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Realtà aumentata, sensori Bluetooth disseminati per le vie del borgo di Arrone e un’importante opera di recupero, restauro e risanamento conservativo per far tornare a nuova vita la chiesa dedicata a San Giovanni Battista.

È questo e molto altro il progetto vincitore del bando del Gal Ternano PSR Umbria 2014 – 2020 Recupero dei beni culturali minori al fine della loro conservazione e fruizione, i cui lavori sono ormai in dirittura d’arrivo. La splendida chiesa di Giovanni Battista (il Santo patrono di Arrone), tornerà a spalancare le porte dei suoi tesori grazie a una accurata opera di restauro degli affreschi quattrocenteschi realizzati dalla scuola di Bernardino Emilio da Spoleto secondo i canoni pittorici del Duecento (curato dalla ditta Ikluvium R.C.), ma non solo.

In giro con l'App

Scaricando gratuitamente l’App dai più famosi store (iTunes e Google Play), rintracciabile tramite motori di ricerca o link diretti (QR code) presenti nel luogo, si potrà ammirare il pregevole patrimonio storico e artistico della chiesa attraverso la realtà aumentata. Basterà puntare il tablet o il proprio smartphone in direzione di uno degli affreschi per avere in tempo reale informazioni e approfondimenti, il tutto coadiuvato da una guida vocale. Una guida museale avanzata, che permette ai visitatori un’esperienza immersiva e coinvolgente, sia in lingua italiana sia inglese. Inoltre la realtà aumentata permetterà la ricostruzione virtuale delle parti danneggiate degli affreschi, restituendo al turista l’interezza della bellezza delle opere.

 

 

Allo stesso modo, grazie all’App e a una rete di sensori Bluetooth installati per le vie dello splendido borgo e nelle frazioni limitrofe, si potrà usufruire di un’audioguida che racconterà ai turisti i punti di maggiore interesse del territorio di Arrone, come la chiesa di San Giovanni Battista, la chiesa di Santa Maria Assunta, la Torre civica, la Greenway; ma anche la chiesa di San Nicola e quella di San Valentino, la ex miniera di lignite a Buonacquisto e l’ex convento di San Francesco con il fine di far conoscere un territorio ricco di natura, storia e arte. Per facilitare la comprensione e rendere il turismo una’esperienza accessibile a tutti, è in fase di realizzazione una brochure con codifica WLS-CAA (Comunicazione Aumentativa e Alternativa), di supporto anche a soggetti affetti da disabilità, in cui verranno elencati e spiegati i monumenti più caratteristici del territorio arronese.

Antonio Luna, Presidente dell’Associazione I Borghi più belli d’Italia in Umbria – di cui Arrone fa parte – ha sottolineato: «La brochure tecnologica, progettata per la chiesa di San Giovanni Battista ad Arrone, è il terzo progetto finanziato ottenuto in pochi mesi dal gruppo di lavoro Pro.Borg.um. (Progetti per lo Sviluppo dei Borghi Umbri), coordinato dal Dottor Gabriele Lena della società Int.Geo.Mod. Credo che Pro.Borg.um sia stata la migliore intuizione dell’Associazione I Borghi più belli d’Italia in Umbria, avendo creato una struttura di progettazione gratuitamente a disposizione dei 27 borghi regionali certificati. L’App in realtà aumentata, con targa di accesso – pensata in tale occasione per la chiesa di Arrone – faceva parte del catalogo di proposte presenti nel Libro bianco dei Borghi umbri, presentato lo scorso anno ai nostri comuni associati e tuttora a disposizione. Un contributo alla crescita di moderni servizi turistico-culturali per la migliore fruizione delle bellezze presenti entro le mura dei borghi e nel paesaggio circostante. Nel congratularci con il comune di Arrone e con i progettisti per il raggiunto obiettivo, auspichiamo ulteriori e similari interventi nei borghi umbri. Ne guadagnerà l’intero sviluppo turistico regionale».

Il geologo Gabriele Lena, progettista per la parte tecnologica, spiega:«Il progetto di Arrone rappresenta un unicum nel panorama regionale nonché uno dei più interessanti interventi di marketing territoriale sia per l’alto contenuto tecnologico, sia per la metodologia applicata. L’ascolto del territorio e delle istituzioni è stato fondamentale nella progettazione degli interventi e, grazie a una profonda sinergia tra le diverse professionalità, finalmente è stato possibile chiudere un cerchio virtuoso, che parte dal restauro e consolidamento di un bene artistico sino alla sua valorizzazione e promozione nel contesto territoriale».

 

 

E, a proposito del restauro di un bene come la chiesa di san Giovanni Battista, l’architetto Filippo Schiavetti Arcangeli (progettista della parte edile e restauro) spiega come le infiltrazioni d’acqua avessero rovinato parte degli affreschi dell’altare. Affreschi di alto pregio artistico, ora recuperati in maniera chiara. Un altro intervento ha riguardato la torre campanaria: le campane sono state ammortizzate ulteriormente in modo che producano meno vibrazioni, anche per la stessa salvaguardia degli affreschi. Altri interventi hanno riguardato la facciata della chiesa (il portone), il rosone e la parte del torrino, risultato leggermente sconnesso.

 

Chiesa di Giovanni Battista

 

«Esprimo grande soddisfazione – sottolinea il sindaco, Loreto Fioretti – per la conclusione di questo importante intervento di recupero e restauro conservativo della chiesa che consentirà la restituzione di un bene importante alla nostra comunità e ai tanti turisti che potranno visitarlo. Questo progetto rappresenta una occasione unica nel nostro panorama per far dialogare il territorio e i suoi gioielli, con le più avanzate tecnologie. «Colgo l’occasione – continua il primo cittadino di Arrone – per ringraziare il Gal Ternano che ha finanziato l’intervento e tutti coloro, progettisti e ditta realizzatrice, che lo hanno portato a termine».«Infine un ringraziamento particolare all’assessorato ai Lavori Pubblici di Arrone che ha seguito i lavori».

Il bando del GAL Ternano – Recupero dei beni culturali minori al fine della loro conservazione e fruizione – attraverso cui è stato finanziato il progetto del Comune di Arrone, ha come obiettivo quello di sviluppare azioni di valorizzazione del patrimonio storico, culturale, artistico, architettonico, archeologico, paesaggistico ed etnoantropologico a fini turistici o didattico-dimostrativi. In totale il bando ha finanziato 19 progetti di altrettanti comuni dell’area, per un totale di quasi 2 milioni euro di spesa ammessa. Il bando rientra nelle azioni del Piano di Azione Locale del GAL Ternano, inserito nel Piano di Sviluppo Rurale della Regione Umbria 2014-2020.

Dai testi di geografia ai sussidiari scolastici, passando per le fiere internazionali sul turismo, l’Umbria viene identificata da una definizione straordinariamente calzante: cuore verde d’Italia.

Secondo la simbologia tradizionale, il verde, espressione cromatica nella quale i buddisti individuano l’origine della vita, celebra l’elevazione dello spirito e del corpo che, per chi percorre l’Umbria, assume i contorni di un’esperienza ascetica in cui convergono identità e tradizioni, cultura e memoria storica, in cui la contemplazione del creato genera armoniche vibrazioni della mente. Se ci venisse chiesto di illustrare la frequenza cardiaca del cuore verde d’Italia, la matita traccerebbe linee sottili dall’incedere incredibilmente geometrico che, chi conosce l’Umbria, non tarderebbe a identificare nella profilo della piccola Preci, borgo immerso nel verde della Valnerina.

Lasciando la Valle del Nera, per risalire la Valle Campiano verso il paese di Preci si entra nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini

Il Piantamaggio

Avamposto medioevale sorto in prossimità di un oratorio benedettino – come testimoniato dall’etimologia del toponimo della città (preces, cioè preghiera) – Preci segna l’impercettibile transizione fra la Valle del Nera, risalendo da Cerreto di Spoleto, e il Parco Nazionale dei Monti Sibillini, mosaico di storia e tradizioni secolari, pentagramma in cui nubi di paesaggi e borghi seguono il ritmo sempiterno della natura. Ed è proprio dalla natura che qui alloggia che trae origine il rito del Piantamaggio, cerimoniale di pagana memoria le cui origini risalgono alle feste di primavera, successivamente trasformate in Baccanali, che si svolgevano in onore del dio Bacco Dioniso e avevano lo scopo di introdurre i giovani nel mondo degli adulti, spesso sfociando, a causa delle prolungate libagioni, in pratiche iniziatiche e orgiastiche. Tale versione è avvalorata dall’utilizzo, nell’uso popolare, della perifrasi piantar maggio, espressione dal forte allusivo significato, che è quello di consumare l’atto sessuale.

 

L’aspetto cinquecentesco del castello di Preci, immortalato in una foto storica conservata nell’archivio

 

La sera tra il 30 aprile e il 1 maggio, un albero di faggio o di pioppo, simbolo di fertilità, preso, anzi rubato, nelle campagne circostanti dai giovani del paese, viene tagliato e portato nella pubblica piazza. Dopo essere stato spogliato e ripulito dalle fronde e dalla corteccia, viene integrato nella parte alta con un ramo di ciliegio fiorito, a simboleggiare il matrimonio tra gli alberi e l’unione carnale con cui i fanciulli vengono iniziati alla vita adulta. Successivamente viene anche legata, nella parte più alta dell’albero, una bandiera nazionale, forse un antico ricordo degli alberi della libertà, che tra la fine del Settecento e l’inizio del secolo successivo venivano innalzati in ogni luogo dove arrivavano i venti e gli entusiasmi della Rivoluzione francese. La larga diffusione della celebrazione è testimoniata, inoltre, da una toponomastica estremamente ricca: il Monte Maggio, che domina la splendida Cascia, e il Monte Galenne – situato tra Meggiano, Cerreto di Spoleto e Sellano, il cui toponimo rimanda verosimilmente alle Calende di Maggio – ci raccontano di un territorio che cambia nell’aspetto, ma che conserva il suo più intimo fondamento ontologico.

 

Le Cascate de lu Cugnuntu, una stretta forra di circa 20 metri situati presso i Casali di S.Lazzaro al Valloncello.

«La cittadina si presenta solenne e poderosa, con quella sua porta, il corso e la chiesa di San Francesco» (M. Tabarrini)

Vista di Monteleone di Spoleto, foto di Claudia Ioan

Storia

Posto su un colle lungo la valle del fiume Corno, Monteleone di Spoleto è tra i borghi più belli e caratteristici della Valnerina. Nei secoli, grazie alla sua posizione, ha guadagnato l’appellativo di Leone degli Appennini. Il suo territorio è inserito in uno degli angoli naturalistici e paesaggistici più gradevoli e incontaminati dell’Appennino centrale.

La città è come un piccolo scrigno che custodisce da secoli preziosi oggetti di storia, arte e architettura: vanta, infatti, antichissime origini, come testimoniano le numerose tombe ritrovate nei dintorni. Delle passate epoche di guerre e assedi rimangono numerose testimonianze, di cui la più celebre è la biga del VI secolo a.C., qui ritrovata nei primi anni del Novecento, e della quale si conserva nel museo – all’interno della Chiesa di San Francesco – una splendida copia. L’originale è invece esposto al Metropolitan Museum of Art di New York.

La cittadina, fin dall’antichità, appare al visitatore solenne in tutta la sua maestosità; testimone delle sue antiche vestigia, Monteleone ostenta al viandante tutta la fierezza della sua storia. Il paese infatti, isolato tra le brulle montagne dell’Appennino, è ricco di simboli e significati. Curioso è il ripetersi di certi numeri: tre sono le cinte murarie e, ognuna di esse, è provvista di tre porte, sei le torri e otto i baluardi della città. Il castello, cinto da solide mura, torri di vedetta e porte, conserva al suo interno la tipica urbanistica medievale e rinascimentale con case, chiese e palazzi gentilizi che si affacciano su vicoli e piazzette. Elemento caratteristico di tutto il paese è la roccia locale bianca e rossa, che rende la sua architettura unica, capace di richiamare la magica bicromia degli antichi ordini cavallereschi. Il territorio conta quattro nuclei abitativi (Ruscio, Rescia, Trivio e Butino), i quali erano legati principalmente all’attività agricola e pastorale e a celebri attività industriali, come le miniere di lignite di Ruscio e quelle di ferro, dalle quali, secondo la tradizione, fu estratta la materia prima per i cancelli del Pantheon a Roma.

Il farro di Monteleone, foto di Claudia Ioan

Eccellenze a Monteleone di Spoleto

A rendere Monteleone di Spoleto una cittadina ancora più meravigliosa è il colore ambrato che contraddistingue i suoi terreni: il farro di Monteleone è tra le eccellenze d’Italia, tanto che, grazie all’impegno dei produttori locali, è stato possibile richiedere e ottenere il marchio D.O.P (Denominazione di Origine Protetta).

Monteleone di Spoleto, foto Claudia Ioan

Chiesa di San Francesco

Varcate le mura della città, è possibile scoprire, attraverso piacevoli percorsi, importanti ricchezze storiche e artistiche, come la Chiesa di San Francesco, costruita tra XIV-XV secolo. La chiesa è l’opera più appariscente e suggestiva per complessità di storia, sviluppo, arte e fede. È un libro con santi e simbologie da scrutare e leggere con cura. Il titolo della chiesa è in realtà quello di S. Maria o meglio Madonna dell’Assunta, ma è comunemente nota col nome del poverello d’Assisi da quando intorno al 1280 vi s’insediarono i primi francescani. Infatti, fino alla soppressione del convento, l’ordine francescano in Monteleone utilizzò sempre e in ogni atto ufficiale un sigillo recante l’emblema dell’ordine sovrastato dall’immagine dell’Assunta rapita in cielo con le iniziali S(anctaeM(ariae). Vari affreschi decorano le pareti della chiesa con immagini devozionali fatte eseguire probabilmente da pittori della scuola umbra del sec. XIV.

Chiesa di San Nicola

La chiesa è posta nel punto più alto del centro storico; ha origine altomedievale, infatti i primi documenti risalgono al 1310. Presenta una pianta disposta su un’unica navata provvista di dieci cappelle con propri altari. Il soffitto è a cassettoni e ricoperto da una tela dipinta a tempera con motivi floreali. Tra le diverse opere di notevole pregio citiamo La decollazione di S. Giovanni Battista fra S. Antonio da Padova, S. Isidoro e la Maddalena, attribuita al pittore Giuseppe Ghezzi e l’Annunciazione, probabilmente opera di Agostino Masucci.

Chiesa di Santa Caterina

Nel 1310 cinque monache agostiniane, provenienti dal Monastero di S. Caterina a Norcia, chiesero al Capitolo di S. Nicola una chiesetta e una casa nella parte bassa di Monteleone per edificarvi un monastero.
Sia la casa sia la chiesa erano fuori la cerchia delle mura, costruite nel 1265. Le monache rimasero lì per quasi cinque anni. Della stupenda chiesa settecentesca, restano soltanto le mura perimetrali.

Chiesa di Santa Caterina, foto Enrico Mezzasoma

Chiesa di Santa Maria de Equo

L’ambiente interno della chiesa è tipico delle pievi campestri: al centro della chiesa è posto un altare settecentesco, ornato da una statua lignea della Madonna con Bambino; ai lati, all’interno di due nicchie, ci sono le statue lignee di S. Pietro e S. Paolo.
Lungo la parete di sinistra è raffigurato il venerabile Gilberto o Liberto, eremita qui vissuto per molti anni.


Bibliografia:

L’Umbria si racconta. Dizionario E-O, Foligno 1982 di Mario Tabarrini.

A ottobre puntuale nel suggestivo borgo di Montone, torna la Festa del Bosco, quattro giornate per celebrare l’autunno con i suoi caratteristici profumi e sapori.

La festa, il nome lo preannuncia, è un vero e proprio elogio alla natura: il borgo si trasforma in un mercato a cielo aperto che promuove i prodotti del bosco e del sottobosco, oltre agli altri prodotti tipici di questo territorio, dai funghi ai tartufi, dal miele alle confetture. Non mancheranno gli stand dedicati agli oggetti di artigianato artistico della lavorazione del ferro, del legno, della ceramica, della canapa e lana. 
Il tutto arricchito da un nutrito programma di eventi: concerti, esposizioni artistiche, laboratori e animazioni per bambini. 

 

 

Gli amanti delle passeggiate all’aria aperta, potranno approfittare di escursioni nel territorio per scoprire percorsi naturalistici suggestivi in assoluta simbiosi con la natura. 
Insomma, una festa in grado di soddisfare diverse esigenze e aspettative, un ponte ideale che ci accompagna verso i mesi più freddi dell’anno, un saluto alla Natura che si avvia verso la sua pausa invernale, in attesa dell’esplosione primaverile e della ripresa del suo ciclo infinito.

Quattro sedi espositive, settanta dipinti e una trama d’itinerari che si dipana in Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo: queste le coordinate della mostra Capolavori del Trecento. Il cantiere di Giotto, Spoleto e l’Appennino.

Una grande esposizione in Umbria per raccontare un secolo di capolavori – curata da Vittoria Garibaldi, Alessandro Delpriori e Bernardino Sperandio – che resterà aperta al pubblico fino al 4 novembre 2018 nei comuni di Trevi, Montefalco, Spoleto e Scheggino.
Settanta dipinti imperdibili a fondo oro su tavola, sculture lignee policrome e miniature che raccontano le bellezze dell’Appennino centrale e la civiltà storico-artistica, civile e socio-religiosa dell’Italia nel primo Trecento.
Nello Spazio Arte Valcasana di Scheggino è possibile godere di uno sguardo corale ed emozionante sull’insieme delle chiese, delle pievi, degli eremi e delle abbazie in Umbria, Marche, Abruzzo e Lazio dove gli artisti di cultura giottesca hanno lavorato tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento. Edifici connessi attraverso itinerari organizzati che permettono di scoprire luoghi e opere d’arte incantevoli.

I visitatori di queste mostre hanno il privilegio di ammirare lavori che per la prima volta sono visibili dal vasto pubblico, come i due dossali esposti nell’appartamento di rappresentanza di Sua Santità il Pontefice, entrambi provenienti da Montefalco e restaurati per l’occasione dai magistrali laboratori dei Musei Vaticani; oppure lo straordinario riavvicinamento del Trittico con l’Incoronazione della Vergine del Maestro di Cesi e il Crocifisso con il Christus triumphans, dipinti entrambi per il monastero di Santa Maria della Stella di Spoleto, oggi divisi tra il Musée Marmottan Monet di Parigi e il Museo del Ducato di Spoleto. Per la prima volta, dall’inizio dell’Ottocento, sono tornati vicini e insieme.
Montefalco e Trevi sono i borghi che ospitano due dei quattro poli espositivi.

Montefalco, Complesso Museale di San Francesco

Montefalco ha riabbracciato per l’occasione tre opere trecentesche importantissime, delle quali la città è stata privata dai saccheggi napoleonici e dalla dispersione del patrimonio mobile che ne seguì: il grande dossale che un tempo si trovava sull’altare maggiore della Chiesa di San Francesco, opera del Maestro di Fossa; la tavola per l’altare della Cappella di Santa Croce nella Chiesa di Santa Chiara di Montefalco, opera più alta del più giottesco dei pittori spoletini, il Maestro di Cesi; lo stendardo processionale con la Passione di Cristo, in origine posto anch’esso nella chiesa di San Francesco a Montefalco. La mostra è l’occasione per ricostruire, con un’operazione virtuosa, i contesti originali e dare conto al visitatore dell’importante stagione trecentesca vissuta dal borgo umbro.

Trevi, Museo di San Francesco

Nella Chiesa di San Francesco è conservata una splendida e gigantesca croce sagomata databile intorno al 1317. Si tratta di un’opera straordinaria per conservazione e qualità, dipinta da uno dei maggiori protagonisti di quella stagione, il Maestro della Croce di Trevi (che prende il nome proprio dalla sua opera più rappresentativa), lo stesso amato da Roberto Longhi, che lo aveva battezzato come Maestro del 1310. Nella stessa sede è esposto il corpus delle opere del Maestro di Fossa, personalità altissima capace di muoversi a valle della cultura di Giotto, di diventare un grande artista di Spoleto e un faro per tutta l’arte fino al Quattrocento.

Prendi il pittoresco borgo di Panicale, aggiungi visite guidate, laboratori, escursioni tra le colline del lago Trasimeno e spettacoli itineranti; condisci tutto con abbondante olio e gusta con dell’ottimo pane. Tutto questo è Pan’Olio, il festival dell’olio che torna, il 27 e il 28 ottobre, con la sua IV edizione.

L’olio nuovo, il vino, i prodotti tipici, ma anche la musica e tanti eventi saranno i protagonisti indiscussi delle vie del centro storico, per un weekend all’insegna del divertimento e del buon cibo.

Taverne aperte con degustazione

Muniti di una mappa – come in una classica caccia al tesoro – si potrà girare per le vie del borgo di Panicale alla scoperta delle dodici taverne e degustare i migliori prodotti del territorio. Inoltre sarà possibile incontrare i produttori e conoscere tutti i loro segreti.
Una visita guidata vi accompagnerà nella chiesa di San Sebastiano, al Teatro Caporali e al Museo del Tulle alla scoperta del connubio tra il colore dell’olio e le trasparenze del tulle, la luce del Perugino e l’eleganza del teatro.
Con Passa… all’olio invece, ci si potrà immergere in un percorso a tappe che si snoderà attraverso le immagini, per scoprire le origini, gli usi e i benefici dell’olio: un vero e proprio unguento d’oro.

Laboratori, musica e spettacoli

Imparare a conoscere verdure e spezie, prendere coscienza della nostra piramide alimentare e creare cesti intrecciando rami d’ulivo: su questo verteranno i laboratori dedicati ai più piccoli.
Con VICOLInMUSICA le vie di Panicale saranno invase, subito dopo il tramonto, da diversi gruppi folkloristici. Infine, non mancheranno giocolieri di strada, esibizioni di magia e lo spettacolo teatrale In vino veritas!

QUI il programma dettagliato.

 

Per saperne di più su Panicale

Zona di impatto, durante la Seconda Guerra Mondiale, di ben due aerei, il Monte Tezio conserva oggi dei veri e propri gioielli archeologici, testimoni di un passato in cui gli elementi naturali venivano piegati ai bisogni dell’uomo.

Dopo aver facilmente percorso il sentiero boschivo – prima tra alberi decidui e poi tra maestosi abeti – e aver oltrepassato il Rifugio dell’Associazione Monti del Tezio, si aggira il versante meridionale del Tezino fino alla Croce di Migiana. Si supera una seconda croce, quella di Fontenova e, godendo della vasta magnificenza dei prati di vetta, si giunge nei pressi di un anfiteatro a pianta circolare, definito da una muratura in pietrame.

È questa la neviera di cui si trovano, nei documenti cittadini, numerose richieste di appalto per la gestione del ghiaccio, materia che, prima dell’invenzione del frigorifero, doveva essere estremamente preziosa tra gli esigui rilievi di questa parte di Umbria. Il tetto di questa struttura, creata sfruttando un avvallamento della superficie erbosa, è da tempo crollato, ma si intravedono ancora gli archi che lo sorreggevano e che permettevano quindi la protezione della neve qui costipata, la quale, in estate, dopo essere stata tagliata con l’ascia, veniva trasportata a dorso di mulo negli ospedali e nelle ricche case del capoluogo perugino.

Vallo di Nera appartiene al Club de
I Borghi Più Belli d’Italia

 


«Lasciatevi incantare da uno dei borghi più belli d’Italia, Vallo di Nera, e concedetevi, tra torri medioevali ed echi di antichi cantori, l’assaggio di pregiati formaggi».

Fior di Cacio

 

La Valnerina più ricca, quella più antica e autentica, dove è fiorita la millenaria sapienza umbra e nel cui ventre sbocciano aromi apprezzati a ogni latitudine; ma anche la Valnerina più impervia e selvaggia laddove osano le aquile e si nasconde il lupo. Sapori arcaici e autentica ruralità che storicamente caratterizzano questo idillio bucolico e che tenteremo di raccontarvi in un itinerario il quale, nonostante l’ambizioso titolo, racchiude frammenti di una quotidianità sepolta tra la polvere della memoria. E allora lasciatevi incantare da uno dei Borghi più Belli d’Italia, Vallo di Nera, e concedetevi, tra torri medioevali ed echi di antichi cantori, l’assaggio di pregiati formaggi. Perché questo è quello che agli Umbri piace, perché questa è la nostra cultura.

Un prodotto antico

Nel ricomporre le tarsie di quell’antico mosaico sepolto lungo l’argine del tempo, che è la storia del formaggio, la bussola che orienta la ricerca dei food lovers punta con straordinaria fermezza il Medio Oriente e la leggenda di quel pastore arabo che, attraversando il deserto, conservò del latte di capra in un otre ignorando il processo di stagionatura che avrebbe invece notato giunto al termine della traversata. Dischiusa dalla mitologia araba e sfiorata dal respiro mediterraneo del greco antico, l’etimologia della parola formaggio si intreccia inesorabilmente tra i vimini dell’antico paniere in cui veniva depositato il latte cagliato, formos per l’appunto, divenuto successivamente fromage per le popolazioni galliche e forma per gli antichi abitanti dell’Urbe. Un atlante, quello del formaggio, in cui punti cardinali e coordinate geografiche lasciano spazio a una geografia di scenari alpestri e pastori che a Vallo di Nera, il borgo-castello della Valnerina, resiste eroicamente tra frammenti di memoria pastorale e tradizioni millenarie.

Vallo di Nera e Fior di Cacio

Imbrigliata dallo sguardo marmoreo dell’imponente cassero medioevale Vallo di Nera, avamposto della civiltà contadina e Presidio Slow Food, appare sospesa nel vuoto cosmico di una clessidra i cui granelli di sabbia diventano gocce di memoria di greggi e pastori, custodi di un’antica tradizione casearia che, in questo coriandolo di Umbria, viene omaggiata da un’annuale mostra mercato, Fior di Cacio. La civiltà pastorale, i cui echi appaiano scolpiti in bassorilievi di sentieri e tratturi, a Vallo di Nera diventa depositaria di una ricca tradizione orale, fiorita lungo le rotte della transumanza per opera di aedi pastori che rispondevano agli echi della natura improvvisando canti e narrazioni. Oggi quel passato è documentato dalla Casa dei Racconti, teatro in cui a esibirsi è una memoria popolare fatta di voci in metrica attraverso la quale recuperare l’identità culturale di una quotidianità remota eretta tra macerie del tempo.

 

Per gustarlo al meglio

Vademecum per abbinare in tavola i formaggi della Valnerina non esistono. Tuttavia è possibile accompagnare l’abbinamento secondo prelibati suggerimenti, nonostante i grandi formaggi vadano degustati abbinati a prodotti semplici che ne esaltino pastosità e fragranza, come buon pane e confetture di cui la Valnerina vanta un ricco catalogo. Declinato in tutte le sue vesti il formaggio della Valnerina esalta palati e papille dei commensali se abbinato per contrasto o per similitudine ai vini tipici della Verde Umbria, in un trionfo enogastronomico di aromi e sapori arcaici. Per gli amanti dell’autenticità la birra, che attraverso il brio del luppolo annulla la corposità del formaggio, e le pregiate confetture che il fiume Nera matura all’ombra di pioppi dalle fronde sottili rappresentano eccellenti partner per questo viaggio nella Terra dei Pastori, enciclopedia del gusto e della tradizione.

Un ritorno da non perdere, quello delle ventiquattro maioliche rinascimentali, che dopo cinquecento anni tornano a Deruta.

Vaso con un asino sdraiato. Deruta 1500

 

Presentata alla Frieze Masters di Londra del 2017, la più importante fiera di arte antica e moderna del Regno Unito, l’edizione italiana della mostra Sacred and Profane Beauty Deruta Renaissance Maiolica è curata dal Museo della Ceramica di Deruta ed è visibile fino al 30 giugno. Provenienti da collezioni private, le opere sono state selezionate da Camille Leprince e Justin Raccanello con la consulenza di Elisa Paola Sani, collaboratrice del Victoria & Albert Museum ad oggi tra i massimi esperti di ceramica rinascimentale.

Un percorso tra le maioliche

Attraversando le sale del museo si entra in luogo affascinante dove le opere esposte rappresentano la bellezza sacra e profana, come ricorda anche il titolo della mostra. La pittura umbra, in particolare quella di Pinturicchio e Perugino, viene resa immortale grazie all’abilità dei maestri vasai derutesi che fabbricarono maioliche policrome tra Quattrocento e Cinquecento.
La città di Deruta, fin dal Medioevo, è stata il palcoscenico per l’arte dei maestri vasai; la massiccia presenza degli artigiani è dovuta alla facile reperibilità nel territorio dell’argilla, presente in grande quantità nelle colline derutesi e nei depositi alluvionali del Tevere. Questa nobile arte si è sviluppata grazie alle notevoli vie di comunicazione presenti nel territorio. La città è stata il centro di un intenso movimento artistico e commerciale, anche perché molti maestri vasai da tutta Italia si sono stabiliti a Deruta, spinti dall’esenzioni fiscali concesse per favorire il ripopolamento della città, dopo l’epidemia di peste del 1456.

 

Piatto da pompa con eroe con elmo da parata. Probabilmente di Nicola Francioli

La regina della ceramica

È proprio in questo periodo che l’arte umbra, dipinta nelle grandi pale d’altare dagli artisti del Quattrocento, viene impressa sulla ceramica. In questo ambito la produzione derutese è quanto mai variegata sia per le qualità che per le tecniche. Un tripudio di forme, colori, motivi decorativi e repertori iconografici, sono impressi nella ceramica. Tra le opere più affascinanti esposte ci sono i grandi piatti da pompa (alcuni superano i 40 cm di diametro). La presenza di fori testimonia che essi potevano essere appesi a scopo decorativo e pronti per essere usati per occasioni speciali. Lo schema decorativo tradizionale prevede un motivo ornamentale sul bordo che incornicia la scena principale, dove possiamo vedere: Giuditta con la testa di Oloferne, San Francesco che riceve le stimmate, David con la testa di Golia, una crocifissione, e la nascita di Adone. Alcuni sono decorati con nobildonne e dame, vestite con eleganti abiti esaltati dalla preziosa lustratura, le quali stringono tra le mani lunghi cartigli con iscrizioni complesse, proverbi, scritte moraleggianti e persino una poesia di Petrarca. Le dame ricordano quelle dipinte dal Perugino e da Pinturicchio, in particolare una di queste richiama alla mente la Sibilla delfica del Pinturicchio dipinta nel soffitto della Sala delle Sibille negli appartamenti Borgia in Vaticano, ed una Madonna con il bambino ricorda la Madonna di Foligno di Raffaello, ora conservata alla Pinacoteca Vaticana.
Altri piatti da pompa invece recano gli stemmi di nobili famiglie umbre; come quello dei Baglioni, signori di Perugia, o quello con lo stemma della famiglia Crispolti. Inesauribili furono quindi le fonti di ispirazione per i maestri vasai.

 

Piatto da pompa con David con la testa di Golia. Deruta 1560

Il Co di Deruta

A seguito di recenti scoperte archivistiche è stato possibile ricostruire il lavoro di Nicola Francioli, conosciuto come il Co o Il Co di Deruta, maestro vasaio attivo dal 1513 al 1565.
Il piatto da pompa più illustre è proprio quello del maestro Francioli: la Natività. Rappresentazione cara al Perugino, che in Umbria realizzò tre versioni di questo soggetto e a Pinturicchio che ne dipinse una a Spello nella Cappella Baglioni. La scena sacra è stata dipinta con più tonalità di blu e arancio, la sacra famiglia al centro della composizione è in preghiera; la Vergine è inginocchiata e San Giuseppe, in piedi, sembra proteggere il Bambino adagiato sopra un cuscino. Alcuni pastori arrivano a rendere omaggio al Re dei Giudei e tre angeli nel cielo recano in mano un cartiglio. Sullo sfondo si nota la città di Gerusalemme.
«Sono molto amati i vasi di terra cotta quivi fatti, per essere talmente lavorati, che paiono dorati. Et anche tanto sottilmente sono condotti, che insino ad hora non si ritrova alcun artefice nell’Italia.»
È con queste parole che Leandro Alberti nell’opera Descrittione di tutta Italia (1550)  fa conoscere l’eccellenza della ceramica prodotta dai maestri vasai in tutta Italia.

 

Piatto da pompa con la Natività. Nicola Francioli detto Co di Deruta. Deruta 1520-1530

Luogo di settecentesche delizie, la villa del Pischiello, a Passignano sul Trasimeno, traeva il proprio nome da un’attigua sorgente d’acqua. E, come dall’acqua tutto trae forza e vigore, da questa dimora affacciata sul lago Trasimeno la popolazione traeva sostentamento, molendovi l’oliva, stoccandovi i cereali e producendovi dell’ottimo vino.

Nemmeno nel 1904, quando la marchesa Romeyne Robert Ranieri di Sorbello decise di installarvi una scuola di ricamo, questa forza produttiva venne meno. Anzi, quella che si configurò fin da subito come una moderna holding, diventò ben presto un’attività importantissima per l’economia del lago, dando impiego a intere famiglie di Passignano e dintorni.

Villa del Pischiello, foto Ranieri di Sorbello

Donne che hanno fatto la storia

L’alta qualità, l’unicità dei pezzi eseguiti su commissione, così come l’esclusività della tecnica, fecero della scuola uno degli emblemi della cosiddetta questione femminile che, dal 1883, combatteva contro le posizioni assolutiste secondo cui le donne delle campagne dovessero essere impiegate esclusivamente nei lavori agricoli. La marchesa spronava le dipendenti ad accantonare la propria paga in libretti postali, secondo un sistema estremamente moderno e teso a renderle emancipate grazie al proprio lavoro. Oltre a questo, nella Villa del Pischiello fondò una scuola Montessori – una delle prime della Penisola – per favorire l’educazione dei figli dei coloni della tenuta secondo gli innovativi metodi d’insegnamento che caratterizzano il metodo: libera scelta del percorso educativo, sebbene entro certi limiti, e il rispetto del naturale sviluppo fisico, psicologico e sociale del bambino.
Gli orditi nati dall’abilità delle allieve di Romeyne, coadiuvata dalla perugina Amelia Pompilij e dalla fiorentina Carolina Amari – che aveva studiato e recuperato, nel suo laboratorio di Firenze, la tecnica usata per la preziosa collezione di biancheria e decorazioni per la casa della contessa Edith Rucellai – venivano commercializzati nel negozio della cooperativa Arti Decorative Italiane – diretta derivazione del comitato regionale de Le Industrie Femminili Italiane, detto Ars Umbra  (poi divenuto una vera e propria società) – sotto la dicitura di commercio al minuto di ricami a mano.

Arte in rilievo

Il punto umbro – detto anche Sorbello o portoghese – protetto da brevetto, si dipanava su tele da ricamo in canapa o lino provenienti dal laboratorio Tela Umbra di Città di Castello, fondato dalla baronessa Alice Hallgarten Franchetti. Motivi floreali, vegetali, animali – anche fantastici – e arabeschi si annodavano sulle tele con rinascimentali ghirigori color ruggine, écru, verde, indaco, giallo, bianco e rosa antico. I disegni degli album da viaggio di Romeyne acquisivano così la terza dimensione e una riconoscibilità tattile, grazie anche allo spessore del filato usato – cotone, soprattutto, ma anche seta, ben resistenti al tempo e all’usura.
I tasselli di tessuto che, precedentemente ricamati, sarebbero andati a formare il disegno, venivano assemblati tramite elaborati punti avorio, d’ispirazione araba, alternati a punti di antica ispirazione toscana e romagnola.

 

Il punto umbro, detto anche Sorbello. Foto Casa Museo di Palazzo Sorbello

Questione d’inventiva

Non mancavano però punti inventati, come il ricciolino, il rilievo, il nodone, il mazzetto, il punto pifferino, il nodino di San Francesco, le pignattine, le lumachelle e le capannucce, usati perlopiù per ricamare l’interno e rifinire gli orli. Le fuseruole in ceramica derutese, usate per bilanciare il fuso e, in maniera più romanzata, per bilanciare la vita di un’altra persona – venivano infatti donate come pegno d’amore – erano inserite nelle confezioni per rifinire paralumi e tessili.
Il punto San Francesco e il pifferino, assieme al punto civetta, venivano utilizzati anche per le nappe – elaborate riproduzioni in miniatura di cestini di frutta, gioielli fiorentini, ghiande e animali – e i bottoni – creati semplicemente arrotolando un filo, poi fermato con un punto avorio – elementi decorativi che, impreziosendo tovaglie, centrini, centrotavola, paralumi, tende e sacchetti portabiancheria, finirono per essere un vero e proprio punto distintivo della produzione della scuola.

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