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Mi sono resa conto che a Perugia le ciambelle vanno alla grande e che si assomigliano un po’ tutte

Durante il periodo pasquale non c’è panetteria, bar o pasticceria dove non sbocci la ciaramicola, il ciambellone umbro dal caratteristico colore rosa ricoperto di meringa e codette colorate.
Un dolce delicato, sebbene imporporato dall’alcolico alchermes, che la tradizione vuole legato ai cinque rioni del capoluogo perugino, ma che la storia, con un documento del 1430, identifica come un prodotto da forno che il camerlengo di Gubbio aveva voluto offrire ai cittadini il 15 maggio, in occasione dei festeggiamenti al patrono Sant’Ubaldo.

Livrea perugina

Certo è che, guardando lo stemma di Perugia, il binomio rosso-bianco che la ciaramicola cerca di replicare sembra essere un vero e proprio omaggio alla città. Il bianco, simbolo di rinascita, è screziato di quelli che il dialetto chiama cecini, dei confetti colorati di cui il verde simboleggia i giardini che caratterizzavano il rione Porta Eburnea, il blu Porta Santa Susanna che guarda al lago Trasimeno, il giallo il grano proveniente da le contrade oltre Porta Sant’Angelo, il rosso la legna da ardere che arrivava dai boschi oltre Porta San Pietro e il bianco i marmi e i travertini che nobilitano il rione di Porta Sole.
I cinque rioni, in alcune varianti, sono presenti anche sotto forma di pinnacoli di meringa.

 

La variante con la croce e i pinnacoli

 

In altre, invece, a differenziare il dolce è una croce posta in mezzo alla ciambella, che per alcuni rappresenterebbe Piazza IV Novembre dove campeggia la Fontana Maggiore, mentre, per altri, sarebbe un semplice simbolo benaugurale.
Forse è per questo che le fanciulle in età da marito erano solite regalare la ciaramicola ai propri amati: per prospettare loro un’unione feconda.
Terribilmente simile al Torcolo di San Costanzo, non vi pare?

Un dolce, tanti spunti

 

Ma se l’origine della ciaramicola vi sembra confusa, aspettate di sentire quella del nome. Per alcuni, il nome deriva da ciara, volgarizzazione del latino clara (chiara) che verosimilmente fa riferimento all’albume fatto rassodare sulla superficie del dolce ancora caldo. Mica, invece, richiama la parte solida del dolce, il pane.
Di segno opposto è la teoria che vuole la derivazione da ciarapica, nome dialettale della cinciallegra che, con il suo piumaggio colorato, sarebbe uno dei primi segnali dell’arrivo della primavera. Per altri il nome della ciambella deriverebbe invece da ciaramella, un neologismo, sempre dialettale, usato per indicare la forma circolare del dolce.

QUI trovi la ricetta di Rita Boini.

È ufficialmente in vendita il quarto numero della rivista da collezione AboutUmbria Collection, dedicata all’Umbria in giallo.

rivista eccellenze umbre

AboutUmbria celebra così gli aspetti meno conosciuti di una regione solitamente identificata col colore verde. Come illustrato dal professor Manuel Vaquero Piñeiro durante la presentazione di domenica 14 aprile all’Auditorium Sant’Angelo di Bastia Umbria, è difficile identificare l’Umbria con il giallo perché questo è un colore estremamente effimero. È il colore dei campi di grano che a giugno indorano i crinali collinari, o il giallo della tradizionale Torta di Pasqua che arricchisce le tavole durante la festività e che viaggia, avvolta in canovacci di lino, di famiglia in famiglia come dono benaugurale.

 

È il giallo dei bagliori dorati che si sprigionano dai magnifici mosaici del Duomo di Orvieto, visibili in particolar modo quando il sole infuoca l’orizzonte al tramonto, o ancora quella che ammicca dalle corone calcate sugli occhi degli arcigni grifi medievali, custoditi nelle stanze asettiche degli archivi e trattati letteralmente con guanti di velluto. È il giallo delle calde sfumature di un’antica varietà di pera che si raccoglie tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, ma anche il rassicurante giallo della pasta, che ricorda i fasti di un passato industriale non troppo remoto.
Infine, è il colore dell’oro con cui i Maestri del Quattrocento illuminavano le proprie opere, ma anche degli smalti derutesi o del fatuo canneto lacustre che canta nel vento.
Un colore transitorio e cangiante, simbolo al contempo di un’apertura verso il futuro e di antichi lustri. Un colore che tinge la nostra regione di un’altra incredibile sfumatura, di cui siamo pronti a raccontarvi le peculiarità.

 

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Un evento per combattere l’entropia e l’appiattimento del sistema: il 18 aprile torna ad Assisi il TEDx, l’evento delle idee che vale la pena diffondere.

Quello che era nato come una conferenza annuale stanziata a Monterey, in California, è ormai diventato un vero e proprio sinonimo di innovazione, diffuso a livello mondiale.
TED (Technology Entertainment Design) è un format che, prendendo le mosse da tecnologia, divertimento, scienza, design, discipline umanistiche e affari e sviluppo, riunisce i più grandi pensatori del mondo. Hanno infatti calcato il palco personaggi come Jane Goodall, Bono Vox, Bill Gates, Isabelle Allende, Bill Clinton, Al Gore, Jeff Bezos, il co-fondatore di Wikipedia Jimmy Wales e i co-fondatori di Google, Sergey Brin e Larry Page.

 

 

Dal 15 al 19 aprile TED torna a Vancouver con il tema Bigger than Us, sviluppato in cinque giorni e in dodici sessioni. Ogni intervento, in lingua inglese, avrà una durata massima di 18 minuti.
Nel contempo, a livello locale, sarà possibile assistere in diretta a una o più sessioni in lingua originale: un modo esclusivo per entrare nel vivo del dibattito e viverne l’atmosfera prima della diffusione dei TEDtalk sui canali ufficiali.
L’evento locale umbro, il TEDxAssisiLive2019, accoglierà sei speaker all’interno del Palazzo del Capitano del Perdono a Santa Maria degli Angeli (la sede del Digipass Assisi). A essere selezionata è stata la sessione Imagination, ispirati dalla quale gli speaker parleranno di arte, cinema, scrittura, illustrazione e architettura.
Alle 15.30 è prevista la registrazione degli ospiti, i quali avranno poi a disposizione due sale, una per seguire lo streaming del TED di Vancouver, l’altra per ascoltare gli speaker locali e scambiarsi idee. Noi di AboutUmbria saremo lì, con la nostra postazione, per parlavi del nostro nuovo nato, AboutUmbria Collection Yellow, e per ascoltare le vostre idee!
Al termine della sessione, i partecipanti potranno confrontarsi con gli organizzatori, per discutere di quanto visto e per ascoltare i piani futuri di TEDxAssisi, per iniziare a immaginare insieme la prossima edizione, che si terrà probabilmente nel 2020.

 


Riferimenti

www.tedxassisi.com

https://www.ted.com/tedx/events/34372

https://www.instagram.com/tedxassisi/

https://www.facebook.com/TEDxAssisi/

https://twitter.com/TEDxAssisi

AboutUmbria Collection si veste di giallo e sembra dedicarlo ai colori di San Michele Arcangelo patrono di Bastia Umbra, il cui auditorium è pronto a ospitare quella che è ormai la quarta uscita di questo magazine dedicato all’Umbria delle eccellenze.

Protagonista dell’incontro sarà AboutUmbria Collection Yellow, un numero da collezione che si aggiunge agli altri tre, dedicati rispettivamente al blu, al rosso e al nero che già hanno tentato di sfatare la visione diffusa di Umbria come cuore verde d’Italia.

È infatti impossibile non prendere in considerazione la luce dorata che si sprigiona dai magnifici mosaici duomo di Orvieto, o quella che ammicca dalle corone calcate sugli occhi degli arcigni grifi medievali. Come non è possibile ignorare le calde sfumature delle pere locali, dei campi di grano o della vellutata torta pasquale, che in questi giorni molti si apprestano a preparare seguendo antichi rituali. Ma forse non è immediato associare l’Umbria al giallo rassicurante della pasta, che ricorda un passato industriale nemmeno troppo remoto capace di sopravvivere tuttora, seppure in forme concettualmente diverse; o, ancora, agli ori con cui i Maestri del Quattrocento illuminavano le proprie opere, agli smalti derutesi o al fatuo canneto lacustre che canta nel vento.

Organizzato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Bastia Umbra, l’evento vedrà alternarsi le voci di Sonia Bagnetti, presidente dell’Associazione AboutUmbria, di Isabella Dalla Ragione, presidente della Fondazione Archeologia Arborea, della storica dell’arte Antonella Pesola e di Manuel Vaquero Piñeiro, professore associato del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Perugia.

Non mancheranno gli interventi dei rappresentanti di alcune aziende d’eccellenza del territorio regionale. Concluderà l’incontro un momento conviviale gentilmente offerto dalle aziende Voglia di Pasta e Terre Margaritelli.

Appuntamento domenica 14 aprile 2019 all’Auditorium Sant’Angelo di Bastia Umbra, ore 18.00

«Ella s’avanza

Come un’eternità per ingoiare

Tutto che incontra, di spavento l’occhio

Beando, impareggiabil cateratta

Orribilmente bella.

Onde questo frastuono? È del Velino

Che precipita a piombo ne l’abisso

De l’alpestre ciglion de la montagna

Enorme cateratta e del baleno

Rapida al pari…

Al ciel la spuma

S’alza e giù cade in perpetua pioggia

Nube inesausta e dolce rugiada

Che germina intorno un sempre verde

Maggio, un tappeto di smeraldi».

Così scriveva Lord Byron nel 1816 quando, all’età di 28 anni, visitò l’Umbria e le Cascate delle Marmore. Una leggenda del Seicento narra che il pastorello Velino, assorto dopo le fatiche della caccia, affacciandosi su quelle balse da cui l’acqua tuona fragorosa a valle, restò incantato dalla Nerina che tesseva i suoi biondi capelli al sole di primavera. La giovane ancella non rispose ai richiami del pastorello che, tormentato dal rifiuto dell’amata, ricorse a Cupido affinché le frecce della sua faretra facessero breccia nel cuore della fanciulla. Il dio, per vendicare il rifiuto al pastore Velino, fece precipitare Nerina nei vortici dello fiume che da costei prese il nome. Fu allora che dal cielo discese Venere, curando Nerina dalle ferite della caduta e trasformandola in Ninfa. Dilaniato dal dolore, le sofferte lacrime del fanciullo fecero traboccare il Lago di Pilato dalle balse rocciose oltre le quali lo sguardo del pastorello incrociò, per la prima volta, quello della fanciulla. Solamente allora  i cuori dei due innamorati aprirono una breccia nel muro del tempo consacrando all’eternità quella che oggi è la perla più preziosa della Valnerina: la Cascata delle Marmore.

 

Cascate delle Marmore

Nessun poeta o pittore vide mai cosa più bella, M.Alinda Bonacci Brunamonti (1841 – 1903)

Ed è qui che il viaggiatore deve mostrare un grande talento, quello di saper guardare oltre la semplice bellezza della natura, abbandonandosi anima e corpo al pathos creativo delle acque umbre, un arcobaleno fra valli selvagge che evocano, tra i lividi bagliori dell’alba, l’ancestrale identità delle terre appenniniche. Un paesaggio, quello della  Cascata delle Marmore, che è intreccio inestricabile di cultura, di emozioni e di sapere, una bussola a cui il viaggiatore affida il timone della sua anima affinché lo sollevi dalla sete del viaggio riconducendolo a suggestioni primitive e segrete. Per oltre due millenni, tra i bagliori di un cielo che muore per poi risorgere dalle ceneri della notte il Nera, di cui la natura ha lacerato la memoria trasformandone rocce e riflessi in primordiali sculture totemiche, ha accentuato col suo scorrere impetuoso la profondità degli strati calcarei mentre il Velino, nel flebile volteggiare della corrente che trascina a valle, cresceva nel suo alveo innalzando  mura di calcare e detriti che impedivano alle acque di compiere il cammino che il Creato aveva tracciato per loro.
Era il 272 A.C. quando l’imperium del console romano Curio Dentato ordinò la realizzazione di un canale per far defluire le acque stagnanti in direzione del salto naturale di Marmore: da lì, le l’acque, dopo un tuffo di 165 metri, si gettavano nel sacro Nera, gregario dell’antico Tevere.

 

Cascate delle Marmore

I cui rami sempre verdi e pieni di ghiande si intrecciavano sul serpeggiante sentiero, Percy Bysshe Shelley (1792 – 1822)

«Ecco fumano le aree sull’alto ciglione, l’àugure solleva al cielo le braccia cercando benefici auspici; le trombe squillano vigorosamente mentre l’ultima diga è abbattuta; la massa d’acqua, salutata da un formidabile grido di ammirazione precipita bianca e spumosa nel baratro, e a spire e vortici, mugghiando raggiunge la lenta onda del Nera, mentre sopra questo inferno di acque appare l’arco dell’iride».

A queste parole il gesuita e storico Luigi Lanzi affida il compito di preservare la polvere di una storia arcaica, che si rinnova ogni giorno nel labirinto del tempo e della memoria per poi celarsi nuovamente dietro il velo della leggenda. Acqua e roccia, campanili d’acqua e altari di pietra dai volumi in libertà che si espandono fino a sfiorare un confine sapientemente tracciato che li arresta, per poi ricondursi l’un l’altro nei segreti della rupe da cui si irradiano nell’universo. Una cascata che si manifesta come sortilegio, un luogo in cui le pulsazioni della natura scandiscono il ritmo dell’acqua e delle vicende umane, oltrepassando l’armonia della terra su cui precipita.

 

«Il mio sogno è presentare Sanremo, ma per ora ho in programma un tour tutto mio, che partirà a maggio».

Antonio Mezzancella è timido e riservato. Potrebbe sembrare strano, considerando la professione che ha scelto, ma è davvero così. Lo scopro durante la nostra chiacchierata e lui me lo conferma: «Nella vita di tutti i giorni sono un tipo timido, poi indosso una maschera e vado».
È partito da Perugia, sua città natale, per arrivare, passo dopo posso, a essere un imitatore tra i più apprezzati della televisione italiana. La sua carriera è iniziata nelle piazze umbre tra piano bar e cabaret, poi i villaggi turistici e nel 2004 la vittoria al Festival di Castrocaro. Da quel momento è stato un crescendo: radio, ospitate televisive, la fondazione del gruppo musicale Italian Disco Mafia, il secondo posto nel talent show Tú sí que vales, fino ad arrivare alla vittoria del programma Tale e Quale Show, che gli ha portato notorietà e apprezzamenti per le sue imitazioni canore: da Ermal Meta a Eros Ramazzotti, da Claudio Baglioni a Francesco Renga, da Edoardo Bennato a Nek.

 

Antonio Mezzancella, 39 anni

Antonio, qual è il suo legame con l’Umbria?

L’Umbria rappresenta la mia infanzia, oggi vivo a Roma ma torno sempre appena posso. Qui ho la mia famiglia e ci sono i luoghi dove sono cresciuto, per questo è sempre bello tornarci.

Imitatore, showman, cantante: chi è Antonio? Quale mestiere sente più vicino?

Nessuno dei tre e tutti e tre. Nella vita di tutti i giorni sono un tipo timido, poi indosso la maschera e mi butto. Per questo mi riesce meglio, forse, fare l’imitatore: è il lavoro, tra i tre, con il quale ho rotto il ghiaccio in questo mondo.

Con quale dei tre vorrebbe essere identificato?

Con tutti e tre. Vorrei essere un presentatore che imita e sa cantare.

In stile Fiorello…

Esatto. Sarebbe perfetto perché, non dovrei privarmi di nulla e potrei fare tutto quello che mi piace. Lui rappresenta un mio modello, una persona nel mondo dello spettacolo a cui mi ispiro.

Quando ha iniziato a fare l’imitatore?

Ho iniziato a Perugia e nei dintorni, facendo piano bar nei locali e facendo cabaret nelle piazze dell’Umbria. Poi ho partecipato al Festival di Castrocaro e a diversi programmi radiofonici. Step by step sono riuscito a realizzare concretamente quello che oggi sto facendo.

Qual è stata, fino a oggi, l’esperienza televisiva o radiofonica più coinvolgente?

Il Festival di Castrocaro è stata la mia prima esperienza televisiva su Rai1, per questo lo ricordo come un momento molto emozionante, nonostante non capivo bene cosa stesse accadendo. Guardando invece più vicino, l’ultima esperienza a Tale e Quale Show l’ho affrontata con più consapevolezza: 15 anni fa ero allo sbaraglio, non avevo idea di quello che stavo facendo e non me la sono nemmeno goduta come avrei dovuto. Devo dire che ero proprio nel pallone!

Tra le due vittorie qual è stata più emozionate?

Quella di Tale e Quale perché ero – come detto – più consapevole ed è stata frutto di sacrifici fatti nel corso degli anni. Ho seminato e seminato, alla fine ho raggiunto il mio traguardo.

Quali sono i personaggi che adora imitare?

I cantanti sono i personaggi che mi diverto più a imitare: ho stilato una lista e sono arrivato a 61 imitazioni.

Gli ultimi che ha preparato?

Ultimo e Mahmoud. Sono proprio sul pezzo!

C’è invece un personaggio che vorrebbe imitare, ma che ancora non è riuscito?

Gerry Scotti. Non mi riesce e non mi riuscirà mai! Per imitare un personaggio devi trovare la chiave giusta, con lui ancora non l’ho trovata.

Il suo sogno nel cassetto?

Presentare Sanremo. Magari il prossimo anno (scherza).

Progetti futuri più imminenti, invece…

Ho in previsione una tournée estiva, sarà una bella produzione con tanto di corpo di ballo; partirà a maggio e toccherà tutta Italia, a breve nei social troverete tutte le date e le città. Poi ho in cantiere altri progetti dei quali è ancora presto parlare.

Al cinema ci ha mai pensato?

Sì, alla fine è un mondo parallelo. Se si dovesse presentare l’occasione non direi di no.

Un’imitatrice famosa umbra è Emanuela Aureli, vi conoscete?

Sì, certo, ci conosciamo bene. Tra di noi c’è sempre stata grande stima, ci vediamo, ci diamo consigli sul nostro lavoro, sul come fare un personaggio o anche una semplice battuta.

Se l’Umbria fosse un personaggio, come la rappresenterebbe?

Sicuramente mi focalizzerei sugli spazi, sul ritmo più umano rispetto a Roma, ad esempio, e sulla vivibilità e genuinità. Tutto questo lo apprezzi guardandolo da fuori e da lontano, quando lo vivi si dà sempre per scontato. Inoltre, ci sono i parcheggi: non è una cosa da sottovalutare (ride).

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Tranquilla, genuina e vivibile.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Il verde.

Santa Anatolia di Narco, acquerello dalle venature arcadiche dipinto sull’antica tela della Valnerina, nasconde, tra le voci dei mulinelli d’acqua che il Nera ricama in gocce di rugiada e ciottoli d’arenaria, la memoria del Fiume Sacro e della sua gente.

Una discendenza di uomini e tessitori che, scolpiti sui tramonti infuocati che in Val di Narco annunciano l’arrivo dell’inverno, abbandonava nella polvere acre dei solchi gioghi e aratri per impugnare telai e fusi di frassino, violini tormentati da mani nodose le cui corde raccontano di un territorio dal volto millenario che, nella lavorazione della canapa, custodisce la genesi della secolare sapienza umbra.

 

Santa Anatolia di Narco, foto di Enrico Mezzasoma

 

Un territorio, la Val di Narco, che racconta storie di antichi mestieri e di ruvidi telai, esperienze agresti a cui il Nera affida il compito di tracciare la rotta errante del viaggiatore, funambolo romantico dallo zaino in spalla all’incessante ricerca di meridiani e paralleli interiori, in bilico sul filo sottile ed etereo del veleggiare umano. Stelle polari puntate sul sipario della storia indicano a chi sceglie questo petalo di Valnerina una visione scarcerata da orizzonti e confini, che riaffiora limpida tra le increspature del tempo e della memoria, ai piedi di alberi maestri su cui fioriscono le vele della civiltà umbra.

 

 

Il Museo della Canapa, foto di Officine Creative Italiane

Il Museo della Canapa

Azimut e zenit, costellazioni e punti cardinali che, varcata la soia del Museo della Canapa, assumono i contorni di telai e fusi di frassino, rose dei venti che ripercorrono le vicende di un territorio antico in cui il tempo si traduce in tradizione per poi perdersi nell’alba della storia.
Mestieri dal fascino arcaico che si materializzano nella ricostruzione museale di antichi laboratori tessili e di percorsi didattici che conservano idilli e frammenti di una civiltà secolare, quella umbra.

 

Il Museo della Canapa, foto di Officine Creative Italiane

 

Un museo che non è solamente spazio espositivo, ma luogo della memoria, dove convivono e si intrecciano le trame di una storia antica, mani di tessitori e tessitrici le cui voci risuonano lapidee tra le latitudini del tempo. Esperienze del passato proiettate nel futuro, ecco il motivo migliore per cui scegliere il Museo della Canapa. A suggerirci questa interpretazione è un’opera d’arte esposta nella sede del museo e divenuta a tutti gli effetti un’icona – Spinning Dolls dell’artista inglese Liliane Lijn –  una riproduzione in chiave contemporanea del mondo femminile e del suo antico legame con la tessitura.
E allora l’immaginazione torna a indugiare sui passi compiuti dal protagonista di questa Umbria inattesa, il tessitore, chino sull’anima del telaio fra i mormorii inquieti di ombre e fantasmi che accompagnano gli echi di una civiltà rurale indimenticata e indimenticabile. Un mestiere arcaico nato tra le luci soffuse di antiche lampade a olio, una lavorazione che diviene inesorabilmente liturgia figlia del tempo, imprigionata per sempre fra le trame della tradizione popolare.

 

Il Museo della Canapa, foto di Officine Creative Italiane

«Homo bulla est» (Erasmo da Rotterdam)

Il motto di Erasmo da Rotterdam, ispirato a una sentenza di Varrone, dà origine all’iconografia dell’Homo bulla, diffusa nella prima metà del XVI secolo. I protagonisti sono putti intenti a soffiare bolle di sapone, ignari che di lì a poco le bolle svaniranno per sempre. Le rappresentazioni dell’Homo bulla rientrano a pieno titolo nel novero della Vanitas che, attraverso elementi quali fiori recisi, cristalli e bolle di sapone, rimandano all’ineluttabilità della morte e alla caducità delle cose terrene. Ricchissima in tal senso è l’Allegoria di Jan Brueghel il Giovane, nella quale sono raffigurati molti oggetti che ricordano le effimere gioie dei sensi.

 

Gunter Zint, Il ragazzo che vive nei pressi del muro, 1963.

L'arte delle bolle di sapone

La Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia, fino al 9 giugno 2019, affronta per la prima volta questa tematica, tradizionalmente correlata al genere artistico della natura morta e della vanitas. L’esposizione, dal titolo Bolle di sapone. Forme dell’utopia tra vanitas, arte e scienza, è curata da Michele Emmer, professore di matematica all’Università Sapienza di Roma e da Marco Pierini, direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria. L’ispirazione per la mostra giunge proprio da un testo di Michele Emmer, in cui vengono esplorate le interrelazioni con la matematica, la pittura, la fisica e l’architettura.
«È un progetto che Emmer e io avevamo in mente da tempo», racconta il direttore Marco Pierini. «È stato un grande sogno. Un sogno dalle molte facce», aggiunge Emmer. «È difficile trovare un gioco rimasto invariato per centinaia di anni, al pari delle bolle di sapone».
La mostra, infatti, si presenta come un’iniziativa interdisciplinare che, parallelamente al percorso storico artistico, racconta anche la nascita dell’interesse scientifico, fisico e matematico dei modelli perfetti delle bolle di sapone a partire da un libro di Isaac Newton proveniente dalla biblioteca Oliveriana di Pesaro, nel quale il fisico inglese descrive in dettaglio i fenomeni che si osservano sulle superfici delle lamine saponate, per arrivare alle attuali sperimentazioni attraverso l’ausilio della computer grafica. La rassegna, infatti, evidenzia l’importanza che le bolle hanno rivestito in tutta la scienza contemporanea, e come queste ultime scoperte, a loro volta, continuino a ispirare artisti e architetti contemporanei nelle loro creazioni.

Gino Boccasile, manifesto Achille Banfi, 1937

Il percorso espositivo

Il percorso si compone di circa sessanta opere, concesse in prestito dalle più importanti istituzioni nazionali e internazionali: la Galleria degli Uffizi di Firenze, le Gallerie dell’Accademia di Venezia, la National Gallery di Londra, la National Gallery di Washington e il Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo.

 

Jean Baptiste Siméon Chardin, La Lavandaia, 1730-1740, Museo dell’Ermitage, San Pietroburgo

 

I capolavori coprono un lungo arco di tempo che va dal Cinquecento –  con Hendrick Goltzius – passando per il Seicento, nel quale il puttino si trasforma sempre più in un bambino contemporaneo. Si dovrà aspettare il XVIII secolo per incontrare vere e proprie scene di genere, nelle quali l’aspetto allegorico tende quasi a scomparire, come nel giovinetto ritratto da Fra Galgario.  Non si dirada la presenza della bolla nella pittura dell’Ottocento, importante nel Romanticismo storico con Pelagio Palagi, poi sempre più al centro di scene di vita quotidiana o di ritratti; celebre è infatti Bubbles di John Everett Millais, quando le bolle divennero l’immagine dei saponi Pears.
Nel Novecento questo tema è declinato in maniera originale, aprendo una prospettiva inedita: nel 1964 Günter Zint decide di documentare nella Berlino Ovest la vita di un bambino che, fra i giochi dell’infanzia, diventa un testimone ignaro dei drammi della storia. Neppure i primi decenni del secolo attuale sono riusciti a sottrarsi alle bolle di sapone, che diventano un vero modello per architetture leggere, come il Watercube di Pechino.
Simbolo della fragilità e della caducità delle ambizioni umane, le bolle di sapone hanno affascinato non solo le generazioni di artisti che rimanevano meravigliati per quei giochi di colore che si muovono sulle superfici, per la loro lucentezza e per la loro leggerezza, ma continuano ad affascinare anche i visitatori che percorrono le sale blu della Galleria Nazionale dell’Umbria.

 

Charles Amedée Philippe Van Loo, Soap Bubbles, 1764, National Gallery Washington

«Il set de Il Nome della Rosa era come una grande famiglia; ho avuto la fortuna di avere un grande rapporto con John Turturro e con tantissimi attori. Il mio è un lavoro che quando lo fai ti ruba la vita, ma che quando finisce ti manca moltissimo».

Ciak dopo ciak Luca John Rosati si sta facendo strada nel mondo del cinema. Lavora a Roma da 15 anni e ha affiancato, come aiuto regista, direttori del calibro di Ridley Scott, Gabriele Muccino, Carlo Verdone, Sam Mendes… solo per citarne alcuni. La sua ultima fatica è la serie tv internazionale Il Nome della Rosa, in onda in questi giorni su RaiUno, dove Luca ha aiutato il regista Giacomo Battiato. «Durante le riprese mi sono occupato di tutto. Ho scelto con il casting ogni singolo monaco». Con Perugia – sua città natale – e l’Umbria ha un rapporto di amore e odio e non si risparmia qualche tirata d’orecchie.

 

Il cast de Il Nome della Rosa

Qual è suo legame con l’Umbria?

È un legame di amore e odio. Mi piacerebbe fare qualcosa di concreto per la mia città e la regione, sfruttando anche le mie conoscenze – spero un giorno di poterlo fare. Perugia è la città dove sono nato e mi dispiace vedere alcune dinamiche che non cambiano mai: si presentano sempre i soliti screzi – anche politici – che non portano nulla né alla città né alla regione. Tutto questo lo dico e lo ribadisco, perché ho grande affetto per questi luoghi.

Concretamente cosa vorrebbe fare o cosa dovrebbero fare?

Innanzitutto, occorre parlarsi e trovarsi insieme: Regione e Comune dovrebbero andare nella stessa direzione. La cultura è una, è apolitica; lavorare divisi in quest’ambito non serve assolutamente a niente. Si fa un passo in aventi e due indietro. È un’analisi che faccio perché queste dinamiche le noto quando torno a Perugia: percepisco poco entusiasmo in città e sembra sempre che non ci interessi nulla. È un atteggiamento molto provinciale. Tutto questo lo soffro molto, perché sono una persona che si esalta in tutti i progetti che fa. Ripeto, la mia è una critica per cercare di spronare. La gente –  non solo in Umbria – si dovrebbe riabituare alla cultura, interessare e la si dovrebbe vivere maggiormente.

L’Umbria nel suo piccolo ha comunque molti eventi culturali…

Sì, ma ne servono ancora di più. Va bene Umbria Jazz e tutti gli ospiti che attira, ma credo che le parti politiche, anche se opposte, dovrebbero – almeno sulla cultura – andare nella stessa direzione, senza pizzicarsi od ostacolarsi.

Come racconterebbe l’Umbria solo con qualche inquadratura?

Lo farei attraverso il lago Trasimeno, il monte Subasio, Assisi e soprattutto immortalando il verde. I panorami che abbiamo noi sono unici. Anche il centro di Perugia è bellissimo e bisognerebbe mantenere questa bellezza anche nelle periferie, costruendo con molto più criterio e con buon gusto architettonico, come sta avvenendo ultimamente a Milano, per fare un esempio.

Parliamo ora del suo lavoro: quand’è che ha messo piede per la prima volta in un set?

La mia prima volta è stata nel 2006 con la serie Roma dell’HBO. Avevo appena finito la scuola di regia cinematografica.

Com’è andata?

È stato un impatto molto forte, anche perché si trattava di una produzione americana. Ho iniziato subito a livelli molto alti. Il set di Roma era grandissimo, la produzione molto importante, così come gli attori: devo dire che è stato un bel debutto, ma allo stesso tempo molto impegnativo; spesso ci si svegliava alle 4 di mattina per girare e si tornava a casa alle 21.

Cosa fa in concreto un aiuto regista?

Il regista consegna una sceneggiatura e l’aiuto regista crea il piano di lavoro e di programmazione. Nelle produzioni americane siamo anche più di uno. Il primo aiuto regista è colui che crea la squadra, che prepara il set o che si occupa della chiusura di una strada se si deve girare un’esterna. Io sono abituato a fare tutto, sono un jolly. Ad esempio, per Il Nome della Rosa con l’addetto ai casting ho scelto ogni monaco, faccia per faccia.

Ha lavorato con grandi registi come Ridley Scott, Gabriele Muccino, Carlo Verdone, Sam Mendes e molti altri: cosa ha imparato da loro, cosa gli ha “rubato” artisticamente?

Quello che mi ha colpito di loro è stata la grande umanità e la loro conoscenza della macchina cinema. Hanno un grande rispetto nei confronti di ogni singola maestranza, in un set ci sono tanti lavori, tutti importanti. Tutto deve funzionare perché i tempi sono sempre ristretti e, per questo, è fondamentale il rispetto per ogni lavoratore, dalla punta alla base della piramide. Nel cinema si ha che fare con tante e diverse persone, questo ti apre molto la testa, ti dà una visione del mondo più ampia.

 

Luca John Rosati e Carlo Verdone

Lei ha preso parte come aiuto regista alla serie tv Il Nome della Rosa diretta da Giacomo Battiato: cosa si è portato a casa da questa esperienza?

Il set era diventato come una grande famiglia. Ho avuto la fortuna di avere un grande rapporto con John Turturro e con tantissimi attori italiani e stranieri, si era creata una squadra molto unita. Quando poi tutto è finito, ho sentito subito la mancanza: un impegno e un lavoro che quando lo fai ti ruba la vita, ma che quando finisce ti manca moltissimo.

È soddisfatto del lavoro svolto?

Il prodotto è di alta qualità e sarà sicuramente più apprezzato all’estero che in Italia: non vedo l’ora di vedere come sarà accolto in Inghilterra. Noi siamo abituati a prodotti più scadenti e siamo un pubblico più tradizionale. Il successo che sta avendo non è poi così lontano da serie più nazionalpopolari, non c’è stato – finora – un risultato di pubblico sconvolgente.

Perché secondo lei?

Come dicevo siamo abituati a prodotti più scadenti e vedere Il Nome della Rosa crea quasi una sorta di disturbo rispetto alla semplicità narrativa e costruttiva di altre serie. Altre produzioni ti impongono più qualità e ciò deve essere da stimolo, altrimenti le cose resteranno sempre come sono.

Ci racconti qualche curiosità legata alla serie…

Le riprese realizzate a Perugia, ad esempio, sono state difficili: la mattina sembrava piena estate, poi nel pomeriggio è arrivato un acquazzone improvviso e abbiamo dovuto riprendere John Turturro con una luce totalmente diversa rispetto alle immagini già girate. Ma questo è il bello del cinema!

 

Uno scatto con John Turturro

Ha mai pensato di realizzare un film tutto suo?

Ho dei progetti, le idee sono tante, ma vorrei aspettare il momento giusto e capire se quello che ho in mente può funzionare. Qualcosa, sicuramente, verrà fuori… Va detto che, per fare un film, ci vuole tantissimo tempo e io in questo momento ne ho avuto veramente poco. Quando deciderò, dovrò fermarmi un attimo e lavorare a tempo pieno al progetto, dovrà essere un prodotto forte al quale crederò molto.

C’è un regista con il quale le piacerebbe lavorare?

C’è e ho già avuto il piacere di lavorarci: è Wes Anderson. Ho lavorato in un cortometraggio che si chiama Castello Cavalcanti, diretto da lui.

E un attore che vorrebbe dirigere…

Emilia Clarke è un’attrice che mi piacerebbe dirigere. La conosco, ho già lavorato con lei in Voice from the Stone, film americano girato tra la Toscana e il Lazio. È un’attrice e una persona fantastica.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Pace, libertà, casa.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Le amicizie.

INGREDIENTI:
  • 400 g di farina di granoturco
  • 2 uova
  • Qualche cucchiaio di farina di frumento
  • 2 cucchiai di semi di anice
  • 4 cucchiai di zucchero
  • 2 cucchiai di Mistral
  • 1 scorza grattugiata di limone non trattato (solo la parte gialla)
  • Olio o strutto per friggere
  • Sale

 

PREPARAZIONE:

Portate a ebollizione un litro e tre quarti d’acqua leggermente salata, versatevi a pioggia la farina di granoturco e, sempre mescolando fate cuocere per una quarantina di minuti, aggiungendo un po’ di acqua calda, se necessario, perché dovrete ottenere una polenta ben cotta ma morbida. Toglietela dal fuoco, unite il Mistral, la scorza grattugiata di limone, l’anice, lo zucchero, le uova e un po’ di farina di frumento. Buttate questo composto in olio bollente o in strutto ben caldo a cucchiaiate, estraete e passate le frittelle su carta da cucina che ne possa assorbire l’olio in eccesso.

 

Le frittelle di farina di granoturco si gustavano il giorno di San Giuseppe in alcune zone dell’assisano. Questa particolare ricetta viene da Capitan Loreto, dove vengono chiamate frittelle di polenta.

 

 

Per gentile concessione di Calzetti e Mariucci editore

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