Home / Posts Tagged "arte"

I depositi di un museo sono luoghi che nell’immaginario collettivo prendono spesso la forma di polverosi magazzini pieni di opere meravigliose, a volte sottratte alla vista del pubblico. Alcune di esse vengono esposte in sostituzione di altre temporaneamente in prestito o in restauro, altre aspettano ancora la visita di studiosi o conoscitori che possano studiarle e meglio valorizzarle, altre infine, pur pregevoli e talvolta bellissime, portano su di sé troppe offese del tempo perché possano essere esposte al pubblico.

Giovanni Baronzio. Imago Pietatis. Terzo quarto del XIV secolo

 

La Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia completa il suo programma di celebrazioni per i suoi primi cento anni di vita con una mostra visibile fino al 6 Gennaio 2019 dal titolo: L’altra Galleria. Opere dei depositi, che porta alla luce proprio le opere meno conosciute. La mostra offre al visitatore l’opportunità di scoprire opere inedite tra le bellezze pittoriche del Duecento fino alla metà del Cinquecento.

Tecniche all’avanguardia

Le opere sono state dapprima oggetto di indagini diagnostiche e interventi conservativi, grazie a un’équipe di specialisti di restauro del territorio umbro e toscano che hanno usato sistemi innovativi di pittura e metodologie conservative all’avanguardia. Nuove attribuzioni, nuove datazioni e scoperte sulla provenienza: la tecnica e i vecchi restauri hanno consentito di precisare la carta d’identità di ciascun manufatto e di poterne valutare al meglio le qualità.
Cesare Brandi diceva: «Il restauro costituisce il momento metodologico del riconoscimento dell’opera nella sua consistenza fisica e nella duplice polarità estetico-storica, in vista della sua trasmissione al futuro».

 

Madonna in trono con il Bambino tra i santi Giovanni Battista e Benedetto. Eusebio da San Giorgio. 1506-1508

La scoperta

Sono così riemersi colori sgargianti nascosti da spessi depositi di sporco e da pesanti strati di vernice ingiallita, come nel Crocifisso e Santa Maria Maddalena di ambito folignate, nella Madonna con il Bambino, San Girolamo e Sant’Antonio da Padova di Matteo di Giovanni o nel Dio Padre e Angeli di Mariano di Ser Austerio. Policromie inedite sono affiorate da tavole fortemente danneggiate a causa di puliture eseguite con sostanze aggressive; sono stati inoltre scoperti dettagli di intensa suggestione, come le stimmate sulle zampe dell’Agnello Mistico o la preghiera della Vergine incisa dall’autore della Santa Caterina.

 

Le beate margherita da Città di Castello, Margherita d’Ungheria, angnese da Montepulciano. Ludovico di Angelo mattioli. Inizio del XVI secolo

Il percorso

L’altra Galleria si configura pertanto come un ampliamento del percorso museale della galleria perugina, nella quale troviamo nomi già conosciuti – come Giovanni Boccati, Bartolomeo Caporali e Perugino – assieme a figure che invece fanno ritorno dopo molto tempo nel circuito espositivo, o vi fanno la loro prima comparsa, come il Maestro dei Dossali di Subiaco, Melozzi da Forlì, Meo da Siena, Allegretto Nuzi, Rossellino di Jacopo Franchi, Eusebio da San Giorgio, Berto di Giovanni, Domenico Alfani e Dono Doni.
Nel percorso espositivo sono visibili anche alcuni affreschi staccati dal monastero di Santa Giuliana in origine presenti nel coro, nel refettorio e nell’aula capitolare della chiesa stessa. Da questi ambienti proviene l’affresco con la rara raffigurazione di San Galgano.
La mostra offre al visitatore un’occasione unica e speciale per ammirare una raffinata selezione di tavole di autori appartenenti all’epoca d’oro della scuola umbra.

L’Italia è considerata dall’UNESCO un museo a cielo aperto. Chiese, palazzi, antichità romane, greche, etrusche, arabe, longobarde, ponti, quadri, affreschi, statue. In Italia tutto è arte.

L’Italia nasconde un patrimonio artistico che pochi conoscono e che riassume in sé le storie di ogni epoca: le pietre. Le pietre sono ovviamente di pietra, non si muovono, ma parlano in silenzio. A modo loro narrano storie di viaggi, di tradimenti, di amori e di curiosità. Ci sono pietre lisce o scalpellinate e pietre con iscrizioni o ancora meglio con bassorilievi; pietre importate e pietre di spoglio e pietre su pietre. Poi c’è il colore, la grana e la tessitura. Insomma, quella che sembra un semplice pezzo di costruzione racchiude in sé una storia infinita.

Il colore delle pietre

Arroccate in cima alle colline del centro Italia, si vedono montagne di pietra a forma di paese e di città. Ogni regione ha un colore diverso. Si parte dal grigio della pietra serena in Toscana per arrivare al marrone del tufo nell’Etruria. Assisi è rosa come la pietra del Subasio che la sovrasta e anche l’altopiano di San Terenziano ha la sua pietra rosa. Poi, scendendo, c’è il travertino laziale e la bianca pietra leccese e così via. Semplice, basta sapere qual è la pietra della zona e non c’è altro da vedere. Non è così, questo è solo l’inizio.

 

Gualdo Cattaneo

La chiesa Madre

Cinema e tivù ci hanno fatto conoscere la Casa nella prateria o le villette americane a schiera rigorosamente fatte di legno, spazzate via dagli uragani o bruciate da cima a fondo. L’Italia, invece ha marmi e pietre che non bruciano, che non volano, che sono ancora in piedi da 2.000 anni e che sono state rimescolate e distribuite come un mazzo di carte. Per imparare a guardare e capire, è meglio iniziare da un paese piccolo come Gualdo Cattaneo, che si affaccia sulla valle del Puglia e spazia sulla valle Umbra. Dal mastio si vede Spello, Foligno e anche la rocca di Spoleto. Se vedi, sei visto – quindi sei ambito. Gualdo Cattaneo è stato l’oggetto del desiderio delle città guerriere della zona, e papa Alessandro VI Borgia l’ha acquistata per costruire la rocca. Punto forte, imprendibile dai temibili perugini. La salita, il mastio e poi la piazza e la chiesa Madre: il centro del paese è raggiunto.
Si inizia dalla chiesa, anzi dalle fondamenta della chiesa, che sono visibili dalla strada dietro l’abside. La chiesa posa su pietre gigantesche e pesantissime, portate lì dai mitici Ciclopi, così salde che nessun terremoto le ha abbattute. Difficile trovare fondamenta più solide. Erano le mura antichissime di Gualdo. Perché hanno edificato una chiesa sulle antiche mura? Perché non si butta via niente e perché se è solido e già pronto, lo si usa. Se è bello e decorativo, lo si sposta in altro luogo. Sulla facciata della chiesa si vedono i simboli dei quattro evangelisti. Due sono bianchi e due rosa. Tutta pietra importata: rosa da San Terenziano e bianca da Giano. Poi si entra in chiesa e si scende nella cripta.
La cripta, come quasi tutte, è costruita con materiale di spoglio. Colonne e capitelli che giacevano da qualche parte abbandonati, resti delle imponenti costruzioni di epoca romana ormai in rovina, sono stati riutilizzati lì sotto. Questo è il riuso migliore, perché i marmi romani, anche quelli imperiali, furono fusi per farne mattoni.

Un tour tra le pietre

Povertà e religiosità fondamentalista hanno fatto dei danni incalcolabili. Abbiamo perso un numero infinito di opere d’arte, ma ne abbiamo ancora alcune, anche se smembrate. Lasciata la chiesa, si gira per il paese, guardando in alto e in basso. Si vedono finestre gotiche murate o modificate. Si vedono travertini, esistenti solo altrove – magari a Giano – inseriti come punto di sostegno nei palazzi. Qui e là si trovano pietre con iscrizioni di ogni epoca, da quella romana in poi, inserite perché mancava un mattone o semplicemente perché erano decorative; oppure perché erano il ricordo di un avvenimento. Si scoprono porte murate a un metro e mezzo dal suolo, ma con il piano di calpestio invariato. La paura dei topi faceva costruire in sicurezza. Si usciva scendendo da una scaletta di legno volante, che la sera si ritirava in casa. Un po’ come facevano i Walser, che abitavano le Alpi, e costruivano le loro case di legno su funghi di pietra.
Se volete avventurarvi in mezzo alle pietre, e saperne di più, vi potete rivolgere al comune di Gualdo Cattaneo, che organizza delle visite guidate sotto la supervisione del dottor Andrea Peruzzi, un vero esperto di arte lapidaria e di epigrafia. Vi divertirete!

La nascita del lavoro di Karpüseeler ha avuto luogo dal «magico incontro tra la ricerca e la manualità».

È con queste semplici parole che l’artista descrive le sue creazioni, ponendo su un piano l’idea progettuale che cresce e prende corpo, su un altro invece l’attitudine fabbricativa: la sintesi dei due elementi fa sì che si realizzi un interscambio vivo tra l’artista e l’opera. La mostra di Karpüseeler –  Vivavoce: antologia minima di opere scelte 1978-2018 – visibile fino al 14 ottobre – a cura di Aldo Iori, è allestita presso gli spazi del Museo Archeologico all’interno del complesso CAOS –Centro Arti Opificio Siri di Terni.

 

Pazzipuzzles di Karpuseeler

Chi è Karpüseeler?

Karpüseeler è un artista a tutto tondo; terminati gli studi superiori si diploma con il massimo dei voti al corso di pittura all’Accademia di Belle Arti di Perugia, sotto la guida e insegnamento dei professori Corà e Nuvolo; decide così di dedicare la sua vita all’attività artistica. Dagli anni Ottanta la sua ricerca si rivolge alla grande tradizione astratta contemporanea elaborando un personale linguaggio. Vincitore di premi internazionali di scultura, le sue opere sono presenti in numerose collezioni. Negli spazi espositivi del Museo Archeologico, in relazione agli innumerevoli reperti conservati, sono visibili importanti opere esposte in occasione del quarantennale della sua attività artistica; in questo magico ambiente, l’arte contemporanea crea un ideale ponte con il passato, segnalando l’attualità dei luoghi culturali in cui ritrovare le proprie radici, per ribadire l’eterna contemporaneità di tutta l’arte.

 

Coro, 1998

Il percorso espositivo

L’artista, interessato da sempre alle logiche cibernetiche – la sua tesi di laurea aveva come oggetto Arte e Cibernetica – mette in evidenza il confine disciplinare della scultura: nelle opere esposte, poiché la forma tende all’assoluto, la creazione instaura con l’osservatore un inedito rapporto spazio-temporale.
La mostra si apre con un’inedita opera: Vivavoce, la quale fornisce il titolo all’intera esposizione e che, da subito, pone l’osservatore appena entrato nel museo in uno spazio pluridimensionale dell’opera: come se la stessa creazione gli chiedesse ascolto o come se gli proponesse un luogo ideale per la riflessione.
Lungo il percorso espositivo l’osservatore può inoltre ammirare altre opere: Verso infinito (1995), Silenzio bianco (2006), Coro (2007) e Piccola Voce (2016), le quali posseggono invece una forte e assoluta presenza che, come in Brancusi o Spalletti, travalica l’aspetto formale e l’opera ritrova una propria dimensione intellettuale.

 

Per maggiori informazioni

Due personalità artistiche diverse, ma accomunate dalla scelta di una materia prima come mezzo per dare forma alla propria visione estetica

 

Leoncillo e Fontana incontro a Milano nel 1960

 

Ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario della morte di Lucio Fontana e di Leoncillo Leonardi, scultori italiani, avvenuta nel settembre 1968 a soli quattro giorni di distanza l’uno dall’altro.
Il Museo e Ceramiche Rometti ospiterà, con il patrocinio del Comune di Umbertide, la mostra Barocco e Barocchetto: Materia e colore nelle sculture di Lucio Fontana e Leoncillo Leonardi che sarà inaugurata sabato alle 18.00.
Si tratta di una selezione di sculture policrome in ceramica, curata dallo storico dell’arte Lorenzo Fiorucci, che intende sottolineare il ruolo cruciale che ebbero i due artisti nell’affermazione della scultura colorata sia a livello nazionale che europeo, a partire dalla seconda metà degli anni Trenta.
Un risultato reso possibile grazie alle capacità tecniche che furono acquisite in due località della provincia italiana: per Fontana Albisola, mentre per Leonardi Umbertide, entrambe cittadine attive nella produzione della ceramica.

Una stagione ricca di fermenti

I due scultori vennero a mancare proprio nell’anno che rappresenta il culmine di una stagione ricca di fermenti e innovazioni anche nel campo delle arti visive. Stagione che segna anche la fine di un periodo artistico durante il quale l’Italia fu, per l’ultima volta, realmente protagonista. Fontana e Leonardi operarono pienamente all’interno di questo periodo, essendo attivi dagli anni Trenta agli anni Cinquanta: due personalità estremamente diverse, con visioni della vita opposte: chiuso e pessimista il primo, aperto e fiducioso il secondo, ma con un percorso cronologico e ideali estetici comuni.

 

Lucio Fontana, Donna sdraiata

Un sottile fil rouge

La scelta di un mezzo espressivo come quello della ceramica, al di là delle differenze di linguaggio e delle rispettive identità, ha consentito a Fontana di arrivare a una definizione critica di Barocco, secondo Leonardo Sinisgalli, così come Leonardi è giunto a elaborare una definizione di Barocchetto secondo l’intuizione di Roberto Longhi.
Negli stessi anni, i due artisti operarono nelle due città più prolifiche dal punto di vista artistico: Fontana si mosse a Milano, dove trovò gli stimoli per dare forma a una materia che accoglie un gesto rapido, ma raffinatissimo, allo stesso tempo.
Leonardi, grazie a Roma e ai suoi circoli artistici, trovò il proprio stile modellando la materia attraverso eleganti smalti e colori lucenti.
Tutto ciò fu reso possibile grazie anche alle capacità tecniche acquisite nelle due cittadine: ad Albisola attraverso le aziende San Giorgio e Mazzotti per Fontana, mentre a Umbertide fu proprio l’azienda Rometti a fornire a Leonardi gli spunti e le nozioni che stava cercando.

 

Scultura di Leoncillo

 


LOCATION: Museo Rometti – Umbertide

INAUGURAZIONE: 22 SETTEMBRE 2018 ore 18

DURATA DELLA MOSTRA: DAL 22 SETTEMBRE AL 20 OTTOBRE 2018

Venerdì a Palazzo Gallenga viene inaugurata la mostra Stele di Enrico Antonielli; lo scultore, oltre alla produzione della scultura a tutto tondo, si occupa, nell’arco della sua consueta attività, anche della produzione pittorica.

Opera di Enrico Antonielli

 

Lo scultore e pittore Enrico Antonielli nasce a Perugia; si laurea in Filosofia all’Università degli Studi La Sapienza di Roma e negli anni Settanta ricopre il ruolo di direttore del CICoM (Centro per l’Informazione e la Comunicazione di Massa della Regione Umbria) e collabora con la rivista romana Filosofia e Società. In seguito frequenta i corsi di pittura e scultura all’Accademia di Belle Arti di Perugia e si laurea in Storia dell’Arte. Perugia è la città dove comincia a esporre come scultore.

La mostra

Con le opere esposte alla mostra, visibile dal 7 al 14 settembre, l’artista espone una produzione che va a scoprire significati inconsci, oggettivando inedite visioni insite nell’opera; egli sembra muoversi negli interstizi spazio-temporali dell’opera, dove l’arte – «enigma eccessivo», secondo l’aforisma di Malraux – trionfa per la sua irraggiungibilità, spostandosi come un bersaglio mobile.
Gli studi storici e archeologici ci dicono che la funzione della stele può essere commemorativa, celebrativa o votiva. La stele è un documento di pietra o bronzo che, quando si presenta sotto forma di epigrafe, affida un evento privato o pubblico all’eternità; il messaggio quindi, scritto o scolpito che sia, non viene scalfito dal tempo, ma attraverso di esso giunge a noi. Le opere esposte, caratterizzate dalla presenza di lacerazioni e fori sulla superficie, richiamano alla mente laghi fossili e crateri i quali ricordano le plaghe desertiche lunari; fondamentale in queste opere è la scelta del materiale da parte dell’artista: l’alluminio.

 

Superfici specchiate

Giuliano Serafini, critico internazionale, massimo specialista di Burri e curatore di mostre ad Atene e a New York, sottolinea il fatto che

l’artista effettua un lavoro di de-semantizzazione dell’archetipo, un’azione di svuotamento di significato, perché solo così l’opera potrà conquistarsi un’autonomia significante. Lo stesso critico inoltre scrive: «L’alluminio specchiante è di per sé emanazione luminosa attraverso cui l’immagine rimbalza e ritorna al mittente, è estensione cangiante e aleatoria su cui tutto trascorre e scivola. È metafora dell’Hic et Nunc che nega al tempo di lasciare tracce durature, quindi materiale destinato a non poter ricordare a non poter affidare nessuna memoria all’eternità».

Per l’artista, l’uso della superficie specchiante rappresenta metaforicamente la drammatica linea di confine, il diaframma metafisico tra l’aldiquà e l’aldilà, la borderline del rischio esistenziale, il limite invalicabile tra mondo fenomenico e mondo noumenico, la soluzione di continuità tra due mondi inconciliabili. Il concetto di limite è l’interpretazione data della superficie specchiante, la cui sostanza non a caso è la superficie, strumento inerte della luce che rimbalza e riflette e, con il suo riflesso fenomenico, ci riporta inesorabilmente alla coscienza della nostra condizione umana, esistenziale e finita.
L’artista sottolinea che la sua prospettiva estetica si inserisce nel filone dell’arte-verità, la quale ha una lunga storia, che parte dal famoso Ritratto dei coniugi Arnolfini di Van Eyck, dove il pittore attraverso lo specchio convesso appeso alla parete rivela ciò che sta dietro e oltre la figurazione prospettica anteriore al cavalletto, cioè la sua presenza nella stanza, con un prolungamento dello spazio in una realtà aumentata a 360°, che dà conto di tutta la realtà presente al momento, pittore compreso.

A cinquant’anni esatti dalla scomparsa dell’artista, Perugia torna a parlare di una grande donna: Emma Dessau Goitein, che visse gli ultimi anni della sua vita proprio lì, nella città di Perugino e Pinturicchio, nella città che conserva tutt’oggi alcune sue opere nel Museo dell’Accademia di Perugia e nella Collezione regionale dell’Umbria, dove si trova anche una via a lei dedicata.

La palla d’oro, 1932. Olio su tela 164,8×231 cm. Perugia, Ente Santa Croce. Scuola d’Infanzia Santa Croce. Casa dei bambini Maria Montessori

 

Per l’anniversario della sua morte, l’Accademia di Belle Arti Pietro Vannucci e il Comune di Perugia hanno voluto realizzare insieme una mostra per presentare una ricca ed eterogenea selezione di opere, provenienti da importanti collezioni pubbliche e private; l’Accademia stessa ne conserva dieci.

Il percorso artistico e biografico

Allestita sotto forma di due percorsi, uno all’Accademia di Belle Arti, l’altro al Museo civico di Palazzo della Penna, e visibile fino al 9 settembre, la mostra, a cura di Fedora Boco, Maria Luisa Martella e Gabriella Steindler Moscati, abbraccia un arco cronologico molto ampio: dalla formazione tardo ottocentesca agli ultimi lavori degli anni quaranta del Novecento. Le opere esposte rivelano l’articolato percorso artistico e biografico dell’autrice, fortemente inserita nella scena internazionale e nelle vicende storiche e culturali del suo tempo.
Emma infatti nasce a Karlsruhe nel 1877 da una famiglia ebraica osservante. Fin da bambina è cosciente della propria vocazione artistica, infatti intraprende studi riservati all’epoca solo agli uomini e si interessa di politica. Emma rimane orfana di padre a soli sei anni e l’educazione tutta al femminile, impartita dalla madre, riesce a conciliare il rispetto per la tradizione con la modernità; dunque influenza e condiziona fortemente l’artista che intraprende un iter formativo importante ed internazionale.
Nel 1901 si trasferisce in Italia, prima a Bologna e poi a Perugia, per amore di Bernardo Dessau. Questa unione, consapevolmente scelta a dispetto della tradizione ebraica che prevedeva matrimoni combinati, non ostacola Emma nel suo percorso d’artista.

 

Foto di famiglia

Una quotidianità mai banale

La famiglia, anzi, è una delle maggiori fonti d’ispirazione della pittrice che, osservando i volti dei propri cari, riesce a riprodurne non solo l’immagine, ma anche l’anima. I soggetti prediletti infatti sono i volti del marito Bernardo, assorto e concentrato, dei figli Fanny e Gabor, raffigurati nelle varie fasi della loro vita – oltre a quelli di altri famigliari come l’amato fratello Ernst – squarciando così il velo di una quotidianità mai banale. Un altro soggetto ampiamente rappresentato dall’artista è il paesaggio; in essi Emma si affida alla fresca impressione plein air, con il colore steso quasi a macchia. Ritrae spesso le ampie vedute delle alture di Monteluce, dove viveva e dipingeva e i luoghi che ospitavano le sue vacanze, mantenendo sempre una visione realistica della grandezza della natura.

I disegni e le xilografie

La sezione grafica invece è ospitata presso l’Accademia di Belle Arti e comprende disegni e xilografie che attraversano l’intera produzione artistica dell’autrice. La xilografia è sicuramente l’arte in cui Emma elabora il mondo religioso e culturale da cui proviene, rappresentando soggetti biblici e affrontando anche tematiche attuali.
«Con questa mostra» ha evidenziato l’assessore alla cultura Severini, «prosegue il ciclo sugli artisti che animarono Perugia con la loro arte nel secolo scorso, testimoni di un fervore artistico che la caratterizzò incisivamente. Emma, in accordo con le più aggiornate tendenze artistiche europee, produsse dipinti e incisioni di una intensità struggente».

 

Autoritratto, 1935. Olio su tela, 64×49,5 cm. MAMbo-Museo d’Arte Moderna di Bologna

Il meraviglioso e colorato mondo di Jhoan Miró invade le sale di Palazzo della Corgna a Castiglione del Lago.

“Ubu Roi” (1966)

 

All’interno dell’antico palazzo, progettato dal Vignola e da Galeazzo Alessi, e poi abitazione dei marchesi della Corgna, il visitatore entra in contatto con le opere del maestro catalano. La prestigiosa esposizione, visibile fino al 4 novembre, è un’occasione unica per lasciarsi incantare da inattese visioni e da improvvise libertà espressive che fanno di Miró l’incomparabile Maestro del Novecento di cui è difficile non innamorarsi. Interamente curata da Andrea Pontalti, è promossa dal comune di Castiglione del Lago e organizzata da Sistema Museo e Cooperativa Lagodarte, in collaborazione con Aurora Group.

La mostra

La mostra, dedicata alla scoperta di questo meraviglioso artista, si snoda attraverso settanta opere grafiche appartenenti a quattro serie complete. La mostra espone le opere realizzate tra il 1966 e il 1976, in età matura: Ubu Roi (1966), composta da tredici coloratissime litografie, in cui forme e volumi sembrano potersi muovere liberamente nello spazio. Percorrendo le sale del palazzo si possono ammirare anche Le Lézard aux Plumes d’Or (1971), Maravillas con variaciones acrósticas en el jardin de Miró (1975), in queste opere l’artista catalano si esprime con segni neri e vivaci macchie colorate dal forte impatto visivo. Infine, si può anche apprezzare Le Marteau sans maître (1976), nel quale Miró rende omaggio al poeta René Chair, una delle voci più importanti della letteratura francese del Novecento.
Questi capolavori raccontano il sogno poetico di Miró e quella sua capacità di oggettivare le immagini della fantasia e di esprimerle attraverso un linguaggio assolutamente personale, svelando così il rapporto del maestro catalano con i libri d’artista. Attraverso il percorso espositivo viene scoperto il rapporto complesso tra testo e illustrazione proprio di quegli anni. Miró infatti scriveva: «Ho una certa esperienza per poter realizzare quello che si può definire fare un libro, non illustrarlo, che è sempre qualcosa di secondario. Un libro deve avere la stessa dignità di un’opera scolpita nel marmo».

 

Immersi nel colore

Nelle sue opere i colori e lo straordinario alfabeto di segni sono il risultato della sua incredibile capacità di rinnovarsi e di vivere l’arte con curiosità e versatilità. Gli sfondi neutri vengono macchiati da segni scuri e da colori brillanti, come il blu, il rosso, il verde e il giallo, in una precisa alternanza tra corpi informi e linee curve, per dare vita a vere e proprie visioni oniriche.
«Questa mostra offre uno spaccato interessante e di nicchia su Miró, un artista infinito da conoscere. (…)Visitare la mostra significa immergersi nel linguaggio artistico generato da questo ​straordinario artista». È con queste parole che Andrea Pontalti, il curatore della mostra, descrive le opere del grande artista catalano. La prestigiosa esposizione di Castiglione del Lago è un’occasione unica per lasciarsi incantare dal meraviglioso linguaggio surrealista di Miró. La mostra accompagna il visitatore alla scoperta di quell’alternanza di segni, versi e immagini che solo un’artista eccelso come Jhoan Miró può raffigurare.

 

“Le Lézard aux Plumes d’Or” (1971)

 


Per maggiori informazioni: Palazzo della Corgna

«Prima di iniziare un quadro scrivo MaMo su tutta la tela. È un mio vezzo, una forma di scaramanzia. L’ho sempre fatto.»

L’avvocato Gianni Agnelli

 

Massimiliano Donnari, in arte MaMo, è un artista perugino poliedrico e ironico. Realizza i suoi quadri utilizzando i materiali più disparati e riesce a mettere su tela i personaggi come appaiono nella sua fantasia, senza tabù e censure. Nella sua prima mostra personale Incoscienza dell’essere – ironia in 3D, visibile alla galleria Artemisia di Perugia fino al 13 gennaio, troverete Ornella Vanoni, la Regina Elisabetta, Gianni Agnelli, ET e Re Carlo di Borbone rappresentati come MaMo li vede, come li sente e percepisce.

Come nasce l’idea di realizzare queste opere?

Non riesco a dare una spiegazione razionale, ho sempre osservato il mondo e le persone con un occhio critico, attento a ogni particolare, e con grande ironia. Solo da poco ho sentito il bisogno di tirare fuori queste emozioni, è da marzo 2017 che ho iniziato quest’esperienza, e sono riuscito a rappresentare persone reali o personaggi di fantasia così come le ho sempre viste o immaginate e inconsapevolmente sono riuscito a tirate fuori quello che era dentro di me.

Perché utilizza un mix di materiali e non ne ha scelto uno in particolare?

Sono un autodidatta e sono scevro da scuole e accademie, quindi utilizzo tutto quello che ho a disposizione. Applico tutte le tecniche, senza nessun legame.

Come avviene la scelta dei suoi soggetti?

Avviene in modo casuale, in base a quello che mi passa per la testa. ET è un personaggio al quale sono molto legato, Gianluca Vacchi perché è sulla bocca di tutti, le Regine le ho rappresentate con ironia per provocare.

 

arte

Il Generale della musica, esordio di MaMo

Quali personaggi umbri raffigurerebbe? E in che modo?

Attualmente nessuna persona reale, ma ho realizzato due generali frutto della mia fantasia, ma che incarnano il Generale della musica e il Generale della cioccolata. Il primo rappresenta Perugia e Umbria Jazz, una manifestazione che amo molto, e questo generale incarna la follia, il genio e l’amore della musica. Poi il generale della cioccolata, rappresenta la storia di Perugia e il suo legame con la cioccolata: per questo è rappresentato in una sfaccettatura estremamente ironica in mezzo ad uno sfondo di praline, mentre mangia un cioccolatino. È arricchito da fregi, medaglie e mostrine in tema; ovviamente non può mancare quella con il Bacio, il cioccolatino più famoso al mondo.

Come rappresentare l’Umbria, invece?

L’Umbria non saprei, anche se ultimamente sto riflettendo sul rappresentare antichi personaggi della nostra terra. Ma, sempre in una veste estremamente ironica così da farli uscire dai loro ruoli istituzionali.

A chi ha pensato?

San Francesco e Braccio Fortebraccio, ma potrei anche cambiare idea.

 

artista-pg

Il Generale della Cioccolata, tecnica materica mista

Qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono molto attaccato alla mia terra, e sono innamorato della mia città in cui sono nato e in cui ho vissuto e vivo: Perugia.

Da imprenditore, cosa serve a questa regione per fare un balzo in avanti? Su cosa dovrebbe puntare?

Purtroppo le cose da fare sarebbero tante. È una terra bellissima sotto tutti i punti di vista, piena di risorse.  Prima di tutto la vorrei far amare veramente dai propri abitanti, così che ognuno possa fare qualcosa per valorizzarla al massimo e poi vorrei farla conoscere a tutti, permettendo a tanti di visitarla in modo agevole. Si dovrebbe partirebbe dal turismo e i visitatori darebbero la spinta anche a tutti gli altri settori dell’economia.

Quando parla di “modo agevole” si riferisce alla difficoltà di raggiungerla?

Esatto. Lavorando molto fuori regione è sempre un problema tra strade, treni che non ci sono, di aerei nemmeno ne parliamo. L’Umbria è un’isola pur essendo al centro dell’Italia.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Isolata, unica e magica.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Un cuore, è il cuore geografico dell’Italia ed è nel mio cuore.

 

Per saperne di più su Perugia

Sotto la città, all’interno delle mura sotterranee della Rocca Paolina, all’epoca ancora non aperta al pubblico, due dei più importanti artisti del nostro tempo si confrontarono e lasciarono due opere fondamentali nel loro percorso artistico: le sei lavagne tematiche «summa dell’arte cripto-concettuale» del tedesco Joseph Beuys e il Grande Nero, il monumento del massimo artista contemporaneo umbro Alberto Burri.

Raccontando oggi queste opere e quell’incontro, soprattutto in questo momento che la terra trema e che viviamo nell’incertezza degli eventi, si ha la sensazione che questi due artisti – lontani tra di loro e distanti anche nel modo di concepire arte ed estetica – siano in realtà legati da un tema fondamentale: il rapporto inevitabile e sostanziale dell’uomo con la forza della natura.

Lo sciamano tedesco

Locandina dell’evento

Joseph Beuys giunse a Napoli per l’inaugurazione della mostra-incontro con Andy Warhol alla Galleria Lucio Amelio il 1 aprile 1980; approfittando della sosta italiana Italo Tomassoni organizzò l’evento di Perugia. Incontri necessari, tra i grandi artisti che contribuirono alla nuova autonomia della cultura artistica europea rispetto all’egemonia del modello americano, che a partire dal secondo dopoguerra era stata depositaria dei valori della cultura.
La sera del 3 aprile Beuys, all’interno della Sala Cannoniera della Rocca, con un gessetto bianco, di getto realizzò i suoi disegni, schemi e simboli sopra sei grandi lavagne. Una “scultura sociale” che rompe qualsiasi schema con l’arte tradizionale. Oggi, protette da teche di vetro, sono esposte al Museo civico di Palazzo Penna in modo sequenziale rispettando il percorso illustrato dall’artista nella sua performance.

 

 

 

 

 

Le sei lavagne tematiche di Beuys

L’arte secondo Beuys è trasformazione, trasmissione di energia vitale all’interno del continuum della materia informe. Insegnante all’Accademia di Düsseldorf, attraverso la didattica, cercava di far emergere le facoltà creative come mezzo di rifondazione del linguaggio. Più volte definito sciamano per il tipo di ritualità delle sue azioni, rivela la forza occulta, l’energia segreta della materia. Tra i fondatori di Fluxus, con i suoi happening va alla ricerca dell’astrazione, la proprietà dell’intelletto su cui si basa il linguaggio; emozionando lo spettatore, parla ai sensi, abbinando ogni sorta di materiale e oggetti.

La lavagna n.1

Lavagna n. 1, Beuys

Nel catalogo a cura di Tomassoni, realizzato in occasione del nuovo allestimento nel 2003, troviamo la descrizione di ogni lavagna. Per il nostro discorso, la più rappresentativa e forse fulcro del pensiero di Beuys è la Lavagna n. 1, dove si affronta il rapporto con la natura.

Scrive Tomassoni: «l’arte si deve ampliare in senso socio-antropologico, e l’economia e la politica devono essere valutate con il metro dello spirito. Beuys ritiene l’arte lo strumento più idoneo per una solidarietà che protegga la vita anziché distruggerla.»

Due figure umane sopra al sole: è la Città del Sole di Campanella nella quale gli ordinamenti e le istituzioni non sono il frutto di consuetudini ereditate dalla tradizione, ma l’espressione della ragione naturale dell’uomo. Lo stesso Beuys scriveva: «Se voglio dare all’uomo una nuova posizione antropologica, devo anche dare una nuova posizione a tutto quanto lo concerne, collegarlo verso il basso con gli animali e le piante, con la natura, così come verso l’alto, con gli angeli o gli spiriti[…]. Nelle mie azioni ho sempre esemplificato arte=uomo.»

L'artista della natura

Superando così il concetto ideologico delle avanguardie (arte=vita), Beuys diventa l’artista della natura anche grazie a numerose performance tra cui la più famosa, nel 1982 a Kassel in Germania, in occasione di Documenta VII. 7000 querce: nell’arco di quattro anni vennero piantate 7000 querce, ciascuna affiancata da una stele di basalto in un rapporto tra roccia e pianta in continua evoluzione. Ma è nel 1981, a mio avviso, che Beyus riesce a rappresentare meglio il significato più profondo e tragico del rapporto tra materia ed energia, tra la forza della natura e la creatività dell’uomo. In occasione del progetto Terrae Motus alla Galleria Amelio per il terremoto dell’Irpinia del 1980, Terremoto in palazzo – che ho avuto modo di vedere nella ricostruzione fatta al MADRE di Napoli nel 2015- Beuys mostra la fragilità umana allestendo una stanza con strumenti di lavoro recuperati dai centri colpiti dal sisma.

Vasi di vetro sotto i piedi del tavolo e frammenti sparsi tutt’intorno, un uovo in equilibrio su un tavolo deformato: queste immagini scorrono in un video proiettato su una parete: Beuys sotto uno un tavolo disegna su una carta per elettrocardiogramma le onde sismiche, mettendo in relazione il battito della scossa con quello del cuore.
«C’era dell’energia nell’arte, tanta energia da potersi contrapporre a quella scatenata dalla Terra» così scriveva Lucio Amelio.»

«Ogni uomo possiede il Palazzo più prezioso del mondo nella sua testa, nel suo sentimento, nella sua volontà», afferma Beuys, individuando nella forza creativa dell’uomo la possibilità di un nuovo e autentico riscatto.

 

Burri e la continua metamorfosi dell'uomo

Mentre Beuys illustrava le sue lavagne, Burri scelse l’angolo più nascosto tra le volte della Rocca per sistemare un’imponente scultura nera alta più di 5 metri, il Grande Ferro o Grande Nero. Un’opera cinetica, misteriosa e silente che cerca di esprime la condizione dell’uomo in continua metamorfosi dopo le ferite e i mutamenti inflitti dalla natura e dalla storia. Questo rapporto profondo con la natura è espresso diversamente in Burri rispetto a Beuys: i sacchi e le sperimentazioni con nuovi materiali sono una ricerca tesa alla sublimazione degli oggetti usati e logorati, ne evidenzia tutta la carica poetica come residui dell’esistenza umana.

Grande Cretto di Gibellina, Burri

A partire dagli anni Settanta i suoi cretti bianchi o neri, realizzati con misture di caolino e vinavil, hanno l’aspetto della terra essiccata; li userà nelle sue opere più imponenti, come il Grande Cretto di Gibellina, un’opera di land art nata anch’essa come risposta alla distruzione e alla tragedia del terremoto, ma terminata solo nel 2015. Sempre insieme all’architetto Zanmatti, già intermediario per l’incontro di Perugia, nel 1984 si recò a Gibellina, vicino Trapani, dove il sindaco vide nell’arte una possibilità di riscatto dopo molti anni dal sisma, che demolì la città nel 1968.

Chilometri quadrati di cemento formano un enorme cretto sopra la città vecchia. Il visitatore attraversa le crepe del cretto, non più case ma blocchi bianchi informi, un paesaggio surreale dopo la scomparsa della vita. Scrive Burri dopo il sopralluogo: «Mi veniva quasi da piangere e subito mi venne l’idea: ecco, io qui sento che potrei fare qualcosa. Io farei così: compattiamo le macerie che tanto sono un problema per tutti, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne ricordo di quest’avvenimento».

Per Beuys e Burri la natura non è distruttrice, né maligna, è l’uomo che deve, attraverso un rinnovato rapporto con essa, creare più intelligenti forme di convivenza. L’arte può concretamente cambiare il mondo e il nostro modo di agire, rendere eterne le cose del mondo destinate alla caducità.

 

Per saperne di più su Perugia

 

 


Guido Montana in «L’Umanità», 3 maggio del 1980
Italo Tomassoni, a cura di, Beuys/Burri Perugia, Rocca Paolina, 3 aprile 1980, in collaborazione con Lucio Amelio, Alberto Zanmatti, Litostampa, Perugia 1980.
Stefano Zorzi, Parola di Burri, Torino, Allemandi, 1995
Joseph Beuys: difesa della natura diary of Seychelles, testi di Lucrezia De Domizio Durini, Italo Tomassoni, Giorgio Bonomi, ed. Charta, Milano 1996
Italo Tomassoni, a cura di, Beuys a Perugia, ed. Silvana, Cinisello Balsamo 2003
Guida alla raccolta Beuys Museo Palazzo della Penna, Liomatic, Perugia 2008
Andrea Viliani, a cura di, Lucio Amelio dalla Modern Art Agency alla genesi di Terrae Motus (1965-1982): documenti, opere, una storia…, Mondadori Electa, Milano 2015