pittoresco borgo di Panicale, aggiungi visite guidate, laboratori, escursioni tra le colline del lago Trasimeno e spettacoli itineranti; condisci tutto con abbondante olio e gusta con dell’ottimo pane. Tutto questo è Pan’Olio, il festival dell’olio che torna, il 27 e il 28 ottobre, con la sua IV edizione.

L’olio nuovo, il vino, i prodotti tipici, ma anche la musica e tanti eventi saranno i protagonisti indiscussi delle vie del centro storico, per un weekend all’insegna del divertimento e del buon cibo.

Taverne aperte con degustazione

Muniti di una mappa – come in una classica caccia al tesoro – si potrà girare per le vie del borgo di Panicale alla scoperta delle dodici taverne e degustare i migliori prodotti del territorio. Inoltre sarà possibile incontrare i produttori e conoscere tutti i loro segreti.
Una visita guidata vi accompagnerà nella chiesa di San Sebastiano, al Teatro Caporali e al Museo del Tulle alla scoperta del connubio tra il colore dell’olio e le trasparenze del tulle, la luce del Perugino e l’eleganza del teatro.
Con Passa… all’olio invece, ci si potrà immergere in un percorso a tappe che si snoderà attraverso le immagini, per scoprire le origini, gli usi e i benefici dell’olio: un vero e proprio unguento d’oro.

Laboratori, musica e spettacoli

Imparare a conoscere verdure e spezie, prendere coscienza della nostra piramide alimentare e creare cesti intrecciando rami d’ulivo: su questo verteranno i laboratori dedicati ai più piccoli.
Con VICOLInMUSICA le vie di Panicale saranno invase, subito dopo il tramonto, da diversi gruppi folkloristici. Infine, non mancheranno giocolieri di strada, esibizioni di magia e lo spettacolo teatrale In vino veritas!

QUI il programma dettagliato.

 

Per saperne di più su Panicale

Vallo di Nera appartiene al Club de
I Borghi Più Belli d’Italia

 


«Lasciatevi incantare da uno dei borghi più belli d’Italia, Vallo di Nera, e concedetevi, tra torri medioevali ed echi di antichi cantori, l’assaggio di pregiati formaggi».

Fior di Cacio

 

La Valnerina più ricca, quella più antica e autentica, dove è fiorita la millenaria sapienza umbra e nel cui ventre sbocciano aromi apprezzati a ogni latitudine; ma anche la Valnerina più impervia e selvaggia laddove osano le aquile e si nasconde il lupo. Sapori arcaici e autentica ruralità che storicamente caratterizzano questo idillio bucolico e che tenteremo di raccontarvi in un itinerario il quale, nonostante l’ambizioso titolo, racchiude frammenti di una quotidianità sepolta tra la polvere della memoria. E allora lasciatevi incantare da uno dei Borghi più Belli d’Italia, Vallo di Nera, e concedetevi, tra torri medioevali ed echi di antichi cantori, l’assaggio di pregiati formaggi. Perché questo è quello che agli Umbri piace, perché questa è la nostra cultura.

Un prodotto antico

Nel ricomporre le tarsie di quell’antico mosaico sepolto lungo l’argine del tempo, che è la storia del formaggio, la bussola che orienta la ricerca dei food lovers punta con straordinaria fermezza il Medio Oriente e la leggenda di quel pastore arabo che, attraversando il deserto, conservò del latte di capra in un otre ignorando il processo di stagionatura che avrebbe invece notato giunto al termine della traversata. Dischiusa dalla mitologia araba e sfiorata dal respiro mediterraneo del greco antico, l’etimologia della parola formaggio si intreccia inesorabilmente tra i vimini dell’antico paniere in cui veniva depositato il latte cagliato, formos per l’appunto, divenuto successivamente fromage per le popolazioni galliche e forma per gli antichi abitanti dell’Urbe. Un atlante, quello del formaggio, in cui punti cardinali e coordinate geografiche lasciano spazio a una geografia di scenari alpestri e pastori che a Vallo di Nera, il borgo-castello della Valnerina, resiste eroicamente tra frammenti di memoria pastorale e tradizioni millenarie.

Vallo di Nera e Fior di Cacio

Imbrigliata dallo sguardo marmoreo dell’imponente cassero medioevale Vallo di Nera, avamposto della civiltà contadina e Presidio Slow Food, appare sospesa nel vuoto cosmico di una clessidra i cui granelli di sabbia diventano gocce di memoria di greggi e pastori, custodi di un’antica tradizione casearia che, in questo coriandolo di Umbria, viene omaggiata da un’annuale mostra mercato, Fior di Cacio. La civiltà pastorale, i cui echi appaiano scolpiti in bassorilievi di sentieri e tratturi, a Vallo di Nera diventa depositaria di una ricca tradizione orale, fiorita lungo le rotte della transumanza per opera di aedi pastori che rispondevano agli echi della natura improvvisando canti e narrazioni. Oggi quel passato è documentato dalla Casa dei Racconti, teatro in cui a esibirsi è una memoria popolare fatta di voci in metrica attraverso la quale recuperare l’identità culturale di una quotidianità remota eretta tra macerie del tempo.

 

Per gustarlo al meglio

Vademecum per abbinare in tavola i formaggi della Valnerina non esistono. Tuttavia è possibile accompagnare l’abbinamento secondo prelibati suggerimenti, nonostante i grandi formaggi vadano degustati abbinati a prodotti semplici che ne esaltino pastosità e fragranza, come buon pane e confetture di cui la Valnerina vanta un ricco catalogo. Declinato in tutte le sue vesti il formaggio della Valnerina esalta palati e papille dei commensali se abbinato per contrasto o per similitudine ai vini tipici della Verde Umbria, in un trionfo enogastronomico di aromi e sapori arcaici. Per gli amanti dell’autenticità la birra, che attraverso il brio del luppolo annulla la corposità del formaggio, e le pregiate confetture che il fiume Nera matura all’ombra di pioppi dalle fronde sottili rappresentano eccellenti partner per questo viaggio nella Terra dei Pastori, enciclopedia del gusto e della tradizione.

Un ritorno da non perdere, quello delle ventiquattro maioliche rinascimentali, che dopo cinquecento anni tornano a Deruta.

Vaso con un asino sdraiato. Deruta 1500

 

Presentata alla Frieze Masters di Londra del 2017, la più importante fiera di arte antica e moderna del Regno Unito, l’edizione italiana della mostra Sacred and Profane Beauty Deruta Renaissance Maiolica è curata dal Museo della Ceramica di Deruta ed è visibile fino al 30 giugno. Provenienti da collezioni private, le opere sono state selezionate da Camille Leprince e Justin Raccanello con la consulenza di Elisa Paola Sani, collaboratrice del Victoria & Albert Museum ad oggi tra i massimi esperti di ceramica rinascimentale.

Un percorso tra le maioliche

Attraversando le sale del museo si entra in luogo affascinante dove le opere esposte rappresentano la bellezza sacra e profana, come ricorda anche il titolo della mostra. La pittura umbra, in particolare quella di Pinturicchio e Perugino, viene resa immortale grazie all’abilità dei maestri vasai derutesi che fabbricarono maioliche policrome tra Quattrocento e Cinquecento.
La città di Deruta, fin dal Medioevo, è stata il palcoscenico per l’arte dei maestri vasai; la massiccia presenza degli artigiani è dovuta alla facile reperibilità nel territorio dell’argilla, presente in grande quantità nelle colline derutesi e nei depositi alluvionali del Tevere. Questa nobile arte si è sviluppata grazie alle notevoli vie di comunicazione presenti nel territorio. La città è stata il centro di un intenso movimento artistico e commerciale, anche perché molti maestri vasai da tutta Italia si sono stabiliti a Deruta, spinti dall’esenzioni fiscali concesse per favorire il ripopolamento della città, dopo l’epidemia di peste del 1456.

 

Piatto da pompa con eroe con elmo da parata. Probabilmente di Nicola Francioli

La regina della ceramica

È proprio in questo periodo che l’arte umbra, dipinta nelle grandi pale d’altare dagli artisti del Quattrocento, viene impressa sulla ceramica. In questo ambito la produzione derutese è quanto mai variegata sia per le qualità che per le tecniche. Un tripudio di forme, colori, motivi decorativi e repertori iconografici, sono impressi nella ceramica. Tra le opere più affascinanti esposte ci sono i grandi piatti da pompa (alcuni superano i 40 cm di diametro). La presenza di fori testimonia che essi potevano essere appesi a scopo decorativo e pronti per essere usati per occasioni speciali. Lo schema decorativo tradizionale prevede un motivo ornamentale sul bordo che incornicia la scena principale, dove possiamo vedere: Giuditta con la testa di Oloferne, San Francesco che riceve le stimmate, David con la testa di Golia, una crocifissione, e la nascita di Adone. Alcuni sono decorati con nobildonne e dame, vestite con eleganti abiti esaltati dalla preziosa lustratura, le quali stringono tra le mani lunghi cartigli con iscrizioni complesse, proverbi, scritte moraleggianti e persino una poesia di Petrarca. Le dame ricordano quelle dipinte dal Perugino e da Pinturicchio, in particolare una di queste richiama alla mente la Sibilla delfica del Pinturicchio dipinta nel soffitto della Sala delle Sibille negli appartamenti Borgia in Vaticano, ed una Madonna con il bambino ricorda la Madonna di Foligno di Raffaello, ora conservata alla Pinacoteca Vaticana.
Altri piatti da pompa invece recano gli stemmi di nobili famiglie umbre; come quello dei Baglioni, signori di Perugia, o quello con lo stemma della famiglia Crispolti. Inesauribili furono quindi le fonti di ispirazione per i maestri vasai.

 

Piatto da pompa con David con la testa di Golia. Deruta 1560

Il Co di Deruta

A seguito di recenti scoperte archivistiche è stato possibile ricostruire il lavoro di Nicola Francioli, conosciuto come il Co o Il Co di Deruta, maestro vasaio attivo dal 1513 al 1565.
Il piatto da pompa più illustre è proprio quello del maestro Francioli: la Natività. Rappresentazione cara al Perugino, che in Umbria realizzò tre versioni di questo soggetto e a Pinturicchio che ne dipinse una a Spello nella Cappella Baglioni. La scena sacra è stata dipinta con più tonalità di blu e arancio, la sacra famiglia al centro della composizione è in preghiera; la Vergine è inginocchiata e San Giuseppe, in piedi, sembra proteggere il Bambino adagiato sopra un cuscino. Alcuni pastori arrivano a rendere omaggio al Re dei Giudei e tre angeli nel cielo recano in mano un cartiglio. Sullo sfondo si nota la città di Gerusalemme.
«Sono molto amati i vasi di terra cotta quivi fatti, per essere talmente lavorati, che paiono dorati. Et anche tanto sottilmente sono condotti, che insino ad hora non si ritrova alcun artefice nell’Italia.»
È con queste parole che Leandro Alberti nell’opera Descrittione di tutta Italia (1550)  fa conoscere l’eccellenza della ceramica prodotta dai maestri vasai in tutta Italia.

 

Piatto da pompa con la Natività. Nicola Francioli detto Co di Deruta. Deruta 1520-1530

Preci appartiene al Club de
I Borghi Più Belli d’Italia

 


Imboccando il sentiero 505 da Triponzo verso Visso, si risale il tortuoso corso di un torrente. Lo chiamano lu raiu de la scafa, laddove raiu, derivato da gravarium, indica una deiezione di pietrisco. A tratti sarà necessario guadare il fiume, cercando di non scivolare sulle rocce bagnate, e cercando di distinguere gli ostacoli dai giochi d’ombra della cupola di fronde sopra la propria testa. Poi le pareti di roccia, dritte e lisce come se fossero state tagliate con una lama, ci attireranno in una forra angusta, richiamandoci con l’ipnotico suono dell’acqua scrosciante.

valnerina

La cascata de Lu Cugnuntu, foto di Maurizio Biancarelli

Lu Cugnuntu

Siamo in Valnerina, a pochi chilometri dal borgo di Preci, dove il fosso di San Lazzaro e il Fosso Acquastrino si gettano in quella che è una vera e propria ferita negli strati calcarei di Scaglia Rossa che caratterizzano la zona. Non a caso, la forra è chiamata Lu Cugnuntu, la congiunzione – dal latino coniunctio, anche se non si esclude una derivazione volgare di coniuntius, una sorta di condotto idraulico. Giunti ai piedi della congiuntura, si viene investiti da una nube di aerosol, sprigionata dall’acqua che precipita per ben ventiquattro metri.

 

 

A monte, le calcareniti – rocce piuttosto resistenti all’erosione –  hanno infatti creato un dislivello tale da dare origine a uno spettacolo maestoso, quasi soverchiante per quell’angusta fenditura. Sebbene le guide consiglino di intraprendere questa escursione in primavera, quando la prospettiva di bagnarsi non crea più particolari problemi, è in inverno che la forra sprigiona tutta la sua magica atmosfera. Non è solo per la gittata maggiore propria della stagione, ma anche per le basse temperature che, congelando l’aerosol, creano arazzi di ghiaccio a decorazione delle ripide pareti.

Acque miracolose

In tempi antichi si credeva che queste acque avessero poteri terapeutici, come quelle vicine di Triponzo e di Madonna della Peschiera. La convinzione era tale che, nel 1218, venne persino creato un lebbrosario, favorito anche dalla posizione isolata. In una pergamena del 1342, si legge come Razzardo di Roccapazza – Roccapazza era un castello che fu completamente distrutto dal terremoto del 1328 – avesse donato un terreno, in parte coltivato e in parte adibito a pascolo, al borgo di San Lazzaro in Valloncello. Per alcuni Razzardo fu influenzato da San Francesco, o almeno dall’ideologia francescana che cominciava a prendere piede; in ogni caso la struttura che venne costruita, annessa all’omonima chiesa, fu affidata dapprima ai monaci dell’Abbazia di Sant’Eutizio, poi ai frati minori e ai francescani.
Dalla stessa pergamena si evince che i malati potevano vivere nel lebbrosario con le proprie famiglie, ma non potevano in nessun caso allontanarsi, figurarsi lasciarlo. Veniva servito del cibo ritenuto prodigioso, come la carne di vipera di montagna. Allo stesso modo, sappiamo che i superiori godevano del privilegio di ordinare il ricovero ai malati delle diocesi di Spoleto, Camerino e Ascoli, anche se i parenti non approvavano.
Il lebbrosario – di cui sono ancora visibili le navate centrali della chiesa annessa – fu soppresso nel 1490 da Papa Innocenzo VIII, perché fortunatamente i casi di lebbra stavano scomparendo.

 

Preci

La mappa

 

Cascata de Lu Cugnuntu:
Latitudine 42°51’04”N Longitudine: 12°59’19”E
Quota massima: 620 m
Tempo di percorrenza: 2h
Lunghezza: 1,75 km
Dislivello: +220 m / -220 m
Punti d’acqua: 3
Valore scenico: alto
Sito panoramico: basso
Modalità di accesso

    • a piedi: facile
    • in bici: difficile
    • A cavallo: media
    • In auto: non consentito

Stagioni consigliate: tutte
Consigli per l’escursionista: munirsi di scarpe impermeabili e di caschetto

 


Fonti:

R. Borsellini, Riflessi d’Acqua – Laghi, fiumi e cascate dell’Umbria, Città di Castello, Edimond, 2008.

M.Biancarelli, L’Umbria delle Acque, Ponte San Giovanni, Quattroemme, 2003.

www.lavalnerina.com

www.iluoghidelsilenzio.it

Int.Geo.Mod srl (a cura di), Parco geologico della Valnerina, Spoleto, Nuova Eliografica s.n.c..

«A trentasette chilometri da Terni su un terrazzo alluvionale, a quota 292, prossimo al fondo-valle, sulla sinistra del Tevere. È un piccolo centro, una villa-castello, dalla faccia medioevale, che appare come un borgo compatto con mura dirute». (M. Tabarrini)

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Veduta panoramica di Giove

Origine del nome

Sebbene i più facciano derivare il toponimo da un antico culto a Giove, non essendo stata trovata alcuna traccia di un tempio dedicato al dio romano è più corretto pensare che il nome derivi dalla sua posizione geografica che mostra l’abitato in una sommità situato tra due valli. In tal modo il nome deriverebbe dal latino jugum, ossia giogo. Anche le prime attestazioni storiche sembrano avvalorare questa ipotesi: infatti l’attuale comune in un documento del 1191 è denominato «Castel di Juvo o Iugo»[1].

Storia

Numerosi reperti archeologici attestano un antico insediamento romano, ma l’attuale aspetto di Giove è chiaramente di origine medievale. Il territorio, anticamente dei Signori di Baschi, fu a lungo conteso tra Todi e Orvieto. Nel 1320 si impossessò del castello e dei territori circostanti Sciarra I Colonna e ai Colonna lo contesero a lungo gli Orsini. Nel 1378 i feroci Bretoni, condotti in Italia dall’antipapa Clemente VII, si stanziarono nella zona devastando pesantemente l’abitato e i territori limitrofi. Nella metà del XV secolo presero possesso di Giove gli Anguillara, ma Paolo II riuscì a riportarlo tra i beni della Chiesa nel 1465. Le mura del castello vennero distrutte quando nel 1503, dopo una strenua resistenza, Giove fu conquistato da Cesare Borgia. Nel 1545 vi si insediò, con la carica di governatore pontificio Ottavio Farnese, e nel 1597 Matteo Farnese alienò il feudo a Ciriaco e Asdrubale Mattei. Nel 1646 il territorio di Giove venne devastato da una tremenda inondazione del Tevere. Con la Restaurazione, Giove fu elevato a comune baronale[2].

 

Scorcio di Giove. Foto gentilmente concessa dal C0mune di Giove.

Palazzo Ducale

Edificato per volere di Asdrubale e Ciriaco Mattei sui preesistenti resti di un castello medioevale, si presenta come un edificio rinascimentale di grande imponenza. Dai Mattei, insigniti del titolo di marchesi di Giove da Urbano VIII nel 1643, passò ai Canonici quando Caterina Mattei lo trasmise al figlio Carlo. Morto Carlo senza eredi, il palazzo divenne proprietà del marchese Carlo Teodoro Antici di Recanati. È questo il periodo nel quale venne ospitata nel palazzo Adelaide Antici, madre di Giacomo Leopardi. Dagli Antici passò ai Ricciardi, poi al generale Mario Nicolis di Robilant, che vi ospitò nel 1910 Vittorio Emanuele III, e nel 1936 ai conti d’Acquarone. Nel 1985 è stato acquistato dallo statunitense Charles Robert Band e trasformato in un raffinato Relais. L’edificio – che ha 365 finestre, una per ogni giorno dell’anno – è strutturato in cinque piani, mentre le torri angolari presentano un ulteriore piano abitativo. È ancora integra la rampa di scale percorribile dalle carrozze fino al piano nobile. I saloni interni sono decorati con pitture di argomento mitologico attribuite a Domenico Zampieri, detto il Domenichino, a Paolo Caliari, detto il Veronese e ad Orazio Alfani[3].

Chiesa di S. Maria Assunta

In stile rococò, con tardivi elementi barocchi, presenta una facciata inquadrata da due campanili simmetrici. Fu terminata su progetto forse dei Fontana nel 1775 a sostituire dentro le mura l’antica chiesa di San Giovanni Battista, della quale restano oggi soltanto pochi segni in una casa privata. All’interno – a croce greca con cupola – è conservata una tavola con l’immagine della Madonna Assunta che da alcuni è attribuita a Niccolò Alunno, mentre secondo altri si deve alla scuola dell’Alunno. Interessante anche l’organo, posto sopra la porta d’ingresso, che per le peculiarità costruttive viene considerato lo strumento moderno più interessante dell’intera provincia di Terni.

Chiesa della Madonna del Perugino

La chiesa deve il suo nome all’immagine della Madonna posta sull’altare detta appunto Madonna del Perugino, per la sua fine fattura. In realtà si tratta di un dipinto commissionato nel XVII secolo da Francesco Caffarelli, un abitante di Giove proveniente da Perugia e per questo chiamato il Perugino. La chiesa custodisce anche numerosi ex voto.

Convento di Santa Maria del Gesù

Fondato a seguito di una donazione di Felicita Colonna all’inizio del XVII secolo, fino al 1870 fu proprietà dei Francescani, quindi degli Oblati di San Francesco e infine dei Marianisti. Da alcuni anni il convento ospita un centro naturista, Il Germoglio.

 

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Palazzo Ducale, foto gentilmente concessa dal Comune di Giove.

 


[1] L’ipotesi della derivazione dal latino jugum viene sostenuta da L. Canonici, Alviano. Una rocca, una famiglia, un popolo, Porziuncola, Assisi 1983, mentre seguendo la tradizione popolare M. Tabarrini, s.v. Giove, in M. Tabarrini, L’Umbria si racconta. Dizionario, v. 2 : E-O, [s.n.], Foligno 1982, pp. 150-151 propende per il toponimo derivante da un preesistente culto per il dio romano.

[2] Pe notizie storiche più diffuse si veda M. Tabarrini, cit. che è anche la fonte delle notizie riportate dal sito  www.mondimedievali.net/Castelli/Umbria/terni/giove.htm e del sito http://www.castellogiove.it. Per la prenotazione delle visite si veda: http://www.castellogiove.it.

[3] Le informazioni sono tratte da M. Tabarrini, cit. e dal sito  www.mondimedievali.net/Castelli/Umbria/terni/giove.htm.

 

Per saperne di più su Giove

Citerna appartiene al Club de
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Per alcuni ha origine a Siena, durante la furiosa epidemia di peste del 1348, quando un medico aveva preso l’abitudine somministrarlo ai malati; per altri, invece, sembra sia nato da un’esclamazione volata nella mensa del Concilio di Firenze del 1439 e da un malinteso. Quale che sia la storia, è indubbio che il vinsanto debba il suo attributo a qualche proprietà particolare, magari miracolosa. O forse alla sacralità del procedimento che serve per ottenerlo.

vin santo

Le uve per il vin santo

Un lavoro da farsi con la luna calante

«Vuoi assaggiare questo nettare? Ma questo non è un vinsanto, è un nettare! Oh amabile sorbetto, nettare prezioso e delicato». (Goldoni)

Bevanda da dessert dal colore ambrato, il vin santo è il prodotto più fine delle uve Trebbiano e Malvasia, come pure del Grechetto, del Cannaiolo, della Vernaccia e di San Colombano. In Toscana è ottenuto anche da uve San Giovese, tanto da essersi guadagnato l’epiteto di Occhio di Pernice. Quali che siano gli uvaggi scelti, la creazione del vin santo presuppone una scelta: i grappoli migliori, a uno stato di maturazione non troppo avanzato – in modo che le bucce possano resistere all’appassimento – vengono raccolti e appesi per tre, o addirittura quattro mesi, in modo che appassiscano. Era credenza diffusa che i grappoli, singoli o coppidi, cioè doppi, non sarebbero marciti se fossero stati appesi in fase di luna calante (o dura).
Diffuso nell’Alta Valle del Tevere e nella vicinissima Toscana, il vin santo acquista però a Citerna quella nota affumicata che lo ha reso Presidio Slow Food. Le vaste pianure sottostanti il borgo, come pure l’abbondanza d’acqua, avevano infatti permesso alla zona di essere eletta a luogo ideale per la coltivazione del tabacco, destinato ai Monopoli di Stato. Così, per ottimizzare gli spazi, grappoli e foglie venivano appesi alle travi del soffitto in modo che potessero seccarsi col calore delle stufe e dei camini. Fonti di calore che, inevitabilmente, finivano per sprigionare anche del fumo, donando alle uve il tipico retrogusto di affumicatura.

 

Una fermentazione difficile

Il vin santo ormai passito viene poi pigiato e fatto fermentare – con o senza vinacce – in caratelli di legno con una capienza che oscilla dai 15 ai 50 chilogrammi. Le dimensioni di questi contenitori la dicono lunga sulla qualità della bevanda che si finirà per ottenere. Innanzitutto danno la misura della produzione del vin santo, estremamente contenuta: mediamente un quintale d’uva, una volta terminata la fase di essiccazione, arriva a pesare 30-35 chilogrammi, e deve essere ancora pigiato.
In seconda istanza, contenitori di tali dimensioni permettono di sacrificare solo una piccola parte della preziosa annata, nel caso qualcosa dovesse andare storto in fase di fermentazione. Questo passaggio è infatti estremamente delicato: dato il forte appassimento, il mosto del vin santo ha una concentrazione zuccherina molto elevata che, a sua volta, comporta un alto tenore alcolico. L’agente lievitante contenuto nella pruina – la sostanza cerosa che ricopre gli acini proteggendoli dai raggi ultravioletti e dalla disidratazione – difficilmente riesce a sopravvivere a tenori alcolici superiori al 13%, e qui stiamo parlando di valori che possono raggiungere anche il 19%.
I produttori, per arginare questo problema, si servono della feccia delle annate precedenti, ovvero di una specie di deposito che, conservato di anno in anno e ripartito nei vari caratelli, è capace di stimolare la fermentazione. A questo proposito, la feccia viene chiamata madre e, dal momento che rimane anche nel legno dei caratelli stessi, questi vengono riutilizzati senza essere prima lavati.

Il vino ambrato

Una volta riempiti per ¾, i contenitori vengono sigillati e stoccati –in passato venivano posti in soffitta, in modo che fossero esposti alle escursioni termiche, ritenute benefiche – e lì rimangono per almeno tre anni. L’incertezza sulla buona riuscita del vino aleggia fino all’apertura dei caratelli, quando si saprà se la feccia madre sia riuscita o meno a far fermentare il mosto, salvandolo dal marcescenza. È curioso che, a Citerna, proprio il vin santo venisse usato per ammorbidire le foglie del tabacco che, sottratte al Monopolio di Stato, venivano nascoste in casse di latta e sepolte nei campi. Tuttora, in Toscana, i fumatori di sigaro sono soliti inzupparli nel vin santo per gustarli meglio.

 


Sitografia:

www.fondazioneslowfood.com/it/presidi-slow-food/vinosanto-affumicato-dellalta-valle-del-tevere/

www.ilportaledelleosterie.it

www.wsimag.com

Bevagna appartiene al Club de
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Gioco, competizione e rigore storico. Questa la ricetta vincente del Mercato delle Gaite di Bevagna.

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Mercato delle Gaite, foto di Francesco Mancini per gentile concessione del Mercato delle Gaite

 

Nato nel 1989 per vivacizzare la vita del borgo medievale, ispirandosi allo Statuto cittadino che regolava la vita del comune dividendolo in quattro quartieri o gaite, il Mercato delle Gaite comunemente noto come le Gaite è diventato in pochissimi anni un appuntamento irrinunciabile sia per gli abitanti sia per chiunque desideri gustare al meglio questa splendida cittadina medievale – uno dei Borghi più Belli d’Italia.

La rigorosa ricetta

La formula è stata assolutamente intelligente e con un grandissimo riscontro di pubblico. Le Gaite vanno oltre la buona organizzazione di una competizione avvincente, infatti, per tutta la durata dell’evento, Bevagna si trasforma completamente e regala al visitatore l’illusione di un viaggio indietro nel tempo, fino al comune medievale che la cittadina è stata negli anni 1250-1350 nel periodo festoso della pace di fiera. Grazie all’articolazione in una gara (il tiro con l’arco) e in tre specifiche sfide scenografiche (la ricostruzione sceneggiata di due antichi mestieri per rione, la creazione di un ambiente conviviale nel quale viene servito il cibo dell’epoca e una giornata di mercato) Bevagna ricostruisce, rione per rione, in toto, un mondo ormai perduto e incredibilmente affascinante. Consulenze di alto profilo di anno in anno hanno fatto sì che ogni singolo aspetto, ogni singolo dettaglio della manifestazione migliorasse: dagli abiti, alle scenografie, alle tecniche, in modo che vi fosse maggior aderenza possibile alla realtà storica. La magia si ripete ogni estate, quando nell’ultima decade di giugno per le strade e nelle botteghe illuminate dalla luce fioca delle candele si sentono le voci di mercanti e di popolani, si vedono artigiani intenti al lavoro secondo tecniche ormai desuete e perlopiù dimenticate, nelle piazze si assiste a discussioni politiche e a scene tipiche della vita quotidiana… di molti secoli addietro! Referente scientifico del Mercato delle Gaite è Franco Franceschi, docente di storia medievale all’Università di Siena. Una giuria composta da accademici di prestigio che insegnano o hanno pubblicato su materie attinenti al Medioevo assegna punteggi sugli aspetti storici e tecnici delle rappresentazioni che, fino alla proclamazione finale i punteggi delle singole gare, sono tenuti segreti, chiusi all’interno di buste gelosamente custodite dai carabinieri, cosicché la tensione e le attese restino vive per tutto il periodo.

 

Le antiche botteghe, foto di Giacinto Bona per gentile concessione del Mercato delle Gaite

Le specializzazioni

Ma perché la manifestazione si chiama il Mercato delle Gaite? Il termine gaita che deriva dal longobardo watha ovvero guardia, si trova nello Statuto medievale – come accennato – giunto fino a noi in una redazione del XVI secolo, che suddivide appunto in guaite o gaite, ovvero in rioni, il comune medievale. Le quattro gaite che si sfidano ogni anno per vincere il palio sono: San Giorgio, San Pietro, Santa Maria e San Giovanni. Ciascuna di esse si è caratterizzata negli anni per dei punti di forza e di eccellenza: la gaita San Giorgio vanta al suo interno i Novus Ignis – un gruppo di giovani che hanno riportato alla luce le musiche dei secoli XIII e XIV – un coro e un gruppo di danzatrici medievali e propone tra i mestieri la lavorazione del ferro, la zecca e la liuteria; la gaita San Giovanni, quella che più volte ha vinto il palio, ha tra i mestieri che l’hanno resa celebre la lavorazione della carta partendo dagli stracci e la produzione del vetro partendo dalla sabbia e dai ciottoli di fiume; nella gaita San Pietro si può vedere la bottega del fornaio e quella dello speziale, così come assistere alla realizzazione delle candele di cera, scoprire i segreti dell’ars tinctoria e rimanere incantati dai monaci intenti a miniare all’interno di uno scriptorium; infine la gaita Santa Maria è specializzata in tutte le lavorazioni della lana e della canapa dalla filanda alla tessitura a telaio.
Nato dalla volontà di vivacizzare un borgo, il Mercato delle Gaite ha avuto però anche l’indiscusso pregio di creare la ricetta vincente per riuscire a ritrovare e ricreare lavorazioni artigiane scomparse e di trasmetterle con l’entusiasmo di una gara e di un gioco alle nuove generazioni, preservandone la memoria.

 

Le vie di Bevegna

Le vie di Bevegna, foto per gentile concessione del Mercato delle Gaite

 


 

Bibliografia e siti consultati:

Caldarelli, Il mercato delle Gaite. Grandi storie di piccola gente o, forse, piccole storie di gente grande, Marsciano, Editrice La Rocca, 2011

http://www.ilmercatodellegaite.it

http://gaitasangiovanni.it

http://www.gaitasanpietro.com/

http://www.gaitasantamaria.com/

https://www.facebook.com/gaitasangiorgio/

 

 

Per saperne di più su Bevagna

Bettona appartiene al Club de
I Borghi Più Belli d’Italia

 


Unico insediamento etrusco sulla riva sinistra del Tevere umbro, Bettona sorge a 365 metri sopra il livello del mare, su di un colle che delinea l’estrema propaggine di un sistema di alture che si distacca dai Monti Martani. Ringhiera sull’Umbria, ne domina la pianeggiante vallata sottostante, si apre sulle città che la contornano e sulle montagne dell’Appennino umbro-marchigiano che, lontane, la sovrastano a semicerchio.

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Interno del Museo di Bettona

 

Le sue antiche origini umbro-etrusche, i numerosi reperti archeologici e le mura ben conservate, fanno di Bettona un luogo ricco di pregevoli testimonianze storico-artistiche, un museo diffuso che si dilata e si amplia su tutto il territorio. I suoi palazzetti, un tempo splendide residenze, gli scorci mozzafiato, le chiese e gli oratori finemente adornati, e il museo comunale, si impongono come meta obbligata per turisti, studiosi e appassionati.

Il Museo

Situato in Piazza Cavour, il Museo della Città di Bettona si colloca sulla contingenza di Palazzo del Podestà e Palazzo Biancalana. Il primo fu edificato nel 1371 nell’ambito della ricostruzione della città ordinata dal cardinale e legato pontificio Egidio Albornoz; il secondo, fu costruito in stile neoclassico su progetto dello stesso proprietario Francesco Biancalana dopo la seconda metà del XIX secolo.

 

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Testa marmorea di Afrodite, II sec. d.C, Museo di Bettona, sezione archeologica

 

La collezione, profondamente radicata alla storia locale, include due distinte sezioni, entrambe di gran pregio: una archeologica e una pittorica.
La sezione archeologica del Museo dà inizio al percorso espositivo, fornendo testimonianza delle origini del territorio. Include manufatti etruschi, un numero consistente di terrecotte architettoniche, cippi funerari e di confine, ceramiche, opere scultoree del periodo tardo-ellenistico e marmi di epoca romana.
Tra i pezzi più considerevoli della collezione figura una magnifica testa marmorea di Afrodite risalente alla media Età Imperiale, rinvenuta nel 1884 nei terreni agricoli di proprietà dalla famiglia Bianconi; trafugata nel 1987, venne ritrovata a New York nel 2001.
Gli ori e gli altri reperti rinvenuti nella tomba del Colle, camera sepolcrale scoperta nel 1913, sono invece esposti al Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria di Perugia.
I lavori di rifacimento della pavimentazione di Piazza Cavour hanno portato alla luce un antico pozzo monumentale risalente alla fine del XV secolo; si tratta di una struttura a pianta circolare in conci di pietra arenaria squadrati. Interessanti anche i resti di murature interrate e un tratto viario basolato di epoca romana.

La Pinacoteca

La Pinacoteca Comunale occupa, invece, il trecentesco palazzo del Podestà e alcuni ambienti della residenza della famiglia Biancalana.
La raccolta, costituitasi a partire dal 1904, comprende materiale di vario genere e strettamente aderente alla storia locale. La Pinacoteca ospita una sessantina di opere, in gran parte pittoriche. Si segnalano il Sant’Antonio di Padova e la Madonna della Misericordia con i santi Stefano, Girolamo e committenti di Pietro Vannucci detto “Il Perugino”, due preziosi corali miniati trecenteschi, il San Michele arcangelo di Fiorenzo di Lorenzo, un crocifisso in legno policromo attribuito ad Agostino di Duccio, la monumentale pala d’altare con la Madonna in gloria e santi di Jacopo Siculo, un tabernacolo con Cristo ed Evangelisti attribuito a Domínikos Theotokópoulos meglio noto come El Greco”, i Santi Pietro e Paolo di Giuseppe Ribera detto “Lo Spagnoletto”, una terracotta invetriata a tutto tondo raffigurante Sant’Antonio di Padova riconducibile all’ambiente dei Della Robbia, ed una meravigliosa tavola con l’Adorazione dei pastori dell’artista assisiate Dono Doni, restaurata in tempi record a seguito dell’evento sismico dell’ottobre 2016. L’intervento, finanziato dalla Galleria degli Uffizi, è stato condotto intramoenia, tramite la creazione di un vero e proprio laboratorio di restauro visibile e fruibile da tutti gli utenti.
All’interno del Museo, sono inoltre attivi servizi educativi con un’offerta didattica di qualità in grado di coniugare il rigore artistico delle collezioni ad un’atmosfera ludico-creativa. Arte, gioco e creatività per comunicare alle nuove generazioni l’importanza che l’arte ha nello sviluppo sociale e antropologico di ognuno.

 

Pinacoteca Comunale

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