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Inaspettatamente, nella Valnerina dipinta dal genius loci, la bussola che orienta questo viaggio incrocia sentieri e percorsi dominati dai colori e dalle asprezze del selvaggio Appennino, una terra primordiale in cui tramonti infuocati incendiano arcani campanili e torri di pietra.

Non a caso, proprio sui sentieri nasce la geografia dell’uomo: camminare per conoscere, perdersi per ritrovarsi tra ragnatele di fughe e di ritorni. Per questo ogni strada che nasce conduce a se stessi, ogni passo che traccia il sentiero aggiunge altri segni, altre storie. Così come nessuna strada nasce solo per andare, perché il primo passo è giù un passo verso il ritorno, anche questi sentieri hanno conosciuto la stanchezza del viaggiatore, la nostalgia del ricordo e la speranza del traguardo. Il pastore, l’escursionista, il pellegrino e il cacciatore in questo angolo di Umbria tormentano la stessa polvere, scrutano lo stesso cielo, bevono a mani giunte dalla stessa sorgente, eppure sono così diverse le orme dei loro passi. Sentieri e percorsi che risalando da Santa Anatolia di Narco, lungo l’antico itinerario montano che porta a Monteleone di Spoleto, scivolano nei pensieri del viaggiatore, come si scivola sui ciottoli del Nera che a valle ruggisce fragoroso nel respiro del vento.

Un luogo da scoprire

Issato sulla volta del cielo da funi di roccia e granito, Gavelli, castello ammainato tra i rovi di sentieri campestri fioriti nei giardini perduti della Valnerina, inquadra, dalle spoglie del cassero morente, simulacri e lineamenti di un antico santuario di montagna che, dal trono lapideo delle torre campanaria, contende agli spiriti arcani del vento e delle stelle misteri e silenzi dell’eterno. Deposto su un letto d’arenaria, il Tempio consacrato all’Arcangelo San Michele, circoscrive lo sguardo del viaggiatore in cinque nicchie quattrocentesche, numero che il fonosimbolismo ebraico sintetizza nella formula he, il soffio divino che, archetipicamente, è ciò che viene insufflato e che dà origine all’uomo e che, tra gli affreschi sanguinanti della Passione, eleva l’animo all’apoteosi della grazia artistica indicando ai fuochi fatui della mente l’asse cartesiano che conduce alla dimensione eterea dello spirito. 

 

La resurrezione di Cristo

La resurrezione

Il Cristo, ridestatosi dal torpore del trapasso, riemerge dalla pietra nuda del sepolcro. Il capo è reclinato; lo sguardo, è celato da palpebre cucite dal dolore; le braccia, scarcerate dalla stretta infausta del sudario, si discostano appena dal corpo mentre il sangue fluisce dalle piaghe e sulla testa è ancora infissa la corona di spine, ricavata da un albero di acacia che nella perennità del legno preserva il trionfo della vita sulla morte. Gli strumenti disposti accanto al sepolcro, richiamano con intento didattico i momenti salienti della Passione: la croce con i chiodi insanguinati, la colonna infame con la corda e i flagelli, l’asta che reca la spugna imbevuta d’aceto divengono immagini del Sommo Sacrificio.
Sul bordo del sepolcro risuona il tragico canto del gallo che annuncia dal podio marmoreo del Golgota il tradimento eretico dell’apostolo Pietro ma che, nel ciclo pittorico, diviene nunzio dell’aurora, araldo a cui il pittore affida il compito salvifico di celebrare la vita eterna conquistata dal Redentore sul patibolo dei chiodi e della croce. Accanto alla mano pietosa della donna che, premonendo l’apoteosi del Maestro versa il balsamo odoroso ai piedi del Redentore, il palmo di chi ha pagato le monete del tradimento versando il tributo della redenzione.

A cinquant’anni esatti dalla scomparsa dell’artista, Perugia torna a parlare di una grande donna: Emma Dessau Goitein, che visse gli ultimi anni della sua vita proprio lì, nella città di Perugino e Pinturicchio, nella città che conserva tutt’oggi alcune sue opere nel Museo dell’Accademia di Perugia e nella Collezione regionale dell’Umbria, dove si trova anche una via a lei dedicata.

La palla d’oro, 1932. Olio su tela 164,8×231 cm. Perugia, Ente Santa Croce. Scuola d’Infanzia Santa Croce. Casa dei bambini Maria Montessori

 

Per l’anniversario della sua morte, l’Accademia di Belle Arti Pietro Vannucci e il Comune di Perugia hanno voluto realizzare insieme una mostra per presentare una ricca ed eterogenea selezione di opere, provenienti da importanti collezioni pubbliche e private; l’Accademia stessa ne conserva dieci.

Il percorso artistico e biografico

Allestita sotto forma di due percorsi, uno all’Accademia di Belle Arti, l’altro al Museo civico di Palazzo della Penna, e visibile fino al 9 settembre, la mostra, a cura di Fedora Boco, Maria Luisa Martella e Gabriella Steindler Moscati, abbraccia un arco cronologico molto ampio: dalla formazione tardo ottocentesca agli ultimi lavori degli anni quaranta del Novecento. Le opere esposte rivelano l’articolato percorso artistico e biografico dell’autrice, fortemente inserita nella scena internazionale e nelle vicende storiche e culturali del suo tempo.
Emma infatti nasce a Karlsruhe nel 1877 da una famiglia ebraica osservante. Fin da bambina è cosciente della propria vocazione artistica, infatti intraprende studi riservati all’epoca solo agli uomini e si interessa di politica. Emma rimane orfana di padre a soli sei anni e l’educazione tutta al femminile, impartita dalla madre, riesce a conciliare il rispetto per la tradizione con la modernità; dunque influenza e condiziona fortemente l’artista che intraprende un iter formativo importante ed internazionale.
Nel 1901 si trasferisce in Italia, prima a Bologna e poi a Perugia, per amore di Bernardo Dessau. Questa unione, consapevolmente scelta a dispetto della tradizione ebraica che prevedeva matrimoni combinati, non ostacola Emma nel suo percorso d’artista.

 

Foto di famiglia

Una quotidianità mai banale

La famiglia, anzi, è una delle maggiori fonti d’ispirazione della pittrice che, osservando i volti dei propri cari, riesce a riprodurne non solo l’immagine, ma anche l’anima. I soggetti prediletti infatti sono i volti del marito Bernardo, assorto e concentrato, dei figli Fanny e Gabor, raffigurati nelle varie fasi della loro vita – oltre a quelli di altri famigliari come l’amato fratello Ernst – squarciando così il velo di una quotidianità mai banale. Un altro soggetto ampiamente rappresentato dall’artista è il paesaggio; in essi Emma si affida alla fresca impressione plein air, con il colore steso quasi a macchia. Ritrae spesso le ampie vedute delle alture di Monteluce, dove viveva e dipingeva e i luoghi che ospitavano le sue vacanze, mantenendo sempre una visione realistica della grandezza della natura.

I disegni e le xilografie

La sezione grafica invece è ospitata presso l’Accademia di Belle Arti e comprende disegni e xilografie che attraversano l’intera produzione artistica dell’autrice. La xilografia è sicuramente l’arte in cui Emma elabora il mondo religioso e culturale da cui proviene, rappresentando soggetti biblici e affrontando anche tematiche attuali.
«Con questa mostra» ha evidenziato l’assessore alla cultura Severini, «prosegue il ciclo sugli artisti che animarono Perugia con la loro arte nel secolo scorso, testimoni di un fervore artistico che la caratterizzò incisivamente. Emma, in accordo con le più aggiornate tendenze artistiche europee, produsse dipinti e incisioni di una intensità struggente».

 

Autoritratto, 1935. Olio su tela, 64×49,5 cm. MAMbo-Museo d’Arte Moderna di Bologna

Si sentono le chiarine e il rullo continuo dei tamburini. Gli sbandieratori avanzano adagio facendo volare in cielo i loro drappi. Gli armigeri indossano delle corazze di cuoio. Ecco i cavalieri alti e belli. Poi avanzano madonne e messeri nei loro costumi eleganti. Sono i signori del castello con il seguito di amici e vassalli.

Sembra di assistere a una sfilata medievale, ma l’asfalto rovente che abbiamo sotto i piedi e i telefonini pronti a fotografare ci dicono che siamo nel presente. Mi sono sempre chiesta come facciano a sfilare e a non svenire dentro quei vestiti lunghi di velluto quando il sole d’agosto non perdona. Quest’anno la vampa sembra essere ancora più calda. Siamo nella festa agostana di Grutti e della sua Gemella.

Le donne, i cavalieri e le audaci imprese

Grutti e Altdorf di Baviera sono due paesi lontani, separati dalla catena alpina, ma accomunati dalle prime tracce storiche: 1126 il primo, 1129 il secondo. In tempi remotissimi sono state sotto lo stesso governo, quello del Sacro Romano Impero. Tempi lontani, tempi di guerre, ma anche tempi di cavalleria e di tornei. Di quel medioevo, Grutti e Altdorf hanno saputo catturare l’allegria, i tornei e le grandi mangiate.
Ogni anno, a fine agosto, sotto il sole cocente dell’Umbria, si incontrano Le donne i cavalieri l’ arme e gli amori, le cortesie e l’audaci imprese. Tutto il repertorio medievale viene rispolverato. Dopo la sfilata ci sono i giochi e l’accanita sfida tra contrade. Se a Siena sono 17, qui sono appena 4, ma caricate dello stesso spirito campanilistico.
Poi tutti a tavola, dove si mescola la porchetta di Grutti con i piatti medievali e la cucina dell’altopiano. Il tutto annaffiato da birra tedesca e vino locale. Non possono mancare gli spettacoli e il ballo. Prima di andare via si può dare un’occhiata alla sagoma massiccia del castello.

L’imponente guardiano

Il castello di Grutti domina dall’alto la Val Tiberina e, per quanto se ne sappia, non è mai stato conquistato o distrutto. È ancora lì, imponente, con quell’unica torre che incute rispetto. Un castello grande e austero che sarà stato frequentato da contadini e soldatacci, ma anche da dame e cavalieri, vestiti con l’eleganza trasmessa dalle miniature, e riproposta alla festa. Altdorf di Baviera, invece, porta a Grutti i suoi armigeri, coperti di corazze e di scudi di cuoio, a memoria di tutte le lotte che l’hanno coinvolta.

Un’antica storia

Grutti, come tutto ciò che ha un lunghissimo passato dietro le spalle, ha i suoi misteri che sembrano veri quando si parla di un passato remoto e incerti quando ci si avvicina ai nostri giorni.
Le storie iniziano dal nome stesso di Grutti, che è la deformazione della parola Grotte, presenti nella zona. Dove? Chissà. Si parla di cunicoli e grotte dove si sarebbero rifugiati i primi cristiani – dopo l’uccisione del loro vescovo San Terenziano – per pregare e per sfuggire alle persecuzioni: questa è la certezza.
Si dice che durante la Seconda Guerra Mondiale questi stessi luoghi siano serviti come rifugi antiaerei. Si dice, ma non si sa: incertezza dell’attuale.
Altdorf, la gemella tedesca, è giovanetta, certamente ha 1000 anni di storia dietro le spalle, ed è stata sede di un’importante Università, dove hanno studiato il grande filosofo Leibniz e il condottiero Wallenstein: pensiero profondo e guerra spietata.
Da tanto tempo l’Università è stata chiusa, ma la memoria storica non si è spenta e il ricordo dello studente Wallenstein, prima massacratore e poi salvatore, è rimasta. Comunque, guerre e dolori passati vengono accantonati per dieci giorni ininterrotti di feste che iniziano il 17 agosto con la celebrazione del ciccotto di Grutti e si concludono domenica 26 con il corteo storico e la grande disfida.

 


Per maggiori informazioni: Agosto a Grutti

«Ho vissuto la campagna in angolazione arcadica nella mia prima vita; con volontà di innovazione e soprattutto sotto un’impronta culturale nella seconda».

Maria Grazia Marchetti Lungarotti è una donna di vasta cultura: lo si capisce subito parlando con lei. È cortese e gentile da vera donna di altri tempi. La sua passione per l’arte e l’archeologia, per il vino e l’olio, e il rigore negli studi sono i cardini della sua vita. Una vita anch’essa fondata sulla disciplina: «Non ho mai lasciato molto spazio al divertimento e non sono mai stata una mamma latina. Ho sempre preteso molto dai miei figli e questo ha portato i suoi frutti». Già Benemerita della Cultura e dell’arte, nel 2011 è stata insignita della massima onorificenza conferita dal Presidente della Repubblica: Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana.
Nel 1987 con il suo secondo marito Giorgio Lungarotti (avevano già realizzato il Museo del Vino nel 1974) apre la Fondazione Lungarotti Onlus, di cui è direttore, fulcro culturale della più grande realtà vitivinicola umbra, per promuovere e valorizzare il binomio vino-cultura. Tra le attività della Fondazione, oggi è la gestione dei due complessi museali: il Museo del Vino e Museo dell’Olivo e dell’Olio, dedicati alla vite e al vino così come all’olivo e all’olio, musei privati costituiti da preziose raccolte d’arte e visitati da turisti di tutto il mondo.

 

Chiara Lungarotti, Maria Grazia Marchetti Lungarotti, Teresa Severini

Com’è nata l’idea di aprire il Museo del Vino e in seguito quello dell’Olio?

Ho unito la cultura e i prodotti umbri, un binomio che mi apparteneva. Sono una storica dell’arte e archivista: dai miei interessi in campo culturale è nata l’idea di affiancare la produzione di alta qualità – a cui mio marito, imprenditore illuminato, aveva dato inizio, primo in Umbria – con una apertura rigorosa quanto complessa sugli aspetti storici ed artistici legati al vino. Senza stretti confini: si parla di Umbria, ma soprattutto di Mediterraneo. Il secondo, il MOO, è stato aperto nel 2000, quando lui era già scomparso, e rispondeva alle stesse esigenze di uscire da una considerazione soltanto agricolo-produttiva. In entrambi, si può percorrere un vero e proprio viaggio nel tempo per scoprire origini, mitologia, immaginario, e i tanti volti dei due prodotti.

Il New York Times in una recensione ha definito Il Museo del Vino: «Il migliore in Italia». È stata una grande soddisfazione.

Non solo d’Italia, ma d’Europa. È una realtà insolita che propone un viaggio lungo 5000 anni attraverso collezioni d’arte tra coppe, boccali, anfore, vasellame, ceramiche medievali, rinascimentali e barocche fino a quelle contemporanee, antiche incisioni, oltre a raccolte etnografiche, a testimonianza di quanto l’apparato didattico dice in un excursus storico di entrambi. Musei a misura di famiglia grazie anche ai percorsi conoscitivi ad altezza di bambino.

Per il borgo di Torgiano rappresentano un vero fiore all’occhiello…

Sicuramente. Io e mio marito abbiamo voluto promuovere una zona dell’Umbria, molto bella a livello paesaggistico, ma poco conosciuta nonostante la prossimità a Perugia e Assisi. La realizzazione dei due musei è stata molto impegnativa, ma il risultato è oggi un polo museale specializzato che dà voce non solo al territorio, ma, posso aggiungere, all’Italia tutta del vino. Anche la parte recettiva che abbiamo creato sottolinea il potenziale turistico di questa terra.

Signora Lungarotti qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono Umbra e non Etrusca – sorride – un’eugubina naturalizzata perugina. Con questa regione ho un legame molto forte, che si riconduce alla terra stessa, alla cultura e al vino, movente primo di quanto ho realizzato.

Come vede la realtà perugina e umbra, sia a livello sociale che artistico?

Vedo effetti concreti e interesse per l’arte, la musica e la cultura. L’Umbria è una terra interessante, purtroppo indietro rispetto ad altre regioni, la Toscana ad esempio. Abbiamo una storia bellissima e affascinante, di grande interesse storico, economico, artistico, come ad esempio l’Umbria Comunale, che proprio in questi giorni viene raccontata nella mostra Un giorno nel Medioevo. La vita quotidiana nelle città italiane dei secoli XI-XV esposta a Gubbio, alla quale abbiamo contribuito attraverso un consistente prestito di opere del MUVIT.

C’è un progetto della Fondazione Lungarotti a cui tiene particolarmente?

Ne abbiamo tanti tra mostre e convegni. Un’idea che vorrei realizzare è quella di dare maggior spazio espositivo al periodo etrusco.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Assisi e San Francesco che l’hanno resa famosa, ma l’Umbria deve essere più valorizzata anche in campo storico come artistico. Il che, vista la difficoltà nel raggiungerla, suggerisce attenzione massima ai trasporti.

Ai Giardini del Frontone il mese d’agosto è iniziato con Madama Butterfly della produzione Musica e Palcoscenico di Roma

Madama Butterfly, foto Giancarlo Belfiore

 

Un evento con una straordinaria partecipazione di pubblico. La coda, già un’ora prima della recita, faceva presagire l’interesse, ma «la realtà è andata oltre le più rosee aspettative» dice il produttore Ermanno Fasano. Infatti l’opera ha fatto sold out. Oltre cento le maestranze messe in campo, tra l’orchestra della Città di Grosseto, gli acclamati solisti, e al seguito attrezzisti, tecnici luci, tecnici audio, costumisti, truccatori, parrucchieri.
Importante coordinatore, insieme a Cinegatti, il Coro Lirico dell’Umbria, capitanato dal prof. Paolo Galmacci. Quest’ultimo riferisce dell’importante e imponente lavoro di squadra che inizia mesi e mesi prima dello spettacolo. A tal motivo si ringrazia in particolare l’Associazione Borgo Bello e in specie il presidente Orfeo Ambrosi e tutte le restanti associazioni patrocinatrici, evidenziando l’Associazione Amici della Lirica che, in due serate precedenti la recita, con la presidente Carla Mantovani ha raccontato la trama dell’opera e lo spirito pucciniano, contribuendo a creare cultura musicale e un ascolto più consapevole.

 

Il numeroso pubblico che ha partecipato all’evento, foto Giancarlo Belfiore

 

Lo straordinario afflusso di pubblico per Madama Butterfly al Frontone è la conferma che abbiamo tutti bisogno di bellezza, e il Bel Canto italiano è un patrimonio culturale molto apprezzato nel mondo che appartiene a chiunque lo sappia amare.
La lunghissima coda davanti alla cassa, la composta attenzione, la partecipazione emotiva e i ripetuti applausi per gli artisti, confermano che quello che pensava il Maestro Giuseppe Verdi del pubblico perugino – il fatto che sia un pubblico colto – è ancora e quanto mai vero.
Lo stesso Maestro Alessandro Nisio, scomparso lo scorso maggio e a cui è stato dedicato l’evento, ripeteva spesso «ragazzi ricordate che noi ci mettiamo tutta la competenza e la passione possibile, ma la magia dello spettacolo l’accende l’energia del pubblico. noi siamo qui per loro e grazie a loro».

 

Madama Butterfly, foto Giancarlo Belfiore

 

L’idea dell’Opera all’aperto nasce da un’idea del Coro Lirico dell’Umbria in accordo con l’impresario teatrale Ermanno Fasano e Cinegatti, gestore dell’arena del Frontone. Con il Patrocinio del Comune di Perugia, e il particolare favore dell’Assessore alla Cultura Maria Teresa Severini, da alcuni mesi si è dato il via a un progetto che ha portato per la prima volta, nel cuore della nostra città, uno spettacolo grandioso, come può esserlo soltanto un’opera lirica tra le più note e amate nel mondo.      Il che ha significato lavoro, studio, contatti e tanta determinazione, per tradurre idee e parole nei fatti che contano.
Ha significato la venuta a Perugia di una macchina organizzativa di lunga esperienza, quale è Musica e Spettacolo, e l’investimento in prima persona dell’impresario Ermanno Fasano che, a rischio di fare un evento nel fulcro delle vacanze estive, aggiungeva anche un luogo senza un’alternativa a possibili temporali estivi. La sfida è stata vinta, e con grande soddisfazione. Anche gli artisti di fama internazionale quale Diana Jung (nei panni di Chochosan), Massimo Sirigu (nel ruolo di Pinkerton), e il Maestro Castriota Skanderbeg, hanno molto apprezzato Perugia e l’entusiasmo con il quale è stato accolto lo spettacolo. Conferma tangibile e inequivocabile che, tra i tanti eventi importanti, lo spazio per la stagione dell’opera lirica, a Perugia, c’è.

 

Madama Butterfly, foto di Oscrina di Simone

Prosegue il viaggio alla scoperta dei castelli e delle fortezze nei borghi umbri. Frontignano, Petroro, Barattano e Cisterna custodiscono secoli di storia e conservano le gesta di antichi condottieri.

castelli umbri

Il castello di Cisterna

Grandi Castelli

Frontignano è imponente, si vede anche dalla terrazza di Todi. La torre quadrata del XIII secolo si fa notare da lontano. Era così importante da richiedere l’intervento di Cesare Borgia e poi quello di Giulio II per assicurarne il possesso alla Chiesa. Anche Todi ha messo del suo e ha lasciato la sua aquila sopra la porta. Il castello è fronte strada, ma il bello viene girando dietro dove inizia la sua unica strada, chiusa tra due mura altissime, dove il sole penetra male, tanto che le scalette sono coperte di muschio.
Torri ricorda un po’ Frontignano, ma ha più torri, da cui è derivato il nome. Sul davanti, dove si lascia la macchina, si elevano queste mura altissime e tutte forate per alloggiare i colombi. Poi, seguendo il sentiero ben lastricato, si gira attorno fino alla porta con l’aquila. L’interno è in disarmo, ma ci si sente proprio dentro un castello. A Torri, nella chiesetta è stato allestito un bel museo di farfalle insetti e minerali.

Un luogo romantico: il castello di Petroro

La strada che sale verso Petroro segue a ritroso il tracciato della via che percorrevano i pellegrini che scendevano da Nord per andare a pregare sulle tombe di Pietro e Paolo e di Gesù, e strada facendo si fermavano a pregare nelle piccole cappelle dedicate ai martiri locali. Gente di tutte le età che sapeva che difficilmente sarebbe tornata a casa, ma che partiva con entusiasmo per andare a pregare sulla tomba di colui che avrebbero incontrato in cielo. Viaggi di una fatica inimmaginabile, che richiedevano luoghi di sosta e anche di cura.
Uno di questi era Petroro, un piccolo borgo fortificato con un grande cortile interno e lo stemma di Todi sulla porta d’ingresso. Era nascosto tra gli alberi, dove tutto era silenzio e pace e i viandanti trovavano da mangiare da dormire e, se serviva, anche assistenza medica.
Nel 1499 l’attività si fermò. Arrivò Cesare Borgia per scatenare le sue truppe contro i seguaci della famiglia Atti, signori di Todi, che si erano rifugiati proprio a Petroro. Fu una strage senza prigionieri.
Il tempo ha completato la devastazione, ma il castello è tornato a nuova vita. Dopo i danni causati dal terremoto del 1997, è stato restaurato con maestria. Oggi è abitato dai monaci ortodossi martiniani che hanno ridato nuova vita al borgo e dove si accolgono i moderni pellegrini come anticamente si accoglievano e curavano i romei che attraversavano la zona. In estate nel cortile del castello si svolgono spettacoli teatrali messi in scena da Todi Festival.

 

Il castello di Barattano

L'aquila fuori posto

Barattano era un luogo militare come testimoniano le grandi torri di difesa ancora in piedi. La guarnigione che abitava il castello doveva essere numerosa perché sono rimaste tante case alte e fortificate. In quelle strade non entra molto il sole e non ci sono panorami sulla valle. Tutto è richiuso su se stesso. Il castello è passato attraverso varie signorie ma più a lungo è rimasto sotto la giurisdizione di Todi, che l’ha segnato con l’aquila, che però non si trova sopra la porta. Basta cercare fuori dalle mura per vedere che la solita aquila di travertino non ha mai abbandonato il castello.
Cisterna. Campi, olivi, colline, viti e finalmente Cisterna. Un cassero con merli guelfi che domina la valle, una stradina ed è tutto. Cisterna vecchia fu rasa al suolo da Federico Barbarossa mentre Braccio da Montone e i suoi uomini risparmiarono la Cisterna di oggi. Todi la prese sotto tutela del suo arcivescovado e naturalmente c’è l’aquila ma anche a Cisterna non è al suo posto. Cercare e trovare. Durante la seconda guerra mondiale Cisterna ha nascosto dei rifugiati e la signora Adriana vi mostrerà il luogo dove erano nascoste queste persone e il passaggio segreto che conduceva fuori dal castello.
Questi sono solo alcuni dei castelli dell’altopiano di San Terenziano e che appartengono al comune di Gualdo Cattaneo. Ce ne sono ancora tanti altri, ma accanto a questi rimangono castelli importanti, che sono borghi abitati, come Marcellano o lo stesso Gualdo Cattaneo, che meritano una visita in occasione delle feste che organizzano in estate e anche in inverno.

 

Inseguendo l’Aquila – I parte


Ruggero Iorio, Le origini della diocesi di Orvieto e Todi, alla luce delle testimonianze archeologiche (1995) 
Emore Paoli, Marcellano indagine su un castello medievale umbro (1986) 
Vincenzo Fiocchi Nicolai, Umbria cristiana, dalla diffusione del culto al culto dei santi (2001) 
Atti del convegno internazionale e studi sull’alto Medioevo
Paolo Boni, San Terenziano e il suo altopiano 
www.isentieridelsilenzio 
Maurizio Magnani, Il signore di Collazzone (2010) 
Italia – Umbria: Istituto geografico de Agostini (1982) 
Alexander Lee, Il Rinascimento cattivo