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“Dobbiamo riabituarci alla cultura, a viverla di più”

di Agnese Priorelli

«Il set de Il Nome della Rosa era come una grande famiglia; ho avuto la fortuna di avere un grande rapporto con John Turturro e con tantissimi attori. Il mio è un lavoro che quando lo fai ti ruba la vita, ma che quando finisce ti manca moltissimo».

Ciak dopo ciak Luca John Rosati si sta facendo strada nel mondo del cinema. Lavora a Roma da 15 anni e ha affiancato, come aiuto regista, direttori del calibro di Ridley Scott, Gabriele Muccino, Carlo Verdone, Sam Mendes… solo per citarne alcuni. La sua ultima fatica è la serie tv internazionale Il Nome della Rosa, in onda in questi giorni su RaiUno, dove Luca ha aiutato il regista Giacomo Battiato. «Durante le riprese mi sono occupato di tutto. Ho scelto con il casting ogni singolo monaco». Con Perugia – sua città natale – e l’Umbria ha un rapporto di amore e odio e non si risparmia qualche tirata d’orecchie.

 

Il cast de Il Nome della Rosa

Qual è suo legame con l’Umbria?

È un legame di amore e odio. Mi piacerebbe fare qualcosa di concreto per la mia città e la regione, sfruttando anche le mie conoscenze – spero un giorno di poterlo fare. Perugia è la città dove sono nato e mi dispiace vedere alcune dinamiche che non cambiano mai: si presentano sempre i soliti screzi – anche politici – che non portano nulla né alla città né alla regione. Tutto questo lo dico e lo ribadisco, perché ho grande affetto per questi luoghi.

Concretamente cosa vorrebbe fare o cosa dovrebbero fare?

Innanzitutto, occorre parlarsi e trovarsi insieme: Regione e Comune dovrebbero andare nella stessa direzione. La cultura è una, è apolitica; lavorare divisi in quest’ambito non serve assolutamente a niente. Si fa un passo in aventi e due indietro. È un’analisi che faccio perché queste dinamiche le noto quando torno a Perugia: percepisco poco entusiasmo in città e sembra sempre che non ci interessi nulla. È un atteggiamento molto provinciale. Tutto questo lo soffro molto, perché sono una persona che si esalta in tutti i progetti che fa. Ripeto, la mia è una critica per cercare di spronare. La gente –  non solo in Umbria – si dovrebbe riabituare alla cultura, interessare e la si dovrebbe vivere maggiormente.

L’Umbria nel suo piccolo ha comunque molti eventi culturali…

Sì, ma ne servono ancora di più. Va bene Umbria Jazz e tutti gli ospiti che attira, ma credo che le parti politiche, anche se opposte, dovrebbero – almeno sulla cultura – andare nella stessa direzione, senza pizzicarsi od ostacolarsi.

Come racconterebbe l’Umbria solo con qualche inquadratura?

Lo farei attraverso il lago Trasimeno, il monte Subasio, Assisi e soprattutto immortalando il verde. I panorami che abbiamo noi sono unici. Anche il centro di Perugia è bellissimo e bisognerebbe mantenere questa bellezza anche nelle periferie, costruendo con molto più criterio e con buon gusto architettonico, come sta avvenendo ultimamente a Milano, per fare un esempio.

Parliamo ora del suo lavoro: quand’è che ha messo piede per la prima volta in un set?

La mia prima volta è stata nel 2006 con la serie Roma dell’HBO. Avevo appena finito la scuola di regia cinematografica.

Com’è andata?

È stato un impatto molto forte, anche perché si trattava di una produzione americana. Ho iniziato subito a livelli molto alti. Il set di Roma era grandissimo, la produzione molto importante, così come gli attori: devo dire che è stato un bel debutto, ma allo stesso tempo molto impegnativo; spesso ci si svegliava alle 4 di mattina per girare e si tornava a casa alle 21.

Cosa fa in concreto un aiuto regista?

Il regista consegna una sceneggiatura e l’aiuto regista crea il piano di lavoro e di programmazione. Nelle produzioni americane siamo anche più di uno. Il primo aiuto regista è colui che crea la squadra, che prepara il set o che si occupa della chiusura di una strada se si deve girare un’esterna. Io sono abituato a fare tutto, sono un jolly. Ad esempio, per Il Nome della Rosa con l’addetto ai casting ho scelto ogni monaco, faccia per faccia.

Ha lavorato con grandi registi come Ridley Scott, Gabriele Muccino, Carlo Verdone, Sam Mendes e molti altri: cosa ha imparato da loro, cosa gli ha “rubato” artisticamente?

Quello che mi ha colpito di loro è stata la grande umanità e la loro conoscenza della macchina cinema. Hanno un grande rispetto nei confronti di ogni singola maestranza, in un set ci sono tanti lavori, tutti importanti. Tutto deve funzionare perché i tempi sono sempre ristretti e, per questo, è fondamentale il rispetto per ogni lavoratore, dalla punta alla base della piramide. Nel cinema si ha che fare con tante e diverse persone, questo ti apre molto la testa, ti dà una visione del mondo più ampia.

 

Luca John Rosati e Carlo Verdone

Lei ha preso parte come aiuto regista alla serie tv Il Nome della Rosa diretta da Giacomo Battiato: cosa si è portato a casa da questa esperienza?

Il set era diventato come una grande famiglia. Ho avuto la fortuna di avere un grande rapporto con John Turturro e con tantissimi attori italiani e stranieri, si era creata una squadra molto unita. Quando poi tutto è finito, ho sentito subito la mancanza: un impegno e un lavoro che quando lo fai ti ruba la vita, ma che quando finisce ti manca moltissimo.

È soddisfatto del lavoro svolto?

Il prodotto è di alta qualità e sarà sicuramente più apprezzato all’estero che in Italia: non vedo l’ora di vedere come sarà accolto in Inghilterra. Noi siamo abituati a prodotti più scadenti e siamo un pubblico più tradizionale. Il successo che sta avendo non è poi così lontano da serie più nazionalpopolari, non c’è stato – finora – un risultato di pubblico sconvolgente.

Perché secondo lei?

Come dicevo siamo abituati a prodotti più scadenti e vedere Il Nome della Rosa crea quasi una sorta di disturbo rispetto alla semplicità narrativa e costruttiva di altre serie. Altre produzioni ti impongono più qualità e ciò deve essere da stimolo, altrimenti le cose resteranno sempre come sono.

Ci racconti qualche curiosità legata alla serie…

Le riprese realizzate a Perugia, ad esempio, sono state difficili: la mattina sembrava piena estate, poi nel pomeriggio è arrivato un acquazzone improvviso e abbiamo dovuto riprendere John Turturro con una luce totalmente diversa rispetto alle immagini già girate. Ma questo è il bello del cinema!

 

Uno scatto con John Turturro

Ha mai pensato di realizzare un film tutto suo?

Ho dei progetti, le idee sono tante, ma vorrei aspettare il momento giusto e capire se quello che ho in mente può funzionare. Qualcosa, sicuramente, verrà fuori… Va detto che, per fare un film, ci vuole tantissimo tempo e io in questo momento ne ho avuto veramente poco. Quando deciderò, dovrò fermarmi un attimo e lavorare a tempo pieno al progetto, dovrà essere un prodotto forte al quale crederò molto.

C’è un regista con il quale le piacerebbe lavorare?

C’è e ho già avuto il piacere di lavorarci: è Wes Anderson. Ho lavorato in un cortometraggio che si chiama Castello Cavalcanti, diretto da lui.

E un attore che vorrebbe dirigere…

Emilia Clarke è un’attrice che mi piacerebbe dirigere. La conosco, ho già lavorato con lei in Voice from the Stone, film americano girato tra la Toscana e il Lazio. È un’attrice e una persona fantastica.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Pace, libertà, casa.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Le amicizie.

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Agnese Priorelli

Laureata in Scienze della Comunicazione, è giornalista pubblicista dal 2008. Ha lavorato come collaboratrice e redattrice in quotidiani e settimanali. Ora collabora con un giornale online e con un free press. È appassionata di cinema e sport.

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