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«La musica dovrebbe andare contro il sistema, oggi invece vale più il personaggio che le canzoni che canta. La musica non ha più valore».

Lo abbiamo incontrato a Castiglione del Lago – a Palazzo Pantini Nicchiarelli – in un caldo pomeriggio d’estate. Bernardo Lanzetti, la migliore voce rock degli anni Settanta, dal 2014 vive in Umbria sulle rive del lago Trasimeno: «Mia moglie ha deciso di vivere qui» ci confessa. Seduti su un divano facciamo una bella chiacchierata, ripercorrendo la sua carriera di cantante progressive rock – negli Acqua Fragile, nella Premiata Forneria Marconi e da solista – e bacchettando il mondo della musica di oggi. Tra una domanda e l’altra c’è spazio anche per degli intermezzi musicali: è un piacere ascoltare la sua voce ancora potente e gli acuti che nella stanza risuonano alla perfezione. «Ho ancora la miglior voce in circolazione. Non lo dico io, ma i tecnici delle sale di registrazione» commenta orgoglioso.

Come ami ha deciso di vivere in Umbria?

Non l’ho scelto io, ma mia moglie. Frequentavamo Castiglione del Lago già nel 2010, era la nostra base quando partecipavamo a eventi di progressive rock nel Centro Italia. Poi siamo tornati diverse volte e nell’aprile del 2014 abbiamo deciso di trasferirci.

Ci racconti brevemente – soprattutto per i più giovani – la sua carriera.

Cercherò di essere breve, ma sarà difficile! Ho iniziato a cantare da bambino nel coro della chiesa, spesso mi capitava di cantare da solo, inventandomi le parole. Poi sono andato in America con una borsa di studio e lì ho respirato musica ovunque; nella famiglia che mi ospitava c’era un ragazzo che faceva – e fa tuttora – il musicista, quindi per me è stato abbastanza facile avvicinarmi a questo mondo. Tornato in Italia ho proseguito su questa strada e a 17 anni mi è cambiata la voce in meglio: la mia prima band è stata gli Acqua Fragile – da alcuni anni ci siamo riuniti – poi sono passato alla Premiata Forneria Marconi, con i quali ho debuttato a Tokyo e in tante città del mondo. Lasciata la PFM ho intrapreso una carriera da solista, durante la quale ho inciso quattro album; poi mi sono dedicato al teatro, all’elettronica e a diverse sperimentazioni musicali. Ho scritto pezzi per Loredana Bertè e Ornella Vanoni.

Meglio fare il cantante in un gruppo o è meglio fare il solista?

Io sono nato con l’idea e la voglia di cantare in un gruppo. I gruppi oggi funzionano poco perché sono troppo costosi: portare in giro 5 persone è decisamente dispendioso, è più conveniente una persona sola con musica registrata. Non a caso i gruppi ancora attivi sono nati 30, 40, 50 anni fa.

 

Bernardo Lanzetti

Quali sono stati i cantanti o i gruppi che hanno influenzato la sua carriera?

Ce ne sono tantissimi. Ray Charles è uno di loro, è stato forse il mio primo maestro. Ho sempre amato i cantanti dei gruppi: dai Beatles ai The Rolling Stones, fino agli Eagles e gli U2. Nei gruppi il cantante non è impegnato solo nel cantare una canzone, ma nel cantare una parte della composizione. Devo dire che ho avuto solo modelli stranieri, non ho nessuna ispirazione italiana. Quando ero bambino ascoltavo Tony Dallara (ride!), ma non ha certo ispirato il mio percorso artistico.

Dal 1975 al 1979 è stata la voce della PFM: ci racconti un aneddoto legato a quel periodo.

Ce ne sono tantissimi. Forse il più divertente è quello del mio arruolamento. Quando mi hanno chiesto di andare a cantare con loro ho preso del tempo per pensarci e loro si sono offesi, mi hanno tolto il saluto e hanno contattato Ivan Graziani, che però ancora non era il cantautore che oggi tutti conosciamo. Mi hanno richiamano dopo sei mesi e sono entrato a far parte del gruppo a tre giorni dall’incisione del disco: le mie tonalità erano altissime – lo sono ancora oggi – così ho fatto il provino cantando con un cuscino davanti alla bocca per paura di infastidire i vicini di casa.

A tal proposito è stata definita la «migliore voce rock degli anni Settanta»: questa definizione la rispecchia?

Io penso di esserlo tuttora! (scherza) Non lo dico io, ma i tecnici in sala di registrazione. Io dopo una, due, tre prove sono pronto per cantare, non mi occorre tanto tempo per prepararmi. Sono cosciente del mio valore e conosco a memoria tutti i pezzi del mio repertorio.

Ho letto che i Genesis, dopo aver perduto Peter Gabriel, avevano preso in considerazione l’ipotesi di invitarla a far parte della band: è vero? L’hanno mai contattata?

L’ho saputo anni dopo. All’epoca non mi fu detto nulla. Steve Hackett, chitarrista dei Genesis e mio amico, in anni recenti ha dichiarato in un’intervista che mi avevano preso in considerazione per entrare nella band. Ecco, è così che l’ho scoperto.

Avrebbe accettato?

Sarei stato sicuramente onorato.

Oggi che musica ascolta?

Ascolto musica solo per lavoro, non la uso mai come sottofondo. Fare musica è un mestiere impegnativo, che non ammette interruzioni, è un processo che assorbe molto.

Pensa di avere degli eredi artistici?

Vorrei, ma non ne vedo. Oggi c’è solo la celebrazione della celebrità. Quando cantavamo noi lo facevamo sempre nel rispetto dei maestri del passato; negli ultimi anni i cantanti pensano invece di essere innovativi, i più bravi da subito e non si rendono conto che se fanno cose belle è perché le copiano dal passato. Inoltre, nei testi di oggi manca spessore, nessuno racconta la propria vita o la propria realtà; non c’è poesia, viene tutto subito dichiarato. A questo punto basta fare un manifesto e comunicare quello che si vuol dire, non occorre più scrivere canzoni. Oggi non conta la produzione ma solo la promozione; insomma, la musica non conta più nulla.

Ha qualche progetto di cui ci vuol parlare?

Abbandonare la musica (scherza). No, ora mi dedico a progetti nuovi come cantare con un’orchestra; ho inoltre finito un album realizzato con musicisti stranieri e poi mi focalizzo sulla ricerca del canto particolare e su quella di una lingua usata in modo poetico. Anche la nostra lingua è in crisi perché adoperiamo non più di 40 parole al giorno, non si riconosce il valore dei poeti del passato e non ci si accorge di quanto si copi. La musica è stata molto importante per la società negli ultimi 100 anni, ora invece non lo è più: non esprime più la realtà di oggi, non è più collegata alla società.

Secondo lei, tutto ciò quando è avvenuto?

È avvenuto quando l’industria musicale ha capito che la massa è ignorante e quindi era inutile dar valore alla musica; quando ha più valore vendere il personaggio, la musica diventa solo un pretesto. Mi spiego: quando i Beatles sono venuti a Milano hanno fatto 3.500 persone, Vasco Rossi ne raduna 180.000 in tre giorni: Vasco vale di più dei Beatles? A questa domanda non rispondo.

Possiamo dire che è solo questione di gusti?

La musica non deve piacere, può anche giocare un ruolo decisivo per mettere in crisi il sistema, non assecondarlo. Oggi ciò non avviene più. L’opera lirica a suo tempo mise in crisi la musica strumentale e Giuseppe Verdi era un artista popolare così come lo è oggi Jovanotti: ma il valore di Verdi è innegabile rispetto alla musica leggera che si ascolta oggi. Inoltre, nella maggior parte dei casi si finge di suonare… nessuno suona più veramente, è tutto registrato. È come andare in fabbrica e fingere di lavorare.

Per finire, come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Dovevo prepararmi a casa… Posso però prendere le parole di Nick Clabburn che ha scritto un testo in cui è citato il lago Trasimeno: «Qua sulle rive del mio lago, il tuo nome è scritto nel silenzio. Che si accenda il cielo, voglio luci nel cielo vuoto questa notte».

L’altopiano di Chiavano, situato fra l’Umbria e il Lazio, ha segnato fino al 1860 il confine tra lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie. Un tipico castello medioevale, che dà il nome all’area, sorge sulla testata della valle, in cima a un colle arrotondato a 1128 metri di quota.

Ai suoi piedi, verso sud, si apre il piatto fondovalle delimitato da ripidi versanti distanziati fino a un chilometro e mezzo. Lungo le fasce di raccordo tra la pianura e i rilievi, sorgono Villa San Silvestro e Buda da un lato, Coronella e Trognano dall’altro. Il fascino del Piano di Chiavano non è però quello di un paesaggio residuale del passato, e la prima sensazione che il visitatore avverte è quella di un luogo bello perché funzionale, per la natura e per l’uomo che non lo ha mai abbandonato. Il paesaggio agrario del luogo è uno dei più imponenti e significativi dell’Appennino Centrale, un angolo di Italia in cui ancora coesistono l’antico impianto della centuriazione romana e il nuovo assetto dato al territorio da un’agricoltura incentrata sull’allevamento che rendono questo luogo vivo, dinamico e proiettato verso il futuro. Tanto per movimentare e articolare ancora di più il paesaggio, l’ambiente, la natura e la storia del Piano di Chiavano, ecco che a Villa San Silvestro, proprio accanto al borgo, dove inizia a distendersi la lunga pianura, i resti di un tempio romano del III secolo avanti Cristo parlano, imponenti, dell’antichissima importanza del luogo. Gli interstizi tra le grandi pietre del basamento e i resti delle colonne sono abitati, nemmeno a dirlo, dalle lucertole muraiole, mentre il Codirosso spazzacamino si posa sul campanile della chiesa sorta sopra le vestigia del tempio.

 

Il sito di Villa San Silvestro di Cascia rappresenta l’unico esempio finora noto di un forum repubblicano

Un tesoro nascosto

Tra il 1920 e il 1930 gli scavi condotti al di sotto della Chiesa di Villa San Silvestro fecero riemergere il podio e alcuni elementi architettonici del monumentale tempio romano di cui abbiamo parlato nelle righe precedenti. Nonostante la sua importanza storica per la comprensione del territorio, questo luogo fu per lungo tempo dimenticato, finché negli anni Ottanta le ricerche condotte sul posto dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici per l’Umbria portarono alla luce alcune colonne in laterizio di un portico alle spalle del tempio. Gli scavi sono poi ricominciati nel 2003, sotto la direzione scientifica del professor Filippo Coarelli dell’Università di Perugia. Il progetto è ripartito dallo studio del tempio stesso, che trova confronti solo in altri due casi (Sora e Isernia), molto meno conservati. La campagna di ricerche ha visto integrarsi saggi di scavo mirati a comprendere i particolari delle tecniche edilizie e le caratteristiche costruttive del III secolo avanti Cristo.

 

Un’iscrizione del II secolo a.C. attesta la presenza del culto del dio Terminus, divinità prettamente romana che difende i confini, nell’area di Villa San Silvestro

 

I risultati sono stati sorprendenti. Da un lato lo scavo e i rilievi mettevano in evidenza che il tempio aveva avuto due fasi edilizie: la prima, con la costruzione agli inizi del III secolo a.C., la seconda legata al restauro ispirato ai modelli architettonici che caratterizzarono la Roma del I secolo. Partendo da questi elementi, la campagna dell’agosto 2007 ha portato alla luce un settore del foro che circondava il tempio. Le strutture emerse, ancora in fase di studio, rivelano che il foro, come il tempio, ebbe diverse fasi edilizie: appare dunque naturale collegare la costruzione del foro con l’imporsi della dominazione di Roma che, per assicurarsi il controllo sul territorio, impianta un forum in un’area in cui una popolazione prevalentemente agricola viveva sparsa sul territorio. La scelta del sito non è casuale: si tratta, infatti, di un’area che coincide con la più vasta pianura della zona. Il foro sorge nel punto in cui scaturivano le uniche sorgenti del territorio e, soprattutto, dove il diverticolo della via Salaria incontrava i percorsi di transumanza e quello di valico che, attraverso Monteleone di Spoleto, permetteva di giungere fino alla Flaminia.

 

A est del foro è emersa una vastissima area delimitata da una tripla serie di portici, scanditi da colonne in laterizio e semipilastri

Qualche goccia di pioggia non è riuscita a guastare l’incontro tra eccellenze culturali, riunitesi ieri al Palazzo Pantini Nicchiarelli di Castiglione del Lago per illustrare agli astanti le loro peculiarità.

Ad aprire le danze è stato il padrone di casa, Fabio Nicchiarelli, che dopo aver ringraziato i presenti, ha lodato l’eleganza della rivista AboutUmbria, invitando il pubblico alla lettura.
Allo stesso modo, Matteo Burico, neosindaco di Castiglione del Lago, ha ricordato il suo passato da piccolo editore e ha encomiato il coraggio di chi, come l’Associazione AboutUmbria, decide di tornare al cartaceo, con tutte le difficoltà che questa decisione comporta. Ha poi sottolineato come la vecchia rivalità tra i sindaci dei comuni lacustri sia ormai scomparsa, invitando alla collaborazione al fine di valorizzare il territorio e agevolare il turismo.
Sul medesimo intento è stato posto l’accento anche dal sindaco di Passignano Sandro Pasquali – intervenuto in un piacevole fuori programma – che, ricoprendo anche la carica di vicepresidente alla Provincia con deleghe al lago Trasimeno, al patrimonio e all’ambiente, ha insistito proprio sul bisogno di diffondere la conoscenza del lago non solo verso l’esterno, ma anche verso l’interno, verso gli stessi umbri.

 

Laura Zazzerini, Matteo Burico, Sandro Pasquali e Fabio Nicchiarelli

 

Ha poi preso la parola la direttrice editoriale di AboutUmbria Laura Zazzerini, estendendo la suddetta necessità di promozione e valorizzazione a tutta la regione, che spesso viene scambiata per la vicina Toscana o è identificata, per sineddoche, solo con Assisi. Tornando poi allo splendido lago che, dall’orizzonte, sembrava inghiottire una parte del cielo, ha ricordato come l’articolo a esso dedicato, contenuto in AboutUmbria Collection Yellow, non sia che l’ultimo tassello di una narrazione cominciata ben due anni fa, con il numero zero della rivista. Se in Blu, infatti, erano apparse le vedute aeree di Gerardo Dottori e avevamo osservato con curiosità un drone muoversi a pelo dell’acqua, in Red i tramonti, accompagnati dalle parole di scrittori e poeti, ne avevano incendiato le pagine. In Black, avevano trovato spazio i vecchi mestieri del Trasimeno ritratti con la fotografia al collodio umido e lo spettacolo immersivo della Congiura della Magione.
La direttrice ha poi introdotto Eleonora Cesaretti, caporedattrice di AboutUmbria e autrice di La perfezione di un uovo di pavoncella, contenuto in Yellow. La caporedattrice ha parlato del lavoro di ricerca che precede la stesura dell’articolo, che ha permesso di scoprire un microcosmo in cui ogni elemento si prende cura degli altri e, così facendo, si reinventa e si adatta ai cambiamenti del tempo. Una ricerca che ha permesso di scoprire la persistenza di alcune attività estremamente caratteristiche e identitarie del lago Trasimeno, come la fabbricazione delle reti e l’uso di tecniche di pesca tradizionali.

 

Eleonora Cesaretti

 

Ha in seguito preso la parola il geologo Gabriele Lena, assicurando al pubblico come il lavoro del geologo – sebbene etimologicamente legato alla terra – sia in realtà strettamente unito anche all’acqua, vero e proprio ponte tra le diverse ere geologiche. E, poiché secondo illustri studiosi in Umbria di fonti d’acqua ce ne sono almeno tre – il Tevere, il Nera e, appunto, il Trasimeno – ha parlato della sua esperienza con Hydrometra, un drone marino capace di spostarsi sull’acqua e di analizzare, al contempo, il fondale. Proprio al largo di Castiglione del Lago, Hydrometra ha scoperto un fondale ricco di vita, fornendo informazioni preziose per la conoscenza e la cura di questo delicatissimo bacino.
Una fragilità che è stata ribadita anche dall’amministratore delegato della Cooperativa Pescatori del Trasimeno Valter Sembolini, che ha invitato a investire sulla sostenibilità e su tutti quegli attori che permettono la prosecuzione della vita attorno al lago. Giusto qualche giorno fa, la Cooperativa ha modificato il proprio statuto proprio in funzione di questa rinnovata attenzione verso l’ambiente, ma lasciando intatti i principi: valori che le hanno permesso, nei suoi 91 anni d’età, di sbocciare paradossalmente nel periodo della crisi, dando lavoro a moltissimi giovani, volenterosi di riprendere in mano il mestiere dei loro avi.

 

Uno scatto della presentazione, foto by Giorgio Brusconi

 

Ultimo a parlare – sebbene interrotto da qualche goccia di pioggia – è stato Marco Pareti, che ha rievocato l’ispirazione che sempre gli fornisce la vista del lago. Uno stimolo che gli ha consentito di dare il via a progetti legati alla comunità e ai mestieri tradizionali del lago – come quello che, attraverso la vendita dei calendari, ha permesso la ricostruzione del Barchetto, imbarcazione tipica andata a fuoco nella primavera nel 2017, oppure di raccogliere le testimonianze delle persone ritratte con la fotografia al collodio umido (raccontata in Black), creando così un archivio etnografico di grande valore. Un’ispirazione che ha consentito a Pareti di scrivere anche due libri: Avventure a Borgo Gioioso e La ragazza del canneto, di recente pubblicazione.
Al termine della presentazione, la Cantina del Trasimeno Duca della Corgna, la Cooperativa Aurora e la Cooperativa Pescatori del Trasimeno hanno gentilmente offerto un aperitivo a tutti i presenti.

 

Il momento dell’aperitivo, foto by Stefano Fasi

In questo momento la lavanda è in fiore. Immense distese di filari viola riempiono l’aria di profumo.

Vi piacerebbe andare in Provenza, nel Luberon, oppure rimanendo in Italia, non siete mai stati sul Col di Nava, tra Liguria e Piemonte? Non potete o non avete tempo, allora il prossimo weekend (6/7 luglio) potreste spingervi fino ad Assisi in una località che si chiama Il Lavandeto di Assisi.  È una piccola zona in pianura vicino a Santa Maria degli Angeli. Il luogo non è molto grande, ma lo è abbastanza per appagare tutti cinque i sensi.

 

Vista

Lasciato l’asfalto avete circa un chilometro di strada sterrata per raggiungerete la Fiera della Lavanda. Vedrete solo il parcheggio, una strada bianca e alcuni gazebo bianchi. Un piccolo filare viola vi darà il benvenuto. Non demoralizzatevi, quello è solo un assaggio, voi seguite il cartello Fiera della Lavanda e abbiate fiducia. Dietro i gazebi della Fiera finalmente si scoprono i filari di lavanda magnificamente colorati. Perché la lavanda ha molti colori che vanno dal blu scuro al viola dal bianco al rosa. Non solo si presenta in così variegata, ma le lavande sono anche cespugli di diversa intensità di profumazione e di diversa altezza.
Potete anche coraggiosamente affrontare il labirinto di lavanda, ma attenzione, le siepi sono basse. Se avete più di tre anni non riuscirete a perdervi. Però è divertente ugualmente.

Olfatto

Il profumo è ovunque. Nei campi, nei banchetti dove si intrecciano fiori per farne dei bouquet, nell’angolo della vendita al pubblico. Sfiorate i fiori o le foglie e nella mano vi resterà un leggero aroma di lavanda.

Tatto

Anche il tatto ha i suoi diritti. Saponi, creme, oli da massaggio, vi aspettano. Una piccola curiosità: l’olio essenziale di lavanda è ottimo sulle ustioni da medusa e dopo la puntura da zanzara. Portatelo con voi se andate al mare, per togliere il bruciore causato dalle piccole e insidiose pesti del mare. L’olio detto essenziale non macchia, potete fare la prova sulla carta da cucina e vedrete che non lascia traccia né alone. Come l’acqua.

 

Il Lavandeto di Assisi

Gusto

L’olio essenziale di lavanda si presta a tutto, buono per marmellate e gelatine e sciroppi. Ne hanno fatto anche un gelato dal colore caratteristico e dal sapore delicato. Comunque, tranquilli, alla Fiera della Lavanda potete anche farvi fare un panino col salame al sapore di salame e basta.

Udito

Le lavande non fanno rumore, sono molto silenziose. I suoni provengono dalle voci dei visitatori e da quelle delle guide che illustrano le caratteristiche e le proprietà delle protagoniste.
Per fare le foto dovrete pazientare perché ci sono sempre visitatori in mezzo ai filari. Aspettate, magari all’ombra, davanti al laghetto delle ninfee, perché i filari viola con Assisi sul fondo, adagiata sulla collina e dominata dalla fortezza, non li trovate né nel Luberon e nemmeno sul Col di Nava.

Un po' di storia non guasta

La Lavandula Spica, questi sono nome e cognome botanici della pianta, assieme alle sue 7000 sorelle, è stata molto amata nell’antichità anche dai pellegrini che attraversavano l’Umbria per andare in Terra Santa. Si lavavano con l’acqua profumata, oppure, in mancanza di acqua, si sfregavano energicamente i fiori sul corpo per nascondere l’afrore che emanavano. La santità della loro missione non era sufficiente a tenerli puliti.

«Siamo nati con le macerie della Grande Guerra, abbiamo resistito alla Seconda Guerra Mondiale, siamo passati indenni dalla Prima alla Seconda Repubblica e abbiamo dato lavoro a tanti giovani, dopo la crisi economica degli anni 2000. Questa è la Cooperativa Pescatori del Trasimeno».

Ogni mattina, d’estate e in inverno, con la tramontana o con la nebbia, con il buono o il cattivo tempo, i pescatori partono con le loro barche e le loro reti – veri e propri simboli della loro passione – alla conquista del pesce del lago Trasimeno. Uno specchio d’acqua che, benché poco profondo, ha una fauna ittica molto ricca. Pesci pregiati o di poco valore, di mercato o predatori, riempiono ogni giorno le maglie delle reti della Cooperativa Pescatori del Trasimeno, fondata a San Feliciano nel 1928 che a oggi conta 30 soci pescatori e 13 persone a terra.

 

Foto by Cooperativa Pescatori del Trasimeno

 

«L’obiettivo della Cooperativa – che lo scorso anno ha festeggiato 90 anni di storia – è quello di dare lavoro ai giovani: molti, infatti, a causa della crisi economica degli ultimi anni si sono riavvicinati a questo lavoro. C’è però anche lo scopo di valorizzare con la sostenibilità il Trasimeno, raccontandone la storia e il suo ambiente che è, giorno dopo giorno, sempre più a rischio. Il lago sta collassando, le sue acque poco profonde lo rendono molto precario e delicato; qualsiasi evento lo può danneggiare, anche una semplice siccità. Inoltre, sta perdendo la sua biodiversità e manca sempre più spesso il pesce pregiato mangiato dai cosidetti pesci predatori. Per questo stiamo cercando con tutti gli attori coinvolti – Regione Umbria, Arpa, Legambiente, Ispra – di monitorarlo, ma servirebbe un aiuto concreto da parte della Comunità Europea. Facciamo fatica a sopravvivere e la mancanza di risorse di certo non aiuta: lo smantellamento delle Province, ad esempio, ha avuto un forte impatto su di noi. Loro si occupavano a 360 gradi del Trasimeno; oggi invece c’è un’assenza totale di un soggetto che si occupi del lago e di tutto quello che lo circonda» spiega Valter Sembolini, amministratore delegato della Cooperativa Pescatori del Trasimeno.

 

Foto storica della Cooperativa Pescatori del Trasimeno

 

Si tratta di una vera e propria azienda che trasforma e commercializza il pesce catturato dai suoi pescatori: innovazione, consapevolezza, conoscenza, educazione e sostenibilità sono la missione della Cooperativa, che mette in moto ogni giorno un’economia circolare a tutti gli effetti. «Tra noi pescatori e l’indotto che coinvolgiamo (ristoratori e altri soggetti) diamo lavoro a circa 200 persone, il settore ittico è un anello fondamentale del turismo del Trasimeno. Ovviamente oggi non ci occupiamo solo di pesca: trasformiamo, vendiamo a km zero, facciamo innovazione e puntiamo sul turismo con il trasposto pubblico. Purtroppo solo di pesca non si riesce più a vivere» aggiunge Sembolini.
Il bottino dei pescatori può essere acquistato direttamente in Cooperativa oppure degustato nei migliori ristoranti del Trasimeno, che vengono quotidianamente riforniti.

Per vivere il Trasimeno come dei veri pescatori

La Cooperativa Pescatori del Trasimeno vive anche di attività extra. Organizza battute di pesca per essere pescatori per un giorno, per vivere un’avventura a stretto contatto con la natura del lago: provare l’emozione dell’uscita all’alba sulle tipiche imbarcazioni dei pescatori, posizionare le reti, raccoglierle e tornare a casa con il pescato.
Per chi ama il buon cibo – in particolare il pesce – vengono organizzati corsi di cucina in collaborazione con Slow Food per far conoscere le ricette tradizionali dell’area. Il piatto forte è sicuramente il pesce d’acqua dolce (carpa, persico reale, tinca, anguilla, gamberone…) che in molti considerano meno buono del cugino di mare e più difficile da cucinare.
«Quando, tra un anno, avremo realizzato la nostra Locanda del Pescatore si potrà consumare il pescato direttamente con noi e inizierà la vera attività di cucina» conclude l’amministratore delegato.
È possibile anche immergersi nella natura con escursioni nei luoghi più affascinanti, per osservare e fotografare le varie specie faunistiche presenti o – perché no – per un tuffo in acqua; oppure organizzare weekend e serate in spiaggia con musica e grigliate di pesce.

 

Foto by Cooperativa Pescatori del Trasimeno

Ambienti ampi ed eleganti, arredi d’epoca e un balcone verde affacciato sul Trasimeno: Palazzo Pantini Nicchiarelli è ciò che si dice un vero e proprio angolo di paradiso incastonato nel centro storico di Castiglione del Lago.

Palazzo Pantini Nicchiarelli, foto di Paola Butera

 

Sorto sulle vestigia di un edificio medievale, Palazzo Pantini Nicchiarelli fu eretto, per volere di un membro della rinomata famiglia Pompilj, durante l’epoca napoleonica. Giovanni Pompilj era inoltre un tale estimatore del lavoro dell’amico Giuseppe Piermarini, architetto folignate progettista del Teatro alla Scala di Milano, che volle replicarne lo stile in questa sua villa adagiata sullo sperone occidentale del Lago Trasimeno.
E così che proprio dal teatro meneghino prese spunto per la realizzazione non solo dell’ingresso con la scala semicircolare e la cupola, ma anche per la facciata austera e per gli originali affreschi a trompe l’œil. Proprio gli affreschi sono al momento centro di un’attenta opera di restauro. Tra quelli del piano nobile – neoclassici, con soggetti mitologici e dell’antica Roma – ne è stato recentemente individuato uno nuovo, risalente ad almeno due secoli prima degli altri: ciò dimostrerebbe come la villa sia stata eretta sulla base di un edificio ancora anteriore.

 

Foto di Paola Butera

 

La bellezza senza tempo di Palazzo Pantini Nicchiarelli ha però rischiato di essere intaccata: durante la Seconda Guerra Mondiale, quando fu sede degli Stati generali, subì infatti delle modifiche interne che ne deturparono definitivamente alcune pareti, prima completamente affrescate. Resta però una residenza d’epoca di grande pregio, con i suoi saloni, gli arredi, i soffitti finemente affrescati, così come lo spazioso giardino panoramico affacciato sulle mura federiciane dell’acropoli, attrezzato con una tensostruttura di ultima generazione. Secondo lo studio di alcuni disegni antichi, una parte di questo meraviglioso balcone verde era un tempo parte del vicino Palazzo della Corgna.

 

Una vista mozzafiato, foto di Paola Butera

Sembrano le coordinate giuste per un matrimonio da sogno: Palazzo Pantini Nicchiarelli è infatti la location ideale per ricevimenti ricercati ed esclusivi, capaci di offrire agli invitati un’atmosfera intima e una vista impareggiabile sul Lago Trasimeno. Non solo, il Palazzo mette a disposizione una selezione di fornitori capaci di soddisfare ogni esigenza: ristoratori, cuochi, staff di cucina e camerieri, ma anche fotografi, video-makers, parrucchieri e arredatori pronti a realizzare allestimenti esclusivi anche per meetings, eventi ed esposizioni.
Le sale, illuminate in maniera naturale grazie alle ampie vetrate, consentono infatti di mettere in mostra nuove linee aziendali o di esporre opere d’arte in una cornice pressoché inimitabile.

 

 


Palazzo Pantini Nicchiarelli

«Per diventare un bodybuilder è fondamentale la determinazione e una grande forza di volontà. Si deve unire allenamento e sana alimentazione».

Riccardo Masi è campione del mondo! Il bodybuilder di Città di Castello ha conquistato il primo posto nelle categorie Over 50 e X-talle al Wabba World 2019, nonché il titolo assoluto, stracciando i vincitori delle diverse categorie. Riccardo è tornato a gareggiare dopo 30 anni di stop, con una carica e una determinazione da far invidia ai più giovani: «In questa disciplina serve tanta forza di volontà, non solo forza fisica. I giovani di oggi purtroppo non hanno pazienza… vogliono tutto e subito».

Riccardo, la prima domanda è di rito: qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono nato a Città di Castello e ho sempre vissuto in Umbria, perciò il mio è un legame che dura da tutta la vita. Sono un umbro puro e mi piace molto la mia terra.

Il titolo appena conquistato è stata la sua prima vittoria?

Ho ricominciato a gareggiare lo scorso anno dopo 30 anni di stop. Due anni fa ho pensato: “Per i miei 50 anni mi piacerebbe tornare in gara” così ho ripreso gli allenamenti e lo scorso anno ho vinto i Campionati Italiani, che mi hanno dato l’accesso al Mondiale al quale però, per motivi familiari, non ho partecipato; inoltre mi sembrava troppo presto prendere parte a un evento del genere dopo tutti quegli anni di stop. Quest’anno però ci ho riprovato e sono riuscito a qualificarmi di nuovo per i Mondiali e così sono partito per Cipro. Lì ho vinto il Campionato del Mondo categoria Over 50 e X -talle (peso massimo), in più sono arrivato primo anche nella sfida tra tutti i vincitori delle diverse categorie, aggiudicandomi il titolo assoluto.

È stata una grande soddisfazione?

Sì, molto. Sono partito con la mia modestia e con l’idea di gareggiare solo per la categoria over 50, poi ho preso coscienza della mia forma e ho partecipato anche all’X-talle.

Come mai per 30 anni non ha gareggiato?

Non c’è stato un motivo preciso. Avevo partecipato ai Campionati Regionali, non ottenendo grandi risultati. Poi sono stato assorbito dal lavoro, aspettavo il momento opportuno per ricominciare… finalmente è arrivato!

 

Riccardo Masi, 52 anni, con i trofei appena vinti

Come ci si prepara per un Campionato del Mondo di Body Building?

Ci si prepara con costanza. Il nostro non è solo uno sport, ma un vero e proprio stile di vita: c’è un profondo legame tra alimentazione, allenamento e vita vissuta. Per partecipare a questo campionato mi sono allenato sei giorni a settimana e ho portato avanti una dieta equilibrata e controllata: un’alimentazione sana è fondamentale per la preparazione di una gara, non solo a questi livelli. Mangiare sano è per tutti importante, noi siamo quello che mangiamo.

C’è un cibo non propriamente sano al quale non riesce a rinunciare?

Una volta a settimana mi concedo il lusso di un pasto libero – un pranzo o una cena – però quando la gara è alle porte elimino pure quello. Sono una persona molto determinata, se mi impongo una cosa la porto avanti: se non devo mangiare alcuni cibi, lo faccio senza problemi. Certo, poi delle volte diventa dura… i sacrifici ci sono! Fondamentale è la forza di volontà perché lo sforzo mentale è più difficile di quello fisico.

Viste le limitazioni che ha, si è mai pentito di aver scelto questo sport e questo stile di vita?

No, anzi. Io faccio quello che mi piace, per questo non mi pesa affatto. Inoltre, il mio stile di vita è legato anche al mio lavoro: sono un personal trainer e sono proprietario di una palestra a Città di Castello. È una passione che ho fin da quando ero un ragazzino, quando gli attrezzi di oggi erano solo agli albori. Tornassi indietro rifarei tutto quello che ho fatto finora, però – ripeto – per arrivare a certi livelli si deve essere determinati, convinti e sicuri, ma soprattutto servono delle motivazioni valide che compensino le rinunce. Infine, è bene circondarsi di persone che capiscano e sostengano le tue esigenze.

Come si vince un campionato del mondo di Body Building, quali sono i parametri per la vittoria?

Ci sono diversi parametri che la giuria prende in considerazione: le proporzioni del corpo, la qualità, la definizione e i volumi del muscolo e come uno si pone con essa e con il pubblico.

Non c’è il rischio che il culturismo diventi un’ossessione?

Sì, come per tutto quello che diventa esagerato. La forza mentale è importante nella vita e ci vuole sempre il giusto equilibrio. Nel nostro sport si rischia di esagerare e di perdere la visione della realtà. Voglio precisare che questa disciplina e questa filosofia fanno parte della mia vita, ma non sono la mia vita; ho la mia famiglia e il mio lavoro che sono molto più importanti.

Cosa consiglierebbe a un giovane che vuole iniziare a fare Body Building?

Consiglierei due cose fondamentali: la prima è avere pazienza – non si può ottenere tutto e subito – la seconda è affidarsi a persone competenti perché il rischio di farsi male è elevato.

L’Umbria in questa disciplina è all’avanguardia?

Insomma. A livello di palestre siamo messi bene – ce ne sono molte – mentre per quanto riguarda il livello agonistico siamo indietro. Non siamo in molti a raggiungere certi livelli, ne arrivano pochi, perché non tutti sono disposti a fare i sacrifici che servono. Purtroppo i giovani d’oggi vogliono tutto e subito.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Cuore verde d’Italia, tranquilla, poco sviluppata.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Il verde.

«Nella città di Perugia nacque ad una povera persona da Castello della Pieve, detta Cristofano, un figliuolo che al battesimo fu chiamato Pietro (…) Studiò sotto la disciplina d’Andrea Verrocchio. Dipinse molte figure et Madonne. Si mostrerà agl’artefici che chi lavora e studia continuamente, e non a ghiribizzi o a capricci, lascia opere e si acquista nome, facultà et amici».
Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri. Parte seconda. Giorgio Vasari.

Bettona di giorno. Foto di Alessandro Bertani

 

In poche e semplici parole, il pittore, architetto e storico dell’arte Giorgio Vasari elogia Pietro Vannucci per la sua arte e le sue opere. Il Perugino dipinse, tra il 1512 e il 1513, una tempera su tavola raffigurante la Madonna della Misericordia. La Vergine, in piedi, allarga il proprio mantello per accogliervi San Lorenzo, San Girolamo e due committenti. Si tratta di un retaggio dell’epoca medievale, detto della protezione del mantello, che le nobildonne altolocate potevano concedere ai perseguitati e ai bisognosi d’aiuto; con il passare degli anni questa iconografia ebbe ampia diffusione e sotto il mantello della Vergine finì per trovare riparo tutta l’umanità.
L’opera proveniva dalla Chiesa di Santa Caterina, dove era stata trasferita dalla Chiesa di Sant’Antonio, e ora è conservata nella Pinacoteca Comunale di Bettona, uno dei borghi più caratteristi della regione, considerata un balcone sull’Umbria: la città, infatti, sorge su un colle da cui la visuale spazia da Perugia e Assisi fino a Spello, passando per i verdi campi coltivati.

 

Madonna della Misericordia. Foto di Alessandro Bertani

L'arte di salvare l'arte

L’opera è la protagonista, insieme ad altri eccelsi capolavori, della mostra L’Arte di Salvare l’Arte. Frammenti di storia d’Italia nelle sale del Palazzo del Quirinale, aperta al pubblico fino al 14 luglio 2019. L’esposizione è nata per celebrare il 50° anniversario della nascita del comando dei caschi blu della cultura ovvero il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. In mezzo secolo i carabinieri hanno salvato migliaia di opere che altrimenti sarebbero state sottratte al patrimonio dello Stato: oltre ottocentomila beni recuperati, più di un milione di reperti archeologici sequestrati provenienti da scavi clandestini, circa un milione di opere false e oltre sedicimila reperti rubati in Italia e restituiti, riconsegnando così al bene pubblico un patrimonio artistico inestimabile. La Madonna della Misericordia, insieme a Sant’Antonio da Padova – anche esso del Perugino – vennero trafugate dalla Pinacoteca Comunale di Bettona nella notte tra 26 e 27 ottobre 1987 e ritrovate nel 1990 in Giamaica, nella villa di un ricco possidente.

Riscoprire il perduto

La mostra permette al pubblico di rivivere storie di recuperi, alcuni avventurosi, altri frutto di un lungo e minuzioso lavoro investigativo. Tutte le opere sono state riportate in Italia, ricontestualizzate nel territorio o nel tessuto urbano che le ha generate, restituendo loro dignità culturale, ma – soprattutto – restituendo loro il contesto di appartenenza.
Un’opera d’arte appartiene all’umanità intera, ma essa acquisisce valore di civiltà solo dalla profonda relazione con i luoghi che l’hanno prodotta, con la cultura che l’ha generata e con il paesaggio che l’ha suggerita.
Il visitatore potrà inoltre venire a conoscenza delle emergenze sismiche degli ultimi tempi, che hanno messo a nudo la fragilità del territorio e dei beni culturali. È possibile infatti assistere anche ad alcuni filmati storici, girati nelle zone terremotate che hanno colpito la nostra Umbria, dove i protagonisti sono ancora una volta i caschi blu culturali, che annaspano tra le macerie per recuperare opere artistiche con una cura e un amore incommensurabile.
Ammirando l’opera del Perugino, la dolcezza della Madonna della Misericordia, il tenero modellato dei Santi e le verdi campagne umbre dipinte alle loro spalle, non si può che provare empatia e riconoscenza verso chi restituisce a una comunità ferita la memoria e il suo senso di appartenenza, restituendo altresì alla collettività i suoi preziosi valori.

«Mi ricordò la mia povera Anita che era anch’essa si calma in mezzo al fuoco». Con queste parole attribuite a Giuseppe Garibaldi, con una frase a lei dedicata dal poeta Giosuè Carducci[1] e un’iscrizione del professor Isidoro Del Lungo[2] il monumento al centro di Bastia Umbria così la commemora[3].

Colomba Antonietti

Pochissime sono le notizie riguardanti la vita di Colomba Antonietti e forse non esistono immagini del suo vero aspetto, se si eccettua forse quella pubblicata da Giustiniano degli Azzi Vitelleschi a corredo della voce a lei dedicata nel Dizionario del Risorgimento Nazionale, di cui però si ignora la provenienza e che pecca in verosimiglianza nell’assoluta mancanza della matassa di riccioli neri che le contornavano il viso[4]. Del suo aspetto esistono almeno due descrizioni di prima mano: quella del nipote – nonché suo primo biografo, Claudio Sforza – e quella della sorella Gertrude. Doveva essere se non bella certamente molto affascinante. Di lei la sorella dice: «Era snella, alta di persona, aveva il profilo greco, la fronte alta e spaziosa, gli occhi e i capelli, ricci, nerissimi». Parole che corrispondono alla descrizione che ne fa il nipote: «Aveva il naso aquilino, bocca piuttosto larga con denti bianchi e regolari, occhi e capelli nerissimi e questi ultimi tanto ricciuti, che, ribelli a qualunque acconciatura, le rimanevano in grazioso disordine in testa»[5].

La vita per l'Italia

Colomba Antonietti era nata a Bastia Umbra da Michele e Diana Trabalza, ancora bambina si trasferì a Foligno dove il padre aveva ottenuto la privativa per il forno situato sotto al Palazzo comunale. Insieme alle numerose sorelle e ai fratelli Feliciano e Luigi nella casa contigua al forno ricevette l’educazione «civile e religiosa propria dei tempi e della sua condizione»[6] e un giorno proprio a Foligno dove era di stanza la guarnigione pontificia conobbe l’uomo al quale legare il suo destino: il conte Luigi Porzi di Imola che lì come ufficiale prestava servizio[7]. «I due giovani si dissero con gli occhi il nascente affetto, che si cangiò ben presto in passione ardente e dominante. Colomba non aveva amato mai, l’amore dunque pel Porzi germogliò nel suo vergine cuore qual pianta rigogliosa in fertile terreno e, come questa ne assorbe ogni succo vitale, così quello si impossessò d’ogni facoltà della fanciulla e divenne lo scopo supremo della sua vita»[8].
Data la differenza di ceto sociale fu fin dall’inizio una storia contrastata e difficile che vide opporsi all’unione entrambe le famiglie: Luigi Porzi venne trasferito a Senigallia e Colomba rinchiusa in casa dal padre. Ma questo non servì a far spegnere il loro amore, che si espresse in un fitto colloquio epistolare finché, di nascosto, si sposarono all’una di notte del 13 dicembre del 1846 nella Chiesa della Misericordia di Foligno con l’assenza di tutti i parenti a eccezione del fratello di lei, Feliciano. Una carrozza aspettava gli sposi fuori dalla chiesa per condurli immediatamente a Bologna, dove risiedeva la madre del Porzi. Ma il matrimonio era stato celebrato senza la prescritta autorizzazione governativa dello Stato Pontificio per cui lo sposo viene richiamato a Roma e condannato a tre mesi di arresti da scontarsi a Castel Sant’Angelo e ad avere lo stipendio dimezzato[9].

 

Monumento dedicato a Colomba Antonietti

 

Per speciale concessione del comandante della prigione, il conte Cenci Bolognetti, Colomba riuscì a far visita all’amato ogni giorno. Vivere a Roma consente inoltre a Colomba, durante quei tre mesi, di conoscere una città dove fervevano grandi speranze e con grande probabilità il cugino di Colomba, Luigi Masi, introdusse lei e il marito negli ambienti patriottici. Non sappiamo con certezza dove militò, uscito dal carcere, Luigi Porzi, se nelle reparti regolari o nella divisione di volontari, ma sappiamo – e lo dice lui stesso in una lettera – che Colomba fu sempre al suo fianco: «mi seguì tutta la campagna del ’48, vestita da ufficiale con un mio uniforme cortandosi i capelli, e companiando suo marito; sempre mi diceva che desiderava vedere libera la cara e bella Italia»[10]. E mentre Colomba era intenta nel chiudere una breccia aperta dalle armate francesi di Oudinot sui bastioni di Porta San Pancrazio, fu colpita al fianco destro e spirò tra le braccia del marito gridando Viva Italia. Era il 13 giugno 1949.

 

Girolamo Induno, morte di Colomba Antonietti

 


[1] La frase del Carducci recita “Non ricordate Colomba Antonietti sposa ventenne travolta morta dalle palle francesi, a piè delle mura di S. Pancrazio, mentre porgeva l’arme carica al marito?”.

[2] “Colomba Antonietti contessa Porzi eroina della crociata italiana per l’indipendenza e la libertà della patria il 13 giugno 1849 sulle mura di Roma combattendo accanto al marito esalava la pia forte anima nel grido Viva l’Italia che la sua Bastia vuole qui sotto l’effigie di lei in memoria degna perpetuato”.

[3] Il monumento attuale rielaborato ed arricchito dai quattro pannelli bronzei che ne raccontano la vita realizzati dallo scultore Artemio Giovagnoni venne inaugurato nel 1964 nei giardinetti antistanti il Municipio. Del precedente monumento conserva però il mezzobusto che lo scultore Vincenzo Rosignoli esemplificò nei primissimi anni del Novecento sui ricordi dei congiunti ancora in vita e sulla nipote Michelina che a detta di tutti era la più somigliante alla defunta zia.

[4] Per l’iconografia relativa a Colomba Antonietti si rinvia a F. Guarino, Iconografia di Colomba Antonietti: 1826-1849, in «Subasio», a. XIX, n. 3 (1 set. 2011), pp. 13-19.

[5] Le due descrizioni sono riportate da C. Minciotti Tsoukas, Colomba Antonietti. Un’esperienza di vita tra mito e realtà, Bastia Umbra, Comune di Bastia Umbra, 1990, p. 9.

[6] C. Bordoni, Una martire del 1849. Colomba Antonietti. Unicamente per la verità, Foligno, [s.n.], 1910, p. 6.

[7] In realtà Luigi Porzi era nato ad Ancona nel 1822, ma da un’antica e nobile famiglia di Imola.

[8] C. Sforza, Ricordi della vita di Colomba Antonietti, Bologna, Nicola Zanichelli, 1899, p. 3 testo riportato integralmente da C. Minciotti Tsoukas, cit., p. 10.

[9] Lo stipendio gli verrà poi reintegrato grazie all’intercessione di uno zio.

[10] Lettera di Luigi Porzi a Claudio Sforza del 15 ottobre 1866. Il linguaggio in un italiano non perfetto si deve al suo lungo soggiorno in Brasile dove egli morì nel 1900 senza alcuna donna al suo fianco: l’amore per Colomba non poteva essere sostituito.

La Fondazione CariPerugia Arte presenta “Unforgettable Umbria. L’arte al centro fra vocazione e committenza”, un percorso tra le opere del secondo Novecento per scoprire i grandi artisti che hanno scelto di vivere e lavorare in Umbria.

Alberto Burri. Nero. 1955

 

La mostra, curata da Alessandra Migliorati, Paolo Nardon e Stefania Petrillo, sarà ospitata fino al 3 novembre 2019 nelle meravigliose sale di Palazzo Baldeschi in Corso Vannucci. L’Umbria è una regione nella quale molti artisti hanno trovato la dimensione ideale per la loro ricerca, riconoscendosi intrinsecamente nei luoghi e cogliendone la profonda identità.
L’Umbria nella seconda metà del XX secolo, fu un vero crocevia; condizione che portò all’incontro e allo scontro tra i vari artisti che qui transitarono. Emerse così un mosaico molto ricco e multiforme di personalità.
L’Umbria fu indimenticabile per chi nacque in questa regione, come Burri e Leoncillo, ma fu indimenticabile anche per chi, anche solo per poco tempo, è transitato nel cuore verde d’Italia; è ancora oggi indimenticabile per tutti coloro che questa eredità sono chiamati oggi a tutelare, valorizzare e conservare.
Attratti dalle verdeggianti colline di Todi sono stati Alighiero Boetti e Piero Dorazio. Nel 1993 quest’ultimo scrisse: «Todi (…) è una città bellissima e niente affatto provinciale; la campagna e la cultura rurale che la circondano ne fanno un sito ideale per chi esercita una professione creativa».

 

Yves Klein, Ex-Voto

In giro per la mostra

La mostra si apre nella Sala dei Quattro Elementi, nella quale Burri e Leoncillo incontrano il francese Yves Klein e l’americano William Congdon. Klein visitò almeno cinque volte il santuario di Santa Rita a Cascia, lasciandoci un preziosissimo ex-voto, mentre Congdon si fermò ad Assisi per quasi venti anni. La materia lacera di Burri e la creta di Leoncillo si contrappongono alla dimensione immateriale dell’arte di Klein e Congdon.
Nella Sala della Verità, sotto la volta affrescata con la figura allegorica di una donna che tiene nella mano destra un sole, affiancata da un putto che regge una fiamma, si possono ammirare le opere di Dessì e Tirelli.

 

Sol LeWitt, Struttura per esterno, 1995

 

Percorrendo le sale del palazzo, è possibile osservare anche le creazioni di Giuseppe Uncini e Sol LeWitt, artisti che condivisero, in tempi diversi, la scelta di risiedere nella quiete delle campagne umbre.
Infine, sotto l’affresco di Mariano Piervittori, databile nel 1856, sono esposte alcune opere che rivisitano il mito e l’antico. Il mito è talmente necessario che molti artisti, oltre a riprendere le figure più significative, tendono a crearne di nuove. In essa infatti possiamo ammirare i capolavori di Ceccobelli e Di Stasio.
L’arte al centro fra vocazione e committenza è dunque una preziosa occasione per scoprire la storia dell’arte contemporanea del secondo Novecento, capillarmente diffusa nella regione e in continuo dialogo sia con il tessuto urbano sia con il verdeggiante paesaggio umbro.

 

Alexander Calder. Mobile. 1958

 


Per maggiori informazioni.

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