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Protettore degli albergatori, dei cavalieri e della fanteria, ma anche dei mendicanti, dei sinistrati dei forestieri, dei sarti e dei vendemmiatori: la figura di San Martino, al secolo Martino di Tours, ricorre nella tradizione religiosa e popolare in modi diversi e inaspettati, tutti legati alla sua travagliata storia biografica.

Perdendosi tra i magnifici affreschi della Basilica Inferiore di Assisi, vale la pena soffermarsi su quelli della Capella di San Martino, che rappresentano dieci episodi della vita del santo di Tours. Databili tra il 1312 e il 1318, furono commissionati dal cardinale Gentile Partino da Montefiore, rappresentato in ginocchio sopra l’arco d’ingresso a testimonianza di chi fosse la mano committente di tale magnifico ciclo. Seppure non firmati, lo stile e alcuni riscontri documentari li vorrebbero attribuiti a Simone Martini, vero e proprio maestro della cosiddetta Scuola senese.

 

Capella di San Martino

Un mantello da spartire

Tra i dieci episodi non poteva certo mancare quello del taglio del mantello, usato per vestire un mendicante durante una notte fredda e tempestosa. Martino – così chiamato dal padre, tribuno militare, in onore del dio Marte – era infatti un soldato romano addetto, come tutte gli appartenenti alle truppe non combattenti, al mantenimento dell’ordine pubblico, alla protezione della posta imperiale, al trasferimento dei prigionieri e alla sicurezza dei personaggi importanti. Durante una ronda, s’imbatté in un mendicante quasi nudo e, impietosito, tagliò un pezzo del suo candido mantello da soldato affinché l’uomo potesse in parte contrastare i morsi del freddo. La notte successiva, sognò Gesù che riferiva agli angeli che Martino, seppure pagano, l’aveva vestito; la mattina seguente il famigerato mantello era di nuovo integro.

 

San Martino divide il mantello con il povero, Cappella di San Martino, Basilica Inferiore di Assisi

Tre giorni e un pochino

Questo è forse l’episodio più famoso della vita del santo, o almeno quello che, nel sentire popolare dell’Umbria, trova una consonanza con i festeggiamenti che animano diversi luoghi della regione. Per Fabro, per esempio, si tratta di una festa patronale che culmina con una gara podistica di 11 km (numero evidentemente non casuale), chiamata Maratonina di San Martino. Ma il culto è legato più che mai alla cosiddetta Estate di San Martino, che dura tre giorni e un pochino: dopo i primi freddi, infatti, sembra sempre tornare il bel tempo, assieme a un relativo tepore. Secondo altre versioni agiografiche, Martino avrebbe donato a un mendicante anche l’altra metà del mantello, provocando una schiarita del cielo e la venuta di una temperatura mite simile a quella estiva. Il fenomeno sembra confermato dalle mappe climatiche[1], che, dal 1948 al 2010, registrano ogni anno un’espansione del vortice dell’alta pressione delle Azzorre sull’Europa occidentale, proprio intorno all’11 novembre, giorno dedicato a San Martino – si noti che non si festeggia la ricorrenza della morte, ma della tumulazione, avvenuta nella natia Tours.

 

Castagne e vino

Il ribollir de’ tini

Tuttavia, a legare San Martino a quel tepore utile a superare i primi freddi è anche l’abitudine di associarlo alla maturazione del vino novello, evento che costituisce l’occasione perfetta per brindare e per fare una bella scorpacciata di castagne. Quale momento migliore per scaldarsi e stare in compagnia? Proprio nel paese di San Martino in Colle, dall’emblematico nome, si festeggia questo fine settimana (e il prossimo) con castagne e vino. Si tratta di una forma di celebrazione molto in voga nel popolar sentire, riportata persino da Giosuè Carducci nel componimento San Martino:

 

«ma per le vie del borgo

dal ribollir de’ tini

va l’aspro odor de i vini

l’anime a rallegrar[2]»

 

E allora, perché sottrarsi alla possibilità di assaggiare non solo il rinomato vino, ma anche le castagne umbre, la cui varietà è magistralmente preservata dal Consorzio dei Produttori della Castagna umbra? Si va dal Marrone della Vallocchia (e dalla sua variante gentile, entrambe coltivate nel comune di Spoleto) a quello di Manciano (Trevi), passando per quello di Pompagnano, Montebibico e Casteldelmonti (Spoleto), senza dimenticare l’emblematico Marrone di San Martino, capace di racchiudere tutta l’essenza di questi miti giorni di festa.

 


[1] cfr. https://www.3bmeteo.com/giornale-meteo/estate-di-san-martino–scienza-o-mito–55087

[2] G. Carducci, San Martino, in Rime Nuove, 1883.

L’Italia è considerata dall’UNESCO un museo a cielo aperto. Chiese, palazzi, antichità romane, greche, etrusche, arabe, longobarde, ponti, quadri, affreschi, statue. In Italia tutto è arte.

L’Italia nasconde un patrimonio artistico che pochi conoscono e che riassume in sé le storie di ogni epoca: le pietre. Le pietre sono ovviamente di pietra, non si muovono, ma parlano in silenzio. A modo loro narrano storie di viaggi, di tradimenti, di amori e di curiosità. Ci sono pietre lisce o scalpellinate e pietre con iscrizioni o ancora meglio con bassorilievi; pietre importate e pietre di spoglio e pietre su pietre. Poi c’è il colore, la grana e la tessitura. Insomma, quella che sembra un semplice pezzo di costruzione racchiude in sé una storia infinita.

Il colore delle pietre

Arroccate in cima alle colline del centro Italia, si vedono montagne di pietra a forma di paese e di città. Ogni regione ha un colore diverso. Si parte dal grigio della pietra serena in Toscana per arrivare al marrone del tufo nell’Etruria. Assisi è rosa come la pietra del Subasio che la sovrasta e anche l’altopiano di San Terenziano ha la sua pietra rosa. Poi, scendendo, c’è il travertino laziale e la bianca pietra leccese e così via. Semplice, basta sapere qual è la pietra della zona e non c’è altro da vedere. Non è così, questo è solo l’inizio.

 

Gualdo Cattaneo

La chiesa Madre

Cinema e tivù ci hanno fatto conoscere la Casa nella prateria o le villette americane a schiera rigorosamente fatte di legno, spazzate via dagli uragani o bruciate da cima a fondo. L’Italia, invece ha marmi e pietre che non bruciano, che non volano, che sono ancora in piedi da 2.000 anni e che sono state rimescolate e distribuite come un mazzo di carte. Per imparare a guardare e capire, è meglio iniziare da un paese piccolo come Gualdo Cattaneo, che si affaccia sulla valle del Puglia e spazia sulla valle Umbra. Dal mastio si vede Spello, Foligno e anche la rocca di Spoleto. Se vedi, sei visto – quindi sei ambito. Gualdo Cattaneo è stato l’oggetto del desiderio delle città guerriere della zona, e papa Alessandro VI Borgia l’ha acquistata per costruire la rocca. Punto forte, imprendibile dai temibili perugini. La salita, il mastio e poi la piazza e la chiesa Madre: il centro del paese è raggiunto.
Si inizia dalla chiesa, anzi dalle fondamenta della chiesa, che sono visibili dalla strada dietro l’abside. La chiesa posa su pietre gigantesche e pesantissime, portate lì dai mitici Ciclopi, così salde che nessun terremoto le ha abbattute. Difficile trovare fondamenta più solide. Erano le mura antichissime di Gualdo. Perché hanno edificato una chiesa sulle antiche mura? Perché non si butta via niente e perché se è solido e già pronto, lo si usa. Se è bello e decorativo, lo si sposta in altro luogo. Sulla facciata della chiesa si vedono i simboli dei quattro evangelisti. Due sono bianchi e due rosa. Tutta pietra importata: rosa da San Terenziano e bianca da Giano. Poi si entra in chiesa e si scende nella cripta.
La cripta, come quasi tutte, è costruita con materiale di spoglio. Colonne e capitelli che giacevano da qualche parte abbandonati, resti delle imponenti costruzioni di epoca romana ormai in rovina, sono stati riutilizzati lì sotto. Questo è il riuso migliore, perché i marmi romani, anche quelli imperiali, furono fusi per farne mattoni.

Un tour tra le pietre

Povertà e religiosità fondamentalista hanno fatto dei danni incalcolabili. Abbiamo perso un numero infinito di opere d’arte, ma ne abbiamo ancora alcune, anche se smembrate. Lasciata la chiesa, si gira per il paese, guardando in alto e in basso. Si vedono finestre gotiche murate o modificate. Si vedono travertini, esistenti solo altrove – magari a Giano – inseriti come punto di sostegno nei palazzi. Qui e là si trovano pietre con iscrizioni di ogni epoca, da quella romana in poi, inserite perché mancava un mattone o semplicemente perché erano decorative; oppure perché erano il ricordo di un avvenimento. Si scoprono porte murate a un metro e mezzo dal suolo, ma con il piano di calpestio invariato. La paura dei topi faceva costruire in sicurezza. Si usciva scendendo da una scaletta di legno volante, che la sera si ritirava in casa. Un po’ come facevano i Walser, che abitavano le Alpi, e costruivano le loro case di legno su funghi di pietra.
Se volete avventurarvi in mezzo alle pietre, e saperne di più, vi potete rivolgere al comune di Gualdo Cattaneo, che organizza delle visite guidate sotto la supervisione del dottor Andrea Peruzzi, un vero esperto di arte lapidaria e di epigrafia. Vi divertirete!

Assisi, città famosa nel mondo per essere la patria di San Francesco, oltre ad essere considerata terra mistica di santi e di preghiera, conserva e tramanda l’arte di un mestiere tipicamente femminile che trae probabilmente origine dalle tele che le Clarisse realizzavano a mano e che impiegavano nella cura della sorella Chiara, costretta all’infermità.

Assisi

Tovaglia punto Assisi, foto via

 

Questo è il punto Assisi, un ricamo dal carattere geometrico e dalla tecnica semplice, ma dal risultato complessivo assai raffinato. La sua caratteristica principale è la monocromia della lavorazione, eseguita su tela di lino di colore naturale, che la tradizione vuole con filati di cotone blu o marrone ruggine (più raramente in verde, giallo e rosso).

Le tinture

In origine le tele erano tessute a mano e i filati erano colorati tramite tintura di origine naturale, vegetale o animale, procedura che rimase in vigore fino al XIX secolo. Nelle terre dell’assisano, probabilmente, anche le Clarisse stesse o gli artigiani tessitori si avvalevano di tali tecniche. Erano conosciute all’epoca molte piante tintorie dalle quali si ricavavano i colori principali: dalla pianta del guado (Isatis tinctoria), per esempio, si estraeva una sostanza con la quale si potevano ottenere molte gradazioni di azzurro, dai toni più pieni e vivaci fino a quelli più tenui, come un celeste molto pallido che veniva detto allazzato. Anche dalle umili origini di colori e materie prime impiegate nel ricamo a punto Assisi trasuda la vocazione all’essenzialità e povertà che caratterizzava fortemente i primi nuclei francescani.

La tecnica

Il punto Assisi è un ricamo a fili contati – filato ritorto n°20 DMC – realizzato su tela di lino naturale tessuta a ordito regolare, che spesso viene denominata come Tela Assisi.
Il ricamo viene eseguito in tre tempi. Prima si esegue la tracciatura dei contorni con un punto filza, utilizzando un filato di colore nero o di un tono più scuro rispetto a quello scelto per il riempimento; poi si riempie il fondo della tracciatura con il filato del colore prescelto tramite punto croce. Infine si completa il lavoro con la finitura degli orli, eseguiti in punto quadro. È consuetudine, come ultima rifinitura, impreziosire gli angoli di tovaglie, centrini o cuscini applicando tre fascette di nappine realizzate con il filato da ricamo. Si utilizza un ago con la punta arrotondata per riportare lo schema – inizialmente realizzato su carta a quadretti – su tela.

 

Il punto Assisi nella storia

Si hanno testimonianze della presenza di oggetti realizzati in punto Assisi già dal 1300, come pure nel celeberrimo ciclo giottesco della Basilica Superiore di San Francesco: nella Morte del Cavaliere di Celano è raffigurata una tovaglia ricamata con i motivi del punto Assisi.
I primi disegni (quelli che ora vengono comunemente denominati schemi di lavoro) inizialmente piuttosto primitivi divengono, a partire dal Quattrocento, eleganti e minuziosi fino a raggiungere la grandissima raffinatezza dei secoli XIX-XX. Affreschi, portali, cori lignei finemente intarsiati rappresentano la più grande fonte d’ispirazione dalla quale estrapolare i motivi da ricamare su tela. Ogni disegno ha un nome preciso: famosissimo è la reginetta, che rappresenta figure animali alate.

Le scuole

L’insegnamento della tecnica del ricamo – al quale moltissime giovani si avvicinavano vuoi per avere la capacità di realizzare con le proprie mani il corredo per il futuro matrimonio, vuoi per ottenere un minimo di indipendenza economica – avveniva all’interno dei conventi, mentre a partire dall’inizio del XX secolo, nacquero le prime scuole di avviamento al lavoro, la prima delle quali fu la Scuola delle Figlie del Popolo presso il Laboratorio San Francesco, fondata nel 1902. Oggi, il Laboratorio San Francesco è sede dell’Accademia Punto Assisi, un’associazione che si occupa di promuovere e valorizzare questa antica arte di ricamo. Quest’ultima, fondata nel 1998 su progetto ministeriale, occupa la sede storica del primo laboratorio di avviamento al lavoro sorto nella città. Tre sono le parole fondamentali che animano le associate: tutelare, tramandare e diffondere. Si organizzano corsi di ricamo tradizionale per bambini e adulti che intendono avvicinarsi a quest’arte in via di estinzione, fornendo opportunità di scambio, di collaborazione e socializzazione. L’Accademia organizza anche eventi e concorsi a tema per promuovere il ricamo in ambito nazionale e internazionale.

 


Fonti: Tiziana Borsellini, presidente e fondatrice Accademia Punto Assisi www.accademiapuntoassisi.com

INGREDIENTI
  • 400 g di farina di granoturco
  • 2 uova
  • qualche cucchiaio di farina di frumento
  • 2 cucchiai di semi di anice
  • 4 cucchiai di zucchero
  • 2 cucchiai di Mistral
  • 1 scorza grattugiata di limone non trattato (solo la parte gialla)
  • olio o strutto per friggere
  • sale

 

PREPARAZIONE:

Portate a ebollizione un litro e tre quarti d’acqua leggermente salata, versatevi a pioggia la farina di granoturco e, sempre mescolando fate cuocere per una quarantina di minuti, aggiungendo un po’ di acqua calda, se necessario, perché dovrete ottenere una polenta ben cotta ma morbida. Toglietela dal fuoco, unite il Mistral, la scorza grattugiata di limone, l’anice, lo zucchero, le uova e un po’ di farina di frumento. Buttate questo composto in olio bollente o in strutto ben caldo a cucchiaiate, estraete e passate le frittelle su carta da cucina che ne possa assorbire l’olio in eccesso.

 

 

Le frittelle di farina di granoturco si gustavano il giorno di San Giuseppe in alcune zone dell’assisano. Questa particolare ricetta viene da Capitan Loreto, dove vengono chiamate frittelle di polenta.

 

Per gentile concessione di Calzetti-Mariucci editore

 

Il  pittore inglese Graham Dean, plasma «magnifiche modelle, atleti, incredibili feticisti del bondage, gemelli omozigoti, individui con imperfezioni fisiche» usando i loro corpi come «veicoli d’espressione»[1]. Attraverso i suoi incredibili e innovativi acquerelli, narra emozioni, idee e ricordi, giocando con i contrasti e con strati innumerevoli. Guardando ai suoi rossi, è facile immaginarsi le luminose tinte dell’India, ma difficilmente potremmo credere che Dean sia stato ispirato anche dall’Umbria.

 

Era il 1992 quando Graham Dean, nato a Birkenhead, nel Merseyside, venne in Italia per trascorrere sei mesi di soggiorno-studio alla British School di Roma. Aveva vinto un prestigioso premio – il Senior Abbey Award in Painting – e aveva sfruttato la possibilità offerta di vivere e visitare Roma e le città circostanti. Da quel momento in avanti, l’Italia gli entrò nel cuore.
Durante le numerose visite fuori Roma, Graham visitò la rinomata città di Assisi e poi, sulla via del ritorno, si fermò in una piccola cittadina sul Lago Trasimeno.
«Non sapevo niente dell’Umbria, ma mi soffermai sul lago e sulle terre che lo circondano, chiedendomi come mai questo posto fosse un tale segreto. Perché era così poco conosciuto?» afferma Graham. «Una volta tornato a Roma, giurai che un giorno sarei tornato per comprarvi una casa e, magari, uno studio».

 

 

Era solo l’inizio: Graham Dean, che ha esposto in numerose personali in tutto il mondo, rimase cposì folgorato dall’Umbria che, adesso, possiede una casa-studio tra Migliano e San Vito, a circa 15 minuti da Marsciano. Torna in quella tenuta, circondata da campi e costeggiata dal fiume Fersenone, circa cinque o sei volte l’anno.
«Nello studio, lavoro sui progetti o sulle idee. Posso contare sulla gran quantità di tempo che ho, per pensare e riflettere. Mi sono accorto, nei quindici anni che possiedo la casa, che questo è l’unico ambiente in cui posso rilassarmi completamente. C’è un’atmosfera che è difficile da descrivere, a meno che non la si sperimenti in prima persona, e tutti quelli che vengono a farmi visita lo confermano. Cerco di non idealizzare troppo, so che per le persone che vivono qui – soprattutto i giovani – può essere difficile vivere serenamente, viste le difficoltà economiche».

Come pittore del corpo umano, Graham Dean si è accorto che sta lentamente focalizzando la sua attenzione sull’idea del paesaggio e sul senso dell’altro che sia lui che i suoi amici sperimentano nella casa di Migliano. Sente che l’Umbria come un territorio nuovo, da esplorare.
Quale sarà il suo prossimo passo? Gli piacerebbe fare una grande mostra dei suoi lavori proprio qui, in Umbria, ma ancora attende proposte! Questo perché, nonostante numerosi giovani pittori abbiano cercato di agevolarlo, le istituzioni non l’hanno fatto, il che ha portato a una situazione d’impasse.
Ma chi lo sa? Scommettiamo che, presto o tardi, vedremo uno degli enormi e bellissimi dipinti di Graham Dean in uno dei nostri musei.

 


Fonte: www.grahamdean.com

 

[1] Adattamento di un articolo scritto da Galerie Maubert, Paris. Settembre 2011, in http://grahamdean.com/about/.

Il Natale, in Umbria come nel resto d’Italia, fa rima con golosità. Tra tutti i dolci tipici, però, ce n’è uno che fa riferimento alla storia comunale di Perugia e delle municipalità da essa sottomesse: le pinocchiate.

pinoli

L’ingrediente base

Chiamati anche pinoccati, pinocchiati o pinoccate, a indicare la natura dell’ingrediente base – il pinolo – questi dolci zuccherini tipici del periodo natalizio nascono dalla diffusione massiccia del pino domestico (il Pinus pinea) in tutto il continente europeo. L’Umbria non è rimasta esclusa da tale diffusione, tanto che non è così inusuale imbattersi in odorose pinete.
Difficile invece è scovarne i preziosi semi, in quanto i pinoli impiegano ben tre anni per giungere a maturazione. Nonostante questa difficoltà, i pinoli, ricchi di proteine e di fibre, sono stati consumati fin dal Paleolitico, soprattutto perché si credeva che avessero delle proprietà afrodisiache. Ciò permise loro di entrare a far parte delle creazioni umane più raffinate e deliziose, come le pinocchiate, di cui si ha notizia già nel Trecento[1].
«I nobili e i ricchi li mangiano frequentemente con il primo e l’ultimo piatto. Con i pinoli avvolti nello zucchero sciolto in un cucchiaino si fanno delle pastiglie alle quali si applicano sottili lacrime d’oro battuto, penso per magnificenza e per diletto.[2]» Così scriveva il gastronomo Bartolomeo Sacchi, detto il Plàtina, a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento; non saranno ancora le nostre pinoccate, ma sicuramente vi si avvicinano molto.

I colori

Che le pinoccate venissero degustate già nel 1300 non sembra casuale, se pensiamo ai colori di questi gustosi zuccherini. Aromatizzate talvolta al limone, talaltra al cioccolato, vengono servite sempre abbinate, in una deliziosa bicromia bianca e nera. Il ricordo delle fazioni dell’età comunale – i guelfi bianchi e i guelfi neri – affiora ora alla mente, rammentando quelle lotte tra potere secolare e potere temporale che non risparmiarono nemmeno le zone in cui questi dolci sono maggiormente diffusi – Perugia, Assisi e Gubbio.
Perugia, infatti, già nel XIII secolo aveva sottomesso prima Gubbio e poi Assisi, ma non prima di aver subìto la scomunica per aver portato avanti un’offensiva contro i ghibellini, contravvenendo a un veto papale. Sebbene quindi le due fazioni fossero storicamente di origine fiorentina, tali lotte si moltiplicarono in ogni comune delle Penisola italica, dimostrando la forte influenza del capoluogo fiorentino in quella fervente epoca.
Il condizionamento si riscontra anche nello stile architettonico e nell’araldica, caratterizzati da decorazioni a balzana: si guardi allo stemma di Siena, uno scudo troncato composto da due smalti pieni, uno argentato e uno nero. E che la città del Palio avesse delle influenze sul capoluogo perugino è fuori discussione: Perugia, perseguendo una politica espansionistica, si era spinta non solo verso Gubbio e Città di Castello, ma anche verso la zona del Lago Trasimeno, di Città delle Pieve e della Val di Chiana.

La tipica forma a ottaedro

Forma e packaging

Peculiare delle pinocchiate è anche la forma a losanga che, raddoppiata, dà vita all’ottaedro regolare, uno dei cinque solidi platonici. Tali figure, in un’epoca come quella umanistica, serbavano significati allegorici, trascendentali ma al tempo consapevoli delle capacità dell’uomo faber fortunae suae.
L’ottaedro, formato da triangoli equilateri – al loro volta simbolo di trascendenza, della perfezione divina e dell’ascesa dal Molteplice all’Uno – simboleggiava l’aria, elemento per eccellenza collegato all’impalpabilità del Divino.
E pensare che le pinocchiate, incartate come grosse caramelle da luna park, altro non erano che dolci da lancio, tirati sui nobili che assistevano alle giostre e alle singolar tenzoni. Dolci dal sapore paradisiaco che, lanciati in aria, sembravano doni divini caduti dal cielo.

 

dolci natalizi umbri

Pinoccati in tavola a Natale

 

Ricetta di Rita Boini

INGREDIENTI:
  • 1 kg di zucchero
  • 500 g di pinoli
  • 200 g di farina
  • 1 cucchiaio di cacao amaro
  • Buccia di un limone non trattato
PREPARAZIONE:

Fate sciogliere lo zucchero a fuoco basso in un bicchiere e mezzo d’acqua; unite lo sciroppo alla buccia grattugiata del limone e ai pinoli. Mescolate a aggiungente la farina. Amalgamate bene e, quando il composto sarà consistente ma ancora morbido, versatene rapidamente metà su un piano di marmo o su una placca da forno e stendetelo con la lama di un coltello, in modo da ottenere uno strato alto circa 2 cm. Unite il cacao all’impasto rimasto in casseruola, mescolate e versate in un altro angolo del piano di marmo o in un’altra placca da forno. Tagliate e losanghe i due strati e lasciate rapprendere. Incartate le pinoccate accoppiandone una scura e una chiara.

 


Per gentile concessione di Calzetti – Mariucci Editori

[1] Cfr. www.matebi.it

[2] Cfr. www.taccuinistorici.it

 

Per saperne di più su Perugia

«Il (vero) paesaggio è esteso e armonioso, tranquillo, colorato, grande, variato e bello. È un fenomeno principalmente estetico, più vicino all’occhio che alla ragione, più apparentato al cuore, all’anima, alla sensibilità e alle sue disposizioni che allo spirito e all’intelletto, più vicino al principio femminile che a quello maschile. Il vero paesaggio è il risultato di un divenire, qualche cosa di organico e vivente. Ci è più familiare che estraneo, ma più distante che vicino, manifesta più nostalgia che presenza; ci eleva al di sopra del quotidiano e confina con la poesia. Ma anche se ci rimanda all’illimitato, all’infinito, il paesaggio materno offre sempre all’uomo anche la patria, il calore e il riparo. È un tesoro del passato, della storia, della cultura e della tradizione, della pace e della libertà, della felicità e dell’amore, del riposo in campagna, della solitudine e della salute ritrovata in rapporto alla frenesia del quotidiano e ai rumori della città; deve essere attraversato e vissuto a piedi, non rivelerà il suo segreto al turista o all’intelletto nudo.» (Gerhardt Hard)[1]

Associazione Nazionale Città dell’Olio

Foto di Bernardino Sperandio, Sindaco di Trevi

 

Considerato da Simmel come «un’opera d’arte in statu nascendi»,[2]
il paesaggio esiste sulla base di tre condizioni sine qua nonnon può realizzarsi senza un soggetto, senza la natura, e senza il contatto tra i primi due. La relazione, in particolar modo, si esprime attraverso i segni, le costruzioni create dall’uomo sul territorio e poi attraverso l’agricoltura,[3]
cartina tornasole della felicità di tale unione. Ma la relazione può essere anche quella data dal visitatore che, con il suo sguardo curioso, caratterizza una zona, legandone i tratti significativi con il concetto di tipicità. 

La pianta della civiltà

Tra Spoleto e Assisi, dove milioni di olivi si susseguono per circa trentacinque chilometri, questa duplice tipologia di relazione trova la sua forma più alta. Nella Fascia Olivata, tesa a settecento metri d’altitudine, la storia dell’olivicoltura inizia infatti molto tempo fa. L’olivo è, per Fernand Braudel, la «pianta della civiltà», perché delimita lo spazio del Mediterraneo antico; l’olio era utilizzato come condimento, per i riti religiosi, ma anche nella farmacopea e per l’illuminazione. Nell’Editto di Rotari (643 d.C.), invece, per chi avesse abbattuto un olivo spettava una pena di tre volte superiore rispetto a quella comminata a chi avesse abbattuto un qualsiasi altro albero da frutto. Infine, secondo Castor Durante da Gualdo Tadino (1586), qualche oliva a fine pasto favoriva la digestione.[4]
Ma senza spendere troppo tempo tra i libri, basta fare una visita a Bovara, nei pressi di Trevi, e ammirare il retaggio di tale tradizione con i propri occhi. Il maestoso Olivo di Sant’Emiliano, con i suoi nove metri di circonferenza e cinque di altezza, è un esemplare vecchio di ben diciassette secoli. Tralasciando per un attimo la storia della decapitazione di Sant’Emiliano, Vescovo di Trevi –legato, almeno secondo un codice del IX secolo, alla pianta e poi decapitato – gli studi hanno infatti dimostrato che si tratta di un genotipo particolare, molto resistente che, come tutti i suoi simili, dopo i primi ottocento anni di vita ha visto la parte interna del suo fusto marcire e le parti esterne dividersi, ruotando in senso antiorario.[5]

Un paesaggio unico

Gli olivicoltori sanno che queste zone dell’Umbria, infatti, richiedono una cultivar piuttosto resistente, capace di aggrapparsi a terreni asciutti, poco adatti a mantenere l’umidità. Il Muraiolo è stato dunque designato come la pianta ideale per scongiurare il rischio idrogeologico della zona e, al tempo stesso, per donare quell’olio tipico dal sapore piccante e amaro, ingentilito da note di erbe aromatiche.[6]
La sua coltivazione ha altresì modificato il territorio, rimodellandolo, formando una fascia continua verso l’alto a spese del bosco. L’ha caratterizzato con ciglioni, lunette e terrazzamenti, rendendolo riconoscibile al punto da permetterne l’iscrizione nel catalogo dei Paesaggi Rurali Storici, insieme agli Altopiani plestini, i campi di Farro di Monteleone di Spoleto, le colline di Montefalco, la rupe di Orvieto, il Poggio di Baschi e i Piani di Castelluccio di Norcia.[7]
Obiettivo che segue l’iscrizione all’Associazione Nazionale Città dell’Olio – che riunisce tutti i Comuni, le Province, le Camere di Commercio e i GAL che producono seguendo dei valori ambientali, storici, culturali o incentrati sulle DOP – e prelude al riconoscimento della zona come Paesaggio Alimentare FAO (sarebbe il primo in Europa) e poi come sito UNESCO 
Il pericolo maggiore in cui il paesaggio può incorrere – non venire iscritto nella memoria collettiva ed non essere quindi riconosciuto come caratteristico di una determinata zona del Pianeta – è dunque scongiurato: non c’è persona, sia essa nata in quel luogo o proveniente da lontano, che possa prescindere ora la Fascia Olivata dalle città di Assisi, Spello, Foligno, Trevi, Campello sul Clitunno e Spoleto.  

 

arte

Foto di Bernardino Sperandio, Sindaco di Trevi

Garanzie

L’obiettivo non è tuttavia quello di ridurre il territorio a museo, ma di metterlo in relazione con il suo retaggio culturale e comunitario, anche per preservarlo dai cambiamenti che potrebbero distruggerlo. Non sono infatti così lontani gli anni della Prima Guerra Mondiale, quando gli olivi venivano tagliati per supplire alla mancanza del carbone nelle fabbriche del Nord; o le terribili gelate del 1929 o del 1956, che portarono ad una significativa contrazione della produzione. Non sono lontani nemmeno gli anni Sessanta, quando la moda vessava l’olio d’oliva in favore di quello di semi, come pure non sono scomparse le difficoltà a reperire manodopera per ogni raccolta autunnale. Tanto più che i dettami stabiliti dalla Cooperativa di Olivicoltori di Trevi, nata nel 1968 per superare la dimensione familiare, sono molto severi: tutte le olive devono provenire dal territorio in questione, devono essere raccolte a meno e consegnate al frantoio dopo poche ore dalla raccolta, per essere poi molite nel giro di dodici ore per mantenere i giusti livelli di acidità e ossidazione.  
Non c’è spazio per l’industrializzazione e la produzione di massa: questa Fascia si mantiene aderente alla genuinità delle cose antiche nello stesso modo in cui avvolge i versanti collinari, anche quelli più aspri. In questo modo anche il visitatore potrà goderne, magari passeggiando lungo il Sentiero degli Olivi tra Assisi e Spello, o lungo quello di Francesco di cui l’olivo stesso è simbolo. Potrà ricollegare senza indugio le argentee chiome al sapore piccante della bruschetta con l’olio nuovo –l’Oro di Spello[7] – che gli si riverserà in bocca, donandogli la stessa consapevolezza e saggezza di quegli antichi popoli del Mediterraneo che preservarono la civiltà donando alla terra alberi di oliva.

 


[1]G. Hard, Die «Landschaft» der Sprache und die «Landschaft» der Geographen. Semantische und forschunglogische Studien, Bonn Ferd-Dümmlers Verlag, 1970, in M. Jakob, Il Paesaggio, Il Mulino, Bologna 2009.
[2]G. Simmel, Philosophie der Lanschaft, in M. Jakob, Il Paesaggio, Il Mulino, Bologna 2009.
[3] M. Jakob, Il Paesaggio, Il Mulino, Bologna 2009.
[4] Ulivo e olio nella storia alimentare dell’Umbria, in www.studiumbri.it
[5] TreviAmbiente > paesaggi da gustare, 2015
[6] Umbria: protezione di un’origine, a cura di D.O.P. Umbria, Consorzio di tutela dell’olio extra vergine di oliva, 2014.
[7]Da www.reterurale.it
[8] L’Oro di Spello è una manifestazione annuale che riunisce la Festa dell’Olivo e la Sagra della Bruschetta.

 


 

L’articolo è stato promosso da Sviluppumbria, la Società regionale per lo Sviluppo economico dell’Umbria

 


 

 

Per saperne di più su Trevi Per saperne di più su Spello

Esiste un posto ad Assisi, in via Porta Perlici numero 6, appena dentro le mura storiche della città antica, che conserva un’importante memoria storica, significativa per la città e per l’intera regione.   

assisi

La fabbrica

La Fabbrica

È un caldo sabato di luglio quando incontro per la prima volta Giampiero Italiani, il proprietario di una porzione dell’immobile che appartiene alla sua famiglia fin dagli anni Cinquanta. Si definisce subito il “custode” di questo luogo speciale e mi racconta con grande coinvolgimento la storia di quelle mura e di quei cortili animati da donne e uomini, lavoratori, agli inizi dell’Ottocento: siamo in quella che era l’antica Fabbrica di aghi e spilli di Assisi. Perché impiantare proprio ad Assisi una fabbrica di aghi, è una domanda che non trova risposta certa, è un ambito che deve essere ancora indagato e si possono fare solo delle ipotesi, certo è che questa attività manifatturiera ha rappresentato una delle prime esperienze di rivoluzione industriale in Umbria, testimoniando i primi tentativi di suddivisione del processo produttivo in fasi di lavoro e quindi la costituzione di una giovane impresa industriale. 
La fabbrica assisana però era speciale anche per altri motivi, infatti potevano essere assunti sia uomini che donne e tutta l’attività era validata da un regolamento scritto affisso in fabbrica e rispettato da tutti gli operai. Oltre a rappresentare una possibilità d’impiego per la popolazione della città, la fabbrica, grazie al suo lungimirante imprenditore romano Nicola Bolasco, rappresentava un primo esempio di lavoro regolamentato con pari opportunità che tutelava le condizioni dei lavoratori, uomini e donne, ciascuno con le proprie esigenze senza sfruttamento; garantendo un impiego dignitose agli operai, Bolasco anticipava in qualche modo gli studi sul diritto del lavoro. Lo Stato della Chiesa è in accordo con il regolamento di Bolasco tanto che ne chiede la diffusione e l’applicazione in tutte le attività manifatturiere dei territori posseduti. 

 

il regolamento

Il regolamento

Il Regolamento

La fabbrica di aghi e spilli di Assisi era una realtà all’avanguardia, un’isola felice in un’epoca in cui lo sfruttamento del lavoro era la quotidianità. Testimonianza scritta ne è il regolamento, datato 1° novembre 1822, redatto di propria iniziativa dal proprietario dell’attività Nicola Bolasco. È composto da 17 articoli e la prefazione induce al rispetto degli stessi non come semplice imposizione ma come buona norma da rispettare, in un clima di partecipazione al lavoro per il raggiungimento di uno scopo comune e cioè una produzione cospicua realizzata in un ambiente sereno. Alcuni articoli rivelano una grande modernità e apertura mentale; le ore di lavoro sono stabilite, ma l’orario di ingresso e d’uscita può variare in base ad alcune esigenze dettate dal periodo dell’anno, dalle ore di luce, dal freddo. È inoltre possibile portare del lavoro da svolgere a casa nel rispetto degli articoli del regolamento ed è consentito a tutti, previa autorizzazione, visitare la fabbrica e vedere da vicino le lavorazioni. Tutto è reso pubblico e trasparente. 
La fabbrica di Assisi sorgeva nei territori dello Stato Pontificio per cui da regolamento è fondamentale dimostrare una ferrea integrità morale, soprattutto perché si tratta di lavoratori di entrambi i sessi e pertanto Bolasco definisce altre regole da rispettare a tale proposito: l’ingresso dei dipendenti uomini risulta sfalsato di qualche minuto rispetto a quello delle donne, gli accessi in fabbrica sono separati, le mansioni diversificate e da svolgersi in sale distinte, infine per nessun motivo è consentito l’accesso di un uomo nelle sale delle donne e viceversa. 
Sopra ad ogni regola però c’è questa: tutti i dipendenti, per essere assunti, devono portare una lettera di presentazione scritta dal proprio parroco, denominata Certificato di Moralità, una sorta di lettera di referenze attestante l’integrità e la buona condotta di vita del futuro lavoratore della fabbrica! 

Lo stato attuale

Oggi dell’antica fabbrica non rimane molto di visibile all’occhio profano. Grazie però alla preziosa guida che ho avuto il privilegio di conoscere, riesco a leggere alcuni segni dell’architettura che mi fanno immaginare come poteva essere la fabbrica durante il suo periodo di attività. Già osservando il grande portone d’ingresso, in ferro, che chiudeva il cortile principale separandolo dal selciato, si può osservare un particolare, un segno che stimola una riflessione. Un simbolo, probabilmente un logo – una punta con due riccioli, immagine che si discosta da molti altri simboli presenti all’interno della città- come riferimento all’attività della fabbrica. 
Entrando nel grande cortile, Giampiero Italiani mi illustra il fabbricato costruito in muratura tradizionale con pietra d’Assisi – che ospitava l’attività manifatturiera e che ora invece ospita da decenni abitazioni private – i portoni d’ingresso e il luogo dove era situata la vecchia scalinata che portava al piano superiore, dove oggi sorge un grande terrazzo. Mi porta a visitare una delle stanze principali, forse una delle più grandi, una sala a volte in pietra e mattoni che conserva ancora un aspetto antico, e poi il bel cortile sul retro dove probabilmente si praticavano attività collaterali legate alla manifattura. Una delle più quotate poteva essere, in periodi ben precisi, la tosatura delle greggi che arrivavano dalla montagna accedendo da Porta Perlici e questo potrebbe anche spiegare la collocazione strategica della fabbrica all’interno del tessuto cittadino. Attualmente questo cortile immerso nel verde in cui crescono rigogliosi cespugli, alberi da frutto e arbusti di rose profumate è conosciuto dalla popolazione assisana come orto degli aghi. 
La sala a volte e l’orto sono, da circa due anni, messe a disposizione da Giampiero Italiani per attività culturali con temi attinenti a quella che era la realtà della fabbrica, ma di grande attualità: dal diritto al lavoro al lavoro femminile fino ad arrivare all’emancipazione della donna, trovando gradimento tra le associazioni e le istituzioni locali. La fabbrica degli aghi del 1820 è ora una fabbrica di cultura. 

 

assisi

Il cortile sul retro

Il futuro

C’è ancora molto da scoprire sulla fabbrica degli aghi: ancora molti i temi da indagare e molti sono i quesiti che ancora non trovano risposta; Giampiero ha riportato alla luce questa realtà e sta lavorando per convogliare tutta l’attenzione possibile su questo bene culturaleÈ auspicabile che la curiosità dei ricercatori, unita all’interessamento delle istituzioni, portino alla luce nuove realtà che andranno ad arricchire di nuovi tasselli la storia locale dell’Ottocento.  

 

 

Per saperne di più su Assisi

Una Giornata per la Custodia del Creato; un Forum d’informazione giornalistica per scovare nuove vie di racconto dello stesso; un percorso, lungo la Via di Francesco, per ricalcare i passi compiuti dal Santo durante il lungo e rigido inverno del 1206.  Una celebrazione tripartita, quella dal 1 al 3 Settembre, che ha in primo luogo l’aspirazione a diffondere un turismo sostenibile, ma anche il desiderio di tutelare i beni culturali e la bellezza paesaggistica in cui questi, come noi, sono immersi. A porsi come comun denominatore, il Santo di Assisi, patrono d’Italia e degli Ecologisti: chi meglio di Francesco, che aveva vagato in queste terre rapito dalla loro magnificenza e dalla perfezione del Creato, avrebbe potuto costituirsi come simbolo di una rinnovata attenzione all’ambiente?

Il Pellegrinaggio

Eremo di San Piero in Vigneto

Il Pellegrinaggio

Giunto ormai alla sua nona edizione, il pellegrinaggio di 50 km da Assisi a Gubbio si offre come un’occasione per entrare a pié pari nell’atmosfera della succitata celebrazione. Ripercorre, infatti, l’itinerario compiuto da Francesco dopo la sua spoliazione, il gesto di radicale rifiuto degli agi a cui era stato abituato che prelude però ad una vestizione quanto mai simbolica, non solo perché il sacco che gli verrà poi donato diventerà il simbolo del suo Ordine, ma anche perché la nudità gli permetterà di indossare lo splendore dell’Eden, emblema di un mondo armonico.
È proprio su questo assunto che prende il via il percorso, articolato non solo sui luoghi realmente visitati dal Santo, ma anche sul valore unico che essi hanno avuto per l’elaborazione degli stilemi della sua dottrina, mutuati sulla bellezza, semplice ed essenziale, del Creato.
Partendo da Assisi, si toccano dapprima la Pieve di San Nicolò e la Chiesa di Santa Maria Assunta; si arriva poi al Castello di Biscina e alla Chiesa di Caprignone, nei pressi della quale il Santo si proclamò, di fronte ai briganti, «l’Araldo del Gran Re». Dopo essere stato malmenato, Francesco trovò rifugio presso l’Abbazia di Vallingegno, altra tappa del pellegrinaggio di Settembre, a cui si arriva dopo essersi riforniti d’acqua potabile a San Piero in Vigneto, un eremo benedettino dalle fattezze di una fortificazione, così come volevano i dettami dell’epoca. A Vallingegno, Francesco venne accolto con riluttanza, al punto da essere ridotto alla stregua di un semplice sguattero; vi tornerà diverse volte, rendendosi protagonista di episodi che testimoniano il suo grande amore per gli animali.
Senza dubbio, però, quello più famoso riguarda il feroce lupo, la belva che Francesco riuscì ad ammansire nei pressi di Santa Maria della Vittorina, penultima tappa del pellegrinaggio prima della meta. Gubbio si staglia infatti non molto distante, tra gli argentei ulivi, pronta ad accogliere i viandanti nella Chiesa di San Francesco, sulla cui facciata incompiuta si specchia la statua del Santo col lupo, personaggio di primaria importanza nella definizione della santa figura.
Ma se ad Assisi ogni chiesa e ogni angolo rifulge dell’aura di Francesco, è a Gubbio che hanno avuto luogo le svolte biografiche più significative: è qui che Francesco indossa per la prima volta il saio, è qui che ritrova l’amico Giacomo Spadalonga, con il quale aveva condiviso la prigionia a Perugia dopo la sconfitta di Collestrada. Ed è sempre a Gubbio che il Vescovo concede ai francescani il loro primo cenobio, almeno secondo il proto biografo Tommaso da Celano.

 

Il Forum

Un percorso simile, diretto però agli esperti della comunicazione, è poi la novità dell’annuale Forum dell’Informazione Cattolica per la Custodia del Creato. Partendo dal nuovo – ed emblematico – Santuario della Spoliazione di Assisi, il forum toccherà il borgo di Valfabbrica, dove verrà presentata la nuova Ippovia Slow, tesa a migliorare l’offerta di questa parte di percorso lungo la Via di Francesco. Se infatti numerose donne e uomini, magari accompagnati da fidati amici al guinzaglio, avevano intrapreso tale tracciato sia a piedi sia in bicicletta, la parte dedicata al turismo equestre non era stata abbastanza valorizzata, tanto che s’incontravano spesso scivolosi tratti asfaltati e sparuti punti di ristoro. Da qui l’idea di potenziare l’Ippovia – secondo un progetto integrato tra i Comuni di Valfabbrica, capofila del progetto, Assisi, Gubbio e Nocera Umbra, sostenuti dalla Regione Umbria e da Sviluppumbria – con maniscalchi, assistenza e punti di ristoro per cavalieri e cavalli: il tratto da Gubbio ad Assisi si porrà così come emblema di un turismo slow, ideale per assaporare la bellezza del paesaggio che ci circonda.
Il Forum, organizzato dall’Associazione Greenaccord Onlus, farà poi rotta verso Gubbio, dove tra luoghi pregevoli dal punto di vista artistico e spirituale si discuteranno le responsabilità della Stampa nella copertura delle notizie durante le fasi successive alle grandi emergenze, in modo da favorire la rinascita delle aree colpite. Nell’ambito di questo articolato dialogo, quei giornalisti che si saranno distinti nella divulgazione e nell’approfondimento delle tematiche ambientali, verranno insigniti dell’onorifico titolo di “Sentinella del Creato”.

 

Giornata per la Custodia del Creato

Pellegrini a cavallo

La Giornata Mondiale del Creato

Ognuno di questi percorsi troverà il proprio epilogo il 3 Settembre, con la solenne celebrazione liturgica per la Giornata del Creato, trasmessa in diretta su Rai Uno. Viaggiatori nella Terra di Dio – il tema scelto per questa XII edizione – non è altro che il sunto delle due esperienze precedentemente descritte. È il titolo perfetto di una storia di crescita interiore, che si travasa nel rispetto per il mondo circostante; è il preludio perfetto per la Giornata Mondiale del Turismo del 27 Settembre, imperniata anch’essa sulle modalità adatte ad un turismo sostenibile, al cento per cento.

 


 

L’articolo è stato promosso da Sviluppumbria, la Società regionale per lo Sviluppo economico dell’Umbria

L’eremo di Santa Maria delle Carceri ha suscitato e suscita descrizioni suggestive, al limite del lirismo, in scrittori che in epoche passate lo visitarono e in chi oggi si accinge a tracciarne la storia o a suggerirne un percorso guidato.

Un luogo affascinante

Un francescano belga, di cui rimane ignota l’identità e che lo visitò all’inizio del Settecento, definisce l’eremo «un deserto estremamente consacrato»[1]. Un secolo più tardi il giornalista e scrittore Thomas A. Trollope scrive «Il monastero […] è veramente una cosa rara. Una cornice sporgente di roccia, più dura e resistente all’azione del tempo dello strato sottostante».[2] Agli inizi del Novecento il poeta Olave M. Potter fotografa così il luogo: «una propria ruga sul fianco del Monte Subasio, […] un piccolo mondo di sogni e di dolci memorie».[3] Ancora oggi Enrico Sciamanna non può resistere dal fare dell’eremo una descrizione poetica: «le Carceri sono un occhio bianco nel sempreverde dei lecci del bosco mediomontano del Subasio. Un occhio sempre aperto sul mondo sottostante e verso il cielo».[4]

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Il nome

Eppure il nome di questo luogo di ascesi eremitica sembra contrastare con l’incanto e le suggestioni poetiche suscitate nel visitatore di ogni tempo: Carceri; in realtà carcer come sinonimo di heremus lo troviamo già usato in documenti del XIII secolo a significare la volontaria “carcerazione” cercata da san Francesco e dai suoi seguaci, o forse il nome è da connettersi agli anfratti eremitici che tanto assomigliano a carceres.[5]

La storia

La storia dell’eremo di Santa Maria delle Carceri ha il suo inizio con la scelta del luogo da parte di San Francesco che individuò le vicine grotte di origine carsica come luogo ideale di mistica ascesi, tanto più che vi si trovava un piccolo oratorio che proprio il santo intitolò alla Madonna.[6] L’ambiente non dovette durare in questo modo a lungo e già nella seconda metà del XIII secolo cominciarono a edificarsi umili costruzioni in prossimità delle grotte eremitiche che possono essere individuate nel tratto orizzontale elevato parallelamente alla cappellina dedicata alla Madonna. Da sempre le Carceri rappresentano un luogo fondamentale per la religiosità francescana.

Il complesso

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La cella

Da un voltone si accede a una suggestiva terrazza di pianta triangolare, detta “Il chiostrino dei frati”, che si affaccia a strapiombo sulla roccia dove è costruito il convento delle Carceri, formato da due braccia che si incrociano ad angolo retto. Sopra la porta del convento è visibile il monogramma di San Bernardino; all’interno si trovano il refettorio e al piano superiore il dormitorio con le cellette dei frati. Dal chiostro del convento si accede alla cappella di San Bernardino sulla porta della quale è visibile un’iscrizione che ricorda il nome dato da san Francesco alla chiesina primitiva. La cappella è illuminata da un’unica finestra chiusa da una vetrata francese del XIII secolo, sulla quale è raffigurata una Madonna col Bambino, posta qui in epoca recente. Segue la primitiva cappella di Santa Maria delle Carceri scavata nella roccia, sopra l’altare della quale è visibile l’affresco raffigurante la Madonna col Bambino e San Francesco, realizzata da Tiberio d’Assisi nel 1506 sopra una Crocifissione duecentesca. Accanto vi è il coretto dei frati con gli stalli in legno risalenti al periodo bernardiniano.
Scendendo una ripida scala si arriva alla grotta di San Francesco, ora divisa in due piccoli ambienti: nel primo vi è il giaciglio di nuda roccia dove il poverello riposava, nell’altro una piccola cella dove egli si ritirava in meditazione. Usciti all’esterno è visibile anche se molto consunto un affresco raffigurante la Predica agli uccelli, mentre nel terreno una lastra con il foro attraverso il quale si intravede il fondo del burrone che si dice aperto dal demonio, che si racconta cacciato dal santo luogo da frate Rufino. Salendo per una breve rampa si raggiunge la cappella della Maddalena, luogo di sepoltura del beato Barnaba Manassei. Nella selva sovrastante si trovano le grotte dei beati Rufino e Masseo. Oltrepassato un ponte è visibile la statua bronzea di San Francesco che libera le tortorelle realizzata a fine Ottocento da Vincenzo Rosignoli e da qui si dipana il viale alberato al termine del quale si apre, nella roccia, un teatro utilizzato per le funzioni liturgiche a beneficio dei pellegrini. Scendendo per un ripido viottolo si accede alle grotte eremitiche di frate Leone e dei primi seguaci di san Francesco.[7]


Testi di riferimento
Guida di Assisi e de’ suoi dintorni, Tip. Metastasio, Assisi 1911, pp. 47-49.
M. Gatti, Le Carceri di San Francesco del Subasio, Lions Club di Assisi, Assisi 1969.
P.M. della Porta-E. Genovesi-E. Lunghi, Guida di Assisi. Storia e arte, Minerva, Assisi 1991, pp. 175-178.
E. Lunghi, Santa Maria delle Carceri, in Eremi e romitori tra Umbria e Marche, Cassa di Risparmio di Foligno, Foligno 2003.
E. Sciamanna, Santuari francescani minoritici. I luoghi dell’osservanza in Assisi, Minerva, Assisi 2005, pp. 60-68.
L. Zazzerini, Eremo di Santa Maria delle Carceri, in L. Zazzerini, In ascolto dell’Assoluto. Viaggio tra gli eremi in Umbria, Edimond, Città di Castello 2007, pp. 2-9.


[1] L’anonimo belga visitò l’eremo tra il 1726 e il 1733 e ne lasciò una memoria manoscritta; il testo relativo è riferito da A. Sorbini, Assisi nei libri di viaggio del Sette-Ottocento, Editoriale Umbra – ISUC, Foligno 1999, p. 46.
[2] T.A. Trollope, A Lenten journey in Umbria and the Marches, London 1862, citato da A. Sorbini, cit., p. 131.
[3] O.M. Potter, A little Pilgrimage of Italy, London 1911, riferito da A. Brilli-S. Neri, Alla ricerca degli eremi francescani fra Toscana, Umbria e Lazio, Le Balze, Montepulciano 2006, pp. 23-24.
[4] E. Sciamanna, Santuari francescani minoritici. I luoghi dell’osservanza in Assisi, Minerva, Assisi 2005, p. 68.
[5] Cfr. M. Sensi, L’Umbria terra di santi e di santuari, in M. Sensi-M. Tosti-C. Fratini, Santuari nel territorio della Provincia di Perugia, Quattroemme, Perugia 2002, p. 75.
[6] Un’iscrizione quattrocentesca posta sull’arco della porta della chiesetta recita “Sancto Francesco puose a q[u]esta chapella el nome di Santa Maria”. Per un’attenta disamina della stratificazione costruttiva delle Carceri si rimanda a M. Gatti, cit., pp. 35-65.
[7] Per una descrizione puntuale delle Carceri si rimanda a P.M. Della Porta-E. Genovesi-E. Lunghi, Guida di Assisi. Storia e arte, Minerva, Assisi 1991, pp. 175-178.

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